L’invasione tra i rami

Da qualche anno è impossibile non notare strani filamenti bianchi, simili a riccioli di cotone o merletti, che pendono dai rami degli alberi. Non si tratta di decorazioni, ma dei sacchi ovigeri di Takahashia japonica, una cocciniglia di origine asiatica che sta mettendo a dura prova il patrimonio arboreo urbano. Originaria dell’Estremo Oriente (Giappone, Cina, Corea), la T.j. è stata segnalata per la prima volta in Europa proprio in Italia, nel 2017, nel comune di Legnano. Da quel focolaio iniziale, il parassita si è diffuso rapidamente in gran parte della Lombardia e del Veneto, raggiungendo recentemente anche il Piemonte e l’Emilia-Romagna.

La sua propagazione è favorita dall’assenza di predatori naturali specifici nel nostro ecosistema e dalla sua estrema polifagia: attacca oltre cento specie diverse, con una predilezione per alberi decidui come Aceri, Gelsi, Albizzie, Carpini e Liquidambar. Sebbene non rappresenti un pericolo diretto per l’uomo o gli animali domestici, la massiccia sottrazione di linfa e la produzione di melata possono indebolire le piante, rendendole suscettibili ad altre patologie, fino al deperimento e alla caduta.

Il parassita compie una generazione all’anno. In primavera, le femmine adulte producono gli ovisacchi: lunghi anelli bianchi e cerosi (fino a 5-10 cm) che contengono migliaia di uova. Tra maggio e giugno, le ninfe (neanidi) escono dalle uova e si spostano verso le foglie per nutrirsi. In autunno, prima della caduta delle foglie, tornano sui rami per svernare e completare il ciclo l’anno successivo.

La gestione di questa specie invasiva richiede attenzione e tempestività, sia che si tratti di verde privato, che pubblico, in cui i cittadini sono chiamati a fare la loro parte. Ecco di seguito le linee guida da seguire. A) Monitoraggio costante, ispezionare i rami bassi, specialmente su piante isolate o in filari urbani. Gli ovisacchi sono facilmente visibili in aprile e maggio. B) Segnalazione in caso di avvistamento in zone non ancora dichiarate “infestate”; è fondamentale contattare il Servizio Fitosanitario Regionale. Fornire foto chiare e la posizione esatta aiuta le autorità a mappare l’avanzata del parassita. C) Interventi meccanici di potatura: se l’infestazione è contenuta, la rimozione manuale o la potatura dei rami colpiti è la strategia più efficace. Attenzione: i residui dei tagli non vanno abbandonati, ma distrutti o smaltiti secondo le normative locali per evitare che le neanidi si disperdano. D) Trattamenti mirati: l’uso di insetticidi a largo spettro è spesso sconsigliato in ambito urbano per l’impatto sulla biodiversità e la nostra salute. Si preferiscono trattamenti con olio bianco, che agisce per soffocamento, o lavaggi con saponi molli potassici che, tramite azione tensioattiva, tendono a sciogliere e dissolvere la cera a protezione degli ovisacchi. E) Igiene degli attrezzi: disinfettare sempre le lame dopo la potatura di una pianta infestata per prevenire la diffusione accidentale di uova.

Contenere Takahashia japonica è una sfida collettiva che unisce cittadini e amministrazioni nella salvaguardia del nostro verde pubblico!

Autore: Donatello Vallotta

Rustica: Torta salata integrale alle erbette invernali


Questa torta salata rustica alle erbette invernali è un piatto per i mesi più freddi, ricco di sapori genuini e nutrienti. La combinazione di una base integrale fragrante e di un ripieno di erbette miste, uova e ricotta magra crea un equilibrio perfetto tra leggerezza e bontà. Facile da preparare, è ideale come piatto unico o per un pranzo in famiglia, portando in tavola il calore della stagione invernale. 

PREPARAZIONE

Per la base iniziate mescolando la farina integrale con il sale in una ciotola. Aggiungete l’olio extravergine di oliva e l’acqua, un po’ alla volta, fino a ottenere un impasto  omogeneo. 

Impastate fino a ottenere una consistenza morbida ma non appiccicosa. Se necessario, aggiungete un po’ più di acqua o di farina. 

