La peste del 1348 nella Valle dell’Adige

Nel monastero di Marienberg la peste arrivò nel 1348. Tra i monaci c’era un giovane novizio, Goswin, che vide morire quasi tutta la comunità. Goswin non era ancora il cronista che sarebbe diventato negli anni successivi. Ma proprio quella catastrofe lo avrebbe trasformato in un testimone particolare della storia del suo tempo.

Nella sua cronaca raccontò la devastazione provocata dalla peste. Secondo la sua drammatica testimonianza, in alcune zone del Tirolo sarebbe rimasto appena un sesto degli abitanti.

La peste era provocata dal batterio Yersinia pestis, trasmesso soprattutto attraverso le pulci che vivevano sui roditori. Il ratto nero e altri roditori accompagnavano inconsapevolmente uomini, merci e animali lungo le vie commerciali. La grande epidemia raggiunse l’Europa nel 1347-1348 e si diffuse con una rapidità impressionante. Le navi, i mercati, le strade e i luoghi di scambio diventarono altrettanti punti di passaggio.

La peste nella vallata.

La Valle dell’Adige era una delle grandi direttrici tra l’Italia settentrionale e il mondo transalpino. Da sud arrivavano uomini e merci dalla pianura padana e dai porti dell’Adriatico; verso nord la strada conduceva a Bolzano, al Brennero e oltre le Alpi. In una simile rete di comunicazioni la peste trovò una strada già pronta.

Bolzano era allora un importante centro commerciale. Il movimento che rendeva ricca la città diventava, in tempo di epidemia, anche un fattore di rischio. Merci, animali, carri e persone percorrevano continuamente le stesse strade. Il contagio non si fermò alle mura. Dalla conca di Bolzano la peste interessò il territorio circostante e la Bassa Atesina. Qui il paesaggio era diverso da quello della città: piccoli abitati, masi sparsi, campi, vigneti, prati e ampie zone umide lungo l’Adige. Laives, Bronzolo, Vadena, Ora, Egna e gli altri insediamenti vivevano di un’agricoltura che richiedeva una presenza costante di uomini e famiglie.

Quando la peste colpiva un maso, non morivano soltanto delle persone. Veniva meno l’intera struttura che permetteva a quel maso di funzionare. La morte lasciava dietro di sé una terra improvvisamente senza mani. Questo è uno degli aspetti meno visibili della peste. Il paesaggio non cambiava da un giorno all’altro, ma lentamente. La crisi demografica ebbe così conseguenze economiche profonde.

Le conseguenze economiche.

Le autorità cercarono di reagire anche imponendo vincoli a chi voleva abbandonare i poderi. Una legge poteva ordinare di rimanere; tuttavia non poteva restituire alla terra gli uomini morti. La peste, inoltre, non fu un unico episodio. Dopo la grande ondata del 1348 seguirono altre epidemie. La popolazione non recuperò immediatamente le perdite e intere generazioni vissero dentro le conseguenze della catastrofe.

È in questo lungo dopopeste che la storia della Valle dell’Adige diventa anche una storia di terre disponibili.

Terre e masi da riassegnare.

I masi rimasti senza eredi potevano essere assegnati nuovamente. I terreni abbandonati potevano essere concessi a nuovi conduttori. Famiglie provenienti da altre zone potevano trovare qui una possibilità che altrove era diventata più difficile. Ai signori fondiari, ai monasteri e ai proprietari interessava soprattutto una cosa: che la terra tornasse a produrre. Il ripopolamento non avvenne in una sola volta e non fu uguale dappertutto. Alcuni masi tornarono in attività, altri cambiarono conduttore o proprietario, altri ancora scomparvero definitivamente.

I mutamenti sociali.

Anche il territorio tra Bolzano e la Bassa Atesina ne uscì profondamente trasformato. La peste non cancellò semplicemente una popolazione per sostituirla con un’altra. Creò piuttosto una lunga fase di mobilità, riorganizzazione dei poderi e ricomposizione delle comunità. Ma attraverso questi spostamenti e nuovi insediamenti cambiarono lentamente anche gli equilibri sociali e linguistici della valle. Goswin aveva visto il morbo entrare nel monastero di Marienberg e aveva visto morire i suoi confratelli. Molto più a sud, nella Valle dell’Adige, la peste lasciò un’altra traccia: nei campi non coltivati, nei masi vuoti, nei terreni tornati alla vegetazione. Poi, lentamente, tornarono gli uomini.

Autore: Reinhard Christanell

Aldino, un’area di montagna attraversata dalla preistoria

La storia più antica di Aldino non comincia con i primi villaggi, né con l’agricoltura o con i metalli. Comincia molto prima, quando piccoli gruppi di cacciatori seguivano i ritmi delle stagioni e utilizzavano i valichi come vie naturali di passaggio.

La terrazza di Aldino, incastonata tra la valle dell’Adige e la val di Fiemme, occupa una posizione particolare: verso nord guarda all’altopiano di Nova Ponente e alla val d’Ega, mentre a est i passi collegano il territorio con le Dolomiti. Il Passo Oclini/Jochgrimm e i valichi circostanti furono frequentati già nella preistoria. Le testimonianze più antiche appartengono al Mesolitico, la fase successiva alla fine delle grandi glaciazioni.

