Nobel per la Pace al diritto internazionale (che è sotto attacco)

Il Nobel per la Pace 2026 è stato assegnato, più che a una persona – la sudafricana Navanethem “Navi” Pillay –, a una visione alta della convivenza a livello globale. Il premio è un appello a consolidare il diritto internazionale, unica via possibile per una pace vera, che non sia quella imposta dai “bulli globali”.

Il premio, scrive il Comitato norvegese nelle sue motivazioni, “viene assegnato a una persona che, con eccezionale coraggio e integrità, ha aperto la strada verso un ordine giuridico globale più completo”. In particolare “la vincitrice di quest’anno ha svolto un ruolo fondamentale nel garantire che i crimini di guerra, i crimini contro l’umanità e il genocidio siano perseguiti”. Con la sua attività, in vari ruoli, “ha dimostrato che le misure giuridiche possono contribuire a prevenire atti di guerra e violenza”.

Già 125 anni fa, quando il Nobel per la pace fu assegnato la prima volta, si sottolineava “l’importanza di risolvere i conflitti attraverso il diritto internazionale”. L’importanza del quale è divenuta più evidente dopo la Seconda guerra mondiale, quando si arrivò alla creazione delle Nazioni Unite. “L’intuizione fondamentale era che una pace duratura dovesse fondarsi su principi giuridici, non sulla volontà dei più forti o su un fragile equilibrio di potere”. Tuttavia, afferma il Comitato, “l’ordine internazionale basato sulle regole non è mai stato perfetto. Le grandi potenze hanno spesso eluso le proprie responsabilità. Nella pratica, i casi sottoposti al diritto internazionale hanno prodotto esiti diversi a seconda di chi fosse l’autore del reato e chi la vittima”. Eppure, si può constatare che i conflitti vengono risolti in modo più efficace attraverso la diplomazia, i trattati e i meccanismi giuridici, piuttosto che con minacce, violenza e guerra. “Il diritto internazionale è un fondamento per un mondo più pacifico”. Esso “non è più solo un complemento alla pace e alla sicurezza”, ma “una necessità assoluta”. La chiara denuncia: oggi “il sistema del diritto internazionale è sottoposto a una pressione enorme e le sue istituzioni sono sotto attacco. Assistiamo a una svolta verso la politica di forza a scapito dei quadri giuridici e del rispetto globale della legge e della giustizia. Ogni volta che la forza prevale sul diritto, si minano la stabilità, la fiducia e la convivenza pacifica”. Con l’assegnazione del Premio Nobel per la Pace, il Comitato intende ricordare al mondo che lo Stato di diritto – nazionale e internazionale – è alla base del sistema istituito per garantire la pace e risolvere i conflitti in modo non violento. “La pace richiede giustizia”. I rappresentanti del “bullismo globale”, che è il contrario dell’ordine fondato sul diritto e sui diritti, hanno reagito in modo scomposto. Il diritto internazionale rimane “sotto attacco”.

Autore: Paolo Bill Valente

“Francesco, ripara la mia casa che è tutta in rovina”

Presso la minuscola chiesa della Porziuncola, oggi custodita all’interno della basilica di Santa Maria degli Angeli, il 3 ottobre di 800 anni fa si spegneva Francesco di Assisi. Il santo si era fatto deporre nudo sulla nuda terra, in segno di totale povertà e fiducia, accogliendo così quella che aveva chiamato “sorella Morte”.

Francesco fu un uomo dalla complessa semplicità. Non un “sempliciotto” che nulla turba, ma una persona capace di cogliere il senso ultimo delle cose. Di tutte le cose: il sole, la luna e le stelle, il vento, l’acqua e il fuoco, tutte le creature, il perdono, la sofferenza, la “morte corporale”.

Il suo fu un percorso di conversione nel vero senso di questa parola: cambiare strada. Non per transitare da una fede all’altra, ma cominciando a vedere là dove prima non si era visto, di sentire là dove prima si era rimasti sordi.

