Da poche settimane ci ha lasciati uno degli artisti più significativi dell’astrattismo subalpino. Nato a Merano l’8 maggio 1931, il suo lavoro di architetto lo aveva condotto lontano dall’Alto Adige, a Torino dove in breve tempo era diventato un affermato architetto e un brillante pittore. Guidato sempre dalla passione e dall’entusiasmo sia nell’arte che nella progettazione aveva legato il suo nome ad importanti costruzioni e a numerose pitture. La sua idea di architettura è forse riassunta in questa sua frase: “Certo, i grandi fabbricati, i complessi articolati, hanno una forza espressiva enorme; eppure io sono convinto, spinto anche da fattori contingenti, che molte opere considerate ‘minori’ fanno parte di un’ esperienza totale e si manifestano nella musica, nelle scienze, o, come nel mio caso, nella pittura e nell’architettura.”
Per quanto attiene la sua arte fu influenzato dalla letteratura e dagli scritti di Leopardi, Sartre, Thomas Mann, Borges, e Pound e dalla musica jazz, ma soprattutto dagli artisti non figurativi del dopoguerra come quelli incontrati alle Biennali veneziane, come Santomaso, Afro, Vedova e i fratelli Gio e Arnaldo Pomodoro. Martinetti aveva scelto la propria strada pittorica elaborando un linguaggio fatto di spartizioni geometriche dello spazio, precise, ordinate, spezzate e di gusto post-cubiste. Il cielo fu, insieme al mare, una presenza costante nei suoi dipinti. Vi faceva capolino specchiandosi in schegge di vetro in ogni dove, ritrovandosi anche là dove non lo si sarebbe cercato.
Di lui il critico d’arte Luigi Serravalli scrisse: “… Arte e mestiere, per cui la luce ultima del ‘prodotto’ è sempre frutto di una particolare ‘intelligenza creatrice’, di uno ‘slancio vitale o come diceva Thomas Mann, ‘estasi fredda’.”
Autrice: Rosanna Pruccoli