Case popolari

Sono sicuro che molti di voi lettori vorranno associarsi a me, nel ringraziare i quindici “rappresentanti della società civile” che nei giorni scorsi hanno rivolto un appello alla Provincia affinché a fronte di un bilancio di quasi 9 miliardi di euro, voglia finalmente aumentare i fondi a disposizione dell’Ipes. 

Dell’Istituto Provinciale per l’Edilizia Sociale nei mesi scorsi ne abbiamo sentito parlare quasi esclusivamente per la richiesta dell’assessora provinciale competente di rendere più snello l’organismo direttivo. Nei media invece pochi hanno trovato il modo di ricordare i dati che certificano come la Provincia negli ultimi 20 anni abbia ridotto di molto i finanziamenti per sostenere l’edilizia sociale. 

Una volta si chiamavano case popolari, ricordate? Molti di noi hanno una parte della storia della propria famiglia indissolubilmente legata agli edifici pubblici in affitto. Erano appartamenti assegnati ai nostri padri e ai nostri nonni che lavoravano. All’epoca questa soluzione abitativa era stata individuata per fornire un tetto ai tanti cittadini che erano giunti spesso da fuori per contribuire allo sviluppo dei nostri centri urbani. Ebbene: questa esigenza non è scomparsa, anzi. Negli ultimi anni l’Alto Adige – sia nel settore pubblico che in quello privato – ha rinnovato, in forme diverse e più moderne, questa forte richiesta di forza lavoro. Trovandosi alle prese con un mercato abitativo in cui ormai è quasi impossibile per i giovani lavoratori l’acquisto di un appartamento. Per anni l’acquisto di un alloggio è stato identificato dalla politica come soluzione da privilegiare e sostenere. Oggi è sotto gli occhi di tutti: quel tempo è finito. Torniamo infatti ad avere urgente bisogno di alloggi in affitto e a questa richiesta è giusto che sia di nuovo il “pubblico” a farsene carico. 

I quindici rappresentati della società civile nel loro appello non si limitano a sollecitare investimenti da parte della Provincia nell’edilizia sociale ma, giustamente, fanno altre richieste. Innanzitutto un maggiore coordinamento con i Comuni che devono individuare i terreni necessari. A ciò si accompagna la necessità di procedere in maniera celere alla ristrutturazione del patrimonio di alloggi pubblici che al momento sono inutilizzabili. Poi – dicono i promotori dell’appello – la politica dovrà finalmente operare per fare in modo di riequilibrare la legislazione che al momento promuove gli affitti brevi (turistici) a scapito di quelli a lungo termine (per lavoro). 

Non c’è tempo da perdere.  

Autore: Luca Sticcotti

Passi di pace nel vuoto della politica

In un mondo che trasforma i ministeri della difesa in ministeri della guerra e che chiama al riarmo, dove la guerra torna a essere strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, a Merano un gruppo di cittadini ha attraversato la città compiendo passi di pace.

“Passi di pace” (che fa tappa nei luoghi di culto delle diverse comunità religiose) è iniziativa del Team ecumenico, Rete interreligiosa che, da quasi vent’anni, scommette sul dialogo tra persone, comunità, tradizioni e lingue.

Poche settimane fa il card. Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme, ha scritto una lettera che vale ben oltre i confini della Terra Santa (“Tornarono a Gerusalemme con grande gioia”). In essa descrive con saggezza quella situazione e suggerisce a cosa siamo chiamati. Va letta integralmente, qui solo alcuni frammenti. 

Premessa: “Quello che stiamo vivendo non rappresenta solo un conflitto locale. È il sintomo di una crisi molto più profonda, di un cambiamento di paradigma a livello globale”.

La situazione: “Alcune potenze mondiali, che un tempo si presentavano come garanti dell’ordine internazionale, rivelano oggi un volto diverso: scelgono da che parte stare non in base alla giustizia, ma in base ai propri interessi strategici ed economici. Buona parte delle istituzioni – civili, politiche, religiose – finiscono così per rimanere spettatrici silenziose e impotenti di fronte all’emergere di questo nuovo disordine mondiale”. 

