Quale normalità?

L’interrogativo è tutt’altro che filosofico. Negli ultimi giorni tutti noi, a un anno dall’inizio della pandemia, abbiamo cominciato a chiederci in cosa consista ormai la consuetudine. Il concetto di normalità, di solito, ha una doppia accezione. Da un certo punto di vista ci conforta come un mantello protettivo, ma da un altro la normalità la rifuggiamo per la noia che spesso la accompagna. Ma in quest’ultima fase della nostra vita i parametri di riferimento sono così cambiati che siamo stati costretti a riformulare i nostri riferimenti. Cos’è normalità? Il ritorno di una crisi di governo dopo la media consolidata di un anno e mezzo? Il reincarico allo stesso presidente del Consiglio? I dati pressoché costanti dei contagi da Coronavirus? L’impossibilità di utilizzare il nostro amato linguaggio non verbale a causa della mascherina? L’incertezza ormai “normale” di non sapere quando tutto questo finirà e — soprattutto — se si tratterà di una fine “definitiva”?
Una cosa possiamo senz’altro affermarla: a essere diventata davvero normale (ovvero stabile e costante) è solo l’incertezza. Con essa abbiamo dovuto per forza imparare a convivere.
C’è chi ci riesce meglio e chi peggio. A questo proposito, nei giorni scorsi ha suscitato in me particolare inquietudine l’allarme lanciato dal primario di geriatria a Merano. Il dottor Christian Wenter ha parlato degli anziani come di una generazione traumatizzata e in larga parte chiusa in casa da quasi un anno. Diversi studi hanno recentemente indicato la solitudine come un importante fattore di rischio per l’insorgenza di molte malattie.
Insomma: gli anziani sono vittime doppiamente designate. Com’è noto, sono infatti protagonisti della maggior parte dei decessi e coloro che riescono a sopravvivere — è proprio il caso di dirlo — soffrono di una solitudine che non fa solo male allo spirito ma anche al corpo. Per questo è importante che tutti noi ci prendiamo a cuore gli anziani. Spesso una telefonata, un sorriso e due chiacchiere da un balcone all’altro, così come un aiuto per la spesa, possono contribuire a salvare una vita.
Pensiamoci tutti e diamoci da fare.

Autore: Luca Sticcotti – Direttore del giornale

Rock’n Südtiroll: mostra e libro

Giovedi 4 giugno nella prima giornata di festa per i primi “Tre anni di corsa” della libreria Nuova Cappelli, un ampio spazio è stato dedicato alla mostra e al libro Rock’n Südtirol, dedicato alla grafica da concerto in sessant’anni di manifesti. Nel corso dell’incontro l’autore Paolo Crazy Carnevale ha dialogato con Luca Sticcotti.

Smascherare l’appeal

Lo scorso 31 maggio in tutto il mondo si è celebrata la Giornata Mondiale Senza Tabacco. Quale migliore occasione per far il punto sul consumo di tabacco nella nostra provincia e su quanto viene fatto per cercare di aumentare il numero di persone che scelgono di abbandonare questa abitudine dannosa per la loro salute e per quella di quelli che le circondano?

In realtà le più recenti statistiche (2024) dicono che in Alto Adige “solo” il 16% della popolazione adulta fuma. Si tratta di un dato rimasto sostanzialmente stabile negli ultimi 20 anni ed è in qualche modo incoraggiante, perché più basso rispetto alla media nazionale che si attesta sul 26,6%. 

Le statistiche dicono che tutt’ora sono gli uomini a fumare più delle donne e che la platea complessiva dei fumatori in Alto Adige corrisponde a circa 90mila persone. Tra queste circa 600 ogni anno ci lasciano a causa di malattie in cui il fumo ha avuto un ruolo preponderante. 

In occasione dell’edizione 2026 della Giornata Mondiale Senza Tabacco la sezione altoatesina della Lega per la lotta contro i tumori ha scelto il tema “Smascherare l’appeal”, mettendo nel mirino soprattutto i giovanissimi, e tra loro quelli che si affidano per fumare alla sigaretta elettronica ovvero al cosiddetto “svapo”.

Dietro l’immagine moderna e accattivante di sigarette elettroniche e dispositivi a tabacco riscaldato si nasconde una realtà spesso poco conosciuta, ricorda LILT. La campagna “Smascherare l’appeal” richiama quindi l’attenzione sulle strategie con cui l’industria del tabacco rende questi prodotti particolarmente attraenti per i giovani, alimentando nuove forme di dipendenza da nicotina. Contrariamente alla percezione diffusa, lo svapo non è privo di rischi: le evidenze scientifiche indicano l’esposizione a sostanze potenzialmente nocive, come metalli pesanti, aldeidi e composti irritanti per l’apparato respiratorio, con possibili effetti anche sul sistema cardiovascolare. Il fenomeno coinvolge sempre più adolescenti, rendendo fondamentali informazione, prevenzione e consapevolezza per contrastare false convinzioni e proteggere la salute delle nuove generazioni.

Facciamo anche noi la nostra parte in questo percorso volto a proteggere i nostri ragazzi e a promuovere una società futura sempre più libera dalla dipendenza da nicotina.

Autore: Luca Sticcotti

Ora Laives scende in piazza

Il primo progetto di piazza, a Laives, risale al mese di dicembre del 1844: era un piazzale, più che altro, e durò poco, per far spazio alla chiesa. Ma adesso, ufficialmente dal 23 maggio scorso, i cittadini hanno davvero la loro piazza: dopo decenni di attesa, piazza Municipio è realtà.

Correva l’anno 1844… ebbene sì, il primo progetto per una piazza a Laives risale addirittura a questa data. Non era quindi un progetto richiesto da decenni ma, addirittura, da oltre un secolo. Un investimento da quasi 29 milioni di euro, il coinvolgimento di due amministrazioni comunali, dal momento che l’iter è stato avviato dalla giunta dell’allora sindaco Christian Bianchi che oggi, in veste di assessore provinciale alle opere pubbliche e al patrimonio, era presente all’inaugurazione insieme al sindaco Giovanni Seppi e ai membri dell’attuale giunta di Laives. Presenti naturalmente anche tutte le altre autorità, il parroco Walter Visintainer, le tante associazioni del territorio, le cui delegazioni hanno sfilato nelle strade cittadine e – naturalmente – i cittadini, ansiosi di poter vedere finalmente il risultato di un progetto imponente, che ha naturalmente comportato anche alcuni disagi per i residenti.

