Case popolari

Sono sicuro che molti di voi lettori vorranno associarsi a me, nel ringraziare i quindici “rappresentanti della società civile” che nei giorni scorsi hanno rivolto un appello alla Provincia affinché a fronte di un bilancio di quasi 9 miliardi di euro, voglia finalmente aumentare i fondi a disposizione dell’Ipes. 

Dell’Istituto Provinciale per l’Edilizia Sociale nei mesi scorsi ne abbiamo sentito parlare quasi esclusivamente per la richiesta dell’assessora provinciale competente di rendere più snello l’organismo direttivo. Nei media invece pochi hanno trovato il modo di ricordare i dati che certificano come la Provincia negli ultimi 20 anni abbia ridotto di molto i finanziamenti per sostenere l’edilizia sociale. 

Una volta si chiamavano case popolari, ricordate? Molti di noi hanno una parte della storia della propria famiglia indissolubilmente legata agli edifici pubblici in affitto. Erano appartamenti assegnati ai nostri padri e ai nostri nonni che lavoravano. All’epoca questa soluzione abitativa era stata individuata per fornire un tetto ai tanti cittadini che erano giunti spesso da fuori per contribuire allo sviluppo dei nostri centri urbani. Ebbene: questa esigenza non è scomparsa, anzi. Negli ultimi anni l’Alto Adige – sia nel settore pubblico che in quello privato – ha rinnovato, in forme diverse e più moderne, questa forte richiesta di forza lavoro. Trovandosi alle prese con un mercato abitativo in cui ormai è quasi impossibile per i giovani lavoratori l’acquisto di un appartamento. Per anni l’acquisto di un alloggio è stato identificato dalla politica come soluzione da privilegiare e sostenere. Oggi è sotto gli occhi di tutti: quel tempo è finito. Torniamo infatti ad avere urgente bisogno di alloggi in affitto e a questa richiesta è giusto che sia di nuovo il “pubblico” a farsene carico. 

I quindici rappresentati della società civile nel loro appello non si limitano a sollecitare investimenti da parte della Provincia nell’edilizia sociale ma, giustamente, fanno altre richieste. Innanzitutto un maggiore coordinamento con i Comuni che devono individuare i terreni necessari. A ciò si accompagna la necessità di procedere in maniera celere alla ristrutturazione del patrimonio di alloggi pubblici che al momento sono inutilizzabili. Poi – dicono i promotori dell’appello – la politica dovrà finalmente operare per fare in modo di riequilibrare la legislazione che al momento promuove gli affitti brevi (turistici) a scapito di quelli a lungo termine (per lavoro). 

Non c’è tempo da perdere.  

Autore: Luca Sticcotti

Cai Laives, storia di una comunità

La sezione locale del Club Alpino Italiano ha una storia relativamente recente, ma ha saputo rappresentare, in poco meno di quattro decenni di attività, un riferimento importante non solo per la vita sociale del territorio.

Chi è appassionato sa molto bene che la montagna è incontro e condivisione. Il Cai, il Club Alpino Italiano, di Laives lo ribadisce da ben oltre trent’anni attraverso escursioni, attività sociali e iniziative dedicate ai giovani che, a questo gruppo, hanno permesso d’accompagnare intere generazioni di laivesotti.

Ogni storia, grande o piccola che sia, inizia dalla volontà di lasciare un qualcosa ai posteri. È quanto accaduto trentacinque anni fa a Laives, quando un gruppo di residenti appassionati di montagna ha deciso di dare al loro abitato una realtà del Club Alpino Italiano (Cai). Carlo Lanzarin, Beniamino Donini, Sergio Cattelan, Vittorio Settili, Sergio Cornella, Mauro Gianni, Rupert Codalonga, Lino Micheletti, Ezio Cattelan, Giuseppe Comper, Otello Roso, Massimo Cuel, Walter Casotti, Luigi Endrizzi, Lodovico Grisotto e Marta Casotti sono nomi e cognomi di quei residenti che, nella prima assemblea del 18 novembre del 1991, nominarono Cesare Zenorini (anche patron dello storico carnevale di Laives) come primo presidente di una realtà che ben presto trovò il proprio spazio nella comunità di Laives.

