La strada dedicata ai fratelli Bronzetti

Tra le vie minori del quartiere Oltrisarco vi è via Fratelli Bronzetti, Narciso e Pilade. Il primo, nato a Cavalese il 5 giugno 1821, era ancora bambino quando la famiglia si trasferì a Mantova, dove Narciso compì gli studi, per arruolarsi poi nei Cacciatori tirolesi; nel 1847 si congedò dall’esercito austriaco. In occasione dei moti del 1848, partecipò a quelli mantovani, ma dovette fuggire; si unì poi ai volontari della colonna mantovana dei bersaglieri, partecipando il 24 aprile alla battaglia di Governolo; promosso al grado di sottotenente, dovette riparare in Piemonte quando le truppe di Carlo Alberto furono sconfitte. Con il fratello Pilade (nato il 23 novembre 1832 a Mantova), nel marzo 1849 Narciso si arruolò nel 6° battaglione bersaglieri al comando di Luciano Manara (1825-1849). I due fratelli Bronzetti si distinsero nel 1849 in difesa della Repubblica Romana, in particolare nei combattimenti di Porta San Pancrazio. Narciso  combatté  di nuovo con il fratello Pilade, tenente, nel 1859, nella seconda guerra d’indipendenza, in particolare nei Cacciatori delle Alpi di Garibaldi, a Varese, San Fermo, Laveno. Promosso maggiore, Narciso Bronzetti, ferito nel combattimento di Treponti,  morì il 17 giugno 1859 a Brescia. Pilade Bronzetti, il quale già il 25 maggio 1849 nella battaglia di Varese si meritò la Medaglia d’Argento, fu accanto al Generale Enrico Cosenz (1820-1898), durante la Spedizione dei Mille, nella battaglia di Milazzo (20-24 luglio 1960); ottenne promozione e medaglie per varie azioni, come la cattura di due vapori borbonici nel porto di Messina non ancora liberata; morì combattendo a Castel Morrone il 1° ottobre 1860, meritandosi medaglia alla memoria. Tra i pubblici riconoscimenti va ricordato che nel 1916 prese il nome di Pilade Bronzetti un cacciatorpediniere della Regia Marina. Oltre a Bolzano, vi sono in Italia altre 34 tra strade e piazze intitolate ai Fratelli Bronzetti.

Autore: Leone Sticcotti

La strada in Zona dedicata a Piero Gobetti

A  Oltrisarco, collegante via Galvani a via Maso della Pieve, vi è via Piero Gobetti. Nato a Torino il 19 giugno 1901, nell’ottobre 1918 Piero Gobetti si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza dell’Università di Torino, dove tra i docenti ebbe Luigi Einaudi. Si laureò nel giugno 1922 sulla filosofia politica di Vittorio Alfieri. L’esperienza della rivoluzione russa e dello sviluppo del movimento operaio lo mosse a pubblicare due numeri unici sul socialismo. Approfondì alcune tematiche con i suoi studi sul Risorgimento e sulla Russia. Con l’obiettivo di formare una classe politica nuova, il 12 febbraio 1922 uscì il primo numero di “Rivoluzione liberale”; vi collaborarono Giustino Fortunato, Antonio Gramsci, Luigi Sturzo. Nell’aprile 1923 fondò la casa editrice “Piero Gobetti editore”, che in poco più di due anni pubblicò oltre cento titoli; ma i libri furono oggetto di distruzione da parte dei fascisti. Lo stesso Gobetti era stato arrestato il 6 febbraio per sovversivismo; rilasciato dopo cinque giorni, fu nuovamente arrestato il 29 maggio. Nell’aprile 1924 uscì “Rivoluzione liberale. Saggio sulla lotta politica in Italia”. Nel maggio 1924 Piero Gobetti si recò a Parigi, poi a Palermo; la polizia italiana seguiva i suoi spostamenti. Il 9 giugno 1924 Gobetti venne percosso, la sua abitazione fu requisita, la sue carte sequestrate. Gobetti non si dava pace: il 23 dicembre 1924 fondò la rivista “Il Baretti”; vi collaborarono Augusto Monti, Natalino Sapegno, Benedetto Croce, Eugenio Montale. Il 5 settembre 1925, dopo un viaggio a Parigi  e Londra con la moglie Ada, un periodo di serenità,  Gobetti fu ancora oggetto di pestaggi squadristi. Partito il 3 febbraio 1926 per Parigi da Genova, dove lo salutò Eugenio Montale, l’11 febbraio si ammalò di bronchite; morì a mezzanotte del 15 febbraio 1926 in una clinica di Neuilly-sur- Seine. Fu sepolto nel cimitero parigino di Pére-Lachaise.

