I luoghi del sacro nelle Alpi preromane

Nell’Italia preromana esistevano numerosi popoli che occupavano territori anche molto estesi della penisola. Se ci limitiamo all’ultimo millennio prima della nascita di Cristo, i protagonisti principali sono gli Etruschi (che si autodefinivano Rasna, “popolo”), stanziati tra l’Italia centrale e parte della Campania, gli Umbri lungo l’Appennino, i Sanniti nell’Italia centro-meridionale e gli Osci tra Campania e Basilicata. A nord, invece, dall’area dei laghi prealpini fino all’intero arco alpino e oltre, vivevano popolazioni antichissime che i Romani chiamavano Reti (da cui la provincia augustea di Rezia) e i Greci Rhaìtoi. Si trattava di un insieme di gruppi o “tribù” non unitario, ma legato da tratti culturali comuni e da una lunga continuità di insediamento nel territorio alpino.

Uno degli aspetti più caratteristici di queste popolazioni è il loro rapporto con il sacro. A differenza del mondo mediterraneo, dove il culto si organizza attorno a templi monumentali e a spazi urbani definiti, nelle Alpi la dimensione religiosa rimane a lungo profondamente radicata nel paesaggio naturale.

I luoghi del sacro venivano scelti con grande attenzione: in prevalenza alture o dossi, ma anche margini di bosco, fonti, radure e terrazzi naturali. Non si trattava solo di una preferenza pratica, ma di una scelta carica di significato simbolico. L’altura avvicinava l’uomo al cielo e alle potenze superiori; il bosco, spesso fitto e difficile da attraversare, costituiva uno spazio separato, liminale, adatto al contatto con il divino.

In questi contesti si sviluppavano aree sacre generalmente prive di edifici monumentali. Più che templi nel senso classico del termine, erano spazi riconosciuti e condivisi dalla comunità, nei quali si svolgevano riti collettivi. Tra le pratiche più diffuse vi erano i roghi votivi: “banchetti” celebrati in determinati momenti dell’anno in onore di una divinità, con offerte bruciate che attraverso il fuoco venivano simbolicamente trasferite al mondo divino. Il fuoco agiva così come elemento di mediazione tra umano e soprannaturale. In Alto Adige questa tradizione, in forme diverse, non si è mai del tutto estinta.

Accanto a questi luoghi aperti, a partire dall’età del Bronzo — o forse già dal tardo Neolitico — si svilupparono anche insediamenti d’altura fortificati, i cosiddetti castellieri (Wallburgen). Sebbene la loro funzione principale fosse difensiva, è probabile che avessero anche un valore simbolico e rituale. La loro posizione dominante li rendeva punti di riferimento nel paesaggio e, verosimilmente, centri di aggregazione non solo politica, ma anche religiosa.

Numerosi esempi testimoniano questa relazione tra sacro e territorio nell’area altoatesina e trentina. Tra Settequerce e San Maurizio (Bagni di Zolfo) è stato individuato un “angolo sacro” frequentato a lungo, probabilmente legato a pratiche votive in ambiente naturale. La “Tuiflslammer” (pietraia) di Caldaro e il sito di Castelfeder, in Bassa Atesina, mostrano una frequentazione plurimillenaria e una funzione che va oltre quella puramente insediativa. Analogamente, le alture attorno a Varna e Bressanone, così come diverse località lungo le valli dell’Adige e dell’Isarco, restituiscono tracce di una continuità cultuale legata al controllo dei percorsi e dei nodi di transito. Sopra Laives resta in gran parte da indagare il suggestivo sito di Enzbirg, mentre lungo il Monte di Mezzo, tra Castel Firmiano e i Denti di Cavallo, sopra la necropoli millenaria di Vadena, sono numerosi i punti che attestano attività di carattere rituale.

Nel mondo alpino, dunque, il paesaggio stesso — montagne, boschi e radure — costituiva il “tempio”, rendendo la religiosità dei Reti profondamente legata alla natura e distinta da quella romana. Con la conquista, questo sistema fu progressivamente trasformato: ai luoghi sacri naturali si affiancarono templi e altari strutturati, spesso frutto di un incontro tra culti locali e religione romana, segnando il passaggio a una dimensione religiosa più organizzata.

Autore: Reinhard Christanell