Intingoletti e sughi sapidi (musicali)

Il finale d’anno ha portato alle nostre orecchie una certa quantità di nuovi singoli, ce n’è davvero per tutti i gusti, come al cenone di San Silvestro: antipasti, primi, secondi, contorni a bizzeffe, dolci, frutti esotici. Vediamoli insieme, uno ad uno.

A svettare su tutti, dimostrando ancora una stoffa di qualità eccelsa e pregiata, c’è il ritorno di Davide Marciano, cantautore della scuola storica, pieno di talento e ispirazione. Dal suo disco sono trascorsi alcuni anni ormai e le scene ha smesso di calcarle da un po’, Marciano non ha però perso smalto e ispirazione, così prima di Natale ci ha regalato un inatteso singolo intitolato Ho sentito una voce, registrato a Vienna col solo accompagnamento del pianoforte suonato da Monika Lang: “È un brano – dice – per me molto particolare e al quale tengo moltissimo, il primo di una serie di singoli, che verranno poi raggruppati. Mi piacerebbe poi mettere tutto su un vinile, ma per ora navigo a vista”. Nell’attesa salutiamo con piacere il ritorno di questo autentico cavallo di razza.

Pochi giorni prima di Natale abbiamo avuto un altro prezioso regalo, il secondo singolo Il lanciatore di coltelli dell’imminente nuovo disco di Andrea Maffei e della sua Spritzband. Anche in questo caso siamo al cospetto di un brano davanti al quale possiamo toglierci il cappello e reclinare la testa. Con la consueta bravura di musicisti impeccabili, i ragazzi della Spritzband  dimostrano di essere ancora una volta sul pezzo, in particolare vorremmo citare Giorgio Mezzalira, che oltre alla chitarra qui si cimenta con la voce, cantando la prima strofa del brano di cui è coautore con Maffei. L’attesa del nuovo disco si fa quindi spasmodica, visto che si tratta del primo completamente composto di brani originali dopo troppo tempo. E – ciliegina sulla torta – a marzo il gruppo dovrebbe tornare a suonare dal vivo al Carambolage di Bolzano.

Come negli anni scorsi, ma in misura minore, c’è chi si è dedicato invece alla canzone natalizia. Santa è il brano con cui la cantautrice Lisa Laner festeggia la ricorrenza stagionale: un brano pop proposto con un video molto sornione, come il gatto che ne è protagonista insieme alla performer. Fa un po’ specie la sponsorizzazione di Mamma Provincia, per una canzone che non lascia particolari impronte, per altro cantata in inglese e quindi fuori contesto rispetto alle lingue che si parlano da noi.

Assolutamente più centrata è la canzone natalizia di Stefano Mascheroni, Natale vero, Natale sincero, sempre in ambito pop, con un arrangiamento che fa il verso alle canzoni natalizie americane ma al tempo stesso con un testo che fa riflettere, mentre la mente è rivolta al Natale dei perdenti, dei dimenticati, di chi fa fatica ad arrivare a fine mese.

Taking Chances è invece l’ottimo singolo pubblicato a metà dicembre dal duo Wild As Her, la cui metà è incarnata dal nostro conterraneo Chris Kaufman, chitarrista, autore e produttore che, dopo aver calcato i palchi dimezza Europa come chitarrista della storica band dei Truck Stop, da qualche hanno ha unito le proprie sorti musicali a quelle della cantante Caroline von Brünken, dando vita ad un progetto country pop che riscuote un certo seguito. Il nuovo singolo, che dovrebbe preludere al terzo disco del duo, è un brano ben composto, ben suonato senza eccesso di effetti e con il giusto spazio per la chitarra di Kaufman.

Un insospettabile singolo dalle tematiche estive è The Sea del meranese William T.(elser), per una volta in solitaria, chitarra e voce, senza i fidi Black Fifties che lo accompagnano solitamente. Con la sua voce calda in odor di Elvis Presley – ma meno del solito – Telser canta del suo amore per le vacanze al mare e dei ricordi delle vacanze della sua infanzia.

E chiudiamo la rassegna con il singolo di Thessa Longobardi intitolato Girl In Ur Dreamzzz: la giovane cantautrice e filmaker si propone con un divertente brano che ricalca lo swing degli anni trenta con l’accompagnamento di una batteria esageratamente jazz. Del brano esiste però anche una versione live a Los Angeles in cui la titolare è accompagnata solo da un chitarrista, e che piace di più rispetto all’indie pop di Time, il singolo precedente.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Kiuppo Production: un angolino di Giamaica all’ombra delle Dolomiti

Sono trascorsi un paio d’anni dalla pubblicazione del primo capitolo dedicato al cosiddetto Riddim, ossia una branca della musica reggae, o giamaicana in senso lato, in cui ad uno stesso tema musicale, si possono abbinare più sviluppi, cantati o strumentali che di fatto lo fanno spesso diventare un brano differente intervenendo solo sul missaggio e sulle liriche. Alfieri di questa pratica nella nostra regione sono due talentuosi musicisti che quando si occupano di Riddim, abbandonano le loro vesti ufficiali (Angelo Ippati e Thomas Maniacco) e per l’occasione diventano Kiuppo e Athomos, lavorando insieme nell’arrangiare i brani che Kiuppo compone.

Dopo il successo del precedente Owl Riddim, è in distribuzione da fine novembre Temple Riddim, un brano pubblicato in sei versioni (tre quelle originali e tre quelle in versione dub, ordite dalla star italiana del dub Michael Exodus), disponibili in un bel vinile da 12 pollici che viaggia a 45 giri o, per i meno attrezzati, su tutte le piattaforme musicali.