“Il Comune di Laives, in quegli anni, aveva circa tredicimila abitanti con tanti appassionati di montagna e amanti della natura” narra l’attuale presidente, Gianfranco Idini. L’Alta Via di Laives, il Burrone Giovanelli di Mezzocorona o Cima Roen furono tra le prime escursioni. “Poi, pian piano, si iniziò a spaziare di più in provincia, con uscite all’Alpe di Siusi, alla Gardenaccia-Puez Hütte, fino alle Alpi Aurine e al Gran Pilastro”. Idini sottolinea pure che nonostante le difficoltà economiche e logistiche “la montagna degli anni Novanta ha vissuto una grande trasformazione”.

In che senso?

Ha contribuito l’aumento del turismo dovuto a un ambiente con una natura ancora incontaminata e al miglioramento delle infrastrutture stradali.

Un capitolo di spessore nella storia di ogni associazione l’ha ricoperto l’attività rivolta ai giovani. Dal 1992 e per molti anni, il Cai di Laives ha investito energie e tempo nella formazione dei giovani con corsi, incontri e uscite dedicate alle diverse fasce d’età. Era un vostro obiettivo primario?

Il momento più importante è stato quando un coordinatore e responsabile del direttivo si è occupato esclusivamente del gruppo giovani. Ha aperto la strada il Corso d’avvicinamento alla montagna, promosso a livello provinciale dal Cai Alto Adige, dove  bambini e adolescenti imparavano a camminare sui sentieri, a conoscere flora, fauna, topografia, aree protette e tutela del territorio con escursioni domenicali, incontri in sede, arrampicata vissuta come gioco educativo, esperienze culturali e momenti di condivisione con altri gruppi provinciali. Oggi, purtroppo, tutto questo per noi non c’è più, per la mancanza di giovani attratti da questa attività. In compenso abbiamo un discreto numero di ragazzi che frequenta la nostra palestra di arrampicata sportiva a Laives.

In che modo la sezione ha contribuito alla vita sociale di Laives?

Delle nostre attività hanno fatto parte una grande massa dei laivesotti, come soci e simpatizzanti e crediamo che questo sia un prezioso passaggio nella vita sociale delle persone, che di fatto hanno costituito una parte delle nostre attività. In più la sezione opera con la partecipazione ad attività per il sociale.

Ci sono collaborazioni storiche con scuole o altre associazioni?

Negli anni “buoni” continuamente con le scuole, organizzando attività con varie classi, sia elementari sia medie, e abbiamo fatto incontri propedeutici sulla montagna e sull’ambiente. Quando richiesto, collaboriamo con altre associazioni in attività ludiche e in ambito comunale.

Il turismo ha cambiato il modo di vivere la montagna?

Ha portato una maggiore pressione sul territorio con la costruzione di strutture d’accoglienza, rifugi, che, di fatto, in alcuni casi di rifugio non hanno niente da spartire, ma sono veri e propri “resort”; e poi la creazione di sentieri e nuove piste da sci, con gli inevitabili impianti si risalita, nuovi o ampliati all’impossibile.

Quali sono ad oggi le principali sfide del Cai di Laives e in generale di tutte le sezioni?

Cambiamenti climatici e dissesto idrogeologico vedono le montagne più pericolose, con crolli di roccia che costringono alla chiusura di sentieri e vie alpinistiche. L’ambiente montano dove si cerca di promuovere la tutela, cercando di sostenere uno sviluppo del turismo sostenibile e responsabile. Per finire una formazione con corsi di attività per guide e accompagnatori, per garantire una sempre più competenza nelle attività di montagna e all’insegna della sicurezza nella frequentazione.

Qual è il ricordo personale più forte legato alla montagna?

Ne ho tanti e non saprei fare una scaletta, anche se uno in particolare è il più bello e posso dire che ho più nel cuore. Nel 1994, anno in cui non ero ancora socio Cai di Laives, ho fatto il GR20 in Corsica, un trekking di 14 giorni, impegnativo, di 180 chilometri attraverso le montagne della Corsica, con partenza da Calenzana, nel nord-ovest, fino a Conca, sulla costa sud-orientale. Un grande ricordo!!

Quale valore vorrebbe trasmettere alle nuove generazioni?

Rispetto per la natura, responsabilità nelle attività montane dove la montagna sia un luogo di incontro e condivisione e, non per ultimo, passione e curiosità nell’esplorazione della montagna, anche all’insegna dell’avventura, ma sempre in sicurezza.

