L’epoca della Belle Époque tra Bolzano e l’Oltradige

Se oggi il turismo viene sempre più spesso percepito come un peso difficile da sostenere per le comunità residenti, vi fu un tempo — non troppo lontano — in cui viaggiare rappresentava ancora un privilegio riservato a pochi e il turista era considerato quasi un esploratore. Per attraversare l’Europa, scalare montagne o raggiungere vallate remote servivano denaro, molto tempo libero e soprattutto spirito d’avventura. Viaggiare non era ancora consumo di massa, ma esperienza, scoperta e in parte anche sfida personale.

Tra le figure simbolo di questo primo turismo aristocratico vi fu certamente l’imperatrice Elisabetta d’Austria, la celebre Sisi. Per sfuggire all’etichetta della corte viennese, ma anche per il suo carattere inquieto e curioso, trascorse lunghi periodi in viaggio tra Mediterraneo, Europa centrale e regioni alpine. In un certo senso fu proprio lei, involontariamente, ad anticipare il turismo moderno: al seguito dell’imperatrice si mossero nobili, giovani dell’alta borghesia, artisti e avventurieri, desiderosi di vedere gli stessi paesaggi ammirati dalla corte imperiale.

Il Tirolo meridionale divenne così una delle mete predilette della Belle Époque. Località come il Passo della Mendola, Carezza o le rive del lago di Caldaro si trasformarono progressivamente in luoghi d’incontro dell’élite europea. Anche scrittori, pittori e intellettuali scoprirono queste terre, contribuendo alla nascita di una vasta letteratura di viaggio fatta di descrizioni romantiche, racconti alpini e impressioni paesaggistiche.

Decisivo fu soprattutto lo sviluppo delle infrastrutture.

Nella seconda metà dell’Ottocento l’Impero austro-ungarico investì enormemente nella costruzione di ferrovie, strade di montagna e, poco più tardi, funicolari e funivie. La ferrovia del Brennero aveva già trasformato Bolzano in una porta d’accesso alle Alpi; da qui si svilupparono poi collegamenti locali verso le aree considerate più suggestive e salubri. Nella guida “Das Überetsch und die Bahn von Bozen nach Kaltern”, pubblicata a Innsbruck nel 1898, J. C. Platter descrive i luoghi più ameni della cosiddetta conca di Bolzano, a partire da Blumau/Prato Isarco, dove — secondo l’autore — terminava il nord freddo e spigoloso per lasciare spazio a una terra quasi mediterranea, fatta di vigneti, cipressi, palme e del clima mite di Bolzano, Oltradige e Bassa Atesina.

All’epoca Bolzano, o meglio Bozen, era poco più di un grande borgo circondato da numerosi comuni autonomi: da Settequerce a San Maurizio, da Gries a Dodiciville, fino ai paesi e alle frazioni di Appiano e Caldaro.

“Bolzano, l’ultima città tedesca del sud, conta circa 12.000 abitanti”, scrive Platter, sottolineando come la città fosse ormai punto di partenza per escursioni, soggiorni climatici e cure. La sua estate, osserva con entusiasmo, sembrava durare da febbraio fino a novembre inoltrato. “Ogni anno oltre 40.000 turisti, ospiti di cura e viaggiatori di piacere provenienti da tutta Europa soggiornano a Bolzano e Gries”.

La strada della Mendola era stata costruita tra il 1880 e il 1885 e pochi anni dopo, nel 1903, sarebbe entrata in funzione anche la funicolare da Sant’Antonio al Passo. Con l’aumento del traffico e soprattutto con lo sviluppo dell’esportazione di vino e frutta, emerse però la necessità di nuovi collegamenti. Nacque così la Ferrovia dell’Oltradige, dovuta all’iniziativa del barone Andreas von Di Pauli di Caldaro e del banchiere bolzanino Sigismund Schwarz, già noto per il suo impegno nel settore ferroviario e dei trasporti. La nuova linea, costata oltre un milione di corone e ufficialmente denominata Localbahn Sigmundskron–Kaltern (Ferrovia locale Castel Firmiano-Caldaro), aveva una lunghezza di 15,2 chilometri, dei quali 4,4 coincidevano con il tratto della ferrovia di Merano da Bolzano fino poco oltre Castel Firmiano. I convogli procedevano alla velocità di circa 25 chilometri orari, ma per i viaggiatori dell’epoca quella piccola ferrovia rappresentava già una porta spalancata sul paesaggio incantato dell’Oltradige.

Autore: Reinhard Christanell

I luoghi del sacro nelle Alpi preromane

Nell’Italia preromana esistevano numerosi popoli che occupavano territori anche molto estesi della penisola. Se ci limitiamo all’ultimo millennio prima della nascita di Cristo, i protagonisti principali sono gli Etruschi (che si autodefinivano Rasna, “popolo”), stanziati tra l’Italia centrale e parte della Campania, gli Umbri lungo l’Appennino, i Sanniti nell’Italia centro-meridionale e gli Osci tra Campania e Basilicata. A nord, invece, dall’area dei laghi prealpini fino all’intero arco alpino e oltre, vivevano popolazioni antichissime che i Romani chiamavano Reti (da cui la provincia augustea di Rezia) e i Greci Rhaìtoi. Si trattava di un insieme di gruppi o “tribù” non unitario, ma legato da tratti culturali comuni e da una lunga continuità di insediamento nel territorio alpino.