Le reazioni: “Di fronte alle tragedie e alle ingiustizie di questo tempo, il sentirsi vittima è una reazione profondamente diffusa. Ciascuno tende a percepire la propria tribolazione come unica e assoluta. Questo atteggiamento rende molto difficile riconoscere il vissuto dell’altro, e segna profondamente il modo in cui persone e comunità vivono e interpretano ciò che accade intorno”.  

Il rischio: “Quando il grido di chi patisce sembra non trovare ascolto né risposta, si è tentati di perdere la fiducia nelle comunità di fede, che dovrebbero essere voce dei più deboli, e persino in Dio”. 

La speranza: “Sarebbe ingiusto, però, fermarsi solo a questa descrizione così cupa dei problemi che la realtà evidenzia. Perché proprio in quel crinale, nel vuoto lasciato dalla politica e dal diritto, non hanno mai smesso di operare associazioni, movimenti, realtà di base. Non per ingenua vocazione al dialogo, ma per una testarda ostinazione a considerare l’altro un essere umano. … È da lì, da questi frammenti di umanità concreta, che potrà emergere il progetto di una convivenza possibile. Se e quando si uscirà dalle macerie, saranno loro – non i grandi organismi internazionali in crisi – a dover essere gli architetti della ricostruzione. La debacle del sistema internazionale, in questo, ha almeno il merito di aver restituito visibilità e dignità a chi non aveva mai smesso di lavorare sul campo” e a compiere, appunto, passi di pace. 

Autore: Paolo Bill Valente

Psicopolizia ed esperimenti di massa su larghissima scala

A chi ha familiarità con George Orwell, il concetto di Psicopolizia non dovrebbe essere del tutto nuovo, così come non lo sarà per chi conosce la Brain Police di Frank Zappa: ma Psicopolizia, per chi abita e bazzica la scena musicale della nostra regione, è anche il nome di una formazione che ha fatto parlare abbastanza di sé prima di sciogliersi nel 2008. Tre anni fa però, il gruppo originale ha sentito che forse era il momento di tornare a far sentire la propria voce, una voce della coscienza, in qualche modo, un po’ come quella del Grillo Parlante di collodiana memoria, una voce scomoda magari, ma del tutto non scontata.

“Quando il gruppo originale si era sciolto nel 2008 – racconta Emanuele Zottino, che è uno dei fondatori e chitarristi degli Psicopolizia –, non avremmo mai pensato che potessimo tornare insieme, invece a distanza di quindici anni, ci è parso che certi temi affrontati nei testi di Pietro Frigato, il nostro cantante, fossero stati quasi profetici all’epoca della loro stesura, e quindi fossero quanto mai attuali oggi. Così abbiamo rimesso in piedi il gruppo, con Davide Ferrazzi che aveva preso il posto del chitarrista originale Alessandro Lo Vetro, aggiungendo alla nostra musica qualche elemento indie-rock del suo bagaglio personale. Ora però c’è stato un nuovo avvicendamento tra i due e quindi gli Psicopolizia sono un quartetto che si completa con il basso di Andrea Lo Vetro e una batteria elettronica in luogo del batterista Paolo Seppi”.

Da fine aprile sulla piattaforma Soundcloud è possibile ascoltare le nuove canzoni della band, un EP intitolato Esperimenti di massa (ad un livello mai visto), il cui titolo allude neppure velatamente a quello che potrebbe essere stata la pandemia di inizio decennio. Insomma, un tema di quelli cari a Pietro Frigato che con le sue liriche quasi recitate dimostra di essere sempre sul pezzo, col pregio, qui, di essere meno torrente di parole rispetto all’altro progetto musicale che condivide con Zottino, i Controfase (RCCM). L’EP si compone di quattro brani, due del repertorio iniziale e due nuovi di zecca, Revolving Doors con appunto le allusioni alla pandemia, e Transhumanist Necropolitics che combina due testi differenti, uno in inglese ed uno in italiano.