“Rispetto alla produzione precedente – ci spiega Kiuppo – il brano alla base di questo disco è più introspettivo, sentivo la necessità di fare qualcosa che avesse una certa spiritualità, che derivasse da una riflessione, da una meditazione. E Temple Riddim è proprio il risultato che cercavo, uscito nel bel mezzo di altri brani a cui stavo lavorando. Ho cercato riportare le emozioni di questo periodo nei testi e naturalmente nella musica, ma anche con la parte grafica, col disegno che è stato realizzato da Paolo Fenu. A lui ho spiegato cosa avrei voluto in copertina ed è venuta fuori questa navata con la luce che entra dalle strette finestre e l’incensiera”.

Per interpretare il brano ha scelto tre diverse soluzioni, lavorando alle basi con Athomos, è venuta fuori la prima versione, intitolata Healing, la cura, proprio per sottolineare l’effetto curativo della meditazione. Rispetto al brano cantato da Athomos nel disco precedente, qui la collaborazione è più stretta, tra i due è maturato un affiatamento solido, dovuto, oltre al fatto di essere insieme la sezione fiati degli Shanti Powa, anche alle serate fatte come Sound System, sia in regione che in Puglia, da dove Kiuppo è nativo. I due sono anche eccellenti cantanti, Athomos in particolare tira fuori per l’occasione estensioni e sfumature molto convincenti; alla sua parte in inglese, Kiuppo ne contrappone una efficace in dialetto salentino.

“Angelo – è Athomos Maniacco ora a parlare – arriva con l’idea di base, con una musica e con le parti degli strumenti, poi insieme affiniamo l’arrangiamento e, in questo caso, sia nel testo che nella musica mi sono lasciato ispirare dal Salento e dai momenti trascorsi lì, unendo nord e sud, che mi è sembrato un bel modo per descrivere la cura che sta all’origine del gruppo”.

Il secondo brano s’intitola Hold A Meditation ed è l’interpretazione del tema da parte di un grosso artista californiano del genere che si chiama Fikir Amlak; come da copione ne esce una canzone completamente differente, pur partendo dalla medesima base musicale. È interessante come nel finale della versione cantata da Amlak si possa ascoltare un violoncello, e proprio di seguito ritroviamo la terza versione, strumentale, chiamata Cello version, affidata al violoncello di Omar Careddu, in cui è lo strumento a diventare la voce del riddim.

“A suonare nel disco – torna a raccontarci Kiuppo – c’è il nostro compagno di musica Florian Gamper, sia in veste di batterista che di fonico, è lui che ha registrato le parti strumentali nel Roots Stable Studio, lo studio che gli Shanti Powa hanno allestito ad Aicha di Fiè, in una stalla, lo studio da cui tutto è partito parecchio tempo fa e che è un po’ il simbolo della fratellanza musicale di questi musicisti. C’è poi Marco Pellin alle tastiere, che suonava con me negli Skankin’ Drops, la band in cui stavo prima, mentre Igor Pallaver si occupa delle chitarre ed io del basso digitale. È curioso come in tutto il disco non ci siano i fiati, visto che Athomos è un trombettista ed io un sassofonista, ma è stata una scelta serena, lucida: proprio non sentivamo il bisogno dei fiati negli arrangiamenti e ci siamo concentrati maggiormente nella nostra veste di cantanti.”

Il disco, sarà presentato sabato 13 dicembre alle 18 presso il negozio di dischi Rebel Rebel, in via Kolping a Bolzano.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Marco Perrone: quando la musica è un affare di famiglia

Per chi bazzica, o ha bazzicato, la scena musicale bolzanina, quello di Marco Perrone è un nome che difficilmente risulterà sconosciuto, soprattutto a chi ha vissuto anni creativi e propositivi come quelli di fine Settanta, tutto il decennio degli Ottanta e quello dei Novanta.

Marco Perrone era un ragazzino quando insieme all’ancor più giovane Nando Nuresi si è ritrovato nella Stanza, una delle formazioni faro di quegli anni, al fianco di ragazzi più grandi intenti a creare un suono originale, riuscendoci. Da allora i gruppi si sono succeduti, Perrone è stato sempre un punto di riferimento sia all’interno di band con un suono autonomo e personale, sia in cover band come Westbound che al fianco di cantautori quali Davide Marciano: non solo, si è sempre distinto per la ricerca sonora e per aver creato un vero e proprio stile nell’ambito soprattutto di quello che un tempo veniva chiamato jazz-rock o prog ma che ora sconfina anche altrove.

Non ci stupisce quindi vederlo tornare proprio in questi giorni con un disco fisico, digitale, accreditato ad un Marco Perrone Project, registrato con turnisti pescati in rete e con qualche artista e amico locale, intitolato No Distance e nato dopo una gestazione particolarmente lunga.

“Sicuramente – ci racconta – all’origine di tutto il lavoro c’è un viaggio fatto ormai quasi vent’anni fa. Un viaggio reale, tangibile che poi si è sviluppato ed è continuato come viaggio interiore. Nel 2007, stavo attraversando un periodo un po’ tormentato, mi sentivo inadeguato, fuori luogo, ed ho sentito la necessità di stare con me stesso. Una possibilità era affidarmi ad uno psicologo, come alternativa ho deciso di partire, da solo, per un posto che non conoscevo, di cui non conoscevo nemmeno la lingua. Così mi sono ritrovato a New York, girandola in lungo e in largo, potendo confrontarmi solo con me stesso. È stato un viaggio importante, era anche la prima volta che salivo su un aeroplano; al ritorno raccontando questa esperienza a mia moglie sono uscite le prime idee per i contenuti dei brani che ora compongono il disco”.