Uno degli aspetti più caratteristici di queste popolazioni è il loro rapporto con il sacro. A differenza del mondo mediterraneo, dove il culto si organizza attorno a templi monumentali e a spazi urbani definiti, nelle Alpi la dimensione religiosa rimane a lungo profondamente radicata nel paesaggio naturale.

I luoghi del sacro venivano scelti con grande attenzione: in prevalenza alture o dossi, ma anche margini di bosco, fonti, radure e terrazzi naturali. Non si trattava solo di una preferenza pratica, ma di una scelta carica di significato simbolico. L’altura avvicinava l’uomo al cielo e alle potenze superiori; il bosco, spesso fitto e difficile da attraversare, costituiva uno spazio separato, liminale, adatto al contatto con il divino.

In questi contesti si sviluppavano aree sacre generalmente prive di edifici monumentali. Più che templi nel senso classico del termine, erano spazi riconosciuti e condivisi dalla comunità, nei quali si svolgevano riti collettivi. Tra le pratiche più diffuse vi erano i roghi votivi: “banchetti” celebrati in determinati momenti dell’anno in onore di una divinità, con offerte bruciate che attraverso il fuoco venivano simbolicamente trasferite al mondo divino. Il fuoco agiva così come elemento di mediazione tra umano e soprannaturale. In Alto Adige questa tradizione, in forme diverse, non si è mai del tutto estinta.

Accanto a questi luoghi aperti, a partire dall’età del Bronzo — o forse già dal tardo Neolitico — si svilupparono anche insediamenti d’altura fortificati, i cosiddetti castellieri (Wallburgen). Sebbene la loro funzione principale fosse difensiva, è probabile che avessero anche un valore simbolico e rituale. La loro posizione dominante li rendeva punti di riferimento nel paesaggio e, verosimilmente, centri di aggregazione non solo politica, ma anche religiosa.

Numerosi esempi testimoniano questa relazione tra sacro e territorio nell’area altoatesina e trentina. Tra Settequerce e San Maurizio (Bagni di Zolfo) è stato individuato un “angolo sacro” frequentato a lungo, probabilmente legato a pratiche votive in ambiente naturale. La “Tuiflslammer” (pietraia) di Caldaro e il sito di Castelfeder, in Bassa Atesina, mostrano una frequentazione plurimillenaria e una funzione che va oltre quella puramente insediativa. Analogamente, le alture attorno a Varna e Bressanone, così come diverse località lungo le valli dell’Adige e dell’Isarco, restituiscono tracce di una continuità cultuale legata al controllo dei percorsi e dei nodi di transito. Sopra Laives resta in gran parte da indagare il suggestivo sito di Enzbirg, mentre lungo il Monte di Mezzo, tra Castel Firmiano e i Denti di Cavallo, sopra la necropoli millenaria di Vadena, sono numerosi i punti che attestano attività di carattere rituale.

Nel mondo alpino, dunque, il paesaggio stesso — montagne, boschi e radure — costituiva il “tempio”, rendendo la religiosità dei Reti profondamente legata alla natura e distinta da quella romana. Con la conquista, questo sistema fu progressivamente trasformato: ai luoghi sacri naturali si affiancarono templi e altari strutturati, spesso frutto di un incontro tra culti locali e religione romana, segnando il passaggio a una dimensione religiosa più organizzata.

Autore: Reinhard Christanell

La sconfitta delle autonomie “sovraniste”

Il simbolo più evidente del trionfo romano su un territorio conquistato era la costruzione di una strada militare: la via publica, equivalente della bandiera piantata dagli astronauti sulla luna. A partire dalla via Appia, finanziata da Appio Claudio nel 312 a.C., queste arterie presero il nome del magistrato che le aveva promosse. Nel caso delle Alpi, fu l’imperatore Claudio che, nel 47 d.C., completò l’opera iniziata nel 15 a.C. da suo padre Druso, morto giovanissimo nel 9 a.C. a causa di una caduta da cavallo durante la campagna germanica.

Una pietra miliare rinvenuta a Rablà lo ricorda: la via Claudia Augusta, aperte le Alpi con la guerra, fu sistemata dal Po al Danubio per oltre 350 miglia.

Il tracciato collegava la pianura padana al mondo danubiano. I rami provenienti da Altino e Ostiglia si riunivano a Tridentum e da qui risalivano verso Endidae. Dopo Castelfeder — da cui provengono due miliari con dediche a Crispo e a Valente e Graziano — nell’area della Bassa Atesina la via attraversava un territorio complesso, segnato da zone paludose ma già intensamente frequentato. Qui si trovava un nodo cruciale: la strada poteva seguire il fondovalle dell’Adige verso Pons Drusi (con una mutatio a San Giacomo) oppure deviare verso l’Oltradige e Frangarto. Non è escluso che il primo tracciato attraversasse direttamente le aree umide mediante tecniche avanzate, come la posa di tronchi di abete incrociati su cui veniva realizzato l’agger (ghiaia battuta) stradale.

