Psicopolizia ed esperimenti di massa su larghissima scala

A chi ha familiarità con George Orwell, il concetto di Psicopolizia non dovrebbe essere del tutto nuovo, così come non lo sarà per chi conosce la Brain Police di Frank Zappa: ma Psicopolizia, per chi abita e bazzica la scena musicale della nostra regione, è anche il nome di una formazione che ha fatto parlare abbastanza di sé prima di sciogliersi nel 2008. Tre anni fa però, il gruppo originale ha sentito che forse era il momento di tornare a far sentire la propria voce, una voce della coscienza, in qualche modo, un po’ come quella del Grillo Parlante di collodiana memoria, una voce scomoda magari, ma del tutto non scontata.

“Quando il gruppo originale si era sciolto nel 2008 – racconta Emanuele Zottino, che è uno dei fondatori e chitarristi degli Psicopolizia –, non avremmo mai pensato che potessimo tornare insieme, invece a distanza di quindici anni, ci è parso che certi temi affrontati nei testi di Pietro Frigato, il nostro cantante, fossero stati quasi profetici all’epoca della loro stesura, e quindi fossero quanto mai attuali oggi. Così abbiamo rimesso in piedi il gruppo, con Davide Ferrazzi che aveva preso il posto del chitarrista originale Alessandro Lo Vetro, aggiungendo alla nostra musica qualche elemento indie-rock del suo bagaglio personale. Ora però c’è stato un nuovo avvicendamento tra i due e quindi gli Psicopolizia sono un quartetto che si completa con il basso di Andrea Lo Vetro e una batteria elettronica in luogo del batterista Paolo Seppi”.

Da fine aprile sulla piattaforma Soundcloud è possibile ascoltare le nuove canzoni della band, un EP intitolato Esperimenti di massa (ad un livello mai visto), il cui titolo allude neppure velatamente a quello che potrebbe essere stata la pandemia di inizio decennio. Insomma, un tema di quelli cari a Pietro Frigato che con le sue liriche quasi recitate dimostra di essere sempre sul pezzo, col pregio, qui, di essere meno torrente di parole rispetto all’altro progetto musicale che condivide con Zottino, i Controfase (RCCM). L’EP si compone di quattro brani, due del repertorio iniziale e due nuovi di zecca, Revolving Doors con appunto le allusioni alla pandemia, e Transhumanist Necropolitics che combina due testi differenti, uno in inglese ed uno in italiano.

“Lavorare a questo materiale – ci spiega Zottino – è stata una sfida, innanzitutto le due composizioni dei nostri esordi sono state riarrangiate per l’esecuzione con la formazione senza batterista. Per quanto riguarda la parte musicale del nostro lavoro, siamo Alessandro ed io ad occuparcene, partiamo da una piccola idea, lavorando sempre insieme, abbiamo diversi riff, diverse melodie che ci girano dentro, poi inizia il lungo lavoro di scarto per mantenere una traccia su cui costruire il brano. È un lavoro difficile, impegnativo, perché l’obiettivo è arrivare a ciò che ci vuole per i testi di Pietro. E il risultato deve essere qualcosa che non faccia da sottofondo alla sua voce, né qualcosa che la copra. Musica e voce devono essere sempre sullo stesso piano, è la nostra regola, sono ugualmente importanti”.

Basta ascoltare il vecchio brano che dà nome al gruppo per comprendere le parole del chitarrista, che come il suo collega si occupa anche delle parti elettroniche della musica degli Psicopolizia: la composizione si snoda su un giro di basso che, forse involontariamente, richiama l’incedere psichedelico e orientaleggiante della White Rabbit dei Jefferson Airplane. 