Autore: Daniele Bebber

Gli anziani come “maestri”

Ci sono persone che lasciano un segno silenzioso nel modo in cui una comunità si prende cura dei suoi anziani. Nel nostro viaggio tra le buone pratiche della cura in provincia di Bolzano, il nome di Aurora Benitez è tornato più volte: ex collaboratrice dell’Azienda Servizi Sociali di Bolzano, è stata incoraggiata da professionisti del settore a mettere a disposizione anche al di fuori dell’ente una visione della cura maturata in anni di lavoro accanto agli anziani e alle loro famiglie. Fino alla scelta di lasciare un lavoro sicuro per provare a costruire qualcosa di diverso. La sua storia personale si intreccia con una domanda che oggi riguarda molte famiglie: come accompagnare la vecchiaia senza arrivare sempre all’emergenza?

L’INTERVISTA

Aurora Benitez, lei è arrivata in Italia dal Perù nel 1991. Da dove comincia la sua storia?

Avevo diciannove anni e dentro una spinta enorme: volevo cambiare il mondo. Venivo da un Perù ferito, segnato dalla violenza e dalla paura. La mia insegnante di filosofia mi diceva sempre: “Non smettere mai di sognare, perché sono i sogni che ti salvano nei momenti difficili”. Credo che quella frase mi abbia accompagnata per tutta la vita. Arrivai a Ischia con un contratto di lavoro. Facevo un po’ di tutto — lavoravo dodici, tredici, quattordici ore. Oggi direi che non tutte le regole erano rispettate, ma allora non lo sapevo e non avevo gli strumenti per capirlo. Mi trovai davanti a un mondo che non conoscevo: da una parte venivo da un Paese dove mancava tutto, dall’altra vedevo feste, barche, tavole piene di cibo. Il primo giorno mi venne da piangere.

E poi?

Poi a Napoli trovai lavoro presso una famiglia. La signora mi mostrò un mestolo su cui c’erano scritte tre parole: pazienza, amore, volontà. Mi chiese: “Tu credi di avere queste cose?”. Io risposi: “Penso di sì”. Quella casa è stata una scuola: ho imparato a stirare bene, a pulire, a cucinare, a organizzare. E non fu solo un lavoro: quella famiglia aveva perso un figlio di diciannove anni, la mia età. Penso che in qualche modo la loro ferita abbia incontrato la mia.

Come è approdata al mondo dell’assistenza?

Per una serie di circostanze finii a Bolzano invece che a Milano. Dopo qualche lavoro in montagna e in città, una famiglia mi propose di occuparmi di una persona malata di sclerosi multipla. Era un medico, e fu lui a insegnarmi come si muove un corpo, come si rispetta una persona fragile. Mi spinse anche a studiare, a non fermarmi lì.

Poi arriva il lavoro nelle strutture per anziani.

Il primo fu a Villa Serena, poi mi trasferii a Egna, dove ho lavorato fino al 2011 nell’assistenza diretta. Lì ho imparato moltissimo. Io dico sempre che gli anziani sono stati i miei maestri. Quando lavori con loro devi essere vera. Loro non guardano la perfezione, guardano se ci sei. Si accorgono dalla voce se sei triste, se sei stanca. E sanno tirarti fuori una parola, un consiglio, una carezza anche quando sei tu a doverli assistere.

Che cosa le hanno insegnato?

Che la cura non è solo fare una prestazione. Non è solo lavare, vestire, dare da mangiare. È relazione. È portare il fuori dentro. Io facevo le cose necessarie, ma cercavo anche di dare tempo alla persona: una canzone, una chiacchiera, un ricordo. Gli anziani mi dicevano: “Tu ci capisci perché anche tu hai vissuto cose difficili”. Loro avevano conosciuto la guerra, la nostalgia, la perdita. Io avevo conosciuto la migrazione, la fatica, la lontananza. Ci riconoscevamo.

Nel 2011 cambia ruolo. 

Mi proposero di seguire i soggiorni marini per persone non autosufficienti, gestiti dall’Azienda Servizi Sociali per il Comune di Bolzano. Dal 2011 al 2017 mi occupai del coordinamento: non incontravo più solo l’anziano, ma anche le famiglie, le case di riposo, i servizi. Ho cominciato a vedere il territorio nel suo insieme. Il primo giorno dei soggiorni l’autobus era silenzioso, tutti chiusi, quasi tristi. Dopo due giorni cambiava tutto. Era come vedere degli uccellini che all’improvviso ricominciano a cantare.

Da qui nasce la sua idea di cura?