Nel corso del IX millennio a.C. il clima divenne più mite e l’uomo tornò a utilizzare anche le zone alpine. Il paesaggio era però diverso da quello attuale: circa diecimila anni fa il limite del bosco poteva salire fino a 2.500 metri. Jochgrimm e i versanti del Corno Nero e del Corno Bianco dovevano essere in buona parte coperti da larici, cirmoli e mughi. Le odierne praterie alpine sono il risultato dell’allevamento, del pascolo e del disboscamento.

Al Passo di Oclini, nel 1977, una campagna di scavo individuò su un antico cordone morenico, a 1.992 metri, numerosi strumenti in selce: lame, grattatoi, punte e microliti caratteristici del Sauveterriano.

Confronti cronologici hanno riportato la frequentazione a oltre 10.000 anni fa.

Non sono state riconosciute strutture abitative: il luogo sembra essere stato soprattutto una stazione di sosta. Da qui una via naturale collegava la zona tra Lavazè, il passo di Costalunga e le stazioni mesolitiche delle Dolomiti.

Con il Neolitico cambia il rapporto con il territorio. Le terrazze di media montagna diventano adatte ai primi villaggi, all’agricoltura e alla pastorizia. Sul plateau di Aldino, tuttavia, questa fase è priva di ritrovamenti, e la stessa lacuna riguarda gran parte dell’età del Bronzo e del Ferro. La testimonianza più suggestiva si trova sul Corno Nero, a 2.439 metri. Sul pianoro sommitale sono state riconosciute depressioni e strutture contenenti carbone, ceramica e ossa animali combuste. Gli studi più recenti considerano il luogo un Brandopferplatz, utilizzata probabilmente intorno alla metà del I millennio a.C.. La posizione dominante e la vista sui monti circostanti sembrano avere avuto un ruolo decisivo; il culto era probabilmente collegato anche all’uso pastorale delle montagne.

Diverso e ancora enigmatico è il Burgstallegg, sul margine sud-occidentale dell’altopiano. Un sistema di muri e accumuli di pietre è stato interpretato come castelliere, ma l’assenza quasi totale di reperti impedisce di stabilirne con sicurezza epoca e funzione. Anche la possibilità che si tratti di un luogo di culto è stata discussa, ma non dimostrata.

Il confronto con la vicina Trens Birg, sopra Laives, mostra quanto siano prudenti le conclusioni: anche lì strutture, ceramica e ossa combuste hanno prodotto interpretazioni diverse.

Quando arrivano i Romani, il paesaggio dell’Adige è già inserito in una rete di insediamenti e percorsi. Le monete repubblicane rinvenute nella valle testimoniano contatti con il mondo romano già prima della conquista alpina del 15 a.C.; anche Aldino ha restituito alcune monete di età imperiale. La Via Claudia Augusta attraversava il territorio dell’Adige passando da Castelfeder e collegando i grandi percorsi verso nord.

La preistoria di Aldino non racconta dunque una storia lineare, ma una montagna attraversata e utilizzata in modi diversi: prima dai cacciatori mesolitici, poi dalle comunità agricole e pastorali, quindi dalle popolazioni dell’età dei metalli e infine dal mondo romano. Il Passo di Oclini e il Corno Nero sono finestre aperte su epoche diverse.

Tra loro esiste però un filo comune: la posizione di Aldino, sospesa tra la valle dell’Adige e la val di Fiemme, ha fatto di questo territorio un luogo di passaggio e di incontro molto prima che esistessero strade, confini e paesi.

Autore: Reinhard Christanell

La realtà di Laives e Ora sulla soglia della guerra

L’orrore della guerra non ha nomi e non ha volti. Rimane nei numeri, nelle date, nelle lapidi. Ma dietro quei numeri c’erano ragazzi che si trovarono improvvisamente coinvolti in una guerra che non avevano scelto e forse nemmeno compreso fino in fondo. Nel 1915, con l’entrata in guerra dell’Italia contro l’Austria-Ungheria, anche gli Schützen furono mobilitati. Quelli di Laives vennero aggregati al Battaglione 9 di Ora e impiegati dapprima in Val di Fiemme.