Il cambiamento radicale avvenuto in Francesco, reduce dai campi di battaglia e dalla malattia, è stato meravigliosamente descritto da Carlo Carretto (ultima edizione: Io Francesco, ed. Ave, 2025) in questi termini:

“Avevo l’impressione che prima non avevo visto niente e capii le parole del salmo: Hanno gli occhi e non vedono. Io non avevo visto! Ora sì che vedevo il sole, la luna, la terra, le fontane, i fori… prima no. Mi erano passati accanto come cose dovute, decoro di paesaggio. Io le avevo fissate come si fissa un estraneo. Ora mi parlavano, le sentivo vicine, le amavo, mi commuovevano”.

Papa Francesco ha preso spunto dal Cantico delle creature per ricordare ai cristiani e al mondo il dovere di custodire e non depredare la madre Terra. Una sana relazione col creato è “una dimensione della conversione integrale della persona”.  “La conversione ecologica che si richiede per creare un dinamismo di cambiamento duraturo è anche una conversione comunitaria”.

Oggi, in un’epoca in cui il mondo e chi lo regge sembrano aver intrapreso la strada opposta alla conversione integrale del cuore, abbiamo bisogno di riascoltare quella voce che parlò al Poverello tra i ruderi della chiesa di San Damiano: “Francesco, va’, ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina”.

Autore: Paolo Bill Valente

Bisogno di democrazia vera nell’epoca del bullismo globale

Autocrazie, populismi, sovranismi, nazionalismi, indebolimento delle democrazie e del multilateralismo sono fenomeni interconnessi e si rinforzano a vicenda. La dinamica è quella del gatto che si morde la coda. Il risultato: le grandi questioni restano irrisolte.

Dove nasce il fascino diabolico dei movimenti populisti che hanno conquistato la scena nel mondo, in Europa e anche in Alto Adige? Il punto di partenza è spesso la perdita (indotta?) di fiducia. Quando le istituzioni sono percepite come lontane o inefficaci, cresce il bisogno di protezione e controllo. Il populismo traduce questa domanda nella contrapposizione tra “popolo” ed “élite” (la “casta”), aumentando la polarizzazione e riducendo gli spazio di dialogo.

Su questo terreno si rafforzano sovranismo e nazionalismo. Il “recupero della sovranità nazionale” diventa una risposta alla presunta perdita di controllo. Ma molti problemi contemporanei – clima, migrazioni, pandemie, sicurezza, guerre, finanza e tecnologia – superano di gran lunga i confini nazionali e richiedono cooperazione, ovvero cessione consapevole di sovranità.

La polarizzazione indebolisce i contrappesi democratici. Parlamento, magistratura, informazione e amministrazioni vengono rappresentati, nella propaganda semplificatoria, come ostacoli alla “volontà popolare”. La concentrazione del potere riduce così i meccanismi di controllo e contribuisce all’affermazione di personaggi autocratici. Sono i pifferai magici del bullismo globale.

Si crea una spirale: la sfiducia produce polarizzazione, che porta alla concentrazione del potere, dunque a minore cooperazione e infine a ulteriore debolezza istituzionale. È il gatto che si morde la coda.

L’effetto sul bene comune è una minore capacità (e volontà) di affrontare problemi complessi e di lungo periodo. Il conflitto prevale sulla mediazione, l’interesse immediato su quello futuro e il presunto interesse nazionale sulla necessaria cooperazione. Il “tutti contro tutti” conduce sull’orlo del baratro.

La questione centrale è quindi la capacità delle democrazie di recuperare efficacia, rappresentanza e fiducia, senza restringere il pluralismo e senza rinunciare, anzi investendo nella cooperazione necessaria per governare problemi che superano i confini nazionali e generazionali.

Autore: Paolo Bill Valente

L’Accordo Degasperi-Gruber, una lezione ancora attuale

Il 5 settembre ricorrono gli ottant’anni dell’Accordo di Parigi, firmato nel 1946 da Alcide Degasperi e Karl Gruber. Un patto bilaterale, ma con un respiro che già allora andava oltre i confini dei due Stati. Oggi, mentre tornano a prevalere nazionalismi, sovranismi e logiche di contrapposizione, quell’Accordo può essere letto come una delle esperienze più significative di come il diritto internazionale possa trasformare un conflitto in un percorso di convivenza.