“È la nostra canzone manifesto – prosegue il musicista – col tema del controllo su quello che pensiamo, con i controllori, o psicopoliziotti che per tenerci sotto usano anche le nuove tecnologie che ovviamente ai tempi di Orwell non c’erano. Per noi è un pezzo irrinunciabile. Il secondo brano ripescato è invece Bi-pensiero, anch’esso ispirato alle atmosfere orwelliane, con particolare attenzione alla manipolazione del linguaggio, per cui la libertà è schiavitù, la guerra è pace, l’ignoranza è forza. La teoria di Orwell per cui crediamo di vivere una realtà e invece ne stiamo subendo un’altra, una teoria profetica come il concetto della Psicopolizia. Purtroppo i testi denunciano delle situazioni, senza avere le soluzioni, sta a noi reagire o meno a queste situazioni. Però magari intanto, l’ascoltatore seguendo i testi delle canzoni si pone delle domande. Ed è già il raggiungimento di un obiettivo”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

La strada dedicata a Damiano Chiesa

Via Damiano Chiesa: è una delle vie di Oltrisarco dedicate a martiri dell’irredentismo. Nato a Rovereto il 24 maggio 1894, conseguita la maturità nel 1913 presso la “Realschule”, iniziati gli studi al Politecnico di Torino, Damiano Chiesa passò poi alla facoltà di Ingegneria Navale di Genova. Nell’aprile 1914 fu eletto alla Dieta del Tirolo per i liberal-nazionali, collegio di Rovereto. Il 13 settembre 1914 ritornò a Torino, per evitare la chiamata alle armi della classe 1894. Intervenuta l’Italia nel primo conflitto mondiale, Damiano Chiesa si arruolò volontario nell’esercito italiano. Come irredentista gli fu assegnato il nome di guerra Mario Angelotti; da artigliere il 17 giugno 1915 raggiunse una batteria leggera sul Monte Testo nel gruppo del Monte Pasubio. Nel febbraio 1916 fu aggregato come sottotenente al 9° Reggimento Artiglieria operante sul Col Zugna, a sud di Rovereto. Fu catturato  durante la Strafexpedition austriaca il 16 maggio a Costa Violina (Vallagarina). Riconosciuto da alcuni, in particolare  da quelli di Rovereto, fu incarcerato il 18 maggio a Trento nel Castello del Buonconsiglio. Alle 8 del mattino del 19 maggio, nella villa Gerloni in via della Saluga, sede del Tribunale militare dell’XI  Armata, ci fu contro il traditore Chiesa il procedimento detto “giudizio statario”, un rito abbreviato per i reati di carattere militare. La sentenza fu la pena di morte per capestro, ma il generale Viktor Dankl dispose per la fucilazione. Prima dell’esecuzione  Damiano Chiesa poté ancora scrivere una lettera, l’ultima, commovente, alla famiglia (papà, mamma, Beppina, Jole, Emma). L’esecuzione ebbe luogo verso le ore 19 nella “fossa della Cervara” del castello del Buonconsiglio. Le sue spoglie sono conservate a Rovereto, nel sacrario militare di Castel Dante. La sua memoria è onorata anche con l’intitolazione di vie e piazze, come, in provincia, a Bolzano, Laives, Sinigo.

Autore: Leone Sticcotti

Marco Lobos

Sono i colori vivaci dell’America Latina, il tocco iperrealista del maestro pugliese Renato Verrusio, unita inconsapevolmente a quella nostalgia dell’anima che si esprime fiera e potente, lasciando una grande impressione nel fruitore, che non può restate indifferente a questo invito alla vita. 

Sono gli acrilici fluorescenti e fosforescenti, uniti alla tecnica della velatura e degli strati sovrapposti a fare della sua arte un unicum per profondità, tridimensionalità, colore. 

Un’esperienza formativa lunga e metodica unita ad una grande quantità di esperienze artistiche variegate, fanno di Lobos un artista completo, convincente attento alla forza di un volto, all’energia di un animale selvatico, coniugando l’oggi e il qui con il lontano e il passato. Ritratti di sportivi e  politici, tigri e rinoceronti.  

Le origini cilene di Marco Lobos fluiscono carsiche giacché Lobos giunse in Italia a nove anni come esule politico e qui poté compiere gli studi primari e secondari. L’Accademia di Bologna fece il resto nella sua formazione: nel 1997 si laurea in Pittura di Concetto Pozzati. L’influenza dell’Arte Pop ha fatto il resto. 

Le esperienze artistiche scaturite a partire dagli anni Ottanta sono molteplici e variegate per tecniche e sperimentazioni, impegno e crescita artistica nel segno della contemporaneità. Hanno fatto parte del suo ampio bagaglio: la pittura a murale, sviluppata attraverso una collaborazione con un gruppo di artisti italo cileno, allestimenti, installazioni in istituzioni museali, laboratori artistici.