Autore: Leone Sticcotti

La strada dedicata a Nazario Sauro

A Oltrisarco vi sono due vie dedicate a martiri irredentisti; oltre a via Fabio Filzi vi è via Nazario Sauro. Il secondo, nato il 20 settembre 1880 a Capodistria, a quel tempo facente parte dell’Impero austroungarico, per la forte passione per il mare iniziò molto giovane l’attività di marinaio. Come ufficiale marittimo comandò diversi piroscafi, per passeggeri o da carico. Ebbe modo durante la navigazione nel mare Adriatico di studiare ogni angolo della costa, i fondali, le insenature, le isole e le terre del Quarnaro e della Dalmazia; raccolse preziose informazioni sulle difese militari austriache in vista della guerra, che scoppiò il 28 luglio 1914. Il 2 settembre  Nazario Sauro raggiunse Venezia; entrata in guerra anche l’Italia, Sauro si arruolò volontario nella regia Marina, ottenendo il 23 maggio 1915 il grado di tenente di vascello di complemento. Ideò e propose diversi progetti di azione in territorio istriano; ideò inoltre un boa-vedetta sommergibile da adibire a posto di osservazione e segnalazione di movimenti della flotta nemica, In 14 mesi compì oltre sessanta missioni. Importante azione fu quella a Parenzo, all’alba del 12 giugno 1916, con la distruzione dei velivoli e delle autorimesse dalle quali partivano gli idrovolanti nemici in direzione Venezia. Il 30 luglio 1916 Sauro si era imbarcato a Venezia sul sommergibile Giacinto Pullino, per un’incursione su Fiume; l’unità si incagliò sullo scoglio della Galiola, all’imbocco del golfo del Quarnaro. Nazario Sauro fu catturato mentre si allontanava su un piccolo battello. Processato nel tribunale della Marina austriaca  di Pola, con un drammatico confronto con la madre, la quale per salvarlo negò di conoscerlo, fu condannato a morte per alto tradimento. Impiccato nelle carceri militari di Pola il 10 agosto 1916, dal marzo 1947 Nazario Sauro riposa nel tempio votivo del Lido di Venezia, dedicato ai caduti della Grande Guerra. è ricordato con dediche, intitolazioni, monumenti, cippi, busti.

