L’invasione tra i rami

Da qualche anno è impossibile non notare strani filamenti bianchi, simili a riccioli di cotone o merletti, che pendono dai rami degli alberi. Non si tratta di decorazioni, ma dei sacchi ovigeri di Takahashia japonica, una cocciniglia di origine asiatica che sta mettendo a dura prova il patrimonio arboreo urbano. Originaria dell’Estremo Oriente (Giappone, Cina, Corea), la T.j. è stata segnalata per la prima volta in Europa proprio in Italia, nel 2017, nel comune di Legnano. Da quel focolaio iniziale, il parassita si è diffuso rapidamente in gran parte della Lombardia e del Veneto, raggiungendo recentemente anche il Piemonte e l’Emilia-Romagna.

La sua propagazione è favorita dall’assenza di predatori naturali specifici nel nostro ecosistema e dalla sua estrema polifagia: attacca oltre cento specie diverse, con una predilezione per alberi decidui come Aceri, Gelsi, Albizzie, Carpini e Liquidambar. Sebbene non rappresenti un pericolo diretto per l’uomo o gli animali domestici, la massiccia sottrazione di linfa e la produzione di melata possono indebolire le piante, rendendole suscettibili ad altre patologie, fino al deperimento e alla caduta.

Il parassita compie una generazione all’anno. In primavera, le femmine adulte producono gli ovisacchi: lunghi anelli bianchi e cerosi (fino a 5-10 cm) che contengono migliaia di uova. Tra maggio e giugno, le ninfe (neanidi) escono dalle uova e si spostano verso le foglie per nutrirsi. In autunno, prima della caduta delle foglie, tornano sui rami per svernare e completare il ciclo l’anno successivo.

La gestione di questa specie invasiva richiede attenzione e tempestività, sia che si tratti di verde privato, che pubblico, in cui i cittadini sono chiamati a fare la loro parte. Ecco di seguito le linee guida da seguire. A) Monitoraggio costante, ispezionare i rami bassi, specialmente su piante isolate o in filari urbani. Gli ovisacchi sono facilmente visibili in aprile e maggio. B) Segnalazione in caso di avvistamento in zone non ancora dichiarate “infestate”; è fondamentale contattare il Servizio Fitosanitario Regionale. Fornire foto chiare e la posizione esatta aiuta le autorità a mappare l’avanzata del parassita. C) Interventi meccanici di potatura: se l’infestazione è contenuta, la rimozione manuale o la potatura dei rami colpiti è la strategia più efficace. Attenzione: i residui dei tagli non vanno abbandonati, ma distrutti o smaltiti secondo le normative locali per evitare che le neanidi si disperdano. D) Trattamenti mirati: l’uso di insetticidi a largo spettro è spesso sconsigliato in ambito urbano per l’impatto sulla biodiversità e la nostra salute. Si preferiscono trattamenti con olio bianco, che agisce per soffocamento, o lavaggi con saponi molli potassici che, tramite azione tensioattiva, tendono a sciogliere e dissolvere la cera a protezione degli ovisacchi. E) Igiene degli attrezzi: disinfettare sempre le lame dopo la potatura di una pianta infestata per prevenire la diffusione accidentale di uova.

Contenere Takahashia japonica è una sfida collettiva che unisce cittadini e amministrazioni nella salvaguardia del nostro verde pubblico!

Autore: Donatello Vallotta

OGM, TEA, NGT #2

Siamo abituati a vedere campi di grano o di mais perfettamente uniformi, dove ogni pianta è identica all’altra. Questa immagine, che associamo all’efficienza, è in realtà la più grande debolezza dell’agricoltura moderna. Il professor Salvatore Ceccarelli propone una soluzione rivoluzionaria nella sua semplicità: tornare a mescolare.