Una cerimonia solenne, con l’accompagnamento del Coro Monti Pallidi e un ricco programma di eventi e intrattenimento che è andato avanti fino alla mattina della domenica successiva con l’esecuzione della Quinta Sinfonia di Beethoven da parte dell’Orchestra Sinfonica delle Alpi nella chiesa parrocchiale.

Ma torniamo alla piazza, con la “nascita” dell’intero complesso iter burocratico partito nel quinquennio 2015-20, con la giunta Bianchi che rilancia l’idea di centro cittadino – ricordiamo infatti che paradossalmente Laives, pur essendo città, non aveva mai avuto nulla che somigliasse lontanamente a una piazza come centro di aggregazione – aprendo il bando a un concorso internazionale di progettazione vinto dal raggruppamento dell’architetto Alberto Cecchetto nel 2020. La seconda giunta Bianchi ha poi gestito la fase di cantierizzazione e blindato il consolidamento finanziario dell’opera, portata a termine dall’attuale giunta Seppi.

Lo spazio oggi visibile è una vasta piazza di 11mila metri quadrati ottenuti con l’abbattimento del vecchio ufficio anagrafe, con la pavimentazione in cemento lavato che ha preservato alcune grandi lastre in porfido recuperate dal sagrato della vecchia chiesa. Un’area pedonale d’avanguardia che rappresenta un ponte tra il Municipio, la chiesa e la nuova struttura che trova posto nella piazza, che ospiterà il polo multifunzionale con la biblioteca, la scuola di musica Vivaldi, un bar-bistrot, l’ufficio turistico e la sede della polizia municipale. In sostanza, il cuore pulsante della comunità cittadina. Per il completamento del polo multifunzionale sarà necessario attendere la fine dell’estate, mentre lo spazio esterno è già fruibile nonostante ancora non completo e – come auspicato in particolare dall’assessore Bianchi – pronto ad accogliere manifestazioni ed eventi.

Ma, al netto della soddisfazione delle autorità, cosa ne pensano i cittadini di Laives? Nonostante l’assoluta necessità per la città di uno spazio pubblico di aggregazione, l’aria che si respira, almeno a sentire i commenti social, non è del tutto positiva. A raccogliere le maggiori critiche al momento è la percezione di uno spazio ritenuto un po’ freddo, inospitale nei mesi caldi a causa della predominanza del cemento privo di alberature e altri elementi che possano dare ombra. Molti esprimono inoltre nostalgia per il vecchio sagrato della chiesa, a loro dire molto più vivo e contestuale all’ambiente circostante. Ad alimentare in particolare l’ironia social è l’uscita del nuovo parcheggio che è stato realizzato sotto la piazza, che disporrà di 120 posti auto. L’imponente uscita a forma di L rovesciata è stata paragonata a un trampolino da cui tuffarsi nella fontana antistante, o alla stazione della fantomatica funivia di collegamento con Nova Ponente, idea avanzata alcuni anni fa e per ora non nei piani concreti.

Il Comune rassicura però che la piazza non è ancora finita. Ancora da completare infatti tutta la parte di abbellimento e arredo urbano. Per tirare le fila insomma, c’è da pazientare ancora un pochino, sia per vedere i lavori terminati che per abituarsi alla novità di uno spazio urbano innovativo.

Ora gli occhi sono puntati sull’ultimazione dei dettagli esterni e l’apertura dell’edificio, che verrà inaugurato solo una volta entrato in funzione. L’obiettivo – sottolinea il sindaco – è consegnare alla cittadinanza uno spazio già vivo e attivo e non un contenitore vuoto. Al piano terra, insieme all’Associazione turistica, aprirà un bar-ristoro da assegnare tramite gara pubblica e l’attenzione dell’amministrazione comunale, che lo ritiene un servizio strategico, sarà puntata sulla qualità del servizio, con orari ampi, anche di sera. Come evidenziato ancora dal sindaco infatti, un esercizio pubblico attivo sarà determinante nel garantire la vivacità della piazza.

Al primo piano dell’edificio, oltre alla scuola di musica italiana e alla polizia locale, la nuova biblioteca comunale avrà anche delle sale studio affacciate sulla piazza. 

Mentre le associazioni del territorio sono al lavoro da tempo sulla programmazione di eventi culturali e iniziative di intrattenimento per animare la piazza durante l’estate ormai alle porte, la viabilità futura, una volta ultimati i lavori, prevederà solo una parziale riapertura di via Pietralba: vi transiteranno infatti solamente mezzi pubblici, mezzi di emergenza e i residenti, con l’obiettivo di privilegiare la mobilità pedonale e la qualità nello spazio urbano.

Sempre per quanto riguarda i cambiamenti post-creazione della piazza, tornerà invece su via Pietralba il mercato del giovedì, ospitato durante i lavori della piazza direttamente sulla via Kennedy. Una sistemazione che nei mesi scorsi ha scatenato anche in questo caso reazioni contrastanti, dalla soddisfazione dei commercianti dovuta a uno spazio maggiore e più centrale, alla contrarietà dei residenti in particolare per i disagi creati al traffico.

Insomma, sicuramente la nuova piazza – che si chiamerà Piazza Municipio – è destinata anche nei prossimi mesi ad animare la comunità laivesotta non solo con eventi ma anche nel dibattito cittadino.

Autrice: Raffaella Trimarchi

Le donne contro la violenza

Nel 1989 un gruppo di donne decide che non basta indignarsi: bisogna fare. Nasce così l’associazione Donne contro la violenza–Frauen gegen Gewalt, che dal 1993 gestisce il centro antiviolenza di Merano e dal 1997 la Casa delle donne, che accoglie donne che subiscono violenza maschile.

