Gute Reise, Mirco! Chi è Mirco?

Mirco è in coda nella grande sala di anestesia, nel grande paese dei gamberi. Per ammazzarla, l’attesa, sta leggendo. In piedi o seduto poco conta, basta studiare e approfondire, perché delle scarpe per camminare all’indietro, dopotutto, non le abbiamo ancora inventate, o almeno così si pensa. Di tanto in tanto guarda fuori dalla finestra per rilassare lo sguardo.

Gli uccelli percepiscono gli infrasuoni e i drastici cali di pressione barometrica generati dalle tempeste. Essi riescono a volare all’interno dell’occhio dell’uragano senza posarsi grazie a una combinazione di dinamiche atmosferiche e caratteristiche fisiche proprie, ma con enormi sforzi e rischi fanno di tutto per raggiungere quel rifugio di calma in movimento. Berte, aironi, gabbiani e sterne volano direttamente dentro l’occhio o contro la tempesta per evitare di essere scaraventati violentemente contro la costa.

Nella grande sala di anestesia siede Donatella, di Nocera Terinese, che la notte scorsa non ha chiuso occhio, perché i temporali notturni sembravan portassero via la casa da quanta furia sprigionavano. Vicino a loro ci sono Roberto e Riccardo, padre e figlio di Palermo, intenti a ricaricare la loro Tesla per continuare il viaggio. C’è Jose, spagnolo di Aragona, di professione profumiere che le sue due settimane di vacanza le ha trascorse a viaggiare, sempre con un veicolo elettrico, in lungo e in largo per lo Stivale; quando si ferma a parlare, cerca il contatto visivo, racconta analogie e differenza con la Spagna e offre a Mirco una bottiglia d’acqua. Poco lontano c’è Vincenzo, che vive a Pizzo, lavora dietro al bancone e vende tonno ai clienti, con un sorriso smagliante e dei mustacchi scuri.

Per un attimo Mirco scorge numerosi bambini e i loro insegnanti, hanno i vestiti bagnati e impolverati, perché il tetto della scuola che frequentano è crollato durante il passaggio di un tornado; fortunatamente, seppur spaventati, stanno bene. Maria, Annalisa, Sara e Beatrice sono impiegate in una grande struttura ricettiva ai Giardini Naxos, parlano tedesco, inglese e spagnolo e spiegano ai turisti come muoversi, sia all’interno del villaggio tra spiaggia, piscine, concierge, palestra, centro beauty, campi da tennis, da padel, da calcetto, sia all’esterno dove la vita è più frenetica e non sempre le indicazioni sono chiare. A fare chiarezza ci pensa Francesco, l’autista della navetta che da Recanati accompagna i turisti a Taormina, tre turni di andata e altrettanti per il ritorno, quotidianamente.

Ragionevoli i tempi di attesa dei traghetti sullo Stretto; gli agricoltori del siracusano hanno avuto un’estate rovente e hanno buttato via un sacco di verdure bruciate dal sole. Più inferociti gli autotrasportatori calabresi per il caro gasolio. Loro il paese dei gamberi lo percorrono ogni giorno: il ponte non si farà!

