La musica? La trovate al Supermarket!

Il concetto è semplice, più semplice di quanto possa sembrare: il supermercato è il luogo dove si va a comprare tutto ciò di cui si abbisogna, da qui il nome scelto da una decina di musicisti bolzanini che per le loro particolari attitudini sono in grado di approvvigionare il fabbisogno musicale, sia nel caso della musica che sono loro stessi a produrre, sia che vengano coinvolti nelle produzioni di altri colleghi. Tutto è cominciato durante le limitazioni dovute alla pandemia, e nel 2023 ha dato origine ad una musicassetta autoprodotta a cui a fine giugno ne ha fatto seguito una seconda, intitolata significativamente Sympathia.

“Noi siamo sempre stati un gruppo di amici – ci spiega Cobølt, una delle quattro voci dei Supermarket –, molto prima di essere una formazione musicale. Semplicemente ad un certo punto ci siamo detti: siamo tutti musicisti, facciamo qualcosa insieme. Abbiamo condiviso tantissimo, cose belle e cose brutte, e questo ci tiene molto uniti. La definizione lessicale di Sympathia (concordanza di sentimenti, affinità sentimentale tra persone, partecipazione agli stati d’animo di qualcuno) ci si addice perfettamente. E piuttosto che band ci piace definirci collettivo”.

Scorrendo le note di copertina della nuova raccolta di otto brani in cui si mescolano canzone italiana, rap, prog, elettronica, si evince che nella composizione di ciascun brano vi siano collaborazioni a più livelli, più mani a scrivere i testi, più mani ad arrangiare e non sempre necessariamente le stesse. Ed è un po’ qui che si evince la quanto mai appropriata denominazione dei Supermarket: sugli scaffali c’è tutto. Serve un autore? Basta scegliere. Serve un fonico? Nel gruppo ce n’è più d’uno, che è naturalmente anche compositore. E tutti sono produttori e possono suonare più d’uno strumento.

“Non avendo partecipato come autore a questa cassetta – è il chitarrista/produttore Thomas Traversa a parlare–, ho potuto vedere dall’esterno come si sviluppi l’amalgama tra i miei amici. Tutto avviene con molta naturalezza e spontaneità, magari Cobølt e Bajo propongono una loro idea e altre due persone del gruppo nell’ascolto la elaborano secondo la loro visione: può essere che rimanga un testo con un unico autore che pensa ad un testo per altre voci ma può anche essere che gli autori diventino tre ed ognuno nel brano canti la sua parte; tutto fila alla perfezione come se fosse la cosa più normale del mondo”.

“È stata sicuramente la parte più complicata del percorso – specifica Cobølt –, siamo persone con gusti musicali differenti, ma c’è sempre la volontà di comprendersi a vicenda e il risultato alla fine funziona”.

Nell’economia sonora del gruppo ognuno è fondamentale, dalle sequenze computerizzate di Marco Distasio, alle tastiere di Bajo, alle due batterie, al basso, alle voci.

Sem, il bassista, pur partendo da una passione pura per l’heavy metal, si è adattato al formato Supermarket dimostrando una certa duttilità e adattabilità al progetto: “In principio era il classico basso elettrico. Poi considerando il genere musicale che suoniamo mi è sembrato opportuno mettere in pista anche il basso-synth. Quando l’ho comprato non avevo neppure idea di come funzionasse, poi ci siamo messi lì e con l’aiuto degli altri ne sono venuto a capo. Inizialmente doveva essere solo per fare il disco, ma ora anche dal vivo nella prima parte suono il basso elettrico e nella seconda quello sintetizzato. L’idea del disco era principalmente indirizzata verso la musica elettronica e mi serviva quindi uno strumento che avesse delle caratteristiche che il basso analogico non ha”.

Visti dal vivo, i Supermarket sfoderano poi una presenza scenica e delle sonorità che si discostano da quelle ascoltate nelle registrazioni, dando un’ulteriore prova delle loro capacità. 

“Riusciamo a tirare fuori un sound particolare – è il tastierista e fonico Bajo a parlare ora –, per il live i pezzi sono come riarrangiati perché il pubblico vuole una determinata situazione, vuole un tipo di energia e tu stesso vuoi dare quell’energia. Quando lavoriamo sulla dimensione live, cerchiamo un tipo di suono che stupisca, e siamo i primi a stupirci quando vediamo la risposta del pubblico”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Mirko Giocondo alla guida dell’ultima corsa per Chinatown

È un musicista eclettico e prolifico Mirko Giocondo, uno a cui piace percorrere vari sentieri: che si tratti della musica contagiosa e scanzonata della Homeless Band, del rock d’autore dei Ferbegy?, delle canzoni di una band gloriosa e rodata come la Spritzband di Andrea Maffei o di quelle essenziali di Ariel Trettel. E qualunque musica suoni, Mirko lo fa con lo stesso entusiasmo e trasporto, mettendoci l’anima.

