Passi di pace nel vuoto della politica

In un mondo che trasforma i ministeri della difesa in ministeri della guerra e che chiama al riarmo, dove la guerra torna a essere strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, a Merano un gruppo di cittadini ha attraversato la città compiendo passi di pace.

“Passi di pace” (che fa tappa nei luoghi di culto delle diverse comunità religiose) è iniziativa del Team ecumenico, Rete interreligiosa che, da quasi vent’anni, scommette sul dialogo tra persone, comunità, tradizioni e lingue.

Poche settimane fa il card. Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme, ha scritto una lettera che vale ben oltre i confini della Terra Santa (“Tornarono a Gerusalemme con grande gioia”). In essa descrive con saggezza quella situazione e suggerisce a cosa siamo chiamati. Va letta integralmente, qui solo alcuni frammenti. 

Premessa: “Quello che stiamo vivendo non rappresenta solo un conflitto locale. È il sintomo di una crisi molto più profonda, di un cambiamento di paradigma a livello globale”.

La situazione: “Alcune potenze mondiali, che un tempo si presentavano come garanti dell’ordine internazionale, rivelano oggi un volto diverso: scelgono da che parte stare non in base alla giustizia, ma in base ai propri interessi strategici ed economici. Buona parte delle istituzioni – civili, politiche, religiose – finiscono così per rimanere spettatrici silenziose e impotenti di fronte all’emergere di questo nuovo disordine mondiale”. 

Le reazioni: “Di fronte alle tragedie e alle ingiustizie di questo tempo, il sentirsi vittima è una reazione profondamente diffusa. Ciascuno tende a percepire la propria tribolazione come unica e assoluta. Questo atteggiamento rende molto difficile riconoscere il vissuto dell’altro, e segna profondamente il modo in cui persone e comunità vivono e interpretano ciò che accade intorno”.  

Il rischio: “Quando il grido di chi patisce sembra non trovare ascolto né risposta, si è tentati di perdere la fiducia nelle comunità di fede, che dovrebbero essere voce dei più deboli, e persino in Dio”. 

La speranza: “Sarebbe ingiusto, però, fermarsi solo a questa descrizione così cupa dei problemi che la realtà evidenzia. Perché proprio in quel crinale, nel vuoto lasciato dalla politica e dal diritto, non hanno mai smesso di operare associazioni, movimenti, realtà di base. Non per ingenua vocazione al dialogo, ma per una testarda ostinazione a considerare l’altro un essere umano. … È da lì, da questi frammenti di umanità concreta, che potrà emergere il progetto di una convivenza possibile. Se e quando si uscirà dalle macerie, saranno loro – non i grandi organismi internazionali in crisi – a dover essere gli architetti della ricostruzione. La debacle del sistema internazionale, in questo, ha almeno il merito di aver restituito visibilità e dignità a chi non aveva mai smesso di lavorare sul campo” e a compiere, appunto, passi di pace. 

Autore: Paolo Bill Valente

Cercare consenso instillando odio: indegno e disumano

Non c’è niente di più facile — e perciò vile — per certi politici (ma la politica vera è un’altra cosa) che raggranellare consensi parlando male degli “stranieri”. La maggior parte dei bulli e degli odiatori che stanno portando il nostro mondo alla deriva ha costruito il proprio successo sulla pelle delle persone migranti.

Ma non serve andare lontano. Ho davanti agli occhi il banner pubblicato sui social da un gruppo politico altoatesino che mostra una donna (bionda) impaurita dai volti torvi e dai gesti intimidatori di due uomini dall’evidente origine straniera. Un’immagine ben costruita, capace di turbare anche me, accompagnata da slogan che evocano paure e minacce di morte. La “foto” è un prodotto dell’intelligenza artificiale, dunque è falsa e, per il messaggio di cui è portatrice, potrebbe meritare un esame sotto il profilo dell’“odio per motivi razziali” ai sensi della Legge Mancino.

Lo stesso gruppo, in altri post, gioca la carta degli “alloggi gratis ai migranti”: un presunto provvedimento che sarebbe promosso dalla Giunta provinciale e, in particolare, dall’assessora Rosmarie Pamer, che nei mesi scorsi, proprio per aver affrontato il tema, è stata coperta di insulti (a lei va tutta la nostra solidarietà).

A queste situazioni — che rappresentano una violazione delle più elementari norme della buona informazione e della convivenza civile — ha risposto, alcuni giorni fa, il presidente Arno Kompatscher.