Il miglioramento genetico degli ultimi cento anni si è concentrato sull’uniformità. Questo ha reso le piante fragili di fronte al cambiamento climatico. Se arriva una siccità improvvisa o un nuovo parassita, un campo uniforme soccombe interamente perché ogni pianta ha lo stesso punto debole. Al contrario, la natura sopravvive grazie alla biodiversità. La proposta di Ceccarelli è quella delle “popolazioni evolutive”: seminare nello stesso campo centinaia di varietà diverse della stessa specie (ad esempio di frumento).

Cosa succede in un campo dove le piante sono tutte diverse? Accade una magia chiamata evoluzione. Se l’anno è molto secco, le varietà che resistono meglio alla sete produrranno più semi; se l’anno dopo è piovoso, prevarranno le altre. Il campo non è mai uguale a se stesso: cambia, si adatta e “impara” a sopravvivere all’ambiente specifico in cui si trova. È un sistema che non ha bisogno di pesticidi chimici perché, in mezzo a tanta diversità, un fungo o un insetto non trova mai una strada spianata per colpire l’intero raccolto.

Mentre gli OGM (vecchi e nuovi) cercano di risolvere i problemi con un singolo “gene magico” che però diventa inutile dopo poco tempo, i miscugli offrono una resistenza ecologica duratura. I danni causati dai parassiti diventano irrisori, perché le piante collaborano tra loro invece di competere. È una strategia “vincente” dal punto di vista biologico, mentre i nuovi OGM sono definiti da Ceccarelli come “perdenti”, perché incapaci di adattarsi senza l’intervento costante dell’uomo e della chimica.

Per anni, questa pratica è stata ostacolata da leggi sementiere scritte su misura per le grandi industrie, che vietavano la vendita di sementi non uniformi. Oggi, grazie a nuove normative sul biologico, la strada è aperta. Coltivare la diversità significa ridare potere agli agricoltori, che possono produrre i propri semi anno dopo anno senza pagare royalty a nessuno. Ma significa anche tutelare la nostra salute: una dieta basata su prodotti che derivano da popolazioni diverse arricchisce il nostro microbiota intestinale e ci rende più forti. Sostenere i miscugli e i comuni “OGM-free” non è un ritorno al passato, ma l’unico modo scientificamente sensato per affrontare un futuro climatico incerto, garantendo cibo certificato e libertà per chi lo produce e chi lo mangia.

Autore: Donatello Vallotta

OGM, TEA, NGT (parte 1)

Il mondo dell’agricoltura sta vivendo una trasformazione silenziosa ma radicale. Si parla sempre più spesso di TEA (Tecniche di Evoluzione Assistita) o NGT, presentandole come la soluzione moderna e “pulita” ai problemi della fame e del cambiamento climatico. Ma cosa si nasconde dietro queste sigle? Il professor Salvatore Ceccarelli, genetista di fama internazionale, ci invita a guardare oltre la propaganda.

Per capire i nuovi OGM, bisogna guardare a come sono fatti. Mentre i vecchi OGM mescolavano specie diverse (ad esempio un gene di un batterio in una pianta), i nuovi intervengono sul DNA della pianta stessa. I sostenitori dicono che è come usare “forbicine di precisione”, ma la realtà tecnica è diversa: si usano ancora batteri e geni resistenti agli antibiotici per “trasportare” le modifiche. Il risultato è un organismo che in natura non esisterebbe in quella forma e di cui non conosciamo gli effetti a lungo termine sulla salute e sull’ambiente.

Il problema principale, spiega Ceccarelli, è di tipo evolutivo. Creare una pianta resistente a un insetto o a un fungo tramite la modifica di un singolo gene è una strategia destinata a fallire. La natura non sta a guardare: parassiti e infestanti evolvono rapidamente per superare quell’ostacolo. È una “corsa agli armamenti” in cui l’agricoltore perde sempre: dopo pochi anni, la pianta modificata non funziona più e bisogna acquistarne una nuova, ancora più costosa e complessa.