Avvolgete l’impasto nella pellicola trasparente e lasciatelo riposare in frigo per almeno 30 minuti. 

Passate al ripieno, lavando e tritando grossolanamente le erbette. In una padella capiente, fate soffriggere la cipolla tritata con un cucchiaio di olio extravergine di oliva fino a che non sarà dorata. 

Aggiungete le erbette e cuocetele a fuoco medio-basso  per circa 10 minuti, fino a quando non saranno appassite. Aggiustate di sale, pepe e noce moscata. 

Una volta cotte, lasciatele raffreddare e strizzatele bene per eliminare l’acqua in eccesso. 

Sbattete le uova con la ricotta e il parmigiano e mescolate bene. 

Preriscaldate il forno a 180° C. Stendete la pasta integrale su un foglio di carta da forno e adagiatela nello stampo, lasciando un bordo che ripiegherete sopra il ripieno. 

Versate il ripieno di erbette nella base e distribuitelo uniformemente. Ripiegate i bordi della pasta verso l’interno, creando una sorta di crosta. 

Spolverate con i semi di girasole e un cucchiaio di olio extravergine di oliva. 

Cuocete la torta in forno per circa 40 minuti, o finché non sarà dorata e croccante. Sfornate e lasciate intiepidire prima di servire. 

INGREDIENTI

Dosi per 1 stampo 

(22 cm di diametro) 

Tempo: 1 ora e 30 minuti

Per la base:

200 g farina integrale

1 pz sale

50 ml olio extravergine di oliva 80 ml acqua circa 

Per il ripieno: 

300 g erbette miste (spinaci, bietola, cicoria, cavolo riccio ecc.) 

1 cipolla media

2 C olio extravergine di oliva sale q. b.

pepe q. b.

noce moscata q. b.

2 uova

100 g ricotta magra

50 g parmigiano grattugiato 1 C semi di girasole sgusciati 

1 mango

I luoghi del sacro nelle Alpi preromane

Nell’Italia preromana esistevano numerosi popoli che occupavano territori anche molto estesi della penisola. Se ci limitiamo all’ultimo millennio prima della nascita di Cristo, i protagonisti principali sono gli Etruschi (che si autodefinivano Rasna, “popolo”), stanziati tra l’Italia centrale e parte della Campania, gli Umbri lungo l’Appennino, i Sanniti nell’Italia centro-meridionale e gli Osci tra Campania e Basilicata. A nord, invece, dall’area dei laghi prealpini fino all’intero arco alpino e oltre, vivevano popolazioni antichissime che i Romani chiamavano Reti (da cui la provincia augustea di Rezia) e i Greci Rhaìtoi. Si trattava di un insieme di gruppi o “tribù” non unitario, ma legato da tratti culturali comuni e da una lunga continuità di insediamento nel territorio alpino.

Uno degli aspetti più caratteristici di queste popolazioni è il loro rapporto con il sacro. A differenza del mondo mediterraneo, dove il culto si organizza attorno a templi monumentali e a spazi urbani definiti, nelle Alpi la dimensione religiosa rimane a lungo profondamente radicata nel paesaggio naturale.

I luoghi del sacro venivano scelti con grande attenzione: in prevalenza alture o dossi, ma anche margini di bosco, fonti, radure e terrazzi naturali. Non si trattava solo di una preferenza pratica, ma di una scelta carica di significato simbolico. L’altura avvicinava l’uomo al cielo e alle potenze superiori; il bosco, spesso fitto e difficile da attraversare, costituiva uno spazio separato, liminale, adatto al contatto con il divino.

In questi contesti si sviluppavano aree sacre generalmente prive di edifici monumentali. Più che templi nel senso classico del termine, erano spazi riconosciuti e condivisi dalla comunità, nei quali si svolgevano riti collettivi. Tra le pratiche più diffuse vi erano i roghi votivi: “banchetti” celebrati in determinati momenti dell’anno in onore di una divinità, con offerte bruciate che attraverso il fuoco venivano simbolicamente trasferite al mondo divino. Il fuoco agiva così come elemento di mediazione tra umano e soprannaturale. In Alto Adige questa tradizione, in forme diverse, non si è mai del tutto estinta.

