Marco Lobos

Sono i colori vivaci dell’America Latina, il tocco iperrealista del maestro pugliese Renato Verrusio, unita inconsapevolmente a quella nostalgia dell’anima che si esprime fiera e potente, lasciando una grande impressione nel fruitore, che non può restate indifferente a questo invito alla vita. 

Sono gli acrilici fluorescenti e fosforescenti, uniti alla tecnica della velatura e degli strati sovrapposti a fare della sua arte un unicum per profondità, tridimensionalità, colore. 

Un’esperienza formativa lunga e metodica unita ad una grande quantità di esperienze artistiche variegate, fanno di Lobos un artista completo, convincente attento alla forza di un volto, all’energia di un animale selvatico, coniugando l’oggi e il qui con il lontano e il passato. Ritratti di sportivi e  politici, tigri e rinoceronti.  

Le origini cilene di Marco Lobos fluiscono carsiche giacché Lobos giunse in Italia a nove anni come esule politico e qui poté compiere gli studi primari e secondari. L’Accademia di Bologna fece il resto nella sua formazione: nel 1997 si laurea in Pittura di Concetto Pozzati. L’influenza dell’Arte Pop ha fatto il resto. 

Le esperienze artistiche scaturite a partire dagli anni Ottanta sono molteplici e variegate per tecniche e sperimentazioni, impegno e crescita artistica nel segno della contemporaneità. Hanno fatto parte del suo ampio bagaglio: la pittura a murale, sviluppata attraverso una collaborazione con un gruppo di artisti italo cileno, allestimenti, installazioni in istituzioni museali, laboratori artistici.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Barbara Natter

Sono occhi espressivi, profondi, capaci di narrare storie del passato, sogni e speranze di futuro quelli che brillano nei volti ritratti da Barbara Natter e che invogliano a vederne altri e altri ancora. Invogliano a conoscere meglio le loro storie e domandare all’artista cosa l’abbia spinta a ritrarli e fissare sulla tele quei tratti somatici, quelle vite. 

Sono fiori che raggiungono l’astrattismo, la metafora, la narrazione di una favola che va oltre la natura che tocca le corde dell’anima. 

È questa la variegata produzione artista di Barbara Natter, bolzanina formatasi presso l’Accademia di Belle Arti di Urbino per poi conseguito una laurea in Scienze della Formazione presso la Libera Università di Bolzano. Artista e insegnante quindi un binomio affascinante e spesso praticato. 

Dal 2017 infatti è artista libera professionista e parallelamente, svolge un’intensa attività didattica conducendo seminari e corsi d’arte in vari centri culturali dell’Alto Adige, tra cui il Kassianeum di Bressanone, Castello di Coldrano e la Casa della Famiglia di Soprabolzano. Sul piano artistico la sua ricerca personale l’ha condotta nel corso degli anni, a testare fino a farle proprie numerose tecniche e numerosi mezzi espressivi legati tanto alla pittura che alla grafica come pigmenti colorati, inchiostri, acrilici e collage, ma anche xilografia, monotipo) e lavorazione dell’argilla. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Martinetti: il pittore della vertigine

Da poche settimane ci ha lasciati uno degli artisti più significativi dell’astrattismo subalpino. Nato a Merano l’8 maggio 1931, il suo lavoro di architetto lo aveva condotto lontano dall’Alto Adige, a Torino dove in breve tempo era diventato un affermato architetto e un brillante pittore. Guidato sempre dalla passione e dall’entusiasmo sia nell’arte che nella progettazione aveva legato il suo nome ad importanti costruzioni e a numerose pitture. La sua idea di architettura è forse riassunta in questa sua frase: “Certo, i grandi fabbricati, i complessi articolati, hanno una forza espressiva enorme; eppure io sono convinto, spinto anche da fattori contingenti, che molte opere considerate ‘minori’ fanno parte di un’ esperienza totale e si manifestano nella musica, nelle scienze, o, come nel mio caso, nella pittura e nell’architettura.” 

Per quanto attiene la sua arte fu influenzato dalla letteratura e dagli scritti di Leopardi, Sartre, Thomas Mann, Borges, e Pound e dalla musica jazz, ma soprattutto dagli artisti non figurativi del dopoguerra come quelli incontrati alle Biennali veneziane, come Santomaso, Afro, Vedova e i fratelli Gio e Arnaldo Pomodoro. Martinetti aveva scelto la propria strada pittorica elaborando un linguaggio fatto di spartizioni geometriche dello spazio, precise, ordinate, spezzate e di gusto post-cubiste. Il cielo fu, insieme al mare, una presenza costante nei suoi dipinti. Vi faceva capolino specchiandosi in schegge di vetro in ogni dove, ritrovandosi anche là dove non lo si sarebbe cercato. 