A conferire al disco l’atmosfera familiare, oltre alla presenza di Daniela, moglie di Perrone, che si è occupata delle liriche, dei cori e molto altro, c’è anche la presenza in alcuni brani della preziosa e inconfondibile chitarra di Nando Nuresi, suo compare di pentagramma sin dall’adolescenza e poi via, via anche in gruppi chiamati Cela Aguai, Logo, DNA. Familiare, si è detto, ma non per questo poco professionale: Perrone mette in mostra tra le quindici tracce il suo gusto musicale, rimasto inalterato per tutti questi anni, maturato magari, ma intatto. Fusion, funk e prog colto si mescolano ricreando alla perfezione le suggestioni newyorchesi che stanno alla base del disco, il basso del titolare fa da filo conduttore, per le tastiere e gli arrangiamenti (orditi partendo dai suoi demo casalinghi che non smette mai di registrare ogni qualvolta le idee cominciano a piovergli addosso) si è avvalso dell’aiuto del musicista siciliano Gabriele Agosta, conosciuto via internet nel periodo del covid, come buona parte degli altri qui coinvolti.

“Pensa – prosegue –, che persino Evi Mair l’ho contattata tramite una piattaforma online in cui è possibile trovare musicisti e cantanti disponibili per progetti del genere. Non la conoscevo e solo dopo ho scoperto che viviamo nello stesso posto! Qualcuno ha collaborato dall’Argentina, qualcuno dagli Stati Uniti, soprattutto tutti sono bravissimi. In particolare però vorrei citare la mia amica Libby Byers, pittrice americana, bolzanina d’adozione. Purtroppo ci ha lasciati qualche anno fa, ma sono orgoglioso di essere riuscito a farle recitare il testo del brano Wandering in The Night, uno dei più suggestivi del disco, in cui si racconta di una lunga passeggiata notturna attraverso i meandri di Manhattan.”

Un’altra voce bolzanina presente del disco è quella di Francisco Belmondo Bridi, anche lui uno di famiglia per Perrone, più noto per i suoi trascorsi come armonicista blues e country: nel brano You Call Me Love, sfodera una voce insospettabile che calza a pennello per la musica, una voce intrisa di sfumature davvero inattese e profonde. Il viaggio di Perrone si alterna tra brani cantati e strumentali, snodandosi con gusto ed eleganza. Sotto il nome di Marco Perrone Project qualche traccia è rinvenibile su youtube, qualche altra su Spotify, ma il disco intero in forma fisica a Bolzano è disponibile tra gli scaffali di Musik Import e a Trento tra quelli della Viaggeria.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Un autunno con pochi, ma sugosi, intingoli

Un po’ come nel mondo della ristorazione, che tra fine ottobre e i mercatini di Natale se ne va in vacanza, anche per il mondo musicale sembra riflettersi il trend della cosiddetta stagione morta. Se gli albergatori probabilmente si accodano al cliché della cosiddetta “settimana sharm”, dalla nota località sul Mar Rosso gettonata in questo periodo per le sue temperature estive, i musicisti se ne stanno semplicemente in letargo, magari sfruttando il momento per creare e comporre.

Tra le uscite della stagione, segnaliamo il nuovo singolo del team A_Phan & FRNRKE, un duo viennese con metà dei piedi ben piantati in Alto Adige, visto che le corde vocali a cui la nuova canzone, Blooming, si affida sono quelle della bolzanina Erika Farina, che nella denominazione del duo appare con le lettere del suo codice fiscale.

Figlia d’arte, Erika risiede da tempo nella capitale austriaca – dove il duo si esibisce abbastanza regolarmente – ed ha dato via al connubio artistico con A_Phan, suo compagno anche nella vita, alcuni mesi fa. Dopo un primo criptico singolo, in verità non abbastanza esplicativo riguardo a quali fossero le loro intenzioni in campo musicale, i due artisti con Blooming (è possibile ascoltare la canzone su bandcamp o altre piattaforme) ci offrono una bella dimostrazione del loro potenziale, con un brano convincente al 100%. Non vi diremo chi sono i genitori di questa cantante, ma immaginiamo non farete troppa fatica a scoprirlo, diremo solo, a ragion veduta, che buon sangue non mente.

Rimanendo nell’ambito delle voci femminili, il colpo gobbo della stagione è sicuramente quello di Anna Carol, che dopo il buon riscontro del nuovo disco uscito in primavera, a rimorchio della partecipazione al concerto romano del Primo Maggio, sta mettendo a frutto la visibilità ottenuta in quella kermesse. Sembra che questo possa essere l’anno del suo lancio in grande stile e a indicarlo c’è il nuovo singolo Invece di stare con te, inciso sotto la produzione di Federico Dragogna (che lo scorso anno si era occupato del debutto di un’altra bolzanina, Tessa Kai) e condiviso col cantautore Dente, apprezzato artista che calca le scene italiane da ormai una ventina d’anni. All’insegna della canzone d’autore indie, il brano, composto a quattro mani dai due interpreti, è piacevolmente riuscito e ci conferma il buono stato di grazia di Anna Carol, che, tra l’altro il 5 dicembre prossimo si esibirà nella sua e nostra città, per la prima volta calcando un palco importante come quello del Teatro Cristallo.

A distanza di un anno dall’uscita dell’ultimo disco, Pulse, il JEMM Music Project ha pubblicato nel corso dell’estate il remix di uno dei brani lì inclusi, Oxident, sempre sotto l’egida della 12ville Records, neonata etichetta che in coabitazione con le edizioni Raetia si vuole occupare della produzione di artisti locali. Per l’occasione il brano, contrariamente al repertorio strumentale abituale della formazione fondata da Max Castlunger e Marco Stagni, è stato remixato con l’aggiunta della voce di Berise, cantante degli Shanti Powa da sempre aperto a collaborazioni e contaminazioni musicali, purché stimolanti, come dimostrato lo scorso anno dal singolo del suo gruppo che ospitava la fisarmonica di Herbert Pixner.