Accanto a questi luoghi aperti, a partire dall’età del Bronzo — o forse già dal tardo Neolitico — si svilupparono anche insediamenti d’altura fortificati, i cosiddetti castellieri (Wallburgen). Sebbene la loro funzione principale fosse difensiva, è probabile che avessero anche un valore simbolico e rituale. La loro posizione dominante li rendeva punti di riferimento nel paesaggio e, verosimilmente, centri di aggregazione non solo politica, ma anche religiosa.

Numerosi esempi testimoniano questa relazione tra sacro e territorio nell’area altoatesina e trentina. Tra Settequerce e San Maurizio (Bagni di Zolfo) è stato individuato un “angolo sacro” frequentato a lungo, probabilmente legato a pratiche votive in ambiente naturale. La “Tuiflslammer” (pietraia) di Caldaro e il sito di Castelfeder, in Bassa Atesina, mostrano una frequentazione plurimillenaria e una funzione che va oltre quella puramente insediativa. Analogamente, le alture attorno a Varna e Bressanone, così come diverse località lungo le valli dell’Adige e dell’Isarco, restituiscono tracce di una continuità cultuale legata al controllo dei percorsi e dei nodi di transito. Sopra Laives resta in gran parte da indagare il suggestivo sito di Enzbirg, mentre lungo il Monte di Mezzo, tra Castel Firmiano e i Denti di Cavallo, sopra la necropoli millenaria di Vadena, sono numerosi i punti che attestano attività di carattere rituale.

Nel mondo alpino, dunque, il paesaggio stesso — montagne, boschi e radure — costituiva il “tempio”, rendendo la religiosità dei Reti profondamente legata alla natura e distinta da quella romana. Con la conquista, questo sistema fu progressivamente trasformato: ai luoghi sacri naturali si affiancarono templi e altari strutturati, spesso frutto di un incontro tra culti locali e religione romana, segnando il passaggio a una dimensione religiosa più organizzata.

Autore: Reinhard Christanell

Votare a 16 anni

In questo mese di aprile 2026, il gruppo dei Verdi ha presentato un disegno di legge regionale nel Trentino-Alto Adige per introdurre uniformemente il diritto di voto a 16 anni per referendum e consultazioni popolari. L’intento è quello di uniformare le norme, superando l’attuale applicazione disomogenea a macchia di leopardo nei comuni. La proposta mira a trasformare le possibilità attuali in un vero e proprio diritto, riconoscendo i giovani come parte integrante e attiva della cittadinanza attuale, non solo come “futuro”. 

Ritengo che tale prospettiva sia quanto mai opportuna, in una società come la nostra che tende sempre più ad invecchiare e sbilanciare quindi la prospettiva per quanto riguarda le decisioni politiche che contano.

Estendere il diritto di voto ai sedicenni rappresenta un passo importante verso una democrazia più inclusiva e rappresentativa. I giovani di oggi sono sempre più informati e consapevoli, grazie all’accesso diffuso alle informazioni e al confronto continuo sui social e nei contesti educativi. A 16 anni molti ragazzi studiano già educazione civica, comprendono i meccanismi istituzionali e sono direttamente coinvolti in temi cruciali come ambiente, istruzione e lavoro futuro.

Concedere loro il voto significa riconoscere che le decisioni politiche hanno un impatto concreto sul loro presente, non solo sul loro domani. Dare voce ai sedicenni favorisce inoltre una maggiore partecipazione civica fin da giovani, creando cittadini più responsabili e attivi nel lungo periodo. Diversi studi mostrano che chi inizia a votare prima, tende a mantenere questa abitudine anche in età adulta. E chi ha a cuore il nostro sistema sociale sa quanto questo è importante, in un’epoca di crescente disaffezione al voto.  

Un altro vantaggio di estendere il voto ai sedicenni è il rinnovamento del dibattito politico: l’ingresso di nuove generazioni porta idee fresche, sensibilità diverse e una maggiore attenzione a temi spesso trascurati, come la sostenibilità ambientale e l’innovazione. Inoltre, coinvolgere i giovani nelle scelte collettive contribuisce a ridurre la distanza tra istituzioni e cittadini, rafforzando la fiducia nel sistema democratico.