“Lavorare a questo materiale – ci spiega Zottino – è stata una sfida, innanzitutto le due composizioni dei nostri esordi sono state riarrangiate per l’esecuzione con la formazione senza batterista. Per quanto riguarda la parte musicale del nostro lavoro, siamo Alessandro ed io ad occuparcene, partiamo da una piccola idea, lavorando sempre insieme, abbiamo diversi riff, diverse melodie che ci girano dentro, poi inizia il lungo lavoro di scarto per mantenere una traccia su cui costruire il brano. È un lavoro difficile, impegnativo, perché l’obiettivo è arrivare a ciò che ci vuole per i testi di Pietro. E il risultato deve essere qualcosa che non faccia da sottofondo alla sua voce, né qualcosa che la copra. Musica e voce devono essere sempre sullo stesso piano, è la nostra regola, sono ugualmente importanti”.

Basta ascoltare il vecchio brano che dà nome al gruppo per comprendere le parole del chitarrista, che come il suo collega si occupa anche delle parti elettroniche della musica degli Psicopolizia: la composizione si snoda su un giro di basso che, forse involontariamente, richiama l’incedere psichedelico e orientaleggiante della White Rabbit dei Jefferson Airplane. 

“È la nostra canzone manifesto – prosegue il musicista – col tema del controllo su quello che pensiamo, con i controllori, o psicopoliziotti che per tenerci sotto usano anche le nuove tecnologie che ovviamente ai tempi di Orwell non c’erano. Per noi è un pezzo irrinunciabile. Il secondo brano ripescato è invece Bi-pensiero, anch’esso ispirato alle atmosfere orwelliane, con particolare attenzione alla manipolazione del linguaggio, per cui la libertà è schiavitù, la guerra è pace, l’ignoranza è forza. La teoria di Orwell per cui crediamo di vivere una realtà e invece ne stiamo subendo un’altra, una teoria profetica come il concetto della Psicopolizia. Purtroppo i testi denunciano delle situazioni, senza avere le soluzioni, sta a noi reagire o meno a queste situazioni. Però magari intanto, l’ascoltatore seguendo i testi delle canzoni si pone delle domande. Ed è già il raggiungimento di un obiettivo”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

La strada dedicata a Damiano Chiesa

Via Damiano Chiesa: è una delle vie di Oltrisarco dedicate a martiri dell’irredentismo. Nato a Rovereto il 24 maggio 1894, conseguita la maturità nel 1913 presso la “Realschule”, iniziati gli studi al Politecnico di Torino, Damiano Chiesa passò poi alla facoltà di Ingegneria Navale di Genova. Nell’aprile 1914 fu eletto alla Dieta del Tirolo per i liberal-nazionali, collegio di Rovereto. Il 13 settembre 1914 ritornò a Torino, per evitare la chiamata alle armi della classe 1894. Intervenuta l’Italia nel primo conflitto mondiale, Damiano Chiesa si arruolò volontario nell’esercito italiano. Come irredentista gli fu assegnato il nome di guerra Mario Angelotti; da artigliere il 17 giugno 1915 raggiunse una batteria leggera sul Monte Testo nel gruppo del Monte Pasubio. Nel febbraio 1916 fu aggregato come sottotenente al 9° Reggimento Artiglieria operante sul Col Zugna, a sud di Rovereto. Fu catturato  durante la Strafexpedition austriaca il 16 maggio a Costa Violina (Vallagarina). Riconosciuto da alcuni, in particolare  da quelli di Rovereto, fu incarcerato il 18 maggio a Trento nel Castello del Buonconsiglio. Alle 8 del mattino del 19 maggio, nella villa Gerloni in via della Saluga, sede del Tribunale militare dell’XI  Armata, ci fu contro il traditore Chiesa il procedimento detto “giudizio statario”, un rito abbreviato per i reati di carattere militare. La sentenza fu la pena di morte per capestro, ma il generale Viktor Dankl dispose per la fucilazione. Prima dell’esecuzione  Damiano Chiesa poté ancora scrivere una lettera, l’ultima, commovente, alla famiglia (papà, mamma, Beppina, Jole, Emma). L’esecuzione ebbe luogo verso le ore 19 nella “fossa della Cervara” del castello del Buonconsiglio. Le sue spoglie sono conservate a Rovereto, nel sacrario militare di Castel Dante. La sua memoria è onorata anche con l’intitolazione di vie e piazze, come, in provincia, a Bolzano, Laives, Sinigo.