La questione riguardava anzitutto le popolazioni di lingua tedesca dell’Alto Adige, coinvolte nelle drammatiche vicende seguite alla dissoluzione dell’Impero austro-ungarico, alla politica di snazionalizzazione fascista e alla tragedia nazifascista. Ma la soluzione individuata da Italia e Austria conteneva un elemento innovativo: il compromesso non fu costruito soltanto intorno alla sovranità sul territorio, bensì sulla tutela dei diritti delle persone che quel territorio abitavano. Il confine rimaneva al Brennero e l’Austria otteneva garanzie internazionali per la popolazione altoatesina.

È questo il valore giuridico e politico dell’Accordo: un contenzioso territoriale e identitario veniva affidato al negoziato, alle garanzie internazionali e alla progressiva costruzione di istituzioni capaci di rendere effettivi gli impegni assunti. Non una soluzione istantanea, ma l’avvio di un processo. Dopo le difficoltà degli anni Cinquanta e Sessanta, il Pacchetto del 1969 e lo Statuto di autonomia rinnovato del 1972 trasformarono gradualmente quel compromesso in un sistema di tutela e autogoverno. Non senza contraddizioni anche al presente, perché, appunto, rimane un percorso.

La storia dell’Alto Adige dimostra che un accordo internazionale non vive soltanto nel momento della firma: vive nelle istituzioni, nelle politiche e nella capacità delle generazioni successive di interpretarne lo spirito. Anche per questo l’Accordo Degasperi-Gruber può essere considerato un passo, forse inconsapevole ma decisivo, verso l’integrazione europea. La progressiva apertura del confine, la cooperazione transfrontaliera, la mobilità, il plurilinguismo e la tutela delle minoranze sono diventati elementi della costruzione dell’Europa.

La lezione è più ampia. Un conflitto fondato su territorio, identità e appartenenza non deve necessariamente concludersi con la vittoria di una parte sull’altra. Può essere trasformato attraverso il diritto, il negoziato e istituzioni comuni. È la logica del multilateralismo: non cancellare le differenze, ma costruire regole capaci di renderle compatibili.

Fuori dall’Europa, questa consapevolezza appare oggi più necessaria che mai. Le istituzioni multilaterali, a partire dalle Nazioni Unite, mostrano limiti evidenti e spesso faticano a prevenire o risolvere i conflitti. Ma la risposta non può essere il loro abbandono. Occorre, al contrario, valorizzarle e ridisegnarle, rendendole più rappresentative, efficaci e capaci di affrontare le nuove forme della conflittualità internazionale.

Ottant’anni dopo, l’Accordo di Parigi ricorda che la pace non nasce dall’eliminazione del conflitto, ma dalla capacità di trasformarlo. Le identità non devono scomparire per convivere: devono trovare nelle istituzioni uno spazio di riconoscimento che non diventi un muro.

Autore: Paolo Bill Valente

Connessi nel nulla. L’individualismo produce solitudine

Siamo nell’epoca della connessione permanente e, al tempo stesso, della solitudine diffusa. Abbiamo più strumenti che mai per comunicare, ma sempre meno tempo per stare davvero con gli altri. La solitudine è diventata una grande emergenza silenziosa della società contemporanea: non fa rumore, non si vede, ma lascia conseguenze profonde.

Il tema è al centro del “Festival della Solitudine”, ideato da Stefano Quaglia e Francesco Ricci, che il 29 e 30 agosto, per iniziativa del comune di Merano (con l’Accademia di Merano), proporrà un’anteprima dedicata al tema delle relazioni e della comunità. Il festival completo si terrà nel marzo 2027.

Il problema non è stare soli. Una solitudine scelta può essere uno spazio prezioso di libertà, riflessione e creatività. La questione nasce quando lo stare soli è una condizione subita, quando si perde il senso di appartenenza e l’altro smette di essere una presenza significativa.