Per molti l’esperienza durò pochissimo: secondo i dati, dopo appena un mese di combattimenti circa il 30 per cento era caduto. Nel 1916, degli oltre 600 Schützen mobilitati, 373 risultavano caduti. Una seconda compagnia ebbe alla guida Valentin Dallagiacoma di Laives; dopo il suo ritiro il comando passò a Dominikus Zanotti e Martin Gasser e, successivamente, a Viktor Perathoner. Nel 1918 la compagnia fu stazionata nelle Giudicarie, altra terra di fuoco austro-italiana.
Ma nel 1916 la guerra non arrivava più soltanto attraverso le lettere dal fronte. La guerra entrò fisicamente nei paesi della Bassa Atesina. Nella primavera, Laives e Ora divennero importanti punti di transito, alloggiamento e preparazione delle truppe destinate alla grande offensiva austro-ungarica nel Trentino, passata nella memoria italiana come Strafexpedition, la “spedizione punitiva”. Centinaia di soldati attraversarono la strada tra Pineta e Ora. Gli edifici pubblici come scuole e ricoveri furono utilizzati per ospitare i militari (a giudicare dai forni del pane, tra 1000 e 2000), mentre strade e spazi disponibili servirono per accampamenti e depositi. Le stazioni ferroviarie divennero luoghi di intenso movimento: uomini, cavalli, armi, munizioni, viveri e materiali transitavano verso il fronte. Per alcune settimane Laives e Ora furono così inserite direttamente nella grande macchina logistica della guerra (alcune testimonianze le abbiamo nelle foto in pagine, una primizia assoluta, messe a disposizione da Gianni Beordo, ndr).
Tra le unità presenti nella zona vi era il k.u.k. Infanterieregiment “Freiherr von Laudon” Nr. 29. Si trattava di un reparto multinazionale dell’esercito austro-ungarico, reclutato nel Banato, in Serbia. Nel 1914 gli effettivi (oltre 4000) comprendevano soprattutto serbi e croati, insieme a un’importante presenza ungherese, tedesca e rumena.
Nell’aprile del 1916 gli uomini del Laudon arrivarono dunque in un territorio molto lontano da quello nel quale erano stati reclutati. La loro presenza a Laives e Ora è documentata da diverse testimonianze d’epoca, che restituiscono non la guerra delle grandi battaglie ma la sua dimensione quotidiana: la pulizia delle armi, il trasporto dei materiali, la preparazione dei viveri e le normali attività di reparto. È una dimensione apparentemente ordinaria della guerra, fatta di attese, spostamenti, ordini e preparativi. Ma proprio questa normalità rende più evidente la distanza che separava quei momenti dalla realtà del fronte. Laives non era il fronte: era una pausa, un luogo di transito, di preparazione e di attesa. La soglia della guerra, per così dire. La terra tra la vita e la morte. Gli uomini riposavano, sistemavano l’equipaggiamento, ricevevano ordini e si preparavano a salire verso le montagne. Dalle stazioni e dalle strade della valle il flusso continuava verso il Trentino.
Il 15 maggio 1916 iniziò la grande offensiva austro-ungarica. Nei primi giorni le truppe austro-ungariche avanzarono rapidamente, raggiungendo anche Asiago e Arsiero. Ma il successo iniziale non si trasformò nello sfondamento decisivo e il 16 giugno l’offensiva nel Trentino venne interrotta. Per gli uomini del Laudon, come per tanti altri soldati, cominciava la fase più dura della guerra di montagna. Quelli che poche settimane prima avevano attraversato Laives e Ora, fermandosi nelle scuole, nelle strade e nelle stazioni della valle, si ritrovarono sulle montagne del fronte. È attraverso la memoria e la documentazione di quelle settimane che quei soldati possono tornare, almeno in parte, a essere uomini e non soltanto numeri.

Autore: Reinhard Christanell

Enzbirch, una realtà di relitto linguistico

Immaginare il mondo antico è un’impresa ardua. Tanti sono i dettagli che ci sfuggono e si corre il rischio di ricostruire realtà del tutto immaginarie. Le testimonianze che possediamo sono frammentarie e, talvolta, fuorvianti. Uno degli strumenti ai quali si ricorre per cercare di comprendere il passato è sicuramente la lingua (scritta).

Possiamo considerarla come una sorta di fossile del tempo. Ci sono parole che sembrano insignificanti e che invece possono aprire una finestra su un passato lontanissimo. È il caso di Enz(-birch), che ancora oggi sopravvive sopra Laives, sul Montelargo. A 1.273 metri si trovano i resti di una fortificazione frequentata dalla tarda età del Bronzo fino alla seconda età del Ferro: dunque molti secoli prima della romanizzazione e dell’arrivo della lingua germanica.

Proprio per questo Enzbirch diventa particolarmente interessante. La seconda parte del nome, Birg o Birch, potrebbe essere riconducibile a Berg. Ma è soprattutto il primo elemento, Enz, a porre la domanda più affascinante: potrebbe trattarsi dell’antico nome del corso d’acqua oggi rinominato Rio Vallarsa / Brantenbach? Una risposta certa non è possibile. Il confronto con altri nomi antichi dell’arco alpino offre però qualche suggestione. Uno dei casi più interessanti è quello dell’Enns, fiume austriaco che in epoca romana compare come Anisus, Anasus o Anisa. Anche l’Inn, l’antico Aenus, appartiene a questa antichissima stratificazione di idronimi alpini.

Forme come Anisa, Enisa, Ensa, Enns ed Enz presentano una vicinanza che non basta, naturalmente, a dimostrare una comune origine, ma che merita di essere considerata. Gli idronimi sono infatti tra i fossili linguistici più resistenti. Un fiume continua a scorrere quando cambiano i popoli che vivono sulle sue rive; il suo nome può essere adattato alla pronuncia della nuova lingua senza essere completamente sostituito.

La cautela, tuttavia, è indispensabile. In passato diversi idronimi europei sono stati ricondotti a una presunta base indoeuropea en-/on-, ma la ricostruzione è discussa.

Il contesto della Bassa Atesina rende comunque l’ipotesi suggestiva. Prima dei Romani, dei Longobardi e dei Baiuvari, questa valle era già attraversata da uomini e lingue diverse. Ed è proprio ai piedi di Enzbirch che troviamo il Brantenbach, il torrente che percorre la Vallarsa e scende verso Laives. Il nome attuale è chiaramente germanico e potrebbe appartenere alla fase della colonizzazione bavara del territorio. È quindi legittimo chiedersi se il torrente avesse avuto in precedenza un altro nome, poi scomparso e conservatosi soltanto nella denominazione della Wallburg. Enz potrebbe essere stato proprio quell’antico nome.