“In tutte le band in cui suono – ci spiega – non mi interessa essere un singolo, io mi metto a disposizione, e questo probabilmente è il motivo per cui poi quando indosso i panni del compositore faccio cose molto differenti e le faccio da solo, perché quello che voglio esprimere sono le mie idee. Farei fatica a scrivere a quattro mani, mi metto volentieri al servizio della musica altrui, ma lo faccio in quanto me stesso. Con la mia musica invece scrivo, scrivo, metto giù spartiti che magari in quel momento mi sembrano funzionare e poi il giorno dopo non mi paiono più così riusciti. Credo che per essere compositore sia necessario non divenire vittime dell’ispirazione, quanto piuttosto essere una specie di artigiano della composizione, e come un artigiano fare qualcosa ogni giorno, qualcosa che funzioni”.

Ad appena un anno dal suo lavoro precedente, una sorta di sinfonia concept d’ispirazione science fiction, Mirko Giocondo ha messo in rete, tramite le consuete piattaforme, un nuovo lavoro il cui titolo, Last Race For Chinatown, trae origine dalla passione dell’autore per il Tao, di cui è studioso al punto di collezionarne diverse edizioni e traduzioni. Si tratta di una sorta di suite in dodici movimenti, ciascuno col suo titolo in cui, con certosino lavoro di ricerca per quanto riguarda gli strumenti da usare, Giocondo veste di Cina una musica distante da quel mondo, una musica legata anche alla sua passione per le roboanti colonne sonore di Hans Zimmer.

“Non so se ci sono riuscito – ci confida –, ma ho cercato di spaccare un confine in quello che è l’abito della musica cinese, usando strumenti tradizionali, talvolta molto antichi, come l’erhu, e mettendoli però fuori dal contesto della musica cinese abbinandoli ad un’orchestra. Ho diviso la torta in tre parti: quella con gli strumenti della tradizione, un’altra con l’orchestra usata in maniera ancor più epica, spogliata di qualche elemento, ma ingrandita sul fronte archi/ottoni, e un’ultima con un largo uso di sintetizzatori”. 

L’erhu, uno strumento cordofono tipo violoncello che si suona però strofinando l’archetto verso l’esterno, spingendo le corde verso il vuoto, il cordofono a percussione yangqin, il similare gudzeng che si suona però con le dita, flauti che rispondono ai nomi di bawu e koudi, sono i protagonisti della nuova fatica del musicista bolzanino. Mescolando il tutto all’approccio futuristico dei synth, si crea l’idea della Chinatown del titolo, che come l’autore stesso ci tiene a precisare, non è Cina, ma è una comunità cinese all’interno di una metropoli occidentale.

“La musica cinese – prosegue Giocondo – è molto ferma, non ha alcun tipo di grande costruzione armonica, è tutta concentrata sulla timbrica, quasi sempre costruita su una scala pentatonica, il suo pregio sta tutto nel fascino che può esercitare sull’ascoltatore. Il mio esperimento consiste nel dire: sì siamo qui con la testa ma spacchiamone le regole, via quel vestito. E ci sono voluti dieci mesi per arrivare alla conclusione da quando ho cominciato a lavorare al progetto. Volevo tirare in ballo la grandezza dell’antica Cina, volevo metterci i miei studi sul Tao, che cerca di non dare didascalie ma di fornire metafore per arrivare alla conoscenza. Proprio come la musica, secondo me, che riesce ad esprimere cose che la parola non riesce a comunicare. Il tutto utilizzando l’epicità di una grande orchestra, il fascino degli strumenti tradizionali, e condurre l’ascoltatore a fare un viaggio. La mia musica non usa la forma canzone e non è neppure concepita come commento sonoro a delle immagini, quanto piuttosto ad un viaggio, a delle storie che si dipanano nella mia mente”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Intrugli, sughi, intingoli, singoli

È di nuovo il momento di fare la cernita delle proposte musicali in formato singolo, sempre in attesa che i nostri artisti ci propongano nuove opere legate ad una progettualità più estesa e di lunga durata.

La stagione estiva sembra promettere bene sotto questo profilo, nel frattempo, in attesa che le promesse vengano mantenute o disattese vediamo appunto le ultime uscite sul mercato dei singoli: Gloria Abbondi, alias Zelda Mab, che più che essere un alter ego è il nome di un progetto ha pubblicato a maggio un nuovo singolo, Segreti di miele. Il nuovo, breve brano arriva dopo la buona prova dello scorso marzo che portava il titolo di Blue cobalto, un brano che sembrava più interessante di quelli ascoltati un paio d’anni fa nell’EP Elettricità. Zelda Mab continua a fare tutto da sola, inclusa la realizzazione dei video con cui presenta le sue canzoni. Cosa più che apprezzabile. Peccato che Segreti di miele soffra un po’ di quelle problematiche legate alla metrica che avevamo riscontrato nel suddetto EP dell’artista bolzanina.