Autore: Leone Sticcotti

Marco Lobos

Sono i colori vivaci dell’America Latina, il tocco iperrealista del maestro pugliese Renato Verrusio, unita inconsapevolmente a quella nostalgia dell’anima che si esprime fiera e potente, lasciando una grande impressione nel fruitore, che non può restate indifferente a questo invito alla vita. 

Sono gli acrilici fluorescenti e fosforescenti, uniti alla tecnica della velatura e degli strati sovrapposti a fare della sua arte un unicum per profondità, tridimensionalità, colore. 

Un’esperienza formativa lunga e metodica unita ad una grande quantità di esperienze artistiche variegate, fanno di Lobos un artista completo, convincente attento alla forza di un volto, all’energia di un animale selvatico, coniugando l’oggi e il qui con il lontano e il passato. Ritratti di sportivi e  politici, tigri e rinoceronti.  

Le origini cilene di Marco Lobos fluiscono carsiche giacché Lobos giunse in Italia a nove anni come esule politico e qui poté compiere gli studi primari e secondari. L’Accademia di Bologna fece il resto nella sua formazione: nel 1997 si laurea in Pittura di Concetto Pozzati. L’influenza dell’Arte Pop ha fatto il resto. 

Le esperienze artistiche scaturite a partire dagli anni Ottanta sono molteplici e variegate per tecniche e sperimentazioni, impegno e crescita artistica nel segno della contemporaneità. Hanno fatto parte del suo ampio bagaglio: la pittura a murale, sviluppata attraverso una collaborazione con un gruppo di artisti italo cileno, allestimenti, installazioni in istituzioni museali, laboratori artistici.

Autrice: Rosanna Pruccoli

La grande creatività poetica vissuta da Morgenstern a Merano

Dalla Baviera al Sudtirolo, da Monaco a Merano. Christian Morgenstern, poeta e scrittore nato nel maggio del 1871 da una famiglia di artisti, viaggiò molto fra Germania, Svizzera e Italia. Una malattia polmonare lo portò a frequentare varie stazioni climatiche e a Merano visse a lungo.

Il poeta e scrittore tedesco, dopo un breve periodo di lavoro come giornalista a Berlino, fece della sua malattia polmonare il motivo per intraprendere numerosi viaggi, conoscere altri scrittori e intellettuali in Germania, Svizzera e Italia. Nato infatti nel 1871 da una famiglia di artisti, fin dal 1893 fu costretto a trascorrere ogni estate lunghi periodi di cura in stazioni climatiche. Si fece conoscere giovanissimo con le sue raccolte poetiche del 1898, del 1900, del 1906. Nei suoi primi anni Christian Morgenstern scrisse numerosi saggi e recensioni per vari periodici tedeschi. Furono pubblicati nel sesto volume (Kritische Schriften, 1987) della raccolta delle opere tedesche di Morgenstern. Le sue opere filosofiche e mitologiche furono in gran parte influenzate dal filosofo Friedrich Nietzsche, e Rudolf Steiner (fondatore dell’antroposofia), e dagli scrittori russi Fëdor Dostoevskij e Lev Tolstoj.

Morgenstern divenne ancor più famoso come traduttore: fu infatti lui a tradurre in tedesco le opere di Ibsen e di Strindberg.

Quando giunse a Merano nel settembre 1906 era poeta, traduttore e pubblicista affermato.  Prese alloggio a Maia Alta, dove decise di restare e trascorrere l’inverno 1906/1907 in una piccola mansarda. In una lettera all’amico Friedrich Kayssler descrive il paesaggio che può godere dalla sua piccola ma pulita stanzetta. Rimasto affascinato dalla bellezza del luogo, ne compì un vero monumento poetico.

Nel giugno 1908 a Bad Dreikirchen conobbe Margareta Gosenbruch von Liechtenstern e insieme decisero di camminare fino alla Mendola. Rientrato a Merano nell’autunno 1908, passò settimane di intenso lavoro e creò alcune delle più belle poesie mai scritte a Merano.

