Quale normalità?

L’interrogativo è tutt’altro che filosofico. Negli ultimi giorni tutti noi, a un anno dall’inizio della pandemia, abbiamo cominciato a chiederci in cosa consista ormai la consuetudine. Il concetto di normalità, di solito, ha una doppia accezione. Da un certo punto di vista ci conforta come un mantello protettivo, ma da un altro la normalità la rifuggiamo per la noia che spesso la accompagna. Ma in quest’ultima fase della nostra vita i parametri di riferimento sono così cambiati che siamo stati costretti a riformulare i nostri riferimenti. Cos’è normalità? Il ritorno di una crisi di governo dopo la media consolidata di un anno e mezzo? Il reincarico allo stesso presidente del Consiglio? I dati pressoché costanti dei contagi da Coronavirus? L’impossibilità di utilizzare il nostro amato linguaggio non verbale a causa della mascherina? L’incertezza ormai “normale” di non sapere quando tutto questo finirà e — soprattutto — se si tratterà di una fine “definitiva”?
Una cosa possiamo senz’altro affermarla: a essere diventata davvero normale (ovvero stabile e costante) è solo l’incertezza. Con essa abbiamo dovuto per forza imparare a convivere.
C’è chi ci riesce meglio e chi peggio. A questo proposito, nei giorni scorsi ha suscitato in me particolare inquietudine l’allarme lanciato dal primario di geriatria a Merano. Il dottor Christian Wenter ha parlato degli anziani come di una generazione traumatizzata e in larga parte chiusa in casa da quasi un anno. Diversi studi hanno recentemente indicato la solitudine come un importante fattore di rischio per l’insorgenza di molte malattie.
Insomma: gli anziani sono vittime doppiamente designate. Com’è noto, sono infatti protagonisti della maggior parte dei decessi e coloro che riescono a sopravvivere — è proprio il caso di dirlo — soffrono di una solitudine che non fa solo male allo spirito ma anche al corpo. Per questo è importante che tutti noi ci prendiamo a cuore gli anziani. Spesso una telefonata, un sorriso e due chiacchiere da un balcone all’altro, così come un aiuto per la spesa, possono contribuire a salvare una vita.
Pensiamoci tutti e diamoci da fare.

Autore: Luca Sticcotti – Direttore del giornale

La festa all’oratorio fa brillare gli occhi di nonni e nipoti

Un incrocio fra nonni e nipoti, nipotini soprattutto, nel segno dell’amore e dell’affetto in primo luogo, con ricco contorno di risate, divertimento, gioco, anche decisamente creativo.  Estrema sintesi per descrivere il pomeriggio andato in scena a inizio mese, negli spazi dell’oratorio Santiago a San Giacomo.

Quella del 2 ottobre, infatti, è una festa che nessun nipote dovrebbe dimenticare, anche se i nostri nonni – memoria storica della famiglia e spesso coloro che ci hanno cresciuto fin da piccolissimi – andrebbero ricordati e festeggiati tutto l’anno. Ma, dal momento che venerdì 2 ottobre scorso era il Giorno a loro ufficialmente dedicato a livello nazionale, l’oratorio Santiago ha come sempre organizzato un pomeriggio speciale per i nonni di San Giacomo. 

Fra gioco e natura.

Le proposte della giornata sono state in linea con la festa di apertura delle attività nel segno di San Francesco e dunque con in primo piano il concetto di cura del creato: i nipotini presenti – molti – si sono travestiti da “pedine” per essere “manovrati” dai rispettivi nonni in un grande gioco dell’oca vivente e, novità di quest’anno, tutti i presenti hanno piantato un bulbo nella nuova aiuola realizzata nel parco di fronte alla chiesa. Intorno a febbraio, questi tesori naturali formeranno un piccolo giardino di colorati tulipani, inserito nel contesto del parco che già era stato abbellito durante la festa di inizio attività con dei bellissimi pannelli ricamati dedicati appunto a San Francesco e al creato. Nonni e nipoti insieme torneranno ad ammirarli  primavera, per ricordarci che la natura insegna la forza ma anche la pazienza dell’attesa.

L’oratorio iperattivo.

Anche quest’anno, per chiudere il racconto della festa, non sono mancate la tombola con ricchi premi e la merenda condivisa tra tutti.

Le attività dell’oratorio proseguiranno sabato 24 con l’attesissimo torneo di burraco e a seguire la castagnata nel cortile della parrocchia domenica 25.

Autrice: Raffaella Trimarchi

Salute e malattia

A questo numero del nostro giornale trovate allegato un magazine tematico dedicato al tema della salute. Al tema dedichiamo annualmente ben due dei nostri magazine, a dimostrazione dell’importanza che tale dimensione ha nella vita di ognuno di noi. 

A questo proposito mi sono trovato a osservare come salute e malattia vengano spesso considerate due condizioni opposte, separate da un confine netto: da una parte il benessere, dall’altra la sofferenza. In realtà però non è così: nell’esperienza reale rappresentano due facce della stessa medaglia, due dimensioni strettamente connesse che fanno parte dell’esperienza umana e che non possono essere comprese pienamente se considerate in modo isolato.