Se la strada fu il simbolo della conquista, ne fu probabilmente anche una delle cause. Comprendere le ragioni della violenza romana contro i popoli alpini resta tuttavia difficile: il mondo antico ci consegna solo frammenti, e ogni ricostruzione richiede cautela. Le campagne condotte da Augusto, Druso e Tiberio portarono alla sottomissione dei Reti, ricordata nel Tropaeum Alpium di La Turbie, dove sono incisi i nomi di 44 tribù sconfitte: Isarci, Venostes, Brixentes, Genauni, Breuni. Dietro questi nomi si intravede un mondo antico, radicato nel controllo dei passi e dei traffici alpini. Perché tanta durezza? Roma, ormai padrona dell’Italia, si era evoluta da polis a civitas, capace — dagli Etruschi in poi — di integrare élite e popolazioni diverse. Questo modello si fondava però su principi precisi, primo fra tutti la fides, il rispetto dei patti. Da essa derivavano il iustum bellum, la guerra giustificata da una violazione, e il iustum proelium, il combattimento secondo regole condivise.

Nella visione romana, la rottura di un accordo o la ribellione rappresentavano una colpa gravissima, assimilabile alla perfidia. È possibile che il comportamento delle tribù alpine sia stato interpretato proprio in questi termini. In un momento in cui Roma doveva garantire collegamenti sicuri verso il Danubio e fronteggiare le pressioni germaniche, le Alpi non potevano più restare uno spazio autonomo.

Eppure, il quadro non è uniforme. Popoli come i Venetici di Este e i Galli padani furono integrati senza traumi, e anche alcune comunità alpine — come i Tridentini e gli Anauni (con parte dell’Unterland) — vennero progressivamente incluse nel sistema romano. Tridentum divenne un importante municipium lungo l’asse tra Verona e Augusta Vindelicorum, i cui resti sono ancora visibili nel sottosuolo cittadino.

Proprio per questo, la violenza esercitata contro altri gruppi resta difficile da spiegare con una sola causa. Più che un singolo episodio, fu probabilmente l’impossibilità di conciliare due modelli opposti — quello “sovranista” delle autonomie alpine e quello “globalista” imperiale — a rendere inevitabile lo scontro.

Ciò che rimane oggi, oltre al trofeo di La Turbie, è il segno tangibile di quella trasformazione: una rete viaria che, dalla Bassa Atesina ai valichi alpini, continua a strutturare il paesaggio. È su queste strade che si compì, nel silenzio delle valli, il passaggio definitivo da un mondo antico a uno nuovo.

Autrice: Reinhard Christanell

Il filo rosso alpino: dal Neolitico ai Reti

I popoli europei portano nel loro Dna le tracce di tre grandi movimenti che hanno ridisegnato il volto del continente: i cacciatori-raccoglitori del Mesolitico; gli agricoltori provenienti dall’Anatolia; e infine le genti delle steppe pontico-caspiche che, tra il III e il II millennio a.C., diffusero nuove forme di mobilità e, probabilmente, le lingue indoeuropee.

Le comunità europee – noi compresi – sono il risultato di questo lungo processo di (tras)formazione. Tuttavia, non tutte le regioni evolvono allo stesso modo: in contesti particolari, come quello alpino, i cambiamenti risultano più lenti e assumono forme specifiche. Il geografo Strabone, in età augustea, descrive gli abitanti delle Alpi come razziatori che “vivono di rapina” e controllavano i passi, mentre il loro territorio era “difficile

da attraversare”. In realtà, dietro questo (pre)giudizio si nasconde una realtà ben più antica: il controllo dei transiti alpini, con l’imposizione di pedaggi, affondava le sue radici in una lunga continuità storica. Potremmo dunque affermare che i Reti – ultimo anello di una catena che si spezzò sotto i colpi romani – non fossero un “popolo nuovo”, ma l’esito finale di una storia che affonda le sue radici nei primi agricoltori e allevatori neolitici del VI millennio a.C. e attraversa l’età del Rame e del Bronzo? Probabilmente sì — e gli studi genetici sembrano confermare questa interpretazione.

Già nell’età del Rame si registra una significativa mobilità lungo le valli dell’Adige e dell’Isarco (fiumi che prendono proprio allora i loro nomi), documentata, tra l’altro, da statue-stele e luoghi di culto e sepoltura: dalla Lessinia al Trentino, dalla Bassa Atesina — Salorno, Laghetti di Egna, Ora e Termeno — fino a Lagundo, Laces, Silandro, Varna e Bressanone. Queste imponenti pietre parlanti testimoniano non solo una capillare rete di luoghi di culto, ma anche un sistema di percorsi ben strutturato e frequentato.

Queste stele antropomorfe raffigurano pugnali del tipo Remedello e altre armi come asce, alabarde e archi. Le figure incise sembrano rappresentare individui di rango elevato — forse cacciatori-guerrieri o capi con funzioni rituali — legati al controllo simbolico e materiale del territorio e al rapporto con il mondo degli antenati divinizzati.

In questa prospettiva, la “rudezza” attribuita dalle fonti classiche alle popolazioni alpine appare come il riflesso, reinterpretato in chiave romana, di una tradizione culturale antichissima, fondata sull’autonomia e sul controllo dei passaggi. Recenti studi dell’Eurac confermano inoltre un quadro genetico relativamente omogeneo, con una marcata componente di ascendenza anatolica. Anche Ötzi rientra in questo contesto: non “sardo” o “turco”, ma portatore di caratteristiche diffuse in quelle popolazioni.

È in questo quadro che si collocano i Reti. A differenza dei coevi Galli padani e Venetici, essi opposero una resistenza più tenace all’avanzata romana, conservando la loro lingua non indoeuropea — caso raro, come per Baschi ed Etruschi. Durante l’età del Ferro, o cultura di Fritzens-Sanzeno, sopravvisse così una tradizione culturale antichissima, collegata alle precedenti culture di Luco-Meluno e, più in generale, alle dinamiche dell’età del Rame e del Bronzo, capace di resistere per secoli all’espansione del mondo mediterraneo e del suo “way of life”.