Di lui il critico d’arte Luigi Serravalli scrisse: “… Arte e mestiere, per cui la luce ultima del ‘prodotto’ è sempre frutto di una particolare ‘intelligenza creatrice’, di uno ‘slancio vitale o come diceva Thomas Mann, ‘estasi fredda’.” 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Scherer, tra artee sperimentazione

Dal vetro soffiato all’acquerello, dai piccoli studi raffinati e preziosi a immensi cicli pittorici indimenticabili, questa l’opera di una vita intera completamente dedicata all’arte, alla ricerca e alla sperimentazione artistica. Apprezzato e ricercato sia dai collezionisti privati che dalle istituzioni Robert Scherer ha caratterizzato per anni la scena artistica tirolese, trentina, italiana ed europea.

La sua vita fu caratterizzata da eventi storici che ne segnarono gli importanti anni dell’infanzia e dell’adolescenza. Nato a Corces in Val Venosta nel 1928, completò la propria istruzione in Germania dove i suoi genitori, optanti, decisero di emigrare nel 1939.  Vissero così a Linz, Ottensheim (1939/40), Rufach (1942), Schweiklberg (1943) e Heidelberg.

Arruolatosi nella Wehrmacht, fu fatto prigioniero di guerra dagli americani a Berlino. Al termine del conflitto fu liberato e l’anno successivo fece ritorno a Corces dopo essere fuggito dalla zona di occupazione sovietica.

Tra il 1951 e il 1958 studiò all’Accademia di Belle Arti di Vienna diplomandosi in pittura e grafica. Anche l’architettura lo appassionava da sempre e per due anni studiò con il famoso architetto Clemens Holzmeister. Rientrato a Bolzano, le prime commissioni furono per i murales. Nel 1968 per un anno, lavorò presso la famosissima vetreria la Fucina degli Angeli. Rientrato in Alto Adige visse in molti luoghi della provincia fino a quando decise di fare di Palazzo Malfatti ad Ala la propria dimora e un centro grafico. Oltre all’artegrafica decise di donare a molti discenti i segreti dell’arte grafica, dell’affresco e dell’arte del vetro.  

Il suo lavoro artistico fu immenso sapendo egli dominare un gran numero di tecniche artistiche, comprendenti pittura murale, progettazione e esecuzione di vetrate colorate, sculture e mosaici, matita, inchiostro, gesso rosso, gesso e disegni a pastello, oltre ad acquerelli, tempera, ed infine pittura a olio e acrilica.

Autrice: Rosanna Pruccoli

I colori accesi e pieni di vitalità di Daniela Armani 

Sono tele in cui esplosioni di colore sono però capaci di dirimere il caos apparente per dar vita a splendidi volti che affiorano via via sempre più sicuri, sempre più assertivi, facendosi spazio fra le campiture di colore e guadagnandosi la propria centralità. In altre tele fanno capolino paesaggi urbani e persone a figura intera, anche se sembrano appartenere più al mondo scultoreo e monumentale e sembrano non tentare di umanizzarsi facendosi ritratto, ma paiono voler vestire i panni della metafora, della allegoria: citare senza essere, anelare senza vivere, anche se imponenti e indimenticabili al tempo stesso. Dallo scontro titanico dei colori primari scaturiscono sfumature inaspettate. Il fruitore non può che essere attirato da queste tele per restarne piacevolmente imprigionato seguendo sentieri labirintici che conducono al centro della narrazione. Daniela Armani, bolzanina, da decenni si dedica all’arte da autodidatta, sperimentando numerose tecniche quali l’acquerello, l’acrilico, l’olio, le terre e le tecniche miste. A partire dagli anni Novanta importanti sono state le lezioni del maestro Piol per la tecnica ad acquerello e quelle del maestro Giorgioppi per la tecnica a olio. Le architetture sono per Daniela Armani fonte di interesse e stimolo a giocare con volumetrie e prospettive. Numerose le mostre a cui ha partecipato e non meno importanti le sue personali.  

Autrice: Rosanna Pruccoli

Le atmosfere di Tacus

L’architetto e artista bolzanino Silvano Tacus ha saputo trovare presto la sua strada all’arte diventando una presenza irrinunciabile nel panorama artistico bolzanino. È stato a partire dal 2000 che ha provato il desiderio di cimentarsi nell’arte avvicinandosi all’acquerello e fu Pedro Cano (Blanca 1944) – uno tra i più grandi pittori spagnoli contemporanei per la tecnica dell’acquarello – il suo primo maestro. Guardando le opere di Tacus non vi sono dubbi che in Cano egli abbia trovato il fascino e il sentiero da cui partire per il proprio viaggio artistico.  

