Ariel Trettel e le canzoni scolpite nel marmo

Sono trascorsi alcuni anni da quando la strada artistica di Ariel Trettel si è separata da quella degli Shanti Powa, la band di cui è stato chitarrista e fondatore con Berise una quindicina di anni fa.

Le vie di questa formazione e dei suoi ex componenti sono però sempre state strettamente connesse, tanto che talvolta (pensiamo al caso di Peter Burchia) finiscono anche per incrociarsi nuovamente. Certo è che al di fuori del contesto collettivo, la musica cambia, e anche nel caso di Ariel la fuoriuscita dalla formazione madre ha dato luogo a un debutto solista molto intimo e, se vogliamo, anche vicino a certi momenti del disco del suddetto Burchia.

Was bleibt (ciò che resta) è il titolo del debutto di Ariel Trettel, un disco essenziale, costruito sui suoni di una chitarra acustica e una manciata di canzoni in lingua inglese, tedesca e qualcosina in italiano, con forti reminiscenze di autori come Nick Drake e del Dylan degli esordi, quantomeno nell’approccio vocale.

“In tutti gli anni negli Shanti Powa – ci racconta –, e nella partecipazione a progetti di altro genere con altri musicisti, ho sempre dedicato molto del mio tempo alla band, accumulando nel frattempo canzoni che scrivevo e che rimanevano in cerca di una casa. Da qui, un po’, il titolo del disco, queste canzoni sono quello che resta di un periodo della mia vita. Finalmente lo scorso anno mi sono deciso e le ho registrate, nello studio di casa, a Fiè, sono undici e sono state scritte nell’arco di dieci anni. il missaggio mi l’ho affidato allo studio Little Big Beat, in Lichtenstein, dove con gli Shanti avevamo registrato ‘Til Insanity, il nostro terzo disco. Quanto al fatto che le canzoni siano in più lingue, è una cosa che ho sempre ritenuto fondamentale e bella degli Shanti, l’essere multilingui, non solo per raggiungere un pubblico più ampio, ma per raggiungere anche un’espressività nelle proprie lingue, nel mio caso italiano e tedesco, anche se l’italiano c’è in misura minore.”

Il disco si apre tra l’altro con un brano molto folk, inteso dalla struttura folk tirolese, Am Schlern, un brano dedicato da Trettel all’altipiano dello Sciliar, dove è nato e cresciuto, un brano che potrebbe tranquillamente venire dalla tradizione per come è concepito.

“Per quanto riguarda le cose che mi hanno ispirato nel periodo in cui ho fatto il disco – prosegue nel raccontarci Trettel – mi piacciono molto i testi del rapper tedesco Sidro, ascolto gli Element Of Crime, i cantautori Andrea Laszlo De Simone e Tony Bruna. Devo dire che Dylan e Nick Drake è davvero tanto che non li ascolto, ma in passato, nel periodo coi Color Colectif Nick Drake l’ho ascoltato davvero molto e sicuramente mi è rimasto dentro.”

Dopo aver realizzato il disco in solitudine, Trettel, per presentarlo si è affidato ad un gruppo, non una band in senso classico, ma quasi un quartetto da camera, se non fosse che la camera in cui il progetto è stato varato, è in realtà una cava di marmo nel cuore dei monti venostani di Lasa. Lì Trettel si è presentato come Marmorstube, nome che definisce molto bene i suoi contenuti: accompagnato dal contrabbasso di Mirko Giocondo, dal violino di Magdalena Oberstaller e dalla fisarmonica di Maximilian Oberrauch, e col suono curato da Elias Gamper e Jürgen Winkler (che, guarda caso aveva prodotto l’ottimo esordio di Peter Burchia). Le canzoni di Was bleibt sono così divenute dei suggestivi video rintracciabili su youtube il cui risultato sonoro è davvero notevole.

“Ho fatto il disco da solo – ci spiega – per avere uno scheletro a base di chitarra e voce, uno scheletro però da poter rivestire e modificare. Una base su cui poter lavorare. Siccome ho frequentato la scuola di scultura in Val Gardena, specializzandomi poi a Lasa per quanto riguarda la materia marmo, ho conosciuto i proprietari delle cave. Con loro è nata l’idea del concerto nella cava, concerto che è stato registrato e ripreso in formato video, senza pubblico ma interamente suonato dal vivo. Le canzoni, mentre le scrivevo, le ho comunque pensate non solo per essere eseguite in solitudine, cercando di capire che strumenti ci sarebbero stati bene. E il quartetto con cui le ho registrate è il risultato, che ora sto cercando anche di riproporre dal vivo in pubblico: Marmorstube debuttato al Sudwerk un mese fa, e spero di poter dare un seguito al progetto.”

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Il Celtic Punk dolomitico dei Rumpled

Sono sulla breccia da più di un decennio, anche se nel frattempo hanno cambiato nome e si sono avvicendati diversi musicisti. Da un po’ di tempo, però la formazione è abbastanza stabile ed è composta dal bresciano Giacomo Merigo, ultimo arrivato e voce del gruppo, dalla violinista Patrizia Vaccari e dal fisarmonicista bolzanino Tommaso Zamboni, che si occupano della parte tradizionale della musica, mentre i trentini Davide Butturini, Luca Tasin e Federico Fava sono il trio chitarra-basso-batteria che gestisce la scossa elettrica del gruppo. Il punk-folk di matrice anglo/scoto/irlandese è un genere che ha un suo pubblico affezionato, forse all’estero più che in Italia ed ha padri fondatori importanti come i Pogues in Gran Bretagna e i gruppi americani Waco Brothers e Dropkick Murphys (gli ultimi due tutt’oggi in attività). Il gruppo ha recentemente pubblicato, in vinile, il proprio terzo disco ed è già all’opera per dargli un seguito. Ne abbiamo parlato con il fisarmonicista Tommaso Zamboni.

