Psicopolizia ed esperimenti di massa su larghissima scala

A chi ha familiarità con George Orwell, il concetto di Psicopolizia non dovrebbe essere del tutto nuovo, così come non lo sarà per chi conosce la Brain Police di Frank Zappa: ma Psicopolizia, per chi abita e bazzica la scena musicale della nostra regione, è anche il nome di una formazione che ha fatto parlare abbastanza di sé prima di sciogliersi nel 2008. Tre anni fa però, il gruppo originale ha sentito che forse era il momento di tornare a far sentire la propria voce, una voce della coscienza, in qualche modo, un po’ come quella del Grillo Parlante di collodiana memoria, una voce scomoda magari, ma del tutto non scontata.

“Quando il gruppo originale si era sciolto nel 2008 – racconta Emanuele Zottino, che è uno dei fondatori e chitarristi degli Psicopolizia –, non avremmo mai pensato che potessimo tornare insieme, invece a distanza di quindici anni, ci è parso che certi temi affrontati nei testi di Pietro Frigato, il nostro cantante, fossero stati quasi profetici all’epoca della loro stesura, e quindi fossero quanto mai attuali oggi. Così abbiamo rimesso in piedi il gruppo, con Davide Ferrazzi che aveva preso il posto del chitarrista originale Alessandro Lo Vetro, aggiungendo alla nostra musica qualche elemento indie-rock del suo bagaglio personale. Ora però c’è stato un nuovo avvicendamento tra i due e quindi gli Psicopolizia sono un quartetto che si completa con il basso di Andrea Lo Vetro e una batteria elettronica in luogo del batterista Paolo Seppi”.

Da fine aprile sulla piattaforma Soundcloud è possibile ascoltare le nuove canzoni della band, un EP intitolato Esperimenti di massa (ad un livello mai visto), il cui titolo allude neppure velatamente a quello che potrebbe essere stata la pandemia di inizio decennio. Insomma, un tema di quelli cari a Pietro Frigato che con le sue liriche quasi recitate dimostra di essere sempre sul pezzo, col pregio, qui, di essere meno torrente di parole rispetto all’altro progetto musicale che condivide con Zottino, i Controfase (RCCM). L’EP si compone di quattro brani, due del repertorio iniziale e due nuovi di zecca, Revolving Doors con appunto le allusioni alla pandemia, e Transhumanist Necropolitics che combina due testi differenti, uno in inglese ed uno in italiano.

“Lavorare a questo materiale – ci spiega Zottino – è stata una sfida, innanzitutto le due composizioni dei nostri esordi sono state riarrangiate per l’esecuzione con la formazione senza batterista. Per quanto riguarda la parte musicale del nostro lavoro, siamo Alessandro ed io ad occuparcene, partiamo da una piccola idea, lavorando sempre insieme, abbiamo diversi riff, diverse melodie che ci girano dentro, poi inizia il lungo lavoro di scarto per mantenere una traccia su cui costruire il brano. È un lavoro difficile, impegnativo, perché l’obiettivo è arrivare a ciò che ci vuole per i testi di Pietro. E il risultato deve essere qualcosa che non faccia da sottofondo alla sua voce, né qualcosa che la copra. Musica e voce devono essere sempre sullo stesso piano, è la nostra regola, sono ugualmente importanti”.

Basta ascoltare il vecchio brano che dà nome al gruppo per comprendere le parole del chitarrista, che come il suo collega si occupa anche delle parti elettroniche della musica degli Psicopolizia: la composizione si snoda su un giro di basso che, forse involontariamente, richiama l’incedere psichedelico e orientaleggiante della White Rabbit dei Jefferson Airplane. 

“È la nostra canzone manifesto – prosegue il musicista – col tema del controllo su quello che pensiamo, con i controllori, o psicopoliziotti che per tenerci sotto usano anche le nuove tecnologie che ovviamente ai tempi di Orwell non c’erano. Per noi è un pezzo irrinunciabile. Il secondo brano ripescato è invece Bi-pensiero, anch’esso ispirato alle atmosfere orwelliane, con particolare attenzione alla manipolazione del linguaggio, per cui la libertà è schiavitù, la guerra è pace, l’ignoranza è forza. La teoria di Orwell per cui crediamo di vivere una realtà e invece ne stiamo subendo un’altra, una teoria profetica come il concetto della Psicopolizia. Purtroppo i testi denunciano delle situazioni, senza avere le soluzioni, sta a noi reagire o meno a queste situazioni. Però magari intanto, l’ascoltatore seguendo i testi delle canzoni si pone delle domande. Ed è già il raggiungimento di un obiettivo”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Roland’s Puschtra

Nella loro ricca diversità, i dialetti esprimono una forte identità regionale e agiscono a mo’ di guardiani di consistenti radici culturali. Il proposito di Auraum è di “coniugare la loro spesso scarsa comprensibilità con il linguaggio della musica”. Con queste parole, il musicista e cantante pusterese Roland Egger presenta il suo debutto come solista, dopo quasi cinquant’anni trascorsi dietro una batteria ed un microfono con gruppi come Readly Ash, New Flash, Trinciato Forte e soprattutto Incredible Southern Blues Band.

Egger, per questa sua prima uscita in proprio ha allestito un progetto molto originale e godibile in cui sposa la sua musica abituale (un raffinato mix di soul/pop che gli americani chiamano Blue Eyed Soul, soul dagli occhi azzurri, che ha avuto in formazioni come Steely Dan e Hall & Oates i suoi rappresentanti più titolati) con il dialetto della sua valle, la val Pusteria, da cui il nome del progetto: Roland’s Puschtra.