Infine, abbassare l’età del voto può essere visto come un naturale adeguamento ai cambiamenti sociali: se a 16 anni si possono assumere responsabilità importanti, come lavorare o contribuire alla società, è coerente permettere anche di partecipare alle decisioni politiche.

Autore: Luca Sticcotti

Piena occupazione. Dalla quantità alla qualità del lavoro

C’è un paradosso, in provincia di Bolzano, che i numeri ufficiali non riescono del tutto a nascondere. Il mercato del lavoro è tra i più solidi d’Europa: occupazione alta, disoccupazione ai minimi fisiologici, imprese che cercano personale senza trovarlo. Un sistema, in apparenza, vicino alla piena occupazione. Tutto tranquillo sotto questa superficie ordinata?

Una prima crepa si apre sulla sicurezza. Gli infortuni, anche mortali, restano su livelli preoccupanti, tanto da collocare il territorio sopra la media nazionale per rischio. È il prezzo pagato da settori chiave come edilizia, trasporti e manifattura, dove la domanda di lavoro è forte ma spesso accompagnata da condizioni più esposte. E non colpisce tutti allo stesso modo: i lavoratori stranieri, indispensabili per tenere in piedi interi comparti, risultano più vulnerabili, complici mansioni più pesanti e minori tutele effettive.

C’è poi il tema della qualità del lavoro. Perché lavorare quasi tutti non significa lavorare bene. Crescono part-time e occupazioni stagionali, soprattutto nel turismo, asse portante dell’economia locale. Il risultato è un mercato dinamico ma non sempre stabile, dove continuità e progressione professionale restano incerte per molti.

A questo si aggiungono squilibri strutturali: le donne più spesso intrappolate in lavori a orario ridotto, l’industria che rallenta mentre i servizi avanzano, e un costo della vita — in particolare quello abitativo — che rende difficile attrarre nuova forza lavoro. Così il sistema si trova in una condizione singolare: pieno, ma fragile.

È qui che il modello altoatesino – di per sé virtuoso – mostra il suo limite. Ha saputo creare lavoro, ma ora deve interrogarsi su che tipo di lavoro sta producendo. Perché la vera sfida non è più occupare tutti, ma garantire sicurezza, qualità e sostenibilità. Trasformare un successo quantitativo in un equilibrio duraturo.

Autore: Paolo Bill valente

La strada dedicata a Cesare Battisti

Parallela a Corso Libertà, via Cesare Battisti,  collegante Piazza Vittoria a Corso Italia, è dedicata al personaggio raffigurato anche nel busto che si trova all’interno del Monumento alla Vittoria. Giuseppe Cesare Battisti, nato a Trento il 4 febbraio 1875, studiò a Trento, Graz, Firenze, Torino. Si occupò di studi geografici e naturalistici, mentre abbracciava gli ideali patriottici dell’irredentismo.  Dal matrimonio nel 1899 con Ernesta Bittanti nacquero tre figli, Luigi (1901-1946), Livia (1907-1978) e Camillo (1910-1982).  Nel 1900 fondò il giornale socialista “Il Popolo”, poi il settimanale illustrato “Vita Trentina”. Nel 1911 partecipò alle elezioni del Reichsrat, il Parlamento di Vienna, e fu eletto deputato. Nel 1914 entrò nella Dieta di Innsbruck. Scoppiata la guerra austro-serba, il deputato Battisti l’11 agosto 1914 lasciato il territorio austriaco si trasferì in quello italiano. Con comizi  e pubblicazione di articoli si attivò per l’intervento italiano contro l’impero austroungarico.  Il 24 maggio 1915 entrò in guerra anche l’Italia. Battisti si arruolò volontario tra gli Alpini del battaglione Edolo, meritandosi nell’agosto 1915,  per il suo “sprezzo del pericolo”, una medaglia di bronzo, trasformata poi in quella d’argento. Aveva già meritato, il 21 agosto 1915, una Croce di guerra. Promosso tenente, fu trasferito ad un reparto sciatori al Passo del Tonale, poi al battaglione Vicenza del 6° Reggimento Alpini, operante nel 1915 sul Monte Baldo e sul Pasubio nel 1916. Negli scontri per conquistare il Monte Corno di Vallarsa molti alpini morirono, molti caddero prigionieri, tra essi il tenente Cesare Battisti e il sottotenente Fabio Filzi. Incarcerati a Trento, il 12 luglio 1916 furono condotti al Tribunale militare, nel castello del Buon Consiglio. La sentenza fu di morte, mediante capestro: fu eseguita  verso le 16,30 nella Fossa della Cervara, sul retro del castello. Il supplizio di Battisti dovette essere ripetuto, con due corde diverse.