Come sappiamo la salute non coincide semplicemente con l’assenza di malattie, ma è il risultato di un equilibrio dinamico tra corpo, mente e ambiente. È una condizione che cambia nel tempo, influenzata da fattori biologici, psicologici, sociali e culturali. Allo stesso modo, la malattia non è soltanto un’alterazione del funzionamento dell’organismo, ma un’esperienza che coinvolge la persona nella sua totalità, modificandone le abitudini, le relazioni, le emozioni e il modo di percepire se stessa e il mondo.

Il legame tra salute e malattia emerge quindi proprio dalla loro reciproca influenza. La salute può essere fragile e soggetta a cambiamenti, mentre la malattia, pur rappresentando spesso un momento di difficoltà e vulnerabilità, può portare a una maggiore consapevolezza del proprio corpo, dei propri bisogni e del valore della vita. Questo non significa attribuire alla sofferenza un significato necessariamente positivo, ma occorre riconoscere che anche le esperienze più difficili possono trasformare il nostro modo di comprendere noi stessi.

Considerare salute e malattia come facce della stessa medaglia significa, quindi, superare una visione rigida che divide le persone in sane e malate. Esistono condizioni intermedie, equilibri instabili e percorsi individuali nei quali benessere e fragilità possono coesistere. Una persona affetta da una patologia cronica, per esempio, può vivere una vita ricca e soddisfacente, mentre una persona apparentemente sana può attraversare un periodo di profondo disagio psicologico.

In questa prospettiva, prendersi cura della salute significa non limitarsi a curare la malattia, ma promuovere il benessere globale della persona, valorizzandone le risorse e rispettandone la dignità.

Autore: Luca Sticcotti

Ruggero, una vita per gli altri

Più di quarant’anni di servizio, di interventi, di cambiamenti, novità, ricordi. Su tutto questo poggia l’esperienza accumulata da Ruggero Facchini, stando nel corpo dei vigili del fuoco volontari di Salorno, appunto da… una vita.

Un racconto, il suo, attraverso il quale ci viene restituito il valore di una scelta che, per durare nel tempo così a lungo come nel suo caso, in primis deve nascere da un certo, ben saldo spirito d’altruismo e di fiducia.

Chi non l’ha vissuta, forse fatica a immaginare una Salorno della metà degli anni Ottanta. Ancor di più se il discorso verte sugli spazi, sui mezzi e sulle attrezzature per il soccorso, soprattutto facendo un paragone con le disponibilità offerte dal mondo di oggi. Ruggero Facchini, vigile del fuoco volontario dal primo giorno di gennaio del 1985, questa evoluzione l’ha vissuta in prima persona nella caserma dell’abitato più a sud dell’Alto Adige. Non a caso nel corso degli anni ha partecipato a talmente tante situazioni che, come lui stesso ammette, «è difficile ricordare tutto, sono passati molti anni». Capo squadra dal 1997, comandante dal 2005 al 2010 e vicecomandante fino al 2020 sono i ruoli ricoperti nella sua carriera. Senza contare che dal 2020 al 2024 ha ricoperto anche il ruolo di magazziniere, per poi continuare, fino a oggi, come pompiere ordinario.

I compagni lo descrivono come una persona sempre disponibile, dalla linea dritta e chiara, capace di portare all’interno del corpo grande entusiasmo e un forte senso d’appartenenza. «La battuta che spesso gli faccio, da quando sono comandante, è che lui è entrato a far parte del corpo quando io ancora non ero nato… anzi, presumo neanche in pianificazione!», sorride, parlando di Facchini, l’attuale capo dei “Freiwilligen” salornesi, Christopher Nardin.

Signor Facchini, da dov’è arrivata la decisione d’entrare a far parte della grande famiglia dei vigili del fuoco volontari?

È successo un po’ per caso. Parlando con alcuni amici, eravamo in tre e ci siamo detti: “Dài, proviamo”. Con il tempo gli altri due si sono ritirati, io invece sono rimasto. Va anche detto che nel 1984, avevo diciassette anni, ricorreva il centenario e i vigili del fuoco hanno fatto una grande festa in paese, proponendo anche delle manovre dimostrative. Quella è stata un’esperienza che mi ha colpito.

Cos’ha provato la prima volta che ha indossato la divisa?

Era una cosa nuova, ma se devo dire la verità non ho provato niente di particolare. C’era un bel gruppo, eravamo in pochi e siamo stati accolti subito bene. Questo è stato un bellissimo momento, tra risate, scherzi e manovre.

Cosa l’ha spinta a continuare e mantenere ancor oggi la stessa disponibilità verso gli altri?

Secondo me è una cosa che senti dentro. A volte può essere anche pesante e non sempre si ha la buona volontà di andare quando scatta la chiamata… Ma per chi fa questa scelta, bisogna sentire dentro questo spirito di altruismo.

C’è un intervento che ancor oggi, nel bene e nel male, ricorda come uno dei momenti più significativi della sua esperienza?

Ce ne sono diversi. Ricordo quando, purtroppo, è morto un ragazzo. Sul posto c’erano anche i genitori e dovevo consolarli. Ci sono situazioni in cui rimani male, soprattutto quando ci sono delle vittime. Gli interventi per gli incidenti sono quelli che mi rimangono più impressi.

Come si concilia questo particolare impegno, con le normali esigenze che richiede, per dire, il fatto di avere una famiglia, piuttosto che il lavoro, in generale la vita di tutti i giorni?