Autrice: Rosanna Pruccoli

La grande creatività poetica vissuta da Morgenstern a Merano

Dalla Baviera al Sudtirolo, da Monaco a Merano. Christian Morgenstern, poeta e scrittore nato nel maggio del 1871 da una famiglia di artisti, viaggiò molto fra Germania, Svizzera e Italia. Una malattia polmonare lo portò a frequentare varie stazioni climatiche e a Merano visse a lungo.

Il poeta e scrittore tedesco, dopo un breve periodo di lavoro come giornalista a Berlino, fece della sua malattia polmonare il motivo per intraprendere numerosi viaggi, conoscere altri scrittori e intellettuali in Germania, Svizzera e Italia. Nato infatti nel 1871 da una famiglia di artisti, fin dal 1893 fu costretto a trascorrere ogni estate lunghi periodi di cura in stazioni climatiche. Si fece conoscere giovanissimo con le sue raccolte poetiche del 1898, del 1900, del 1906. Nei suoi primi anni Christian Morgenstern scrisse numerosi saggi e recensioni per vari periodici tedeschi. Furono pubblicati nel sesto volume (Kritische Schriften, 1987) della raccolta delle opere tedesche di Morgenstern. Le sue opere filosofiche e mitologiche furono in gran parte influenzate dal filosofo Friedrich Nietzsche, e Rudolf Steiner (fondatore dell’antroposofia), e dagli scrittori russi Fëdor Dostoevskij e Lev Tolstoj.

Morgenstern divenne ancor più famoso come traduttore: fu infatti lui a tradurre in tedesco le opere di Ibsen e di Strindberg.

Quando giunse a Merano nel settembre 1906 era poeta, traduttore e pubblicista affermato.  Prese alloggio a Maia Alta, dove decise di restare e trascorrere l’inverno 1906/1907 in una piccola mansarda. In una lettera all’amico Friedrich Kayssler descrive il paesaggio che può godere dalla sua piccola ma pulita stanzetta. Rimasto affascinato dalla bellezza del luogo, ne compì un vero monumento poetico.

Nel giugno 1908 a Bad Dreikirchen conobbe Margareta Gosenbruch von Liechtenstern e insieme decisero di camminare fino alla Mendola. Rientrato a Merano nell’autunno 1908, passò settimane di intenso lavoro e creò alcune delle più belle poesie mai scritte a Merano.

Il 7 marzo 1910, a Merano, Morgenstern e Margareta Gosenbruch von Liechtenstein si sposarono. Poco tempo dopo purtroppo la sua malattia peggiorò e nel 1914 si rese necessario un ricovero al sanatorio Navratil di Gries. Rientrarono a Merano e furono ospitati in un piccolo appartamento della villa Platter-Heliobug di Maia Bassa, della nobildonna polacca Ludwigowska, dove morì il 31 marzo. 

La sua poesia era soprattutto ispirata al nonsense letterario inglese e fu assai popolare fra i suoi contemporanei anche se non riuscì a portarlo a un vero e proprio successo. In alcuni scritti ebbe modo di criticare alcuni aspetti della filosofia e della lingua: la scolastica nel suo Scholastikerprobleme, la critica letteraria in Drei Hasen, la grammatica in Der Werwolf, la ristrettezza mentale in Der Gaul e il simbolismo in Der Wasseresel. Fra le opere più note e apprezzate di Morgenstern ci furono i Galgenlieder del 1905, un volume di versi umoristici, poi Palmström nel 1910. Mentre furono pubblicati postumi Palma Kunkel nel 1916, Der Gingganz nel 1919 e Alle Galgenlieder nel 1932. 

In Germania di queste opere furono stampate diverse edizioni e ne furono vendute centinaia di migliaia di copie.

Le composizioni di Morgenstern furono musicate da compositori di fama e provenienti da varie nazioni europee.