Questo equilibrio entrò definitivamente in crisi quando Roma decise di trasformare le Alpi da barriera naturale a corridoio strategico. Giulio Cesare effettuò primi interventi nelle aree periferiche del mondo retico, che interessarono anche Trento e la Bassa Atesina; poi Augusto affidò la sottomissione dell’arco alpino centro-orientale ai suoi più fidati e valorosi collaboratori, Druso e Tiberio (figli di primo letto della moglie).

In una sola estate, tra il 16 e il 15 a.C., venne portato a compimento Il grande progetto soprattutto in funzione delle campagne germaniche e della fondazione di città come Augusta Treverorum (Trier), Mogontiacum (Mainz), Castra Regina (Regensburg) e Augusta Vindelicorum (Augsburg).

Autore: Reinhard Christanell

La valle dell’Adige, corridoio dell’Impero

I Reti che vivevano tra Verona e la zona alpina e i Romani repubblicani, usciti vincitori dalle guerre puniche, si conoscevano bene già da secoli, anche se i commerci tra i due mondi avvenivano spesso tramite intermediari, come i “cugini” Atestini (di Este, patria anche della divinità comune Reitia) e gli Etruschi, o Rasenna, dell’Italia centrale. Si trattava di popoli italici in contatto e in relazione per tutta l’età del Ferro e che, pur nella distanza culturale, si rispettavano.

Certo, i Latini guardavano con una certa diffidenza a quei montanari, ritenuti aspri e poco raffinati, che parlavano una lingua affine a quella dei loro vicini più prossimi, gli Etruschi. Allo stesso tempo, però, ne apprezzavano alcuni prodotti: in particolare il vino retico, celebre nel mondo romano. Secondo Virgilio, esso era secondo solo a  rinomato Falerno. Lo aveva bevuto Giulio Cesare, e anche Augusto lo apprezzava. 

Poi, dopo il 15 a.C., l’intera area alpina, compresa la valle dell’Adige, subì una trasformazione profonda. Con le campagne condotte sotto Augusto – che a parole rinnovò la repubblica ma nei fatti la seppellì per sempre – e guidate da Druso e Tiberio, Roma impose con la forza bruta il proprio controllo su territori abitati da popolazioni retiche e alpine che non garantivano più un passaggio sicuro lungo la valle dell’Adige. In sostanza, i Reti della Val d’Adige esigevano pedaggi sempre più onerosi ai militari romani e, in caso di rifiuto, li invitavano a scegliere altre strade.

Molti insediamenti furono distrutti, le strutture locali smantellate e le comunità decimate o integrate nel sistema imperiale; i giovani vennero inseriti nell’esercito o nelle reti economiche legate alle nuove vie di comunicazione.

Data la rilevanza strategica dell’area, ponte per l’espansione germanica, non si fondarono grandi città lungo l’asse alpino. La valle dell’Adige fu organizzata come corridoio di transito e controllo, dotato di stationes, mansiones e mutationes (ovvero posti di controllo, punti di cambio dei cavalli e punti di ristoro) funzionali alla mobilità di truppe, funzionari e merci. 

L’ager, ossia la campagna, venne affidato a coloni romani, riorganizzato e integrato in un sistema economico più ampio, volto a garantire approvvigionamenti e stabilità lungo una direttrice fondamentale.

Diverso il caso della vecchia città retica di Tridentum, definita splendidum municipium e principale centro urbano dell’alto Adige tra Verona e il confine alpino fin dal I secolo a.C. Il suo territorio comprendeva la Bassa Atesina fino alle soglie della conca bolzanina. Qui i Romani non fondarono nuove città non per disinteresse, ma per razionalità: era più importante garantire la continuità dei collegamenti verso le province settentrionali. Questo asse era assicurato dalla Via Claudia Augusta e da una fitta rete di vie collaterali, che collegavano l’Italia con il bacino danubiano e con Augusta Vindelicorum.

Lungo la via si sviluppò una rete di punti di sosta: a nord di Trento si colloca

Endidae; più oltre il nodo di Pons Drusi; quindi le mansiones come Sublavio, fino a Vipitenum, uno dei pochi centri con una certa stabilità insediativa. Secondo l’opinione di alcuni studiosi, il percorso indicato dalla Tabula Peutingeriana e dall’Itinerarium Antonini, in realtà, giunto a Endidae da Salurnis, si snodava verso Vicus Augusti (Ora) per poi risalire da Foetibus (Vadena) fino a Castrum Formicarium (Castel Firmiano), Teriolanum (Terlano) e Castrum Maiense e Teriolis (rispettivamente Maia e Tirolo). Da qui la via proseguiva da un lato verso Resia e dall’altro verso il Passo Giovo fino a Vipitenum e al Brennero.

A questa rete si affiancava un controllo militare capillare, sufficiente a garantire sicurezza e continuità. La valle dell’Adige non era dunque uno spazio marginale, ma un’infrastruttura territoriale di primaria importanza: tra Verona e Augusta Vindelicorum funzionava come corridoio vitale, attraversato da uomini, merci e informazioni.