Autore: Leone Sticcotti

Barbara Natter

Sono occhi espressivi, profondi, capaci di narrare storie del passato, sogni e speranze di futuro quelli che brillano nei volti ritratti da Barbara Natter e che invogliano a vederne altri e altri ancora. Invogliano a conoscere meglio le loro storie e domandare all’artista cosa l’abbia spinta a ritrarli e fissare sulla tele quei tratti somatici, quelle vite. 

Sono fiori che raggiungono l’astrattismo, la metafora, la narrazione di una favola che va oltre la natura che tocca le corde dell’anima. 

È questa la variegata produzione artista di Barbara Natter, bolzanina formatasi presso l’Accademia di Belle Arti di Urbino per poi conseguito una laurea in Scienze della Formazione presso la Libera Università di Bolzano. Artista e insegnante quindi un binomio affascinante e spesso praticato. 

Dal 2017 infatti è artista libera professionista e parallelamente, svolge un’intensa attività didattica conducendo seminari e corsi d’arte in vari centri culturali dell’Alto Adige, tra cui il Kassianeum di Bressanone, Castello di Coldrano e la Casa della Famiglia di Soprabolzano. Sul piano artistico la sua ricerca personale l’ha condotta nel corso degli anni, a testare fino a farle proprie numerose tecniche e numerosi mezzi espressivi legati tanto alla pittura che alla grafica come pigmenti colorati, inchiostri, acrilici e collage, ma anche xilografia, monotipo) e lavorazione dell’argilla. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

La sconfitta delle autonomie “sovraniste”

Il simbolo più evidente del trionfo romano su un territorio conquistato era la costruzione di una strada militare: la via publica, equivalente della bandiera piantata dagli astronauti sulla luna. A partire dalla via Appia, finanziata da Appio Claudio nel 312 a.C., queste arterie presero il nome del magistrato che le aveva promosse. Nel caso delle Alpi, fu l’imperatore Claudio che, nel 47 d.C., completò l’opera iniziata nel 15 a.C. da suo padre Druso, morto giovanissimo nel 9 a.C. a causa di una caduta da cavallo durante la campagna germanica.

Una pietra miliare rinvenuta a Rablà lo ricorda: la via Claudia Augusta, aperte le Alpi con la guerra, fu sistemata dal Po al Danubio per oltre 350 miglia.

Il tracciato collegava la pianura padana al mondo danubiano. I rami provenienti da Altino e Ostiglia si riunivano a Tridentum e da qui risalivano verso Endidae. Dopo Castelfeder — da cui provengono due miliari con dediche a Crispo e a Valente e Graziano — nell’area della Bassa Atesina la via attraversava un territorio complesso, segnato da zone paludose ma già intensamente frequentato. Qui si trovava un nodo cruciale: la strada poteva seguire il fondovalle dell’Adige verso Pons Drusi (con una mutatio a San Giacomo) oppure deviare verso l’Oltradige e Frangarto. Non è escluso che il primo tracciato attraversasse direttamente le aree umide mediante tecniche avanzate, come la posa di tronchi di abete incrociati su cui veniva realizzato l’agger (ghiaia battuta) stradale.

Se la strada fu il simbolo della conquista, ne fu probabilmente anche una delle cause. Comprendere le ragioni della violenza romana contro i popoli alpini resta tuttavia difficile: il mondo antico ci consegna solo frammenti, e ogni ricostruzione richiede cautela. Le campagne condotte da Augusto, Druso e Tiberio portarono alla sottomissione dei Reti, ricordata nel Tropaeum Alpium di La Turbie, dove sono incisi i nomi di 44 tribù sconfitte: Isarci, Venostes, Brixentes, Genauni, Breuni. Dietro questi nomi si intravede un mondo antico, radicato nel controllo dei passi e dei traffici alpini. Perché tanta durezza? Roma, ormai padrona dell’Italia, si era evoluta da polis a civitas, capace — dagli Etruschi in poi — di integrare élite e popolazioni diverse. Questo modello si fondava però su principi precisi, primo fra tutti la fides, il rispetto dei patti. Da essa derivavano il iustum bellum, la guerra giustificata da una violazione, e il iustum proelium, il combattimento secondo regole condivise.