Autore: Donatello Vallotta

Gute Reise, Mirco! Parte III

Oggi è dirimente far comprendere subsidenza atmosferica, compressione adiabatica e crollo dell’albedo. Disquisire di alta pressione delle Azzorre e di quella subsahariana, nonostante intrinseche differenze, è quasi anacronistico, perché è cambiato il clima su cui questi regimi agiscono. Ma come si forma e perché oggi l’anticiclone africano è così frequente in Europa? La sua origine è legata alla Cella di Hadley, un vasto circuito della circolazione atmosferica globale. All’equatore, l’aria calda e umida sale verso l’alto; questo surplus d’aria raggiunge il bordo inferiore della tropopausa (oltre non può andare), si ingorga, si raffredda, si secca e si dirige sia verso Sud, sia verso le medie latitudini, a Nord, dove infine sprofonda verso il suolo per subsidenza, comprimendosi, scaldandosi ulteriormente e inibendo i moti convettivi (formazione di nubi). A causa del riscaldamento globale, dal 1980 la CdH si è espansa verso N a un ritmo stimato tra lo 0.1° e lo 0.5° di latitudine per decennio (oggi ≈ 2°–2.5°, di studi accreditati ce ne se sono a bizzeffe). “La compressione adiabatica è l’aumento della temperatura quando una massa d’aria viene schiacciata dai moti discendenti dell’alta pressione: il gradiente adiabatico secco – il riscaldamento che subisce l’aria scendendo – è di circa 10° C ogni 1000 metri. Ma se la temperatura della massa d’aria che va incontro a compressione è superiore, perché la linea termica di partenza è sempre più calda rispetto al passato, il processo fisico inizia a incrementare la temperatura sfruttando proprio questo vantaggio termico. Quest’ultimo è una sorta di doping che rende l’onda subtropicale più potente, tenace e duratura e, quindi, più efficiente nel far raggiungere alle grandezze atmosferiche dei nuovi record, sia ad incrementare i geopotenziali” (l’energia necessaria per sollevare una massa d’aria dal livello del mare fino a una certa quota contro la forza di gravità). Quando il promontorio subtropicale si estende molto verso N, può formarsi un cosiddetto blocco a Omega (Ω): l’alta pressione resta ‘incastonata’ tra due depressioni, una a ovest e una a est. Questa situazione rallenta la normale circolazione atmosferica e può far persistere il caldo estremo sulle stesse aree per lunghi periodi. Mirco ringrazia il Prof. Andrea Corigliano per la lezione. Per quanto concerne l’albedo, è facile intuire l’importanza di schiarire quante più superfici scure possibili per aumentare la riflettività solare. Questo principio è cruciale se pensiamo che, al contrario, lo scioglimento dei ghiacciai sta riducendo drasticamente l’albedo naturale pure in alta quota. Nei versanti a sud delle Alpi, Mirco riscontra un aumento degli episodi di föhn, con alto rischio di incendi, stress idrico per le piante e micelio fungino in forte sofferenza.

Autore: Donatello Vallotta

Gute Reise, Mirco! parte II

Mirco sa che gli alberi sono vitali, altrimenti non lo si chiamerebbe patrimonio arboreo. I Comuni, di ogni schieramento, nonché i privati, si trovano davanti a scelte decisive, non solo per il futuro delle generazioni che verranno, bensì per anziani, soggetti fragili, animali domestici e selvatici e, non di meno, per la salute pubblica. Gli alberi, se ben curati e ben posizionati, sono motori ecologici, perché tramite l’evapotraspirazione sottraggono calore all’ambiente circostante, senza farci calpestare dalle ondate di calura. Essi regalano frescura, serenità psicofisica, profumi, pittoresche fioriture e canti di uccelli.

La rete ONDA, associazioni, comitati civici e professionisti del settore arboreo adesso stanno esercitando pressioni sul Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica (MASE), affinché si introduca la figura del Garante del Verde: troppi sono gli abbattimenti di piante (secolari e non) senza adeguate perizie, capitozzature illegali, potature fuori stagione e morie diffuse di giovani alberelli. Lo studio PNAS ha determinato che per avere un raffrescamento urbano significativo la copertura arborea del quartiere deve superare almeno il 40%; alberi isolati non servono allo scopo, dato che in giornate troppo calde chiudono gli stomi per non disidratarsi, inibendo così i benefici ecologici. Mirco sa che le isole di calore raggiungono valori di temperature e umidità preoccupanti nell’hotspot mediterraneo, con una media di +3°C rispetto agli anni ’80 (cfr. studio MAR1, redatto dalla rete di scienziati indipendenti del MedECC, lo studio CNR-IBE e il Report Lancet Countdown ed EAA).

Bisogna agire subito, ridurre il consumo di suolo, depavimentare. Creare grandi siepi per mitigare il canyon stradale. L’asfalto così scuro è da rivedere, come i turni diurni di chi lavora all’aperto.

Il professor Antonello Pasini è chiaro: “questa volta l’Italia è rimasta per molto tempo al bordo orientale dell’anticiclone che ha colpito Spagna e Francia. Durante l’estate ne possono arrivare altri, non dal Marocco, ma dall’Algeria o dalla Libia che ci coinvolgono in pieno. Purtroppo, il clima del Mediterraneo si è estremizzato, quello mite d’un tempo non c’è più. Gli anticicloni africani sono l’impronta digitale del cambiamento climatico nel Mediterraneo, perché nel nostro mare non è aumentata solo la temperatura media, ma è cambiata la circolazione atmosferica. Il riscaldamento globale di origine antropica ha fatto espandere verso nord la circolazione atmosferica tropicale, la cella di Hadley. In passato l’aria calda scendeva intorno ai 30 gradi di latitudine nord, nella fascia del Sahara, oggi arriva più spesso fino all’Europa. Così gli anticicloni africani creano le ‘cupole di calore’: il cielo resta sereno, il sole scalda senza ostacoli e le temperature aumentano rapidamente”, ahinoi, in un crescendo ‘rossiniano’. 