Chiudiamo il menù degli intingoli tornando ad una voce femminile, quella di Nina Duschek, indubbiamente la voce altoatesina più chiacchierata dell’autunno, grazie ai provini del talent televisivo X Factor: la cantautrice meranese, dopo il provocante singolo dello scorso febbraio, My Rules, e il caustico Unapologetic uscito a maggio, batte il ferro fin che è caldo con la nuova uscita, un brano rock dal riff efficace e dalle liriche esplicite intitolato New Life, come i precedenti prodotto da Fabian Pichler, ottimo veicolo per l’estensione delle sue corde vocali. Per chi volesse vederla sul palco, la prossima occasione a Bolzano sarà sul palco del Waag Cafè il due dicembre prossimo, ma nel frattempo la nostra cantautrice sarà transitata sui palchi esteri di Locarno e Innsbruck.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Carmen Sciullo: talento e determinazione

Il primo quarto di secolo del terzo millennio ha visto un proliferare nella nostra regione un numero incredibile di nuove voci femminili, in particolare cantautrici: qualcuna dotata di talento naturale e senza particolari studi in  materia di canto, qualcun’altra proveniente da un ambito più pop, magari con una strizzata d’occhio a quello che si ascolta in giro per il mondo negli ultimi anni, qualcuna ancora si è scoperta cantautrice dopo aver percorso per un po’ le vie del bel canto e delle cover raffinate. Carmen Sciullo, titolare di un breve CD di brani autografi intitolato Kill The Small-Town Girl, fa storia a sé, complice il fatto di essere una figlia d’arte (mamma Ulli faceva parte del trio-meteora October Anywhere che a cavallo tra il 1996 e il 1997 ha fatto parlare di sé anche al di fuori dei confini regionali), la ragazza è cresciuta ascoltando PJ Harvey e Nick Cave, artisti di solida fama, ma non certo in voga tra la gioventù d’oggidì.

“Ho cominciato la mia avventura nel mondo musicale – ci racconta Carmen – approcciandomi al pianoforte classico, dopo qualche scuola di musica mi sono iscritta al conservatorio. Tutto è accaduto abbastanza in fretta, a dodici anni ho cominciato a scrivere le prime canzoni, i testi e la musica mi venivano con spontaneità. Quando mi trovavo alle scuole superiori però, ho capito che il mondo della musica classica era bello, ma non era la mia via. Mi succede ancor oggi di suonare della musica classica, ma quello che voglio fare è scrivere canzoni e cantarle. Per questo motivo fino a pochi mesi fa sono stata a Berlino per frequentare un corso di canto moderno, in cui ho conseguito il diploma.”

Carmen Sciullo si muove con sicurezza nel mondo delle sette note, oltre a scrivere tutto da sola, arrangia ogni brano, lo suona tutto da sola, usando il pianoforte anche in vece di batteria e basso, dando vita così ad un suono che le appartiene per intero. 

“È stato un learning by doing – ci spiega – che è come dire che quando ho cominciato a lavorare al CD non avevo alcuna idea di come si facesse. Ho imparato provando, sia a registrarmi, sia a mettere insieme i suoni. Solo in due brani ci sono interventi esterni, ovvero i synth di Manny Pardeller in uno e Johannes Sattler e Pedro Heger, coi quali suonavo quando stavo a Berlino, in un altro. Per il mastering mi sono poi affidata all’esperienza di Andrea Cozzo.”

Così come lo scrivere le musiche, anche il metterci dei testi è per la cantautrice una specie di processo immediato: “Ci sono delle cose che mi frullano in testa, che spingono per uscire, così devo buttarle fuori scrivendo. C’è chi parla con un amico, chi va da un terapeuta, chi si mette a fare sport. La mia valvola è la musica. Altre volte però succede diversamente, mi siedo al pianoforte e la canzone esce, così con naturalezza. Non è semplice da spiegare. Quanto a ispirazione, direi che piuttosto che musicisti a cui mi rifaccio direttamente, ci sono dei musicisti che mi piacciono, come PJ Harvey, che ascoltavo da piccola con mia mamma, o la cantante giapponese Mizki.”

Oltre al disco, che è stato seguito la scorsa primavera dall’eccellente singolo Motherland, Carmen Sciullo porta avanti una carriera concertistica con continuità, non passa settimana che non abbia un ingaggio, si esibisce sia da sola che in duo, ma anche con un gruppo più composito con cui sta già lavorando per dare un seguito al disco, ma senza stressarsi troppo. Fino a pochi mesi fa si presentava dal vivo anche a Berlino, ma lei ha deciso che ora il suo futuro sarà qui ed intende fare di tutto perché quella di cantautrice possa diventare una professione a tutto tondo. Per farsi accompagnare dal vivo, Carmen può contare su una formazione che include il bassista bergamasco Simone Brolis (conosciuto a Berlino e con cui ha suonato con continuità nel periodo in cui era lì residente), il batterista Mattia Mochen e il chitarrista bolzanino David Altieri.