Autore: Reinhard Christanell

Gli “Ötzi” a spasso nella valle dell’Adige

Secondo la paleogenetica, l’ultimo antenato comune tra noi e i nostri “cugini” scimpanzé, con cui condividiamo quasi il 99% del DNA, visse circa tredici milioni di anni fa. Oggi vediamo il risultato delle mutazioni genetiche intervenute in questo lunghissimo processo evolutivo, ma possiamo solo immaginare che aspetto avesse quel “nonno” comune.

Karl Marx, che ne capiva, scrisse che l’anatomia dell’uomo spiegava quella della scimmia. Noi abbiamo due certezze: stava lentamente imparando a camminare su due gambe e non aveva la coda. Alla luce di questa enorme distanza temporale possiamo affermare che l’uomo del Similaun, vissuto “appena” 50 secoli fa, non è un nostro lontanissimo parente ma, per così dire, uno di noi. Anzi, Ötzi siamo noi.

La sua raffigurazione corrente presenta però alcuni problemi. Viene immaginato come una sorta di “nonno di Heidi”, un archetipo dell’antico montanaro alpino: robusto, chiaro di pelle, con tratti quasi folkloristici. Le analisi genetiche più recenti raccontano invece una storia diversa. Ötzi aveva – come tutti gli europei originari – la pelle scura. Il suo patrimonio genetico mostra inoltre che l’80% del suo genoma proveniva dagli agricoltori neolitici anatolici, mentre solo una parte minore derivava dai cacciatori-raccoglitori europei dell’era post-glaciale.

Ötzi, che in realtà avrebbe dovuto chiamarsi Velthune, Larth, Kutzi o Thana, apparteneva alla cultura di Remedello, diffusa nell’Italia settentrionale. Le comunità di quell’epoca erano inserite in reti di scambio che collegavano le regioni alpine con la pianura padana e altre aree europee. Anche la sua lingua apparteneva a un contesto pre-indoeuropeo, come il retico e l’etrusco.

Quando nel 1991, a oltre 3.200 metri di quota, venne alla luce il suo corpo mummificato si aprì una finestra sull’età del Rame (3300–3000 a.C.), un mondo di transizione in cui antiche tradizioni di caccia convivevano con agricoltura, allevamento e prime forme di metallurgia. Per comprenderlo bisogna però tornare alla fine dell’ultima glaciazione. Con il ritiro dei ghiacci, circa 13.000 anni fa, la valle dell’Adige divenne un importante corridoio ecologico e umano: terrazzi fluviali e zone umide favorivano insediamenti stagionali, mentre il fiume offriva risorse e, soprattutto, vie di spostamento.

Nel Mesolitico gruppi di cacciatori-raccoglitori iniziarono a percorrere l’asse atesino e le valli laterali. Siti come il Riparo Gaban presso Martignano di Trento, San Giacomo o il crinale della Mendola testimoniano comunità che vivevano di cervo, stambecco, pesca fluviale e raccolta di frutti spontanei. Ripari sotto roccia, focolari e strumenti in selce rivelano una profonda conoscenza dell’ambiente alpino. L’equipaggiamento di Ötzi riflette bene questo mondo. L’ascia in rame non era un utensile comune ma un oggetto di prestigio. Le sepolture remedelliane con pugnali in selce e armi deposte accanto ai defunti mostrano una società già articolata. Il resto del corredo è essenziale: coltello in selce, arco incompiuto, frecce e abiti in pelli di capra, pecora e orso, con un mantello di fibre vegetali e scarpe isolate con erbe secche.

Rimane il mistero della sua morte.

Una freccia nella spalla indica violenza e conflitto. Forse fuggiva da un’imboscata o da tensioni locali. Il ghiacciaio ha conservato il corpo ma non il contesto; è quasi certo che gli aggressori appartenessero al suo stesso gruppo e non si siano impossessati della preziosa ascia o di altri oggetti per paura di essere subito individuati come autori dell’omicidio.

Ötzi si inserisce così in una storia millenaria che unisce primi cacciatori e pescatori mesolitici della valle dell’Adige, agricoltori neolitici e metallurghi dell’età del Rame. Nel suo corpo, nel suo DNA e nel suo equipaggiamento si riflette un’Europa già dinamica e connessa. 

Non è solo una mummia eccezionale: è il testimone di un territorio atesino che, molto prima della storia scritta, era già spazio di mobilità e scambi culturali.

Autore: Reinhard Christanell

Quel “buio” universale iniziato nel 536

Ci si interroga spesso su quali siano i fattori che innescano i grandi cambiamenti storici di una regione. Guerre, crisi politiche e invasioni giocano senza dubbio un ruolo centrale, ma accanto a questi eventi visibili e narrabili dalle fonti vi è un protagonista più silenzioso e costante: il clima. Le sue trasformazioni, lente nella maggior parte dei casi ma talvolta improvvise e violente, possono produrre effetti profondi e traumatici sui territori e sulle popolazioni, mettendo in crisi equilibri economici, sociali e ambientali costruiti nel corso dei secoli.

Tra il V e il VI secolo d.C. anche la valle dell’Adige sopra e sotto la Chiusa di Salorno fu teatro di una successione di sconvolgimenti senza precedenti. Al declino dell’Impero romano d’Occidente, culminato alla fine del V secolo, seguirono l’arrivo dei Goti, la lunga e devastante guerra gotica tra bizantini e eredi di Teodorico (535–553), il progressivo collasso delle strutture amministrative e fiscali romane e, infine, la peste di Giustiniano, attestata in Italia a partire dal 541, che colpì duramente un tessuto demografico già molto indebolito. A tutto ciò si aggiunse un evento ancora più inquietante, percepito come inspiegabile dai contemporanei: il cosiddetto “buio” universale iniziato nel 536. 