Ecco la contraddizione che riguarda il nostro modello di vita. Abbiamo trasformato l’individualismo in un ideale pratico e il consumismo nel suo linguaggio quotidiano. Ci viene instillata l’idea che per stare bene dobbiamo bastare a noi stessi, realizzarci, distinguerci, possedere. Ogni bisogno trova una risposta sul mercato: se siamo tristi, compriamo; se ci annoiamo, consumiamo; se ci sentiamo esclusi, ci connettiamo. Ma una cosa non si può comprare: l’esserci con e per gli altri. Ovvero ciò che dà senso alle cose.

La società dei consumi non è necessariamente causa diretta della solitudine, ma può alimentare una cultura nella quale il successo individuale conta più della reciprocità, la competizione più della cooperazione e l’autosufficienza più della relazione positiva con gli altri. Il risultato è una società nella quale siamo sempre più tirati a essere “io” e sempre meno educati a costruire un “noi”. A volte persino il “noi” è solo un “io” al cubo e serve a erigere muri.

Secondo la “EU Loneliness Survey 2022”, il 35 per cento degli europei ha dichiarato di sentirsi solo almeno qualche volta, mentre il 13 per cento si sente solo per la maggior parte o tutto il tempo. Il fenomeno riguarda tutte le generazioni, ma è particolarmente significativo tra i giovani.

Le relazioni inclusive sono il vero antidoto all’isolamento. Non servono per forza molte persone: c’è bisogni di legami veri, tempo condiviso, ascolto, vicinanza, amicizia, solidarietà. Di luoghi in cui incontrarsi senza dover comprare qualcosa e di comunità nelle quali sentirsi visti e ascoltati.

Combattere la solitudine non significa semplicemente chiedere alle persone sole di socializzare di più, ma lavorare a una società che renda possibile incontrarsi: nelle piazze, nelle associazioni, nello sport, nella cultura, nel volontariato, nei quartieri. Restituire valore al tempo trascorso insieme, anche quando non produce nulla e non genera profitto.

Autore: Paolo Bill Valente

Tribunale. Simbolo del diritto da ricostruire

Ore 6.24, 16 luglio. Boato nel cuore della Bolzano oltre Talvera. Nuvola di polvere bianca. L’edificio del Tribunale in parte collassato. Data l’ora, nessun corpo umano da estrarre dalle macerie. Sul palazzo di fronte sagoma mussoliniana a cavallo, scritta Credere obbedire combattere, con risposta in tre lingue: Nessuno ha il diritto di obbedire.

La piazza del Tribunale, a Bolzano, è un libro di storia e di educazione civica. Racconta dei fascismi e dei totalitarismi, di come questi sistemi negano la dignità della persona, sopprimono i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità. È un libro di storia che va scritto, raccontato e letto insieme, altrimenti se ne colgono soltanto frammenti. Privi di verità.

A Bolzano il crollo del Tribunale – come tutto – diventa un fatto etnico per i cultori del conflitto permanente (con i loro “credere obbedire combattere). Gli scambi di pesanti battute via social tra esponenti della cosiddetta “destra di lingua tedesca” – che applaude al cedimento del “relitto fascista” – e i loro corrispettivi di lingua italiana che si appropriano del Palazzo – recante la scritta “Pro italico imperio virtute iustitia hierarchia unguibus et rostris” – come elemento etnico-identitario, merita uno studio a parte. Vogliamo pensare che si tratti solo di minoranze, rumorose e affette da incontinenza verbale. Ma sono spesso le minoranze che fanno e distruggono la storia.

Andrebbe anche chiarita la differenza tra la politica di snazionalizzazione delle minoranze, tipica dei regimi del ‘900 e – per quanto riguarda l’Alto Adige – del regime fascista, e la politica di “fascistizzazione” di cui manufatti come il Tribunale, l’ex Casa del fascio, il monumento alla Vittoria sono espressione. Non semplicisticamente relitti fascisti, ma testimonianza dei totalitarismi europei del secolo scorso. Un monito per il secolo presente. Qualcuno, spesso gli eredi ideali di quei totalitarismi, vorrebbe che questo monito non risuonasse più.