Dunque più di trent’anni di porte aperte, di ascolto, di accompagnamento. Abbiamo incontrato Sigrid Pisanu, operatrice d’accoglienza, per capire cosa succede davvero quando qualcuno bussa alla loro porta, facendo anche il punto su una realtà che richiama tutti all’attenzione.

Nel 2025 avete seguito 239 donne, di cui 19 hanno vissuto nella casa rifugio. Le altre 220 hanno fatto percorsi diversi. Come mai questo dato sorprende ancora molte persone?

Perché c’è un’idea diffusa che noi siamo solo un luogo di emergenza, il posto dove si va quando il pericolo è immediato. Ed è vero, quella possibilità c’è ed è fondamentale. Ma i numeri dicono altro: la maggior parte delle donne che vengono da noi non ha bisogno di un tetto per quella notte. Ha bisogno di essere ascoltata, creduta, orientata. L’ospitalità è uno dei bisogni che le donne possono avere, una delle strade che possono intraprendere. Non l’unica.

E chi sono queste donne?

Sono me. Parto sempre da questo. Poi ci metto la mia professionalità, però veramente le donne che incontriamo siamo noi. Hanno una cultura, magari un lavoro, oppure non hanno potuto studiare, vengono da altri paesi.

Eppure l’immagine della “vittima tipo” resiste.

Sì, e fa danni. Tutti noi abbiamo in testa un’idea di come dovrebbe essere una vittima di violenza. Dimessa, disperata. Ma non è questo che mi fa diventare vittima di violenza. Di base è l’essere donna, che è il primo scalino.

Il giudizio. Torna spesso.

Torna sempre. Le donne fanno fatica a raccontare perché sanno che rischiano di non essere credute, o di essere colpevolizzate. E questo accade anche con chi si aspetterebbe di trovare aiuto: la famiglia, le amicizie, chi sta intorno. Quindi già lì c’è questo ostacolo per cui poi le donne fanno tanta fatica a raccontare.

Ha parlato di violenza “sessualizzata”. Può spiegare cosa intende, per chi non conosce il termine?

Non immaginiamoci solo lo stupro, quell’atto finale che avviene al parco da parte di uno sconosciuto. È molto più radicato, ha radici più profonde, e soprattutto avviene molto spesso da chi conosciamo. Già le ragazze di 13 o 14 anni ce l’hanno chiaro: quando subiscono il catcalling si attiva un timore, una paura, e il pensiero va subito al loro corpo. I ragazzi della stessa età, se sono fuori di sera, hanno paura anche loro, ma è la paura di essere rapinati o picchiati. Non hanno la paura che il loro corpo venga violato.

E che effetti ha tutto questo sulla salute mentale?

Tocca tanti aspetti della vita della donna. La socialità, il benessere fisico. E poi una mancanza di autostima, la fatica di viversi la vita in quel momento, di non credere più di farcela, pensieri autodistruttivi in alcune situazioni. E poi, ancora, è tutto collegato a un malessere fisico che spesso tocca anche parti del corpo: l’intestino, lo stomaco, mal di testa. Non possiamo pensare “hai solo ricevuto un pugno”. Spesso quello è solo un punto di una complessità di agiti violenti.

Cosa offre la Casa delle Donne che altri servizi non possono garantire?

Garantiamo l’anonimato, al centro antiviolenza. E il fatto che noi crediamo sempre. Noi non abbiamo bisogno della prova, non siamo un tribunale. Quando le donne vengono, noi crediamo a quello che ci dicono. E questo fa la differenza.

Ci sono anche dei miti, sulla Casa delle Donne, che vorrebbe sfatare?

Tanti. Che obblighiamo a denunciare: non è così. La denuncia è una parte di quello che una donna può fare, non l’unica. E poi che siamo accessibili solo nel momento dell’emergenza e del pericolo. Invece noi ci occupiamo a 360 gradi di quello che è la violenza sulla donna. In quasi trent’anni di lavoro non c’è limite a ciò che abbiamo visto.

Lavorate anche con le scuole?

Sì, proponiamo e veniamo invitate. Negli anni abbiamo capito che il “chi siamo noi” da solo non basta: bisogna nominare la violenza, parlarne concretamente. Lavoriamo molto sulle relazioni rispettose, sui limiti. Con le ragazze in spazi dedicati, perché uno spazio solo loro permette un’immersione nelle emozioni diversa. Con i ragazzi è sempre una sfida: spesso non si sentono coinvolti, fanno fatica a esprimersi. Cerchiamo da anni uomini che vogliano fare un pezzo di strada con questi giovani, ma non è facile.

Una continuità strutturale manca?

Manca. Dipende molto dalle singole scuole, dai singoli dirigenti. Ci sono istituti molto attenti, come il Gandhi, e altri dove è più difficile. E poi c’è la divisione linguistica, che in Alto Adige non è solo questione di lingua, ma di cultura e di struttura.

Cosa consiglia a chi riconosce una situazione di violenza, su di sé o vicino a sé?

Il primo passo è ascoltare. Non dare ricette, non dire “io me ne sarei andata al primo schiaffo”. Quello è il nostro pensiero: lo teniamo per noi, deglutiamo e ascoltiamo. Ascoltare chi subisce violenza è difficile, può fare rabbia, perché non si vede agire. Ma siamo sicuri che noi, al loro posto, faremmo subito? Se chi agisce violenza è qualcuno che conosco, con cui ho una relazione, con cui ho investito parte della mia vita, con cui ho dei figli?

E se non ce la si fa ad ascoltare da soli?

Bisogna essere onesti. Dire: non ce la faccio, questo per me è troppo, ma so che esiste un luogo. Possiamo andare insieme? Non promettere ciò che non si riesce a mantenere è già un atto di rispetto.

C’è un’ultima cosa che vuole dire a chi legge?

Prendiamo posizione. Se vediamo qualcosa, se un amico dice o fa cose umilianti verso una donna, troviamo un po’ di coraggio civile e diciamo: questa cosa non mi va bene. Non solo sui social, vis-à-vis. Tante persone parlano, ma poi non hanno mai il coraggio di prendere posizione. Questo ancora manca. E poi in conclusione, mi sembra giusto evidenziare e ricordare gli elementi informativi fondamentali del servizio: la Casa delle Donne di Merano si trova in Corso Libertà 184A; il numero telefonico verde, gratuito e attivo 24 ore su 24, è l’800 014 008; ci si può rivolgere di persona, per telefono, o anche per conto di qualcuno che si conosce.