“È intollerabile e inaccettabile che si continui a diffondere affermazioni false”, scrive Kompatscher, “col solo scopo di alimentare odio e risentimento sociale”. “Del tutto infondata” l’idea “che gli stranieri ricevano un trattamento preferenziale nelle politiche abitative”. Al contrario: “I dati consolidati da anni confermano che gli stranieri ricevono meno di quanto spetterebbe loro”. “Ci sono ambiti in cui la presenza degli stranieri è pari a zero, nonostante rappresentino circa il 10-12% della popolazione. Di queste misure beneficiano quasi esclusivamente i residenti locali” che hanno “requisiti di radicamento che i nuovi arrivati spesso non possiedono ancora”. È “inaccettabile sostenere che si faccia politica contro i residenti. La verità è l’esatto opposto: i residenti locali sono, nei fatti, i soggetti favoriti, e non abbiamo alcuna difficoltà a dichiararlo con chiarezza”.

Rispetto ai migranti – che, aggiungiamo noi, in tutto il Paese sono la categoria più esposta alla povertà – Kompatscher sottolinea che “non sono tutti migranti economici, tra loro ci sono anche rifugiati. E per quanto riguarda i migranti economici, va ricordato che molti di loro sono stati chiamati qui dalle nostre stesse imprese”. “Tutti i nostri settori economici ne hanno bisogno e li hanno attivamente attratti. Rappresentarli unicamente come un ‘problema’ è un atteggiamento semplicemente indegno”.

Autore: Paolo Bill Valente

Piena occupazione. Dalla quantità alla qualità del lavoro

C’è un paradosso, in provincia di Bolzano, che i numeri ufficiali non riescono del tutto a nascondere. Il mercato del lavoro è tra i più solidi d’Europa: occupazione alta, disoccupazione ai minimi fisiologici, imprese che cercano personale senza trovarlo. Un sistema, in apparenza, vicino alla piena occupazione. Tutto tranquillo sotto questa superficie ordinata?

Una prima crepa si apre sulla sicurezza. Gli infortuni, anche mortali, restano su livelli preoccupanti, tanto da collocare il territorio sopra la media nazionale per rischio. È il prezzo pagato da settori chiave come edilizia, trasporti e manifattura, dove la domanda di lavoro è forte ma spesso accompagnata da condizioni più esposte. E non colpisce tutti allo stesso modo: i lavoratori stranieri, indispensabili per tenere in piedi interi comparti, risultano più vulnerabili, complici mansioni più pesanti e minori tutele effettive.

C’è poi il tema della qualità del lavoro. Perché lavorare quasi tutti non significa lavorare bene. Crescono part-time e occupazioni stagionali, soprattutto nel turismo, asse portante dell’economia locale. Il risultato è un mercato dinamico ma non sempre stabile, dove continuità e progressione professionale restano incerte per molti.

A questo si aggiungono squilibri strutturali: le donne più spesso intrappolate in lavori a orario ridotto, l’industria che rallenta mentre i servizi avanzano, e un costo della vita — in particolare quello abitativo — che rende difficile attrarre nuova forza lavoro. Così il sistema si trova in una condizione singolare: pieno, ma fragile.

È qui che il modello altoatesino – di per sé virtuoso – mostra il suo limite. Ha saputo creare lavoro, ma ora deve interrogarsi su che tipo di lavoro sta producendo. Perché la vera sfida non è più occupare tutti, ma garantire sicurezza, qualità e sostenibilità. Trasformare un successo quantitativo in un equilibrio duraturo.

Autore: Paolo Bill valente

Discriminazione salariale. Fenomeno complesso e evitabile

Ci si può chiedere quali siano le cause del divario nelle retribuzioni tra donne e uomini e se il fenomeno riguardi anche l’Alto Adige. I dati presentati in occasione dell’Equal Pay Day, promosso dalla Provincia di Bolzano per il 17 aprile, descrivono una situazione che fa parlare, anche dalle nostre parti, di discriminazione salariale.

Il gender pay gap in Alto Adige non solo persiste, ma è leggermente aumentato, passando dal 17,3 al 17,5 per cento nell’ultimo anno. Un divario che, come sottolineato dalle istituzioni locali, non è solo una statistica, ma incide concretamente sull’intera vita delle donne, fino alla pensione.