Questo meccanismo serve a chi vende i semi, non a chi coltiva. Dietro ogni seme modificato c’è un brevetto. Se il polline di un campo OGM finisce per errore nel campo del vicino (cosa che accade normalmente con il vento), quell’agricoltore potrebbe trovarsi legalmente perseguibile perché la sua pianta ora contiene un gene di proprietà di una multinazionale. È la fine della libertà contadina e l’inizio di una dipendenza totale dalle grandi aziende sementiere.

Inoltre, la liberalizzazione che si sta discutendo in Europa vorrebbe eliminare l’obbligo di indicare in etichetta la presenza di questi nuovi OGM. Questo significa che noi consumatori perderemmo il diritto fondamentale di scegliere cosa mettere nel piatto. Senza tracciabilità e senza il rispetto del “principio di precauzione”, stiamo accettando una scommessa sulla nostra salute di cui non conosciamo i rischi, trasformando i nostri campi in laboratori a cielo aperto. La scienza che serve all’agricoltura non è quella che cerca di dominare la natura con la tecnologia, ma quella che impara a collaborare con essa.

Autore: Donatello Vallotta

Droni #3

Il riferimento principale è la Direttiva 128/2009/CE, che definisce il quadro per l’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari: riduzione dei rischi, limitazione della deriva, tecniche più efficienti, formazione degli operatori. Ogni trattamento deve essere giustificato, mirato e compatibile con la protezione delle risorse naturali. In questo contesto i droni possono essere strumenti virtuosi, ma richiedono criteri operativi più severi rispetto alle attrezzature tradizionali.

A livello nazionale la direttiva è stata recepita con il D.Lgs. 150/2012, che disciplina formazione obbligatoria, patentini, registrazioni e distanze di sicurezza. Per chi opera con UAS (Sistemi di Aeromobili a Pilotaggio Remoto) significa integrare competenze aeronautiche e agronomiche: non basta saper pilotare, occorre saper trattare. Ogni intervento deve essere tracciabile, motivato e conforme ai protocolli tecnici.

Il “decreto MIPAAF del 2014” è un insieme di provvedimenti, tra cui il PAN, per l’uso sostenibile dei fitosanitari (22 gennaio 2014), le norme sulle organizzazioni di produttori ortofrutticoli e olivicoli e il decreto che istituisce il marchio di qualità SQNPI. Sono strumenti che contribuiscono a uniformare criteri, controlli e buone pratiche agroalimentari. Il quadro però è già cambiato con l’introduzione della Legge 2 dicembre 2025, n. 182, che sostiene la digitalizzazione delle attività agricole, incluse le applicazioni con droni. L’articolo 6 di questa norma introduce una novità attesa: una fase di sperimentazione regolamentata dell’irrorazione aerea tramite UAS, finora soggetta a divieti o forti limitazioni.

Tra metodi tradizionali e sorvoli più o meno ravvicinati, e dopo svariati test a base di coloranti alimentari e cartine idro-sensibili, cade pertanto – anche in agricoltura – l’ultimo velo nell’impiego di fitofarmaci tramite UAS.

La legge inserisce un nuovo articolo nel D.Lgs. 150/2012 e consente l’irrorazione con droni in via sperimentale per tre anni su terreni agricoli, derogando temporaneamente alle norme vigenti. Inoltre, esso delega alle Province Autonome di Trento e Bolzano poteri amministrativi e normativi significativi per l’attuazione del Piano d’Azione Nazionale (PAN), gestendo le abilitazioni professionali (consulenti, applicatori) e definendo misure specifiche (es. divieto irrorazione aerea, aree sensibili), pur nel quadro delle direttive nazionali e comunitarie. 

Per tutte quelle che saranno le sfide, le problematiche, i retaggi e le papabili soluzioni che verranno, l’Italia resta una paziente in cura e perennemente sotto osservazione. Mentre il riscaldamento globale tira dritto e se ne frega delle nostre liti da cortile noi cerchiamo di ricordarci sempre da dove veniamo e dove stiamo andando: implementare una serie di riflessioni e adottare misure concrete rivolte all’ecologia, alla salute e al rispetto della Natura.