“Dancing Scars – ci racconta – è il primo lavoro da quando Giacomo è entrato nel gruppo e, si potrebbe dire, è un momento di passaggio dal punk-rock d’ispirazione celtica ad un suono più orientato verso il pop. Di solito per spiegare cosa suniamo a chi non conosce questa musica, dico che siamo un gruppo punk con due strumenti solisti d’ambito folk. Non ci riteniamo una band tradizionale, il fattore folk è sempre ben mescolato col punk, i brani sono quasi esclusivamente firmati da noi e, se sul palco può accadere di concedersi ad un paio di composizioni tradizionali, sono sempre adeguate alla nostra visione, anche perché ormai abbiamo uno zoccolo duro di fan che ci seguono, conoscono le nostre canzoni e le cantano con noi”.

Il vinile di recente pubblicazione si compone di cinque brani pimpanti e contagiosi, come del resto è caratteristica di questo genere, l’affiatamento del gruppo è più che evidente. Emergono in particolare il brano ispirato dalla tempesta Vaia (Vaia’s Breath) e Bikini Pirates, entrambi ispirati dal cambiamento climatico e ai danni che esso ha causato o può causare, con un monito più introspettivo nel primo caso e un approccio più scanzonato nel secondo, eseguito in tandem coi NanowaR Of Steel; e poi c’è la ballata Far Away, che ricorda le cose migliori scritte a suo tempo dal compianto Shane McGowan quando era il cantante dei Pogues.

“Per essere una band di non professionisti – prosegue Tommaso – abbiamo un’attività concertistica piuttosto intensa, lo scorso anno abbiamo tenuto quarantotto concerti, di cui sedici in Italia e sedici in Francia, che è una sorta di patria adottiva. Ci rechiamo a suonarci da tanto tempo, abbiamo cominciato con tour brevi di qualche data, poi l’interesse è cresciuto ed ora ci chiamano a tutti i festival di genere. Adesso cominciano a chiamarci pure in Polonia e in Olanda e lo scorso anno siamo andati in Inghilterra. Il nostro manager è in contatto con le varie agenzie che organizzano il booking in ciascun paese e poi, suonando ai festival, capita di esibirsi sul medesimo palco di autentici mostri sacri, come è avvenuto lo scorso anno in Repubblica Ceca, dove ci siamo esibiti prima dei Bad Religion! In Italia… si fa più fatica. Qui c’è ancora gente, sia tra il pubblico che tra i promoter, che considera la musica un sottofondo buono da ascoltare mentre si mangia o si beve”.

In Italia, comunque, i Rumpled hanno avuto la fortuna di aprire alcuni concerti di Vasco Rossi nel 2022, e queste sono cose che si ricordano. Lo scorso anno invece hanno suonato all’inaugurazione dell’opera dello scultore Martalar intitolata al drago Vaia, sull’altopiano di Lavarone: “Purtroppo, il meteo non è stato clemente e dopo un quarto d’ora abbiamo dovuto fermarci a causa della pioggia. Peccato, perché l’atmosfera era suggestiva, tra la nebbia che avvolgeva il promontorio su cui si erge il drago ed il drago stesso, che nella versione attuale è molto più feroce rispetto a quello andato in cenere nel 2023”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Stani Smiraglia è di nuovo Stani Labonia!

Per i bolzanini che seguivano il mondo musicale locale di fine anni Sessanta, il nome di Stanislao Smiraglia è sicuramente associato alle band studentesche come i Brahms – in cui militava anche il compianto Alessio Oss Omer – e al suo ruolo di bassista (suonava un Hofner come quello di Paul McCartney) nella storica Doctor Brown’s Fuzz Band. Quando la famiglia di Smiraglia decise di fare ritorno nell’originaria Napoli, per Stani fu un po’ un trauma.

“Venivo da Bolzano – ci racconta –, che per me e i miei coetanei era la porta verso l’Europa, a Bolzano si trovavano i dischi, c’era una scena stimolante, c’era da suonare. A Napoli ci ho messo un po’ per trovare il mio posto, la gente mi guardava strano per via del fatto che avevo i capelli lunghi, e lì non si trovavano i dischi dei Pink Floyd e degli altri gruppi che mi piacevano”.

Col tempo però, Stani avrebbe scoperto che c’era anche una Napoli diversa, più affine al suo mondo: dapprima conobbe Alan Sorrenti e sua sorella Jenny, poi fece amicizia con Tony Cercola, Pino Daniele, Enzo Avitabile, quindi frequentò gli Osanna, Il Balletto di bronzo e persino il futuro maestro Peppe Vessicchio! Nel 1978 col nome d’arte di Stani Labonia pubblicò il suo primo LP, Amarsi, nato proprio all’ombra di quella rigogliosa scena musicale.