Le cause di questo fenomeno sono molteplici e intrecciate. In primo luogo, pesa la struttura del mercato del lavoro: le donne sono più spesso occupate in settori meno remunerati o con contratti part-time, una condizione che in Alto Adige riguarda quasi la metà delle lavoratrici. A ciò si aggiungono le interruzioni di carriera legate ai carichi di cura, che riducono continuità e possibilità di avanzamento.

Un secondo fattore è rappresentato dalla difficoltà di accesso alle posizioni apicali. Nonostante i progressi, le donne restano sottorappresentate nei ruoli decisionali, con effetti diretti sulle retribuzioni medie. Qui entrano in gioco anche stereotipi e pregiudizi culturali, spesso invisibili ma ancora radicati, che influenzano valutazioni, promozioni e negoziazioni salariali.

Infine, il divario è alimentato da fattori più profondi, legati alla socializzazione e alle scelte formative: uomini e donne tendono a concentrarsi in ambiti professionali diversi, con ricadute economiche significative. Come ricordano gli studi sul tema, il gender pay gap è il risultato combinato di differenze nei settori, nelle ore lavorate e, in parte, di discriminazioni dirette.

Di fronte a questo scenario, iniziative come l’Equal Pay Day non hanno solo una funzione simbolica, ma mirano a promuovere maggiore trasparenza e consapevolezza. Perché il divario salariale non è inevitabile: è il prodotto di scelte economiche, sociali e culturali che possono – e devono – essere cambiate.

Autore: Paolo Bill Valente

Mani che grondano sangue. Ma Pasqua è vita e speranza

Una delle immagini più controverse della presente retorica bellicista è quella di Donald Trump attorniato da una schiera di pastori che pregano per lui. Il legame tra politica e religione è un elemento presente in tutta la Bibbia – per non citare altri libri sacri – e c’è anche nei racconti evangelici della passione che leggiamo in questi giorni.

Tra la folla che applaude Gesù Cristo al suo ingresso a Gerusalemme – episodio che la tradizione fa rivivere la Domenica delle Palme – molti sono quelli che pensano che sia arrivata l’ora del riscatto. Vedono in lui il capo politico che solleverà il popolo, armato di spada, contro l’odiata occupazione romana. Resteranno delusi. Tanto che, quegli stessi che la domenica gridavano “osanna” il venerdì urleranno “crocifiggilo”.

Fa specie come da duemila anni nelle chiese si proclamino parole come “amate i vostri nemici”, “porgete l’altra guancia”, “amatevi gli uni gli altri” e molto altro e al tempo stesso, a cominciare almeno da Costantino, si invochino il nome di Dio e la croce di Cristo per benedire le armi e invocare la vittoria. Si parla qui in particolare delle guerre di offesa, quelle provocate da chi ha gli arsenali per farlo e di cui siamo impotenti spettatori in questi tempi drammatici.

La Domenica delle Palme papa Leone ha ricordato che Gesù, invece, è il “re della pace. Un Dio che rifiuta la guerra, che nessuno può usare per giustificare la guerra, che non ascolta la preghiera di chi fa la guerra e la rigetta dicendo: ‘Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue’ (Isaia 1,15)”.

Qualche giorno prima il patriarca di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa aveva detto che “l’abuso e la manipolazione del nome di Dio per giustificare questa e qualsiasi altra guerra è il peccato più grave che possiamo commettere in questo tempo”. “Se è presente in questa guerra, Dio è tra quelli che stanno morendo, che stanno male, che soffrono”.

Se la religione è incompatibile con la violenza, anche la politica non è riducibile alla conquista del potere. È tutt’altro: l’arte di costruire il bene comune. Cosa che presuppone una fede salda nella dignità umana. Strumentalizzare la religione per motivi “politici” svilisce invece la stessa politica e i suoi attuali protagonisti.

Ma la Pasqua, lungi dal nascondere violenza e morte, è un inno alla speranza e alla vita. Dunque: buona Pasqua (in particolare alle vittime della guerra e ai costruttori di pace)!

Autore: Paolo Bill Valente

Habermas, i nazionalismi, il patriottismo costituzionale

Negli ultimi anni il riemergere dei nazionalismi in Europa e l’affermazione dei populismi in molte democrazie occidentali – dagli Stati Uniti a diversi Paesi dell’Unione – hanno riaperto una discussione che il filosofo tedesco Jürgen Habermas – scomparso lo scorso 14 marzo all’età di 96 anni – aveva anticipato già da tempo.