Le fonti antiche descrivono un sole offuscato, stagioni instabili, freddo persistente e raccolti falliti. Procopio di Cesarea riferisce che “il sole emetteva la sua luce senza splendore, come la luna, per tutto l’anno”, mentre Cassiodoro, scrivendo dall’Italia ostrogota, osserva che “non si vedono le ombre dei nostri corpi a mezzogiorno” e che “la forza del calore solare appare indebolita”. Oggi la ricerca scientifica attribuisce questo fenomeno a una serie di grandi eruzioni vulcaniche avvenute tra il 536 e il 539, che immetterono nell’atmosfera enormi quantità di aerosol, riducendo l’irraggiamento solare per diversi anni. Non a caso, il 536 è stato definito da alcuni studiosi “l’anno peggiore per essere vivi”. 

Anche l’Italia settentrionale e l’arco alpino risentirono fortemente di questa crisi climatica. Nella valle dell’Adige, tra Trento e Bolzano, territorio di transito e di frontiera già in età romana, l’impatto fu probabilmente amplificato dalla fragilità dell’economia agricola montana. Le comunità tardoantiche vivevano di un equilibrio delicato tra colture di fondovalle, allevamento e sfruttamento dei boschi: un abbassamento delle temperature e l’accorciamento delle stagioni agricole bastarono a metterlo in crisi. 

L’archeologia conferma una fase di contrazione insediativa tra la fine del V e la metà del VI secolo: abbandono di ville rustiche, ridotta manutenzione delle infrastrutture e rarefazione delle sepolture. Le stime più accreditate indicano una perdita demografica compresa tra il 40 e il 60 per cento. Non si trattò di un collasso improvviso, ma di un lento logoramento che rese il territorio meno densamente abitato e più permeabile ai mutamenti successivi. 

Quando, a partire dal 568, i Longobardi entrarono in Italia attraverso il Friuli, trovarono una valle estremamente indebolita ma strategica. Trento, che di lì a poco ebbe un vescovo illuminato come Agnello, divenne un nodo fondamentale di controllo religioso, politico e militare, mentre ampie aree rurali rimasero sottoutilizzate. Parallelamente, tra la seconda metà del VI e il VII secolo, dai territori alpini settentrionali gruppi bavari iniziarono una lenta e progressiva espansione verso sud, favorita proprio dalla minore pressione demografica e dall’ampia disponibilità di terre. 

Non si trattò di una sostituzione della popolazione romanza locale, ma di una sovrapposizione graduale. Le comunità romanizzate sopravvissero, inserite però in un contesto profondamente mutato, in cui nuovi assetti sociali, politici e linguistici presero forma. La crisi climatica del VI secolo non fu dunque la causa diretta delle migrazioni, ma un fattore strutturale che accelerò processi già in atto. Nella valle dell’Adige essa rappresenta una vera “cesura silenziosa”: l’inizio di quella lunga trasformazione che avrebbe ridisegnato il volto umano e culturale del territorio per i secoli successivi.

Autore: Reinhard Christanell

La frattura carolingia e l’eredità bavara

Per comprendere l’origine del mix linguistico che caratterizza la valle dell’Adige bisogna tornare indietro nel tempo. Tra l’VIII e il IX secolo, l’Europa occidentale conobbe una trasformazione linguistica profonda, comunemente definita “rottura carolingia”.

Non si trattò della nascita improvvisa di nuove lingue, ma della presa di coscienza di un mutamento già avvenuto: il latino non era più una lingua parlata. Questo processo, che portò alla separazione definitiva tra latino scritto e lingue dell’uso quotidiano, assunse nella valle dell’Adige un valore strutturante, destinato a incidere a lungo sull’equilibrio linguistico della regione. 

Con l’inserimento dell’Italia settentrionale nell’Impero carolingio (774), il territorio tra Trento e Bolzano entrò in uno spazio politico unitario ma linguisticamente eterogeneo. Il latino rimase la lingua della Chiesa, dell’amministrazione e del diritto, ma non era più compreso e parlato dal popolo. Il Concilio di Tours del 813, imponendo la predicazione in “rusticam romanam linguam” (volgare) o in “theodiscam” (da cui todesc), sancì ufficialmente questa frattura: accanto al latino colto esistono ormai lingue parlate autonome: romanze, basate principalmente sul “maltrattamento” popolare del latino, e germaniche. 

Nella valle dell’Adige tale rottura si innesta su una realtà già stratificata. Il dominio longobardo, conclusosi politicamente con la conquista franca, lascia un’eredità visibile soprattutto nel lessico giuridico e sociale. Nei documenti altomedievali redatti in latino compaiono molti termini di origine longobarda (guerra/werra, bannum, fara, faida, banca, arimannia, bara, stamberga, skuldhaizo, gastaldus), che descrivono istituzioni estranee alla tradizione del diritto romano. Il latino resta la lingua del documento, ma non più quella della società che il documento rappresenta. A partire dal IX secolo, un ruolo decisivo è svolto dai Bavari, popolazione stabilmente organizzata a nord delle Alpi dopo il crollo romano. Diversamente dai Longobardi, essi non costituiscono soltanto un’élite militare, ma una comunità radicata, con strutture familiari, agricole ed ecclesiastiche solide. L’espansione bavara verso sud non è il frutto di un’invasione improvvisa, bensì di una progressiva penetrazione favorita dal controllo dei passi alpini, dal sostegno carolingio e dalla funzione strategica dell’asse del Brennero. In questo contesto, la valle dell’Adige diventa una zona di insediamento e di contatto stabile tra parlanti romanzi e germanici. 