“Dopo cinquant’anni passati cantando sempre in inglese e prevalentemente musica altrui – ci spiega il musicista –, questo è un progetto tutto mio. Diciamo innanzitutto che sono un autodidatta, certo da ragazzino avrei potuto imparare un altro strumento unendomi alla banda del paese, ma siccome io e un mio amico eravamo quelli cosiddetti coi capelli lunghi, le cose sono andate diversamente, ho bypassato la fase banda e mi sono messo a imparare a suonare la batteria ascoltando i dischi a velocità rallentata per capire i passaggi e spostando la puntina avanti e indietro”.

Dotato di una voce particolarmente adatta al genere musicale che predilige, Roland Egger appartiene a quella schiatta poco numerosa di cantanti/batteristi i cui rappresentanti più famosi sono probabilmente Don Henley e Levon Helm.

“Forse sono più cantante che batterista – scherza Roland – però non ho mai avuto il coraggio di mettermi da solo dietro un microfono, non saprei dove mettere le mani, amo cantare seduto dietro alla batteria, con un ritmo addosso. Potrei tranquillamente affermare che questo è il mio habitat”.

Per incidere il disco Egger si è recato agli storici Newport Studios accompagnato da una band composta dal chitarrista Valerio De Paola che si è occupato di arrangiamenti e ha scritto le musiche delle otto canzoni, dal tastierista veneziano Michele Bonivento, impegnato in particolar modo all’organo Hammond, dividendosi le parti di pianoforte con Davide Dalpiaz, mentre il basso elettrico è ben saldo nelle mani di Flavio Zanon. Ci sono poi Fiorenzo Zeni e Bramböck ospiti ai sassofoni. Con un gruppo così solido, la bontà della parte musicale appare quasi scontata, ma il piatto forte sono sicuramente i testi in dialetto puschtra, ossia il dialetto della Val Pusteria.

“La musica – ci spiega – doveva essere quella che amo, con un po’ blues, un po’ soul e jazz, anche funk, ma di cantare in inglese come un paio di milioni di altri colleghi che cantano lo stesso genere, non mi pareva il caso. Facendo per la prima volta musica mia, mi è sembrato naturale cantare come parlavo da bambino, nel dialetto del mio paese, Valdaora. Perché la valle è grande, e ogni paese ha le proprie sfumature linguistiche pur essendo tutto dialetto pusterese in senso lato. Ho usato i termini e le parole che usavo una volta, li sento più miei. Non è stato semplice, perché in inglese si usano molto le vocali, nel nostro dialetto prevalgono le consonanti. In definitiva è stata una bella sfida, ma mi ritengo soddisfatto di come il progetto si è concretizzato, anche grazie al lavoro dei miei compagni di squadra”.

E ascoltando il suo disco, non possiamo che dargli ragione, il dialetto puschtra risulta sicuramente più musicale rispetto al cosiddetto hochdeutsch, anche se, chiaramente la comprensibilità è un’altra cosa. I testi evitano volutamente argomenti come guerra e religione, ci sono invece canzoni d’amore, di delusioni, emozioni, situazioni che s’incontrano nel corso della vita, come il crescere i figli. Proprio di questo si occupa Auraum, la canzone che intitola e apre la raccolta, equivalente del tedesco aufräumen, traducibile col nostro rigovernare.

“Anche se il punto di partenza – conclude Egger – è casa mia, con i miei figli, non nascondo che alla fine si tratta di una visione molto più globale, riguardante un mondo in disordine in cui qualche regola in più e qualche valore da rispolverare non sarebbero fuori luogo”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Disco a due per Michele Giro e Fiorenzo Zeni

Si apre con un’intensa e fluida ballad intitolata Aris, questo disco nuovo di zecca realizzato dai jazzisti bolzanini Michele Giro (che del brano è l’autore) e Fiorenzo Zeni (in realtà un bolzanino acquisito da ormai molti anni). Le collaborazioni tra i due eccellenti rappresentanti della scena locale, tanto eccellenti da essere anche largamente apprezzati fuori porta, non sono certo una novità, ma con questa nuova produzione intitolata Crossover Two, per la prima volta si cimentano come duo, cementando oltre che l’intesa musicale, anche un’amicizia di lungo corso.

“Rispetto ad altri lavori insieme, con formazioni più allargate – racconta Zeni –, con questo lavoro abbiamo voluto cercare di ricreare l’intimità del suonare insieme, sfuggendo un po’ dall’estrema ricerca della perfezione tecnologica nell’arte di catturare i suoni, puntando sull’immediatezza dell’esecuzione senza fronzoli”.

Il disco, infatti, nella totalità delle diciassette tracce che lo compongono, è stato registrato nel corso di due sole sessioni, tenutesi il 5 ed il 7 giugno dello scorso anno nello studio del pianista.

“Ovviamente – precisa il sassofonista – mettendo insieme una produzione dignitosa e degna di essere ascoltata. La mia seconda passione, dopo il sax, è quella di fare il fonico, mi piace smanettare dietro la consolle; così stavolta, invece di andare in studio ed affidarci ad un produttore, abbiamo fatto tutto da soli, Michele ci ha messo la location, che si è rivelata ideale e idonea a quanto necessitavamo, ed io mi sono occupato del missaggio e del mastering di questo disco”.

Il risultato balza subito alle orecchie, un lavoro ben fatto e in cui si percepiscono le caratteristiche volute dai suoi autori, l’immediatezza live delle registrazioni, il calore della location casalinga, l’estrema attitudine di Giro e Zeni a suonare insieme, l’affiatamento, la naturalezza nell’approcciarsi al materiale scelto per la pubblicazione.