Nella visione romana, la rottura di un accordo o la ribellione rappresentavano una colpa gravissima, assimilabile alla perfidia. È possibile che il comportamento delle tribù alpine sia stato interpretato proprio in questi termini. In un momento in cui Roma doveva garantire collegamenti sicuri verso il Danubio e fronteggiare le pressioni germaniche, le Alpi non potevano più restare uno spazio autonomo.

Eppure, il quadro non è uniforme. Popoli come i Venetici di Este e i Galli padani furono integrati senza traumi, e anche alcune comunità alpine — come i Tridentini e gli Anauni (con parte dell’Unterland) — vennero progressivamente incluse nel sistema romano. Tridentum divenne un importante municipium lungo l’asse tra Verona e Augusta Vindelicorum, i cui resti sono ancora visibili nel sottosuolo cittadino.

Proprio per questo, la violenza esercitata contro altri gruppi resta difficile da spiegare con una sola causa. Più che un singolo episodio, fu probabilmente l’impossibilità di conciliare due modelli opposti — quello “sovranista” delle autonomie alpine e quello “globalista” imperiale — a rendere inevitabile lo scontro.

Ciò che rimane oggi, oltre al trofeo di La Turbie, è il segno tangibile di quella trasformazione: una rete viaria che, dalla Bassa Atesina ai valichi alpini, continua a strutturare il paesaggio. È su queste strade che si compì, nel silenzio delle valli, il passaggio definitivo da un mondo antico a uno nuovo.

Autrice: Reinhard Christanell

Disco a due per Michele Giro e Fiorenzo Zeni

Si apre con un’intensa e fluida ballad intitolata Aris, questo disco nuovo di zecca realizzato dai jazzisti bolzanini Michele Giro (che del brano è l’autore) e Fiorenzo Zeni (in realtà un bolzanino acquisito da ormai molti anni). Le collaborazioni tra i due eccellenti rappresentanti della scena locale, tanto eccellenti da essere anche largamente apprezzati fuori porta, non sono certo una novità, ma con questa nuova produzione intitolata Crossover Two, per la prima volta si cimentano come duo, cementando oltre che l’intesa musicale, anche un’amicizia di lungo corso.

“Rispetto ad altri lavori insieme, con formazioni più allargate – racconta Zeni –, con questo lavoro abbiamo voluto cercare di ricreare l’intimità del suonare insieme, sfuggendo un po’ dall’estrema ricerca della perfezione tecnologica nell’arte di catturare i suoni, puntando sull’immediatezza dell’esecuzione senza fronzoli”.

Il disco, infatti, nella totalità delle diciassette tracce che lo compongono, è stato registrato nel corso di due sole sessioni, tenutesi il 5 ed il 7 giugno dello scorso anno nello studio del pianista.

“Ovviamente – precisa il sassofonista – mettendo insieme una produzione dignitosa e degna di essere ascoltata. La mia seconda passione, dopo il sax, è quella di fare il fonico, mi piace smanettare dietro la consolle; così stavolta, invece di andare in studio ed affidarci ad un produttore, abbiamo fatto tutto da soli, Michele ci ha messo la location, che si è rivelata ideale e idonea a quanto necessitavamo, ed io mi sono occupato del missaggio e del mastering di questo disco”.

Il risultato balza subito alle orecchie, un lavoro ben fatto e in cui si percepiscono le caratteristiche volute dai suoi autori, l’immediatezza live delle registrazioni, il calore della location casalinga, l’estrema attitudine di Giro e Zeni a suonare insieme, l’affiatamento, la naturalezza nell’approcciarsi al materiale scelto per la pubblicazione.