Contemporaneamente al singolo di Zelda, è uscito – lo si può ascoltare tramite bandcamp – un singolo con due lati A attribuito ai Desperate Cowboys, anche stavolta però non si tratta di un gruppo ma di un progetto in cui a fare tutto è un eclettico musicista dai trascorsi legati a generi musicali totalmente differenti. Roland Novak è un appassionato di rock’n’roll, nell’accezione più classica del termine, in passato è stato chitarrista dei Godzilla Intermezzo, cover band dei Motörhead fondata con Reinhold Giovanett, in seguito ha fatto parte di William T & The Black Fifties, gruppo ispirato al rockabilly primordiale (firmando anche dei brani col cantante William Telser). Angry Sad Adult Oriented Post Punk Emo è la definizione con cui Novak presenta il progetto, definizione che sembra voler prendere in giro coloro che vogliono a tutti i costi dare una definizione di ciò che fanno: il singolo intitolato Have You Seen Your Therapist Lately? Si compone di due brani abbastanza differenti tra loro, A Friend si sviluppa intorno ad una base di batteria campionata insistente su cui giocano elettronica ed elettricità. Per contro The Lesser Me In You parte invece da una chitarra acustica su cui l’elettronica si innesta con i filtri applicati alla voce e pochi altri effetti. Novak che si presenta con occhiali scuri, cappello da cowboy e tutta argentata, fa intendere che questo post-punk da camera (nel senso che è realizzato in una stanza da letto) è il suo trend attuale, ma nulla è scritto per il futuro, che potrebbe riservarci altre sorprese, come il ritorno a suonare dal vivo o l’allargamento del gruppo ad altre persone.

Un altro artista eclettico che difficilmente si ripete nelle sue proposte è Peter Burchia, cantautore, busker, chitarrista degli Shanti Powa, artista visuale di tutto rispetto.

Il 22 maggio scorso Burchia ha pubblicato via Spotify e YouTube il suo nuovo singolo, Ikarus, una canzone che si distacca nettamente da Rain, il singolo di un anno fa uscito su musicassetta e figlio ritardatario delle session del LP che l’artista aveva realizzato nel 2022.

Stavolta, per la produzione, Peter si è affidato al giovane Ludwig Mayr, dell’altipiano del Renon, che aveva già collaborato al remix di Look Back, la traccia che intitolava il LP del 2022: insieme hanno vestito la composizione – in lingua tedesca, al posto dell’abituale inglese usato dal cantautore – suonata in origine su un organo Farfisa anziché sulle corde della chitarra. Il risultato è un brano che si riconduce al pop germanico, però con influenze reggae/dub indubitabilmente mutuate dal ritorno di Burchia tra le file degli Shanti Powa, il tutto abbellito con un sax suonato da Valentin Gasser. Il testo del brano prende spunto dal mito greco di Icaro e dal suo desiderio di volare e vedere il mondo dall’alto, a dispetto del pericolo che dietro questo volo si può nascondere.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Indiep Festival approda a Trento

Dopo il successo della manifestazione bolzanina, tenutasi lo scorso 10 maggio, l’Indiep Festival approda il 14 giugno a Trento. La rassegna ideata da Jacopo Schiesaro è giunta alla sua quinta edizione ed è diventata un appuntamento importante per artisti giovani, esordienti e – soprattutto – senza contratti discografici. Ad organizzare il tutto è stata l’associazione Be Young, facente capo all’UPAD, con il supporto dell’ufficio Giovani del capoluogo altoatesino e della Regione Autonoma TAA. In vista della replica trentina dell’evento, abbiamo parlato con Rossella Ruele e Luigi Buonomo che fanno parte del team organizzativo dell’evento.

“Il primo Indiep Festival – ci racconta Rossella – si è svolto nel 2021, in pieno lockdown e quindi i musicisti vi hanno partecipato in streaming, senza pubblico. Dalla seconda edizione in poi la location della manifestazione è diventata Castel Mareccio. Jacopo Schiesaro, il nostro direttore artistico, l’aveva immaginata come una possibilità di dare visibilità ai giovani artisti, in modo particolare in quel periodo in cui si era costretti a stare a casa. In un primo tempo era stata pensata e dedicata ai giovani della nostra regione, ma dopo la prima edizione si è visto che c’era interesse anche fuori regione e quindi ora è una rassegna aperta a tutti”.

Il festival è presente fortemente sui social e in particolare su youtube dove ha un canale dedicato: nelle prime edizioni, fino al 2023, i concerti venivano trasmessi in lunghe dirette, soprattutto per la prima edizione a porte chiuse, poi dallo scorso anno è stato deciso di riprendere l’intero evento e poi creare delle clip dedicate ad ogni singola esibizione, potendo quindi fare un po’ di editing e contando su una qualità audio/video migliore rispetto agli imprevisti della diretta.

“Una cosa che trovo molto bella dell’Indiep – è Luigi a parlare, ora – è che non dà solo spazio agli artisti, ma dà l’occasione anche ad altri giovani di mettersi in gioco dando una mano a qualunque livello. Io, ad esempio, non so cantare, ma mi piace poter fare qualcosa in quest’ambito. Così mi sono messo a disposizione e mi sono scoperto presentatore senza avere alcuna esperienza precedente. E lo stesso discorso vale per chi ha dato un contributo alle riprese video o alla registrazione dell’audio”.

L’edizione di quest’anno ha visto quindici partecipanti, tra solisti, band e DJ: Sara Kane, Asyle, Cera, PKR, Hålo, Pooja Rebeiro, But Beautiful, DD e QLCS, Fuggitivi, Wicked & Bonny, Monkey Monsta, IMMA, Kleris & Curious Boy, ENA. Non trattandosi di un concorso, tutti hanno dato il meglio di sé a prescindere, per il piacere di stare sul palco e proporre la propria musica.