Autore: Donatello Vallotta

Droni #2

Quando un drone sorvola un campo raccoglie grandi moli di dati georeferenziati che diventano prospetti grafici come NDVI, rigoglio vegetativo, condizione idrica e modelli digitali del terreno, le c.d. mappe di vigore. Si tratta di strumenti complessi, ma fondamentali per adottare decisioni aderenti e ridurre le incertezze. Attraverso queste mappe capiamo la realtà delle colture, lo stato di salute, ergo esse ne evidenziano carenze nutrizionali o malattie, attacchi fungini o infestazioni.

Altre mappe, quelle altimetriche, ci aiutano invece a conoscere il movimento dell’acqua nell’appezzamento, per guidarci in interventi mirati sull’irrigazione e prevenendo accumuli dannosi. I droni offrono vantaggi anche nella pianificazione dei lavori. Prima della semina valutano la regolarità del terreno, le aree meno produttive o le pendenze che richiedono accorgimenti. Durante la stagione, i voli permettono di monitorare la copertura vegetale, individuare anomalie e adattare il piano agronomico in tempo reale, prima che i problemi diventino irrecuperabili, vento e meteo permettendo.

Le foto costruiscono un diario visivo dell’azienda, attraverso il quale si possono confrontare andamenti, verificare efficacia dei trattamenti e stimare l’evoluzione delle fasi fenologiche (cfr. ciclo vitale). Questi rilievi danno vita all’agricoltura di precisione, finanche all’interno del medesimo campo: non tutte le zone hanno bisogno delle stesse quantità di acqua, fertilizzanti o trattamenti. Le mappe permettono di distribuire le risorse in modo mirato, riducendo i costi, ma – soprattutto – di diminuirne drasticamente le derive e di conseguenza l’insorgenza – tra addetti ed astanti – di tumori, disabilità cognitive e fisiche ed interferenze endocrine.

Quindi il drone sostituirà, in toto o in parte, la forza lavoro umana; è un investimento strategico: ci fa risparmiare tempo, carburante, prodotti chimici e soprattutto acqua. Un drone a pieno carico peserà oltre un quintale; questo a seconda del modello, del carico, delle cultivar e del tipo di area da trattare. L’obiettivo è duplice: permettere alle aziende di testare il potenziale dei droni in campo fitosanitario e raccogliere dati utili a una futura disciplina definitiva, basata su evidenze tecniche e scientifiche. Rollio, derapata, assetto, stallo, virata, beccheggio e imbardata entreranno nel lessico comune. Se utilizzati con competenza trasformeranno e orienteranno l’agricoltura verso un modello evoluto, strettamente connesso ai nuovi strumenti digitali. Non si può escludere che, tra meno di dieci anni, persino nelle città, i droni saranno più diffusi delle telecamere: magari potremo ordinare la spesa da casa e riceverla già imbustata direttamente sul balcone o alla finestra! Sul versante bellico, ahinoi, non ci sono limiti e i droni purtroppo restano strumenti di morte!

Autore: Donatello Vallotta

I droni #1

L’incanto che i droni esercitano sui bambini nasce da un insieme di fattori psicologici, sensoriali e simbolici. In altre parole, non è “solo” un giocattolo che vola: è un oggetto che tocca corde profonde della curiosità e dell’immaginazione infantile. Parallelamente, l’agricoltura non vive di fantasie, bensì di profonde trasformazioni grazie alla tecnologia. Tra queste, i droni rappresentano uno degli strumenti più versatili e innovativi. La loro forza non sta nella capacità di rumoreggiare e osservare dall’alto, ma soprattutto nella raccolta di dati preziosi, finalizzata all’attuazione di norme più consapevoli, attraverso il metodo scientifico.