“Per la verità la musica credevo di averla messa definitivamente da parte – ci spiega Smiraglia – dopo la mia esperienza discografica degli anni Settanta. Fa parte della mia natura, quando un amore finisce, sia esso sentimentale o di altra natura, come quello per la musica, lo considero finito. Il passato scompare, insomma. Dopo un LP e un paio di singoli litigai col mio produttore, quel Vincenzo Micocci che era stato metaforicamente ucciso da Alberto Fortis nella sua Milano e Vincenzo. Avevo capito che non era intenzionato ad investire seriamente su di me e in quel momento è stato come se la musica si fosse annullata”.

Smiraglia smise di comporre, di cantare, anche di ascoltare musica, per almeno vent’anni, mentre riprese a seguire il mondo musicale intorno al 2000, ma senza farsi coinvolgere. Fino a due anni fa circa.

“Nel 2022 – prosegue nel suo racconto – la mia famiglia ha subito il dramma della scomparsa di mio figlio Davide, a cinquant’anni, e questo mi ha sconvolto. è stata una cosa veloce e durissima; Davide era un musicista, un bravo pianista, suonava in una tribute band dei Genesis, guarda caso uno dei miei gruppi preferiti quando lui era un bimbo. Venuto in possesso di alcuni provini registrati da Davide, ho cominciato ad ascoltarli e ad un certo punto le porte della musica si sono riaperte, ho sentito il bisogno di tornare a scriverne, a cantare. Fare questo disco è stato terapeutico, un modo per ricomporre una frattura, così a quarantasette anni dall’uscita del mio precedente LP con lo pseudonimo di Stani Labonia, sono tornato con quello stesso nome sulle scene musicali”.

Di nuovo!, questo l’azzeccato titolo del disco pubblicato da Retro Records con distribuzione Audioglobe, è un prodotto godibilissimo, non certo allegro, ma denso d’ispirazione, fatto col cuore e con la testa, registrato praticamente a casa con l’aiuto di alcuni amici del figlio, che ben volentieri si sono messi a disposizione.

“Era fondamentale per me – puntualizza Smiraglia/Labonia – che la musica che mi era uscita da dentro non rimanesse lì. La musica è comunicare, non è una cosa autistica, è etero riflessiva, riguarda anche gli altri, è empatica”.

Le canzoni di Di nuovo! si lasciano ascoltare, trasportano, come trasporta la voce matura, ma non vecchia, dell’autore che in certi momenti ricorda il modo in cui Battiato raccontava e scandiva le parole cantando. Gli interventi di Antonio Catalano e Francesco Vitiello alle chitarre, di Francesco Albano al piano, calzano a pennello sulle composizioni. Ciliegina sulla torta, in due brani Stani ha usato anche delle registrazioni provenienti dai demo di suo figlio Davide, e tra queste spicca la bellissima e commovente Adieu, posta in chiusura del disco. E, per non dimenticare i propri natali bolzanini, Smiraglia, che è anche autore dell’eloquente disegno di copertina, ha usato una foto scattata da Gino Insabato e affidato il packaging a Ronny Lorenzoni, due dei suoi compari nella vecchia Doctor Brown’s Fuzz Band.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Altre strenne e intingoli vari…

Il termine è un po’ caduto in disuso, è vero, ma ogni tanto torna a fare capolino in particolare per indicare la pubblicazione di dischi o libri in occasione delle festività, ideali per essere scelti come regali a Natale. Il termine ha radici lontane, addirittura ricercabili nelle usanze dell’antica Roma, ed il suo significato sta ad indicare “il buon augurio”. Ci piace prenderlo in prestito per parlare di alcune recenti uscite, qualcuna più strenna delle altre, qualcuna strenna per niente, il periodo d’altronde è quello giusto e usare il termine a ferragosto risulterebbe fuori contesto.

Strenna contagiosamente ritmata e da non sottovalutare, è la recente pubblicazione di un singolo che vede collaborare per la prima volta due delle realtà musicali più in voga e importanti della scena locale: Shanti Powa e Herbert Pixner. Possiamo affermare senza tema di smentite che si tratta dei due nomi che hanno mietuto più successo e destato più interesse nell’ultimo decennio, spopolando all’estero, autogestendosi entrambi sia per quanto riguarda il management, sia per la gestione di un’etichetta indipendente che dà spazio anche ai progetti dei singoli componenti. Si badi bene che la collaborazione con gli Shanti Powa è circoscritta al solo Pixner, senza estensione ai suoi compari musicali. Il risultato è un brano cantato in inglese e in italiano dal vocalist Berise, che mescola lo ska con sonorità celtic punk di cui è responsabile proprio la fisarmonica di Herbert. Staremo ad attendere i risvolti, gli Shanti dovrebbero presto entrare in studio per il loro nuovo disco e da Pixner, attualmente in tour con la Italo Connection e con il ventennale del Pixner Projekt già in prevendita, c’è sempre qualcosa di nuovo da aspettarsi.