Il crollo del Tribunale – alzando ora un poco lo sguardo – è il tragico simbolo del venir meno di una cultura del diritto. In Italia – dove si gioca con i diritti delle persone, con il concetto di cittadinanza, con l’istituto della grazia, con il concetto di giustizia – come anche a livello globale, dove “una manciata di tiranni” si fa beffe del diritto internazionale, del diritto umanitario, delle istituzioni multilaterali. Dove viene meno il diritto, vige la legge del più forte (del più furbo, del più ricco).

Un tribunale – a Bolzano e ovunque – pur con tutti i difetti e i limiti strutturali che può avere la macchina giudiziaria, è il tempio del diritto. Un pensiero a chi vi opera ogni giorno nell’ottica del bene comune, dalla signora che faceva le pulizie e che si è salvata per miracolo, agli operatori della Giustizia, ai cittadini che si affidano ogni giorno alla loro professionalità per avere tutelata la propria dignità.

Ai nazionalismi, agli estremismi, all’illegalità, alle mafie, al bullismo globale “nessuno ha il diritto di obbedire”.

Autore: Paolo Bill Valente

Seconde generazioni. Il protagonismo che cresce ai margini

Nel dibattito pubblico, locale e nazionale, i giovani di origine immigrata vengono spesso raccontati attraverso stereotipi legati alla devianza e al fenomeno dei cosiddetti “maranza”. Questa rappresentazione oscura una realtà molto più ampia: migliaia di ragazzi che partecipano alla costruzione di una società più inclusiva.

È quanto emerge dalla ricerca promossa da Caritas Italiana, raccolta nel volume Quando il protagonismo cresce ai margini (ed. TAU). L’indagine racconta la nascita di una nuova generazione di cittadini che, pur avendo spesso sperimentato discriminazioni e ostacoli, sceglie di trasformare queste esperienze in impegno sociale.

I dati mostrano come il percorso di integrazione resti complesso. Gli studenti con cittadinanza non italiana registrano ancora ritardi scolastici e tassi di abbandono superiori rispetto ai coetanei e anche l’accesso all’università rimane più limitato. Tuttavia cresce il numero dei diplomati e degli universitari, segno di una mobilità sociale possibile attraverso l’istruzione.

Accanto alle difficoltà emerge una forte volontà di partecipazione. L’82 per cento degli intervistati dichiara che voterebbe se ne avesse la possibilità, quasi la metà prende parte ad associazioni e gruppi organizzati, oltre un terzo svolge attività di volontariato e molti sono impegnati in movimenti civici, iniziative culturali e campagne per i diritti umani.

La ricerca mette in discussione una narrazione esclusivamente negativa e strumentale dell’immigrazione (l’espressione “criminali di seconda generazione” dice tutto sulla malafede di certa politica), mostrando una generazione (prima, seconda, terza che sia) che rivendica una cittadinanza piena e una presenza attiva nella vita democratica del Paese. Questi giovani non chiedono soltanto riconoscimento, ma offrono competenze, energie e nuove prospettive per affrontare le sfide dell’Italia contemporanea.

Il messaggio che emerge dalla ricerca è chiaro: il rinnovamento della democrazia passa dall’inclusione di chi, pur provenendo dai margini, è oggi protagonista del cambiamento sociale. L’Italia e l’Alto Adige del futuro saranno sempre più il risultato dell’incontro tra storie, culture e cittadini diversi, uniti dal desiderio di partecipare alla costruzione del bene comune.

Autore: Paolo Bill Valente

Cento anni, cento candeline. Tutto il resto è vanità

La zia Lucia ha compiuto cent’anni. È nata l’ultimo giorno di primavera del 1926, dopo l’autunno della Belle Époque, il lungo e tragico inverno della Grande Guerra e la stagione isterica e tempestosa del primo dopoguerra. Vivere tra luci e ombre dal “secolo breve” al terzo millennio.