Il primo grande vantaggio dei droni è la rapidità di acquisizione delle informazioni. Dove un tecnico impiegherebbe giorni e giorni a percorrere e censire un campo, un drone può sorvolarlo in pochi minuti, ripetutamente, registrando immagini ad alta risoluzione e dati utili a identificare problemi invisibili a occhio nudo. Grazie a sensori termici, multispettrali o RGB evoluti, è possibile monitorare lo stato vegetativo delle colture.

Importante anche la riduzione di CO2 rispetto ai mezzi tradizionali nonché la valutazione dei danni da eventi alluvionali e grandinate: le immagini permettono stime rapide e atti utili per richieste di supporto. Personalmente non sono del tutto favorevole alle assicurazioni: credo che dovrebbero essere facoltative e ritengo che lo Stato – spesso carente a causa di condoni, consumo di suolo, disboscamento o pratiche ecologiche insufficienti – debba risarcire integralmente le vittime, specie in caso di dolo. Attualmente in Italia si contano varie emergenze legate a scambi internazionali, trasporto di organismi nocivi, riscaldamento globale e sistemi fitosanitari non sempre adeguati, con la diffusione di coleotteri, nematodi galligeni, falene, eriofidi, cocciniglie particolarmente dannosi.

Come vedremo, alcuni modelli, sempre più diffusi, sono progettati per distribuire prodotti fitosanitari, sementi o fertilizzanti liquidi. La precisione del volo permette di trattare solo le parti realmente bisognose, riducendo l’impatto ambientale. Inoltre, i droni possono operare in terreni difficili, pendii ripidi o zone non accessibili ai mezzi tradizionali (cfr. vigneto eroico) offrendo un’alternativa più sicura per la salute dell’operatore.

Accanto ai benefici pratici, è importante ricordare che l’uso dei droni, oggi, è regolato dalle stesse norme di elicotteri e aeromobili: occorrono formazione, abilitazioni e il rispetto delle regole di sicurezza e delle zone d-flight (definite da EASA e ENAC). Tuttavia, una volta limati ed equiparati questi passaggi a livello europeo, giacché la tecnologia diventa un alleato prezioso, essa sarà capace di migliorare la gestione aziendale sotto ogni punto di vista, deroghe comprese.

Autore: Donatello Vallotta

Giornate europee dei Cortinari 2025

Dal 19 al 25 ottobre si è svolto in Spagna a Jaca, a 818 m s.l.m., capoluogo della comarca di La Jacetania, in Aragona, provincia di Huesca, il 41° Congresso Europeo dei Cortinarius, organizzato dall’Associazione Micologica J.E.C. Per raggiungerlo, a circa 1500 km da BZ, i soci Bresadola hanno affrontato un viaggio di due giorni, con pernottamento intermedio a Béziers, in Occitania. L’organizzazione dell’evento è stata curata da Joaquin Fernandez e Luis Ballester, con la direzione scientifica di Claudio Rossi. Dello stesso comitato facevano inoltre parte Rafael Mahiques, il celebre Tor Erik Brandrud, Josep Ballarà ed Eleazar Suarez. L’Italia, oltre a Rossi, ha presenziato con Gian Mario Delogu, Daniele Ferri, Giovanni Turrini, Roberto Cipollone ed il sottoscritto, insieme ad altri micologi quali Luisa Atzei, Marco Chiarini, Vincenzo Marinetti, Luca e Giovanni Mistè e Giancarlo Radaelli. Dopo tre settimane di siccità in zona, l’edizione è stata segnata da condizioni dapprima piuttosto calde e umide con frequenti scrosci di pioggia, specie serali e mattutini. A metà settimana un radicale cambio di circolazione ha apportato spolverate di neve sui versanti pirenaici francesi e un’aria molto fresca e pungente a tutte le quote. Le condizioni meteo, sebbene favorevoli alla crescita fungina, in teoria, hanno reso difficile l’esplorazione dei boschi e non hanno favorito un’abbondante fruttificazione. Le specie di Cortinarius rinvenute sono state infatti poche — circa 25 — rendendo il convegno uno dei più “scarni” degli ultimi anni. Gli aspetti delicati sono stati la mancanza di una sala studio più ampia, i tempi di attesa mattinali per le navette, l’assenza dei francesi ed il cibo. Tuttavia gli spagnoli amano molto fare quelle pause pranzo condivise al limitar del bosco con prodotti tipici e ci hanno fatto assaggiare tante specialità. Le escursioni si sono svolte in scenari di straordinaria bellezza, tra i versanti pirenaici e altre vallate, quali il Passo del Somport, il Passo del Portalet, Foret de Sansanet, Foret de Borce, Canfranc, nonché aree calcaree più interne come Fiscal, Banastas (Carrascal de Nisano) e Oroel. Le foreste, estese e ricchissime, ospitano faggi, abeti bianchi, pini silvestri, uncinati e neri, oltre a querce secolari pirenaiche e lusitane, lecci, roverelle e cespugli di bosso. Nelle zone pianeggianti pioppi, salici, frassini e olmi, che creano mosaici vegetali di grande fascino e colori. Non è mancato nemmeno il momento culturale con la visita alla celebre Cittadella, un’imponente fortezza a pianta stellare progettata dall’ingegnere militare italiano Tiburzio Spannocchi nel XVI sec. Jaca è un luogo magico, tanto per la presenza dei Pirenei, quanto per il Cammino aragonese di Santiago, che si dipana nei paraggi; questo tratto – a detta di molti pellegrini – è quello che più facilmente resta aggrappato al cuore.