“A me – ci dice Luigi – sono piaciuti in particolare gli Hålo, già vincitori di un concorso a Trento. Hanno portato una musica in stile rock anni ottanta, diversa dai molti gruppi più pop presenti. E ho sentito particolari apprezzamenti nei loro confronti anche da parte del pubblico.”

“E hanno un cantante molto giovane – precisa Rossella –, appena sedici/diciassette anni, bellissima voce. E poi il gruppo ha una freschezza ed una carica davvero particolari. La manifestazione si è svolta su due palchi, su quello interno era di rigore eseguire brani originali, mentre sul palco esterno era permesso anche suonare delle cover. E ad ogni esibizione sono corrisposte anche le interviste in diretta da parte dei presentatori”.

Quest’anno, la novità è la doppia location del festival. Dopo la data bolzanina, grazie all’interessamento e alla collaborazione di Bookique – uno spazio culturale e caffetteria che si contraddistingue per il principio delle tre à: creatività, originalità e qualità – che da alcuni anni è un fiore all’occhiello nell’organizzazione di eventi con un ottimo riscontro e la cui struttura ad anfiteatro ne fa una struttura perfetta, – ci sarà anche una serata a Trento.

L’appuntamento con la serata trentina di Indiep Festival è quindi per sabato 14 giugno alla Bookique.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Singoli “sugosi” di primavera

Tra un’uscita discografica solida ed una virtuale, il panorama musicale altoatesino continua a sfornare singoli in formato video o comunque in versione piattaforma, qualunque essa sia, segno che i nostri artisti dopo il semi-letargo invernale si sono ridestati nella classica stagione dei risvegli.

Singolo di primavera ma con tutte le caratteristiche da hit solare è la nuova proposta di Kiuppo, alias Angelo Ippati, sassofonista degli Shanti Powa (ma già anche con gli ahimè defunti Skankin’ Drops). 

Kiuppo è un artista poliedrico, un po’ musicista, un po’ DJ da sound-system, con la sua nuova proposta intitolata Battito e realizzata in tandem con Moksha Dub, esce un brano che si presta ad essere ballatissimo, oltre a – come da tradizione reggae/ragamuffin – proporre nelle liriche un tema che inneggia all’amore universale, cantato in parte in italiano, in parte nel dialetto del Salento da cui è originario. Il singolo non ha fatto tempo ad uscire, sia in versione classica, che in versione riddim, e Kiuppo è stato travolto dalle richieste di numerosi DJ e artisti Dub che si sono candidati a proporre le loro versioni di Battito. 

E a proposito di versioni Dub, è degli stessi giorni l’uscita della versione firmata dal produttore di fama internazionale Gaudì, del più recente singolo degli Shanti Powa, quello intitolato Box e realizzato in collaborazione con Herbert Pixner!

Altra sorpresa degna di nota nel campo dei singoli, ci arriva da Sascha Giacomuzzi, con lo pseudonimo sotto cui si cela da tempo: Beat Noir Deluxe. Artista assai prolifico, negli ultimi mesi Giacomuzzi ha dato alle stampe parecchi singoli, ma quello uscito a fine aprile sembra particolarmente interessante, un po’ per l’estensione del progetto alla cantante Sarita Devi che ne diventa parte integrante. Il singolo uscito con il titolo di Up The 90’s Vol.2 è un evidente omaggio, ben fatto, agli eroi musicali degli anni 90. Particolarmente gradita è la versione cantata dalla sola Sarita del classico dei Nirvana Love Buzz, mentre, su quello che potremmo definire il lato B, i due cantano insieme Baby One More Time di Britney Spears, dando un bell’esempio di come ben si mescolino la voce dark di lui con quella punk di lei.

Trentacinque anni fa vedeva la luce uno degli ultimi vinili dell’epoca pre-digitale, realizzato da artisti della nostra regione. Si trattava di The Stars Are Falling Down dei Chain, un gruppo che con la propria musica destò un certo interesse presso le riviste specializzate in rock indipendente di tutta la penisola. 

Buone recensioni e concerti non mancarono per questi epigoni di certa musica che a metà anni ottanta aveva riportato in auge le quotazioni di un pop-rock che affondava le proprie radici in un’epoca distante. Per celebrare l’anniversario, ha fatto capolino su Youtube un brano intitolato Don’t be Denied in cui ritroviamo tutte le piacevoli sonorità che ci avevano colpiti nel vecchio disco. Il brano, inedito, ripesca i classici suoni di quella psichedelia colta e immediata che aveva i suoi profeti in band come gli australiani Church o gli americani Rain Parade. Vige il mistero su chi siano i musicisti coinvolti nell’operazione, ma il risultato è quello che conta.

Non solo singoli però, per concludere questa rubrica ci sembra doveroso segnalare un breve live in video rintracciabile su yotube nel canale dedicato di Tiny Drin (con riferimento alla simile serie americana chiamata Tiny Desk, assai raccomandata), che offre una serie di piccoli concerti realizzati nello spazio Drin di Corso Italia a Bolzano, dove in anni ormai lontani c’erano i Telefoni di Stato. Si tratta di un gioiellino consistente nel concerto della giovanissima Tessa Kai (di cui si attende a breve il primo EP), accompagnata dagli altrettanto giovanissimi Stereophonics, rivelazione ad Art May Sounds lo scorso anno. Il tutto sotto l’attenta supervisione dei leggermente meno giovani ragazzi del collettivo Supermarket Crew.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Marco Stagni: creatività notturna

Fa un piacere immenso constatare il livello artistico raggiunto da alcuni ex ragazzi (anagraficamente parlando) che già una ventina d’anni fa promettevano davvero bene e che oggi continuano a far parlare – bene – della propria musica, quale che sia il progetto che vi è dietro. È il caso di Marco Stagni, bassista e contrabbassista.