Nel 1926, anno della sua nascita, Mussolini sopravvisse a tre attentati. Fu anche l’anno delle “leggi fascistissime”, che soppressero la libertà di stampa e di associazione, cancellarono sindacati, partiti politici, la democrazia comunale e trasformarono il governo fascista in una dittatura.

Nel 1936, quando la zia compiva dieci anni, Mussolini proclamò l’Impero. A casa nessuno esultò. Il nonno non era fascista: era persino nato austriaco e l’Italia lo aveva mandato per alcuni mesi al confino in Sardegna.

Nel giugno del 1946 la zia aveva vent’anni, troppo pochi per votare. Del resto, a Merano nessuno poté partecipare al referendum istituzionale né eleggere l’Assemblea costituente. Si viveva ancora nel limbo, in attesa delle decisioni dei “grandi”. In famiglia, però, tutti furono felici per il ritorno della libertà e della democrazia. E si confidava nel conterraneo Degasperi.

Nel 1966, a quarant’anni, nei giorni dell’alluvione, la zia Lucia accolse con gioia la nascita di un nipotino. Dieci anni dopo, nel 1976, pianse la morte della madre, vedova ormai da un quarto di secolo.

Nel 1986, mentre la zia compiva sessant’anni, a Palermo si apriva il Maxiprocesso. Dieci anni più tardi, attraverso la sorella che vive a Bologna, si congratulava con Prodi per il suo primo governo. Nel 2006 fece il tifo per la Nazionale campione del mondo, come oggi esulta per i successi di Jannik Sinner. Nel 2016, superati i novant’anni, pensò di essere ormai troppo vecchia per capire come gli americani potessero eleggere presidente uno della pasta di Trump.

Il 1926, quando la zia Lucia venne al mondo, è ricordato come un anno particolarmente caldo: la temperatura media in Italia fu di 11,7 gradi. Un secolo dopo, nel 2025, è salita a 13,6 gradi. Ma la zia continua a cavarsela: cerca il fresco e si aiuta con il ventaglio.

Il 20 giugno 2026, nel giorno del suo centesimo compleanno, i presidenti Trump e Meloni si scambiano battute sui social media. La zia scuote la testa e noi non abbiamo altro da aggiungere, se non un augurio affettuoso a lei e a tutti i centenari che, con le loro vite, insieme straordinarie e ordinarie, ci ricordano che il bene fatto non va mai perduto. Tutto il resto è vanità.

Autore: Paolo Bill Valente

L’Alto Adige plurale che «non ci dispiace affatto»

Mentre si parla a sproposito di seconde generazioni (addirittura, secondo qualcuno, «criminali di seconda generazione»), il presidente Sergio Mattarella, per gli 80 anni della fondazione della Repubblica, dà una breve, ma efficace e intensa lezione di storia «italiana». Una storia che «non ci dispiace affatto».

Il riferimento ai longobardi (vedi sotto) fa pensare a quanto poco monolitica sia non solo la storia d’Italia, ma anche quella dell’Alto Adige e quanto pure quest’ultima sia l’esito dell’incontro tra gruppi, popoli, lingue, culture. Ne è testimone già Arbeone di Frisinga (nativo di Maia, ovvero di Merano), con la sua «Vita Corbiniani». Racconta come il santo, passando per Maia venendo dalla Baviera o da Roma, vi trovò una volta i longobardi, un’altra i bavari. S’intende come padroni, perché il popolo era in gran parte – parliamo della fine del settimo e dell’inizio dell’ottavo secolo – «romano», ovvero di lingua romanza o, se si preferisce, retoromanza.