Non abbiamo, al momento, la prova documentaria che permetta di identificare l’Enz con il Brantenbach. Ma la coincidenza geografica è significativa: un luogo che conserva il nome Enz domina il bacino di un torrente il cui nome antico potrebbe essere andato perduto. La forma storica Einnspirg, attestata nel 1558, aggiunge un ulteriore tassello alla lunga storia del toponimo.

Potremmo dunque trovarci davanti a un nome stratificato, nel quale un antico Enz, idronimo preromano, è stato successivamente unito o reinterpretato attraverso Birg/Berg. Se così fosse, Enzbirch non sarebbe soltanto il nome di una Wallburg sopra Laives, ma la sopravvivenza di un frammento della geografia linguistica più antica della Bassa Atesina. Potrebbe appartenere a quella più vasta e ancora in gran parte misteriosa stratificazione idronimica preromana alpina, nella quale elementi indoeuropei, celtici e preindoeuropei si sovrapposero nel corso dei millenni.

E forse è proprio questa la cosa più affascinante. Enzbirch potrebbe aver conservato il nome dell’acqua mentre tutto il resto cambiava. Cambiarono gli abitanti, le lingue, i confini e le amministrazioni; il torrente (in latino torrens) continuò a scorrere e il suo antico nome rimase, quasi invisibile, sulla montagna.

Autore: Reinhard Christanell

La vita sul Domm de l’Adesch è anche storia dell’economia

Attorno alle acque dell’Adige si sviluppò, fin dall’antichità, un mondo fatto di commerci, mestieri, relazioni tra popoli e culture diverse. Il grande fiume costituiva la naturale cerniera tra il Mediterraneo e il mondo alpino e centroeuropeo: dalle saline dell’Adriatico ai mercati del Tirolo e della Baviera, solo per iniziare.

E ancora dalle città della pianura padana ai valichi del Brennero e di Resia, collegava Venezia, il Garda e la Lombardia alla vasta rete navigabile del Po, attraverso la quale le merci raggiungevano il cuore dell’Italia settentrionale e i porti adriatici. L’importanza di questo sistema è confermata dalla scoperta della città portuale etrusca di Spina, nel delta del Po: già dal V secolo a.C. rappresentava uno dei principali punti d’incontro tra il mondo greco e l’Italia settentrionale. Attraverso il suo porto transitavano vasellame attico proveniente da Atene, vino, olio, cereali, metalli e altre merci destinate a risalire il Po e l’Adige, mentre dalle Alpi scendevano verso il mare legname, pietre da costruzione, metalli e materie prime.

Già nell’età del Bronzo le comunità della valle avevano intuito che il fiume rappresentava la via più efficace per trasportare carichi pesanti. Le prime imbarcazioni erano probabilmente piroghe ricavate da un unico tronco o robuste zattere. La corrente consentiva di raggiungere facilmente la pianura, ma la risalita era molto più impegnativa. Con la romanizzazione il traffico fluviale assunse una struttura organizzata. Comparvero i nautae, esperti nella conduzione delle imbarcazioni, e i navicularii, imprenditori che gestivano trasporti e commerci. Attorno agli approdi lavoravano facchini, magazzinieri, traghettatori, custodi e artigiani specializzati nella costruzione e manutenzione delle barche, dando vita a un’economia destinata a durare per secoli.

La difficoltà maggiore era però la navigazione controcorrente. Lungo la riva sinistra dell’Adige vennero realizzate le vie alzaie, strette strade di circa due metri che permettevano di trainare le imbarcazioni mediante funi lunghe fino a 150 metri. In area trentino-tirolese erano conosciute come “Domm de l’Adesch”, dal tedesco Damm (argine), nome rimasto nella memoria popolare anche dopo la scomparsa della navigazione e solo negli ultimi decenni perduto. Uomini, e successivamente cavalli e buoi, trascinavano lentamente le barche verso monte lungo questi percorsi, continuamente danneggiati dalle piene e perciò oggetto di costante manutenzione. Senza le alzaie la navigazione verso il Tirolo sarebbe stata impossibile. Tra le merci trasportate figuravano legname, vino, cereali, metalli e pietre da costruzione. Già nella preistoria enormi blocchi di marmo percorrevano il fiume; alcuni studiosi ritengono che anche le statue-stele dell’età del Rame di Arco abbiano viaggiato sulle sue acque. In epoca romana il traffico aumentò ulteriormente con il marmo della Val Venosta, i calcari della Vallagarina e il marmo rosso della Valpolicella destinati a città anche molto lontane.

Il vero protagonista del commercio medievale fu il sale, il prezioso “oro bianco”. Proveniva dalle saline di Chioggia e Cervia e dalle celebri miniere di Hallstatt e Hall in Tirol, raggiungendo attraverso l’Adige i mercati dell’Italia settentrionale e dell’Europa centrale. La Serenissima comprese il valore strategico di questo traffico e lo affidò al Magistrato al Sal, che controllava produzione, depositi, trasporto e riscossione dei dazi. Anche la Bassa Atesina partecipava a questo intenso movimento commerciale. Guadi, traghetti e piccoli approdi costituivano nodi strategici lungo il percorso e non è un caso che in corrispondenza di questi attraversamenti sorsero, nei secoli successivi, stazioni romane, castelli e borghi medievali.