Nel pensiero di un uomo che ha conosciuto attivamente le contraddizioni del secolo scorso e di questo, la rinascita dei nazionalismi non è un fenomeno puramente culturale o identitario, ma il sintomo di una trasformazione profonda nelle democrazie dell’era della globalizzazione. Habermas ha visto prima di altri come la globalizzazione economica ha progressivamente eroso la capacità degli Stati nazionali di controllare i processi economici e sociali. Le decisioni che incidono sulla vita dei cittadini – dalla finanza ai commerci internazionali – vengono spesso prese in contesti sovranazionali o da attori globali difficilmente controllabili dalla politica democratica. Questo scarto tra potere economico globale e politica nazionale produce un senso diffuso di perdita di controllo. È in questo vuoto che si inseriscono i nuovi nazionalismi. In Europa, i partiti sovranisti hanno costruito il loro consenso promettendo un ritorno alla sovranità nazionale, presentata come l’unico argine alla globalizzazione e all’immigrazione. Negli Stati Uniti, il fenomeno populista esploso negli ultimi anni ha seguito una traiettoria simile: la promessa di “riprendere il controllo” delle frontiere, dell’economia e dell’identità nazionale. Per Habermas, tuttavia, questo ritorno del nazionalismo è in gran parte illusorio. Gli Stati nazionali, da soli, non sono più in grado di governare processi economici e politici che operano su scala globale. Il rischio è che il richiamo all’identità nazionale sia solo uno strumento politico capace di mobilitare paure e frustrazioni, ma incapace di offrire soluzioni reali.

Il filosofo tedesco ha contrapposto a questa deriva l’idea di un “patriottismo costituzionale”: un senso di appartenenza fondato non su etnia o tradizione, ma sui valori democratici e sui diritti condivisi. In Europa questo progetto si traduce nella necessità di rafforzare le istituzioni politiche dell’Unione, colmando il divario tra integrazione economica e legittimazione democratica. La stagione dei nazionalismi e dei populismi, letta alla luce delle riflessioni di Habermas, appare dunque come la manifestazione di una crisi della democrazia nella globalizzazione. Non un ritorno al passato, ma il segnale che la politica non ha ancora trovato le forme adeguate per governare un mondo sempre più interdipendente ma esposto – come mostrano i numerosi conflitti in atto – alla logica del divide et impera.

Autore: Paolo Bill Valente

“Ambientalista, pacifista, filosofo della convivenza”

Roma ricorda Alexander Langer. A due giorni da quello che sarebbe stato il suo ottantesimo compleanno (22 febbraio), sulla parete che dà sul cortiletto esterno dell’istituto Darwin, sulla via Tuscolana, è stata inaugurata una lapide che ricorda una presenza mai dimenticata, malgrado sia passato ormai mezzo secolo.

Non tutti sanno che Langer fu professore in un liceo romano. Lui stesso ne parla in un suo scritto autobiografico. “Svolgo con grande impegno e passione il compito di insegnante. In due periodi (1969-’72, 1975-’78) la scuola mi assorbe con particolare intensità. Insegno filosofia e storia, nei licei classici di lingua tedesca a Bolzano e Merano, in un liceo scientifico della periferia di Roma”. Aggiunge: “La mia vita nella scuola non è facile, costellata di trasferimenti punitivi, di note di qualifica con ‘sufficiente’ e ‘buono’, con frequenti interventi repressivi di presidi e provveditori. Mai un appunto sulla qualità della mia preparazione o dell’insegnamento, o un richiamo per scorrettezze disciplinari. Mi si rimprovera di ‘fare politica’ e di non rispettare i ruoli prestabiliti”. Langer è uno che crede davvero nella scuola come luogo di riscatto e di crescita. Insieme. Tanto da aver tradotto in tedesco la “Lettera a una professoressa”, scritta dagli alunni del maestro don Milani.

Se con i superiori non c’è piena intesa, “il rapporto con gli alunni, invece, è gratificante e durevole”. “A Roma si vive tra collettivi, cortei, assemblee ed occupazioni. Anche lì un passaggio decisivo nella socializzazione degli alunni si compie a scuola. Credo – immodestamente – che la maggior parte dei miei studenti con me abbia imparato qualcosa di interessante e di importante, e ne serbi un buon ricordo. Con molti di loro il rapporto è ancora vivo”.