Il 7 marzo 1910, a Merano, Morgenstern e Margareta Gosenbruch von Liechtenstein si sposarono. Poco tempo dopo purtroppo la sua malattia peggiorò e nel 1914 si rese necessario un ricovero al sanatorio Navratil di Gries. Rientrarono a Merano e furono ospitati in un piccolo appartamento della villa Platter-Heliobug di Maia Bassa, della nobildonna polacca Ludwigowska, dove morì il 31 marzo. 

La sua poesia era soprattutto ispirata al nonsense letterario inglese e fu assai popolare fra i suoi contemporanei anche se non riuscì a portarlo a un vero e proprio successo. In alcuni scritti ebbe modo di criticare alcuni aspetti della filosofia e della lingua: la scolastica nel suo Scholastikerprobleme, la critica letteraria in Drei Hasen, la grammatica in Der Werwolf, la ristrettezza mentale in Der Gaul e il simbolismo in Der Wasseresel. Fra le opere più note e apprezzate di Morgenstern ci furono i Galgenlieder del 1905, un volume di versi umoristici, poi Palmström nel 1910. Mentre furono pubblicati postumi Palma Kunkel nel 1916, Der Gingganz nel 1919 e Alle Galgenlieder nel 1932. 

In Germania di queste opere furono stampate diverse edizioni e ne furono vendute centinaia di migliaia di copie.

Le composizioni di Morgenstern furono musicate da compositori di fama e provenienti da varie nazioni europee.

Autrice: Rosanna Pruccoli

L’epoca della Belle Époque tra Bolzano e l’Oltradige

Se oggi il turismo viene sempre più spesso percepito come un peso difficile da sostenere per le comunità residenti, vi fu un tempo — non troppo lontano — in cui viaggiare rappresentava ancora un privilegio riservato a pochi e il turista era considerato quasi un esploratore. Per attraversare l’Europa, scalare montagne o raggiungere vallate remote servivano denaro, molto tempo libero e soprattutto spirito d’avventura. Viaggiare non era ancora consumo di massa, ma esperienza, scoperta e in parte anche sfida personale.

Tra le figure simbolo di questo primo turismo aristocratico vi fu certamente l’imperatrice Elisabetta d’Austria, la celebre Sisi. Per sfuggire all’etichetta della corte viennese, ma anche per il suo carattere inquieto e curioso, trascorse lunghi periodi in viaggio tra Mediterraneo, Europa centrale e regioni alpine. In un certo senso fu proprio lei, involontariamente, ad anticipare il turismo moderno: al seguito dell’imperatrice si mossero nobili, giovani dell’alta borghesia, artisti e avventurieri, desiderosi di vedere gli stessi paesaggi ammirati dalla corte imperiale.

Il Tirolo meridionale divenne così una delle mete predilette della Belle Époque. Località come il Passo della Mendola, Carezza o le rive del lago di Caldaro si trasformarono progressivamente in luoghi d’incontro dell’élite europea. Anche scrittori, pittori e intellettuali scoprirono queste terre, contribuendo alla nascita di una vasta letteratura di viaggio fatta di descrizioni romantiche, racconti alpini e impressioni paesaggistiche.

Decisivo fu soprattutto lo sviluppo delle infrastrutture.

Nella seconda metà dell’Ottocento l’Impero austro-ungarico investì enormemente nella costruzione di ferrovie, strade di montagna e, poco più tardi, funicolari e funivie. La ferrovia del Brennero aveva già trasformato Bolzano in una porta d’accesso alle Alpi; da qui si svilupparono poi collegamenti locali verso le aree considerate più suggestive e salubri. Nella guida “Das Überetsch und die Bahn von Bozen nach Kaltern”, pubblicata a Innsbruck nel 1898, J. C. Platter descrive i luoghi più ameni della cosiddetta conca di Bolzano, a partire da Blumau/Prato Isarco, dove — secondo l’autore — terminava il nord freddo e spigoloso per lasciare spazio a una terra quasi mediterranea, fatta di vigneti, cipressi, palme e del clima mite di Bolzano, Oltradige e Bassa Atesina.