È importante avere una ragazza o una moglie in grado di accettare il fatto che tu debba uscire per andare a fare un intervento. Soprattutto quando si è giovani, è importante che la propria compagna ti sostenga e apprezzi quello che fai. Per quanto riguarda il discorso relativo al proprio lavoro, sono stato fortunato, perché lavoravo nel settore pubblico, al Consorzio di bonifica a Egna, e lì c’era disponibilità nei miei confronti. Portavo il certificato e, con quello, ero a posto. Non so, sinceramente penso che con un datore di lavoro privato sarebbe stato più difficile.

Quali sono stati, secondo lei, i cambiamenti più importanti vissuti in prima persona all’interno di questa realtà operativa?

Quando ho iniziato avevamo un’autopompa e una jeep con un carretto dotato di pompa per l’acqua. Non avevamo le pinze idrauliche, oggi indispensabili soprattutto negli interventi sugli incidenti stradali. Poi, con il tempo, sono arrivate sempre più attrezzature. Oggi però è molto più difficile rispetto a una volta. All’inizio intervenivamo soprattutto per gli incendi, poi sono aumentati sempre di più gli incidenti. E poi, parlando di numeri generali, rispetto a quando ho cominciato, gli interventi sono aumentati parecchio, come, in collegamento diretto, anche i mezzi e le attrezzature che utilizziamo. Una volta bastava conoscere due o tre cose, oggi bisogna continuare a formarsi. Quando si torna dopo un periodo in cui si è stati meno presenti, può capitare di aver dimenticato qualcosa, ma i compagni ti aiutano. Anche negli interventi con le pinze idrauliche bisogna prestare molta più attenzione: una volta bastava tagliare, oggi, con le automobili moderne, serve sapere dove intervenire, tenendo conto di tutti i sistemi di sicurezza di cui sono dotate.

Quanto contano la fiducia reciproca, l’affiatamento e la consapevolezza di poter contare sui propri colleghi nei momenti di pericolo?

Questi aspetti devono esserci, sono fondamentali. Se non ti fidi dei colleghi è meglio lasciar perdere… È ovvio che con i colleghi con cui hai condiviso più anni di servizio si crea un rapporto particolare. Il principio però è sempre lo stesso: “uno per tutti e tutti per uno”.

In conclusione, cosa sente di dire a delle ipotetiche nuove leve?

Se è una cosa che sentite vostra, sarebbe il caso di partecipare. Fare il vigile del fuoco volontario, come anche effettivo, è un impegno e bisogna sentire dentro il desiderio di farlo. Noi interveniamo sperando che non succeda mai nulla di grave, però è fondamentale essere sempre preparati e mossi da una spinta interiore.

Autore: Daniele Bebber

Quando la Val Gardena scolpiva per l’Europa

Da Ortisei a Offenburg, la bottega Lenert racconta un’epoca in cui l’arte sacra gardenese raggiungeva le chiese europee. Wolfgang Moroder ripercorre una storia di famiglia, lavoro e trasformazioni, segnata dalla tragedia della Prima guerra mondiale.

Entrare nella casa di Wolfgang Moroder, a Ortisei, significa immergersi nella storia gardenese. Wolfgang abita all’ultimo piano dell’edificio di famiglia e già lungo le scale si incontrano cimeli, sculture degli antenati, opere del fratello Egon Rusina, pittore e caricaturista, e tele di Josef Moroder-Lusenberg, tra i maggiori pittori gardenesi dell’Ottocento e prozio di Wolfgang. C’è anche un grande albero genealogico del ramo dei Moroder da cui discende Wolfgang. Per chi, come me, cerca di raccontare la storia di questa famiglia, orientarsi tra nomi ricorrenti e parentele intrecciate non è facile. Una cosa però la colgo: il passaggio dagli antenati commercianti alle generazioni di scultori e artisti.

Prima di raggiungere l’appartamento, Wolfgang mi mostra la stube storica di famiglia, dove, racconta, era stata ricavata la prima postazione di Radio Gherdëina. Ci sediamo poi a parlare della bottega Lenert, al centro della mostra Berstot de Lenert alla Casa di Cultura di Ortisei. La lavorazione artistica del legno ha in Val Gardena una storia secolare. Già nel Seicento l’intaglio si diffuse accanto alla produzione di oggetti quotidiani, diventando un’importante fonte di reddito. Nell’Ottocento, con la crescente richiesta di arte sacra, nacquero botteghe specializzate che lavoravano anche fuori dalla valle.

L’INTERVISTA

Cominciamo dai protagonisti della mostra: Rudolf e Ludwig Moroder. Chi erano? 

Rudolf era il fratello di mia nonna, Ludwig era mio nonno. Erano cresciuti insieme e avevano imparato la scultura anche con maestri come Franz Tavella. La bottega Lenert si trovava nella casa del mio bisnonno, commerciante di giocattoli. Rudolf era uno scultore di grande talento. Ancora giovanissimo realizzò una Santa Elisabetta con il mendicante, oggi nella chiesa parrocchiale di Ortisei, premiata con una medaglia d’oro all’Esposizione Universale del 1900 a Parigi. Un successo che orientò l’attività familiare verso l’arte sacra.

Nel 1904 la famiglia acquistò addirittura un’impresa in Germania. 