Autore: Donatello Vallotta

Segnali

Il 2 ottobre, al Kursaal di Merano, Luca Mercalli ha parlato di clima, un viaggio scientifico e culturale tra i mutamenti del nostro Paese. Il professore ci ricorda che l’Italia non è nuova a eventi estremi, ma ciò che sta cambiando sono frequenze, intensità e imprevedibilità dei fenomeni. A corredo, non servono esempi lontani: settembre 2025 ha portato con sé una nuova alluvione su Milano, nonostante l’ampliamento delle vasche di laminazione del Seveso, intervento ingegneristico costato milioni. Segno che le opere strutturali appena riammodernate oramai non bastano già più. Due alluvioni in 50 giorni in Val Passiria, quattro in 550 giorni in Emilia-Romagna, disastrosa quella di Valencia (300 morti). Esondazioni, colate detritiche, dissesti idraulici e idrogeologici e 140 vittime in Texas, quasi tutti bambini. Ancora vittime della pioggia, della velocità con cui certi fenomeni colpiscono, per i quali, oggi, cura e prevenzione dei bacini idrografici non basterebbero, anche per le zone virtuose. Quando si muore – al netto di comportamenti irresponsabili o per narcisismo da clickbait – c’è sempre da chiedersi se stiamo facendo abbastanza, e se la politica intenda trasversalmente perorare questa causa. Ogni vittima è il risultato di scelte (o non-scelte) collettive. In tempi in cui i cambiamenti climatici incidono su ogni aspetto della vita quotidiana, lasciare giovani ignari è un peccato capitale. Non possiamo ridurci, come i carbonari, a fare lezioni improvvisate sotto gli alberi, sempre che non li abbattano tutti, come è successo a Roma presso il Mausoleo di Augusto. Proprio per questo, diventa urgente che la meteorologia diventi materia scolastica. Non è più ammissibile procrastinare quando invece servirebbe una formazione sistematica, scientifica, capace di fornire strumenti e chiavi di lettura con la tecnologia che abbiamo. In Liguria, paradossalmente, il meteorologo ignorante, alias Gianfranco Saffioti riempie le piazze con “Mi manda Bernacca”, un unicum assoluto a cui ho avuto il piacere di partecipare. Quando spiega è un fiume in piena; interroga bambini, astanti e anziani. Racconta a cosa servono certi strumenti e descrive con passione le dinamiche dell’atmosfera. Il suo successo mostra fame di conoscenza diffusa e popolare. Nelle prime file del pubblico ci sono le autorità, sindaci, amministratori locali e talora anche scienziati affermati, perché avere un mare ancora caldo e un territorio irto, come quello ligure, è un’incognita temibile durante l’autunno. Ma se la scienza non arriva nelle aule, qualcuno cercherà comunque risposte non certificate o peggio verrà avvicinato dal lato oscuro del negazionismo. Ma attenzione: la meteorologia non è un’opinione. Il riscaldamento globale non è un dibattito da bar. La comunità scientifica è compatta: non si tratta di un 50/50 tra scettici e convinti. Nemmeno 70/30 o 85/15. Il suo consenso è oltre il 99%. L’attività umana è responsabile del riscaldamento. Punto. E negarlo, oggi, è da folli. Cosa possiamo fare, allora, come cittadini? Imparare l’autoprotezione attiva. Sapere come comportarsi può fare la differenza tra la vita e la morte. Significa conoscere il territorio, monitorarlo, non sottostimare le allerte della PC, sapere dove ripararsi, quando spostarsi e, soprattutto, avere coscienza e contezza di cosa sta succedendo intorno a noi. In un mondo in cui il clima è già cambiato e si avvia spedito a +2°C di media, facciamolo almeno per i nostri figli.