Autrice: Rosanna Pruccoli

L’epoca della Belle Époque tra Bolzano e l’Oltradige

Se oggi il turismo viene sempre più spesso percepito come un peso difficile da sostenere per le comunità residenti, vi fu un tempo — non troppo lontano — in cui viaggiare rappresentava ancora un privilegio riservato a pochi e il turista era considerato quasi un esploratore. Per attraversare l’Europa, scalare montagne o raggiungere vallate remote servivano denaro, molto tempo libero e soprattutto spirito d’avventura. Viaggiare non era ancora consumo di massa, ma esperienza, scoperta e in parte anche sfida personale.

Tra le figure simbolo di questo primo turismo aristocratico vi fu certamente l’imperatrice Elisabetta d’Austria, la celebre Sisi. Per sfuggire all’etichetta della corte viennese, ma anche per il suo carattere inquieto e curioso, trascorse lunghi periodi in viaggio tra Mediterraneo, Europa centrale e regioni alpine. In un certo senso fu proprio lei, involontariamente, ad anticipare il turismo moderno: al seguito dell’imperatrice si mossero nobili, giovani dell’alta borghesia, artisti e avventurieri, desiderosi di vedere gli stessi paesaggi ammirati dalla corte imperiale.

Il Tirolo meridionale divenne così una delle mete predilette della Belle Époque. Località come il Passo della Mendola, Carezza o le rive del lago di Caldaro si trasformarono progressivamente in luoghi d’incontro dell’élite europea. Anche scrittori, pittori e intellettuali scoprirono queste terre, contribuendo alla nascita di una vasta letteratura di viaggio fatta di descrizioni romantiche, racconti alpini e impressioni paesaggistiche.

Decisivo fu soprattutto lo sviluppo delle infrastrutture.

Nella seconda metà dell’Ottocento l’Impero austro-ungarico investì enormemente nella costruzione di ferrovie, strade di montagna e, poco più tardi, funicolari e funivie. La ferrovia del Brennero aveva già trasformato Bolzano in una porta d’accesso alle Alpi; da qui si svilupparono poi collegamenti locali verso le aree considerate più suggestive e salubri. Nella guida “Das Überetsch und die Bahn von Bozen nach Kaltern”, pubblicata a Innsbruck nel 1898, J. C. Platter descrive i luoghi più ameni della cosiddetta conca di Bolzano, a partire da Blumau/Prato Isarco, dove — secondo l’autore — terminava il nord freddo e spigoloso per lasciare spazio a una terra quasi mediterranea, fatta di vigneti, cipressi, palme e del clima mite di Bolzano, Oltradige e Bassa Atesina.

All’epoca Bolzano, o meglio Bozen, era poco più di un grande borgo circondato da numerosi comuni autonomi: da Settequerce a San Maurizio, da Gries a Dodiciville, fino ai paesi e alle frazioni di Appiano e Caldaro.

“Bolzano, l’ultima città tedesca del sud, conta circa 12.000 abitanti”, scrive Platter, sottolineando come la città fosse ormai punto di partenza per escursioni, soggiorni climatici e cure. La sua estate, osserva con entusiasmo, sembrava durare da febbraio fino a novembre inoltrato. “Ogni anno oltre 40.000 turisti, ospiti di cura e viaggiatori di piacere provenienti da tutta Europa soggiornano a Bolzano e Gries”.

La strada della Mendola era stata costruita tra il 1880 e il 1885 e pochi anni dopo, nel 1903, sarebbe entrata in funzione anche la funicolare da Sant’Antonio al Passo. Con l’aumento del traffico e soprattutto con lo sviluppo dell’esportazione di vino e frutta, emerse però la necessità di nuovi collegamenti. Nacque così la Ferrovia dell’Oltradige, dovuta all’iniziativa del barone Andreas von Di Pauli di Caldaro e del banchiere bolzanino Sigismund Schwarz, già noto per il suo impegno nel settore ferroviario e dei trasporti. La nuova linea, costata oltre un milione di corone e ufficialmente denominata Localbahn Sigmundskron–Kaltern (Ferrovia locale Castel Firmiano-Caldaro), aveva una lunghezza di 15,2 chilometri, dei quali 4,4 coincidevano con il tratto della ferrovia di Merano da Bolzano fino poco oltre Castel Firmiano. I convogli procedevano alla velocità di circa 25 chilometri orari, ma per i viaggiatori dell’epoca quella piccola ferrovia rappresentava già una porta spalancata sul paesaggio incantato dell’Oltradige.