“David – conclude la Sciullo – ha il dono di sapersi dosare. I chitarristi tendono ad essere protagonisti, ma nella mia musica i protagonisti siamo io e il pianoforte. La chitarra, nella mia band ha un ruolo più effettistico, e lui è molto bravo a ricoprirlo”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Poor Boy, il nuovo album di Hubert Dorigatti

Quarto disco in cinque anni per Hubert Dorigatti. Non è da tutti, soprattutto se si riesce a non ripetersi. Dorigatti è riuscito a realizzare dei dischi quasi a tema, lavorando sulla ricerca dei suoni, su diversi modi di interpretare una musica dalle sfumature multicolori. E lo ha fatto con cognizione di causa, dimostrando di conoscere profondamente ciò che suona, di averlo studiato con attenzione, di essersene appropriato e di avere accettato anche che il blues si appropriasse di lui, della sua chitarra, della sua voce. Già, perché chi considera Dorigatti solamente un ottimo chitarrista, sbaglia: la sua voce è credibile, parecchio, nelle vesti di interprete blues. Poor Boy, per l’etichetta lombarda Appaloosa, responsabile anche delle tre uscite precedenti, è il titolo del nuovo prodotto, uscito in concomitanza col cinquantesimo compleanno del suo autore (auguri!).

“Questo disco – racconta entusiasta Dorigatti – è nato con l’intenzione di andare un po’ in una direzione differente. Ho cercato di tornare alle radici, l’ultimo, quello registrato a Nashville aveva un approccio più rock, il tributo a Blind Boy Fuller era un omaggio ad un artista del passato e Stop era blues elettrico a tutto tondo. Qui invece ci sono un po’ tutte le influenze ma ho lavorato sui suoni, in particolare ho trovato un batterista, Alex Höffken che usa una batteria molto vecchia, coi tamburi in pelle che suonano differentemente dalle batterie di oggi. E poi c’è il tema conduttore, che è il fatto di aver registrato con diversi armonicisti.”

Sette armonicisti differenti che hanno dato un solido contributo al lavoro, tanto che in copertina, il disco è accreditato a Hubert Dorigatti feat. the Blues Harp Masters. Nove brani in tutto, sette blues firmati da Dorigatti, una cover ed un bonus track, autografo, cantato in ladino dalla compagna del musicista, Laura Willeit, che grazie ad un bell’arrangiamento con la chitarra slide, trova una collocazione ideale alla fine del disco.

“Cianore – spiega l’autore – è il nome della località in cui viviamo, Laura ed io abbiamo voluto celebrare il nido della nostra famiglia con una canzone e mi è parsa una buona idea recuperare il brano, che era stato un singolo a sé stante, per chiudere il nuovo album. Quanto alla cover, è The Ocean dei Led Zeppelin. Una canzone che mi è sempre piaciuta, ma mi era chiaro che non avendo la voce di Robert Plant dovevo andare in un’altra direzione per interpretarla, credo di essere riuscito a fare un buon lavoro”.

Il brano in oggetto è in effetti molto riuscito, c’è ospite l’armonicista polacco Greg Zlap, la stessa voce di Dorigatti sfodera sfumature notevoli e il sound del pianoforte è molto originale. Altra canzone memorabile è Mountain Blues, che potremmo definire un po’ il manifesto musicale dell’autore, un omaggio al suo genere musicale e alle montagne pusteresi su cui abita, registrato praticamente in casa, utilizzando come percussione tutto ciò che capitava in mano nella stalla di casa. Qui, a suonare l’armonica c’è il prodigioso Fabrizio Poggi, musicista più volte candidato ai Grammy Award, in lizza – è notizia di pochi giorni fa – anche per l’edizione 2026. Ma l’ospite più titolato di Poor Boy, è Charlie Musselwhite, un autentico pezzo di storia del blues, che presta oltre alla sua celebre armonica, anche la propria voce, accompagnando l’autore nella seconda strofa del brano che intitola il disco. 

“Con Fabrizio – ci spiega Hubert – collaboro da diverso tempo, suoniamo frequentemente insieme anche dal vivo. È lui che mi ha messo in contatto con Musselwhite, ed è stata subito una cosa spontanea, tanto che oltre a suonare, ha anche cantato nel brano; Jason Ricci è un musicista di New Orleans, che ho conosciuto durante una trasferta americana, Roly Platt è invece canadese, ed ha un curriculum invidiabile. Mi ha aiutato molto anche Christian Deimbacher, un mio amico armonicista austriaco, davvero importante per il disco, è tramite lui che ho trovato Roly Platt. Fondamentale, come tutti i musicisti presenti, tra cui cito il tastierista Michele Bonivento.”

Unico appunto che possiamo fare al disco, è l’assenza di armonicisti di casa nostra (pensiamo a Werner Braito e Loris Anesi ad esempio), ma Dorigatti assicura che il disco potrebbe avere un seguito e vi potrebbero trovare posto anche loro. Intanto si attende il concerto bolzanino per il lancio del disco, al Pippo Stage, il 27 novembre prossimo. Save the date, come dicono gli americani!

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Il blues del Trinciato Forte, sapido e robusto come il tabacco

C’era una volta il Trinciato Forte, una band dalle connotazioni ben precise, nata all’estrema periferia della regione, che nelle intenzioni dei suoi fondatori – Gianni Ghirardini, Haifisch Heidegger e Rainer Hüller – doveva farsi portavoce di un blues che fosse anche una miscela di contaminazioni e avesse un sapore deciso, proprio come il tabacco dei monopoli di stato da cui aveva preso il nome.

Era l’inizio degli anni ottanta, un tempo che ci pare oggi lontanissimo, in cui il mondo della musica girava in modo del tutto diverso da oggi: non c’erano i tutorial di youtube innanzitutto e le canzoni le si imparava suonando assieme, non c’erano social, ragion per cui la fama e la diffusione della musica dei gruppi girava di bocca in bocca e non grazie a sterili like e mi piace.