I progetti di Marco Stagni sono davvero moltissimi, e tutti di qualità superiore. Per i più distratti ricorderemo che Marco, ancora agli esordi aveva per un breve momento ricoperto il ruolo che fu di Sergio Farina – che aveva cominciato a dedicarsi esclusivamente all’attività di fonico – nella Spritzband di Andrea Maffei; poi a distanza ravvicinata erano arrivate le collaborazioni con il JEMM Project, di cui fa tutt’ora attivamente parte, con la formazione del cantautore britannico Ed Laurie, con i Kolzano, col trio di Manuel Randi, fino alla Italo Connection, la banda da sold out messa insieme da Herbert Pixner per suonare musica elettrica quando non è impegnato col suo gruppo abituale.

Insomma Marco Stagni ha un curriculum visibile, tangibile e soprattutto ascoltabile che in ogni sua forma ne ribadisce la statura musicale.

E proprio nelle scorse settimane, ha visto la luce un disco in vinile dedicato ad un progetto tutto suo, denominato Animali Notturni, progetto in cui è autore di metà dei brani e di tutti gli arrangiamenti e in cui è accompagnato dall’amico e compare di sempre Matteo Cuzzolin, dal chitarrista Philipp Ossanna e dal batterista Max Plattner, entrambi austriaci.

“Animali notturni – ci spiega Stagni – deriva da alcune scritture nate durante dei viaggi di notte, viaggi in senso generico ma in particolare ritorni da concerti. Proprio da qui proviene il titolo dell’album, Sunday, 4:30 A.M., perché spesso i concerti si svolgono di sabato, e la domenica intorno alle quattro e mezza, si è in viaggio per tornare a casa. Durante questi viaggi, più o meno lunghi, capita che ci si ritrovi immersi nella natura, una natura addormentata in cui si muovono solo quegli animali cosiddetti notturni a cui fa riferimento il nome del gruppo. Matteo Cuzzolin, sassofonista della formazione, lo conosco praticamente da sempre e siamo cresciuti anche musicalmente insieme, è un amico e compagno di musica formidabile, gli altri due ragazzi sono austriaci e li ho incontrati tramite dei progetti musicali legati all’Euregio.”

Il disco è convincente fin dal primo ascolto, la musica spinge per uscire dai solchi e nella prima facciata troviamo proprio quei brani che fanno riferimento in particolare ai viaggi di notte, partendo da The Owl (la civetta) scritta da Ossanna, passando per Foxy (la volpe) di Cuzzolin per finire col brano di Stagni che è anche il nome del gruppo e chiude la prima parte. Grazie all’unitarietà di suono collaudata dal quartetto e al lavoro di Luca Tacconi nello studio veronese Sotto il mare, l’impressione è di trovarsi al cospetto di un affresco sonoro in cui di volta in volta si mette in evidenza lo strumento di chi ha firmato il brano, senza mai sopraffare gli altri e andando a costituire quasi una colonna sonora calzante ai viaggi di notte, una colonna sonora che sfugge a qualsivoglia definizione, citando il jazz, il blues, talvolta anche elargendo momenti puramente pop d’alto livello.

“Oltre ai brani strumentali – prosegue Stagni – c’è Appartenenza, quello che chiude la seconda parte, una composizione che ho scritto in due momenti. La parte strumentale risale ad un po’ di tempo fa, poi durante la pandemia, trovandomi in isolamento praticamente totale, è venuto fuori un testo, però non un testo da cantare, un testo che ho cercato di immaginare su un tema che già avevo composto, un testo da leggere in maniera anti-musicale, così ho deciso di affidarlo al lettore vocale di google. Adesso, coi passi da gigante della tecnologia si potrebbe fare di meglio, ma mi piaceva quella voce quasi robotica, mono tono e senza espressione che il lettore aveva nel 2020. Una cosa riconducibile a quel momento. In un altro frangente forse non mi sarebbe venuta in mente unica cosa del genere.”

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Aluna, la musica soprattutto, fatta insieme

Quello che potremmo definire il segreto meglio custodito della musica altoatesina, è una formazione che attraverso gli anni – a partire dagli albori del millennio – ha cambiato più volte il nome, passando per Aluna Quartet, Aluna e, ora, Aluna Ensemble, e nasce dalle ceneri di un apprezzato gruppo ormai del secolo scorso, il Serafinian Quartet.