Autore: Reinhard Christanell

Il fiume Adige, la storica strada d’acqua delle Alpi

Per migliaia di anni l’Adige non fu soltanto un fiume. Fu la più importante via di comunicazione naturale tra la pianura padana e il cuore delle Alpi, un corridoio lungo il quale uomini, animali, merci e idee risalirono verso nord, molto prima della costruzione delle strade romane.

Se oggi siamo abituati a considerarlo un corso d’acqua arginato e regolato, in epoca preistorica il suo aspetto era completamente diverso. L’Adige scorreva libero,

dividendosi in più rami, formando isole ghiaiose, acquitrini e ampie golene che mutavano continuamente il paesaggio. Già al termine dell’ultima glaciazione, circa 13.000 anni fa, i primi gruppi di cacciatori-raccoglitori seguirono il corso del fiume durante gli spostamenti stagionali della selvaggina. L’Adige offriva acqua, pesce, legname e soprattutto un itinerario naturale che permetteva di penetrare agevolmente nelle vallate alpine. È probabile che questi uomini non si limitassero a percorrerne le rive, ma imparassero presto anche a sfruttarne le acque. Nessuna imbarcazione preistorica è stata finora rinvenuta lungo il fiume, ma ciò non significa che la navigazione non esistesse. Il legno si conserva soltanto in particolari condizioni ambientali e le piroghe ricavate da un unico tronco, ampiamente documentate in altri

contesti europei, difficilmente avrebbero lasciato tracce. Per molti archeologi è quindi verosimile che l’Adige fosse navigato già dal Mesolitico e certamente nelle epoche successive, quando i commerci iniziarono ad assumere un’importanza crescente.

Con il Neolitico, l’età del Rame e soprattutto l’età del Bronzo, il rapporto tra uomo e fiume cambiò profondamente. Gli insediamenti sorsero sempre più frequentemente in prossimità delle rive, dei guadi e dei restringimenti della valle. Non era una scelta casuale: controllare il fiume significava controllare i movimenti delle persone e delle merci. Lo dimostrano i

numerosi abitati fortificati sorti lungo il suo corso, dalla Rocca di Rivoli, all’ingresso della Chiusa di Ceraino, fino ai siti della Vallagarina e al grande abitato protostorico di Vadena, posto in prossimità del limite settentrionale della navigazione.

Anche nella Bassa Atesina il fiume costituì per millenni una risorsa e, nello stesso tempo, un ostacolo da superare. Prima della costruzione dei ponti gli attraversamenti avvenivano nei punti dove il corso d’acqua era più largo e meno profondo oppure mediante traghetti.

L’esempio meglio documentato è quello di Nave San Felice presso Lavis, dove un traghetto consentiva l’attraversamento dell’Adige lungo uno dei principali itinerari diretti verso la valle di Non e la valle di Sole. Le fonti medievali ricordano come questo passaggio fosse tanto importante da essere conteso tra principi, re e vescovi, mentre una torre controllava il guado e garantiva la sicurezza del traffico. Ancora nel XIII secolo il diritto di riscuotere il pedaggio costituiva un privilegio di grande valore economico e strategico.

Situazioni analoghe esistevano anche più a nord, tra Egna, Ora, Bronzolo e Laives. Qui il fiume, prima delle grandi bonifiche ottocentesche, si allargava in vaste aree ghiaiose che rendevano possibili gli attraversamenti stagionali. Non è un caso che proprio in prossimità di questi punti sorsero, nei secoli successivi, stazioni romane, castelli e importanti centri abitati.

L’Adige non divideva il territorio: lo univa. Le sue acque favorivano gli scambi tra il Mediterraneo e l’Europa centrale e permisero la diffusione di materie prime, tecnologie e culture. Alcuni studiosi ipotizzano persino che già nell’età del Rame grandi blocchi di marmo

provenienti dalla Val Venosta siano stati trasportati lungo il fiume per buona parte del loro percorso, dimostrando come la navigazione interna fosse ormai parte integrante dell’economia alpina.

Quando, molti secoli più tardi, i Romani realizzarono la Via Claudia Augusta, non fecero altro che organizzare e rendere permanente una direttrice di comunicazione che la natura aveva tracciato fin dalla fine dell’ultima glaciazione.

Autore: Reinhard Christanell

Quando i primi cacciatori risalirono la valle dell’Adige

La storia della nostra valle non inizia con i Romani, con i castelli medievali o con i campanili che oggi punteggiano il paesaggio. Inizia molto prima, quando non esistevano né paesi né strade e il corso dell’Adige attraversava un territorio dominato dai ghiacci, dalle foreste e dagli animali selvatici.

Se potessimo tornare indietro di ventimila anni, la Bassa Atesina apparirebbe irriconoscibile. Al posto dei vigneti, dei meleti e dei centri abitati troveremmo una vasta pianura attraversata da corsi d’acqua irrequieti, ai margini di enormi ghiacciai che scendevano dalle Alpi. Eppure, proprio in questo ambiente apparentemente ostile, comparvero i primi uomini. Molto prima dell’Homo sapiens, piccoli gruppi di Neanderthal frequentarono il territorio alpino durante le fasi più miti dell’ultima glaciazione. Le loro tracce sono rare, ma sufficienti a dimostrare che le vallate alpine non erano affatto disabitate. Quando i ghiacci avanzavano, questi gruppi erano costretti a ritirarsi verso la pianura padana; quando il clima migliorava, tornavano a risalire le valli alla ricerca di selvaggina.