Autore: Leone Sticcotti

La strada dedicata a Galileo Galilei

Parallela a via Innsbruck e all’autostrada, via Galileo Galilei è dedicata all’astronomo e fisico italiano che si può considerare fondatore della scienza moderna. Nato a Pisa il 16 febbraio 1564, nel 1581 si iscrisse alla facoltà di medicina dell’Università di Pisa; la sua vera passione era però la filosofia naturale. Ritiratosi dall’Università, approfondì la matematica, tanto da ottenere nel 1589 la cattedra presso l’Università di Pisa. Iniziò a concentrarsi sui problemi fisici del moto, rivolgendo l’attenzione all’ipotesi eliocentrica di Niccolò Copernico (1473-1543). Nel 1592 da Pisa si trasferì a Padova, dove rimase fino al 1610. Anche a Padova compì esperimenti sulla caduta dei gravi, riflettendo anche sul principio di inerzia. Nel 1604 seguì l’evoluzione nei cieli di una “stella nova”. Perfezionato un nuovo occhiale, proveniente dall’Olanda, in cui si era imbattuto nell’estate 1609,  lo puntò verso il cielo conseguendo alcuni risultati, che raccolse nel libro “Sidereus Nuncius”, pubblicato a Firenze nel 1610; fu tradotto anche in Cina e in Corea. Nominato primario filosofo e matematico di corte dal Granduca di Toscana, Galilei continuò comunque a osservare i cieli scoprendo “cose mai viste prima “. Non mancò la reazione della Chiesa; alle critiche del Gesuita astronomo, Orazio Grassi, Galilei rispose nel 1623 con “Il Saggiatore”, opera alla quale seguì nel 1632 il “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo”. Per un processo aperto il 10 aprile 1633 dal Tribunale del Sant’Uffizio, Galilei, costretto all’abiura, il 22 giugno fu condannato agli arresti domiciliari. Scontando la pena prima a Siena, poi nella propria casa di Arcetri, continuò i suoi studi e nel 1638 pubblicò a Leida il suo capolavoro scientifico “Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze” (La caduta dei gravi e la composizione dei moti). Divenuto quasi cieco, Galilei, sempre agli arresti domiciliari, morì l’8 gennaio 1642.

Autore: Leone Sticcotti

La strada dedicata Pier Fortunato Calvi

Via Pier Fortunato Calvi è in zona Piani di Bolzano, nei pressi dell’areale ferroviario. Nato il 17 febbraio 1817 a Briana (Venezia), negli anni 1829-1830 Pietro Fortunato Calvi frequentò il Ginnasio di Padova, passando poi all’Accademia militare degli ingegneri di Vienna. Uscitone con il grado di alfiere, durante un periodo di ferma a Venezia ebbe contatti con i circoli patriottici. Nell’aprile 1848 da Graz raggiunse Venezia, dove era stata proclamata la repubblica, dopo l’insurrezione del 23 marzo. Col grado di capitano organizzò e diresse in Cadore la resistenza armata; con un piccolo esercito di 4600 uomini ebbe qualche successo lungo le valli del Boite, a Rivolgo, a Rindemera. I cadorini dovettero ritirarsi dinanzi ad un massiccio attacco austriaco sul versante carnico. Calvi si ritirò a Venezia, dove da comandante dei “Cacciatori delle Alpi” il 22 maggio 1849 combatté a Brondolo e il 2 agosto a Treporti, meritandosi la promozione a tenente colonnello. Con la capitolazione di Venezia del 26 agosto 1849, Calvi riparò prima in Grecia e poi a Torino (marzo 1850), dove si legò ai circoli mazziniani e kossuthiani;  Lajos Kussuth (1802-1894)  fu uomo di Stato e patriota ungherese, protagonista della rivoluzione ungherese del 1848 e della guerra d’indipendenza contro l’impero asburgico. Nel 1853 Calvi dovette di nuovo prender la via dell’esilio, rifugiandosi in Svizzera, prima a Ginevra, poi a Zurigo. Per promuovere l’insurrezione armata del Cadore e del Friuli, con quattro compagni penetrò nel Tirolo, dove però il 13 settembre 1853 fu arrestato a Cogolo in val di Pejo. Tradotto prima a Trento e Innsbruck, poi a Verona e infine a Mantova, dal 26 settembre 1853 al 31 maggio 1854 fu sottoposto ad una Commissione inquirente militare. Riaperto il processo sotto la giurisdizione di giudici civili, fu giudicato colpevole di alto tradimento. Condannato il 17 gennaio 1855 alla pena capitale, l’esecuzione ebbe luogo il 5 luglio a Lunetta (Mantova).