Autore: Marco Valente

In Africa sulle orme di Baba Camillo

Da oltre 40 anni Claudio Maccagnan sostiene progetti educativi e sociali a Kipengere, in Tanzania. Dalle scuole all’assistenza sanitaria, il suo impegno coinvolge oggi circa 600 giovani, nel segno dell’eredità del missionario trentino (Baba) Camillo Calliari.

Per Claudio, l’Africa non è mai stata un’esperienza “da volontario di passaggio”, ma una scelta di vita. Oggi ha quasi ottant’anni e da oltre quarant’anni porta avanti progetti educativi e sociali nella missione di Kipengere, nella parte montuosa della Tanzania, ai piedi della catena del Livingstone, a oltre 2200 metri di altitudine.

Tutto è iniziato grazie agli alpini, di cui faceva parte. «Chi va in Africa spesso cambia continuamente posto, perché vuole vedere realtà nuove. Io invece ho sempre pensato che l’impegno lì fosse una cosa seria, non turistica. Quando trovi una comunità che ha bisogno, è giusto restare».

L’incontro decisivo fu quello con padre Camillo Calliari, missionario trentino della Val di Non, conosciuto da tutti come “Baba Camillo”, dove “Baba”, in swahili, significa “padre”. Claudio lo incontrò durante una festa degli alpini a Ruffrè. «Quando l’ho conosciuto mi ha colpito subito. Era un uomo con le mani piene di calli, un lavoratore vero. Ma soprattutto mi colpì il suo modo di parlare dell’Africa: non raccontava la fame o la miseria per fare compassione. Diceva sempre che c’era bisogno di lavorare, di istruire i giovani e dare loro la possibilità di restare nella propria terra». Da quel momento Claudio decise di partire. Doveva essere solo un periodo di ferie. Invece, dopo 42 anni, va ancora lì. 

Negli anni il lavoro si è concentrato soprattutto sui giovani e sulla scuola. Prima una scuola di economia domestica per ragazze, ristrutturata da una situazione di estrema precarietà, poi una grande scuola di falegnameria composta da 16 fabbricati.

Non tutti i progetti però sono andati come sperato. «A un certo punto alcuni ragazzi tentarono di rubare i macchinari della falegnameria, fu una grande delusione. In Africa bisogna capire che non sempre le cose vanno subito bene». Nonostante le difficoltà, il lavoro non si è mai fermato. Nel tempo sono state ristrutturate 17 scuole elementari della missione, è stato creato un orfanotrofio e un centro per la cura dell’AIDS con dispensario medico e servizi sanitari.Alla morte di Baba Camillo, molti gruppi di volontari smisero di frequentare la missione. Claudio, invece, ha scelto di continuare. «Mi sono sentito ancora più responsabile. Ho lasciato anche gli alpini per dedicarmi completamente a questo progetto».

Oggi, insieme al nuovo parroco locale, porta avanti uno dei progetti più importanti: una grande scuola primaria dedicata proprio a Baba Camillo. Due anni fa gli studenti erano 48; oggi sono 272 e il centro potrà arrivare a ospitarne fino a 500. Accanto alla scuola si sta costruendo anche un’aula magna, che servirà sia per gli esami scolastici sia come spazio polifunzionale per tutta la comunità: incontri agricoli, riunioni delle associazioni locali e attività sociali.

Negli ultimi anni l’attenzione si è spostata anche sull’informatica. Sono nate due aule computer: una all’interno di una scuola secondaria con 16 postazioni e una più piccola nella scuola di economia domestica per ragazze. «Se vogliono continuare gli studi devono avere almeno una preparazione di base. Oggi anche lì il mondo sta cambiando».

Coordinare tutto dall’Italia non è semplice. Claudio però può contare sulla propria famiglia, la figlia è la vicepresidente dell’associazione, il genero segue la parte amministrativa e i nipoti partecipano attivamente ai progetti in Tanzania. L’associazione si sostiene soprattutto grazie alle offerte e ai mercatini dell’usato organizzati a Bolzano. «Abbiamo un magazzino dove raccogliamo gli oggetti donati dalla gente. Li sistemiamo e li rivendiamo a prezzi simbolici. Così riusciamo almeno a coprire le spese vive».

Negli anni, Claudio ha imparato anche un altro aspetto fondamentale della cooperazione. All’inizio regalava vestiti, penne e quaderni a tutti. Fu proprio Baba Camillo a fermarlo. «Una sera mi disse: “Tu pensi di fare del bene, ma così rischi solo di creare dipendenza”. Mi spiegò che una camicia lì vale quasi una settimana di lavoro. Da allora ho capito che aiutare non significa regalare tutto, ma creare opportunità».

Secondo Claudio, i cambiamenti nella zona di Kipengere oggi sono evidenti. «Quando arrivai la prima volta vedevo donne lavorare nei campi tutto il giorno mentre molti uomini passavano il tempo a bere, Oggi lavorano famiglie intere. Molti hanno terreni propri, mandano i figli a scuola e quasi tutte le case hanno il tetto in lamiera. Non c’è ricchezza, ma c’è dignità». 

Uno dei temi che Claudio vorrebbe affrontare in futuro è quello delle persone disabili e aiuto agli anziani. «Sono rispettati dalle famiglie, ma spesso vivono in condizioni molto difficili, senza strutture adeguate».

Tra i nuovi progetti c’è anche una mostra dedicata ai giocattoli africani costruiti dai bambini con materiali di recupero: lattine, filo di ferro, pezzi raccolti nelle discariche. Claudio negli anni ne ha raccolti tantissimi e ha appena terminato l’allestimento della mostra. «Vorremmo presentarla nel mese di giugno con il Comune, poi portarla anche a Bronzolo, ad Ala e qui a Bolzano». L’obiettivo è coinvolgere soprattutto le scuole, invitando le classi delle elementari e delle medie a visitare l’esposizione. 