Autore: Reinhard Christanell

Cronaca

Ci sono periodi in cui la normalità di questo giornale, ovvero l’assenza assoluta di cronaca politica, cronaca giudiziaria e – soprattutto – cronaca nera, mi rende personalmente orgoglioso. 

Il momento corrente è uno di questi periodi; ogni volta che sento – troppo spesso – parlare del delitto di Garlasco penso a quando sia importante, oggi, dare occasione alle persone di non focalizzarsi su presunte informazioni, molto più assimilabili a un circo in cui vale tutto e in cui la morbosità in stile “reality nero” ha preso il sopravvento. Si tratta di un meccanismo che da anni ormai sta trascinando con sé, ahimè, anche colleghi giornalisti e editori senza scrupoli, in alcuni casi detentori di un ormai solo presunto ruolo di “servizio pubblico”.

La cosa assurda è che in quella vicenda e in quel circo mediatico un solo fatto è certo, da vent’anni, ovvero che la vera e grande vittima accertata è la verità. Una verità fagocitata da una giustizia che palesemente non è stata in grado di fare il suo lavoro e alla quale hanno cercato di sostituirsi – generando un mostro – anni di processi “televisivi” in grado di calamitare l’attenzione di molti di noi, sviandola da altre questioni davvero molto più importanti. 

Il nostro mondo – da qualsiasi prospettiva lo osserviamo, da quella planetaria a quella del condominio in cui abitiamo – è infatti caratterizzato da una serie di problematiche delle quali è opportuno occuparsi, volenti e nolenti. Informandoci, incontrando storie, capendo meccanismi, formandoci opinioni e mettendoci quindi nelle condizioni di operare delle scelte, prendere posizione, orientare le nostre vite.  

Ebbene: è su questo che noi cerchiamo di concentrarci. Per provare a raccontare quello che accade intorno a noi e offrire dunque l’occasione per capire meglio che senso dare alla nostra quotidianità. Cercando in questo modo un nostro equilibrio, insieme alle altre persone, quelle “vere” che stanno intorno a noi e che per molti versi sono a noi simili ma al contempo diverse. 

Noi non pensiamo mai di dare solo buone notizie, ma semplicemente di offrire un’onesto spaccato della nostra realtà. Fornendo elementi per crescere, insieme, e – magari – allenare la nostra capacità di cambiare idea, ogni tanto. Sì, perché oggi avere le idee chiare in un mondo complesso come il nostro deve essere sempre di più un processo elastico, in divenire. 

Questo è il nostro piccolo contributo. Confidiamo nel vostro aiuto per continuare a darlo. 

Per cui continuare a leggerci. 

Grazie.

Autore: Luca Sticcotti

Cercare consenso instillando odio: indegno e disumano

Non c’è niente di più facile — e perciò vile — per certi politici (ma la politica vera è un’altra cosa) che raggranellare consensi parlando male degli “stranieri”. La maggior parte dei bulli e degli odiatori che stanno portando il nostro mondo alla deriva ha costruito il proprio successo sulla pelle delle persone migranti.

Ma non serve andare lontano. Ho davanti agli occhi il banner pubblicato sui social da un gruppo politico altoatesino che mostra una donna (bionda) impaurita dai volti torvi e dai gesti intimidatori di due uomini dall’evidente origine straniera. Un’immagine ben costruita, capace di turbare anche me, accompagnata da slogan che evocano paure e minacce di morte. La “foto” è un prodotto dell’intelligenza artificiale, dunque è falsa e, per il messaggio di cui è portatrice, potrebbe meritare un esame sotto il profilo dell’“odio per motivi razziali” ai sensi della Legge Mancino.

Lo stesso gruppo, in altri post, gioca la carta degli “alloggi gratis ai migranti”: un presunto provvedimento che sarebbe promosso dalla Giunta provinciale e, in particolare, dall’assessora Rosmarie Pamer, che nei mesi scorsi, proprio per aver affrontato il tema, è stata coperta di insulti (a lei va tutta la nostra solidarietà).

A queste situazioni — che rappresentano una violazione delle più elementari norme della buona informazione e della convivenza civile — ha risposto, alcuni giorni fa, il presidente Arno Kompatscher.

“È intollerabile e inaccettabile che si continui a diffondere affermazioni false”, scrive Kompatscher, “col solo scopo di alimentare odio e risentimento sociale”. “Del tutto infondata” l’idea “che gli stranieri ricevano un trattamento preferenziale nelle politiche abitative”. Al contrario: “I dati consolidati da anni confermano che gli stranieri ricevono meno di quanto spetterebbe loro”. “Ci sono ambiti in cui la presenza degli stranieri è pari a zero, nonostante rappresentino circa il 10-12% della popolazione. Di queste misure beneficiano quasi esclusivamente i residenti locali” che hanno “requisiti di radicamento che i nuovi arrivati spesso non possiedono ancora”. È “inaccettabile sostenere che si faccia politica contro i residenti. La verità è l’esatto opposto: i residenti locali sono, nei fatti, i soggetti favoriti, e non abbiamo alcuna difficoltà a dichiararlo con chiarezza”.

Rispetto ai migranti – che, aggiungiamo noi, in tutto il Paese sono la categoria più esposta alla povertà – Kompatscher sottolinea che “non sono tutti migranti economici, tra loro ci sono anche rifugiati. E per quanto riguarda i migranti economici, va ricordato che molti di loro sono stati chiamati qui dalle nostre stesse imprese”. “Tutti i nostri settori economici ne hanno bisogno e li hanno attivamente attratti. Rappresentarli unicamente come un ‘problema’ è un atteggiamento semplicemente indegno”.

Autore: Paolo Bill Valente

Roland’s Puschtra

Nella loro ricca diversità, i dialetti esprimono una forte identità regionale e agiscono a mo’ di guardiani di consistenti radici culturali. Il proposito di Auraum è di “coniugare la loro spesso scarsa comprensibilità con il linguaggio della musica”. Con queste parole, il musicista e cantante pusterese Roland Egger presenta il suo debutto come solista, dopo quasi cinquant’anni trascorsi dietro una batteria ed un microfono con gruppi come Readly Ash, New Flash, Trinciato Forte e soprattutto Incredible Southern Blues Band.

Egger, per questa sua prima uscita in proprio ha allestito un progetto molto originale e godibile in cui sposa la sua musica abituale (un raffinato mix di soul/pop che gli americani chiamano Blue Eyed Soul, soul dagli occhi azzurri, che ha avuto in formazioni come Steely Dan e Hall & Oates i suoi rappresentanti più titolati) con il dialetto della sua valle, la val Pusteria, da cui il nome del progetto: Roland’s Puschtra.

“Dopo cinquant’anni passati cantando sempre in inglese e prevalentemente musica altrui – ci spiega il musicista –, questo è un progetto tutto mio. Diciamo innanzitutto che sono un autodidatta, certo da ragazzino avrei potuto imparare un altro strumento unendomi alla banda del paese, ma siccome io e un mio amico eravamo quelli cosiddetti coi capelli lunghi, le cose sono andate diversamente, ho bypassato la fase banda e mi sono messo a imparare a suonare la batteria ascoltando i dischi a velocità rallentata per capire i passaggi e spostando la puntina avanti e indietro”.

Dotato di una voce particolarmente adatta al genere musicale che predilige, Roland Egger appartiene a quella schiatta poco numerosa di cantanti/batteristi i cui rappresentanti più famosi sono probabilmente Don Henley e Levon Helm.

“Forse sono più cantante che batterista – scherza Roland – però non ho mai avuto il coraggio di mettermi da solo dietro un microfono, non saprei dove mettere le mani, amo cantare seduto dietro alla batteria, con un ritmo addosso. Potrei tranquillamente affermare che questo è il mio habitat”.

Per incidere il disco Egger si è recato agli storici Newport Studios accompagnato da una band composta dal chitarrista Valerio De Paola che si è occupato di arrangiamenti e ha scritto le musiche delle otto canzoni, dal tastierista veneziano Michele Bonivento, impegnato in particolar modo all’organo Hammond, dividendosi le parti di pianoforte con Davide Dalpiaz, mentre il basso elettrico è ben saldo nelle mani di Flavio Zanon. Ci sono poi Fiorenzo Zeni e Bramböck ospiti ai sassofoni. Con un gruppo così solido, la bontà della parte musicale appare quasi scontata, ma il piatto forte sono sicuramente i testi in dialetto puschtra, ossia il dialetto della Val Pusteria.

“La musica – ci spiega – doveva essere quella che amo, con un po’ blues, un po’ soul e jazz, anche funk, ma di cantare in inglese come un paio di milioni di altri colleghi che cantano lo stesso genere, non mi pareva il caso. Facendo per la prima volta musica mia, mi è sembrato naturale cantare come parlavo da bambino, nel dialetto del mio paese, Valdaora. Perché la valle è grande, e ogni paese ha le proprie sfumature linguistiche pur essendo tutto dialetto pusterese in senso lato. Ho usato i termini e le parole che usavo una volta, li sento più miei. Non è stato semplice, perché in inglese si usano molto le vocali, nel nostro dialetto prevalgono le consonanti. In definitiva è stata una bella sfida, ma mi ritengo soddisfatto di come il progetto si è concretizzato, anche grazie al lavoro dei miei compagni di squadra”.

E ascoltando il suo disco, non possiamo che dargli ragione, il dialetto puschtra risulta sicuramente più musicale rispetto al cosiddetto hochdeutsch, anche se, chiaramente la comprensibilità è un’altra cosa. I testi evitano volutamente argomenti come guerra e religione, ci sono invece canzoni d’amore, di delusioni, emozioni, situazioni che s’incontrano nel corso della vita, come il crescere i figli. Proprio di questo si occupa Auraum, la canzone che intitola e apre la raccolta, equivalente del tedesco aufräumen, traducibile col nostro rigovernare.

“Anche se il punto di partenza – conclude Egger – è casa mia, con i miei figli, non nascondo che alla fine si tratta di una visione molto più globale, riguardante un mondo in disordine in cui qualche regola in più e qualche valore da rispolverare non sarebbero fuori luogo”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

I luoghi del sacro nelle Alpi preromane

Nell’Italia preromana esistevano numerosi popoli che occupavano territori anche molto estesi della penisola. Se ci limitiamo all’ultimo millennio prima della nascita di Cristo, i protagonisti principali sono gli Etruschi (che si autodefinivano Rasna, “popolo”), stanziati tra l’Italia centrale e parte della Campania, gli Umbri lungo l’Appennino, i Sanniti nell’Italia centro-meridionale e gli Osci tra Campania e Basilicata. A nord, invece, dall’area dei laghi prealpini fino all’intero arco alpino e oltre, vivevano popolazioni antichissime che i Romani chiamavano Reti (da cui la provincia augustea di Rezia) e i Greci Rhaìtoi. Si trattava di un insieme di gruppi o “tribù” non unitario, ma legato da tratti culturali comuni e da una lunga continuità di insediamento nel territorio alpino.

Uno degli aspetti più caratteristici di queste popolazioni è il loro rapporto con il sacro. A differenza del mondo mediterraneo, dove il culto si organizza attorno a templi monumentali e a spazi urbani definiti, nelle Alpi la dimensione religiosa rimane a lungo profondamente radicata nel paesaggio naturale.

I luoghi del sacro venivano scelti con grande attenzione: in prevalenza alture o dossi, ma anche margini di bosco, fonti, radure e terrazzi naturali. Non si trattava solo di una preferenza pratica, ma di una scelta carica di significato simbolico. L’altura avvicinava l’uomo al cielo e alle potenze superiori; il bosco, spesso fitto e difficile da attraversare, costituiva uno spazio separato, liminale, adatto al contatto con il divino.

In questi contesti si sviluppavano aree sacre generalmente prive di edifici monumentali. Più che templi nel senso classico del termine, erano spazi riconosciuti e condivisi dalla comunità, nei quali si svolgevano riti collettivi. Tra le pratiche più diffuse vi erano i roghi votivi: “banchetti” celebrati in determinati momenti dell’anno in onore di una divinità, con offerte bruciate che attraverso il fuoco venivano simbolicamente trasferite al mondo divino. Il fuoco agiva così come elemento di mediazione tra umano e soprannaturale. In Alto Adige questa tradizione, in forme diverse, non si è mai del tutto estinta.

Accanto a questi luoghi aperti, a partire dall’età del Bronzo — o forse già dal tardo Neolitico — si svilupparono anche insediamenti d’altura fortificati, i cosiddetti castellieri (Wallburgen). Sebbene la loro funzione principale fosse difensiva, è probabile che avessero anche un valore simbolico e rituale. La loro posizione dominante li rendeva punti di riferimento nel paesaggio e, verosimilmente, centri di aggregazione non solo politica, ma anche religiosa.

Numerosi esempi testimoniano questa relazione tra sacro e territorio nell’area altoatesina e trentina. Tra Settequerce e San Maurizio (Bagni di Zolfo) è stato individuato un “angolo sacro” frequentato a lungo, probabilmente legato a pratiche votive in ambiente naturale. La “Tuiflslammer” (pietraia) di Caldaro e il sito di Castelfeder, in Bassa Atesina, mostrano una frequentazione plurimillenaria e una funzione che va oltre quella puramente insediativa. Analogamente, le alture attorno a Varna e Bressanone, così come diverse località lungo le valli dell’Adige e dell’Isarco, restituiscono tracce di una continuità cultuale legata al controllo dei percorsi e dei nodi di transito. Sopra Laives resta in gran parte da indagare il suggestivo sito di Enzbirg, mentre lungo il Monte di Mezzo, tra Castel Firmiano e i Denti di Cavallo, sopra la necropoli millenaria di Vadena, sono numerosi i punti che attestano attività di carattere rituale.

Nel mondo alpino, dunque, il paesaggio stesso — montagne, boschi e radure — costituiva il “tempio”, rendendo la religiosità dei Reti profondamente legata alla natura e distinta da quella romana. Con la conquista, questo sistema fu progressivamente trasformato: ai luoghi sacri naturali si affiancarono templi e altari strutturati, spesso frutto di un incontro tra culti locali e religione romana, segnando il passaggio a una dimensione religiosa più organizzata.

Autore: Reinhard Christanell

La via ad Oltrisarco dedicata a Fabio Filzi

Nel quartiere di Oltrisarco vi è, oltre a via Nazario Sauro, un’altra via dedicata a un martire irredentista, via Fabio Filzi. Nato il 20 novembre 1886 a Pisino (Istria), nel 1902 terminò a Rovereto gli studi liceali iniziati a Capodistria; fu a Rovereto, dove era ritornata la famiglia, che Fabio Filzi entrò in contatto con gli ambienti irredentisti trentini; fu a capo del movimento di protesta roveretano. Nel 1904 fu chiamato nel servizio di leva, in seguito fu richiamato tre volte per esercitazioni militari. Fu nel 1905  che Fabio Filzi fece un discorso contro l’impero austroungarico, con la promessa di impegnarsi per la causa degli italiani nelle terre irredente. A Trieste, dove frequentò la scuola commerciale “Revoltella”, si attivò nella Lega nazionale, nella Società degli studenti trentini e nella Giovane Trieste. Laureatosi in giurisprudenza a Graz nel 1910, tornò a Trieste e poi si recò a Rovereto, dove lavorò presso lo studio legale di Antonio Pischel. Scoppiata la prima guerra mondiale, disertato l’esercito austroungarico si arruolò volontario per l’Italia; il 10 luglio 1916 fu assegnato come sottotenente al battaglione Vicenza, che doveva occupare il Monte Corno, a metri 1765, sulla destra del Leno in Vallarsa. Fabio Filzi venne però preso prigioniero, lo stesso 10 luglio 1916, assieme a Cesare Battisti, con il quale fu condotto a Trento, processato e condannato a morte per altro tradimento. L’impiccagione di Fabio Filzi  ebbe luogo alle 19,30 del 12 luglio 1916 nella fossa del castello del Buon Consiglio. Circa i pubblici riconoscimenti: nel 1919 fu conferita la Medaglia d’oro, nel 1920 la Croce al merito, nel 1923 la Medaglia di benemerenza per i volontari 1915-1918. Non mancano le dediche al martire di scuole e vie in varie città italiane. Porta il suo nome la tredicesima delle 52 gallerie del Monte Pasubio, scavate in occasione dei combattimenti della prima guerra mondiale.

Autore: Leone Sticcotti