Sì. Io da anni sognavo un centro diurno dove gli anziani potessero stare durante il giorno e poi tornare a casa la sera. Perché l’assistenza uno a uno è importante, ma quando sei in gruppo c’è un’altra vita. Puoi parlare, litigare, fare pace, ascoltare musica, incontrare associazioni, scuole, parenti. Se gli anziani non possono uscire nel mondo, dobbiamo far arrivare il mondo da loro. Il punto è costruire una regia tra casa, assistenza domiciliare e comunità. Da lì è nata Domus Care 24, una cooperativa sociale di assistenza domiciliare. Sentivo che dovevo mettere a disposizione quello che avevo imparato.

Qual è l’errore che vede più spesso nelle famiglie?

Aspettare troppo. Spesso si arriva quando la situazione è già ingestibile, invece bisognerebbe inserire un aiuto prima, poche ore al giorno, in modo graduale. La vecchiaia è un processo, e accettare di essere fragili è un lutto. Anche quando c’è demenza, la persona continua a sentire: può perdere memoria, ma non perde tutto. Bisogna fare passi piccoli, preparare le possibilità — compresa la casa di riposo — senza viverle come una sconfitta. Vedo tanta solitudine, nelle famiglie che incontro. Figli che si trovano per la prima volta ad accompagnare un genitore fragile, senza che nessuno li abbia preparati. Fanno quello che possono, e per questo non devono sentirsi in colpa. Servirebbe una guida, non uno che giudica, ma qualcuno che dica: facciamo un passo alla volta. La cura non può essere lasciata all’improvvisazione, e non può essere solo un problema privato. Dovrebbe essere una rete.

Da dove prende ancora energia?

Dalle storie. Dagli anziani, prima di tutto. Dalla mia famiglia. E forse anche da quella ragazza di diciannove anni che è partita dal Perù con il sogno di cambiare il mondo. Oggi non penso di cambiare il mondo intero. Però penso che si possa cambiare un pezzo di mondo: una casa, una famiglia, una persona che si sente meno sola. Per me questo è già molto.

Autore: Till Antonio Mola

Volontariato: “prestazione d’eccellenza”

Il 13 maggio al NOI Techpark di Bolzano sono stati consegnati i premi “Prestazione d’eccellenza 2026”: 21 persone, otto progetti e un progetto transfrontaliero. Sport, musica, inclusione, digitale, pace. Un ritaglio di quello che succede, in silenzio, in questo territorio. Tra le premiate c’è anche Giulia Salvi, responsabile regionale AGESCI per il Trentino-Alto Adige, riconosciuta per il volontariato giovanile. L’abbiamo incontrata per capire cosa c’è dietro un premio come questo. E soprattutto cosa c’è dietro una scelta come la sua.

L’INTERVISTA

Giulia, come ci si avvicina al mondo dello scautismo? Com’è andata per te?

Al mondo dello scautismo ci si avvicina per conoscenza: familiare, di quartiere, di parrocchia. Perché lo si è stati da piccoli e i genitori cercano un gruppo anche se si trasferiscono. Perché i compagni di classe lo fanno, o i fratelli dei compagni. Per me è andata che una buona parte dei miei cugini era scout, alcuni già capi. E ricordo bene una mia cugina, Federica, che a un certo punto mi dice: “Allora ti metto in lista.” Ed è andata così.

E come si finisce per diventare responsabile regionale?

Dando la propria disponibilità. Ma prima bisogna avere dimestichezza con le strutture associative, aver già prestato servizio in qualche ruolo da quadro. Io avevo fatto l’incaricata regionale per la fascia di età 16-21 anni, quindi conoscevo un po’ le dinamiche. C’era bisogno di qualcuno che ricoprisse questa carica, e io ho detto sì.

Che cosa insegna il metodo scout che difficilmente si trova altrove?

La capacità di progettarsi. Di ragionare su sé stessi, sulla propria crescita in un’ottica progettuale. E poi lo stare insieme, il vincere insieme, il non dover primeggiare come singoli. L’idea che l’importante è partecipare e fare a propria parte. Che si può anche non essere al top, che si può (o si deve!) sbagliare per imparare dai propri sbagli. Che possiamo perderla una partita ogni tanto, e che non è poi una tragedia.

Guidare una realtà come l’AGESCI regionale significa fare i conti con territori diversi tra loro, ognuno con le proprie particolarità. Come si lavora su questa eterogeneità?