All’epoca Bolzano, o meglio Bozen, era poco più di un grande borgo circondato da numerosi comuni autonomi: da Settequerce a San Maurizio, da Gries a Dodiciville, fino ai paesi e alle frazioni di Appiano e Caldaro.

“Bolzano, l’ultima città tedesca del sud, conta circa 12.000 abitanti”, scrive Platter, sottolineando come la città fosse ormai punto di partenza per escursioni, soggiorni climatici e cure. La sua estate, osserva con entusiasmo, sembrava durare da febbraio fino a novembre inoltrato. “Ogni anno oltre 40.000 turisti, ospiti di cura e viaggiatori di piacere provenienti da tutta Europa soggiornano a Bolzano e Gries”.

La strada della Mendola era stata costruita tra il 1880 e il 1885 e pochi anni dopo, nel 1903, sarebbe entrata in funzione anche la funicolare da Sant’Antonio al Passo. Con l’aumento del traffico e soprattutto con lo sviluppo dell’esportazione di vino e frutta, emerse però la necessità di nuovi collegamenti. Nacque così la Ferrovia dell’Oltradige, dovuta all’iniziativa del barone Andreas von Di Pauli di Caldaro e del banchiere bolzanino Sigismund Schwarz, già noto per il suo impegno nel settore ferroviario e dei trasporti. La nuova linea, costata oltre un milione di corone e ufficialmente denominata Localbahn Sigmundskron–Kaltern (Ferrovia locale Castel Firmiano-Caldaro), aveva una lunghezza di 15,2 chilometri, dei quali 4,4 coincidevano con il tratto della ferrovia di Merano da Bolzano fino poco oltre Castel Firmiano. I convogli procedevano alla velocità di circa 25 chilometri orari, ma per i viaggiatori dell’epoca quella piccola ferrovia rappresentava già una porta spalancata sul paesaggio incantato dell’Oltradige.

Autore: Reinhard Christanell

Cronaca

Ci sono periodi in cui la normalità di questo giornale, ovvero l’assenza assoluta di cronaca politica, cronaca giudiziaria e – soprattutto – cronaca nera, mi rende personalmente orgoglioso. 

Il momento corrente è uno di questi periodi; ogni volta che sento – troppo spesso – parlare del delitto di Garlasco penso a quando sia importante, oggi, dare occasione alle persone di non focalizzarsi su presunte informazioni, molto più assimilabili a un circo in cui vale tutto e in cui la morbosità in stile “reality nero” ha preso il sopravvento. Si tratta di un meccanismo che da anni ormai sta trascinando con sé, ahimè, anche colleghi giornalisti e editori senza scrupoli, in alcuni casi detentori di un ormai solo presunto ruolo di “servizio pubblico”.

La cosa assurda è che in quella vicenda e in quel circo mediatico un solo fatto è certo, da vent’anni, ovvero che la vera e grande vittima accertata è la verità. Una verità fagocitata da una giustizia che palesemente non è stata in grado di fare il suo lavoro e alla quale hanno cercato di sostituirsi – generando un mostro – anni di processi “televisivi” in grado di calamitare l’attenzione di molti di noi, sviandola da altre questioni davvero molto più importanti. 

Il nostro mondo – da qualsiasi prospettiva lo osserviamo, da quella planetaria a quella del condominio in cui abitiamo – è infatti caratterizzato da una serie di problematiche delle quali è opportuno occuparsi, volenti e nolenti. Informandoci, incontrando storie, capendo meccanismi, formandoci opinioni e mettendoci quindi nelle condizioni di operare delle scelte, prendere posizione, orientare le nostre vite.  

Ebbene: è su questo che noi cerchiamo di concentrarci. Per provare a raccontare quello che accade intorno a noi e offrire dunque l’occasione per capire meglio che senso dare alla nostra quotidianità. Cercando in questo modo un nostro equilibrio, insieme alle altre persone, quelle “vere” che stanno intorno a noi e che per molti versi sono a noi simili ma al contempo diverse. 