Autentica strenna è poi il CD Root Of Three, orgogliosamente autoprodotto dal trio composto dal batterista Sandro Giudici, da Luca Sticcotti e, udite, udite, da Renato Maccacaro, chitarrista e tastierista molto noto nell’ambiente musicale bolzanino, autenticamente talentuoso quanto sfuggente. Il disco, oltre cinquanta minuti, prende il via da una serie di tracce su cui i tre hanno elaborato improvvisazioni, con Sticcotti in funzione di bassista, per lasciare il giusto spazio all’amico Mec (questo il nome con cui tutti conoscono Maccacaro). Quello che ne viene fuori è un disco che nonostante le premesse, risulta più fruibile di quanto possa sembrare. Non solo elettronica o jazz, qui si va oltre e il lavoro di masterizzazione ad opera di Gregor “Sonorus” Marini, contribuisce a farne un’autentica strenna.

Altre chicche in anteprima, sono i brani di Geena B & Rufus, coppia di musicisti sulla breccia da qualche anno: per giugno 2025 è atteso il loro nuovo CD, Tea For Two. Nel frattempo il 6 dicembre è stato messo online su Spotify il primo singolo estratto: una deliziosa slow song dedicata agli anziani e intitolata Like Sand In My Hands, seguita il 27 dalla nuovissima Lu Mari, inteso come il mare, usato come metafora che divide il mondo conosciuto da quello sconosciuto, con riferimento anche ai viaggi di quelle persone che oltre al mare cercano un posto migliore dove iniziare una nuova vita.

Nobile intento, ma produzione invece troppo arruffata, per l’ultima sortita musicale di Johnny Ponta: il medico menestrello bolzanino, con l’aiuto di colleghi, operatori sanitari e rappresentanti delle forze dell’ordine, ha realizzato un brano/video per sensibilizzare gli ascoltatori nei confronti del problema legato ai purtroppo sempre più frequenti atti di intolleranza nei confronti di addetti ai lavori degli ospedali, da parte di cittadini insofferenti ed esasperati, che pensano di risovere i loro problemi con la violenza. 

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Singoli in intingolo natalizio (Do They Know It’s Christmas Time)

È da qualche anno che gli artisti di casa nostra hanno adottato la tradizione, da tempo radicata nella musica pop e rock d’oltreoceano, di registrare canzoni natalizie, talvolta originali, tal altra ripescate nel vastissimo repertorio del genere. Per quanto riguarda il Natale del 2024, i nostri musicisti non si sono smentiti e il web è ricco di proposte in questo senso.

La palma del pezzo più bello, più riuscito sotto ogni aspetto (dalla fluidità della musica alla funzionalità del testo, che pur essendo in lingua tedesca è musicale come pochi altri) va a Weihnachten mit dir, canzone natalizia e canzone d’amore nel contempo, con cui il venostano Dominik Plangger chiude il suo recente album Limes, già di per sé una delle cose più belle ascoltate nel corso di quest’anno. Plangger è un cantautore di razza e anche in questo caso non si smentisce, non è un caso se il suo modo di mescolare lo stile dei liedermacher germanici con il songwriting di marca yankee e la canzone d’autore italiana di De Gregori e De Andrè, gli è valso apprezzamenti su ambo i versanti delle Alpi. Il brano è un autentico gioiellino contagioso nella sua struttura, con tanto di citazione di Josè Feliciano.

Le canzoni di Natale del mondo pop/rock spesso hanno cercato di associarsi a tematiche importanti, sociali, pacifiste, benefiche: pensiamo al successo della britannica all star song che nel 1984 Bob Geldof compose per guadagnare fondi a favore dei bimbi etiopi che morivano di fame, pensiamo alla Merry Christmas (War is Over) di lennoniana memoria. In questo senso si è mosso il meranese William Telser, autore e interprete col suo gruppo di Two Faces Of Christmas invito in chiave rock al non dimenticarsi di quelle parti del mondo in cui lo spirito natalizio è del tutto latitante, con guerre e ingiustizie in cui il prezzo più caro lo pagano i bambini, vale a dire coloro per cui il Natale dovrebbe essere maggiormente un momento di gioia. Telser non è nuovo alle canzoni natalizie, ricordiamo che negli anni passati aveva già fatto sue White Christmas e una Blue Christmas in chiave che più presleyana non si poteva. Snow Is Falling On Christmas è poi il contributo natalizio del bluesman pusterese Hubert Dorigatti, che già lo scorso anno si era cimentato col genere e che quest’anno ci riprova con una deliziosa composizione acustica cantata in coppia con la moglie Laura Willeit, consegnando all’ascoltatore una melodia incantevole lontana dai suoi corposi rock-blues ed al tempo stesso densa d’ispirazione in misura eguale.

Sempre dal capoluogo pusterese arriva Peppino Adamo, un altro fedelissimo delle canzoni natalizie, col suo gruppo The Hillbilly Redneck Trio mette sul piatto una composizione originale di Chris Kaufmann intitolata Yeehaw It’s Christmas, in puro stile Nashville: in passato Adamo per le sue produzioni natalizie si era avvalso della collaborazione di Barbara Zanetti, stavolta il riuscito sodalizio è con la cantante bolzanina Sara Alice Ridolfi. Concludiamo la nostra rassegna con il Natale pop del duo Achtung Freundschaft, composto da Tobi Mair e Manu Stix, che ha da poco messo online il singolo, l’unico del lotto con un gustoso video realizzato alla bisogna, intitolato Oh Merry Christmas. Il testo dedicato ai piccoli momenti piacevoli della vita si adatta bene alla parte musicale di facile assimilazione, realizzata in autonomia, con strumentazione efficace ma essenziale e accurate armonie vocali di sicura presa.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Una storia di migrazione in scena al Pippo.Stage

Il concept di teatro-canzone realizzato dall’Associazione Direzione Ostynata è diventato un CD e verrà presentato giovedì 12 dicembre al Pippi.Stage di Vai Cadorna a Bolzano.