Sono onestamente nuova in questo ruolo, e quindi non lo so ancora troppo bene come si fa. Credo che prima di tutto bisogna conoscere le realtà in cui si è. Nel lavoro con i gruppi locali, già solo fare attenzione alle peculiarità significa accorgersi che nella nostra regione ci sono due calendari scolastici diversi. E poi credo che la chiave sia entrare in relazione con le istituzioni, farsi conoscere, fare in modo che abbiano i propri contatti. In provincia di Trento, dove abbiamo anche la sede legale, ci riesce meglio. Qui in Alto Adige sono conosciuti i singoli gruppi, ma forse facciamo più fatica a interfacciarci come associazione regionale. Ci vogliamo e dobbiamo lavorare.

Perché una società come quella di oggi ha ancora bisogno del volontariato, della gratuità?

Perché viviamo in una società sempre più individualista, ma la forza per superare le problematiche sta nel noi, non nell’io. “Nessuno si salva da solo”. E nessuno si salva a pagamento. Riconoscere che è importante aiutare la comunità, che il bene comune senza comunità non si realizza: questo è fondamentale. E lo scautismo lo porta dentro, questo: lo stare insieme, la fraternità internazionale, la pace… 

In controtendenza rispetto al mondo là fuori in cui… si bisticcia parecchio…  

Già. Per noi è centrare educare cittadine e cittadini del mondo capaci di disinnescare, invece che di innescare, capaci di accogliere, e a utilizzare un linguaggio nonviolento.

Guardando ai prossimi anni, su cosa vorresti puntare come responsabile regionale?

Vorrei riuscire a farci conoscere di più in Alto Adige e a collaborare di più con gli altri gruppi del territorio, soprattutto con quelli di lingua tedesca, ma anche con CNGEI e FSE (le altre associazioni scout presenti sul territorio regionale).

Il premio che hai ricevuto parla di “prestazione d’eccellenza”. Ti considereresti un’eccezione?

Assolutamente no e non mi sento nemmeno un’eccellenza. Mi sento una persona che prende molto seriamente gli impegni. Se mi sono impegnata in qualcosa, non lo metto mai in secondo piano. E ci metto passione, perché il metodo educativo scout è una cosa in cui credo davvero, credo nell’educare le nuove generazioni con uno sguardo aperto. Se restiamo sempre fatti così, non andiamo da nessuna parte. Quindi no, non mi sento un’eccezione. Mi faccio entusiasmare, mi faccio coinvolgere, e sono arrivata a fare la responsabile regionale. Ma sono semplicemente una che prende gli impegni sul serio.

Insieme a Giulia, la cerimonia ha premiato dall’Alto Adige Alexandra Felderer (Katholische Jungschar), Fabian Haas (Società Calcistica Ora), Jacqueline Kneissl (Centro giovanile Parcines INSIDE EO) e Christian Mair (Blindenapostolat). Tra i progetti: il coro giovanile Kyrios di Badia, che da oltre cinquant’anni unisce qualità musicale e comunità intergenerazionale; DUNG VFG di Bolzano, che lavora per far riconoscere il gaming come forma di cultura e formazione, promuovendo un rapporto consapevole con i media digitali; e “8-13 Peace & CRI” della Croce Rossa, che trasmette a bambini e ragazzi valori come solidarietà, responsabilità e cittadinanza attiva. Come progetto transfrontaliero è stata premiata l’EuregioYoungJury del Filmclub Bolzano, che riunisce giovani da Tirolo, Alto Adige e Trentino per guardare film, discuterli e assegnare insieme un premio. Storie diverse, ambiti diversi, un filo comune: qualcuno che ha deciso di esserci e fare la propria parte.

Autore: Marco Valente

Passi di pace nel vuoto della politica

In un mondo che trasforma i ministeri della difesa in ministeri della guerra e che chiama al riarmo, dove la guerra torna a essere strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, a Merano un gruppo di cittadini ha attraversato la città compiendo passi di pace.

“Passi di pace” (che fa tappa nei luoghi di culto delle diverse comunità religiose) è iniziativa del Team ecumenico, Rete interreligiosa che, da quasi vent’anni, scommette sul dialogo tra persone, comunità, tradizioni e lingue.

Poche settimane fa il card. Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme, ha scritto una lettera che vale ben oltre i confini della Terra Santa (“Tornarono a Gerusalemme con grande gioia”). In essa descrive con saggezza quella situazione e suggerisce a cosa siamo chiamati. Va letta integralmente, qui solo alcuni frammenti. 