È proprio così, anche a decenni di distanza. Ecco il testo della targa: “Ambientalista, pacifista, filosofo della convivenza. Insegnò storia e filosofia in questo liceo (1975-1978). Il suo insegnamento e il suo esempio rimangono testimonianza per chi in questa scuola studia e lavora, nel ricordo collettivo di ex alunni, dei colleghi del municipio VII e della comunità scolastica dell’istituto C. Darwin”.

Quando nel 1995 se ne andò, ex colleghi e studenti, scrissero: “Arricchiti dalla fortuna di averti conosciuto e amato, continueremo a lottare e sperare ‘in ciò che è giusto’”.

Autore: Paolo Bill Valente

Remigrazione. L’homo insipiens e le sue non-parole

Negli Stati Uniti si parla apertamente di “deportazione”. “Le deportazioni di massa stanno migliorando la qualità della vita degli americani” (dal sito della Casa Bianca). In Europa, dove la memoria del recente passato è ancora viva in qualche angolo delle coscienze, “deportazione” è un concetto tabù. Per questo si dice “remigrazione”.

Il termine è sbucato in Francia, negli ambienti dell’estrema destra identitaria, per passare poi all’area di lingua tedesca, dove è stato adottato dall’AfD (Alternative für Deutschland), il movimento fondato su posizioni che, come dichiarano i vescovi tedeschi, sono incompatibili con i valori cristiani. Nel 2023, in Germania, “Remigration” è stato dichiarato “non-parola dell’anno” (Unwort des Jahres).

In Italia la non-parola non è ancora in tutti i dizionari, ma compare già come titolo di manifestazioni e summit, nonché di un disegno di legge di iniziativa popolare: “Remigrazione e riconquista”.

Alla base dell’idea di “remigrazione” stanno visioni dichiaratamente identitarie, implicitamente razzistiche ed etnocentriche. Niente di nuovo sotto il sole. Sono frutto di quel populismo nazionalista, mascherato da patriottismo, che ha preso piede nell’800 per giungere a piena maturazione nella prima metà del ‘900. Pareva aver esaurito la sua stagione mortifera col nuovo millennio, invece ecco la nuova fioritura, soprattutto in Europa e in America, legata ai noti politico-climatico-culturali.

L’idea di remigrazione si fonda sulla convinzione che la terra appartenga a questo o quel popolo. Ma ogni gruppo umano e ogni persona è, di fatto, migrante o discendente di migranti. Ognuno di noi ha un luogo dove poter remigrare. Alzi la mano chi non ha antenati migranti. Andando a ritroso ci ritroveremmo tutti in Africa, da dove l’homo sapiens ha cominciato a migrare nella notte dei tempi, diffondendosi in tutti i continenti e trasformandosi pian piano in homo insipiens.

Certo che la presenza umana sui territori ha bisogno di regole (ci sono già, si facciano rispettare). La questione delle migrazioni però non si affronta a colpi di slogan, ma rimuovendo le cause che negano alle persone il diritto a rimanere nella propria terra.

Fintanto che il sistema-mondo si fonda su enormi disuguaglianze, fintanto che i potenti perseguono unicamente i propri interessi, i deboli avranno tutto il diritto di migrare.

Autore: Paolo Bill Valente

Il ladino, un fiore che vale come l’oro di una medaglia

Il ladino è una delle più belle e preziose eredità che la storia ha consegnato all’Alto Adige. Assieme ad altre lingue minoritarie è promosso e valorizzato da una legge dello Stato (la 482/1999) e soprattutto dalla Costituzione italiana: “La Republica defënd la mendranzes linguistiches cun normes aposta” (art.6).

Lo scorso 17 gennaio la sciatrice gardenese Nicol Delago ha conquistato la prima vittoria della sua carriera in Coppa del Mondo, vincendo la discesa libera di Tarvisio. Un successo che premia anni di lavoro e conferma la sua maturità agonistica. La maggior parte dei tifosi ha applaudito all’oro di Nicol, ma una porzione – che si vorrebbe definire “esigua” anche perché espressione di un “nulla culturale” tendente allo zero ontologico – dei frequentatori della rete l’ha invece ricoperta di insulti, dopo aver sentito la sua intervista alla Rai Ladina, pronunciata nella versione gardenese della lingua dolomitica. “Gareggi per l’Italia, parla in italiano”.