Sì, Franz Moroder, padre di Rudolf, rilevò una ditta a Offenburg, vicino a Strasburgo, già attiva negli arredi per le chiese. Vi lavoravano almeno quaranta artigiani: scultori gardenesi, pittori, decoratori e disegnatori. Realizzavano soprattutto altari e arredi per le chiese della Germania sudoccidentale.

Insomma, qualcosa di ben diverso dall’immagine dello scultore che lavora da solo nella sua bottega. 

A Offenburg la produzione era organizzata per specializzazioni, quasi una catena di montaggio. A Ortisei prevalevano invece le botteghe nelle case degli scultori, con al massimo quindici o venti lavoratori. La nostra produceva soprattutto statue di santi. La Val Gardena esportava già da tempo, ma i Moroder si distinguevano per avere una sede produttiva all’estero. La Prima guerra mondiale segnò una frattura drammatica per la nostra famiglia. Rudolf e due suoi fratelli furono chiamati alle armi e caddero a distanza di pochi mesi. Fu mio nonno Ludwig a portare avanti la bottega di Ortisei. Dal 1918 affiancò alla scultura l’insegnamento nella scuola d’arte locale, fino al 1949.

Quanto era diffuso il lavoro del legno nella vita quotidiana gardenese? 

Era dappertutto. Quando ero bambino, a Ortisei c’erano ancora due o trecento botteghe. Io stesso ho cominciato a nove anni, dipingendo il grembiulino bianco della donnina nelle casette segnatempo, quelle con i personaggi che uscivano a seconda del tempo. Ma evidentemente non ero un grande artista: dopo due giorni mi licenziarono perché il lavoro non era abbastanza pulito!

Era un mondo in cui l’artigianato coinvolgeva buona parte della popolazione gardenese, destinato a cambiare profondamente nel secondo Novecento.

Che cosa mise in crisi questo sistema? 

Un ruolo importante lo ebbe il Concilio Vaticano II (1962-1965, ndr), che avviò una riforma liturgica favorendo una maggiore essenzialità nelle chiese. Molte statue dei santi non erano più richieste. In Germania furono persino rimossi e distrutti numerosi altari. Per le botteghe di arte sacra fu un cambiamento enorme. Poi arrivò la meccanizzazione, soprattutto per le figure più piccole. Negli anni Settanta e Ottanta crebbero anche industria e turismo.

Ma oggi, per un occhio non esperto, come si distingue una scultura fatta interamente a mano da una realizzata con le macchine? 

Esiste un marchio di tutela della lavorazione manuale, con controlli nelle botteghe. Un conto è scolpire tutto a mano, un altro rifinire e dipingere un oggetto preparato meccanicamente. Ci sono poi scultori gardenesi conosciuti a livello internazionale, che realizzano opere individuali e lavorano con le gallerie d’arte.

Torniamo alla mostra. Perché avete scelto di raccontare i due artisti attraverso la storia della bottega Lenert?

Volevamo raccontare Rudolf e Ludwig nel contesto della bottega in cui lavoravano. Ho ereditato una parte importante del suo patrimonio materiale e desideravo renderlo accessibile.

Qual è il riscontro della mostra? 

C’è molto interesse da parte dei giovani scultori gardenesi, affascinati soprattutto dalla tecnica. In particolare, dal modo in cui Rudolf scolpiva i panneggi, cioè le pieghe delle vesti delle statue. Ludwig aveva invece uno stile più elegante e classico, che si è modificato nel tempo.

Un’ultima curiosità: il titolo, Berstot de Lenert, è in ladino. È una scelta che sembra rivolgersi prima di tutto alla comunità locale, anziché ai turisti.

Esattamente. Berstot significa bottega, mentre Lenert è il nome del maso di famiglia. Abbiamo scelto volutamente un periodo che un tempo era considerato di bassa stagione. La mostra non è stata pensata principalmente per i turisti, ma per la popolazione locale e soprattutto per i giovani.

La mostra è visitabile fino al 1° novembre 2026 alla Casa di Cultura “Luis Trenker” di Ortisei. Ingresso gratuito. Orari: lunedì–venerdì 16–19; sabato e domenica 10–12.

Promossa dall’Istituto Ladino Micurá de Rü e dal Museum Gherdëina, nell’ambito di Enes dl ert (Art Festival Val Gardena).

Nobel per la Pace al diritto internazionale (che è sotto attacco)

Il Nobel per la Pace 2026 è stato assegnato, più che a una persona – la sudafricana Navanethem “Navi” Pillay –, a una visione alta della convivenza a livello globale. Il premio è un appello a consolidare il diritto internazionale, unica via possibile per una pace vera, che non sia quella imposta dai “bulli globali”.

Il premio, scrive il Comitato norvegese nelle sue motivazioni, “viene assegnato a una persona che, con eccezionale coraggio e integrità, ha aperto la strada verso un ordine giuridico globale più completo”. In particolare “la vincitrice di quest’anno ha svolto un ruolo fondamentale nel garantire che i crimini di guerra, i crimini contro l’umanità e il genocidio siano perseguiti”. Con la sua attività, in vari ruoli, “ha dimostrato che le misure giuridiche possono contribuire a prevenire atti di guerra e violenza”.