Si diceva delle diciassette composizioni incluse sul disco, disponibile sia in formato CD che in formato liquido sulle varie piattaforme musicali, con la distribuzione di Cose Sonore/Almamusic, la piccola label specializzata a cui Zeni da anni si affida per le proprie produzioni: otto trecce sono originali composti dal duo, quattro a firma del pianista e quattro a firma di Zeni, otto sono brani di autori contemporanei come Petrucciani, Ralph Towner e Keith Jarrett. Tutto suona però in maniera uniforme grazie all’approccio con cui il materiale viene trattato. A metà disco circa, vi è poi un omaggio ad un autore della scena locale, cosa non comune, che invece sarebbe buon costume adottare vista la bontà di talenti che opera in regione.

“C’è un brano firmato da Luca Sticcotti – conferma Zeni –, un brano che lui ci ha fatto ascoltare e che abbiamo subito deciso di includere nel disco perché ci è piaciuto. È un bellissimo brano, una ballad che si prestava molto all’esecuzione in duo. L’abbiamo adattata al sound di cui è rivestito il disco e la cosa ha funzionato. Si chiama Synballad. Nel disco, poi, la scelta degli altri brani altrui è ricaduta su composizioni che non sono proprio degli standard nel senso stretto del termine, ad esempio abbiamo voluto omaggiare Ralph Towner, scomparso di recente, inserendo due sue composizioni nella scaletta.”

Il disco, presentato lo scorso febbraio al Sudwerk di Bolzano, verrà proposto dal vivo nel corso delle prossime stagioni, badando a scegliere per i concerti delle location adatte all’intimità del progetto.

Nel frattempo Fiorenzo Zeni, oltre all’immensa varietà di progetti a cui si dedica, si sta ultimamente occupando di una nuova produzione, già registrata ma in fase di concretizzazione, che lo vede in trio con i fratelli Marco e Matteo Facchin, una produzione in cui pop, tango, musica classica ed altre forme musicali si vanno a mescolare in un mélange che sembra soddisfare molto i suoi artefici.

Rimanete sintonizzati.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

La rivoluzione industriale e le sue conseguenze

Dietro questo nome lungo e imponente, si cela una band bolzanina a cui Bolzano va stretta, una band che è sulla breccia da qualche anno ed è rimasta senza nome a lungo, fino a che, messi alle strette dalla necessità di avere un nome con cui presentarsi in pubblico, i ragazzi hanno provocatoriamente optato per le parole iniziali di un proclama del tristemente famoso Unabomber. È un nome lungo, ma per nulla difficile da memorizzare, ci dicono nel corso dell’incontro all’indomani dell’uscita del loro debutto discografico intitolato Polline, celebrato con un ascolto condiviso coi fan presso il negozio di dischi Rebel Rebel e con un concerto al Papperlapapp poche ore dopo.

“Tutto è iniziato – spiega il bassista Davide – quando ai tempi delle medie Ruben ed io abbiamo sentito la necessità di fare una band per socializzare. Poi un po’ alla volta siamo giunti alla formazione attuale, quando abbiamo sentito la necessità di fare roba nostra”.

Riccardo (voce e tastiere), Ruben e Thomas (chitarre e voci), sono gli autori dei brani che compongono il disco, e il quintetto si completa con Davide (basso) e Gabriele (batteria). All’inizio, nelle intenzioni dei cinque ragazzi il disco avrebbe dovuto essere un concept, un po’ sulla scia di quanto facevano i gruppi prog rock degli anni settanta, poi le cose sono andate in un’altra direzione per la difficoltà di costruire una storia attorno alle canzoni, ma l’idea di base è rimasta.

“Inizialmente – è Ruben a parlare – doveva esserci la storia, tipo The Lamb Lies Down On Broadway per intenderci (album dei Genesis, n.d.r.), una storia lineare. La cosa però non si è concretizzata perché ci è risultata difficile da portare a termine in quanto ci costringeva dentro a degli schemi. Così alla fine c’è un’atmosfera che domina il lavoro mentre la storia è presa, per così dire, in maniera laterale”.

Nel progetto originale ci doveva essere il personaggio di un cavaliere e c’erano ampi riferimenti alla natura, che hanno finito col dare origine al titolo del disco.

“Ci abbiamo messo molto a scegliere il titolo, è stato difficilissimo – è Thomas ora a parlare – volevamo prendere qualcosa di affine all’idea iniziale, Polline suonava giusto, perché è qualcosa che si muove nella natura, ha un inizio ma anche una fine, inoltre ti dà fastidio se hai l’allergia. (Risate degli altri, n.d.r.)”.

“Polline l’ha inventato Davide, credo – è di nuovo Ruben a parlare – ed è anche il titolo di una raccolta di aforismi di Novalis, aforismi frammentari la cui intenzione è proprio quella di dare uno spunto a chi legge per giungere ad una riflessione, che è poi ciò che vorremmo facessero le nostre canzoni”.

I testi scritti da Ruben, Thomas e Riccardo, da un lato nascondono neppure velatamente una certa ironia, e seppure nel missaggio la voce non emerga del tutto, ma pare trattarsi una scelta voluta, si tratta di testi non scontati.

“Fino a qualche mese fa – ci spiega Riccardo –, soprattutto nei concerti, c’era una parte, per così dire comica, affidata proprio ai contenuti, in particolare quelli scritti da me e Thomas. Avevamo l’esigenza di divertire il pubblico. Lavorando ad un disco però le cose sono cambiate e soprattutto Thomas e Ruben hanno cominciato a impegnarsi maggiormente nella scrittura.”

“I testi – specifica Ruben – girano intorno alle nostre esperienze, con l’intenzione di raccontare quelle adolescenziali, come è stato crescere e vivere a Bolzano, come fosse un romanzo di formazione. Crescere in questa città per noi è stata una cosa noiosa, diciamo che non è un paese per giovani. Forse siamo noi che tendiamo a lamentarci troppo, ma abbiamo anche le nostre ragioni”.