“Non ci è voluto molto affinché il trio si evolvesse in una formazione più articolata – racconta oggi Gianni Ghirardini, organizzatore di una storica riunione del Trinciato Forte che si terrà a Vipiteno l’11 ottobre prossimo –, c’era bisogno di un frontman, visto che nessuno di noi era un cantante. È stato così che abbiamo presto arruolato il brissinese Moreno Facen, che aveva la presenza scenica di un Robert Plant, e subito dopo aver trasferito la sala prove a Varna anche il percussionista Josè Russo e il chitarrista Paolo Gabos. Il repertorio includeva qualche brano originale, come lo strumentale Pispisalla, e naturalmente cover blues che andavano da Frank Marino ai Rufus, passando per Tom Scott. In breve il nostro nome cominciò a girare, erano gli anni dei festival all’aperto, giornate intere di musica con vari gruppi in cartellone. Ogni tanto accadeva che ci imbarcassimo in brevi tour che ci portavano a suonare in Austria e Germania, così, avendo anche un consistente numero di fan che ci seguivano, giravamo su un pullman da quaranta posti e al posto dei sedili avevamo messo dei materassi! Vicino a Salisburgo, dopo un Open Air ci fu anche una partita di calcio tra gli organizzatori austriaci e il Trinciato Forte con i suoi fan.”

Quando Paolo Gabos partì per il servizio militare, il suo posto fu rilevato da Werner Bauhofer, che portò con sé il sassofonista Sandro Miori, ma a questo punto Moreno aveva cominciato a farsi vedere sempre meno in sala prove e Rainer Hüller aveva fatto ritorno in Germania lasciando libero il posto dietro i tamburi. Provvidenzialmente, tra il pubblico di uno degli ultimi concerti c’era il pusterese Roland Egger, che andò presto a ricoprire i posti vacanti di cantante e batterista.

“In breve tempo però – prosegue Ghirardini – abbiamo perso anche altri componenti e ad un certo punto siamo rimasti in tre, Haifisch, Roland ed io. È stato Roland a proporre di chiamare Sandro Melchiori, che suonava le tastiere, in particolare il piano Fender Rhodes. A lui piaceva Keith Emerson ed era molto funambolico sul palco, oltre a lui in alcune occasioni avevamo anche un percussionista e una corista. In questa seconda vita del Trinciato Forte, i riconoscimenti hanno continuato a non mancare, il circuito degli Open Air era ancora molto in voga, e potevamo sempre contare sui concerti all’estero essendo una band di confine. Nel 1985, a Traunstein, in Germania abbiamo avuto l’onore di aprire un concerto di Stanley Clarke e della sua band.”

L’idea di una riunione estemporanea del Trinciato Forte, viene fuori a Vipiteno lo scorso anno, in occasione del concerto per i 70 di Gianni: detto, fatto. A poco più di un anno di distanza il concerto viene pensato e allestito, tanto che dei dodici musicisti che hanno fatto parte della storica formazione, ben sette si ritroveranno sul palco di CasArci, la nuova sede dell’Arci di Vipiteno, la città dove tutto ebbe inizio. Qualcuno se n’è andato prematuramente come il cantante Moreno Facen, di qualcuno si sono perse le tracce, qualcun altro ha smesso di suonare: la sera di sabato 11 ottobre, alle 20.30 i sette musicisti si riuniranno dando vita ad un concentrato di musica, ricordi e aneddoti che si preannuncia emozionante e interessante, incentrata più sulla buona musica che sull’effetto nostalgia.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Tessa Kai, cantricedella generazione con un C-U-O-R-E

Dopo essere uscita con alcuni alcuni interessanti singoli la giovane cantautrice bolzanina Tessa Kai è pronta per un debutto su una durata più lunga, un EP di cinque brani, dal titolo emblematico di Crescendo, che viene pubblicato proprio in questi giorni. 

Il suo nome d’arte ha cominciato a girare e a far drizzare le orecchie a chi segue la scena locale più o meno un anno fa, quando Lisa Pivetta (questo il suo nome all’anagrafe) ha pubblicato il suo primo singolo, Panda, una canzone originale scritta quasi per gioco con un’amica, e talmente apprezzata nel giro del concorso Upload da venire presa in considerazione dal produttore e musicista milanese Federico Dragogna che ne ha curato la veste definitiva. Il brano era talmente buono e bello che in poco tempo col solo passaparola si è meritato un migliaio di visualizzazioni, senza alcuna pubblicità, senza alcun talent show alle spalle, solo grazie alla spontaneità della sua autrice. Ora, a tredici mesi di distanza, la cantautrice bolzanina è pronta per un debutto su una durata più lunga, un EP di cinque brani, dal titolo emblematico di Crescendo, che viene pubblicato proprio in questi giorni. Tutte canzoni originali prodotte con l’aiuto di Bajo e Thomas in seno al collettivo Supermarket, al cui campo largo Tessa Kai appartiene. La nuova pubblicazione, disponibile sulle classiche piattaforme e largamente anticipata dall’uscita di tre singoli, è finalmente l’occasione per incontrala e parlare della sua musica.

“Avevo sei o sette anni – ci racconta –, quando ho iniziato a suonare la chitarra, poi frequentando l’istituto musicale ho approfondito anche lo studio di altri strumenti, senza però mai dedicarmi allo studio del canto. Il fatto di diventare cantautrice è venuto per caso, in realtà avrei dovuto scrivere qualcosa per partecipare al festival studentesco nella categoria rap/trap, alla fine la cosa mi è piaciuta talmente che ho scoperto quanto mi venisse spontaneo lo scrivere”.