Autore: Donatello Vallotta

Aceto di legno

L’aceto di legno, noto anche come acido o liquore pirolegnoso, è un liquido scuro dall’odore affumicato, ottenuto durante la pirolisi del legno in un processo di decomposizione termica anaerobica,  a diversi gradienti di temperatura. Questo distillato, costituito principalmente da linfa, acido acetico, metanolo, acetone e altri composti organici volatili, ha una lunga storia alle spalle, con origini all’Asia orientale. Le prime testimonianze dell’aceto di legno risalgono al periodo Edo in Giappone (1603-1868), quando veniva prodotto nei forni tradizionali a carbone. Inizialmente, si utilizzava per le sue proprietà antisettiche e come conservante naturale. In Cina e Corea, era impiegato pure nella medicina tradizionale per le sue capacità disinfettanti e repellenti. Nel XIX secolo, attirò l’attenzione dell’Europa come possibile fonte di acido acetico naturale, ancor prima di quello sintetico industriale (cracking). In agricoltura, l’aceto di legno oggi viene impiegato come bioattivatore del suolo, antiparassitario naturale e stimolante della crescita radicale. Diluito in acqua, può essere nebulizzato sulle colture per tenere lontani insetti (finanche i volatili, specie nei primi giorni e in assenza di piogge) e funghi patogeni, migliorando allo stesso tempo la resistenza delle piante allo stress meteo/climatico. Particolarmente diffuso in agricoltura biologica è apprezzato per il basso impatto ambientale e ha la capacità di ridurre l’uso di fitofarmaci chimici. Si può miscelare insieme alla zeolite e al caolino. Questo aceto è legato al biochar, residuo carbonioso solido, anch’esso prodotto durante la pirolisi. Mentre l’aceto viene condensato dai vapori volatili, il biochar rimane materia compatta, porosa e ricca di carbonio. Anche il biochar ha radici antiche: gli indigeni dell’Amazzonia precolombiana lo utilizzavano per migliorare la fertilità del suolo nella cosiddetta “terra preta”, una tecnica riscoperta, e oggi oggetto di studi agricoli e di conservazione del patrimonio boschivo tropicale. Il biochar arricchisce il terreno, aumenta la ritenzione idrica, stimola l’attività microbiologica e sequestra carbonio atmosferico. L’abbinamento biochar/aceto di legno è oggetto di crescenti sperimentazioni, poiché i due elementi, pur essendo prodotti dallo stesso processo, agiscono in sinergia nel miglioramento del suolo e della salute delle colture. In un contesto globale dove la politica non esibisce che cubature cementizie spropositate, consumo di suolo, abbattimenti di foreste e ampie isole urbane di calore senz’ombra, dannose alla salute in nome e per conto di un’economia finita, la riscoperta di tecniche e di elementi antichi, potenziati da conoscenze scientifiche moderne, offrono una speranza, una contrapposizione al modello di omologazione e conformismo sociale sempre meno attento ai dettagli e sempre più distante dai benefici del verde e della natura.

