Se oggi il turismo viene sempre più spesso percepito come un peso difficile da sostenere per le comunità residenti, vi fu un tempo — non troppo lontano — in cui viaggiare rappresentava ancora un privilegio riservato a pochi e il turista era considerato quasi un esploratore. Per attraversare l’Europa, scalare montagne o raggiungere vallate remote servivano denaro, molto tempo libero e soprattutto spirito d’avventura. Viaggiare non era ancora consumo di massa, ma esperienza, scoperta e in parte anche sfida personale.
Tra le figure simbolo di questo primo turismo aristocratico vi fu certamente l’imperatrice Elisabetta d’Austria, la celebre Sisi. Per sfuggire all’etichetta della corte viennese, ma anche per il suo carattere inquieto e curioso, trascorse lunghi periodi in viaggio tra Mediterraneo, Europa centrale e regioni alpine. In un certo senso fu proprio lei, involontariamente, ad anticipare il turismo moderno: al seguito dell’imperatrice si mossero nobili, giovani dell’alta borghesia, artisti e avventurieri, desiderosi di vedere gli stessi paesaggi ammirati dalla corte imperiale.
Il Tirolo meridionale divenne così una delle mete predilette della Belle Époque. Località come il Passo della Mendola, Carezza o le rive del lago di Caldaro si trasformarono progressivamente in luoghi d’incontro dell’élite europea. Anche scrittori, pittori e intellettuali scoprirono queste terre, contribuendo alla nascita di una vasta letteratura di viaggio fatta di descrizioni romantiche, racconti alpini e impressioni paesaggistiche.
Decisivo fu soprattutto lo sviluppo delle infrastrutture.
Nella seconda metà dell’Ottocento l’Impero austro-ungarico investì enormemente nella costruzione di ferrovie, strade di montagna e, poco più tardi, funicolari e funivie. La ferrovia del Brennero aveva già trasformato Bolzano in una porta d’accesso alle Alpi; da qui si svilupparono poi collegamenti locali verso le aree considerate più suggestive e salubri. Nella guida “Das Überetsch und die Bahn von Bozen nach Kaltern”, pubblicata a Innsbruck nel 1898, J. C. Platter descrive i luoghi più ameni della cosiddetta conca di Bolzano, a partire da Blumau/Prato Isarco, dove — secondo l’autore — terminava il nord freddo e spigoloso per lasciare spazio a una terra quasi mediterranea, fatta di vigneti, cipressi, palme e del clima mite di Bolzano, Oltradige e Bassa Atesina.
All’epoca Bolzano, o meglio Bozen, era poco più di un grande borgo circondato da numerosi comuni autonomi: da Settequerce a San Maurizio, da Gries a Dodiciville, fino ai paesi e alle frazioni di Appiano e Caldaro.
“Bolzano, l’ultima città tedesca del sud, conta circa 12.000 abitanti”, scrive Platter, sottolineando come la città fosse ormai punto di partenza per escursioni, soggiorni climatici e cure. La sua estate, osserva con entusiasmo, sembrava durare da febbraio fino a novembre inoltrato. “Ogni anno oltre 40.000 turisti, ospiti di cura e viaggiatori di piacere provenienti da tutta Europa soggiornano a Bolzano e Gries”.
La strada della Mendola era stata costruita tra il 1880 e il 1885 e pochi anni dopo, nel 1903, sarebbe entrata in funzione anche la funicolare da Sant’Antonio al Passo. Con l’aumento del traffico e soprattutto con lo sviluppo dell’esportazione di vino e frutta, emerse però la necessità di nuovi collegamenti. Nacque così la Ferrovia dell’Oltradige, dovuta all’iniziativa del barone Andreas von Di Pauli di Caldaro e del banchiere bolzanino Sigismund Schwarz, già noto per il suo impegno nel settore ferroviario e dei trasporti. La nuova linea, costata oltre un milione di corone e ufficialmente denominata Localbahn Sigmundskron–Kaltern (Ferrovia locale Castel Firmiano-Caldaro), aveva una lunghezza di 15,2 chilometri, dei quali 4,4 coincidevano con il tratto della ferrovia di Merano da Bolzano fino poco oltre Castel Firmiano. I convogli procedevano alla velocità di circa 25 chilometri orari, ma per i viaggiatori dell’epoca quella piccola ferrovia rappresentava già una porta spalancata sul paesaggio incantato dell’Oltradige.
Autore: Reinhard Christanell