La line up attuale di Aluna si compone di cinque elementi, visto che dal 2018 circa ha aperto la porta a Gigi Grata, che per altro aveva suonato praticamente in tutti i dischi realizzati dagli Aluna fino ad allora.
Cinque elementi con i retroterra musicali più vari possibile, dal jazz al rock indipendente, dal klezemer alla musica classica, a quella latina; gli altri quattro componenti sono Gregor Marini, Zeno Braitenberg, Umberto Carrescia e Hartwig Mumelter. Ognuno porta in dote al gruppo esperienze titolate e soprattutto un gusto musicale sconfinato a cui ciascun membro contribuisce in ugual misura. L’uscita dell’antologia con inediti intitolata semplicemente Aluna Ensemble è stata l’occasione per incontrare i primi tre e parlare a ruota libera della loro visione musicale.

“Uno dei segreti della nostra intesa – comincia a raccontare Gregor Marini, chitarrista e uomo dei suoni – è che non ci stressiamo, ci piace stare insieme e fare musica insieme. Abbiamo raggiunto tutti una maturità tale che nessuno deve più dimostrare qualcosa, nessuno deve suonare per fare cassa. Quel che interessa è la musica”.
“L’unico stress che ci concediamo – specifica Zeno Braitenberg, che negli Aluna suona il violino ed è una delle voci principali – è l’autostress che ci imponiamo da soli quando dobbiamo lavorare ad un progetto, altrimenti finiamo col rilassarci troppo e stiamo fermi mesi, magari”.
I dischi del gruppo, e quindi la nuova antologia (con inediti, lo ribadiamo), sono caratterizzati dall’essere composti da brani dall’ispirazione più differente, dalla canzone pop a quella napoletana, a quella tradizionale di altri paesi: è il comune sentire la musica e la capacità di lavorarci insieme (ensemble, potremmo dire alla francese, rifacendoci al nome definitivo del gruppo) con gusto fino a dare alle composizioni il suono Aluna.

“Il brano russo Rodina – ci racconta Gigi Grata, trombonista e trombettista – ha una storia particolare, lo avevamo suonato tutto d’un fiato e io ci avevo fatto un assolo con la sordina sulla tromba. Aveva un suono che è piaciuto in modo particolare a Gregor”.
“Mi è piaciuto talmente – specifica il chitarrista – che me lo sono trascritto tutto, anche se sono l’autodidatta degli Aluna, e ci ho fatto un assolo di chitarra pari pari che è diventato un tema suonato all’unisono con quello di Gigi, tanto che ho dovuto ritrascrivergli io il pezzo perché lui lo aveva improvvisato la prima volta!”

“È incredibile – chiosa Braitenberg – come a Gregor sia venuto naturale di trascrivere un assolo, per così dire di pancia, suonato da Gigi, che Gigi non avrebbe mai rifatto nello stesso modo”.

Il repertorio si compone di brani che piacciono ai singoli musicisti, ognuno propone, poi insieme vagliano se si tratta di un brano calzante, ci sono persino amici o persone che vanno ad assistere ai loro concerti che ogni tanto lanciano l’idea per una canzone da inserire in repertorio. “Può accadere che si giri a lungo attorno ad un brano – prosegue Braitenberg – fino a che si trova la chiave giusta per renderlo: nell’antologia, uno degli inediti è un medley che girà attorno al brano La festa di Celentano. Se c’è un genere che non sopporto sono i medley, fino ad ora non avrei mai immaginato di registrarne uno. E invece è stato così evidente che l’arrangiamento funzionava a meraviglia, che alla fine mi sono adeguato senza riserve”.

Poi, quando è il momento di fare sul serio, gli Aluna si rifugiano nel loro buen retiro sulla costiera amalfitana e lì, almeno in parte, nascono i dischi. “Zeno ha una casa a Massa Lubrense – specifica Grata – con vista su Capri, se la stagione non è la più indicata, può esserci un freddo cane, ma la location è d’ispirazione per farsi ispirare, scrivere un arrangiamento e poi provarlo insieme. Il fatto di poter vivere da mattina a sera sempre insieme favorisce la creatività”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Anna Carol, il nuovo album della principiante rodata

A poco più di tre anni dal precedente lavoro, Cinetica, la bolzanina Anna Carol – già Carol May Know – torna a farsi ascoltare con la sua musica ed un disco nuovo di zecca, pubblicato anche in vinile, in cui propone una decina di nuove canzoni che tracciano le coordinate del suo percorso musicale. Anna Carol – Anna Bernard all’anagrafe – è una ragazza che crede in quello che fa e che si sta dimostrando molto determinata nel perseguire il difficile percorso che spesso deve affrontare chi vuole a tutti i costi riuscire nel mondo musicale.