La mostra ha un doppio scopo: raccontare l’Africa, ma anche sensibilizzare sul riciclo. «I bambini riescono a creare giochi incredibili con nulla». Alcuni carretti, costruiti a mano, vengono utilizzati anche per il lavoro quotidiano: possono trasportare fino a 500 o 600 chili di patate o mais.

Nonostante l’età e i problemi alle gambe, Claudio continua a partire almeno una volta all’anno per la Tanzania. Nei viaggi lo accompagna sempre, fin dall’inizio, sua moglie Nora. Uno dei suoi più collaboratori più stretti a Bolzano, è il figlio Marco, che lo aiuta sempre in tutta la parte di preparazione dei mercatini e di montaggi vari. «Muovermi negli aeroporti ormai è un peso per me, ma finché riesco continuo. Oggi, tra le scuole che abbiamo costruito o ristrutturato, gravitano attorno ai nostri progetti circa 600 ragazzi. È questo che mi dà la forza di andare avanti»

Progetto Africa 19-84 è una realtà che aderisce al progetto comunale Bolzano Mondo Comune.

Autrice: Dania Mosconi COOLtour

L’Alto Adige plurale che «non ci dispiace affatto»

Mentre si parla a sproposito di seconde generazioni (addirittura, secondo qualcuno, «criminali di seconda generazione»), il presidente Sergio Mattarella, per gli 80 anni della fondazione della Repubblica, dà una breve, ma efficace e intensa lezione di storia «italiana». Una storia che «non ci dispiace affatto».

Il riferimento ai longobardi (vedi sotto) fa pensare a quanto poco monolitica sia non solo la storia d’Italia, ma anche quella dell’Alto Adige e quanto pure quest’ultima sia l’esito dell’incontro tra gruppi, popoli, lingue, culture. Ne è testimone già Arbeone di Frisinga (nativo di Maia, ovvero di Merano), con la sua «Vita Corbiniani». Racconta come il santo, passando per Maia venendo dalla Baviera o da Roma, vi trovò una volta i longobardi, un’altra i bavari. S’intende come padroni, perché il popolo era in gran parte – parliamo della fine del settimo e dell’inizio dell’ottavo secolo – «romano», ovvero di lingua romanza o, se si preferisce, retoromanza.

«Noi italiani», ha detto il Presidente discutendo con un gruppo di giovani, «abbiamo fornito seconde generazioni e quelle successive a molti paesi d’Europa e delle Americhe. Quindi conosciamo il problema dell’immigrazione, che non è né nuovo né transitorio. È in fondo anche la nostra storia. Dall’emigrazione con le armi in pugno come i longobardi, che hanno dato nome alla Lombardia, a quella pacifica dopo mille anni degli albanesi nel meridione d’Italia, ai tanti arrivi individuali nel corso del tempo, il nostro popolo è il risultato di tanti apporti. E il risultato finale, questa storia, non ci dispiace affatto, anzi siamo orgogliosi del popolo italiano. Per questo non lo consideriamo un problema».

Anche le parole che seguono, riferite all’intero Paese, suonano familiari se lette in chiave altoatesina: «So bene che vi sono alcuni episodi, alcuni fenomeni di disagio su base etnica, che a volte si esprimono in maniera scomposta, qualche volta con gesti di rifiuto violento, ma sono fenomeni che appartengono alla patologia della società, ben diversi, non vanno confusi. Io sono molto ottimista per il futuro, decisamente ottimista. Sulla base dell’esperienza e perché ho grande fiducia nella solidità dei nostri valori nazionali».

Una storia dell’Alto Adige che tenga conto della mobilità umana in questa terra di confine «non ci dispiace affatto».

Autore: Paolo Bill Valente

Radio Tandem: dopo trent’anni Volxfesta al capolinea?

Trenta: tante sono state le edizioni live della kermesse organizzata da Radio Tandem e dall’omonima Associazione Culturale. Ne andrebbe inserita una a porte chiuse, perché soli il Coivd-19 è riuscito a fermare gli irriducibili dell’emittente bolzanina, irriducibili e resistenti come i gallici eroi di uno sperduto villaggio dell’Armorica, protagonisti di un notissimo fumetto francese. Tutto è cominciato con il vulcanico Thomas Reiner, all’epoca presidente dell’associazione, a lui e a personaggi fondamentali come Antonio Vaccaro e Giorgio Bagatta si deve il successo di un evento che da trent’anni è un punto di riferimento nelle estati bolzanine. Anche se non ne è stato dato un annuncio formale, la Volxfesta 2026, che si svolgerà il 12 e 13 giugno, potrebbe essere l’ultima, gli anni passano e l’organizzazione di una manifestazione di due giorni di questa portata, non è di certo una passeggiata, soprattutto se si pensa che dietro c’è il lavoro di numerosi volontari, che negli anni hanno maturato un’esperienza notevole sul campo.

L’imminenza della manifestazione ci ha fornito l’occasione di fare un punto della situazione con Lorenzo Vianini e Thomas Brancaglion, che ne sono due dei curatori attuali.

“Dalle Alpi al Mediterraneo – ci spiega Brancaglion – era lo slogan iniziale, quello che dava idea di cosa volesse essere questa festa, musica con connotazioni etniche e folk con però anche un orecchio teso verso sonorità più estreme, a volte azzardate, che il pubblico ha sempre dimostrato di saper apprezzare. Il tutto coinvolgendo anche artisti della scena locale, italiana, tedesca e ladina, tutti a calcare lo stesso palco.”

 Ergobando, Folkabbestia, Bandabardò, Fiamma Fumana, Fanfara Tirana, Zuf de Zur, Cantinaroots sono solo alcuni dei nomi visti nelle precedenti edizioni. E sempre con la musica del Tandem Sound System come apertura, con una scelta gastronomica non scontata e fiumi di amici, appassionati, sostenitori, semplici curiosi disposti a trascorrere un paio di serate in riva ai Prati del Talvera.