La solidarietà espressa nei giorni successivi è stata corale. Ma come in casi analoghi, sorprende che – nella società dell’iperinformazione che fa il paio con l’iper-ignoranza – ci siano ancora persone che non conoscono il rispetto dei diritti linguistici e non comprendono come la varietà delle lingue apra le menti mentre la monocultura le ottunde (appunto).

La non-cultura del siamo-in-Italia-si-parla-italiano è espressione di residui di nazionalismo presenti in tutto il Paese (e nel mondo). Si fondano – oltre che su una generica intolleranza nei confronti di chi non è come te – sulla misconoscenza di questa Italia che, come Repubblica, ha la tutela delle minoranze linguistiche tra i suoi principi fondativi.

Il ladino, che è vario e bello come le terre dove esso si parla, appartiene a una famiglia linguistica che si estende dal Friuli ai Grigioni. Un patrimonio fatto di storia e leggende, di passato e presente. Appartiene a tutti coloro che amano la biodiversità culturale. “N gra de cuer a duc chëi che juda pea a lascé flurì la rujeneda ladina” (Grazie di cuore a tutti coloro che fanno fiorire la lingua ladina!).

Un dettaglio: il 17 gennaio, mentre i ratti da tastiera ci insultavano (perché gli insulti vanno a tutte le persone bi-tri-plurilingui) in molte parti del Bel Paese si celebrava la “Giornata nazionale del dialetto e delle lingue locali”.

Autore: Paolo Bill Valente

Custodire voci e volti umani. Tra intelligenza e stupidità

Ricorre in questi giorni, nella memoria di san Francesco di Sales, la festa patronale dei giornalisti. È l’occasione in cui il papa rende pubblico il messaggio per la prossima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, in calendario a maggio (a Bolzano in gennaio): un appuntamento che, ogni anno, invita la Chiesa e il mondo dell’informazione a misurarsi con il senso e la responsabilità del comunicare.

Il messaggio di quest’anno ruota attorno all’esortazione: “custodire voci e volti umani”. Un richiamo che intercetta una trasformazione profonda degli ecosistemi comunicativi, oggi plasmati da tecnologie capaci di incidere sulle relazioni come mai prima d’ora. Dagli algoritmi che decidono cosa vediamo nei flussi informativi, fino ai sistemi di intelligenza artificiale in grado di produrre testi, immagini e conversazioni, il salto di scala è evidente. Le possibilità offerte sono immense, impensabili solo pochi anni fa.

E tuttavia efficienza e potenza non bastano. Nessuna tecnologia può sostituire ciò che è propriamente umano: l’empatia, il discernimento etico, la responsabilità morale. La comunicazione pubblica non è una mera elaborazione di dati, ma un esercizio di giudizio. La sfida decisiva è questa: garantire che l’essere umano resti il soggetto che orienta, e non l’anello debole di processi automatizzati. Il futuro della comunicazione si gioca sulla capacità di mantenere le macchine come strumenti al servizio della vita umana, non come forze che ne attenuano o cancellano la voce.

Le opportunità sono reali, ma altrettanto concreti sono i rischi. L’intelligenza artificiale può generare contenuti seducenti e insieme ingannevoli, rafforzare stereotipi già presenti nei dati di partenza, amplificare la disinformazione simulando voci e volti credibili. Tutte cose che fa anche la “stupidità naturale”, per così dire. Può violare la privacy, intaccare l’intimità delle persone, erodere – se usata senza criteri – il pensiero critico e la creatività. A ciò si aggiungono interrogativi non secondari sul controllo monopolistico di queste tecnologie e sulle nuove disuguaglianze che ne possono derivare.

Da qui l’urgenza di investire con decisione sull’educazione. Accanto all’alfabetizzazione mediatica tradizionale, diventa indispensabile una formazione specifica sull’intelligenza artificiale. Un messaggio chiaro, non solo per i giornalisti cattolici: il contributo da offrire è quello di una pedagogia del discernimento, capace di aiutare soprattutto le nuove generazioni a sviluppare uno sguardo critico e a crescere nella libertà dello spirito. Perché senza voci e volti umani, non c’è comunicazione che possa dirsi davvero tale.

“Custodire voci e volti umani”, un invito che va ben oltre gli aspetti della comunicazione sociale, in questo mondo disumanizzato dalla politica di potenza, dalla negazione del diritto, dalle memorie negate. Intelligenza artificiale e stupidità naturale: un diabolico mix.

Autore: Paolo Bill Valente