La frattura carolingia produce inizialmente una diglossia: si parla romanzo o teodisco, ma si scrive esclusivamente in latino. Questo equilibrio comincia a mutare dal XII secolo, quando il rafforzamento del potere territoriale e delle strutture signorili porta all’uso dell’alto tedesco scritto (Hochdeutsch) in ambito pratico e amministrativo. Nei territori a nord di Bolzano e progressivamente anche lungo l’Adige compaiono atti redatti in medio alto tedesco: contratti di compravendita, 

regolamenti agrari, atti notarili e documenti urbani. Emblematici sono i testi prodotti negli ambienti comitali e vescovili legati all’area tirolese, dove il tedesco affianca e in parte sostituisce il latino negli atti destinati all’uso locale. 

Il latino non scompare, ma viene progressivamente confinato alle funzioni sovralocali: diritto canonico, documentazione solenne, cultura scritta. Il tedesco diventa invece lingua dell’amministrazione territoriale e della vita economica, mentre i volgari romanzi continuano a evolversi come lingue parlate, con un accesso molto più tardivo alla scrittura. 

L’assetto linguistico che emerge tra XII e XIII secolo nella valle dell’Adige non è dunque il risultato di una sostituzione, ma di una lunga specializzazione funzionale delle lingue. La situazione plurilingue attuale affonda le sue radici in questo processo, avviato nell’età carolingia e consolidato dall’insediamento bavaro, che trasformò una frontiera imperiale in uno spazio di convivenza linguistica destinato a durare nei secoli.

Autore: Reinhard Christanell

La città di Tridentum e la valle dell’Adige

Tra l’età romana e la prima età medievale, la valle dell’Adige costituì uno degli assi territoriali più rilevanti dell’arco alpino centrale. In questo sistema, Tridentum svolse un ruolo nettamente predominante, non solo come centro urbano, ma come fulcro amministrativo, economico e religioso di un territorio ampio e articolato, che si estendeva lungo il corso dell’Adige e nelle valli laterali.

La relativa assenza di grandi centri urbani intermedi nel fondovalle atesino può stupire ma non va interpretata come segno di marginalità, bensì come il risultato di una precisa organizzazione territoriale accentrata, tipica del modello romano del municipium. 

Tridentum e il suo hinterland facevano parte della X regio Venetia et Histria, dialogando con municipia di primo piano come Verona, Brixia/Brescia e Feltria per formare un sistema urbano che garantisse la gestione dei traffici e del territorio tra pianura e Alpi.

Il municipium di Tridentum, promosso probabilmente in età augustea, non si limitava all’area urbana dell’odierna Trento ma abbracciava una vasta porzione della valle dell’Adige, estendendosi a nord ben oltre Salurnis e Pons Drusi fino alla conca di Maja/Merano. 

In Val d’Isarco raggiungeva probabilmente Sublavione e l’imbocco della Val Gardena. Tra questi poli si collocavano insediamenti minori e nodi viari, come Endidae, che garantivano il controllo del traffico e delle risorse lungo l’asse fluviale. La valle non era soltanto una via di passaggio, ma un territorio integrato, organizzato secondo logiche amministrative, fiscali e produttive coordinate da Tridentum.

Questa funzione strutturante emerge con chiarezza anche sul piano economico. 

Le evidenze archeologiche rinvenute lungo il corso dell’Adige e nelle valli laterali documentano un territorio attivo e inserito nei circuiti commerciali dell’Italia settentrionale. A Trento sono attestati complessi edilizi, magazzini e infrastrutture connesse ai traffici; nella Bassa Atesina e in Anaunia sono emerse ville rustiche, materiali edilizi standardizzati, ceramiche d’importazione, anfore vinarie e olearie, oltre a una circolazione monetaria significativa. In questo quadro si inserisce anche il tesoretto di monete d’argento risalenti al primo secolo a.C. scoperto a Laives/Reif.

Accanto all’unità economica e territoriale, la valle dell’Adige presenta anche una notevole coerenza religiosa. Numerose testimonianze attestano la diffusione, accanto a quelli di Giove, Diana e Mercurio, del culto di Saturno tra Tridentum, l’Anaunia (in particolare Cles) e la Val d’Ega (luogo di ritrovamento di una significativa ara Dianae), un’area che conserva evidenti continuità con precedenti culti retici legati alla fertilità, al ciclo agricolo e alla protezione della comunità. Questo orizzonte religioso condiviso contribuì a rafforzare l’identità del territorio e la sua
integrazione culturale, prima di entrare in tensione con l’avanzata del cristianesimo tardoantico. Il conflitto simbolico e religioso culminò ai tempi di san Vigilio, quando la nuova fede si confrontò con pratiche cultuali profondamente radicate.

Un ultimo elemento di continuità riguarda il passaggio dall’età romana a quella medievale. Il venir meno dell’amministrazione imperiale e le successive presenze di amministrazioni “barbariche” (ostrogote e longobarde) non determinarono una frattura netta: il principato vescovile di Trento, costituito ufficialmente nel 1027, si sovrappose in larga misura all’antico territorio del municipium, estendendo la propria giurisdizione fino a Bolzano. Questa continuità territoriale e funzionale conferma il ruolo duraturo di Tridentum come centro ordinatore della valle dell’Adige, capace di strutturare lo spazio ben oltre la fine del mondo romano.