La vera colonizzazione della valle dell’Adige iniziò verso la fine dell’ultima glaciazione, tra 18.000 e 14.000 anni fa. Con il progressivo ritiro dei ghiacci si sviluppò la cultura epigravettiana in gran parte dell’Italia settentrionale. Furono questi cacciatori a trasformare l’Adige in una sorta di autostrada naturale che collegava la pianura alle montagne. Quando raggiunsero la Bassa Atesina, il paesaggio conservava ancora i segni imponenti lasciati dal grande ghiacciaio dell’Adige. Durante il massimo glaciale esso occupava l’intera vallata e, all’altezza dell’Oltradige, si diramava in un vasto ramo laterale, la “lingua di Caldaro”. Questo ghiacciaio secondario modellò il territorio tra Caldaro, Appiano e Monticolo, accumulando morene e depositi che ancora oggi caratterizzano il paesaggio.

Durante l’inverno e la primavera questi cacciatori frequentavano le zone più basse, tra la pianura veronese, il Garda e la Lessinia. Con la bella stagione seguivano invece le mandrie verso nord, risalendo la valle fino alle praterie alpine oltre i duemila metri di quota. Stambecchi, cervi, caprioli, uri, bisonti e cinghiali costituivano la principale fonte di sostentamento. Anche la Bassa Atesina si trovava lungo questo grande corridoio naturale. Dove oggi sorgono Salorno, Egna, Ora, Termeno e Laives transitavano uomini che conoscevano perfettamente il territorio e i movimenti della fauna. Non esistevano villaggi stabili ma una rete di accampamenti stagionali in punti strategici, spesso presso laghetti, sorgenti o passaggi obbligati.

Con il riscaldamento del clima, attorno all’8000 a.C., le steppe fredde lasciarono il posto alle foreste di latifoglie e mutarono anche le abitudini umane. Iniziò il Mesolitico e i cacciatori-raccoglitori continuarono a sfruttare le risorse della valle e delle montagne, sviluppando una conoscenza sempre più approfondita dell’ambiente alpino. Di quel mondo lontanissimo restano testimonianze sorprendenti. Una delle più affascinanti proviene dal Riparo Dalmeri in Valsugana, dove sono stati ritrovati centinaia di ciottoli dipinti con figure di animali, in ocra rossa. È difficile non provare emozione pensando che i primi abitanti della valle dell’Adige percorressero gli stessi corridoi che ancora oggi collegano Verona a Bolzano e al Brennero. Le strade moderne, ferrovia e autostrada seguono infatti direttrici che l’uomo aveva intuito migliaia di anni prima. Molto prima dei Reti, dei Romani e dei castelli medievali, furono questi cacciatori ad aprire la grande storia della valle. Seguendo il corso dell’Adige aprirono una via destinata a rimanere fondamentale per tutta la storia europea.

Autore: Reinhard Christanell

Il Trens-Birg sopra Laives, Wallburg a lungo dimenticata

Nel 1931 la rivista “Der Schlern” pubblicò una breve ma significativa segnalazione destinata a richiamare l’attenzione su uno dei siti archeologici meno conosciuti delle montagne tra Laives e Nova Ponente. L’autore, P.  Eisenstecken, raccontava innanzitutto come ne era venuto a conoscenza.

Raccontava così di aver appreso dagli abitanti del Prentnerhof dell’esistenza di antichi resti situati nella località chiamata Trens-Birg (o Enz-Birch), che la tradizione popolare identificava come un vecchio castello di cui nessuno conservava più memoria precisa.

Raggiunto il luogo, a circa mezz’ora di cammino dallo Schadnerhof, Eisenstecken individuò una vasta terrazza rocciosa naturalmente difesa da profonde gole. Qui osservò due possenti valli concentrici e un’area centrale fortificata. Su richiesta del direttore del Museo di Bolzano, L. Mayr, egli tornò successivamente sul sito per effettuare alcuni saggi di scavo, autorizzati dal proprietario del terreno Josef Herbst.

Quella descrizione è ancora oggi preziosa. La piattaforma rocciosa si eleva per circa cinquanta metri sopra il fondo della gola ed è facilmente accessibile solo dal lato verso il monte. Il primo terrapieno, costruito con grandi pietre e detriti rocciosi, presenta una base larga due o tre metri. A circa due metri di distanza si trova un secondo vallo, più robusto e alto quasi tre metri, nel quale erano ancora riconoscibili tratti di muratura. All’interno si estendeva il recinto principale, che l’autore stimava avere una circonferenza di circa cinquecento passi.

Particolarmente importante risultò il rinvenimento di frammenti ceramici e resti ossei provenienti da uno strato antropizzato. Reperti modesti, ma che confermavano che il luogo era stato abitato e fortificato in epoca molto antica.

La posizione del sito rivela immediatamente la funzione strategica. A nord si apre una gola selvaggia rivolta verso il Brantental/Vallarsa, a ovest il pendio precipita verso il rio Ega. Sul lato meridionale, invece, la montagna si apre in una spettacolare veduta sulla Bassa Atesina e la conca di Bolzano. Dalle alture del Trens-Birg si domina ancora oggi il territorio di Laives e le principali vie di comunicazione della valle dell’Adige. Proprio queste caratteristiche suggeriscono che non si tratti di un castello medievale, bensì di una Wallburg, una fortificazione protostorica d’altura. Con questo termine gli archeologi indicano insediamenti difesi da terrapieni, palizzate e mura in pietra, diffusi nelle Alpi orientali già durante l’età del Bronzo e sviluppatisi soprattutto nell’età del Ferro, in epoca retica.