Autore: Donatello Vallotta

Frontolisi

Quando si leggerà questa puntata l’alta pressione subsahariana sarà già acqua passata, eppure per chi soffre il caldo è difficile dimenticarsi della fatica a sopravvivere a queste continue fiammate desertiche. è pur vero che gli ultimi giorni han visto indebolirsi la cupola alto pressoria che ha dominato la scena nella prima e nella seconda decade d’agosto. Questo seppur i tassi igrometrici – inizialmente torridi, e dovuti, in parte, al meccanismo di subsidenza, cioè il lento movimento di discesa di aria molto calda nell’interno della medesima massa d’aria, e dall’altra, dal fenomeno della compressione, che si genera per differenza barica tra i due versanti delle Alpi (ricordiamoci che l’aria si sposta sempre da un campo di alta verso una zona in cui la pressione è più bassa, ergo con ulteriore riscaldamento nel momento di valicare e poi ridiscendere lo spartiacque alpino), siano in parte diminuiti. Con il passare del tempo in ogni caso l’umidità presente ha esacerbato il senso di disagio fisico, specie dove isolati temporali hanno apportato fugace trascurabile frescura. Ma è piovuto davvero poco o niente, proprio perché le correnti erano disposte da nord est verso sud ovest, ovvero progredivano, in un contesto piuttosto secco, con moto retrogrado rispetto al flusso zonale tipico. Alcuni temporali, dapprima su Bressanone, si sono poi incanalati nella Val Sarentino fino alle porte del capoluogo senza mai bagnarlo; altri nati in Val Passiria non hanno mai raggiunto Merano; le zone più fortunate sono state l’alta Val Aurina (una zona benedetta, specie in inverno per la neve), la Val di Fleres e la zona di Sesto Pusteria. Questo movimento retrogrado è poco frequente, perché i fronti temporaleschi devono contrastare la forza di Coriolis, data dalla rotazione terrestre, che nel nostro emisfero devia giocoforza verso destra; ma esso capita con le famose ritornanti. Pertanto, i temporali non disponevano di tanto carburante e di gradienti termici verticali per coprire lunghe distanze andando, come si dice in gergo, in frontolisi. La frontolisi non è altro che il dissipamento del fronte che viene a contatto con un campo anticiclonico, dove le correnti sono discendenti e di conseguenza dissolvono i sistemi nuvolosi, che hanno bisogno di correnti ascendenti – cfr. termiche – per poter sopravvivere e dare spettacolo. Per gli amanti del fresco e del caldo moderato il giorno peggiore è stato sicuramente mercoledì 13 agosto, in cui a Merano sono stati raggiunti, alle ore 16, i 37°C. Quel giorno, lo ricorderò bene, ero a spasso per Lana, un bellissimo paesino ai piedi della Val d’Ultimo, che purtroppo non offre grandi zone d’ombra. Nel paesino tuttavia ci sono ancora zone san(t)e, come imbattersi in una fontana d’acqua potabile per rinfrescarsi capo e polsi. In questi casi ogni singolo sprazzo d’ombra – meglio se composto da grandi piante, ogni pertugio semi climatizzato, come ad esempio aree bancomat, supermercati, l’interno di gelaterie, concessionari d’auto e farmacie – è come se diventasse un’ambasciata della salute, un porto franco, un approdo di sollievo – breve – alle nostre, stufate, membra (e terga) gratinate.

Autore: Donatello Vallotta