Autore: Donatello Vallotta

Gute Reise, Mirco!

Chi si ricorda del tomo scolastico “Gute Reise, Mirco!”? Nel testo, usatissimo dalla fine degli anni ’80 e per tutti gli anni ’90 nelle scuole medie e superiori di lingua italiana, veniva spiegato per la prima volta a tantissimi studenti il concetto di Hitzefrei.

Per chi ha studiato il tedesco in quegli anni, quel termine è rimasto stampato nella memoria. L’Hitzefrei? È la regola per cui se la temperatura all’interno delle aule scolastiche supera una certa soglia stabilita per legge le lezioni vengono sospese e gli studenti vengono mandati a casa prima, di solito dopo la fine della quarta ora, intorno a mezzogiorno. È importante premettere che la norma si applica – esclusivamente – alle scuole elementari e medie. Per gli altri istituti i presidi hanno la facoltà, se c’è la possibilità, di spostare le lezioni nei giardini, nei cortili ombreggianti o in aule sotterranee, ma gli adolescenti restano a lezione.

Inoltre, l’installazione dei condizionatori negli istituti scolastici pubblici tedeschi rimane una rarità per motivi strutturali ed economici. Di conseguenza, con l’aumento delle ondate di calore estive legate alla crisi climatica, l’annullamento o la riduzione delle lezioni è uno strumento ancora fondamentale e ampiamente utilizzato. Nel Nord Reno-Westfalia, per esempio, si prende a riferimento la temperatura interna delle aule, superiore ai 27°C. In Baden-Württemberg si valuta, tra le ore 10 e le 11, se la temperatura esterna all’ombra ha già raggiunto i 25°C.

Nei paesi scandinavi il concetto di “Hitzefrei” a scuola non esiste storicamente come legge codificata, principalmente perché le ondate di caldo intenso erano rare; con la crisi climatica, però, i sistemi si sono dovuti adattare, basandosi sulle linee guida delle autorità sanitarie: le misure non si discostano pressoché dalle lande tedesche (soglia dei 25/28°C). Nei Paesi Nordici c’è una cultura fortissima dell’educazione all’aperto (Friluftsliv).

Rispetto agli anni ’90 Mirco è cresciuto. Fin da bambino conserva il pollice verde, ama gli alberi e la musica, ricorda gli orti delle nonne, dimostra passione per la meteorologia e, nei ritagli di tempo tra famiglia e lavoro, cerca di approfondire altre discipline quali le scienze naturali, scienze della terra e persino studi socio-economici per comprendere e mitigare l’impatto umano sul pianeta. Fa fatica,  tuttavia, a comprendere come intere pletore di persone vengano infinocchiate da teorie geo ingegneristiche strampalate, che non fanno altro che ritardare e spostare la risoluzione di una crisi, quella climatica, che sta colpendo tutti, trasversalmente.

Prossimamente capiremo meglio aspetti e dettagli di questo nuovo e moderno viaggio di Mirco.

Autore: Donatello Vallotta

Terra di diatomee

Nel mondo dell’agricoltura biologica e della cura di orto e BalconORTO, si sente sovente parlare di rimedi naturali ed ecocompatibili. Tra i più efficaci e versatili spicca la terra di diatomee. Ma di cosa si tratta esattamente, come funziona e in cosa si differenzia da un altro celebre minerale come la zeolite?

La polvere di diatomee è un sedimento fossile naturale; deriva dai resti di microscopiche alghe unicellulari, le diatomee appunto, che nel corso dei millenni hanno depositato i loro gusci silicei sui fondali di laghi e oceani. Una volta estratta e macinata, questa roccia si trasforma in una polvere finissima, ricca per l’80-90% di biossido di silicio e di ossidi di alluminio, ferro, calcio e magnesio, con tracce di sodio e potassio per la restante.

