È un musicista eclettico e prolifico Mirko Giocondo, uno a cui piace percorrere vari sentieri: che si tratti della musica contagiosa e scanzonata della Homeless Band, del rock d’autore dei Ferbegy?, delle canzoni di una band gloriosa e rodata come la Spritzband di Andrea Maffei o di quelle essenziali di Ariel Trettel. E qualunque musica suoni, Mirko lo fa con lo stesso entusiasmo e trasporto, mettendoci l’anima.
“In tutte le band in cui suono – ci spiega – non mi interessa essere un singolo, io mi metto a disposizione, e questo probabilmente è il motivo per cui poi quando indosso i panni del compositore faccio cose molto differenti e le faccio da solo, perché quello che voglio esprimere sono le mie idee. Farei fatica a scrivere a quattro mani, mi metto volentieri al servizio della musica altrui, ma lo faccio in quanto me stesso. Con la mia musica invece scrivo, scrivo, metto giù spartiti che magari in quel momento mi sembrano funzionare e poi il giorno dopo non mi paiono più così riusciti. Credo che per essere compositore sia necessario non divenire vittime dell’ispirazione, quanto piuttosto essere una specie di artigiano della composizione, e come un artigiano fare qualcosa ogni giorno, qualcosa che funzioni”.
Ad appena un anno dal suo lavoro precedente, una sorta di sinfonia concept d’ispirazione science fiction, Mirko Giocondo ha messo in rete, tramite le consuete piattaforme, un nuovo lavoro il cui titolo, Last Race For Chinatown, trae origine dalla passione dell’autore per il Tao, di cui è studioso al punto di collezionarne diverse edizioni e traduzioni. Si tratta di una sorta di suite in dodici movimenti, ciascuno col suo titolo in cui, con certosino lavoro di ricerca per quanto riguarda gli strumenti da usare, Giocondo veste di Cina una musica distante da quel mondo, una musica legata anche alla sua passione per le roboanti colonne sonore di Hans Zimmer.
“Non so se ci sono riuscito – ci confida –, ma ho cercato di spaccare un confine in quello che è l’abito della musica cinese, usando strumenti tradizionali, talvolta molto antichi, come l’erhu, e mettendoli però fuori dal contesto della musica cinese abbinandoli ad un’orchestra. Ho diviso la torta in tre parti: quella con gli strumenti della tradizione, un’altra con l’orchestra usata in maniera ancor più epica, spogliata di qualche elemento, ma ingrandita sul fronte archi/ottoni, e un’ultima con un largo uso di sintetizzatori”.
L’erhu, uno strumento cordofono tipo violoncello che si suona però strofinando l’archetto verso l’esterno, spingendo le corde verso il vuoto, il cordofono a percussione yangqin, il similare gudzeng che si suona però con le dita, flauti che rispondono ai nomi di bawu e koudi, sono i protagonisti della nuova fatica del musicista bolzanino. Mescolando il tutto all’approccio futuristico dei synth, si crea l’idea della Chinatown del titolo, che come l’autore stesso ci tiene a precisare, non è Cina, ma è una comunità cinese all’interno di una metropoli occidentale.
“La musica cinese – prosegue Giocondo – è molto ferma, non ha alcun tipo di grande costruzione armonica, è tutta concentrata sulla timbrica, quasi sempre costruita su una scala pentatonica, il suo pregio sta tutto nel fascino che può esercitare sull’ascoltatore. Il mio esperimento consiste nel dire: sì siamo qui con la testa ma spacchiamone le regole, via quel vestito. E ci sono voluti dieci mesi per arrivare alla conclusione da quando ho cominciato a lavorare al progetto. Volevo tirare in ballo la grandezza dell’antica Cina, volevo metterci i miei studi sul Tao, che cerca di non dare didascalie ma di fornire metafore per arrivare alla conoscenza. Proprio come la musica, secondo me, che riesce ad esprimere cose che la parola non riesce a comunicare. Il tutto utilizzando l’epicità di una grande orchestra, il fascino degli strumenti tradizionali, e condurre l’ascoltatore a fare un viaggio. La mia musica non usa la forma canzone e non è neppure concepita come commento sonoro a delle immagini, quanto piuttosto ad un viaggio, a delle storie che si dipanano nella mia mente”.
Autore: Paolo Crazy Carnevale