L’Associazione Direzione Ostinata è nata alcuni anni fa per iniziativa di un gruppo di persone desiderose di raccontare storie attraverso la musica, mettendo in scena dei concept, un po’ come si usava fare già negli anni sessanta e settanta quando molti gruppi pop nei loro dischi cercavano di fare la stessa cosa. Non si tratta di musical, e nemmeno di quello che viene definito teatro-canzone, bensì di un modo di raccontare attraverso brani strumentali che fanno da sottofondo ai momenti parlati degli spettacoli e attraverso vere e proprie canzoni.

“Sono cresciuto con la musica prog – ci racconta Andrea Piazza, che con Rolando Girardi, Filippo Grimaldi e Andrea Nones ha firmato le parti musicali del progetto, i cui testi sono invece opera di Elisabetta Marcantonio – ed è evidente che questo genere musicale, come però molti altri, emerga a più riprese in Agli antipodi del tempo migliore, il concept che abbiamo realizzato insieme e che ora è un CD registrato presso gli studi di Musica Blu con l’aiuto di David Altieri e Antonio Del Giudice”. Il disco e lo spettacolo, raccontano la storia di una bambina che all’inizio del Novecento parte dal trentino con la famiglia in cerca di un futuro migliore in Sudamerica: una storia di migrazione allo stesso tempo molto simile e profondamente diversa dalle storie di migrazione dei giorni nostri. “La nostra storia – è Elisabetta Marcantonio a parlare – è iniziata quando alcuni di noi, dopo esperienze in campo teatrale e musicale nell’ambito delle cover band, hanno sentito il bisogno di fare qualcosa di originale. Mi è stato chiesto di pensare ad una storia, a scriverne il canevaccio e quando ci siamo trovati e ho letto agli altri il mio testo, uno dei musicisti è partito a suonarci sotto qualcosa. È stato il segnale che le cose potevano funzionare e che dalle idee sarebbero sgorgate le emozioni”. Dopo un primo lavoro basato sulla storia del celebre gabbiano di Richard Bach, è venuto quindi questo Agli antipodi del tempo migliore, che vede il collettivo Direzione Ostinata mettere in fila una serie di musicisti e cantanti che annovera, oltre ai già menzionati, le chitarre elettriche di Roby Massa, Alberto Magri e Lorenzo Maistrelli, il flauto traverso di Niccolò Fornasini, la fisarmonica di Loris Bortolato, il batterista Giovanni Di Vella e le voci di Mariana Vega, Paola Lasca, Marta Guatelli e Clarissa Arena. “Per la stesura del testo – prosegue Marcantonio – mi sono informata visitando centri di documentazione sul tema della migrazione e ho scelto di vedere la storia dal punto di vista di una ragazzina adolescente, perché a quell’età c’è un fiorire di emozioni esasperante, la paura non è paura ma è terrore, la curiosità è stupore, tutto viene molto esaltato”. La storia si evolve quindi in un caleidoscopio di emozioni, il viaggio in treno, la grande città, la nave il mare, il passaggio delle un tempo invalicabili delle Colonne d’Ercole, la tempesta che in mare non manca mai, la noia delle giornate sempre uguali che la ragazzina riempie coi giochi e ai sogni. Interessante è l’inserimento, a proposito della parte musicale, di ritmi come quelli della samba e del tango che accompagnano lo scalo intermedio in Brasile e l’arrivo a Buenos Aires. Saggiamente poi, nel disco sono state omesse le parti parlate – incluse però nel ricco libretto – di modo che la continuità della narrazione musicale non s’interrompa, lasciando al lettore la facoltà di leggere quei passaggi ascoltando i brani strumentali coniati all’uopo dall’ensemble.Il disco verrà presentato giovedì 12 dicembre al Pippo.Stage alle 20.45, ogni spettatore ne riceverà una copia in omaggio e per l’occasione verrà presentata solo la parte musicale e cantata del progetto, che tra l’altro è stato già presentato sia in regione che in altre località, tra cui Umago, in Croazia, e Trieste.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Bolzano, città sprecona della musica

Bolzano ha la memoria corta. Adeguandosi all’indiscutibile constatazione – ahimè – che la memoria corta è tipica della razza umana, i bolzanini non fanno nulla per sottrarsi a questa verità. Il 14 settembre 2010, accadde che il centro città fosse preso d’assedio da una moltitudine di persone che vi si recavano per un accumularsi di eventi di grande richiamo: primo su tutti il concerto di Patti Smith presso le vecchie officine delle ferrovie, probabilmente il concerto pop più bello ed epocale visto nel capoluogo negli ultimi trent’anni. Il risultato, vista la mala abitudine del bolzanino di muoversi sempre con le quattro ruote sotto il sedere, fu l’ovvia difficoltà nel trovare parcheggio. Si parlò molto, in quel frangente, di creare una sorta di calendario ad uso delle associazioni e degli enti che si occupano di organizzare eventi, per evitare che i detti eventi si sovrapponessero. A quasi quindici anni di distanza, non è cambiato nulla.