Già 125 anni fa, quando il Nobel per la pace fu assegnato la prima volta, si sottolineava “l’importanza di risolvere i conflitti attraverso il diritto internazionale”. L’importanza del quale è divenuta più evidente dopo la Seconda guerra mondiale, quando si arrivò alla creazione delle Nazioni Unite. “L’intuizione fondamentale era che una pace duratura dovesse fondarsi su principi giuridici, non sulla volontà dei più forti o su un fragile equilibrio di potere”. Tuttavia, afferma il Comitato, “l’ordine internazionale basato sulle regole non è mai stato perfetto. Le grandi potenze hanno spesso eluso le proprie responsabilità. Nella pratica, i casi sottoposti al diritto internazionale hanno prodotto esiti diversi a seconda di chi fosse l’autore del reato e chi la vittima”. Eppure, si può constatare che i conflitti vengono risolti in modo più efficace attraverso la diplomazia, i trattati e i meccanismi giuridici, piuttosto che con minacce, violenza e guerra. “Il diritto internazionale è un fondamento per un mondo più pacifico”. Esso “non è più solo un complemento alla pace e alla sicurezza”, ma “una necessità assoluta”. La chiara denuncia: oggi “il sistema del diritto internazionale è sottoposto a una pressione enorme e le sue istituzioni sono sotto attacco. Assistiamo a una svolta verso la politica di forza a scapito dei quadri giuridici e del rispetto globale della legge e della giustizia. Ogni volta che la forza prevale sul diritto, si minano la stabilità, la fiducia e la convivenza pacifica”. Con l’assegnazione del Premio Nobel per la Pace, il Comitato intende ricordare al mondo che lo Stato di diritto – nazionale e internazionale – è alla base del sistema istituito per garantire la pace e risolvere i conflitti in modo non violento. “La pace richiede giustizia”. I rappresentanti del “bullismo globale”, che è il contrario dell’ordine fondato sul diritto e sui diritti, hanno reagito in modo scomposto. Il diritto internazionale rimane “sotto attacco”.

Autore: Paolo Bill Valente

Incontri pericolosi al margine del pentagramma

Dangerous Encounters Trio è il nome di una formazione da urlo che ha appena pubblicato un disco, Milonga do Mar, destinato a rimanere negli annali delle cose migliori realizzate da musicisti della nostra regione: prendete un clavicembalista avvezzo alle contaminazioni rock e funk, un sassofonista con formazione bandistica presto assorbito dal mondo del jazz e un fisarmonicista d’impostazione classica innamorato del tango argentino e i giochi son fatti. A dirla così la ricetta sembra alla portata di chiunque, ma da qui a concretizzare e far brillare quanto messo sulla carta, ce ne vuole. Va bene la bravura, ma senza anima e gusto non si va da nessuna parte.

I fratelli Matteo e Marco Facchin, fisarmonicista il primo e (in questa sede) pianista il secondo, e il sassofonista Fiorenzo Zeni possiedono tutte e tre le doti e in questo progetto le sfoderano senza risparmiarsi, dando origine ad una proposta musicale superiore.

“Il nome del gruppo – ci spiega Marco Facchin – deriva dal titolo di un disco che ho registrato con Manuel Randi alcuni anni fa. Siccome mi piaceva ho pensato fosse un buon nome per il trio attuale. Anche nel senso che gli incontri pericolosi, per me, sono quelli con i musicisti con cui mi devo misurare, in questo caso mio fratello e Fiorenzo. Essere alla loro altezza per me è un pericolo, come lo era stato a suo tempo lavorare con Manuel”.

All’altezza, Marco Facchin lo è di certo: al pari dei suoi soci. Sarà la gavetta, sarà forse un curriculum tanto vasto quanto diversificato, sia come musicista che come produttore. Incontri pericolosi sono sicuramente, ma affrontati con grande capacità da tutti e tre i componenti, anche i brani su cui il loro repertorio si fonda. Dai brani autografi alle composizioni di Piazzolla, Bacalov e Morricone, passando per quello che è il corpus centrale del disco, basato su quattro movimenti delle quattro stagioni di Vivaldi (uno per ciascuna stagione), riletti come non li avevamo mai ascoltati: non jazz, non pop, non lounge. Come se suonarli con piano, fisarmonica e sax fosse la cosa più normale del mondo.

“Con mio fratello e con Fiorenzo – prosegue Facchin – avevo già suonato in progetti differenti, l’idea di formare un trio così, è venuta fuori quando, ormai tre anni fa, mi è stato chiesto di proporre un concerto in duo con Matteo. Avevamo già un repertorio tra tango e bossa nova, ma volevamo cambiare qualcosa, e in due si fa più fatica. Siccome a me piace suonare con Fiorenzo, abbiamo pensato di diventare un trio e cambiare un po’ le carte in tavola a livello di proposta musicale. Proposta che ha suscitato un buon riscontro da parte del pubblico e ci ha convinto a proseguire su questo terreno. Il disco è arrivato alla fine, nel senso che contrariamente a quanto avviene di solito siamo entrati in studio con le idee chiare, quando tutto il repertorio era già collaudato e assorbito.”

Il confine tra lo scadere nel kitsch e avere un risultato esaltante, quando si cerca di adattare qualcosa come Vivaldi ad una strumentazione come quella del trio, è abbastanza labile. Questi musicisti sono riusciti a ottenere il risultato esaltante. Complice, indubbiamente anche una produzione avveduta come quella di Carlo Cantini, che ha registrato i brani allo studio Digitube di Curtatone e di Maurizio Bizzocchetti dell’etichetta Dodicilune, che ha pubblicato e distribuisce il disco.