La sua principale virtù risiede nella struttura microscopica: i frammenti dei gusci d’alga sono estremamente affilati e porosi; questa conferisce alla polvere un’azione prevalentemente meccanica e fisica, e non chimica, rendendola un eccezionale antiparassitario e assorbente naturale privo di tossicità per l’uomo e gli animali domestici. 

In agricoltura, la terra di diatomee è un alleato prezioso per la difesa integrata e biologica delle colture. Viene utilizzata principalmente per la lotta ai parassiti, protezione dall’umidità ed irrobustimento dei tessuti; cosparsa sulle foglie o sul terreno, agisce contro insetti striscianti, gasteropodi, dermatteri, coleotteri, afidi e acari. Quando l’insetto cammina sulla polvere, le microparticelle tagliano la sua cuticola protettiva esterna e ne assorbono i liquidi vitali, causandone la disidratazione. Grazie al forte potere assorbente, riduce l’umidità superficiale sulle piante, creando un ambiente ostile alla proliferazione di funghi e muffe. Inoltre, il silicio rilasciato nel terreno viene assorbito dalle radici, rinforzando la struttura cellulare della pianta.

Spesso la polvere di diatomee viene confusa con la zeolite, un altro minerale polverulento usatissimo in agricoltura. Sebbene entrambi siano prodotti naturali e sicuri, hanno origini e meccanismi d’azione differenti; la diatomea è di origine organica (fossili di alghe), mentre la zeolite è di origine minerale vulcanica. La diatomea uccide gli insetti per disidratazione meccanica (taglia e assorbe). La zeolite, invece, crea una vera e propria barriera fisica e riflessiva sulla foglia che disturba l’insetto, impedendogli di deporre le uova o di nutrirsi, oltre ad asciugare la rugiada. Infine, la zeolite ha una struttura a canali che le permette di trattenere e rilasciare acqua e nutrienti nel terreno (scambio cationico), fungendo da volano idrico e nutritivo. La diatomea, pur essendo assorbente, non ha la stessa funzione di spugna molecolare per i concimi miscibili.

In conclusione, la polvere di diatomee è la scelta ideale se si cerca un’azione d’urto e mirata contro i parassiti, mentre la zeolite è perfetta come scudo preventivo e rigeneratore del suolo.

Autore: Donatello Vallotta

L’invasione tra i rami

Da qualche anno è impossibile non notare strani filamenti bianchi, simili a riccioli di cotone o merletti, che pendono dai rami degli alberi. Non si tratta di decorazioni, ma dei sacchi ovigeri di Takahashia japonica, una cocciniglia di origine asiatica che sta mettendo a dura prova il patrimonio arboreo urbano. Originaria dell’Estremo Oriente (Giappone, Cina, Corea), la T.j. è stata segnalata per la prima volta in Europa proprio in Italia, nel 2017, nel comune di Legnano. Da quel focolaio iniziale, il parassita si è diffuso rapidamente in gran parte della Lombardia e del Veneto, raggiungendo recentemente anche il Piemonte e l’Emilia-Romagna.

La sua propagazione è favorita dall’assenza di predatori naturali specifici nel nostro ecosistema e dalla sua estrema polifagia: attacca oltre cento specie diverse, con una predilezione per alberi decidui come Aceri, Gelsi, Albizzie, Carpini e Liquidambar. Sebbene non rappresenti un pericolo diretto per l’uomo o gli animali domestici, la massiccia sottrazione di linfa e la produzione di melata possono indebolire le piante, rendendole suscettibili ad altre patologie, fino al deperimento e alla caduta.

Il parassita compie una generazione all’anno. In primavera, le femmine adulte producono gli ovisacchi: lunghi anelli bianchi e cerosi (fino a 5-10 cm) che contengono migliaia di uova. Tra maggio e giugno, le ninfe (neanidi) escono dalle uova e si spostano verso le foglie per nutrirsi. In autunno, prima della caduta delle foglie, tornano sui rami per svernare e completare il ciclo l’anno successivo.