«Noi italiani», ha detto il Presidente discutendo con un gruppo di giovani, «abbiamo fornito seconde generazioni e quelle successive a molti paesi d’Europa e delle Americhe. Quindi conosciamo il problema dell’immigrazione, che non è né nuovo né transitorio. È in fondo anche la nostra storia. Dall’emigrazione con le armi in pugno come i longobardi, che hanno dato nome alla Lombardia, a quella pacifica dopo mille anni degli albanesi nel meridione d’Italia, ai tanti arrivi individuali nel corso del tempo, il nostro popolo è il risultato di tanti apporti. E il risultato finale, questa storia, non ci dispiace affatto, anzi siamo orgogliosi del popolo italiano. Per questo non lo consideriamo un problema».

Anche le parole che seguono, riferite all’intero Paese, suonano familiari se lette in chiave altoatesina: «So bene che vi sono alcuni episodi, alcuni fenomeni di disagio su base etnica, che a volte si esprimono in maniera scomposta, qualche volta con gesti di rifiuto violento, ma sono fenomeni che appartengono alla patologia della società, ben diversi, non vanno confusi. Io sono molto ottimista per il futuro, decisamente ottimista. Sulla base dell’esperienza e perché ho grande fiducia nella solidità dei nostri valori nazionali».

Una storia dell’Alto Adige che tenga conto della mobilità umana in questa terra di confine «non ci dispiace affatto».

Autore: Paolo Bill Valente

Passi di pace nel vuoto della politica

In un mondo che trasforma i ministeri della difesa in ministeri della guerra e che chiama al riarmo, dove la guerra torna a essere strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, a Merano un gruppo di cittadini ha attraversato la città compiendo passi di pace.

“Passi di pace” (che fa tappa nei luoghi di culto delle diverse comunità religiose) è iniziativa del Team ecumenico, Rete interreligiosa che, da quasi vent’anni, scommette sul dialogo tra persone, comunità, tradizioni e lingue.

Poche settimane fa il card. Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme, ha scritto una lettera che vale ben oltre i confini della Terra Santa (“Tornarono a Gerusalemme con grande gioia”). In essa descrive con saggezza quella situazione e suggerisce a cosa siamo chiamati. Va letta integralmente, qui solo alcuni frammenti. 

Premessa: “Quello che stiamo vivendo non rappresenta solo un conflitto locale. È il sintomo di una crisi molto più profonda, di un cambiamento di paradigma a livello globale”.

La situazione: “Alcune potenze mondiali, che un tempo si presentavano come garanti dell’ordine internazionale, rivelano oggi un volto diverso: scelgono da che parte stare non in base alla giustizia, ma in base ai propri interessi strategici ed economici. Buona parte delle istituzioni – civili, politiche, religiose – finiscono così per rimanere spettatrici silenziose e impotenti di fronte all’emergere di questo nuovo disordine mondiale”. 

Le reazioni: “Di fronte alle tragedie e alle ingiustizie di questo tempo, il sentirsi vittima è una reazione profondamente diffusa. Ciascuno tende a percepire la propria tribolazione come unica e assoluta. Questo atteggiamento rende molto difficile riconoscere il vissuto dell’altro, e segna profondamente il modo in cui persone e comunità vivono e interpretano ciò che accade intorno”.  

Il rischio: “Quando il grido di chi patisce sembra non trovare ascolto né risposta, si è tentati di perdere la fiducia nelle comunità di fede, che dovrebbero essere voce dei più deboli, e persino in Dio”. 

La speranza: “Sarebbe ingiusto, però, fermarsi solo a questa descrizione così cupa dei problemi che la realtà evidenzia. Perché proprio in quel crinale, nel vuoto lasciato dalla politica e dal diritto, non hanno mai smesso di operare associazioni, movimenti, realtà di base. Non per ingenua vocazione al dialogo, ma per una testarda ostinazione a considerare l’altro un essere umano. … È da lì, da questi frammenti di umanità concreta, che potrà emergere il progetto di una convivenza possibile. Se e quando si uscirà dalle macerie, saranno loro – non i grandi organismi internazionali in crisi – a dover essere gli architetti della ricostruzione. La debacle del sistema internazionale, in questo, ha almeno il merito di aver restituito visibilità e dignità a chi non aveva mai smesso di lavorare sul campo” e a compiere, appunto, passi di pace. 

Autore: Paolo Bill Valente