Da allora Lisa non ha mai smesso di scrivere e cantare le proprie canzoni e, naturalmente non si considera assolutamente una rapper, anzi!, anche se magari di questa musica a volte adotta la metrica: ma si tratta solo di una soluzione artistica che comunque privilegia il cantato vero e proprio. Il connubio coi ragazzi del Supermarket, suggerito a Lisa da una delle organizzatrici di Upload, si è rivelato vincente. Nonostante ci sia voluto un anno di tempo per portare a termine il progetto, complice anche l’esame di maturità incombente, alla fine quello che ne è uscito è un prodotto fresco, così come fresca è la vena compositiva di questa diciannovenne; fresco e vario grazie alla scelta non scontata di proporre arrangiamenti che hanno saputo rivestire degnamente le canzoni, senza mai eccedere ma lasciando soprattutto in primo piano le parole e la voce, che per una cantautrice sono più che fondamentali, tanto più in un caso come questo in cui la voce non è impostata o frutto di un particolare studio, ma punta invece su genuinità e originalità.

“Delle cinque canzoni incluse nel disco – ci spiega Tessa Kai (il nome d’arte deriva da quello che originariamente i genitori avevano pensato per lei e dal vocabolo hawaiano kai, mare) – due sono composte insieme all’amica con cui avevo partecipato al festival studentesco e con cui avevo scritto Panda, si tratta di Testa altrove e Generazione senza Cuore, le altre le ho composte da sola. Per quanto riguarda il lavoro con Bajo e Thomas, io ho proposto delle canzoni che erano già finite, poi, siccome non c’è un filo rosso tematico tra i brani, abbiamo cercato di crearlo a livello di produzione”.

I brani offrono più chiavi di lettura, che vanno dal vissuto personale al tema del viaggio, come suggerisce l’entusiasmante Quando sei qua (Berlino Est), fino alla contagiosa Generazione senza cuore in cui si mette a confronto coi propri coetanei, ma li mette anche a confronto con le generazioni precedenti.

“Il discorso è complesso – prosegue Tessa – perché in verità mi sento davvero diversa da molti miei coetanei, ho interessi differenti e quindi nella prima parte forse affiora più questa differenza, io che guardo il mare mentre loro smanettano sui telefoni; poi però c’è il fatto che le generazioni che sono venute ci vedono come una generazione senza cuore, nessuno escluso. Mentre io so che non è così, un cuore ce l’abbiamo e infatti nel refrain finale diventiamo appunto una generazione con un cuore!”

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Il mosaico sonoro dei Color Colectif

“Ma come? I Color Colectif?”, diranno quelli tra voi che seguono con più assiduità le vicende musicali bolzanine. 

Ebbene, sì, proprio i Color Colectif, una delle meteore più convincenti del nostro panorama, un collettivo più che una band, come suggerisce il nome, un gruppo di amici accomunati da un affiatamento musicale e da una passione davvero unica. Sicuramente un punto di riferimento per la musica del decennio scorso, autori di un CD che è una piccola pietra miliare in cui le voci e gli strumenti si sposavano magicamente. Tra i componenti c’erano ben quattro ragazzi che suonavano anche negli Shanti Powa, proponendo qui un genere musicale totalmente differente. Quando Ariel Trettel e Peter Burchia hanno abbandonato entrambe le formazioni, i superstiti si sono posti la domanda se fosse il caso di continuare.

“Era una domanda non scontata – ci racconta Thomas Maniacco, una delle voci del gruppo, trombettista e chitarrista – e bisognava porsela. La risposta è arrivata subito, Markus Cappello, Silvia Turetta, Riccardo Vantini, il batterista Florian Gamper ed io non abbiamo avuto molti dubbi, eravamo d’accordo per dare un seguito alla nostra storia, stavamo già componendo del materiale e ci pareva molto buono. Delle tre voci principali eravamo rimasti Silvia ed io, mentre Florian che a sua volta aveva lasciato gli Shanti per fare il fonico, con noi è rimasto in entrambe le vesti.”

“L’unica ad aver avuto qualche perplessità – aggiunge Markus Cappello, che nella formazione suona il sax e canta da basso e da rapper –, è stata Silvia, non perché non volesse continuare, ma  perché considerata la natura collettivista delle origini, la mancanza di due musicisti che erano anche due amici, secondo lei poteva farsi sentire”.

In ogni caso il secondo capitolo dei Color Colectif era dunque pronto per essere scritto, serviva solo trovare un bassista e cominciare a lavorare sul nuovo materiale. 

“La voglia di fare era tale – prosegue Thomas –, che ci siamo rivolti a Mirko Giocondo per chiedergli se fosse disponibile a diventare il nostro bassista, lui si è fatto subito coinvolgere, da quell’entusiasta musicale che è, sempre pronto a farsi stimolare da nuove esperienze sonore. E poi lui è anche un compositore e quindi un valore aggiunto quando c’è da arrangiare o dare un’idea nelle prove. Il disco è stato registrato quasi tutto stando insieme in studio. Solo per le voci e i fiati abbiamo effettuato delle sovraincisioni”.

Purtroppo poi c’è stato il Covid, Silvia Turetta ha realizzato i suoi dischi come solista (con l’aiuto di Thomas e Florian come produttori), e si è poi trasferita a Trieste, ma i sei brani che i  Color Colectif avevano registrato sono rimasti nel cassetto fino allo scorso 4 agosto, quando finalmente sono usciti con tutti i sacri crismi e sono ora disponibili sulle varie piattaforme musicali, in tutta la loro bellezza, in tutta la variopinta armonia musicale con cui il gruppo li aveva registrati. Questo a partire dalla lunga Ocean, un autentico viaggio musicale che esprime tutta la filosofia musicale e di vita, che sta alla base del Color Colectif-pensiero (esemplare la ripresa di una frase storica che titolava il brano più celebre del musical Hair: Let the sunshine in). Armonie vocali di disarmante bellezza, gli inserimenti calibrati dei fiati, il suono rotondo del basso, le parti rappate. Non c’è un segno di cedimento in tutto l’EP. Possiamo dire che è una fortuna che tutto questo non sia rimasto a prendere polvere nei cassetti.