“Tanti anni di esperienza – è Vianini ora raccontare – hanno portato a razionalizzare parecchio i tempi di lavoro organizzativo. Io sono circa tredici anni che faccio parte dello staff e ricordo che prima bisognava occuparsi di cavi elettrici, fognature, montare il tendone. Ora riusciamo a fare tutto impiegando un giorno in meno rispetto ai miei esordi. Non dimentichiamo che grazie alla nostra associazione, c’è stata una sorta di appropriazione dello spazio pubblico denominato idealmente Alexander Langer ci sono stati degli investimenti, magari anche con sonore litigate con l’amministrazione pubblica che non ci ha mai facilitato l’esistenza, ora il piazzale è uno spazio utilizzabile, e non solo da Tandem, vorrei ricordare le altre manifestazioni che vi hanno trovato spazio, una su tutte quella del Teatro Stabile a cavallo dei due periodi Covid.” I sindacati organizzano la festa del Primo Maggio su quello spazio e persino la sede RAI di Bolzano lo ha usato uno speciale della trasmissione Zeppelin TV. Per quanto riguarda poi la mano d’opera, Vianini ricorda l’importanza di avere uno zoccolo duro numeroso di sostenitori che ogni anno fanno il possibile per esserci e dar man forte in cucina, dietro il palco, facendo la guardia durante la notte: “E spesso si tratta di ragazzi giovani, che per un motivo o per l’altro non vivono più in città, ma per la Volxsfesta non esitano a salire su un treno e venire a darci man forte. Riguardo al fatto che questa potrebbe essere l’ultima edizione, non vuol dire che ci sia una battuta d’arresto, piuttosto dopo trent’anni la festa, così com’è, ha un po’ fatto il suo tempo e bisogna capire come andare avanti. Ci vuole una ripartenza, tenendo conto che l’anno prossimo ci sarà il cinquantennale della radio, una ventata di novità sarebbe un ottimo segnale”. “Per ciò che riguarda quest’anno – è di nuovo Brancaglion ora a parlare – la formula sarà quella collaudata, due giorni di concerti a ingresso libero, con stand e gastronomia, il Tandem Sound System, la trasmissione live dei concerti sulle onde della radio, le band locali Seltsame Senfsame e Spaghetti Calypso, la cantante senegalese Oumy, in assoluto un nome di grido della scena afro hiphop, e infine i Veeble, gruppo italiano sulla scena da dieci anni, autentici protagonisti della scena underground legata dub, hiphop, afro”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Tutto il fascino della storia emersa dal pozzo di Cortina

Il ritrovamento e la ricostruzione del pozzo in centro alla piazza principale dell’abitato di Cortina sulla Strada del Vino, risponde pienamente al perché il confine fra le province di Trento e Bolzano è stato disegnato dove lo conosciamo oggi? Il tema è affascinante perché sostanzialmente incrocia storia e attualità.

Il giorno dell’inaugurazione del “reperto” storico riconsegnato alla popolazione, l’architetto Bruno Pedri è stato chiarissimo nel dire che per comprendere l’evoluzione del territorio è opportuno osservare un’antica carta geografica, quella che è la cosiddetta mappa del Nowack.

Ma cosa ci può dire, questa mappa? In sintesi, fino alla metà dell’Ottocento il torrente Noce sfociava nei pressi di San Michele all’Adige, non a Zambana, ovvero parliamo delle due località del Trentino poco sotto il confine fra i due territori, appunto quello della provincia di Trento e quello della provincia di Bolzano. Durante le piene i detriti trasportati ostruivano l’Adige, provocando allagamenti e formando una vasta zona paludosa tra Roverè della Luna e Salorno.

Questo ostacolo naturale, per secoli, ha reso a dir poco a rischio, per non dire praticamente impraticabile, la viabilità lungo la valle, costringendo viaggiatori e commercianti a indirizzarsi su percorsi alternativi attraverso il Sauch o la Val di Cembra.

L’architetto Pedri, ritrovando quell’antica mappa durante il restauro di Palazzo Firmian a Mezzocorona, sostiene che proprio quel pantano contribuì a definire l’attuale confine linguistico tra l’area germanofona di Salorno e quella italofona di Roverè della Luna. La situazione è stata definitivamente risolta solo nella seconda metà dell’Ottocento con la deviazione del Noce, che è stata mossa da una spinta decisamente importante: si era infatti resa necessaria per costruire la ferrovia.

Tornando a noi, parlando del pozzo storico in centro a Cortina sulla Strada del Vino, Pedri è chiaro nell’affermare che ogni paese della valle è stato costruito sui conoidi dei torrenti, disponendo di acqua propria.

«Ogni centro aveva un rio, quindi un pozzo. Gli unici casi particolari erano Laghetti e Cortina», ha in particolare evidenziato l’architetto. Nel caso di Laghetti, durante un intervento di riqualificazione urbana, una ricerca archeologica ha portato alla luce l’antico pozzo del paese, che oggi è visibile (ovviamente, senza distrazioni da parte degli automobilisti…) anche dalla strada statale. A Cortina, invece, non esistevano più tracce, questo perché in paese un rio non c’era.

«Ci siamo chiesti – continuano le parole dell’architetto Bruno Pedri – se il pozzo fosse realmente esistito. Quando è stato programmato il rifacimento della pavimentazione della piazza, insieme a un gruppo di volontari abbiamo iniziato alcune verifiche prima dell’arrivo della pala meccanica. Quando il mezzo stava per iniziare i lavori, Alfredo Volcan ha notato tre pietre arrotondate, che l’avevano spinto a fermare immediatamente l’escavatore e interrompere il lavoro. Mi ha chiamato e abbiamo iniziato a sondare il terreno. Aveva ragione: avevamo trovato il pozzo».

A questo punto, nel giro di quattro mesi, anche grazie alla rapidità dell’amministrazione comunale locale è stata ricostruita la struttura, seguendo fedelmente le caratteristiche originarie, per poi porla al centro della piazza.

«La cosa straordinaria – prosegue il professionista che ha seguito tutto il lavoro di ripristino – è che il pozzo era ed è l’esatto baricentro del paese. È il simbolo della comunità. Infatti, attorno a quel punto sono stati costruiti la chiesa, la canonica, il municipio e l’albergo. Insomma, è evidente che rappresenta il vero cuore di Cortina».