Bolzano lo scorso anno è stata insignita del titolo di “Città Creativa della Musica UNESCO” (questa sembra essere la definizione esatta) ma pochi ne hanno compreso il significato, molti non hanno neppure provato a interpretarne la dicitura, generalizzando coll’identificarla come capitale della musica.

Ora senza nulla voler togliere alla nostra graziosa città, la cui storia si è pur incrociata a più riprese con la storia della musica (e non parliamo solo di musica cosiddetta colta, badate), da qui a diventare capitale della musica ne passa di acqua sotto i numerosi ponti di un capoluogo i cui confini sono bagnati da ben tre fiumi!

Beninteso che la musica possa essere creativa anche qualora non sia originale, quando la storia del patrocinio UNESCO venne fuori, abbiamo avuto la sensazione che a molti sia parso che si trattasse di una gallina dalle uova d’oro, o meglio ancora una giovenca da latte alla cui mammella attaccarsi per mungere a più non posso.

Ad un anno di distanza, non è per nulla chiaro come questa faccenda stia procedendo: certo è che le problematiche sulla programmazione sembrano ferme a quella famosa sera del 2010. Proprio in questo mese di novembre ne abbiamo avuto a più riprese la prova con un sovrapporsi di concerti come da tempo non si vedeva: in testa alla classifica degli spreconi musicali ci sono sicuramente Ca’ de’ Bezzi e il sussidiario Sudwerk, situato nei suoi sotterranei. Il 7 novembre, mentre al piano interrato il giovane talentoso Moritz Gamper si esibiva per cinque persone, barista e fonici inclusi, al piano sopra si suonava musica gipsy, praticamente nel medesimo locale! Stesso copione una settimana dopo, 14 novembre: all’ottimo concerto dei redivivi Psicopolizia al Sudwerk, al piano sopra veniva contrapposto un concerto country, pubblico e genere diversissimi, non si discute, ma un controsenso totale per un proprietario che in passato ha più volte ribadito che il motivo per cui organizza concerti nei suoi locali è l’amore per la musica. Se si ama la musica si dovrebbero amare un po’ anche i musicisti e, almeno il 7 novembre non abbiamo visto tutto questo amore per lo snobbato Moritz Gamper.

Il 15 e 16 novembre poi, si è svolto a San Giacomo il Festival An Evening with the Blues, decima edizione, mentre in contemporanea, al Laurin di Bolzano (comune differente, certo, ma distanza minimale) suonava Hubert Dorigatti in versione full band, in pratica il miglior talento blues espresso dalla scena altoatesina (e non solo) negli ultimi vent’anni. Ora, il festival di San Giacomo era stato annunciato con largo anticipo già ad inizio estate, il Laurin propone solitamente eventi più orientati verso il jazz: proprio in concomitanza con il festival doveva suonare Dorigatti? E per concludere, visto che il suddetto festival e i concerti di Live Muse coinvolgono la cooperativa Laives Cultura e Spettacolo, ci è parso assurdo che la seconda serata del festival sia coincisa con un concerto di Live Muse nella vicinissima Pineta (stavolta sì, stesso comune!), sia pure a tema musicale differente.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Lukas Insam Trio: metti una sera a Egna

Ci sono dei gruppi musicali la cui forza e il cui groove si scatenano particolarmente durante i concerti, e ci sono certe serate in cui i concerti sembrano destinati a segnalarsi particolarmente per una serie di magiche circostanze che possono dipendere dal mood, dall’atmosfera del locale, dall’attitudine dei musicisti a far crescere e sviluppare un brano nel bel mezzo dell’esecuzione. È quello che è accaduto non molto tempo fa al Lukas Insam Trio, una formazione che riduttivamente potremmo definire rock blues, facendo però un torto ai suoi musicisti la cui matrice, pur partendo da un certo modo di suonare rock blues, va sviluppandosi in altre direzioni imprevedibili.

Si tratta nella fattispecie di un concerto tenutosi al Music Club di Egna, una piccola realtà locale di culto, dove si suona per il piacere di fare musica.

“Suoniamo insieme dal 2010 – ci spiega Lukas Insam, titolare della formazione – anche se a volte c’è qualche cambio nella line up, e in questo live, oltre a me, ci sono comunque gli altri due componenti originali, Davide Ropele alla batteria e Nico Aldegani alle tastiere. Quando il Music Club ci ha invitati, proponendoci di registrare la serata, abbiamo accettato volentieri anche perché l’idea di avere una registrazione da poter usare come demo non ci dispiaceva affatto. Già mentre suonavamo ci siamo resi conto che non stava venendone fuori una serata qualunque, ma quando Fabrizio, il fonico del Music Club mi ha passato la registrazione sono rimasto sbalordito. Da lì a decidere di pubblicare il concerto, affidandoci all’etichetta che si era occupata dell’uscita su Spotify del nostro disco di studio, il passo è stato breve”.