“Sono testi – conclude Riccardo – che raccontano anche la nostra emotività. Non solo riguardo al vivere a Bolzano, ma anche al rapporto con l’amore, sono canzoni che raccontano noi stessi”. 

I ragazzi, comunque, sono molto contenti di come è andato il concerto di presentazione del loro disco che è stato accolto bene dal pubblico di loro coetanei e affini. L’augurio è che comunque s’impegnino, con la loro musica e con la loro voglia di fare, per rendere Bolzano più simile alla città che vorrebbero. Intanto, da un po’ più di un anno sono riusciti a portare la loro musica anche fuori città e dopo la presentazione bolzanina, il disco è atteso sui palchi di Milano e Bologna.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Dieci annidi Seltsamen Senfsamen

Gli insoliti semi di senape: in italiano può sembrare puro nonsense, in realtà in lingua tedesca suona come un divertente scioglilingua, un gioco di parole che cinque giovani musicisti che hanno fatto la gavetta nella Banda Cittadina di Gries portano orgogliosamente avanti da ben dieci anni. Un decennio che hanno voluto festeggiare sontuosamente con un LP (ma ci sono anche CD e formato liquido), rigorosamente stampato su vinile color senape, che è una goduria da ascoltare dalla prima all’ultima nota. I loro nomi sono Mattias Targa, Valentin Gasser, Gabriel Höller, Michael Marth e Lorenz Delle Donne, e proprio con quest’ultimo abbiamo avuto occasione di fare il punto della situazione sul quintetto e sul disco.

“Tutto è cominciato dieci anni fa – ci racconta Lorenz – e da allora siamo rimasti sempre noi cinque, senza alcun cambiamento in formazione. Il titolo del disco è 10, scritto in cifre e non in lettere, perché vivendo in una regione plurilingue, ciascuno può decidere come dirlo. 10, in cifre, è diretto, semplice, e siccome già il nome della band non è dei più semplici abbiamo voluto contrapporlo ad un titolo immediato. 10 si compone di dieci brani, sei composte da Valentin Gasser, il nostro sassofonista, e quattro cover che però mettono in risalto il nostro modo di accostarci ai brani altrui, rivestendoli delle nostre sonorità, che sono molto particolari considerando le molte influenze che mescoliamo a seconda della bisogna, visto che suoniamo nelle situazioni più disparate, dai matrimoni agli aperitivi, alle feste”. Con una strumentazione basata su batteria (suonata da Alex Marth), sax e ottoni (tromba, trombone e basso tuba), i Seltsamen Senfsamen, hanno raccolto in parte l’eredità dei Pamstiddn Kings, formazione simile con però evidenti derive punk, in voga una ventina d’anni fa, aggiungendo però al mélange un tocco di raffinatezza. “Per registrare il disco – prosegue il trombettista – abbiamo utilizzato la sala prove/studio dei Mad Puppet, che si trova nella vecchia scuola di San Giorgio, a mezzavia tra Bolzano e San Genesio. Con i Mad Puppet abbiamo un’amicizia di lungo corso, abbiamo tutti suonato, in quanto membri della Banda di Gries, nel loro live dedicato al ciclo mitologico di Re Laurino. Alle composizioni strumentali abbiamo aggiunto un brano cantato in cui è ospite il rapper brissinese Alex The Judge, col cui gruppo, i Forbidden Fruits, collabora Valentin. Non avevamo mai lavorato con un cantante in precedenza e la cosa ci è piaciuta. Però la nostra natura è quella strumentale, basata sulla possibilità d’improvvisare. Nel disco e nei concerti non c’è niente di scritto, è tutto basato sul pathos del momento e siamo molto soddisfatti dei risultati raggiunti”. Risultati è davvero eccellenti: il disco è molto immediato, come ci si deve aspettare da un disco registrato in quattro giorni, sfruttando ogni minuto. A giganteggiare sono indubbiamente le composizioni originali di Gasser, su cui gli ottoni (l’ottima tuba di Targa che funge da basso di precisione, la tromba di Delle Donne e il trombone di Göller) cavalcano sapientemente a briglia sciolta come se fosse la cosa più naturale del mondo. Dall’iniziale Dankeschön a Ciaui Papaui, a L’estate non finisce mai, senza dimenticare Cheese Tax, il brano col cantante, in cui fanno capolino genio e sregolatezza di sapore zappiano, tutto fila molto bene. Che dire poi del medley Gigi basato su alcuni brani di successo del DJ Gigi D’Agostino filtrati attraverso i suoni della band? “Per farci registrare e mixare il disco – conclude Delle Donne – ci siamo rivolti al venostano Simon Öggl: lui è conosciuto per i suoi lavori di musica elettronica. Lavorare con lui è stato bello e rilassante, è una persona pacata, sa fare bene il suo lavoro e noi ci siamo trovati a nostro agio. Registrare 10, è stato sicuramente più stimolante rispetto al nostro primo disco, Black & Yellow. Quello risaliva a sei anni fa, eravamo inesperti e probabilmente non avevamo ancora raggiunto la maturità necessaria. È stato un esperimento, un esperimento che non abbiamo problemi a definire fallito. Non lo rinnego, è stato un momento del nostro percorso e ci ha aiutati a crescere, però non posso non sentire la differenza tra i due lavori, siamo cresciuti, siamo cambiati. 10 è più ricco, indubbiamente suonato meglio.”