Noi non pensiamo mai di dare solo buone notizie, ma semplicemente di offrire un’onesto spaccato della nostra realtà. Fornendo elementi per crescere, insieme, e – magari – allenare la nostra capacità di cambiare idea, ogni tanto. Sì, perché oggi avere le idee chiare in un mondo complesso come il nostro deve essere sempre di più un processo elastico, in divenire. 

Questo è il nostro piccolo contributo. Confidiamo nel vostro aiuto per continuare a darlo. 

Per cui continuare a leggerci. 

Grazie.

Autore: Luca Sticcotti

Cercare consenso instillando odio: indegno e disumano

Non c’è niente di più facile — e perciò vile — per certi politici (ma la politica vera è un’altra cosa) che raggranellare consensi parlando male degli “stranieri”. La maggior parte dei bulli e degli odiatori che stanno portando il nostro mondo alla deriva ha costruito il proprio successo sulla pelle delle persone migranti.

Ma non serve andare lontano. Ho davanti agli occhi il banner pubblicato sui social da un gruppo politico altoatesino che mostra una donna (bionda) impaurita dai volti torvi e dai gesti intimidatori di due uomini dall’evidente origine straniera. Un’immagine ben costruita, capace di turbare anche me, accompagnata da slogan che evocano paure e minacce di morte. La “foto” è un prodotto dell’intelligenza artificiale, dunque è falsa e, per il messaggio di cui è portatrice, potrebbe meritare un esame sotto il profilo dell’“odio per motivi razziali” ai sensi della Legge Mancino.

Lo stesso gruppo, in altri post, gioca la carta degli “alloggi gratis ai migranti”: un presunto provvedimento che sarebbe promosso dalla Giunta provinciale e, in particolare, dall’assessora Rosmarie Pamer, che nei mesi scorsi, proprio per aver affrontato il tema, è stata coperta di insulti (a lei va tutta la nostra solidarietà).

A queste situazioni — che rappresentano una violazione delle più elementari norme della buona informazione e della convivenza civile — ha risposto, alcuni giorni fa, il presidente Arno Kompatscher.

“È intollerabile e inaccettabile che si continui a diffondere affermazioni false”, scrive Kompatscher, “col solo scopo di alimentare odio e risentimento sociale”. “Del tutto infondata” l’idea “che gli stranieri ricevano un trattamento preferenziale nelle politiche abitative”. Al contrario: “I dati consolidati da anni confermano che gli stranieri ricevono meno di quanto spetterebbe loro”. “Ci sono ambiti in cui la presenza degli stranieri è pari a zero, nonostante rappresentino circa il 10-12% della popolazione. Di queste misure beneficiano quasi esclusivamente i residenti locali” che hanno “requisiti di radicamento che i nuovi arrivati spesso non possiedono ancora”. È “inaccettabile sostenere che si faccia politica contro i residenti. La verità è l’esatto opposto: i residenti locali sono, nei fatti, i soggetti favoriti, e non abbiamo alcuna difficoltà a dichiararlo con chiarezza”.

Rispetto ai migranti – che, aggiungiamo noi, in tutto il Paese sono la categoria più esposta alla povertà – Kompatscher sottolinea che “non sono tutti migranti economici, tra loro ci sono anche rifugiati. E per quanto riguarda i migranti economici, va ricordato che molti di loro sono stati chiamati qui dalle nostre stesse imprese”. “Tutti i nostri settori economici ne hanno bisogno e li hanno attivamente attratti. Rappresentarli unicamente come un ‘problema’ è un atteggiamento semplicemente indegno”.

Autore: Paolo Bill Valente

Roland’s Puschtra

Nella loro ricca diversità, i dialetti esprimono una forte identità regionale e agiscono a mo’ di guardiani di consistenti radici culturali. Il proposito di Auraum è di “coniugare la loro spesso scarsa comprensibilità con il linguaggio della musica”. Con queste parole, il musicista e cantante pusterese Roland Egger presenta il suo debutto come solista, dopo quasi cinquant’anni trascorsi dietro una batteria ed un microfono con gruppi come Readly Ash, New Flash, Trinciato Forte e soprattutto Incredible Southern Blues Band.

