Più di quarant’anni di servizio, di interventi, di cambiamenti, novità, ricordi. Su tutto questo poggia l’esperienza accumulata da Ruggero Facchini, stando nel corpo dei vigili del fuoco volontari di Salorno, appunto da… una vita.
Un racconto, il suo, attraverso il quale ci viene restituito il valore di una scelta che, per durare nel tempo così a lungo come nel suo caso, in primis deve nascere da un certo, ben saldo spirito d’altruismo e di fiducia.
Chi non l’ha vissuta, forse fatica a immaginare una Salorno della metà degli anni Ottanta. Ancor di più se il discorso verte sugli spazi, sui mezzi e sulle attrezzature per il soccorso, soprattutto facendo un paragone con le disponibilità offerte dal mondo di oggi. Ruggero Facchini, vigile del fuoco volontario dal primo giorno di gennaio del 1985, questa evoluzione l’ha vissuta in prima persona nella caserma dell’abitato più a sud dell’Alto Adige. Non a caso nel corso degli anni ha partecipato a talmente tante situazioni che, come lui stesso ammette, «è difficile ricordare tutto, sono passati molti anni». Capo squadra dal 1997, comandante dal 2005 al 2010 e vicecomandante fino al 2020 sono i ruoli ricoperti nella sua carriera. Senza contare che dal 2020 al 2024 ha ricoperto anche il ruolo di magazziniere, per poi continuare, fino a oggi, come pompiere ordinario.
I compagni lo descrivono come una persona sempre disponibile, dalla linea dritta e chiara, capace di portare all’interno del corpo grande entusiasmo e un forte senso d’appartenenza. «La battuta che spesso gli faccio, da quando sono comandante, è che lui è entrato a far parte del corpo quando io ancora non ero nato… anzi, presumo neanche in pianificazione!», sorride, parlando di Facchini, l’attuale capo dei “Freiwilligen” salornesi, Christopher Nardin.
Signor Facchini, da dov’è arrivata la decisione d’entrare a far parte della grande famiglia dei vigili del fuoco volontari?
È successo un po’ per caso. Parlando con alcuni amici, eravamo in tre e ci siamo detti: “Dài, proviamo”. Con il tempo gli altri due si sono ritirati, io invece sono rimasto. Va anche detto che nel 1984, avevo diciassette anni, ricorreva il centenario e i vigili del fuoco hanno fatto una grande festa in paese, proponendo anche delle manovre dimostrative. Quella è stata un’esperienza che mi ha colpito.
Cos’ha provato la prima volta che ha indossato la divisa?
Era una cosa nuova, ma se devo dire la verità non ho provato niente di particolare. C’era un bel gruppo, eravamo in pochi e siamo stati accolti subito bene. Questo è stato un bellissimo momento, tra risate, scherzi e manovre.
Cosa l’ha spinta a continuare e mantenere ancor oggi la stessa disponibilità verso gli altri?
Secondo me è una cosa che senti dentro. A volte può essere anche pesante e non sempre si ha la buona volontà di andare quando scatta la chiamata… Ma per chi fa questa scelta, bisogna sentire dentro questo spirito di altruismo.
C’è un intervento che ancor oggi, nel bene e nel male, ricorda come uno dei momenti più significativi della sua esperienza?
Ce ne sono diversi. Ricordo quando, purtroppo, è morto un ragazzo. Sul posto c’erano anche i genitori e dovevo consolarli. Ci sono situazioni in cui rimani male, soprattutto quando ci sono delle vittime. Gli interventi per gli incidenti sono quelli che mi rimangono più impressi.
Come si concilia questo particolare impegno, con le normali esigenze che richiede, per dire, il fatto di avere una famiglia, piuttosto che il lavoro, in generale la vita di tutti i giorni?
È importante avere una ragazza o una moglie in grado di accettare il fatto che tu debba uscire per andare a fare un intervento. Soprattutto quando si è giovani, è importante che la propria compagna ti sostenga e apprezzi quello che fai. Per quanto riguarda il discorso relativo al proprio lavoro, sono stato fortunato, perché lavoravo nel settore pubblico, al Consorzio di bonifica a Egna, e lì c’era disponibilità nei miei confronti. Portavo il certificato e, con quello, ero a posto. Non so, sinceramente penso che con un datore di lavoro privato sarebbe stato più difficile.
Quali sono stati, secondo lei, i cambiamenti più importanti vissuti in prima persona all’interno di questa realtà operativa?
Quando ho iniziato avevamo un’autopompa e una jeep con un carretto dotato di pompa per l’acqua. Non avevamo le pinze idrauliche, oggi indispensabili soprattutto negli interventi sugli incidenti stradali. Poi, con il tempo, sono arrivate sempre più attrezzature. Oggi però è molto più difficile rispetto a una volta. All’inizio intervenivamo soprattutto per gli incendi, poi sono aumentati sempre di più gli incidenti. E poi, parlando di numeri generali, rispetto a quando ho cominciato, gli interventi sono aumentati parecchio, come, in collegamento diretto, anche i mezzi e le attrezzature che utilizziamo. Una volta bastava conoscere due o tre cose, oggi bisogna continuare a formarsi. Quando si torna dopo un periodo in cui si è stati meno presenti, può capitare di aver dimenticato qualcosa, ma i compagni ti aiutano. Anche negli interventi con le pinze idrauliche bisogna prestare molta più attenzione: una volta bastava tagliare, oggi, con le automobili moderne, serve sapere dove intervenire, tenendo conto di tutti i sistemi di sicurezza di cui sono dotate.
Quanto contano la fiducia reciproca, l’affiatamento e la consapevolezza di poter contare sui propri colleghi nei momenti di pericolo?
Questi aspetti devono esserci, sono fondamentali. Se non ti fidi dei colleghi è meglio lasciar perdere… È ovvio che con i colleghi con cui hai condiviso più anni di servizio si crea un rapporto particolare. Il principio però è sempre lo stesso: “uno per tutti e tutti per uno”.
In conclusione, cosa sente di dire a delle ipotetiche nuove leve?
Se è una cosa che sentite vostra, sarebbe il caso di partecipare. Fare il vigile del fuoco volontario, come anche effettivo, è un impegno e bisogna sentire dentro il desiderio di farlo. Noi interveniamo sperando che non succeda mai nulla di grave, però è fondamentale essere sempre preparati e mossi da una spinta interiore.
Autore: Daniele Bebber