In un mondo in cui ogni uscita musicale deve essere a tutti i costi etichettata, in cui se non ci si definisce world music, mediterranea, americana, avantgarde, crossover (qualunque significato questa definizione abbia, visto che il termine è fin troppo abusato da chi non sa spiegare cosa stia suonando), la proposta del Dangerous Encounters Trio si eleva, la scelta del repertorio non è subordinata al gusto del pubblico o di chi organizza le serate, ma al gusto dei tre musicisti e alla loro capacità di eseguirla trasferendole la propria impronta. E questo è un pregio indiscutibile.

“Ora che il disco è distribuito – conclude Facchin – siccome il repertorio lo abbiamo già proposto sia in regione che all’estero, contiamo di poter tornare presto ad esibirci dal vivo, nel frattempo è prevista una presentazione senza musica dal vivo, sabato 17 ottobre alle 11.00 presso il Musik Import di Bolzano.”

Autore: Paolo Crazy Carnevale

La peste del 1348 nella Valle dell’Adige

Nel monastero di Marienberg la peste arrivò nel 1348. Tra i monaci c’era un giovane novizio, Goswin, che vide morire quasi tutta la comunità. Goswin non era ancora il cronista che sarebbe diventato negli anni successivi. Ma proprio quella catastrofe lo avrebbe trasformato in un testimone particolare della storia del suo tempo.

Nella sua cronaca raccontò la devastazione provocata dalla peste. Secondo la sua drammatica testimonianza, in alcune zone del Tirolo sarebbe rimasto appena un sesto degli abitanti.

La peste era provocata dal batterio Yersinia pestis, trasmesso soprattutto attraverso le pulci che vivevano sui roditori. Il ratto nero e altri roditori accompagnavano inconsapevolmente uomini, merci e animali lungo le vie commerciali. La grande epidemia raggiunse l’Europa nel 1347-1348 e si diffuse con una rapidità impressionante. Le navi, i mercati, le strade e i luoghi di scambio diventarono altrettanti punti di passaggio.

La peste nella vallata.

La Valle dell’Adige era una delle grandi direttrici tra l’Italia settentrionale e il mondo transalpino. Da sud arrivavano uomini e merci dalla pianura padana e dai porti dell’Adriatico; verso nord la strada conduceva a Bolzano, al Brennero e oltre le Alpi. In una simile rete di comunicazioni la peste trovò una strada già pronta.

Bolzano era allora un importante centro commerciale. Il movimento che rendeva ricca la città diventava, in tempo di epidemia, anche un fattore di rischio. Merci, animali, carri e persone percorrevano continuamente le stesse strade. Il contagio non si fermò alle mura. Dalla conca di Bolzano la peste interessò il territorio circostante e la Bassa Atesina. Qui il paesaggio era diverso da quello della città: piccoli abitati, masi sparsi, campi, vigneti, prati e ampie zone umide lungo l’Adige. Laives, Bronzolo, Vadena, Ora, Egna e gli altri insediamenti vivevano di un’agricoltura che richiedeva una presenza costante di uomini e famiglie.

Quando la peste colpiva un maso, non morivano soltanto delle persone. Veniva meno l’intera struttura che permetteva a quel maso di funzionare. La morte lasciava dietro di sé una terra improvvisamente senza mani. Questo è uno degli aspetti meno visibili della peste. Il paesaggio non cambiava da un giorno all’altro, ma lentamente. La crisi demografica ebbe così conseguenze economiche profonde.

Le conseguenze economiche.

Le autorità cercarono di reagire anche imponendo vincoli a chi voleva abbandonare i poderi. Una legge poteva ordinare di rimanere; tuttavia non poteva restituire alla terra gli uomini morti. La peste, inoltre, non fu un unico episodio. Dopo la grande ondata del 1348 seguirono altre epidemie. La popolazione non recuperò immediatamente le perdite e intere generazioni vissero dentro le conseguenze della catastrofe.

È in questo lungo dopopeste che la storia della Valle dell’Adige diventa anche una storia di terre disponibili.

Terre e masi da riassegnare.

I masi rimasti senza eredi potevano essere assegnati nuovamente. I terreni abbandonati potevano essere concessi a nuovi conduttori. Famiglie provenienti da altre zone potevano trovare qui una possibilità che altrove era diventata più difficile. Ai signori fondiari, ai monasteri e ai proprietari interessava soprattutto una cosa: che la terra tornasse a produrre. Il ripopolamento non avvenne in una sola volta e non fu uguale dappertutto. Alcuni masi tornarono in attività, altri cambiarono conduttore o proprietario, altri ancora scomparvero definitivamente.

I mutamenti sociali.

Anche il territorio tra Bolzano e la Bassa Atesina ne uscì profondamente trasformato. La peste non cancellò semplicemente una popolazione per sostituirla con un’altra. Creò piuttosto una lunga fase di mobilità, riorganizzazione dei poderi e ricomposizione delle comunità. Ma attraverso questi spostamenti e nuovi insediamenti cambiarono lentamente anche gli equilibri sociali e linguistici della valle. Goswin aveva visto il morbo entrare nel monastero di Marienberg e aveva visto morire i suoi confratelli. Molto più a sud, nella Valle dell’Adige, la peste lasciò un’altra traccia: nei campi non coltivati, nei masi vuoti, nei terreni tornati alla vegetazione. Poi, lentamente, tornarono gli uomini.