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Singoli, intingoli, caffè, nomination…

Non ci sono dubbi, la notizia della settimana musicale, nel momento in cui ci accingiamo a scriverne, è senza dubbio la nomination del badiota Hubert Dorigatti alla quarantasettesima edizione dei Blues Music Awards che si terrà a Memphis il 7 maggio prossimo: del disco, Poor Boy, ci siamo già occupati su queste pagine e se a qualcuno può essere sembrato eccessivo l’entusiasmo con cui ne abbiamo trattato, la notizia della nomination dovrebbe fugare ogni dubbio sulle capacità e sul potenziale del nostro compaesano. Non c’è tema di cadere in errore, Dorigatti e gli Skanners sono in questo momento gli artisti altoatesini che riescono a far parlare di sé a livello mondiale. Dovremo attendere un paio di mese per conoscere l’esito della nomination, comunque per ora c’è di che andar fieri del fatto che il disco di Dorigatti sia stato considerato tra i migliori cinque di blues non made in USA. Un risultato che vale tanto quello ottenuto per ben due volte negli anni Novanta dalla Spritz Band di Andrea Maffei al Premio Recanati dedicato alla canzone d’autore.

Per quanto riguarda le uscite degli ultimi giorni, spicca senza dubbio il nuovo singolo dei Fratelli Stonati: di questo effervescente combo altoatesino ci siamo già occupati in occasione dell’uscita di altri singoli, la novità stavolta, è che il gruppo guidato da Aaron Timpone e Simon Mayrl, debutta cantando in italiano. Caffè bruciato, questo il titolo della canzone, è un efficace condensato di quello che può essere un lunedì partito male, dal caffè che si brucia alla squadra del cuore che non è andata bene, alla lei di turno che non si fa sentire. Per un gruppo nato all’ombra dello Sciliar, con influenze che vanno dai Blur ai Kastelruther Spatzen, il risultato è tutt’altro che scontato, una canzone di pop italiano che non scimmiotta nulla, cosa che la fa diventare particolarmente apprezzabile.

Sul versante dell’indie rock a metà febbraio è uscito anche un nuovo singolo dei Timbreroots, gruppo di cui ci siamo indirettamente occupati di recente: Take Me Back conferma quanto di buono già sapevamo su di loro. Se hanno avuto successo ad Upload e se i loro brani vengono premiati nel contest Sonx, indetto ogni anno da Liedersezene 2.0, un motivo ci dev’essere. I Timbreroots sono assolutamente credibili, le loro canzoni sono ben costruite e ben suonate, la cura del suono sembra essere alla base del loro lavoro, dimostrando che dopo anni in cui la cosiddetta produzione è spesso stata presa sottogamba nella scena altoatesine (pochi sono gli artisti della nostra regione che in passato hanno dimostrato attenzione a questo fattore), ora finalmente la qualità artistica viene appaiata ad uguale attenzione nei confronti del risultato sonoro.

Cheese Tax è uno dei recenti singoli dei Seltsamen Senfsamen, coraggioso e originale quintetto che punta molto su una sezione fiati fuori dall’ordinario, una combinazione di suoni che spesso rasenta la genialità del mai abbastanza rimpianto Frank Zappa. La nuova composizione è eseguita in tandem con Alex The Judge ed è incredibile notare, ascoltando il brano, come questa voce e i fiati si combinino insieme fino a rilasciare una sorta di armonia vocale in cui però le altre voci sono appunto gli ottoni.

Highways And Hangovers è invece il nuovo singolo dei Rumpled, in circolazione dal 20 febbraio: la band celtic punk interregionale sta vivendo un momento a dir poco magico, tra concerti, partecipazioni ad acclamati festival dedicati al genere, con particolari attenzioni da parte del pubblico francofono. Il brano conferma il buon momento del gruppo in cui milita il fisarmonicista bolzanino Tommaso Zamboni, per il nuovo disco però pare dovremo attendere l’anno prossimo, nel frattempo possiamo comunque goderci l’indiavolata giga punk che sta alla base del nuovo brano.

Chiudiamo la rubrica col singolo Better Together, accreditato a Ina Pröss, cantante che è un po’ come il prezzemolo nella scena musicale regionale. Il singolo è frutto della collaborazione con Evi Mair, Magdalena Casal e Lea Casal e forse bene sarebbe stato se l’artista ne avesse condiviso la maternità con le altre tre. Peccato, perché con le sue pose nel video (spesso viste anche dal vivo) tende a mettere in secondo piano chi divide palco o dischi con lei. Il brano sarebbe anche piacevole, la combinazione delle voci e il lavoro di Matteo Rossetto e Marco Gardini in fase di produzione e strumentale rendono un notevole servizio al singolo.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Un tè, anzi un caffè, per due: Geena e Rufus

Tea for two, proprio come il titolo di una vecchia canzone: così dopo aver dato una sforbiciata ai loro nomi d’arte (in precedenza Geena B. Valentine & Andy Rufus), i due musicisti/creativi della Bassa Atesina hanno voluto intitolare il loro nuovo disco, per ora disponibile solo in formato digitale sulle piattaforme usuali.

Geena e Rufus sono sulla breccia da diversi anni, anni trascorsi cercando di trovare la loro via musicale battendo vari sentieri. Per loro stessa ammissione, però, dicono di preferire una tazza di caffè a quella di tè del titolo. Scherzi a parte, il disco, che è uscito un po’ alla volta nel corso dell’ultimo anno sotto forma di vari singoli, ascoltato nella sua interezza è una notevole sorpresa perché è proprio nell’ascolto complessivo che si può apprezzare la ricerca sonora effettuata dal duo.

“Il titolo – ci racconta Geena – era nel nostro cassetto già da tanti anni. È la conseguenza dell’essere riusciti a trovare il nostro sound, che direi che è quello quasi definitivo, anche se si sta evolvendo ancora. La novità è che ci sono tante ballate cantate in due, una cosa nuova visto che negli altri album cantavo più io. Adesso abbiamo messo Rufus un po’ più davanti al microfono, a prendersi le sue responsabilità”.