Il territorio della Bassa Atesina conserva numerose testimonianze di questo fenomeno. Il caso più noto è Castelfeder, frequentato dalla preistoria all’alto medioevo, ma strutture analoghe sono documentate anche in altre alture della valle dell’Adige. Il Trens-Birg sembra inserirsi proprio in questa rete di insediamenti fortificati, controllando l’accesso al Reggelberg e i percorsi che collegavano la montagna al fondovalle.

Con l’arrivo dei Romani molte di queste fortificazioni persero gradualmente la funzione e nei secoli la memoria della loro antica origine si dissolse e le strutture superstiti vennero reinterpretate come castelli o luoghi leggendari. Anche il Trens-Birg seguì probabilmente questo destino, sopravvivendo nella tradizione locale come il sito di un misterioso castello.

A quasi un secolo dalla segnalazione di Eisenstecken, il Trens-Birg continua a rappresentare una delle testimonianze più suggestive della preistoria locale. Nascosto tra i boschi sopra Laives e Nova Ponente, esso ricorda come le montagne della Bassa Atesina fossero già abitate e organizzate ancora molti secoli prima dell’arrivo dei Romani. Le antiche mura e i possenti terrapieni descritti nel 1931 costituiscono ancora oggi una preziosa testimonianza della lunga storia umana del territorio compreso tra la valle dell’Adige e il Reggelberg.

Autore: Reinhard Christanell

Kurtini, un paese che è nato dall’acqua 

l toponimo Cortina/Kurtinig contiene con ogni probabilità il termine latino curtis, parola che nel Medioevo indicava una corte rurale, un complesso signorile o un centro amministrativo dotato di particolari funzioni economiche e giuridiche.

l toponimo Cortina/Kurtinig contiene con ogni probabilità il termine latino curtis, parola che nel Medioevo indicava una corte rurale, un complesso signorile o un centro amministrativo dotato di particolari funzioni economiche e giuridiche.

Nella memoria degli abitanti dovette quindi conservarsi a lungo il ricordo di un edificio importante o di un nucleo abitato capace di richiamare l’idea stessa di una “corte”, punto di riferimento per il territorio circostante.

Non va tuttavia esclusa un’origine ancora più antica del nome, collegata alle curtes longobarde, i distretti amministrativi e fondiari sviluppatisi dopo la conquista dell’Italia da parte dei Longobardi nel VI secolo. In Bassa Atesina tali strutture sopravvissero ben oltre la fine del loro dominio politico. Basti pensare che a Termeno, secondo la tradizione giuridica locale, si continuò a vivere “secondo la legge longobarda” ancora molto tempo dopo la scomparsa del regno dei “barbari dalle lunghe barbe”.

Ma, al di là del nome, la domanda più interessante è un’altra: cosa spinse delle persone a stabilirsi proprio in quel luogo apparentemente inospitale, nel mezzo di un fiume mutevole come l’Adige?

Da Salorno a Bolzano nessun centro abitato storico sorse casualmente nel cuore della valle. Per millenni, e fino alle grandi bonifiche ottocentesche, l’Adige dominò incontrastato il fondovalle.

Dopo il ritiro del ghiacciaio, alto oltre duemila metri, circa diecimila anni fa, la valle venne progressivamente colmata dai detriti trasportati dai torrenti laterali, formando una pianura alluvionale spessa anche duecento metri. In questo spazio il fiume poteva espandersi liberamente, mutare corso e creare paludi, acquitrini e boschi golenali.

Per questo motivo i paesi sorsero quasi sempre ai margini della valle, sui conoidi o ai piedi dei versanti.

A un certo punto, però, quasi per un capriccio della natura, l’Adige, probabilmente in collaborazione con il Noce, formò nella zona di Cortina un vasto banco sabbioso circondato da acque stagnanti. Questo dosso, consolidato lentamente dalla vegetazione e dai sedimenti, resistette all’erosione e si trasformò in uno spazio relativamente stabile e abitabile.

Fu probabilmente questa fragile isola fluviale a consentire la nascita del primo nucleo di Cortina/Kurtinig: un insediamento sorto non contro il fiume, ma adattandosi ai suoi ritmi e alle sue trasformazioni secolari.

Del resto, va anche sottolineato che il fiume Adige non rappresentava soltanto una minaccia. Le sue acque rendevano fertili i terreni e favorivano attività economiche che, almeno in origine, sembrano essere state legate più all’allevamento che alla viticoltura. Lo testimoniano le antiche Swaigen, aziende pastorali specializzate nell’allevamento e nella produzione casearia.

Non è quindi da escludere che i primi frequentatori di questa insula in flumine nata fossero pastori dediti alla transumanza stagionale. Il problema principale per gli “isolani” riguardava i collegamenti con i paesi vicini: le variazioni del corso dell’Adige e le piene stagionali interrompevano spesso passaggi e comunicazioni, costringendo talvolta gli abitanti a spostarsi “per via d’acqua”.