Autore: Reinhard Christanell

Festa dell’uva, l’evento rusticano che fu nobilitato dall’idea di Karl Wolf

La Festa dell’uva a Merano nacque come festa contadina per onorare la fine della vendemmia, che aveva tenuto occupati i contadini nei vigneti per lunghi mesi. A partire dal 1886 questo evento rusticano assunse una nuova valenza sotto la spinta di due importanti personaggi che a Merano si interessavano al turismo e al loro intrattenimento. Parliamo di Karl Wolf e Josef Friedrich Lentner. Karl Wolf (Merano 1848 – Merano 1912) scrittore, drammaturgo, dirigente teatrale, albergatore; e Joseph Friedrich Lentner (Monaco di Baviera 1814 – Merano 1852) scrittore bavarese, pittore, illustratore e etnografo.

Nel 1874 Karl Wolf era rientrato a Merano a causa della malattia della madre, dopo anni trascorsi in viaggio tra Asia, Europa e Nord Africa, vissuti come accompagnatore di viaggiatori, ma anche come artista circense e operaio edile, come commerciante ambulante e come contrabbandiere.

Rientro e attività meranesi.

Dapprima assunse la direzione del teatro dell’associazione degli artigiani di Merano, dove attuò numerose riforme e innovazioni, come ad esempio l’ammissione delle donne nella compagnia teatrale, una migliore formazione e programmi più vari. In seguito gli fu anche affidato il compito di realizzare “quadri viventi” presso il Kurhaus. Successivamente assunse l’incarico di organizzatore di eventi ricreativi per l’amministrazione termale e iniziò a organizzare sfilate, gite turistiche, feste sulla passeggiata e serate danzanti. Tra le altre cose, ribattezzò e riorganizzò il “Ball auf der Alm” trasformandolo in un ballo tirolese. Nel 1884 fu nominato alla Cancelleria termale. Tra il 1884 e il 1886 acquistò Villa Adelheid, che ribattezzò “Pension Wolf”. Gli fu infine affidata gran parte della promozione turistica della città. Nel 1886, in occasione del 50° anniversario di Merano come città termale, in ottobre organizzò, tra le altre cose, una grandiosa sfilata di carri allegorici e bande musicali.

Quella che fu la prima

Festa dell’uva di Merano.

La folla fu gigantesca e giunta in città da ogni dove. Era in sostanza così iniziata una tradizione, appunto quella della Festa dell’uva, che dura da quel lontano 1886 e quest’anno si svolgerà dunque la sua 140esima edizione.

Si tratta di un evento che è conosciuto in particolare per un evento che ne rappresenta per tutti il simbolo principale, ma che non ne è l’unico: il corteo della domenica è infatti sicuramente il momento clou della Festa dell’uva. Insieme alle bande musicali, ai gruppi di danza popolare e agli Schützen, sfilano per le strade della città di cura anche i carri allegorici decorati.

I carri come celebrità.

Alcuni di essi sono ormai celebri: non mancano il carro “Corona di mele”, che partecipò alla sfilata per la prima volta nel 1949 e trasporta una gigantesca corona di mele dell’Alto Adige. Ecco poi il carro del “Grappolo d’uva” di 300 chili d’uva, quello della “Gioventù contadina di Lagundo” e il carro con lo stemma della città di Merano.

Partendo da Porta Venosta, il corteo attraversa via delle Corse per raggiungere corso Libertà, piazza della Rena, la Passeggiata Lungo Passirio, il Teatro Puccini e infine piazza Terme. È uno spettacolo ammirare i costumi tradizionali dell’Alto Adige ricamati a mano, i biondi cavalli avelignesi e i volti orgogliosi dei partecipanti.

Sulla terrazza del Kurhaus, in piazza Terme, al parcheggio Kallmünz e in via Cassa di Risparmio si esibiscono le bande musicali giovanili dell’Alto Adige. Presso le bancarelle del MM, il Mercato Meranese, in due giorni si vendono prodotti naturali altoatesini. Grazie alla Giardineria comunale di Merano, splendide figure vegetali e aiuole fiorite, preparate per l’occasione, ornano i vari luoghi della città.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Gute Reise, Mirco! Chi è Mirco?

Mirco è in coda nella grande sala di anestesia, nel grande paese dei gamberi. Per ammazzarla, l’attesa, sta leggendo. In piedi o seduto poco conta, basta studiare e approfondire, perché delle scarpe per camminare all’indietro, dopotutto, non le abbiamo ancora inventate, o almeno così si pensa. Di tanto in tanto guarda fuori dalla finestra per rilassare lo sguardo.

Gli uccelli percepiscono gli infrasuoni e i drastici cali di pressione barometrica generati dalle tempeste. Essi riescono a volare all’interno dell’occhio dell’uragano senza posarsi grazie a una combinazione di dinamiche atmosferiche e caratteristiche fisiche proprie, ma con enormi sforzi e rischi fanno di tutto per raggiungere quel rifugio di calma in movimento. Berte, aironi, gabbiani e sterne volano direttamente dentro l’occhio o contro la tempesta per evitare di essere scaraventati violentemente contro la costa.