Autore: Leone Sticcotti

La strada dedicata a Giacomo Puccini

Nei pressi del rione Firmian sono tre le vie intitolate a grandi della musica, oltre a Mahler e Mozart vi è Puccini. Nato a Lucca il 22 dicembre 1858, Giacomo Puccini aveva cinque anni quando morì il padre, Michele, docente di composizione. Fu lo zio materno, Fortunato Magi, a introdurre Giacomo allo studio della tastiera e al canto corale. Iniziato lo studio dell’organo nel Seminario della Cattedrale di Lucca, Giacomo passò poi all’Istituto musicale di Lucca, iniziando nel contempo le prime composizioni. Dal 1880 frequentò il Conservatorio di Milano. Il primo grande successo lo ebbe nel 1883 con “Manon Lescaut”; con i proventi fu in grado di lasciare la vita in città e tornare verso la terra natale. Dopo un periodo sulle colline tra Lucca e la Versilia, si trasferì a Torre del Lago, dove dal 1900 abitò in una villa che aveva fatto costruire. Il suo prestigio crebbe con le opere: La Boheme (1896), Tosca (1900), Madama Butterfly (1904), La fanciulla del West (1910, La Rondine (1917).  Fino al 1906 Puccini si era avvalso della collaborazione dei librettisti Luigi Illica e Giuseppe Giacosa. Da ricordare il grande successo che ebbe la prima dell’opera “La fanciulla del West” il 1° dicembre 1900 a New York. Nel 1919 Puccini lasciò Torre del Lago per vivere a  Orbetello, abitando stabilmente, fino al 1922, sulla spiaggia della Tagliata, in una vecchia torre di avvistamento (oggi Torre Puccini). Nel febbraio 1919 venne insignito con il titolo di Grande  Ufficiale dell’Ordine della Corona d’Italia. Nel 1923 si trasferì a Viareggio, dove lavorò intensamente all’opera “Turandot”. Ma non riuscì a completarla, per gravi problemi di salute; gli fu diagnosticato infatti un timore alla gola. Inutile l’intervento a Bruxelles del 24 novembre 1924, Giacomo Puccini morì il 29 novembre. Alla Messa funebre nella chiesa di Sainte Marie a Bruxelles seguirono le esequie ufficiali il 3 dicembre nel Duomo di Milano.

Autore: Leone Sticcotti

La strada dedicata a Thomas Alva Edison

Tra le vie della zona industriale vi è, oltre a quella intitolata al fisico e matematico Evangelista Torricelli, quella dedicata all’inventore Thomas Alva Edison. Quanti pensano a lui quando premendo un pulsante accendono o spengono la luce? Nato l’11 febbraio 1847 a Milan, nell’Ohio, di povera famiglia, ricevuta una sommaria istruzione dalla madre, a 12 anni Thomas iniziò a vendere giornali sui treni; si mise inoltre a comporre e stampare un settimanale. Lavorò poi come operatore telegrafico; nel 1869 si trasferì a New York, dove costruì un più efficiente ricevitore ed espositore delle quotazioni di borsa; inventò il tasto telegrafico a ripetizione, migliorò apparecchiature telefoniche. Trasferitosi nel 1876 a Menli Park, nel 1877 migliorò e potenziò una versione del telefono di Alexander Graham Bell (1847-1922);  costruì anche il prototipo sperimentale del fonografo, primo apparecchio capace di registrare e riprodurre suoni. Edison divenne, per la sua macchina parlante, il “mago di Menlo Park”.  Nel laboratorio di Edison  si cercò un nuovo tipo di materiale in grado di aumentare la durata delle lampadine elettriche; nel 1879 si rese commerciabile il prodotto, portando l’illuminazione nelle case e negli uffici. Il suo brevetto per la lampada elettrica a incandescenza fu registrato negli Stati Uniti il 27 gennaio 1880; la sua applicazione fu realizzata nell’esposizione  di Parigi del 1881. Ma un’altra grande scoperta di Edison fu il fenomeno termoionico. Edison si occupò anche del perfezionamento degli accumulatori elettrici, di cinematografia, di telefonia, di applicazioni della gomma ai tessuti impermeabili, di segnalazioni ferroviarie ecc. Di tutto prendeva nota, riempendo ben 3500 quaderni. Lavorando 20 ore al giorno ottenne 1300 brevetti. Si sposò due volte, ogni volta avendo tre figli. Morì nella sua casa di West Orange, nel New Jersey, il 18 ottobre 1931. Porta il suo nome un cratere lunare.