Premessa: “Quello che stiamo vivendo non rappresenta solo un conflitto locale. È il sintomo di una crisi molto più profonda, di un cambiamento di paradigma a livello globale”.

La situazione: “Alcune potenze mondiali, che un tempo si presentavano come garanti dell’ordine internazionale, rivelano oggi un volto diverso: scelgono da che parte stare non in base alla giustizia, ma in base ai propri interessi strategici ed economici. Buona parte delle istituzioni – civili, politiche, religiose – finiscono così per rimanere spettatrici silenziose e impotenti di fronte all’emergere di questo nuovo disordine mondiale”. 

Le reazioni: “Di fronte alle tragedie e alle ingiustizie di questo tempo, il sentirsi vittima è una reazione profondamente diffusa. Ciascuno tende a percepire la propria tribolazione come unica e assoluta. Questo atteggiamento rende molto difficile riconoscere il vissuto dell’altro, e segna profondamente il modo in cui persone e comunità vivono e interpretano ciò che accade intorno”.  

Il rischio: “Quando il grido di chi patisce sembra non trovare ascolto né risposta, si è tentati di perdere la fiducia nelle comunità di fede, che dovrebbero essere voce dei più deboli, e persino in Dio”. 

La speranza: “Sarebbe ingiusto, però, fermarsi solo a questa descrizione così cupa dei problemi che la realtà evidenzia. Perché proprio in quel crinale, nel vuoto lasciato dalla politica e dal diritto, non hanno mai smesso di operare associazioni, movimenti, realtà di base. Non per ingenua vocazione al dialogo, ma per una testarda ostinazione a considerare l’altro un essere umano. … È da lì, da questi frammenti di umanità concreta, che potrà emergere il progetto di una convivenza possibile. Se e quando si uscirà dalle macerie, saranno loro – non i grandi organismi internazionali in crisi – a dover essere gli architetti della ricostruzione. La debacle del sistema internazionale, in questo, ha almeno il merito di aver restituito visibilità e dignità a chi non aveva mai smesso di lavorare sul campo” e a compiere, appunto, passi di pace. 

Autore: Paolo Bill Valente

Psicopolizia ed esperimenti di massa su larghissima scala

A chi ha familiarità con George Orwell, il concetto di Psicopolizia non dovrebbe essere del tutto nuovo, così come non lo sarà per chi conosce la Brain Police di Frank Zappa: ma Psicopolizia, per chi abita e bazzica la scena musicale della nostra regione, è anche il nome di una formazione che ha fatto parlare abbastanza di sé prima di sciogliersi nel 2008. Tre anni fa però, il gruppo originale ha sentito che forse era il momento di tornare a far sentire la propria voce, una voce della coscienza, in qualche modo, un po’ come quella del Grillo Parlante di collodiana memoria, una voce scomoda magari, ma del tutto non scontata.

“Quando il gruppo originale si era sciolto nel 2008 – racconta Emanuele Zottino, che è uno dei fondatori e chitarristi degli Psicopolizia –, non avremmo mai pensato che potessimo tornare insieme, invece a distanza di quindici anni, ci è parso che certi temi affrontati nei testi di Pietro Frigato, il nostro cantante, fossero stati quasi profetici all’epoca della loro stesura, e quindi fossero quanto mai attuali oggi. Così abbiamo rimesso in piedi il gruppo, con Davide Ferrazzi che aveva preso il posto del chitarrista originale Alessandro Lo Vetro, aggiungendo alla nostra musica qualche elemento indie-rock del suo bagaglio personale. Ora però c’è stato un nuovo avvicendamento tra i due e quindi gli Psicopolizia sono un quartetto che si completa con il basso di Andrea Lo Vetro e una batteria elettronica in luogo del batterista Paolo Seppi”.

Da fine aprile sulla piattaforma Soundcloud è possibile ascoltare le nuove canzoni della band, un EP intitolato Esperimenti di massa (ad un livello mai visto), il cui titolo allude neppure velatamente a quello che potrebbe essere stata la pandemia di inizio decennio. Insomma, un tema di quelli cari a Pietro Frigato che con le sue liriche quasi recitate dimostra di essere sempre sul pezzo, col pregio, qui, di essere meno torrente di parole rispetto all’altro progetto musicale che condivide con Zottino, i Controfase (RCCM). L’EP si compone di quattro brani, due del repertorio iniziale e due nuovi di zecca, Revolving Doors con appunto le allusioni alla pandemia, e Transhumanist Necropolitics che combina due testi differenti, uno in inglese ed uno in italiano.