“Un tè per due – aggiunge Rufus – è anche una parafrasi per dire che abbiamo fatto tutto da soli, cantiamo e suoniamo tutto noi due. In due abbiamo scritto tutto e per quanto riguarda la parte tecnica siamo indipendenti, nessun fonico, nessuno studio, tutto registrato in soggiorno, coi mezzi a nostra disposizione. Quindi in un posto dove si può trovarsi anche a bere il tè. Ci piaceva l’idea di una coppia seduta a bersi il tè, leggendo il giornale e in base a quello che legge nel giornale inventa le canzoni. E il giornale in questione l’abbiamo fatto davvero, un giornale che descrive, che proviene dalle canzoni, che provengono dal giornale, che proviene dalle canzoni. Una cosa che gira e che portiamo ai concerti così la gente può sfogliarlo ed entrare nel mood. Non scrivo di metafisica nelle canzoni, prendo ispirazione dalla quotidianità e la filtro attraverso l’ironia. Ad esempio, c’è una canzone intitolata When You Are Not Here, in cui un marito deve pitturare la casa; quando la moglie torna però, lui non ha finito perché pitturando gli è venuta l’ispirazione e ha scritto la canzone per lei, una canzone d’amore. Lei gli fa i complimenti, però gli fa notare che comunque non ha finito di pitturare e ha sbagliato colore. Così conclude dicendogli: ti do un’altra occasione per essere ispirato. Vado di nuovo in ferie e tu pitturi la casa!”.

Il suono creato dal duo è molto essenziale, ci sono momenti in cui vengono in mente certe canzoni di Badalamenti cantate da Julie Cruise per i film di David Linch, ma quando alla voce di Geena si affianca quella di Rufus, le tinte variano, rievocando anche echi di un Tom Waits meno rauco e più indie. E con un po’ d’ironia. Il suono è molto essenziale, senza virtuosismi, realizzato con quello che c’è a disposizione. “Io suono più o meno tutti gli strumenti – prosegue Rufus – e non ne ho imparato nemmeno uno, più che altro li uso per suonare la canzone: non sono né pianista né chitarrista, nulla di tutto ciò, però mi piace suonare la canzone. Vecchia scuola si chiama. Registro la cosa e non sto lì a cercare più di tanto, ho strumenti che costano a dir poco un niente, la chitarra base in quasi tutte le canzoni è quella del ragazzo di mia figlia comprata a suo tempo alla Lidl”. La musica del duo aveva anche acceso qualche interesse da parte dell’industria discografica d’Oltralpe, ma non ne è venuto fuori nulla. “Avremmo avuto – conclude – la possibilità in Germania… Poi però vien fuori che la canzone non deve durare più di trenta secondi, il ritornello deve essere entro i primi quaranta, la voce deve entrare nei primi quindici e poi ti dicono anche i loops che devi mettere. I loops sarebbero i punti cardinali quando fai il mastering dei bassi e degli alti. Poi guardi quelle tracce sullo spettrometro e vedi una riga nera. Non ci sono più alti e bassi. Non c’è più dinamica, non c’è niente. E a noi di queste cose non ce ne importa proprio. Lavoriamo a modo nostro, non vogliamo cambiare. Preferiamo proprio la sporcizia che abbiamo noi sul nostro disco, addirittura si sente il gallo del vicino in due o tre canzoni in sottofondo!”

Per il futuro Geena e Rufus hanno già dei concerti in cantiere, un paio a Vienna, una al bunker di Malles, e l’allargamento della formazione, con l’inserimento della chitarra di Roland Novak e di una sezione ritmica, per poter riprodurre dal vivo il sound creato in soggiorno.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Una chitarra solidale riprende a vivere

Eugenio Pennini è una vecchia gloria della scena musicale bolzanina. Sul finire degli anni Sessanta calcava i palchi della regione coi suoi Wat 69, che in tempi recenti, anziché appendere la chitarra a un chiodo ha cominciato a portare un po’ di musica nelle RSA, con lo scopo di animare i pomeriggi degli anziani ospiti. Proprio in una di queste strutture il suo percorso si è incrociato con quello di Roberto Loperfido, che di un’ospite della RSA è amministratore di sostegno.

“A casa – racconta Roberto – avevo una chitarra che non avevo mai imparato a suonare del tutto. Era lì, accantonata ed impolverata e avendo incontrato Eugenio in casa di riposo, ho pensato di chiedergli se avesse idea di cosa si poteva fare con quella chitarra dimenticata”.

“Spesso – prosegue Eugenio – accade che chi va in casa di riposo come ospite, finirà lì i suoi giorni, è per questo che invece di andare ancora a cercare ingaggi negli alberghi per serate musicali, ho deciso di suonare come volontario per queste persone. La musica è un grande veicolo per solidarizzare, spesso e volentieri può avere effetti terapeutici, può aiutare a placare gli animi agitati e dare gioia a chi suona uno strumento”.

Così a Eugenio è venuto in mente che c’era un modo di riciclare in modo creativo e utile la chitarra di Roberto e a questo punto è entrato in ballo Erion Zeqo, operatore sociale e musicista noto anche come Zio Cantante. Eugenio aveva letto qualche anno fa, che Erion aveva fatto una raccolta di strumenti musicali dismessi o abbandonati, per organizzare un laboratorio creativo all’interno della casa circondariale.

Inutile dire che Erion ha raccolto con entusiasmo l’idea di accogliere anche la chitarra di Roberto.