Autore: Leone Sticcotti

La strada dedicata a Nino Bixio

Via Nino Bixio, collegante via Fago con le pendici del Guncina, è dedicata ad uno dei protagonisti del Risorgimento italiano. Nato a Genova il 2 ottobre 1821, a 13 anni si imbarcò come mozzo sul brigantino “Oreste e Pilade”; fu lì che ebbe il nomignolo di “Nino”. Dopo tre anni in mare, non volendo surrogare al fratello Giuseppe, il quale per evitare il servizio militare era entrato nell’Ordine dei Gesuiti, Nino fu arrestato e incarcerato. Nel novembre 1837 si arruolò come “volontario” nella marina del Regno di Sardegna. Dal 1841 fu allievo pilota della nave “Gulnava”.  Si imbarcò poi come capitano in seconda su un bastimento mercantile diretto in Brasile. Tornato a Genova, fu secondo nostromo sul bastimento guidato dal capitano quacchero Baxter  e diretto in Malesia; fu un viaggio avventuroso. Giunto ad Anversa nell’ottobre 1846, raggiunse febbricitante il fratello Alessandro a Parigi, dove conobbe Giuseppe Mazzini; aderì alla “Giovane Italia”, fondata da Mazzini nel 1831. Pensiero e azione: Nino Bixio nel 1848 partecipò alla Prima Guerra d’indipendenza. Seguì poi Garibaldi, nel 1849, per difendere la Repubblica Romana, meritandosi una medaglia d’oro. Nel 1855 si sposò con Adelaide Parodi; ebbero quattro figli. Nel 1859 fu con Garibaldi nei Cacciatori delle Alpi; difese strenuamente il passo dello Stelvio. Fu poi tra gli organizzatori della Spedizione dei Mille; Garibaldi gli affidò funzioni di polizia militare. Fu poi lo stesso Bixio a organizzare i plebisciti circa l’annessione  dell’Italia  centro-meridionale al Regno di Sardegna. Nel 1861 fu eletto, e rieletto più volte, come deputato tra le file della destra storica. Nel 1866 partecipò alla battaglia di Custoza.  Altra medaglia si meritò nel 1867, nel tentativo di liberare Roma. Divenuto senatore il 6 febbraio 1870, il 20 settembre partecipò alla presa di Roma. Ripresa la navigazione si ammalò di colera, morendo il 16 dicembre 1873 a Banda Aceh nell’isola di Sumatra. Le sue ceneri si trovano nel Cimitero monumentale di Staglieno.

Autore: Leone Sticcotti

La strada dedicata ad Aurelio Nicolodi

Aurelio Nicolodi, al quale la città ha voluto dedicare la via che si inerpica all’estremità del rione Aslago, chi era e cosa fece? 

Nato  Trento il 1° aprile 1894, diplomatosi geometra passò agli studi di ingegneria; per un breve periodo lavorò presso le ferrovie di Buenos Aires. 

Intervenuta l’Italia nel 1° conflitto mondiale, Aurelio Nicolodi, come cittadino italiano, partecipò come sottotenente di fanteria ai combattimenti di Fogliano e Polazzo. 

Il 25 luglio 1915, combattendo sul monte Sei Busi fu ferito agli occhi, tanto da perdere la vista; ottenne la Medaglia d’argento. 

Nel 1917 Nicolodi istituì a Firenze l’Associazione nazionale ciechi di guerra. Fu lui a fondare il “Corriere dei ciechi”, periodico a caratteri in rilievo col sistema Braille. 