La gestione di questa specie invasiva richiede attenzione e tempestività, sia che si tratti di verde privato, che pubblico, in cui i cittadini sono chiamati a fare la loro parte. Ecco di seguito le linee guida da seguire. A) Monitoraggio costante, ispezionare i rami bassi, specialmente su piante isolate o in filari urbani. Gli ovisacchi sono facilmente visibili in aprile e maggio. B) Segnalazione in caso di avvistamento in zone non ancora dichiarate “infestate”; è fondamentale contattare il Servizio Fitosanitario Regionale. Fornire foto chiare e la posizione esatta aiuta le autorità a mappare l’avanzata del parassita. C) Interventi meccanici di potatura: se l’infestazione è contenuta, la rimozione manuale o la potatura dei rami colpiti è la strategia più efficace. Attenzione: i residui dei tagli non vanno abbandonati, ma distrutti o smaltiti secondo le normative locali per evitare che le neanidi si disperdano. D) Trattamenti mirati: l’uso di insetticidi a largo spettro è spesso sconsigliato in ambito urbano per l’impatto sulla biodiversità e la nostra salute. Si preferiscono trattamenti con olio bianco, che agisce per soffocamento, o lavaggi con saponi molli potassici che, tramite azione tensioattiva, tendono a sciogliere e dissolvere la cera a protezione degli ovisacchi. E) Igiene degli attrezzi: disinfettare sempre le lame dopo la potatura di una pianta infestata per prevenire la diffusione accidentale di uova.

Contenere Takahashia japonica è una sfida collettiva che unisce cittadini e amministrazioni nella salvaguardia del nostro verde pubblico!

Autore: Donatello Vallotta

OGM, TEA, NGT #2

Siamo abituati a vedere campi di grano o di mais perfettamente uniformi, dove ogni pianta è identica all’altra. Questa immagine, che associamo all’efficienza, è in realtà la più grande debolezza dell’agricoltura moderna. Il professor Salvatore Ceccarelli propone una soluzione rivoluzionaria nella sua semplicità: tornare a mescolare.

Il miglioramento genetico degli ultimi cento anni si è concentrato sull’uniformità. Questo ha reso le piante fragili di fronte al cambiamento climatico. Se arriva una siccità improvvisa o un nuovo parassita, un campo uniforme soccombe interamente perché ogni pianta ha lo stesso punto debole. Al contrario, la natura sopravvive grazie alla biodiversità. La proposta di Ceccarelli è quella delle “popolazioni evolutive”: seminare nello stesso campo centinaia di varietà diverse della stessa specie (ad esempio di frumento).

Cosa succede in un campo dove le piante sono tutte diverse? Accade una magia chiamata evoluzione. Se l’anno è molto secco, le varietà che resistono meglio alla sete produrranno più semi; se l’anno dopo è piovoso, prevarranno le altre. Il campo non è mai uguale a se stesso: cambia, si adatta e “impara” a sopravvivere all’ambiente specifico in cui si trova. È un sistema che non ha bisogno di pesticidi chimici perché, in mezzo a tanta diversità, un fungo o un insetto non trova mai una strada spianata per colpire l’intero raccolto.

Mentre gli OGM (vecchi e nuovi) cercano di risolvere i problemi con un singolo “gene magico” che però diventa inutile dopo poco tempo, i miscugli offrono una resistenza ecologica duratura. I danni causati dai parassiti diventano irrisori, perché le piante collaborano tra loro invece di competere. È una strategia “vincente” dal punto di vista biologico, mentre i nuovi OGM sono definiti da Ceccarelli come “perdenti”, perché incapaci di adattarsi senza l’intervento costante dell’uomo e della chimica.

Per anni, questa pratica è stata ostacolata da leggi sementiere scritte su misura per le grandi industrie, che vietavano la vendita di sementi non uniformi. Oggi, grazie a nuove normative sul biologico, la strada è aperta. Coltivare la diversità significa ridare potere agli agricoltori, che possono produrre i propri semi anno dopo anno senza pagare royalty a nessuno. Ma significa anche tutelare la nostra salute: una dieta basata su prodotti che derivano da popolazioni diverse arricchisce il nostro microbiota intestinale e ci rende più forti. Sostenere i miscugli e i comuni “OGM-free” non è un ritorno al passato, ma l’unico modo scientificamente sensato per affrontare un futuro climatico incerto, garantendo cibo certificato e libertà per chi lo produce e chi lo mangia.