“Due anni fa – ci spiega Erion –, ho fatto una campagna per raccogliere strumenti usati e portarli all’interno del carcere per creare un laboratorio musicale. Abbiamo sempre bisogno di strumenti, nuovi strumenti, altri strumenti, insomma, anche per cercare di occupare il tempo di queste persone con delle attività che siano ricreative ma allo stesso tempo che possano far del bene a loro, perché quando fanno musica poi, inevitabilmente, c’è una sorta di benessere di ritorno, e c’è anche una motivazione più importante perché li aiuta ad affrontare le difficoltà che ci sono in quel contesto. Perché la cosa principale che può accadere all’interno di un carcere è che una persona perda le motivazioni, perdendo anche l’abitudine alla quotidianità abituandosi a una quotidianità che è quella dell’istituzione, cioè data dei ritmi e dei tempi dell’istituzione, e quindi se tu prima ti alzavi a una certa ora, facevi una certa cosa, facevi una camminata, facevi una chiacchierata, andavi al bar a giocare a carte con gli amici, coltivavi i tuoi hobby, oltre al lavoro, perché il lavoro è una cosa, ma quello che riempie la nostra vita, anche da un punto di vista delle passioni, degli interessi, è l’imparare qualcosa di nuovo, spendere del tempo anche in modo creativo. Questa cosa in carcere viene quasi annullata del tutto. E ci sono pochi strumenti che ci permettono di progredire in questo senso. Uno, diciamo, di questi sicuramente può essere la musica, poi c’è anche altro, come il disegno, il teatro, la lettura, la scrittura e via dicendo. Quindi due anni fa cosa abbiamo fatto? Con altri colleghi che lavorano con me come insegnanti, come educatori in carcere, abbiamo, tra virgolette, occupato uno spazio, noi facciamo come quelli che non solo occupano uno spazio ma gli danno poi una finalità utile, una finalità sociale”. 

Addirittura, non avendo all’inizio un luogo in cui ritagliare questo spazio, Erion e i suoi collaboratori hanno potuto usare l’appartamento della direttrice ad interim che lei non occupava e quello è diventato il loro laboratorio musicale.

Così nel corso di un simbolico incontro in RSA, Roberto, in presenza di Eugenio, ha consegnato a Erion la sua vecchia chitarra, con l’obiettivo di donarle una nuova vita, utile.

“Non abbiamo soltanto le chitarre – conclude Erion – ma anche la fisarmonica, strumenti a fiato, a corda, tastiere, persino una batteria. Il momento più bello è quando qualcuno viene e chiede di poterla suonare cinque minuti. Sanno di fare un casino incredibile, ma scaricano l’adrenalina, anche senza rendersene conto. Sai che beneficio ne traggono? Sai che gioia provano? La ciliegina sulla torta sarebbe che qualcuno gli insegnasse a suonarla, la batteria”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Uno sguardo… sul panorama musicale locale


Solitamente, la nostra rubrica, porge attenzione alle nuove uscite discografiche. Stavolta proveremo invece a fare un punto della situazione sulla promozione della suddetta scena che passa attraverso sponsorizzazioni pubbliche o private, sottoforma di concorso ma anche in veste di finanziamento sulla base di un progetto presentato ai preposti organi provinciali. 

A chi inorridisce all’idea che ci sia uno sponsor pubblico dietro la realizzazione di un disco, diremo subito che, innanzitutto non accade solo da noi, e citiamo ad esempio una piccola casa discografica con sede in Spagna, che da anni pubblica e distribuisce a livello mondiale dischi di artisti indonesiani finanziati dal loro ministero culturale, in seconda battuta il ruolo svolto dalle amministrazioni va a ricoprire quello che un tempo era ad appannaggio dei cosiddetti mecenati. È di pochi giorni fa la notizia che IDM Alto Adige (l’azienda provinciale che si occupa tra l’altro dei finanziamenti di produzioni televisive e cinematografiche girate in regione) si occuperà anche dei progetti musicali e ha individuato dieci progetti da sovvenzionare, tra cui il nuovo disco del chitarrista Mortiz Gamper, una rock opera firmata da Manfred Schweigkofler, il terzo CD dei Timbreroots. Proprio questi ultimi si sono messi in evidenza nell’ultima edizione del contest Upload, collocandosi al secondo posto. Da qui l’occasione di scambiare due chiacchiere con Matteo Jamunno, musicista, scrittore, creativo a 360° che da un paio d’anni si occupa attivamente del concorso.

“Upload – ci spiega Jamunno – ha tre identità territoriali che corrispondono alle tre regioni dell’Euregio. Negli ultimi anni in Tirolo c’è stato un calo sia a livello di organizzazione che soprattutto di finanziamenti, il Trentino è invece particolarmente in evidenza e ha sviluppato un forte legame col mondo dei workshop e delle scuole di musica perché chi si occupa di Upload ha i giusti agganci con queste realtà, qui in provincia di Bolzano c’è invece un forte legame con la scena live grazie a Maurice Belotti e alla presenza di luoghi deputati alla musica giovane, non dimentichiamo che Upload è un contest riservato a musicisti sotto i 35 anni. L’importante, e al tempo stesso difficile da fare, è ricordarsi di non essere bolzanocentrici.”

Da qui l’esigenza di portare il concorso non solo nelle altre città della regione ma nelle valli, cosa che in Trentino è già divenuta una parola d’ordine, anche perché contrariamente a quanto avviene qui, c’è già una forte connessione tra i locali che danno spazio ai giovani e il finanziamento pubblico è meno consistente: i luoghi dedicati alla musica fanno così rete contando sulle proprie forze. Senza dover fare i conti col fatto che in Trentino si parla un’unica lingua mentre in Alto Adige, a fondo valle l’Italiano e l’idioma più usato mentre nelle valli, ladine a parte, il tedesco è la lingua principale.