Affascinato dai giochi di luce e ombra, tacus cerca di restituirli sulla carta ritraendo i dintorni bolzanini. Molto interessanti sono gli acquerelli che ha dedicato ai castelli. 

Attraverso alcuni viaggi ebbe poi modo di approfondire la difficile tecnica dell’acquerello en plein air in zone dalle atmosfere molto diverse di quelle altoatesine, dove la luce calda si rifrange con effetti indimenticabili. Così, alla ricerca della luce, si è recato a Marrakech, Patmos, Cartagena, Blanca, Salonicco. In alcune località dell’Alto Lazio Tacus conosce il fascino dei giardini storici dove le piante si contendono lo spazio con gli antichi vasi o con le statue. A questo soggetto Tacus non solo riesce ad imprimere un patos particolare, un legame col passato, ma la sensazione per chi osserva queste opere è quella di trovarcisi all’interno pervasi dagli aromi delle erbe e dai profumi dei fiori. Da questa esperienza nascono le opere che furono esposte alla mostra collettiva a tema tenutasi a Villa Borghese a Roma.

Autrice: Rosanna Pruccoli

I volti caratterizzanti di Beatrice Mattei

Colori tenui appena sfumati a dare una nota di colore ad un bianco-nero carico di patos, frasi scritte in corsivo a completare le suggestioni, queste sono le opere su matrici fotografiche dell’artista Beatrice Mattei. 

Nata a Vipiteno nel 1959 è bolzanina di adozione. Pur senza aver frequentato l’Accademia di belle arti o una Scuola d’arte, Beatrice Mattei raggiunge il fruitore con intensità e lascia il segno. Ha iniziato ad esporre fin dagli anni Ottanta e nel corso degli anni ha sviluppato la propria arte modificandola e passando dall’ astrazione alla figurazione e poi alla figurazione corredata di testi che sono citazioni, ricordi, desideri, sogni.  

Ogni opera deve essere guardata prendendosi un po’ di tempo, perché le varie parti che vanno a comporre l’insieme risaltano ai nostri occhi anche singolarmente per poi riunirsi all’insieme dando profondità alla visione e al messaggio. Sfilano così immagini di donne dai tratti rassicuranti, dolci, trasognati romantici, oppure all’opposto sguardi ammaliatori, duri, di sfida, oppure disillusi. Altre ancora con gli occhi chiusi forse per non tradire i propri sentimenti, le proprie angosce, le proprie paure. 

I colori usati da Beatrice Mattei per creare sfumature sono molto particolari, si tratta di tonalità inusuali quali le tonalità del lavanda, della salvia, del rosa pallido, del grigio polvere. Tonalità queste che riescono a donare alle raffigurazioni alterità e mistero ma anche ad infondere una magica atmosfera.  

Autrice: Rosanna Pruccoli

Mille particolari che vivono di vita propria

Bruno Zanatta è un artista bolzanino che si è fatto conoscere per le sue tele dalle pennellate materiche che sono andate via via trasformandosi in opere complesse e tridimensionali dalle tonalità tipiche delle terre, ma anche degli ori, dei rossi e che mantengono poche ma affascinanti nuance. 

In queste opere oggetti inconsueti come chiodi, viti bulloni, rondelle, ma anche rami, radici, si trasformano in note apparentemente dissonanti ma che alla fine danno vita ad un concerto armonico e denso di sollecitazioni che permettono al fruitore di vederci le soluzioni più personali. Ogni più piccolo particolare sembra richiamare l’attenzione, sussurrare storie, parlare all’anima. Pronto a perdersi il fruitore ha la sensazione di camminare attraverso una Wunderkammer che chiede attenzione e promette meraviglia.  Lo stile pittorico portato avanti negli ultimi anni da Bruno Zanatta è infatti quello materico, nato da uno studio approfondito dell’informale europeo. Sono opere piene di forza e con una narrazione propria ma che possono ispirarne anche altre. Da sempre attratto dall’arte Bruno Zanatta ha studiato arte da autodidatta, frequentando corsi d’arte e imparando diverse tecniche artistiche. Senza mai abbandonare l’attività di ricerca artistica, negli anni 80 ha iniziato la sua collaborazione con la Filodrammatica di Laives lavorando come scenografo. Le sue scenografie hanno sempre riscosso molto successo e non sono pochi i premi da lui vinti. Sono numerose le mostre personali e collettive cui ha partecipato in molte città italiane e all’estero ma a mio avviso una ne connota la personalità generosa. Ha avuto luogo nei locali dell’ospedale di Bolzano all’indomani della pandemia di Covid. In quell’infausto periodo Bruno Zanardi passò ben un mese in terapia intensiva e la mostra ha voluto essere un riavvio alla vita e un ringraziamento a tutti coloro, fra medici e paramedici, che fecero l’impossibile per salvare i pazienti ricoverati. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Georg Tappeiner