Se Cinetica era stato un lavoro significativo, il nuovo Principianti non vuole essere da meno, anche a costo di diventare un po’ più mainstream e un po’ più simile ai lavori delle molte altre colleghe che popolano il panorama musicale del cantautorato pop in Italia come all’estero.
Principianti potrebbe essere definito un disco più urbano, rispetto al predecessore, non fosse altro che per il fatto di essere stato registrato nella metropoli italiana per definizione (Cinetica era nato nella quiete delle colline marchigiane).
“Quando è uscito il disco precedente – ci racconta Anna Carol – c’era già qualche canzone in cantiere per questo nuovo progetto. Un poco per volta se ne sono aggiunte altre; proprio in quel periodo ho letto un libro di James Carver che mi ha molto influenzata a livello di tematiche, tanto che gli ho preso in prestito il titolo, Principianti appunto. Mi sono resa conto che – come i racconti del libro anche le canzoni parlavano di relazioni, relazioni tra persone ma anche con la nostra identità – mi sembrava interessante la ricerca di ciò che accade tra le persone quando c’è qualcosa che cambia”.
A questo punto, una volta messe insieme le canzoni, per Anna era venuto il momento di capire come lavorarle, a chi affidarle per farle crescere e per dar loro una sonorità; dopo un po’ di ricerche, è maturata la scelta di interpellare Federico Dragogna.
“Avevo incontrato Dragogna – prosegue – in occasione di un suo seminario a Bolzano, ma il fatto di rivolgermi a lui è venuto più avanti. Con Federico abbiamo pensato che il modo migliore per conferire al materiale un’identità sonora, era quello di affidarsi al contributo di un gruppo che possedesse già a priori una sua sonorità. La scelta è ricaduta sul trio brasiliano dei Selton, da tempo trapiantati nel capoluogo lombardo, dove il disco è stato registrato. Col gruppo le cose hanno funzionato subito, anche se la matrice brasiliana non è propriamente parte della mia musica, ma avendo fatto jazz ad inizio carriera ho trovato un approccio ritmico in comune con i Selton e credo venga fuori almeno in parte nel disco”.
Negli ultimi anni Anna Bernard si è divisa parecchio tra la città natale e Milano, dove trascorre una buona metà dell’anno: lì c’è un po’ il fulcro della scena musicale, ci sono i concerti, si fanno gli incontri importanti per chi nel mondo della musica vuole affermarsi.
“Ci sono ottimi studi e musicisti ovunque in Italia – precisa la Bernard – ma essere a Milano, anche solo per un certo periodo aiuta, a me sicuramente è servito. Per il fatto di poter andare a vedere dei concerti senza doversi sciroppare chilometri di autostrada o di treno, ma anche per capire come funzionano le cose in questo ambiente”.
Per quanto riguarda la promozione del disco, uscito a metà marzo, la cantautrice bolzanina sarà on the road nel mese di aprile, con cinque concerti – accompagnata dalla band del disco – in qualità di supporto al tour di Dente, a Firenze, Roma, Torino, Bologna e Conversano (BA). Poi, con un concerto bolzanino tutto suo al Sudwerk, il 2 maggio prossimo comincerà il suo tour personale che si preannuncia piuttosto lungo con molte date in via di definizione, attraverso tutta la penisola.
“In abbinamento al disco – conclude – c’è anche l’uscita di un libro intitolato Tecniche per non imparare a ferirsi in cui ci sono i testi delle canzoni, dei brevi racconti di Sonia Lisco, coautrice di alcuni brani del disco, il tutto illustrato con le foto di Alecio Ferrari. Il libro lo presenteremo alla Nuova Libreria Cappelli il 5 giugno prossimo”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Bumtschak Welle: una visione musicale allargata

È uscito da qualche settimana un disco che merita di essere ascoltato con attenzione (come spetterebbe di diritto ad ogni disco): Tuitata è il suo titolo e ne è interprete e autrice una coppia di artisti che si cela sotto il nome di Bumtschak Welle. Un disco che sfugge abilmente ad ogni definizione, proprio per l’estrema duttilità e per la visione sonora per nulla scontata di Magdalena Schwärzer e Arno Dejaco, questi i nomi all’anagrafe dei due componenti che oltre che nell’arte sono una coppia anche nella vita. 

Arno, proviene dal mondo della letteratura, è un poeta e negli anni passati ha avuto successo nel mondo dei Poetry Slam, per altro molto vicino a certe forme musicali, e il titolo del disco sembra evocare il ritmo, sia esso quello dei beat generati elettronicamente, sia quello rapsodico della declamazione di versi.

Il suo approccio alla musica è cominciato all’inizio degli anni duemila quando ha formato un trio con i due rapper della formazione brissinese dei 4Twenty, occupandosi di tutta la parte elettronica.

“Il periodo dei Poetry Slam – ci racconta Arno – è stato molto stimolante, eravamo un gruppo di artisti mai in competizione, c’erano Jörg Zemmler, Matthias Vieheider, Martin Hanni ci coordinava, ed io ho affinato lo stile di scrittura. Nel disco c’è un brano, Zenzi, che proviene direttamente da questa esperienza, e si sente, perché ha una struttura tutta sua, la musica si è adattata al testo invece che il contrario, proprio perché il testo era così e volevo che rimanesse com’era”.

Difatti, il brano in questione cattura letteralmente l’ascoltatore, proprio per questa sua struttura atipica che non ha refrain, non ha strofe. Arno e Magdalena sono riusciti a cucire attorno alle parole un abito sonoro ricco, sperimentale, mai scontato, affascinante, affidandosi all’uso che lei fa delle tastiere e lui dell’elettronica.

“Il progetto è nato naturalmente, a casa – prosegue Dejaco –, le nostre figlie ora sono cresciute e ci siamo resi conti di avere più tempo, così abbiamo pensato che sarebbe stato bello fare qualcosa insieme. Solitamente si parte dal testo, sono io a scriverlo, ma gli arrangiamenti e la musica sono frutto della collaborazione. Il progetto poi si è evoluto, sempre in maniera naturale ed ora il duo è diventato un quartetto visto che ad accompagnarci nei concerti ci sono anche un’altra chitarra e una batteria che aggiunge una certa vitalità ai beat che creiamo elettronicamente. Magdalena ha una tastiera con un looper collegato con i miei sample, e poi mi piace come canta”.