“I Timbreroots – prosegue Jamunno – che si sono aggiudicati il secondo posto nel 2025, vengono dalla Bassa Atesina, sono di lingua tedesca, ma hanno viaggiato ed esplorato molto a livello musicale, pur rimanendo legati alle loro origini. Hanno aperto alla loro musica la possibilità di andare fuori. Questo è stato il loro punto di forza, li ho visti crescere rispetto all’edizione precedente del concorso: hanno fatto un salto enorme. D’altronde è cresciuto anche Upload. Fino a qualche tempo fa il contest era visto come una vecchia zia che ti dà la mancia quando la vai a trovare, ora per qualificarsi bisogna che i gruppi abbiano davvero le idee chiare, che abbiano un programma, e noi li seguiamo nel loro percorso anche dopo per vedere come procedono questo cammino. I Timbreroots in questo sono davvero avanti, e poi riescono a farti sentire la loro terra in un ambito musicale pop internazionale: si sente il camminare in montagna, il fango sugli scarponi, non so come facciano, ma è la loro magia.”

La band rientra tra i dieci artisti che si sono appena aggiudicati il premio della Rocknet Academy (assegnato da una giuria che ascolta per così dire al buio), consistente in un premio in denaro e nella pubblicazione del brano Wild Rustles sulla compilation SONX 2026, risultato conseguito con SONX 2025 e SONX 2021.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Ma che figurini quei Polemici!

È davvero trascorso molto tempo dall’ultima uscita in pubblico dei Polemici, una delle più eclettiche e innovative band della scena locale, una formazione che ha saputo, con estremo gusto e competenza, abbinare un cantante rap ad un classico assetto rock (con l’aggiunta di un DJ) in cui la sezione ritmica è, tra l’altro, salda nelle mani di due musicisti che a nome proprio sono pure cantautori. Il tempo trascorso non è passato invano, dall’ultimo concerto, che segnava l’entrata in gruppo di Jacopo Schiesaro (in arte Fanchi) in qualità di bassista: nell’ultimo anno i sei Polemici hanno lavorato sodo ad un nuovo EP, uscito un po’ per volta e che è ora disponibile completo su tutte le piattaforme col titolo di Figurini. Non solo, per lanciare il loro prodotto i Polemici torneranno ad esibirsi dal vivo il 30 gennaio prossimo al Sudwerk di Bolzano, offrendo la possibilità di assistere ad uno dei loro mirabolanti concerti in cui, con estrema generosità, sono soliti dare tutti sé stessi, senza risparmiarsi.

“Si preannuncia una bella serata – ci racconta il cantante Tachi, visibilmente trepidante all’idea di tornare a suonare dal vivo –, prima di noi si esibiranno i Supermarket, che suoneranno circa tre quarti d’ora, poi toccherà a noi e alla fine, visto che è venerdì sera, si proseguirà con un DJ set.”

Il fatto che ad aprire la serata saranno i Supermarket non è cosa per nulla scontata, visto che a produrre il nuovo EP dei Polemici è stato Thomas Traversa, che dei Supermarket è membro fondatore.

“Figurini segna un ulteriore passo avanti nella nostra evoluzione – spiega il cantante – il primo disco prendeva le mosse per lo più di brani che avevo già cominciato a scrivere, col successivo abbiamo lavorato insieme su materiale sempre mio ma composto per il gruppo, ora abbiamo affidato le sorti del nostro suono a Thomas, che nonostante la giovane età è appassionato e sa come lavorare in sede di produzione. Rispetto alle produzioni precedenti, la qualità dell’audio ha una veste differente e migliore. Thomas ci ha registrato e ha dato un assetto al suono prima di mandare a fare il master: devo dire che ha fatto un lavoro molto certosino per quanto concerne la pulizia dei suoni, evitando sovrapposizioni di suoni che non servono, cose a cui quando eravamo noi a produrci non sapevamo dare la giusta importanza.”

Ma le novità di Figurini, vanno oltre la veste sonora delle canzoni, ascoltando i testi dei brani, emerge una sorta di maturazione, gli argomenti rinunciano un po’ alla vis polemica degli esordi, andando più sul personale, tanto che in scaletta c’è persino una canzone d’amore, proposta però con le consuete classe e grinta del sestetto.

“Facciamo le valige – continua Tachi – è il primo e unico brano d’amore che abbia scritto, in Selezione all’ingresso abbiamo strizzato l’occhio allo ska nell’accompagnamento musicale, Ti chiederò scusa si rifà al rap francese ed è una canzone d’amore differente, dedicata alle mie bambine, sicuramente non è il tipo di canzone che scrivi quando sei un rapper arrabbiato di vent’anni, è dettata dalle differenti prospettive da cui vedi la vita quando giunge la maturità. Senza mai cercarsi è un’altra canzone d’amore, ma in prospettiva differente, non è un vissuto mio ma si basa sulla storia di qualcun altro.”

Va comunque detto che, nonostante le tematiche differenti, l’approccio musicale ai brani è comunque quello che ci si può aspettare dai Polemici, il cosiddetto brano d’amore non è un lento o una serenata, ha comunque un suo ritmo, una sua leggerezza, è ballabile, ma non da ballare allacciati.

Una curiosità infine, riguardo al titolo dell’EP, che denota ancora una volta lo spirito ironico dei Polemici, che avevano intitolato il disco precedente Come i Led Zeppelin, da una battuta riferita al fatto di volerlo inizialmente chiamare Polemici II. Figurini è la logica conseguenza dell’idea di intitolarlo Album, alludendo alla grafica che doveva richiamare gli album Panini dei calciatori. Quando Gowa, il tastierista è arrivato con le foto modificate a mo’ di figurine Panini, Tachi ha esclamato: “Ma che figurini siamo!”, il gioco era fatto, e il disco aveva il suo titolo definitivo.

Autore: Paolo Crazy Carnevale