Insam ha provveduto all’editing e al mix del concerto, facendo poi fare il master a Londra, così ora, col titolo di The Live Session, il concerto è disponibile online, con tutto il feeling che si libera dall’incontro tra i tre musicisti. Il repertorio gira attorno a brani più o meno noti di matrice, rock, blues e pop, il tutto condito da una capacità di improvvisare del trio che rimanda piacevolmente allo stile di gruppi come l’Allman Brothers Band, pur con una strumentazione ridotta in cui il basso è suonato da Aldegani usando l’organo Hammond, permettendo così di avere nel contempo un importante tappeto sonoro e la base ritmica su cui Insam può spaziare con la sua chitarra.

“Stilisticamente – prosegue il chitarrista (e cantante) – penso di avere la presunzione di essere in controtendenza rispetto alle altre band. Un po’ perché ci piace dilatare i brani e farli crescere, lievitare nel corso dell’esecuzione, mentre il trend attuale è basato su brani che devono durare poco perché i fruitori non sono portati a dedicare troppo tempo all’ascolto di una canzone. E poi, in particolare mi sento lontano dalla moda delle tribute band, che fanno un repertorio basato su un solo artista o gruppo. Il tutto magari con gran dispiego di scenografie e mezzi. A me interessa un approccio più diretto, più essenziale. Sono fatto così, suono quello che mi piace e non sono mai sceso a compromessi. È il mio modo di essere, può funzionare può non funzionare, ma sono così”.

A giudicare dal numero di concerti che il gruppo effettua, e non entro gli angusti confini di un Alto Adige assai limitante per chi vuol fare musica e non solo per diletto, i fatti sembrano dar ragione a Insam e al trio che continuano ad andare avanti per la loro strada, suonando nelle occasioni più disparate. E non è tutto, c’è anche in cantiere un progetto con musica originale inedita, progetto slittato per poter sfruttare il fresco live di Egna.

“Sarà un EP con canzoni scritte da me – conclude Insam – e sarà sempre in versione online, perché purtroppo i CD non li compra più nessuno. Ma non escludo che magari possa fare la pazzia di pubblicarlo in vinile, cosa che mi sarebbe piaciuto fare già per questo live. Magari anche solo un 45 giri con un paio di brani. Chissà. La copertina c’è già, ed è opera, come quella del disco dal vivo, di Matteo Groppo, un fotografo di cui apprezzo molto il lavoro”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Moritz Gamper: bozzetti d’immaginazione e oltre

Per quanto Moritz Gamper sia giovane e al suo debutto a proprio nome, l’autore bazzica il mondo musicale da parecchio tempo ed ha maturato una certa esperienza con la rock band Desert May Bloom (bellissimo nome per altro). Meranese di nascita, ma da tempo residente a Vienna, Mortiz ha deciso di mettersi in proprio, un po’ per via delle difficoltà nel tenere in attività una band di questi tempi, un po’ per l’impellenza di percorrere nuove vie e mettere su un supporto le sue nuove canzoni.

“Da un lato – ci racconta – in cinque è difficile mantenersi suonando se si vuol vivere di musica, che è quello che volevo fare io, dall’altro volevo provare a mettermi in gioco come solista. Io non riesco a fermarmi, ho bisogno di creare musica in continuazione, non con un computer, ma con uno strumento tra le mani. Sono molto determinato in questo, mi ero messo in testa di fare un disco, questo disco, e per due settimane non ho fatto altro che scrivere canzoni: l’obiettivo era scriverne una al giorno, fatta e finita, senza lasciare nulla di incompleto da terminare il giorno successivo”. 

Sketches Of Imagination And Beyond, questo il titolo del vinile (il disco è uscito solo in questo formato), è indubbiamente una delle produzioni più interessanti realizzate da un musicista della nostra regione negli ultimi anni, da tenere a portata di mano sullo scaffale col CD dei Morisco e col vinile di Peter Burchia uscito un paio di anni fa. Tutto sorretto su chitarra e voce, viene indicato genericamente come disco blues, ma in realtà va oltre le definizioni, Gamper racconta storie più o meno brevi – degli sketch dell’immaginazione come recita il titolo –, sfoggia un buon fingerpicking e si cimenta anche con la slide, ma il suo è una sorta di folk contemporaneo o moderno che dir si voglia che emana bellezza, suona con freschezza, c’è l’influenza blues ma non suona mai datata.

“Si tratta di un lavoro fatto tutto da me – prosegue Mortiz – mi sono registrato, mixato, ho fatto anche il master da solo e ad essere sincero devo ammettere che il mix e il master sono stati pesanti da fare. Si tratta di una cosa che non avevo mai fatto e non so se in futuro la rifarei, perché nel momento in cui sei tu a fare tutto, ad un certo punto non senti più gli errori, perché nella tua testa la musica suona in un certo modo, come l’hai pensata e non più come l’hai suonata. Dopo aver deciso che il lavoro andava bene così, non l’ho più riascoltato per un mese perché avevo bisogno di lasciarlo decantare. In realtà una canzone non è mai finita, è solo la fotografia di un momento.”

Il disco, pubblicato dalla Blind Rope Records, che ne ha già chiesto a Gamper un nuovo per l’anno prossimo, è molto curato nella veste grafica con un dipinto di sua moglie Maria Ibba che si rifà alla canzone d’apertura, The Bandit; la tiratura, invece, è di 333 copie numerate a mano.