“Lavorare a questo materiale – ci spiega Zottino – è stata una sfida, innanzitutto le due composizioni dei nostri esordi sono state riarrangiate per l’esecuzione con la formazione senza batterista. Per quanto riguarda la parte musicale del nostro lavoro, siamo Alessandro ed io ad occuparcene, partiamo da una piccola idea, lavorando sempre insieme, abbiamo diversi riff, diverse melodie che ci girano dentro, poi inizia il lungo lavoro di scarto per mantenere una traccia su cui costruire il brano. È un lavoro difficile, impegnativo, perché l’obiettivo è arrivare a ciò che ci vuole per i testi di Pietro. E il risultato deve essere qualcosa che non faccia da sottofondo alla sua voce, né qualcosa che la copra. Musica e voce devono essere sempre sullo stesso piano, è la nostra regola, sono ugualmente importanti”.

Basta ascoltare il vecchio brano che dà nome al gruppo per comprendere le parole del chitarrista, che come il suo collega si occupa anche delle parti elettroniche della musica degli Psicopolizia: la composizione si snoda su un giro di basso che, forse involontariamente, richiama l’incedere psichedelico e orientaleggiante della White Rabbit dei Jefferson Airplane. 

“È la nostra canzone manifesto – prosegue il musicista – col tema del controllo su quello che pensiamo, con i controllori, o psicopoliziotti che per tenerci sotto usano anche le nuove tecnologie che ovviamente ai tempi di Orwell non c’erano. Per noi è un pezzo irrinunciabile. Il secondo brano ripescato è invece Bi-pensiero, anch’esso ispirato alle atmosfere orwelliane, con particolare attenzione alla manipolazione del linguaggio, per cui la libertà è schiavitù, la guerra è pace, l’ignoranza è forza. La teoria di Orwell per cui crediamo di vivere una realtà e invece ne stiamo subendo un’altra, una teoria profetica come il concetto della Psicopolizia. Purtroppo i testi denunciano delle situazioni, senza avere le soluzioni, sta a noi reagire o meno a queste situazioni. Però magari intanto, l’ascoltatore seguendo i testi delle canzoni si pone delle domande. Ed è già il raggiungimento di un obiettivo”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Una rondine che… legge

Qui Intervista ad Alice Tomada, una violinista di Bolzano attiva come concertista in Italia e all’estero. Di recente ha conseguito un Master Solistico presso la Zürcher Hochschule der Künste. Tra i suoi impegni di questo mese figurano una tournée in Sud America con l’Orchestre des Champs-Elysées e un Recital solistico in Svizzera.

La cosa di me che mi piace di più.

Sono un’inguaribile ottimista.

Il mio principale difetto.

Il disordine.

Il mio momento più felice.

Il mio debutto come solista in Repubblica Ceca, in un concerto che per me significava molto, con mamma e papà tra il pubblico.

Da bambina sognavo di diventare…

Una scrittrice.

Il mio piatto preferito.

La pizza.

La mia occupazione preferita.

Leggere, sia musica che libri.

Un libro da portare sull’isola deserta.

Oceano, mare, di Baricco.

Nel mio frigorifero non manca mai…

è già tanto che ci sia qualcosa!

Se fossi un animale sarei…

Una rondine.

Tre aggetivi per definirmi.

Determinata, curiosa, creativa.

La prima cosa che faccio al mattino…

Capire dove mi trovo.

Il mio film preferito.

Il Signore degli Anelli.

Il mio attore preferito. 

Cillian Murphy.

Il superpotere che vorrei avere.

Il teletrasporto.

Il mio sogno ricorrente.

Arrivare alla prima prova e scoprire di aver studiato il concerto sbagliato.

Il mio ultimo acquisto.

Delle corde di budello per il mio prossimo progetto barocco.

Amo il mio lavoro perché…

Non mi annoia mai, c’è sempre una nuova destinazione da scoprire.

Il mio motto.

La fortuna aiuta gli audaci!

L’oggetto a cui sono più legata.

Ovviamente il mio violino.

Il mio colore preferito.

Tutte le sfumature del blu!