Molto interessanti sono infatti i differenti usi che i due fanno delle rispettive voci, la voce di Magdalena è più da cantante, quella di Arno ha un background parlato da Poetry Slam, ma la combinazione risulta parecchio convincente. 

“Per noi – ci tiene a precisare Arno – è molto importante trovare suoni interessanti, siano essi sul sintetizzatore o sul sequencer, o addirittura cose che registro mentre sono in giro, usando un microfono zoom, rumori ambientali, naturali, poi riverso su un registratore a nastro Nagram, per renderli meno digitali, meno esatti, meno morbidi. Tutto suona più grezzo, ma anche più vero e più bello, e soprattutto è più bello il processo di realizzazione. Per me è naturale lavorare in questo modo: provo, penso, poi quello che ne vien fuori è sempre diverso, a fare i suoni è la musica stessa, sono molto importanti e per me è fondamentale che quello che poi si ascolta sia proprio ciò che mi suona nella mente mentre lo penso”.

Per raccogliere con le proprie orecchie il frutto delle sperimentazioni dei Bumtschak Welle, sarà possibile ascoltarli il prossimo 14 aprile, un lunedì, quando presenteranno il disco a Bolzano, presso il Carambolage di via Argentieri.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Singoli di fine stagione

Tra un’uscita e l’altra sulla lunga durata, la produzione musicale locale anche in questi primi mesi dell’anno non ha disdegnato di essere assai prolifica anche sul versante dei singoli.

A fine gennaio, nel giorno del proprio compleanno, è tornato a farsi sentire il veterano Stefano Mascheroni con un’orecchiabile canzone dal sapore estivo, sempre condita da arrangiamenti ridondanti, con abbondanza di effetti e suoni tipici di quegli anni ottanta da cui il musicista a livello di formazione proviene, ma sicuramente migliore per ciò che concerne la produzione rispetto alle ultime cose che il cantautore bolzanino ci aveva fatto ascoltare. Praticamente Innamorati – questo il titolo del brano – è una canzone che lo vede duettare con una voce femminile, la cui proprietaria non siamo riusciti a rintracciare nei credits del brano postato su youtube. Che l’Intelligenza Artificiale abbia fatto il proprio ingresso in punta di piedi anche nella scena musicale bolzanina?

Qualche giorno prima ha debuttato sempre su youtube una nuova canzone del duo Wild As Her condiviso dal chitarrista altoatesino Chris Kaufmann con la cantante Caroline von Brünken: il duo è sulla breccia da un paio d’anni e ha pubblicato molto materiale, portandolo in giro anche dal vivo (il 20 marzo saranno sul palco del Carambolage), tutto condito in salsa country-pop, spesso più pop che country. Nel filone si inserisce alla perfezione anche la Unloving You all’oggetto di questa recensione: il brano fa parte del recente EP dei due artisti, intitolato Matches & Gasoline ed è un buon esempio del loro stile, nonché del modo di lavorare in studio del Kaufmann producer, in bilico tra la modernità e i suoni acustici, retaggio della sua lunga militanza nel mondo country, dapprima coi Jambalaya, poi al seguito di George McAnthony, fino agli anni dieci del nuovo millennio, quando per diverso tempo Kaufmann è stato il chitarrista dei Truck Stop, la più longeva e seguita formazione country-rock dell’Europa continentale.

Un ritorno graditissimo, seppur sotto mentite spoglie e quello di Othmar Schönhafinger, un artista di cui ci siamo occupati in passato per via delle sue uscite discografiche sotto il nome d’arte di The Shea (i due vinili di questo ragazzo sono sicuramente tra le cose da ricordare dell’ultimo decennio). L’ex cantante e leader dei John’s Revolution torna stavolta sotto la denominazione di Liquid Gas e con una canzone intitolata Superpunk: il cambio di nome ci sta tutto visto che Othmar abbandona la sua visione del british pop per dedicarsi ad un brano dove a prevalere sono ritmo ed elettronica, anche se la sua voce è inconfondibile pure se stavolta all’abituale inglese ha scelto di cantare nella sua madrelingua. Come da par suo, Schönhafinger stupisce anche stavolta per la sua versatilità e per la capacità di rinnovarsi, senza fossilizzarsi nel percorrere strade sicure, magari rischiando, ma con motivazione. Il brano è la conferma della statura e del “sentire” la musica di questo artista, che speriamo torni a farsi ascoltare presto anche sulla lunga durata.

Concludiamo questa passerella con un nuovo singolo marchiato Supermarket. Il combo bolzanino che riunisce un numero imprecisato di giovani e volenterosi artisti se ne è uscito lo scorso otto febbraio con una bella composizione intitolata Tutto bene e firmata da Thomas Traversa che in questo brano si fa accompagnare ai cori da Fanchi (di cui, ricordiamo, aveva firmato la produzione del disco più recente, pubblicato per la verità su audiocassetta); per il mix invece il lavoro è stato curato da Francesco Bettoli.

Autore: Paolo Crazy Carnevale