Autore: Reinhard Christanell

Il nazionalismo tra Deutsch e Welschtirol

Tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, le spinte principali verso il precipizio delle due guerre furono di natura nazionalistica. Le “nazioni” monolitiche, non diversamente da quanto accade oggi, cercarono di sostituire gli Stati multietnici, generando disastri e fiumi di sangue anche tra Trentino e Sudtirolo.

Un esempio significativo in tal senso è rappresentato dal contributo apparso nel 1907 sul settimanale “Gardasee-Post” con il titolo “Am Sprachgrenzlandstrich” (Nella terra di confine). Il testo affrontava la questione della frontiera linguistica e nazionale nell’Etschtal/Val d’Adige, tra Deutsch- e Welschtirol, con particolare attenzione all’area compresa tra Bolzano e la Salurner Klause. Prendendo le mosse dalla definizione del confine tra i distretti di Trento e Bolzano, discussa anche nel saggio “I confini della nazione”, l’autore contestava l’idea di un’originaria appartenenza italiana di questi territori, rivendicando invece una loro prevalente germanicità storica. Ne emerge un quadro di contrapposizione “nazione contro nazione” in un’area che tradizionalmente era stata luogo di coesistenza di più comunità linguistiche.

Secondo la ricostruzione proposta, la linea di confine nazionale presso Salorno attraverserebbe l’Adige, toccando Eichholz (Roverè), Magrè e la Valle di Non, mentre il “Bozner Kreis” si sarebbe esteso sul lato sinistro del fiume fino a Salorno.

La tesi secondo cui i contadini tedeschi sarebbero stati semplici immigrati

temporanei, costretti a ritirarsi oltre Bolzano a causa del Sumpffieber (malaria), viene respinta richiamando una scrittura del 1610 del medico Guagnoni, nonché le condizioni demografiche ancora osservabili nel XIX secolo. Il testo sottolinea come nel XIV secolo il territorio oggi definito Welschtirol presentasse ancora preti, sindaci e numerosi minatori tedeschi, impegnati nello sfruttamento delle miniere d’argento a favore dei successori di san Vigilio. La progressiva affermazione dell’elemento italiano ebbe inizio solo nel XV secolo, quando il settore meridionale della zona di confine passò sotto Venezia. Per questo motivo l’arciduca Sigismondo del Tirolo e l’imperatore Massimiliano I tentarono di riconquistare l’area per conservarla al popolo tedesco e al Reich.

Un ruolo decisivo nella successiva Verwelschung (italianizzazione) non fu svolto da fattori climatici, bensì da dinamiche economiche e istituzionali. La navigazione sull’Adige, monopolizzata da operatori italiani fin dal XV secolo, favorì una penetrazione sistematica dell’elemento “italico”. Nel 1424 Rudolf von Bellinzona deteneva il porto di Bronzolo, appartenente al principe-vescovo di Trento. La fluitazione del legname da Terlano a Bolzano, Egna e Trento rimase a lungo in mani italiane. All’inizio del XVII secolo Gianbattista Sommada di Claramonte organizzò la navigazione regolare, dopo precedenti iniziative di Bonfioli nel 1603, avvalendosi di tecnici provenienti da Bergamo. Dal 1584 operava inoltre una compagnia commerciale italiana a Sacco presso Rovereto, con diritti esclusivi sul trasporto del legname da Laives, Bronzolo e Egna.

Durante il regno di Ferdinando I si verificò un’importante ondata migratoria da Venezia, che coinvolse aristocratici, avvocati, medici, funzionari e mercanti delle aree veneziana, vicentina e veronese, nonché contadini chiamati a sviluppare la bachicoltura. Secondo Bidermann, almeno metà delle famiglie aristocratiche del Welschtirol con cognomi italiani risale a questo periodo. Parallelamente, il clero romano limitò l’uso del tedesco nella predicazione, accelerando la perdita linguistica.

Ampio spazio è infine dedicato alle testimonianze ottocentesche. Il sacerdote Tomaso Bottea, in una cronaca pubblicata a Trento nel 1860, affermò che il dialetto di Folgaria conserva numerose parole tedesche, prova dell’origine germanica della popolazione. Dai registri comunali risultano 2300 abitanti con nomi tedeschi nel 1785 e 2854 nel 1818. L’italiano parlato si diffuse solo dal 1560, mentre fino al 1596 le procedure giudiziarie si svolgevano in tedesco. Bottea elencò inoltre i cognomi Bramer, Pfettner, Rech, Larcher, Graser, Filz e i centri germanofoni del “Roveretaner Kreis” (Terragnolo, Brandtal, Trambileno, Val Lagarina, Vallarsa, Vielgereuth, Serrada, St. Sebastian, Mitterberg) e del “Trienter Kreis” (Lusern, Chiesanuova, Lafraun, S. Felice, Palai).

Una posizione analoga fu sostenuta da Friedrich von Attlmayr, presidente del Kreisgericht (pretura circondariale) di Rovereto, che nel 1865 pubblicò “Die deutschen Kolonien im Gebirge zwischen Trient, Bassano, Verona” sulla Zeitschrift des Ferdinandeum für Tirol und Vorarlberg, stimando in 15.000 persone la popolazione di origine tedesca nelle montagne comprese tra Adige e Brenta.

Autore: Reinhard Christanell