“È stata un’idea della casa discografica – ci spiega Gamper – siccome il blues è la musica del diavolo e 666 è il numero del diavolo, hanno diviso a metà facendo un po’ più delle copie che si stampano di solito, che sono 250. Trovare qualcuno che si interessi e sia disposto ad investire in progetti del genere è abbastanza difficile. Io sono stato fortunato perché i miei amici bluesmen austriaci mi hanno indirizzato a Dietmar Hoscher, che è il proprietario dell’etichetta ed è un’autorità in materia, lo definiscono il Papa del Blues autriaco. Quando l’ho contattato, lui sapeva già chi ero perché almeno un paio di chitarristi austriaci lo avevano incuriosito parlandogli di me.”

Dopo il primo incontro è stato chiaro sia per Moritz che per il Papa del Blues che c’era del materiale su cui lavorare e c’era anche il feeling per farlo bene insieme. Nel frattempo, Moritz Gamper, la sua chitarra e la sua musica saranno protagonisti di una serata al Sudwerk il 7 novembre e di una all’Est/Ovest di Merano il 9.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Jemm: dove il ritmo pulsa e crea

Questo 2024 che va concludendosi è senz’altro stato un anno molto importante per il sestetto bolzanino Jemm, fondato da Max Castlunger e Marco Stagni e di cui ora fanno parte anche Matteo Cuzzolin, Hannes Mock, Mirko Pedrotti e il nuovo arrivato Andrea Polato. I Jemm sono – a ragione e insieme al quartetto di Herbert Pixner – una delle formazioni strumentali più blasonate della nostra terra.

Pulse è uscito in questi giorni per la neonata etichetta 12Ville, che fa capo a Wilfried Gufler, ed è stato registrato come i precedenti presso il Cat Sound Studio di Badia Polesine. L’album mette sul piatto sette brani nuovi di zecca. “Il Cat Sound – ci racconta Castlunger – è ideale per il budget che abbiamo e per quello di cui abbiamo bisogno: siamo una formazione che suona dal vivo, sempre, e quindi ci serve un posto dove tutti possiamo avere una cabina in cui suonare, contemporaneamente agli altri, e non sono molte le sale attrezzate per questo. Le composizioni incluse nel disco sono firmate prevalentemente da me, ma ci sono anche contributi di Matteo Cuzzolin e del vibrafonista Mirko Pedrotti. Inoltre, per quanto mi riguarda, oltre agli strumenti a percussione che suono di solito, qui uso anche un cordofono asiatico molto curioso; ha le corde che si percuotono schiacciando dei bottoni che sembrano i tasti di una macchina da scrivere, e ci posso poi attaccare effetti come delay e wahwah, però non posso fare accordi!”.

Il disco oltre che sul groove tipico dei Jemm, conta molto anche sulla varietà musicale a livello stilistico, si sente infatti la presenza dei tre autori diversi. Il brano Cassiopea, composto da Cuzzolin, oltre ad essere caratterizzato dal suo inconfondibile stile col sax, ricorda in qualche modo le composizioni delle colonne sonore dei film di James Bond. Nell’album c’è per la prima volta anche un brano di Mirko Pedrotti, che s’intitola Takatakatum ed è giocato su una serie di incastri musicali.

“L’artwork del disco – prosegue Castlunger – è della nostra amica Elisa Grezzani che ha anche creato i disegni delle nostre camicie: ci è sempre piaciuto vestire in modo colorato, perché il colore è una delle caratteristiche di quanto suoniamo, però stavolta volevamo qualcosa di diverso rispetto ai classici temi floreali hawaiani o indonesiani. Ed Elisa è davvero riuscita a fare un lavoro originale.”

Si diceva in apertura di come questo sia stato un anno intenso per i Jemm: la scorsa primavera, i sei musicisti sono stati invitati ad un prestigioso festival in Marocco. Tutto è nato dalla loro partecipazione ad un’analoga manifestazione a Bruxelles, due anni fa. I due eventi hanno lo stesso direttore artistico che, dopo aver visto in azione il sestetto, ha ben pensato di inserirne il nome tra le sei band europee invitate a Rabat per suonare in una specie di fortezza dell’epoca romana, nel corso di un jazz festival che va in scena da trent’anni.

“È stata un’esperienza fantastica – commenta il percussionista – siamo stati accolti come star, tutto era pagato, prelevati in aeroporto con un pulmino, portati in albergo. Una cosa mai vista. Secondo il programma le band europee ospiti suonano anche in jam session con formazioni marocchine di musica gnawa, un genere a base di basso, voce e una specie di nacchere. Loro hanno eseguito le musiche della loro tradizione e noi ci siamo inseriti con la nostra strumentazione. Il bello è che non è una cosa per stranieri e turisti, il pubblico è soprattutto locale. Per di più, dopo il concerto c’è stata una session in albergo ed io sono arrivato dopo gli altri. Tutto l’entourage era già lì e anche qualche appassionato: nel momento in cui sono entrato qualcuno mi ha riconosciuto e ha richiamato l’attenzione degli altri indicandomi, la musica si è fermata, il pubblico è scattato in piedi applaudendomi, ed io lì ammutolito a bocca aperta!”

Per il pubblico altoatesino invece, i Jemm presenteranno in esclusiva il loro disco sabato 19 ottobre all’UFO di Brunico e il sabato successivo, 26 ottobre, a Collepietra nell’ambito della rassegna Steinegg Live.

Autore: Paolo Crazy Carnevale