Un’altra questione annosa era quella dell’approvvigionamento idrico. Paradossalmente, pur trovandosi nel mezzo del grande fiume, Cortina non disponeva di sorgenti o ruscelli provenienti dalla montagna. Fu quindi necessario scavare un pozzo artesiano per garantire acqua potabile agli abitanti, analogamente a quanto avvenne nella vicina Laghetti.

Kurtini, come il paese viene ancora chiamato nel dialetto locale, è dunque una comunità che vive sul filo dell’acqua e, nello stesso tempo, sul filo del confine linguistico. Un confine che qui non divide, ma unisce due tradizioni profondamente radicate, quella latina e quella germanica. Proprio come l’isola su cui è sorta, Cortina continua ancora oggi a rappresentare un punto d’incontro tra mondi diversi, modellati nei secoli dalla forza del fiume e dalla storia degli uomini.

Autore: Reinhard Christanell

L’epoca della Belle Époque tra Bolzano e l’Oltradige

Se oggi il turismo viene sempre più spesso percepito come un peso difficile da sostenere per le comunità residenti, vi fu un tempo — non troppo lontano — in cui viaggiare rappresentava ancora un privilegio riservato a pochi e il turista era considerato quasi un esploratore. Per attraversare l’Europa, scalare montagne o raggiungere vallate remote servivano denaro, molto tempo libero e soprattutto spirito d’avventura. Viaggiare non era ancora consumo di massa, ma esperienza, scoperta e in parte anche sfida personale.

Tra le figure simbolo di questo primo turismo aristocratico vi fu certamente l’imperatrice Elisabetta d’Austria, la celebre Sisi. Per sfuggire all’etichetta della corte viennese, ma anche per il suo carattere inquieto e curioso, trascorse lunghi periodi in viaggio tra Mediterraneo, Europa centrale e regioni alpine. In un certo senso fu proprio lei, involontariamente, ad anticipare il turismo moderno: al seguito dell’imperatrice si mossero nobili, giovani dell’alta borghesia, artisti e avventurieri, desiderosi di vedere gli stessi paesaggi ammirati dalla corte imperiale.

Il Tirolo meridionale divenne così una delle mete predilette della Belle Époque. Località come il Passo della Mendola, Carezza o le rive del lago di Caldaro si trasformarono progressivamente in luoghi d’incontro dell’élite europea. Anche scrittori, pittori e intellettuali scoprirono queste terre, contribuendo alla nascita di una vasta letteratura di viaggio fatta di descrizioni romantiche, racconti alpini e impressioni paesaggistiche.

Decisivo fu soprattutto lo sviluppo delle infrastrutture.

Nella seconda metà dell’Ottocento l’Impero austro-ungarico investì enormemente nella costruzione di ferrovie, strade di montagna e, poco più tardi, funicolari e funivie. La ferrovia del Brennero aveva già trasformato Bolzano in una porta d’accesso alle Alpi; da qui si svilupparono poi collegamenti locali verso le aree considerate più suggestive e salubri. Nella guida “Das Überetsch und die Bahn von Bozen nach Kaltern”, pubblicata a Innsbruck nel 1898, J. C. Platter descrive i luoghi più ameni della cosiddetta conca di Bolzano, a partire da Blumau/Prato Isarco, dove — secondo l’autore — terminava il nord freddo e spigoloso per lasciare spazio a una terra quasi mediterranea, fatta di vigneti, cipressi, palme e del clima mite di Bolzano, Oltradige e Bassa Atesina.

All’epoca Bolzano, o meglio Bozen, era poco più di un grande borgo circondato da numerosi comuni autonomi: da Settequerce a San Maurizio, da Gries a Dodiciville, fino ai paesi e alle frazioni di Appiano e Caldaro.

“Bolzano, l’ultima città tedesca del sud, conta circa 12.000 abitanti”, scrive Platter, sottolineando come la città fosse ormai punto di partenza per escursioni, soggiorni climatici e cure. La sua estate, osserva con entusiasmo, sembrava durare da febbraio fino a novembre inoltrato. “Ogni anno oltre 40.000 turisti, ospiti di cura e viaggiatori di piacere provenienti da tutta Europa soggiornano a Bolzano e Gries”.

La strada della Mendola era stata costruita tra il 1880 e il 1885 e pochi anni dopo, nel 1903, sarebbe entrata in funzione anche la funicolare da Sant’Antonio al Passo. Con l’aumento del traffico e soprattutto con lo sviluppo dell’esportazione di vino e frutta, emerse però la necessità di nuovi collegamenti. Nacque così la Ferrovia dell’Oltradige, dovuta all’iniziativa del barone Andreas von Di Pauli di Caldaro e del banchiere bolzanino Sigismund Schwarz, già noto per il suo impegno nel settore ferroviario e dei trasporti. La nuova linea, costata oltre un milione di corone e ufficialmente denominata Localbahn Sigmundskron–Kaltern (Ferrovia locale Castel Firmiano-Caldaro), aveva una lunghezza di 15,2 chilometri, dei quali 4,4 coincidevano con il tratto della ferrovia di Merano da Bolzano fino poco oltre Castel Firmiano. I convogli procedevano alla velocità di circa 25 chilometri orari, ma per i viaggiatori dell’epoca quella piccola ferrovia rappresentava già una porta spalancata sul paesaggio incantato dell’Oltradige.

Autore: Reinhard Christanell