Autore: Donatello Vallotta

OGM, TEA, NGT (parte 1)

Il mondo dell’agricoltura sta vivendo una trasformazione silenziosa ma radicale. Si parla sempre più spesso di TEA (Tecniche di Evoluzione Assistita) o NGT, presentandole come la soluzione moderna e “pulita” ai problemi della fame e del cambiamento climatico. Ma cosa si nasconde dietro queste sigle? Il professor Salvatore Ceccarelli, genetista di fama internazionale, ci invita a guardare oltre la propaganda.

Per capire i nuovi OGM, bisogna guardare a come sono fatti. Mentre i vecchi OGM mescolavano specie diverse (ad esempio un gene di un batterio in una pianta), i nuovi intervengono sul DNA della pianta stessa. I sostenitori dicono che è come usare “forbicine di precisione”, ma la realtà tecnica è diversa: si usano ancora batteri e geni resistenti agli antibiotici per “trasportare” le modifiche. Il risultato è un organismo che in natura non esisterebbe in quella forma e di cui non conosciamo gli effetti a lungo termine sulla salute e sull’ambiente.

Il problema principale, spiega Ceccarelli, è di tipo evolutivo. Creare una pianta resistente a un insetto o a un fungo tramite la modifica di un singolo gene è una strategia destinata a fallire. La natura non sta a guardare: parassiti e infestanti evolvono rapidamente per superare quell’ostacolo. È una “corsa agli armamenti” in cui l’agricoltore perde sempre: dopo pochi anni, la pianta modificata non funziona più e bisogna acquistarne una nuova, ancora più costosa e complessa.

Questo meccanismo serve a chi vende i semi, non a chi coltiva. Dietro ogni seme modificato c’è un brevetto. Se il polline di un campo OGM finisce per errore nel campo del vicino (cosa che accade normalmente con il vento), quell’agricoltore potrebbe trovarsi legalmente perseguibile perché la sua pianta ora contiene un gene di proprietà di una multinazionale. È la fine della libertà contadina e l’inizio di una dipendenza totale dalle grandi aziende sementiere.

Inoltre, la liberalizzazione che si sta discutendo in Europa vorrebbe eliminare l’obbligo di indicare in etichetta la presenza di questi nuovi OGM. Questo significa che noi consumatori perderemmo il diritto fondamentale di scegliere cosa mettere nel piatto. Senza tracciabilità e senza il rispetto del “principio di precauzione”, stiamo accettando una scommessa sulla nostra salute di cui non conosciamo i rischi, trasformando i nostri campi in laboratori a cielo aperto. La scienza che serve all’agricoltura non è quella che cerca di dominare la natura con la tecnologia, ma quella che impara a collaborare con essa.

Autore: Donatello Vallotta

Droni #3

Il riferimento principale è la Direttiva 128/2009/CE, che definisce il quadro per l’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari: riduzione dei rischi, limitazione della deriva, tecniche più efficienti, formazione degli operatori. Ogni trattamento deve essere giustificato, mirato e compatibile con la protezione delle risorse naturali. In questo contesto i droni possono essere strumenti virtuosi, ma richiedono criteri operativi più severi rispetto alle attrezzature tradizionali.

A livello nazionale la direttiva è stata recepita con il D.Lgs. 150/2012, che disciplina formazione obbligatoria, patentini, registrazioni e distanze di sicurezza. Per chi opera con UAS (Sistemi di Aeromobili a Pilotaggio Remoto) significa integrare competenze aeronautiche e agronomiche: non basta saper pilotare, occorre saper trattare. Ogni intervento deve essere tracciabile, motivato e conforme ai protocolli tecnici.

Il “decreto MIPAAF del 2014” è un insieme di provvedimenti, tra cui il PAN, per l’uso sostenibile dei fitosanitari (22 gennaio 2014), le norme sulle organizzazioni di produttori ortofrutticoli e olivicoli e il decreto che istituisce il marchio di qualità SQNPI. Sono strumenti che contribuiscono a uniformare criteri, controlli e buone pratiche agroalimentari. Il quadro però è già cambiato con l’introduzione della Legge 2 dicembre 2025, n. 182, che sostiene la digitalizzazione delle attività agricole, incluse le applicazioni con droni. L’articolo 6 di questa norma introduce una novità attesa: una fase di sperimentazione regolamentata dell’irrorazione aerea tramite UAS, finora soggetta a divieti o forti limitazioni.