Un’altra cosa molto sorprendente è arrivata dal ritrovamento di alcuni reperti archeologici. Le braccia dei volontari e la supervisione dell’archeologo Alberto Alberti, hanno portato infatti a rinvenire monete, manufatti e pure sei spilloni femminili completamente in oro. Testimonianze ancora una volta importanti, del passato locale.

«Probabilmente si trattava di offerte o pegni lasciati nel pozzo nel corso dei secoli. È stato emozionante vedere la partecipazione dei cittadini. Praticamente tutto il paese si è mobilitato. Molti hanno sentito quella scoperta come qualcosa che apparteneva alla loro storia», ha quindi aggiunto ancora l’architetto Pedri, nel ricordare anche il giudizio di Lorenzo Dalrì, allora Soprintendente per i beni archeologici. «Quel pozzo rappresentava le fondamenta stesse del paese. Ed è proprio così: attraverso quella scoperta abbiamo ritrovato le radici più profonde di Cortina sulla Strada del Vino».

Autore: Daniele Bebber

Kurtini, un paese che è nato dall’acqua 

l toponimo Cortina/Kurtinig contiene con ogni probabilità il termine latino curtis, parola che nel Medioevo indicava una corte rurale, un complesso signorile o un centro amministrativo dotato di particolari funzioni economiche e giuridiche.

l toponimo Cortina/Kurtinig contiene con ogni probabilità il termine latino curtis, parola che nel Medioevo indicava una corte rurale, un complesso signorile o un centro amministrativo dotato di particolari funzioni economiche e giuridiche.

Nella memoria degli abitanti dovette quindi conservarsi a lungo il ricordo di un edificio importante o di un nucleo abitato capace di richiamare l’idea stessa di una “corte”, punto di riferimento per il territorio circostante.

Non va tuttavia esclusa un’origine ancora più antica del nome, collegata alle curtes longobarde, i distretti amministrativi e fondiari sviluppatisi dopo la conquista dell’Italia da parte dei Longobardi nel VI secolo. In Bassa Atesina tali strutture sopravvissero ben oltre la fine del loro dominio politico. Basti pensare che a Termeno, secondo la tradizione giuridica locale, si continuò a vivere “secondo la legge longobarda” ancora molto tempo dopo la scomparsa del regno dei “barbari dalle lunghe barbe”.

Ma, al di là del nome, la domanda più interessante è un’altra: cosa spinse delle persone a stabilirsi proprio in quel luogo apparentemente inospitale, nel mezzo di un fiume mutevole come l’Adige?

Da Salorno a Bolzano nessun centro abitato storico sorse casualmente nel cuore della valle. Per millenni, e fino alle grandi bonifiche ottocentesche, l’Adige dominò incontrastato il fondovalle.

Dopo il ritiro del ghiacciaio, alto oltre duemila metri, circa diecimila anni fa, la valle venne progressivamente colmata dai detriti trasportati dai torrenti laterali, formando una pianura alluvionale spessa anche duecento metri. In questo spazio il fiume poteva espandersi liberamente, mutare corso e creare paludi, acquitrini e boschi golenali.

Per questo motivo i paesi sorsero quasi sempre ai margini della valle, sui conoidi o ai piedi dei versanti.

A un certo punto, però, quasi per un capriccio della natura, l’Adige, probabilmente in collaborazione con il Noce, formò nella zona di Cortina un vasto banco sabbioso circondato da acque stagnanti. Questo dosso, consolidato lentamente dalla vegetazione e dai sedimenti, resistette all’erosione e si trasformò in uno spazio relativamente stabile e abitabile.

Fu probabilmente questa fragile isola fluviale a consentire la nascita del primo nucleo di Cortina/Kurtinig: un insediamento sorto non contro il fiume, ma adattandosi ai suoi ritmi e alle sue trasformazioni secolari.

Del resto, va anche sottolineato che il fiume Adige non rappresentava soltanto una minaccia. Le sue acque rendevano fertili i terreni e favorivano attività economiche che, almeno in origine, sembrano essere state legate più all’allevamento che alla viticoltura. Lo testimoniano le antiche Swaigen, aziende pastorali specializzate nell’allevamento e nella produzione casearia.

Non è quindi da escludere che i primi frequentatori di questa insula in flumine nata fossero pastori dediti alla transumanza stagionale. Il problema principale per gli “isolani” riguardava i collegamenti con i paesi vicini: le variazioni del corso dell’Adige e le piene stagionali interrompevano spesso passaggi e comunicazioni, costringendo talvolta gli abitanti a spostarsi “per via d’acqua”.

Un’altra questione annosa era quella dell’approvvigionamento idrico. Paradossalmente, pur trovandosi nel mezzo del grande fiume, Cortina non disponeva di sorgenti o ruscelli provenienti dalla montagna. Fu quindi necessario scavare un pozzo artesiano per garantire acqua potabile agli abitanti, analogamente a quanto avvenne nella vicina Laghetti.

Kurtini, come il paese viene ancora chiamato nel dialetto locale, è dunque una comunità che vive sul filo dell’acqua e, nello stesso tempo, sul filo del confine linguistico. Un confine che qui non divide, ma unisce due tradizioni profondamente radicate, quella latina e quella germanica. Proprio come l’isola su cui è sorta, Cortina continua ancora oggi a rappresentare un punto d’incontro tra mondi diversi, modellati nei secoli dalla forza del fiume e dalla storia degli uomini.

Autore: Reinhard Christanell

Asc Ora, la storia nella storia

Una narrazione iniziata poco più di un secolo fa, il 2 giugno scorso ha aggiunto un nuovo capitolo, molto importante, con temi di orgoglio e grande entusiasmo per aver raggiunto un risultato storico. La grande famiglia dell’Asc Auer Ora Calcio per la prima volta calcherà i campi del campionato di Promozione.