Si diceva delle diciassette composizioni incluse sul disco, disponibile sia in formato CD che in formato liquido sulle varie piattaforme musicali, con la distribuzione di Cose Sonore/Almamusic, la piccola label specializzata a cui Zeni da anni si affida per le proprie produzioni: otto trecce sono originali composti dal duo, quattro a firma del pianista e quattro a firma di Zeni, otto sono brani di autori contemporanei come Petrucciani, Ralph Towner e Keith Jarrett. Tutto suona però in maniera uniforme grazie all’approccio con cui il materiale viene trattato. A metà disco circa, vi è poi un omaggio ad un autore della scena locale, cosa non comune, che invece sarebbe buon costume adottare vista la bontà di talenti che opera in regione.

“C’è un brano firmato da Luca Sticcotti – conferma Zeni –, un brano che lui ci ha fatto ascoltare e che abbiamo subito deciso di includere nel disco perché ci è piaciuto. È un bellissimo brano, una ballad che si prestava molto all’esecuzione in duo. L’abbiamo adattata al sound di cui è rivestito il disco e la cosa ha funzionato. Si chiama Synballad. Nel disco, poi, la scelta degli altri brani altrui è ricaduta su composizioni che non sono proprio degli standard nel senso stretto del termine, ad esempio abbiamo voluto omaggiare Ralph Towner, scomparso di recente, inserendo due sue composizioni nella scaletta.”

Il disco, presentato lo scorso febbraio al Sudwerk di Bolzano, verrà proposto dal vivo nel corso delle prossime stagioni, badando a scegliere per i concerti delle location adatte all’intimità del progetto.

Nel frattempo Fiorenzo Zeni, oltre all’immensa varietà di progetti a cui si dedica, si sta ultimamente occupando di una nuova produzione, già registrata ma in fase di concretizzazione, che lo vede in trio con i fratelli Marco e Matteo Facchin, una produzione in cui pop, tango, musica classica ed altre forme musicali si vanno a mescolare in un mélange che sembra soddisfare molto i suoi artefici.

Rimanete sintonizzati.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Saldo migratorio

Un articolo pubblicato il 13 aprile su ilpost.it segnala che, dopo 12 anni di calo continuo, nel 2025 la popolazione italiana non è diminuita. Lo ha rilevato l’Istat in un rapporto diffuso a fine marzo. Questo risultato è dovuto soprattutto all’immigrazione: le persone arrivate dall’estero hanno compensato, almeno temporaneamente, il calo demografico.

Secondo i dati, la regione con la fecondità più bassa resta la Sardegna, mentre quella con più nascite risulta proprio la nostra, il Trentino-Alto Adige. 

Il governo guidato da Giorgia Meloni ha più volte dichiarato di voler contrastare la diminuzione delle nascite, ma finora le misure adottate sono state limitate e poco efficaci, basate soprattutto su bonus economici. Allo stesso tempo, una parte importante della sua politica si è concentrata sul contrasto all’immigrazione irregolare, con risultati però modesti. Per questo motivo, il dato positivo sulla stabilità della popolazione non è stato particolarmente commentato, a livello governativo.

L’Istat sottolinea che la diminuzione delle nascite è un fenomeno comune a molti paesi europei. In Italia, però, la situazione è aggravata dal fatto che ci sono sempre meno persone in età fertile, a causa del calo demografico degli ultimi decenni. Il paese ha infatti una delle percentuali più basse di giovani sotto i 14 anni e una delle più alte di anziani sopra i 65.

Inoltre, il saldo naturale, cioè la differenza tra nascite e decessi, è peggiorato: nel 2025 i morti sono stati 652mila, molti di più rispetto ai nuovi nati. Senza l’apporto degli immigrati, quindi, la popolazione sarebbe continuata a diminuire.

Va però considerato che, mentre aumentano i residenti stranieri, diminuiscono quelli che ottengono la cittadinanza italiana: nel 2025 sono stati 196mila, meno rispetto agli anni precedenti. L’Istat dice che il calo si deve principalmente al decreto-legge approvato un anno fa, e poi convertito in legge, che ha limitato i requisiti per ottenere la cittadinanza italiana con lo ius sanguinis, latino per “diritto di sangue”, per il quale una persona può essere riconosciuta come italiana se è discendente di un cittadino o di una cittadina italiana. 

A mio avviso i dati riportati invitano quanto mai a riflettere e a costruire politiche più concrete e realistiche per il futuro dei nostri territori.

Autore: Luca Sticcotti