Tra metodi tradizionali e sorvoli più o meno ravvicinati, e dopo svariati test a base di coloranti alimentari e cartine idro-sensibili, cade pertanto – anche in agricoltura – l’ultimo velo nell’impiego di fitofarmaci tramite UAS.

La legge inserisce un nuovo articolo nel D.Lgs. 150/2012 e consente l’irrorazione con droni in via sperimentale per tre anni su terreni agricoli, derogando temporaneamente alle norme vigenti. Inoltre, esso delega alle Province Autonome di Trento e Bolzano poteri amministrativi e normativi significativi per l’attuazione del Piano d’Azione Nazionale (PAN), gestendo le abilitazioni professionali (consulenti, applicatori) e definendo misure specifiche (es. divieto irrorazione aerea, aree sensibili), pur nel quadro delle direttive nazionali e comunitarie. 

Per tutte quelle che saranno le sfide, le problematiche, i retaggi e le papabili soluzioni che verranno, l’Italia resta una paziente in cura e perennemente sotto osservazione. Mentre il riscaldamento globale tira dritto e se ne frega delle nostre liti da cortile noi cerchiamo di ricordarci sempre da dove veniamo e dove stiamo andando: implementare una serie di riflessioni e adottare misure concrete rivolte all’ecologia, alla salute e al rispetto della Natura.

Autore: Donatello Vallotta

Droni #2

Quando un drone sorvola un campo raccoglie grandi moli di dati georeferenziati che diventano prospetti grafici come NDVI, rigoglio vegetativo, condizione idrica e modelli digitali del terreno, le c.d. mappe di vigore. Si tratta di strumenti complessi, ma fondamentali per adottare decisioni aderenti e ridurre le incertezze. Attraverso queste mappe capiamo la realtà delle colture, lo stato di salute, ergo esse ne evidenziano carenze nutrizionali o malattie, attacchi fungini o infestazioni.

Altre mappe, quelle altimetriche, ci aiutano invece a conoscere il movimento dell’acqua nell’appezzamento, per guidarci in interventi mirati sull’irrigazione e prevenendo accumuli dannosi. I droni offrono vantaggi anche nella pianificazione dei lavori. Prima della semina valutano la regolarità del terreno, le aree meno produttive o le pendenze che richiedono accorgimenti. Durante la stagione, i voli permettono di monitorare la copertura vegetale, individuare anomalie e adattare il piano agronomico in tempo reale, prima che i problemi diventino irrecuperabili, vento e meteo permettendo.

Le foto costruiscono un diario visivo dell’azienda, attraverso il quale si possono confrontare andamenti, verificare efficacia dei trattamenti e stimare l’evoluzione delle fasi fenologiche (cfr. ciclo vitale). Questi rilievi danno vita all’agricoltura di precisione, finanche all’interno del medesimo campo: non tutte le zone hanno bisogno delle stesse quantità di acqua, fertilizzanti o trattamenti. Le mappe permettono di distribuire le risorse in modo mirato, riducendo i costi, ma – soprattutto – di diminuirne drasticamente le derive e di conseguenza l’insorgenza – tra addetti ed astanti – di tumori, disabilità cognitive e fisiche ed interferenze endocrine.

Quindi il drone sostituirà, in toto o in parte, la forza lavoro umana; è un investimento strategico: ci fa risparmiare tempo, carburante, prodotti chimici e soprattutto acqua. Un drone a pieno carico peserà oltre un quintale; questo a seconda del modello, del carico, delle cultivar e del tipo di area da trattare. L’obiettivo è duplice: permettere alle aziende di testare il potenziale dei droni in campo fitosanitario e raccogliere dati utili a una futura disciplina definitiva, basata su evidenze tecniche e scientifiche. Rollio, derapata, assetto, stallo, virata, beccheggio e imbardata entreranno nel lessico comune. Se utilizzati con competenza trasformeranno e orienteranno l’agricoltura verso un modello evoluto, strettamente connesso ai nuovi strumenti digitali. Non si può escludere che, tra meno di dieci anni, persino nelle città, i droni saranno più diffusi delle telecamere: magari potremo ordinare la spesa da casa e riceverla già imbustata direttamente sul balcone o alla finestra! Sul versante bellico, ahinoi, non ci sono limiti e i droni purtroppo restano strumenti di morte!

Autore: Donatello Vallotta