Sposatosi con Maria Priolo, attiva nel volontariato, ebbero quattro figli. Fu la moglie a leggere i testi sui quali Aurelio si preparava per laurearsi in Economia e Commercio all’Università di Roma. 

Il 26 ottobre 1920 fondò l’Unione Italiana Ciechi (UIC), di cui fu il primo  presidente; elevata tre anni dopo ad Ente morale, l’intento era di dare ai non vedenti un’istruzione, perché potessero essere indipendenti e in grado di lavorare. 

Nel 1924 fondò la Stamperia nazionale Braille, nel 1928 costituì la Scuola nazionale cani-guida per ciechi. Tramite la UIC fondò l’Ente nazionale di lavoro per i ciechi, per rispondere alle esigenze lavorative dei non vedenti. 

Triste momento Nicolodi lo passò nel 1943, quando, dopo l’8 settembre, fu accusato, ma poi assolto, di collaborazionismo col regime fascista. 

Il 25 ottobre 1950. mentre si trovava nel proprio ufficio dell’Istituto nazionale dei ciechi Vittorio Emanuele II, a Firenze, da lui fondato (ora “Istituto professionale di Stato Aurelio Nicolodi”), Aurelio Nicolodi fu colto da malore. Morì due giorni dopo. Fu sepolto nel piccolo cimitero di Castiglioni sopra la Rufina, accanto alla chiesa di Santo Stefano. 

Almeno quindici città, tra esse Bolzano, gli hanno intitolato vie o piazze.

Autore: Leone Sticcotti

La strada dedicata a Damiano Chiesa

Via Damiano Chiesa: è una delle vie di Oltrisarco dedicate a martiri dell’irredentismo. Nato a Rovereto il 24 maggio 1894, conseguita la maturità nel 1913 presso la “Realschule”, iniziati gli studi al Politecnico di Torino, Damiano Chiesa passò poi alla facoltà di Ingegneria Navale di Genova. Nell’aprile 1914 fu eletto alla Dieta del Tirolo per i liberal-nazionali, collegio di Rovereto. Il 13 settembre 1914 ritornò a Torino, per evitare la chiamata alle armi della classe 1894. Intervenuta l’Italia nel primo conflitto mondiale, Damiano Chiesa si arruolò volontario nell’esercito italiano. Come irredentista gli fu assegnato il nome di guerra Mario Angelotti; da artigliere il 17 giugno 1915 raggiunse una batteria leggera sul Monte Testo nel gruppo del Monte Pasubio. Nel febbraio 1916 fu aggregato come sottotenente al 9° Reggimento Artiglieria operante sul Col Zugna, a sud di Rovereto. Fu catturato  durante la Strafexpedition austriaca il 16 maggio a Costa Violina (Vallagarina). Riconosciuto da alcuni, in particolare  da quelli di Rovereto, fu incarcerato il 18 maggio a Trento nel Castello del Buonconsiglio. Alle 8 del mattino del 19 maggio, nella villa Gerloni in via della Saluga, sede del Tribunale militare dell’XI  Armata, ci fu contro il traditore Chiesa il procedimento detto “giudizio statario”, un rito abbreviato per i reati di carattere militare. La sentenza fu la pena di morte per capestro, ma il generale Viktor Dankl dispose per la fucilazione. Prima dell’esecuzione  Damiano Chiesa poté ancora scrivere una lettera, l’ultima, commovente, alla famiglia (papà, mamma, Beppina, Jole, Emma). L’esecuzione ebbe luogo verso le ore 19 nella “fossa della Cervara” del castello del Buonconsiglio. Le sue spoglie sono conservate a Rovereto, nel sacrario militare di Castel Dante. La sua memoria è onorata anche con l’intitolazione di vie e piazze, come, in provincia, a Bolzano, Laives, Sinigo.

Autore: Leone Sticcotti