Nella grande sala di anestesia siede Donatella, di Nocera Terinese, che la notte scorsa non ha chiuso occhio, perché i temporali notturni sembravan portassero via la casa da quanta furia sprigionavano. Vicino a loro ci sono Roberto e Riccardo, padre e figlio di Palermo, intenti a ricaricare la loro Tesla per continuare il viaggio. C’è Jose, spagnolo di Aragona, di professione profumiere che le sue due settimane di vacanza le ha trascorse a viaggiare, sempre con un veicolo elettrico, in lungo e in largo per lo Stivale; quando si ferma a parlare, cerca il contatto visivo, racconta analogie e differenza con la Spagna e offre a Mirco una bottiglia d’acqua. Poco lontano c’è Vincenzo, che vive a Pizzo, lavora dietro al bancone e vende tonno ai clienti, con un sorriso smagliante e dei mustacchi scuri.

Per un attimo Mirco scorge numerosi bambini e i loro insegnanti, hanno i vestiti bagnati e impolverati, perché il tetto della scuola che frequentano è crollato durante il passaggio di un tornado; fortunatamente, seppur spaventati, stanno bene. Maria, Annalisa, Sara e Beatrice sono impiegate in una grande struttura ricettiva ai Giardini Naxos, parlano tedesco, inglese e spagnolo e spiegano ai turisti come muoversi, sia all’interno del villaggio tra spiaggia, piscine, concierge, palestra, centro beauty, campi da tennis, da padel, da calcetto, sia all’esterno dove la vita è più frenetica e non sempre le indicazioni sono chiare. A fare chiarezza ci pensa Francesco, l’autista della navetta che da Recanati accompagna i turisti a Taormina, tre turni di andata e altrettanti per il ritorno, quotidianamente.

Ragionevoli i tempi di attesa dei traghetti sullo Stretto; gli agricoltori del siracusano hanno avuto un’estate rovente e hanno buttato via un sacco di verdure bruciate dal sole. Più inferociti gli autotrasportatori calabresi per il caro gasolio. Loro il paese dei gamberi lo percorrono ogni giorno: il ponte non si farà!

Autore: Donatello Vallotta

Toronto mi fa sentire a casa. La tesi, un po’ meno.

Un mese è passato. E forse è proprio dopo il primo mese che ci si rende conto di cosa significhi davvero ambientarsi in una nuova città. All’inizio c’è l’entusiasmo della novità, poi arriva la quotidianità: bisogna trovare persone con cui condividere il tempo, fare amicizia e, soprattutto, imparare a stare da soli. Per me non è stato scontato. Sono una persona che dà il meglio di sé quando può condividere le esperienze e, affrontare questo viaggio, con tutte le difficoltà del caso, mi spaventava.

La nostalgia mi ha accompagnata spesso. Capita di trovarsi in posti meravigliosi, come le isole di Toronto, nel Lago Ontario (non America!), e pensare a quanto sarebbe bello condividere quel momento con gli amici o la famiglia, che in quel preciso istante stanno probabilmente dormendo nei loro letti a Bolzano. Ma sto imparando che la nostalgia non deve per forza essere un freno: se si impara a conviverci, può diventare un catalizzatore per godersi ancora di più ciò che si ha davanti.

Così ho cominciato a dire qualche sì in più, anche quando una parte di me avrebbe preferito restare nella propria zona di comfort. Ho esplorato la città da sola, mi sono buttata in nuove esperienze e ho persino iniziato ad apprezzare il tempo trascorso in silenzio, con i miei pensieri. Chi mi conosce sa che non è mai stata la mia attività preferita. Eppure, piano piano, qualcosa ha iniziato a cambiare: sono arrivate nuove amicizie e la città è diventata meno sconosciuta. Sono riuscita anche a superare lo shock di cenare con professori di “alto rango” che si sono presentati con il nome di battesimo e non con il cognome: la mia italianità, segnata dal sistema universitario italiano, ha avuto un mancamento.

Nel frattempo, Toronto mi sta conquistando. Il Canada, diciamolo, può sembrare un po’ un parco a tema: foglie d’acero ovunque e oche canadesi in ogni dove. Eppure, dietro i cliché, c’è una città che sto imparando a conoscere e che, giorno dopo giorno, mi sembra un po’ più casa. Le sue strade cominciano ad avere un senso e la vista della CN Tower, quando mi siedo a studiare in università, è diventata una presenza familiare.

Ma non tutto diventa più semplice con il passare delle settimane. Se sul fronte della vita quotidiana comincio a sentirmi a casa, su quello accademico la situazione è decisamente più complicata. Scrivere la tesi qui non ha ridotto la confusione: semmai, l’ha moltiplicata. Più leggo, più parlo con persone e più materiale raccolgo, più le domande aumentano invece di diminuire. Ogni nuova risposta sembra aprire altre strade, e scegliere quale seguire diventa sempre più difficile.

Ho deciso di fidarmi del mio supervisore canadese, che mi ha rassicurata dicendomi che senza un po’ di confusione non viene fuori nulla di buono da una ricerca. Speriamo abbia ragione lui, perché altrimenti questo viaggio rischia di diventare troppo divertimento e troppo poca laurea.

Autrice: Anna Michelazzi