Egger, per questa sua prima uscita in proprio ha allestito un progetto molto originale e godibile in cui sposa la sua musica abituale (un raffinato mix di soul/pop che gli americani chiamano Blue Eyed Soul, soul dagli occhi azzurri, che ha avuto in formazioni come Steely Dan e Hall & Oates i suoi rappresentanti più titolati) con il dialetto della sua valle, la val Pusteria, da cui il nome del progetto: Roland’s Puschtra.

“Dopo cinquant’anni passati cantando sempre in inglese e prevalentemente musica altrui – ci spiega il musicista –, questo è un progetto tutto mio. Diciamo innanzitutto che sono un autodidatta, certo da ragazzino avrei potuto imparare un altro strumento unendomi alla banda del paese, ma siccome io e un mio amico eravamo quelli cosiddetti coi capelli lunghi, le cose sono andate diversamente, ho bypassato la fase banda e mi sono messo a imparare a suonare la batteria ascoltando i dischi a velocità rallentata per capire i passaggi e spostando la puntina avanti e indietro”.

Dotato di una voce particolarmente adatta al genere musicale che predilige, Roland Egger appartiene a quella schiatta poco numerosa di cantanti/batteristi i cui rappresentanti più famosi sono probabilmente Don Henley e Levon Helm.

“Forse sono più cantante che batterista – scherza Roland – però non ho mai avuto il coraggio di mettermi da solo dietro un microfono, non saprei dove mettere le mani, amo cantare seduto dietro alla batteria, con un ritmo addosso. Potrei tranquillamente affermare che questo è il mio habitat”.

Per incidere il disco Egger si è recato agli storici Newport Studios accompagnato da una band composta dal chitarrista Valerio De Paola che si è occupato di arrangiamenti e ha scritto le musiche delle otto canzoni, dal tastierista veneziano Michele Bonivento, impegnato in particolar modo all’organo Hammond, dividendosi le parti di pianoforte con Davide Dalpiaz, mentre il basso elettrico è ben saldo nelle mani di Flavio Zanon. Ci sono poi Fiorenzo Zeni e Bramböck ospiti ai sassofoni. Con un gruppo così solido, la bontà della parte musicale appare quasi scontata, ma il piatto forte sono sicuramente i testi in dialetto puschtra, ossia il dialetto della Val Pusteria.

“La musica – ci spiega – doveva essere quella che amo, con un po’ blues, un po’ soul e jazz, anche funk, ma di cantare in inglese come un paio di milioni di altri colleghi che cantano lo stesso genere, non mi pareva il caso. Facendo per la prima volta musica mia, mi è sembrato naturale cantare come parlavo da bambino, nel dialetto del mio paese, Valdaora. Perché la valle è grande, e ogni paese ha le proprie sfumature linguistiche pur essendo tutto dialetto pusterese in senso lato. Ho usato i termini e le parole che usavo una volta, li sento più miei. Non è stato semplice, perché in inglese si usano molto le vocali, nel nostro dialetto prevalgono le consonanti. In definitiva è stata una bella sfida, ma mi ritengo soddisfatto di come il progetto si è concretizzato, anche grazie al lavoro dei miei compagni di squadra”.

E ascoltando il suo disco, non possiamo che dargli ragione, il dialetto puschtra risulta sicuramente più musicale rispetto al cosiddetto hochdeutsch, anche se, chiaramente la comprensibilità è un’altra cosa. I testi evitano volutamente argomenti come guerra e religione, ci sono invece canzoni d’amore, di delusioni, emozioni, situazioni che s’incontrano nel corso della vita, come il crescere i figli. Proprio di questo si occupa Auraum, la canzone che intitola e apre la raccolta, equivalente del tedesco aufräumen, traducibile col nostro rigovernare.

“Anche se il punto di partenza – conclude Egger – è casa mia, con i miei figli, non nascondo che alla fine si tratta di una visione molto più globale, riguardante un mondo in disordine in cui qualche regola in più e qualche valore da rispolverare non sarebbero fuori luogo”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale