Rustica: Torta salata integrale alle erbette invernali


Questa torta salata rustica alle erbette invernali è un piatto per i mesi più freddi, ricco di sapori genuini e nutrienti. La combinazione di una base integrale fragrante e di un ripieno di erbette miste, uova e ricotta magra crea un equilibrio perfetto tra leggerezza e bontà. Facile da preparare, è ideale come piatto unico o per un pranzo in famiglia, portando in tavola il calore della stagione invernale. 

PREPARAZIONE

Per la base iniziate mescolando la farina integrale con il sale in una ciotola. Aggiungete l’olio extravergine di oliva e l’acqua, un po’ alla volta, fino a ottenere un impasto  omogeneo. 

Impastate fino a ottenere una consistenza morbida ma non appiccicosa. Se necessario, aggiungete un po’ più di acqua o di farina. 

Avvolgete l’impasto nella pellicola trasparente e lasciatelo riposare in frigo per almeno 30 minuti. 

Passate al ripieno, lavando e tritando grossolanamente le erbette. In una padella capiente, fate soffriggere la cipolla tritata con un cucchiaio di olio extravergine di oliva fino a che non sarà dorata. 

Aggiungete le erbette e cuocetele a fuoco medio-basso  per circa 10 minuti, fino a quando non saranno appassite. Aggiustate di sale, pepe e noce moscata. 

Una volta cotte, lasciatele raffreddare e strizzatele bene per eliminare l’acqua in eccesso. 

Sbattete le uova con la ricotta e il parmigiano e mescolate bene. 

Preriscaldate il forno a 180° C. Stendete la pasta integrale su un foglio di carta da forno e adagiatela nello stampo, lasciando un bordo che ripiegherete sopra il ripieno. 

Versate il ripieno di erbette nella base e distribuitelo uniformemente. Ripiegate i bordi della pasta verso l’interno, creando una sorta di crosta. 

Spolverate con i semi di girasole e un cucchiaio di olio extravergine di oliva. 

Cuocete la torta in forno per circa 40 minuti, o finché non sarà dorata e croccante. Sfornate e lasciate intiepidire prima di servire. 

INGREDIENTI

Dosi per 1 stampo 

(22 cm di diametro) 

Tempo: 1 ora e 30 minuti

Per la base:

200 g farina integrale

1 pz sale

50 ml olio extravergine di oliva 80 ml acqua circa 

Per il ripieno: 

300 g erbette miste (spinaci, bietola, cicoria, cavolo riccio ecc.) 

1 cipolla media

2 C olio extravergine di oliva sale q. b.

pepe q. b.

noce moscata q. b.

2 uova

100 g ricotta magra

50 g parmigiano grattugiato 1 C semi di girasole sgusciati 

1 mango

La “meteora Malaparte” a Merano

Curzio Malaparte, al secolo Kurt Erich Suckert (1898-1957), scrittore, giornalista e diplomatico italiano, trascorse un’esistenza in costante movimento: ora a Roma al fianco del Duce, poi come inviato speciale in Etiopia, in seguito in veste di capitano sul fronte orientale durante la seconda guerra mondiale, infine in Russia e in Cina, dove intervistò Mao Zedong. I più ignorano che, prima che la sua carriera si avviasse, Malaparte passò alcuni mesi a Merano, dove la sua strada si intrecciò, seppur brevemente, con le vicende politiche della neonata realtà altoatesina.

Curzio Malaparte fu uomo dai mille volti; ora fascista, ora al confino come nemico del Partito, intimo amico di Galeazzo Ciano — stretto collaboratore e genero di Benito Mussolini —, a varie riprese assurto nelle grazie di quest’ultimo e subito ricaduto nel più torbido sospetto. Tra tutte, scrisse Kaputt e La pelle, due grandi opere sulla guerra, per lungo tempo trascurate dai programmi scolastici e universitari. La prima ha luogo principalmente sul fronte orientale durante lo svolgimento del conflitto; la seconda comincia con la liberazione-occupazione di Napoli da parte degli americani. Entrambe narrano un periodo complesso, nel quale l’umanità si fa strada tra orrori e atrocità profondamente umane per sbocciare in tutta la sua oscena bellezza.

Pochi sanno che la “meteora Malaparte” passò anche nel cielo altoatesino. Ce lo rivelano la sua biografia L’Arcitaliano realizzata da Giordano Bruno Guerri nel 1980 e un saggio di Gianni Faustini del 1981 per la Fondazione Bruno Kessler.

È il 22 novembre 1924: l’Alto Adige ha assunto ufficialmente questo nome solo da un anno, in seguito all’imposizione da parte di Ettore Tolomei, quando Malaparte viene nominato segretario del Fascio di Merano, restandolo per pochi mesi, fino allo scioglimento del 28 gennaio 1925. Da un lato, la speranza del Partito è quella di rinvigorire il fascismo in una regione nella quale non sembra attecchire, favorendo l’italianizzazione e creando una sorta di ‘laboratorio ideologico’. Difatti, Malaparte è perfetto per questo ruolo, in quanto era stato fondatore dei Fasci autonomi toscani e direttore del giornale La conquista dello Stato. D’altra parte, pare che la reale ragione di questa breve permanenza nelle estreme province della nazione sia da attribuire a un attrito con Mussolini, risultante in quello che si rivela essere a tutti gli effetti un primo, timido, confino. Questo dissapore tra i due era stato causato da un articolo nel quale Malaparte aveva invocato la sconfitta del liberalismo, pretendendo dal Duce l’attuazione della volontà rivoluzionaria o la presentazione delle dimissioni — volontà in seguito realizzata con le leggi fascistissime. Inoltre, Malaparte è una figura troppo compromettente per poter restare a Roma: sono, infatti, i mesi dell’assassinio di Matteotti, e Malaparte è uno dei fascisti più radicali del partito, tanto da testimoniare a processo a favore degli squadristi, arrivando persino a depistarne le indagini. Nella biografia viene definita come una delle pagine più buie e vergognose della vita dell’autore: sebbene in seguito passerà alla storia per il suo proverbiale camaleontismo, tanto da portarlo a posizioni avverse al nazi-fascismo e all’esilio a Lipari, Malaparte vive in questo periodo la sua fase più radicale. Ciò si applica anche al contesto altoatesino. Per esempio, definisce la politica della regione come “inqualificabile” e non sufficientemente tesa all’italianizzazione delle proprietà tedesche, desiderando l’estensione della confisca dei beni degli ex nemici voluta dai provvedimenti di Tolomei. 

L’operato di Malaparte non sortisce alcun risultato: alla fine del suo mandato, i fascisti iscritti sono poche decine e sono osteggiati dalla maggioranza della popolazione, sia tedesca che italiana. Il fugace passaggio della “meteora Malaparte” non ha dunque lasciato nulla sul territorio altoatesino, se non un effimero strascico di luce.

Autore: Tommaso Calamaro

Dove il fiume Adige diventava navigabile

Quando si parla di navigazione sull’Adige, l’immaginario corre alla pianura veronese. Eppure uno dei tratti più strategici del fiume si colloca molto più a nord, in Bassa Atesina. Qui, tra Bronzolo/Vadena ed Egna, l’Adige segnava già dalla fine dell’ultima era glaciale — e con maggiore evidenza a partire dall’età del Bronzo — il limite settentrionale della navigabilità stabile all’altezza dell’abitato di Birti.

Le fonti medievali e moderne collocano il centro operativo della navigazione presso l’attuale ponte di Vadena, al confine tra i comuni di Laives, Bronzolo e Vadena. A nord, la maggiore pendenza e la marcata variabilità stagionale rendevano difficile un traffico regolare. Non si trattava di una frontiera rigida, bensì di una soglia funzionale: qui si concentravano le operazioni di carico, scarico e smistamento delle merci sotto gli occhi vigili dei doganieri.

La discesa verso Verona avveniva seguendo la corrente. Le zattere — composte da tronchi provenienti dai boschi della Val d’Ega o di Fiemme, accatastati sulle diverse Reif — potevano coprire in pochi giorni il tratto fino alla pianura. In condizioni favorevoli, da Egna a Verona si impiegavano due o tre giorni. Il traffico era stagionale: le piene primaverili e autunnali facilitavano il trasporto, mentre in estate inoltrata o in inverno il livello poteva risultare insufficiente o troppo rischioso.

La risalita era più complessa. I barconi o burchi destinati al viaggio di ritorno venivano trainati da riva tramite funi, con uomini o animali lungo appositi sentieri d’alzaia (Etschdamm, da cui il termine dialettale Domm de l’Ades). I tempi si dilatavano sensibilmente: ciò che in discesa richiedeva pochi giorni poteva richiedere settimane in risalita. Non sorprende che le zattere fossero concepite per un solo viaggio: giunte a valle, venivano smontate e il legname venduto.

Il legname era infatti la merce dominante nel traffico nord-sud. Dalle valli alpine scendevano tronchi di abete e larice destinati all’edilizia, alla cantieristica fluviale e marittima, nonché alla produzione di travature e palificate per la pianura padana e l’area veneziana. Insieme al legname viaggiavano anche carbone di legna, pece, calce, pietre da costruzione e, in alcuni periodi, minerali provenienti dall’arco alpino.

Ma, come detto, il fiume non era unidirezionale. Da sud risalivano vino veronese, olio gardesano, sale, spezie e derrate coloniali giunte dai porti adriatici, oltre a tessuti, manufatti metallici e prodotti artigianali destinati ai mercati d’oltre Brennero. L’Adige funzionava dunque come un corridoio commerciale bidirezionale, capace di integrare economie complementari e di collegare stabilmente Mediterraneo ed Europa centrale.

In questo sistema, Vadena ed Egna svolgevano un ruolo chiave. L’area controllava il punto di raccordo tra traffico terrestre e fluviale, configurandosi come nodo logistico di primaria importanza. Non è casuale che già l’insediamento protostorico di Vadena, di cui conosciamo soprattutto la straordinaria necropoli, sorgesse in posizione dominante sul fondovalle.

Più a sud, Egna divenne nel pieno Medioevo un centro mercantile dotato di porto e di funzioni doganali. Documenti attestano la riscossione di dazi legati ai traffici fluviali: il controllo del fiume significava controllo fiscale.

Tra questi poli si colloca anche Laives. La comunità locale deteneva il monopolio sui trasporti terrestri tra il porto e i mercati di Bolzano. Le merci che giungevano via fiume a Vadena — legname, vino, sale, derrate — venivano caricate su carri e affidate ai trasportatori locali per l’ultimo tratto verso Bolzano, centro mercantile di primaria importanza nell’area alpina.

La Bassa Atesina non fu dunque una periferia marginale, bensì una soglia dinamica: il luogo in cui l’Adige diventava realmente navigabile e dove si organizzava l’incontro – anche culturale – tra mondo alpino e pianura padana. Un sistema portuale senza monumentalità, certo, ma essenziale per collegare nord e sud d’Europa per molti secoli.

Autore: Reinhard Christanell

Giovanni Brugnoli: il content creator della spontaneità

Giovanni Brugnoli – content creator e cantante di Bolzano, fondatore dell’agenzia di Management Aurora per aiutare nuovi talenti a crescere – racconta la sua vita con trasparenza attraverso i social media. 

Tre parole con cui descriveresti il tuo lavoro.

Creativo, innovativo e decisamente poco prevedibile.

Come sei arrivato dove sei ora?

Ho iniziato nel 2013 pubblicando cover su YouTube dalla mia cameretta, ottenendo un discreto successo. Questo mi ha permesso di collaborare con etichette discografiche e lavorare come autore per vari artisti, italiani e non solo. In seguito a una proposta discografica, mi sono trasferito a Milano, dove ho iniziato a lavorare per Lorenzo Fragola mentre studiavo. Da lì, si sono susseguite diverse esperienze nel mondo della musica, fino all’arrivo del Covid, che ha messo tutto in pausa. Durante il lockdown, però, è arrivata una sorpresa inaspettata: un grande successo su TikTok. Quello che la pandemia mi ha tolto sul piano musicale, me l’ha restituito a livello creativo.

A Bolzano hai trovato un buon punto di partenza?

Non ho trovato grandi sbocchi o motivi per cui mi sono sentito valorizzato se non per il Festival Studentesco, una grandissima manifestazione che mi ha permesso di in un certo senso di arrivare dove sono. La decisione di spostarmi a Milano è stata dettata proprio dal fatto che per i sogni e progetti che avevo Bolzano mi stava un po’ stretta. 

Com’è il tuo rapporto con chi ti segue?

Lo considererei un po’ come un’amicizia, ma faccio fatica a definirlo. Con le persone che mi seguono parlo come parlerei con un conoscente o un amico, mi piace perché è tutto molto spontaneo. Sono molto trasparente: quello che pubblico rispecchia esattamente come sono, senza sovrastrutture. Sapere che le persone si identificano e apprezzano questo tipo di contenuti mi fa sentire più connesso a loro. Mi è capitato spesso, partecipando a qualche evento, di incontrare alcuni miei follower, passare la serata insieme e poi restare in buoni rapporti.

Quanto ti influenza il feedback del pubblico nelle scelte editoriali?

Non mi influenza, perché quello che pubblico è fondamentalmente la mia vita. Al massimo quando scopro che l’interesse del mio pubblico è indirizzato verso un certo tipo di contenuto allora aumento le pubblicazioni di quel tipo.

Qual è la parte migliore della popolarità? E la peggiore?

Il bello è non sentirsi mai soli, sia grazie al cloud digitale che all’incontrare followers ovunque io vada. Il brutto è sentire sempre una certa responsabilità, sia digitalmente che nella vita di tutti i giorni: se vedi qualcuno che ti guarda o che ti riconosce è difficile rimanere neutrali nei propri comportamenti perché cerchi sempre di mostrare la migliore versione di te. 

Dove trovi l’ispirazione?

È come un lampo. Per molti anni mi sono sentito in dovere di pubblicare seguendo una precisa timeline, ma da due mesi a questa parte pubblico solo quello che mi sento. Tendenzialmente le idee mi arrivano in momenti completamente casuali, senza nessun tipo di ragionamento logico, arrivano e basta e poi le pubblico. In generale quando mi viene un’idea procedo alla stesura su carta per avere una specie di canovaccio da seguire e poi realizzo il video con il mio videomaker o da solo con i miei telefoni.

Qual è la cosa più strana che ti è successa grazie ai social?

Mi sono trovato a Roma a venerare un albero con Alessandro Del Piero.

Autrice: Anna Michelazzi

10 foto e una poesia per Elisabeth Hölzl

Elisabeth Hölzl ha fatto nuovamente centro. La sua nuova mostra, visitabile gratuitamente all’Accademia di Merano è intitolata “Abitare la vita” ed è dedicata alla poetessa Mary de Rachewiltz nel suo centenario. 

La mostra all’Accademia si interfaccia con quella a Palais Mamming che cerca di dare un ritratto biografico-letterario della poetessa, della sua opera e dei rapporti intellettuali che ella intessette nel fluire dei lustri. L’esposizione ideata da Elisabeth Hölzl coglie, con la sensibilità poetica che contraddistingue questa affermata fotografa, un aspetto più intimo della poetessa quello del suo quotidiano, colto fra le sue stanze nel castello di Brunnenburg.

Sono infatti esposte dieci fotografie scattate nel corso del 2015 nella casa di Mary a  Brunnenburg. Durante le ripetute visite di Elisabeth Hölzl a Mary,  ha vissuto la poetessa nel suo appartamento traendone una sorta di biografia intima. I suoi scatti colgono gli scaffali colmi di libri. Le vecchie e preziose edizioni amorevolmente avvolte in pergamena, alcuni scaffali coperti da tende per proteggerli dalla polvere e dalla luce del sole contengono opere e inediti. Fotografie incorniciate, dipinti e sculture, rappresentano i ricordi di una vita ricordi e i cimeli dei genitori. Tutto è animato, cambia da un punto di vista all’altro. Le carte giacciono sul tavolo e a volte si mescolano, mentre la corrispondenza aspetta di essere spedita. Ogni ricordo è tangibile e a portata di mano attraverso un oggetto. La sua stessa scrittura è presente, il computer è in funzione. L’appartamento di Mary non è un archivio, ma uno spazio vissuto attraversato dalla storia, dalle parole delle tante traduzioni e delle innumerevoli poesie. Aglio occhi di un estraneo nulla pare organizzato ma sembra seguire un voce interna un fluire nascosto all’estraneo. I tanti oggetti appesi e appoggiati raccontano il pensiero, la scrittura, l’appartenenza, il linguaggio come stile di vita.

Elisabeth ha cercato di catturare il dialogo che nel corso della giornata avviene tra gli oggetti e la luce che, vagante, cade da diverse angolazioni, illuminando costantemente oggetti diversi e portandoli al centro dell’attenzione di chi osserva. È un ritratto di Maria fatto di immagini e colpi d occhio, lanciati nei suoi spazi abitativi privati, con il loro ordine costituito da più strati, così come appare una vita vissuta appieno, con passione, dedizione e creatività. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Athletic Club ‘96: un secondo posto che vale tantissimo

L’Athletic Club ‘96 Bolzano torna da Brescia con un ottimo secondo posto nella Finale Oro del Campionato Italiano maschile di Società. 

Si tratta di un piazzamento che, pur non replicando la vittoria dell’anno scorso, conferma la solidità e l’alto livello della squadra altoatesina in un contesto nazionale che si è fatto molto più competitivo. Il presidente e fondatore Bruno Telchini ha sottolineato come questa edizione sia stata segnata da un innalzamento generale del livello tecnico, ma anche da dinamiche regolamentari che hanno influenzato l’esito finale.

La prestazione dell’Athletic Club ‘96 è stata di grande valore: il club ha centrato nove podi su venti gare, con diversi atleti protagonisti assoluti. Mohamed Amin Jhinaoui, già nome di spicco nel panorama internazionale, ha dominato sia nei 3000 siepi che nei 5000 metri, offrendo una doppietta da incorniciare. Il giovane Oliver Mulas, ha conquistato un importante secondo posto nei 110m ostacoli con un nuovo record personale di 13”60, dando un segnale molto promettente anche in vista degli Assoluti e dei campionati europei Under 23 di Berlino.

Brayan Lopez si è confermato un uomo squadra: secondo nei 400 metri, ha guidato magistralmente le due staffette, in particolare la 4×400, che ha fermato il cronometro su 3’12”52, tempo valido per la qualificazione agli Assoluti. Insieme a lui, nella formazione del miglio, c’erano Michele Tricca, Abdessalam Machmach e Joao Carlos Pina Barros. Nella 4×100, invece, Lopez ha sostituito con successo l’infortunato Jacques Riparelli, affiancando Monte, Badolato e Ianes, mostrando una notevole versatilità.

Altre buone notizie sono arrivate nel getto del peso, dove Nick Ponzio ha chiuso in terza posizione con 20.28 metri, in una gara di altissimo profilo vinta da Leonardo Fabbri con 21.22m. Sempre terzi sul podio sono giunti anche Federico Lorenzo Bruno nel triplo e Hakim Elliasmine negli 800 metri.

In un contesto così competitivo, è naturale che non tutte le prove siano andate secondo le attese. Purtroppo non sono mancate alcune controprestazioni da parte di alcuni “senatori”: va però riconosciuto che l’impegno non è mai mancato. Come spesso accade nello sport, dare il massimo non garantisce sempre il risultato sperato.

Con questo nuovo podio, il sodalizio bolzanino si conferma tra le grandi realtà dell’atletica italiana. Nell’ultimo decennio, l’Athletic Club ‘96 ha conquistato il titolo nazionale quattro volte, è salito sul secondo gradino del podio in due occasioni, è arrivato una volta terzo, una quarto e una quinto. Una continuità di risultati che testimonia non solo la qualità tecnica, ma anche la solidità strutturale e la visione a lungo termine della società.

Telchini conclude – “Questo secondo posto non è un passo indietro, ma la base da cui ripartire, con rinnovato entusiasmo, per tornare sul gradino più alto del podio”.

Autore: Niccolò Dametto

Radici nella nebbia

L’uomo contemporaneo scivola come acqua tra le dita: senza forma stabile, senza legami durevoli, in continua tensione verso l’ignoto. Le identità si sgretolano sotto il peso della precarietà, le relazioni si contraggono e si dissolvono con la stessa facilità con cui si intraprendono, e le istituzioni sembrano inseguire un mondo che muta troppo in fretta per essere compreso, tanto meno regolato. 

Bauman ci parla di una società in cui tutto è provvisorio, consumabile, sostituibile. L’individuo si ritrova solo, sommerso da scelte infinite ma privo di coordinate, costretto a reinventarsi di continuo senza una bussola etica. In questi contesti, il tempo perde la sua linearità e diventa l’eterno presente da sbranare il più in fretta possibile. E in questa corsa spasmodica, la giustizia si inceppa. Eppure, c’è chi vive tempi diversi. Chi lavora la terra, chi coltiva, chi osserva gli alberi, le stagioni non da uno schermo ma dal cielo, dalla luce, dai segni della natura. Queste persone, spesso invisibili alla società mondana e dell’immagine (pensiamo p.es.. agli zingari, ai senzatetto e ai fotografi), esistono in un ritmo opposto a quello liquido. Loro vivono nella ciclicità, nella pazienza, nell’attesa. Sanno che non tutto può essere subito, che ogni frutto richiede un tempo, che ogni seme ha bisogno di terra, di silenzio e meno cemento. L’agricoltore non si illude di poter controllare tutto! Vive nell’incertezza del riscaldamento globale, dei nubifragi, della siccità, di nuovi fitofagi, di scelte politiche scevre da interessi malvagi (OGM e TEA). Ma in questo abbandono c’è anche una profonda fiducia nel ritmo naturale delle cose, che nella modernità liquida si è persa, sostituita dall’ansia di controllo, dall’illusione tecnologica di prevedere e dominare il tutto, perfino il tempo. La giustizia moderna, ingolfata da codici, burocrazia e ritardi, appare incapace di rispondere ai bisogni concreti. Una giustizia zoppa che, paradossalmente, non riesce nemmeno a tornare alle radici della sua funzione: ricomporre, riparare, riconciliare. Forse è proprio da chi lavora la terra che dovremmo imparare una nuova idea di giustizia. Una giustizia che ascolti, che attenda, che lavori con pazienza, senza tenere conto di quel mostro diarroico che è l’opinione pubblica. Che sappia distinguere il tempo del raccolto da quello della semina. Una giustizia che non si lasci travolgere dall’immediatezza ma che, come l’agricoltore, affondi le mani nella complessità della realtà. 

Se nella società liquida tutto cambia, scivola e si dissolve, c’è ancora bisogno di qualcosa che somigli più alla terra che all’acqua. Più a un campo coltivato che a un algoritmo. Più a una giustizia lenta e umana che a una sentenza rapida ma disincarnata. In questi disequilibri si gioca il nostro futuro. Ed è forse tempo di scegliere da che parte stare: se continuare a galleggiare nel liquido, o tornare a camminare, con passo lento e cosciente, sulla terra. 

Autore: Donatello Vallotta

Trentini e sudtirolesi in Spagna: storia di ideali e sacrifici

Enzo Ianes racconta il nuovo libro Un’alba sorgerà, che ripercorre le vicende degli internazionalisti che combatterono nella guerra civile spagnola a difesa della libertà e della giustizia sociale.

Enzo Ianes, di cosa parla il libro?

Questo libro, che ho scritto insieme a Lorenzo Vicentini, ricostruisce le vicende travagliate di 88 uomini, di cui 72 trentini e 16 sudtirolesi, che fra il 1936 e il 1939, hanno deciso di lasciare i  propri luoghi di emigrazione – ovvero prevalentemente l’Austria, per i sudtirolesi, e la Francia e il Belgio per i trentini – per varcare i Pirenei e andare a combattere i franchisti arruolandosi fra le file dell’esercito repubblicano, oppure fra le milizie antifasciste o le brigate internazionali.

Molto spesso la componente che spinge le persone ad arruolarsi in una guerra di altri è quella economica; spesso è un modo di sfuggire alla miseria. Nel caso degli internazionalisti, invece, la motivazione è stata ideologica/antifascista.

Trovo il paragone un po’ azzardato, anche se è innegabile che, in alcuni casi, a spingere questi volontari a partire per la Spagna siano state sia una certa precarietà esistenziale, sia difficoltà economiche. Tuttavia, la maggioranza dei volontari di cui abbiamo scritto, erano mossi da un ideale antifascista,  di libertà e di giustizia sociale. Essi rischiarono la propria vita, arruolandosi in un esercito straniero per combattere quella che veniva percepita come una minaccia. Una minaccia che, qualora avesse trionfato in Spagna, avrebbe rapidamente soggiogato il resto dell’Europa, ancora non completamente sotto il tallone nazifascista.

Il volume conta oltre 900 pagine, di cui 100 di fotografie. C’è una storia di un sudtirolese che si sente di condividere?

Dei 16 sudtirolesi che partirono per la Spagna, quattro erano quelli nati a Bolzano: Karl Huber, Johann Dobersberger, Johann Pfund e Kurt Pollitzer-Retzer. Se proprio devo scegliere, vorrei segnalare la storia di Jochen Wielander nativo di Castelbello: nel 1935, per evitare l’arruolamento nel servizio militare e quindi combattere nella guerra d’Etiopia, espatriò clandestinamente in Austria e successivamente visse anche per un periodo in Germania. Durante il periodo dell’emigrazione si avvicinò agli ideali socialisti e comunisti, maturando l’idea di andare a combattere in Spagna arruolandosi nelle Brigate Internazionali. In Spagna fu gravemente ferito e ricoverato per lunghi periodi in ospedale. In quel periodo scrisse molte lettere alla propria famiglia residente in Val Venosta, nelle quali spiegava come sia Hitler che Mussolini fossero nemici del popolo sudtirolese, entrambi determinati a soggiogare e opprimere i popoli. Nelle lettere sottolineava inoltre quanto fosse assolutamente falso che Hitler volesse difendere la nazione tedesca e il popolo sudtirolese dall’oppressione fascista

Il libro ha un prezzo di copertina importante (49€). Dove lo si può trovare? Il volume è già stato presentato alla Biblioteca Claudia Augusta, ma pensa che ci sarà una seconda presentazione a Bolzano?

Si troverà nelle biblioteche e quindi negli archivi. Chi fosse interessato ad acquistarlo, lo può ordinare online nelle varie piattaforme, ma chiaramente il mio invito è quello di andare presso le librerie, in particolare alla Nuova Libreria Cappelli in piazza Vittoria a Bolzano, dove il 27 febbraio alle ore 17.30 Lorenzo Vicentini ed io faremo una nuova presentazione di questo libro.

Till Antonio Mola