Georg Tappeiner – meranese, classe 1964, fotografo pubblicitario di automobili dal 1985 al 2020 tra Londra e Milano – a partire dal 2006 e dopo ventuno anni lontano da zone di montagna e dal Sudtirolo, ha iniziato una attività fotografica parallela, una sperimentazione che ha condotto nel suo tempo libero e che dava spazio ad una sua grande passione: la montagna nella fotografia aerea. Il soggetto però non era la montagna in generale ma una zona montuosa specifica, ossia le Dolomiti che, tre anni dopo, nel 2009, furono dichiarate Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO. 

Il 2010 è stato l’anno della svolta: il National Geografic pubblicò in Germania e in molte altre nazioni una storia di copertina con le fotografie delle Dolomiti realizzate da  Georg Tappeiner. Sempre il National Geografic gli propose di creare una mostra itinerante con le sue fotografie. Fu così realizzata la mostra “Dolomiti – il cuore di pietra del mondo” che, tra il 2010 e il 2020, toccò numerose città europee e canadesi. Georg Tappeiner ha lavorato poi con varie riviste come Geo Saison, National Geographic e Conde Nast Traveller, pubblicato libri e calendari, curato mostre per il Ministero dell’Ambiente italiano e per le Nazioni Unite. Ora – in occasione del giubileo per i quaranta anni del “Südtirol Festival Merano” – è stata organizzata una mostra con gli scatti aerei di Georg Tappeiner e le macrofotografie di Ursula Stingel, sulle quali la compositrice inglese Rachel Portman ha creato una sinfonia. Nella mostra una piccola sorpresa attende i fruitori: due gioielli dagli artisti orafi della Posthaus realizzati con la Meranite e con un piccolo fossile preistorico delle Dolomiti. La mostra resta aperta e visitabile gratuitamente dal 27 agosto al 22 settembre 2025.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Margit Klammer, dialogo tra arte e natura

Nata a San Candido, Margit Klammer da anni vive e lavora a Merano. Formatasi all’Università di Arti Applicate di Vienna Margit Margit Klammer è una artista poliedrica assai nota e affermata. Le sue opere e i suoi progetti spaziano dalla scultura alla pittura alle installazioni. Il suo interesse però si è ampliato all’architettura studiando con importanti maestri come Matteo Tun e Wilhelm Holzbauer, così sono diventati assai numerosi i progetti eseguiti al fianco di architetti. Molteplici e fra loro assai diversi sono i luoghi in cui è possibile godere delle sue opere. Numerosissime le mostre personali e collettive a cui ha preso parte nel corso degli anni. Le sue opere sono caratterizzate dall’interazione tra arte e natura. Tra le sue opere più note sono da ricordare i cinque padiglioni e la voliera nei giardini di Castel Trauttmansdorff, il progetto di un livello del parcheggio Art Drive-in delle Terme di Merano, il progetto artistico “Terra Acqua Luce” presso la scuola secondaria di primo grado per l’agricoltura, Castel Baumgarten a Ora, il progetto della piazza davanti alla sede della Salewa a Bolzano, per il quale ha ricevuto anche un premio internazionale a New York, e il grande cubo sulla rotatoria all’ingresso nord-ovest della MeBo di Merano. Visto il suo forte legame con la natura si è dedicata anche alla progettazione di parchi gioco e giardini sia pubblici che privati. Sona davvero numerosi i concorsi pubblici in regione e all’estero cui Margit Klammer ha partecipato ed è molto affascinante leggere le relazioni accompagnatorie alle sue diverse proposte artistiche. È il caso dell’opera proposta al concorso della Clinica femminile e dermatologica di Heidelberg: “Le cellule si dividono, si fondono in formazioni più grandi e si mantengono separate l’una dall’altra da membrane. Riunirsi e dividersi… Il processo biologico di divisione cellulare per consentire la crescita è un prerequisito fondamentale per ogni vita. Per la Clinica di Heidelberg questo fatto diventa l’oggetto della progettazione artistica. Riguarda quindi non solo la clinica dermatologica o femminile, ma l’intero complesso e cresce al di là di esso. È un collegamento con la vita in generale”.

Autrice: Rosanna Pruccoli