Autrice: Anna Michelazzi

L’epoca della Belle Époque tra Bolzano e l’Oltradige

Se oggi il turismo viene sempre più spesso percepito come un peso difficile da sostenere per le comunità residenti, vi fu un tempo — non troppo lontano — in cui viaggiare rappresentava ancora un privilegio riservato a pochi e il turista era considerato quasi un esploratore. Per attraversare l’Europa, scalare montagne o raggiungere vallate remote servivano denaro, molto tempo libero e soprattutto spirito d’avventura. Viaggiare non era ancora consumo di massa, ma esperienza, scoperta e in parte anche sfida personale.

Tra le figure simbolo di questo primo turismo aristocratico vi fu certamente l’imperatrice Elisabetta d’Austria, la celebre Sisi. Per sfuggire all’etichetta della corte viennese, ma anche per il suo carattere inquieto e curioso, trascorse lunghi periodi in viaggio tra Mediterraneo, Europa centrale e regioni alpine. In un certo senso fu proprio lei, involontariamente, ad anticipare il turismo moderno: al seguito dell’imperatrice si mossero nobili, giovani dell’alta borghesia, artisti e avventurieri, desiderosi di vedere gli stessi paesaggi ammirati dalla corte imperiale.

Il Tirolo meridionale divenne così una delle mete predilette della Belle Époque. Località come il Passo della Mendola, Carezza o le rive del lago di Caldaro si trasformarono progressivamente in luoghi d’incontro dell’élite europea. Anche scrittori, pittori e intellettuali scoprirono queste terre, contribuendo alla nascita di una vasta letteratura di viaggio fatta di descrizioni romantiche, racconti alpini e impressioni paesaggistiche.

Decisivo fu soprattutto lo sviluppo delle infrastrutture.

Nella seconda metà dell’Ottocento l’Impero austro-ungarico investì enormemente nella costruzione di ferrovie, strade di montagna e, poco più tardi, funicolari e funivie. La ferrovia del Brennero aveva già trasformato Bolzano in una porta d’accesso alle Alpi; da qui si svilupparono poi collegamenti locali verso le aree considerate più suggestive e salubri. Nella guida “Das Überetsch und die Bahn von Bozen nach Kaltern”, pubblicata a Innsbruck nel 1898, J. C. Platter descrive i luoghi più ameni della cosiddetta conca di Bolzano, a partire da Blumau/Prato Isarco, dove — secondo l’autore — terminava il nord freddo e spigoloso per lasciare spazio a una terra quasi mediterranea, fatta di vigneti, cipressi, palme e del clima mite di Bolzano, Oltradige e Bassa Atesina.

All’epoca Bolzano, o meglio Bozen, era poco più di un grande borgo circondato da numerosi comuni autonomi: da Settequerce a San Maurizio, da Gries a Dodiciville, fino ai paesi e alle frazioni di Appiano e Caldaro.

“Bolzano, l’ultima città tedesca del sud, conta circa 12.000 abitanti”, scrive Platter, sottolineando come la città fosse ormai punto di partenza per escursioni, soggiorni climatici e cure. La sua estate, osserva con entusiasmo, sembrava durare da febbraio fino a novembre inoltrato. “Ogni anno oltre 40.000 turisti, ospiti di cura e viaggiatori di piacere provenienti da tutta Europa soggiornano a Bolzano e Gries”.

La strada della Mendola era stata costruita tra il 1880 e il 1885 e pochi anni dopo, nel 1903, sarebbe entrata in funzione anche la funicolare da Sant’Antonio al Passo. Con l’aumento del traffico e soprattutto con lo sviluppo dell’esportazione di vino e frutta, emerse però la necessità di nuovi collegamenti. Nacque così la Ferrovia dell’Oltradige, dovuta all’iniziativa del barone Andreas von Di Pauli di Caldaro e del banchiere bolzanino Sigismund Schwarz, già noto per il suo impegno nel settore ferroviario e dei trasporti. La nuova linea, costata oltre un milione di corone e ufficialmente denominata Localbahn Sigmundskron–Kaltern (Ferrovia locale Castel Firmiano-Caldaro), aveva una lunghezza di 15,2 chilometri, dei quali 4,4 coincidevano con il tratto della ferrovia di Merano da Bolzano fino poco oltre Castel Firmiano. I convogli procedevano alla velocità di circa 25 chilometri orari, ma per i viaggiatori dell’epoca quella piccola ferrovia rappresentava già una porta spalancata sul paesaggio incantato dell’Oltradige.

Autore: Reinhard Christanell