La festa è iniziata ancora sul campo di Rifiano, dopo la vittoria nell’ultima gara del campionato 2025-’26 di Prima categoria. Ed è andata avanti il giorno dopo in piazza a Ora, davanti al Municipio, premiando, in un grande abbraccio rossoblù, un risultato che è merito del lavoro svolto da generazioni di dirigenti, di allenatori, di volontari e atleti, rappresentando il punto più alto di una storia sportiva iniziata ben 106 anni fa. Ed è proprio questo il punto: parliamo di una società storica nel vero senso della parola, che rappresenta un pezzo di storia importante che va oltre lo sport ma abbraccia il sociale dell’intero territorio della Bassa Atesina. Oltre un secolo di storia per un risultato… storico perché è la prima volta che l’Asc Ora approda al massimo campionato provinciale. A questo proposito abbiamo fatto una chiacchierata con l’attuale presidente, Stefano Sgarbossa, per farci raccontare un po’ di questa storia secolare.

Una storia che inizia negli anni Venti del Novecento

Oltre un secolo fa. Erano gli anni venti del secolo scorso, infatti, quando il calcio è arrivato anche fra i residenti nell’abitato di Ora. Sfogliando gli archivi della squadra, le testimonianze scritte e poi fotografiche raccontano che in quegli anni si giocava nelle vicinanze del ponte denominato “Kühbrücke”, lungo la linea ferroviaria di collegamento della zona industriale alla ferrovia della Val di Fiemme e alla linea del Brennero. Poi il campo è stato trasferito in via Val di Fiemme, dove l’attività calcistica è andata avanti fino al 1986, ovvero quarant’anni fa, anno dell’inaugurazione dell’attuale centro sportivo in zona Schwarzenbach.

La prima società sportiva realmente organizzata

«I documenti ci raccontano che la prima realtà organizzata nacque nel 1920 con lo Sport Club Ora, presieduto da Luis Condin, attivo fino allo scoppio della seconda guerra mondiale – spiega Sgarbossa -. Nel dopoguerra seguirono nuove esperienze associative, dall’Associazione Calcistica Ora guidata da Fino Bortolotti all’A.S. Ora presieduta da Leo Decarli».

Nel 1953 la squadra si è sciolta e alcuni giocatori hanno portato avanti la propria attività nelle società vicine. Ma pochi anni prima una data, quella dell’1 febbraio 1950, ha rappresentato una tappa fondamentale, perché quel giorno don Clemente Deflorian ha fondato l’Associazione Don Bosco.

Il testimone passato all’Associazione Don Bosco

«Inizialmente dedicata all’attività giovanile nei campionati del Centro Sportivo Italiano, la società partecipò successivamente anche ai tornei federali – riprende il presidente attuale -. L’inventario contava appena sei palloni, due reti, una borsa medica, ventidue paia di scarpe da calcio e le divise necessarie alle squadre. Le trasferte si affrontavano spesso in bicicletta e si giocava su campi in terra battuta».

Pochi mezzi, però compensati dall’entusiasmo e poi dall’arrivo a quegli anni Sessanta che hanno consolidato la presenza dell’U.S. Don Bosco nel calcio provinciale, raggiungendo pure il miglior risultato, fino ad allora, con il terzo posto nel campionato di Seconda categoria nella stagione 1968-1969. Collaterale all’attività calcistica, il sodalizio ha promosso numerose iniziative sportive e sociali, tra cui i Giochi della Gioventù organizzati nel 1970.

Anni Settanta: nasce lo Sport Club Ora

Il 20 agosto 1972 all’Albergo Rosa di Ora è stato messo nel libro dei ricordi un altro momento di svolta, perché è stato ufficialmente costituito lo Sport Club Ora. L’U.S. Don Bosco ha aderito al nuovo progetto, cambiando definitivamente nome e contribuendo alla nascita di una struttura più grande e organizzata.

«Tra le figure che hanno segnato questa lunga fase di crescita spicca il nome di Gilberto Dorigoni, giocatore, dirigente, allenatore e presidente, che ha dedicato oltre quarant’anni della propria vita alla società» ricorda l’attuale alto incaricato.

Con il trascorrere dei decenni l’Asc Auer-Ora Calcio ha militato per lo più nei campionati di Prima e Seconda categoria (con una breve parentesi in Terza categoria), ma senza mai riuscire a compiere il salto verso categorie più alte.

Negli anni Ottanta il nuovo centro sportivo

Nel 1986, anche per merito dell’impegno speso da Willi Gabalin e del sostegno dell’amministrazione comunale, è stato inaugurato il nuovo centro sportivo a sud del paese.

«Un ulteriore salto di qualità è arrivato tra il 2019 e il 2020, quando ho ottenuto la riqualificazione dell’impianto e la realizzazione di due campi in erba sintetica» confida Stefano Sgarbossa, nel parlare di un investimento che concretamente è riuscito a offrire una crescita straordinaria di quest’attività sportiva.

La bella realtà odierna che nasce dal vivaio

«Oggi la società conta ben diciannove squadre fra settore giovanile, calcio femminile e attività adulta. Per di più, l’impianto ospita anche gli allenamenti del settore giovanile dell’FC Südtirol, confermando il ruolo centrale della struttura nel panorama calcistico della Bassa Atesina. Negli ultimi anni è stata particolarmente significativa anche la crescita del settore giovanile e del movimento femminile – tiene a sottolineare il presidente -. La scuola calcio rappresenta il primo passo per decine di bambine e bambini. Le squadre femminili partecipano ai campionati di Eccellenza Under 15 e Under 12. E poi attraverso la collaborazione con le società Weinstrasse Süd e Termeno – sottolinea quindi Sgarbossa -, all’interno del progetto Pool Unterland, vengono inoltre gestite numerose formazioni giovanili che garantiscono continuità e prospettive di crescita ai ragazzi del territorio».

La stagione 2025-’26 rimarrà nella storia

Quest’ultima stagione è però destinata a rimanere una pietra miliare nella storia del calcio a Ora. Sotto la guida dell’allenatore Fabio Ianeselli e del suo staff, come si è detto, la prima squadra ha conquistato la vittoria al termine del campionato di Prima categoria, centrando una promozione attesa davvero da tanti decenni.

«Si tratta – chiosa Sgarbossa con legittima soddisfazione  – di un risultato che è rappresentativo di una vittoria sportiva, certamente, ma, ancor di più, del coronamento di un percorso costruito giorno dopo giorno, anno dopo anno, grazie al lavoro di dirigenti, collaboratori, volontari e famiglie».

Autore: Daniele Bebber