Il simbolo più evidente del trionfo romano su un territorio conquistato era la costruzione di una strada militare: la via publica, equivalente della bandiera piantata dagli astronauti sulla luna. A partire dalla via Appia, finanziata da Appio Claudio nel 312 a.C., queste arterie presero il nome del magistrato che le aveva promosse. Nel caso delle Alpi, fu l’imperatore Claudio che, nel 47 d.C., completò l’opera iniziata nel 15 a.C. da suo padre Druso, morto giovanissimo nel 9 a.C. a causa di una caduta da cavallo durante la campagna germanica.
Una pietra miliare rinvenuta a Rablà lo ricorda: la via Claudia Augusta, aperte le Alpi con la guerra, fu sistemata dal Po al Danubio per oltre 350 miglia.
Il tracciato collegava la pianura padana al mondo danubiano. I rami provenienti da Altino e Ostiglia si riunivano a Tridentum e da qui risalivano verso Endidae. Dopo Castelfeder — da cui provengono due miliari con dediche a Crispo e a Valente e Graziano — nell’area della Bassa Atesina la via attraversava un territorio complesso, segnato da zone paludose ma già intensamente frequentato. Qui si trovava un nodo cruciale: la strada poteva seguire il fondovalle dell’Adige verso Pons Drusi (con una mutatio a San Giacomo) oppure deviare verso l’Oltradige e Frangarto. Non è escluso che il primo tracciato attraversasse direttamente le aree umide mediante tecniche avanzate, come la posa di tronchi di abete incrociati su cui veniva realizzato l’agger (ghiaia battuta) stradale.
Se la strada fu il simbolo della conquista, ne fu probabilmente anche una delle cause. Comprendere le ragioni della violenza romana contro i popoli alpini resta tuttavia difficile: il mondo antico ci consegna solo frammenti, e ogni ricostruzione richiede cautela. Le campagne condotte da Augusto, Druso e Tiberio portarono alla sottomissione dei Reti, ricordata nel Tropaeum Alpium di La Turbie, dove sono incisi i nomi di 44 tribù sconfitte: Isarci, Venostes, Brixentes, Genauni, Breuni. Dietro questi nomi si intravede un mondo antico, radicato nel controllo dei passi e dei traffici alpini. Perché tanta durezza? Roma, ormai padrona dell’Italia, si era evoluta da polis a civitas, capace — dagli Etruschi in poi — di integrare élite e popolazioni diverse. Questo modello si fondava però su principi precisi, primo fra tutti la fides, il rispetto dei patti. Da essa derivavano il iustum bellum, la guerra giustificata da una violazione, e il iustum proelium, il combattimento secondo regole condivise.
Nella visione romana, la rottura di un accordo o la ribellione rappresentavano una colpa gravissima, assimilabile alla perfidia. È possibile che il comportamento delle tribù alpine sia stato interpretato proprio in questi termini. In un momento in cui Roma doveva garantire collegamenti sicuri verso il Danubio e fronteggiare le pressioni germaniche, le Alpi non potevano più restare uno spazio autonomo.
Eppure, il quadro non è uniforme. Popoli come i Venetici di Este e i Galli padani furono integrati senza traumi, e anche alcune comunità alpine — come i Tridentini e gli Anauni (con parte dell’Unterland) — vennero progressivamente incluse nel sistema romano. Tridentum divenne un importante municipium lungo l’asse tra Verona e Augusta Vindelicorum, i cui resti sono ancora visibili nel sottosuolo cittadino.
Proprio per questo, la violenza esercitata contro altri gruppi resta difficile da spiegare con una sola causa. Più che un singolo episodio, fu probabilmente l’impossibilità di conciliare due modelli opposti — quello “sovranista” delle autonomie alpine e quello “globalista” imperiale — a rendere inevitabile lo scontro.
Ciò che rimane oggi, oltre al trofeo di La Turbie, è il segno tangibile di quella trasformazione: una rete viaria che, dalla Bassa Atesina ai valichi alpini, continua a strutturare il paesaggio. È su queste strade che si compì, nel silenzio delle valli, il passaggio definitivo da un mondo antico a uno nuovo.
Autrice: Reinhard Christanell