“Sono passati cinque anni da quando le abbiamo registrate – è sempre Maniacco a parlare –, Riascoltandole un giorno che ero in studio da solo mi sono detto: caspita ma è troppo bello, non si può lasciarlo lì! Così ho contattato gli altri per proporre di pubblicarlo e abbiamo incaricato Jürgen Winkler di occuparsi del master”.

“Sicuramente – conclude Markus – è stata vincente anche la scelta di non intervenire troppo sulle canzoni. Ci sono stati dei momenti in questi cinque anni in cui avevamo anche preso in considerazione l’ipotesi di aggiungere una viola, un violino, strumenti che si integrano bene con la natura folk-rock del gruppo. Poi queste idee sono state accantonate, abbiamo lavorato molto sulle voci, io cantavo poco nel primo disco e Riccardo proprio non cantava. Qui cantiamo tutti e Thomas ha aggiunto diversi interventi vocali che fanno sembrare l’amalgama vocale uno strumento a sé stante”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Singoli, non tormentoni estivi

L’estate musicale bolzanina ha visto i propri figli particolarmente attivi e prolifici, a partire dagli Skanners, la band metal italiana (non solo altoatesina) per eccellenza, che lo scorso 26 giugno ha avuto l’onore di arroventare con le sue chitarre una trionfale serata al Whiskey A Go-Go, storico locale di Los Angeles in cui ebbero ad esibirsi band storiche come Doors, Frank Zappa & The Mothers, Byrds, Buffalo Springfield. In attesa che dopo la trasferta americana la band di Oltrisarco torni a lavorare al nuovo album, segnaliamo qui le uscite molto interessanti di altri talentosi concittadini.

Innanzitutto il ritorno dell’Andrea Maffei Spritzband, un ritorno con un brano tutto nuovo, preludio al tanto atteso disco per cui qualche tempo fa è stato lanciato un crowdfunding. Il 13 luglio è stato lanciato su youtube il singolo apripista intitolato Un figlio così, un brano firmato da Maffei con il chitarrista e amico di sempre, Giorgio Mezzalira. Come c’era da aspettarsi non è un brano qualunque, bensì una canzone dal testo da ascoltare e riascoltare, intarsiato dalle invenzioni sonore ordite dai due compari e produttori Davide Dalpiaz e Marco Gardini (che qui si concede il lusso di offrirci dei passaggi di chitarra che richiamano molto il suo idolo Mark Knopfler), il tutto su un sostegno ritmico ad opera dei due ragazzi del gruppo: Mirko Giocondo e Davide Groff.

Molto gradito anche il ritorno di Chris Costa, poliedrico artista badioto, ma da qualche anno trasferito a Milano, che continua ad approfondire le sue ricerche nell’ambito della musica elettronica. Stavolta lo fa con The Chosen, un brano in cui torna a cantare con quella sua voce unica: rispetto alle produzioni precedenti, pur parte di un lungo percorso partito all’indomani delle ottime produzioni in chiave blue-eyed soul di inizio millennio, Costa sembra qui aver trovato la giusta via per usare la voce ed al tempo stesso continuare il suo percorso di ricerca elettronica.

Tra gli artisti particolarmente in cerca di visibilità (per altro trovata) c’è poi Anna Carol che dopo aver festeggiato l’uscita del suo nuovo disco prendendo parte al concerto romano del Primo Maggio ha cominciato a girare la penisola promuovendo il prodotto, tra i concerti più frequentati c’è stato di sicuro quello del festival milanese “Mi Ami”, a neanche un mese dalla kermesse romana. Le cose in quell’occasione hanno funzionato talmente bene che Anna Carol ha deciso di trarne un nuovo singolo interamente live, Tutto troppo, in cui si esibisce al canto e alla chitarra accompagnata da Andrea Moro al basso e Marco Soldà alla batteria. Non può che far piacere vedere quanto sia cresciuta la nostra concittadina e quanto sappia star bene sul palco anche in una situazione meno angusta di quelle in cui era abituata ad esibirsi finora.

Chapeau a Diego Baruffaldi, per dirla alla francese. Il cantautore, batterista e produttore bolzanino lancia una nuova canzone intitolata Hai visto, una canzone non scontata (e come poteva essere diversamente nel caso di Baruffaldi) dedicata a tutte le persone che hanno trovato la parte migliore di sé attraversando i momenti peggiori della propria vita. Il tutto su uno spunto musicale che entra subito in circolo, una di quelle musiche ci si ritrova a canticchiare e fischiettare come se fosse semplice musica leggera e invece ha in supporto un gran testo. Merito anche dell’arrangiamento di Thomas Traversa, amico e produttore, che negli ultimi mesi è particolarmente alla ribalta sia con il recente disco del collettivo Supermarket, di cui fa parte, che con altri progetti di cui ci occuperemo nelle prossime settimane.

Chiudiamo questa rassegna di singoli di recente uscita con la bellissima Motherland, una canzone acustica rintracciabile sempre tramite youtube, opera della cantautrice Carmen (al secolo Carmen Sofia Sciullo), in assoluto una delle rivelazioni di quest’anno. Il singolo, che speriamo preluda ad una produzione più ampia, è una deliziosa ballad uscita in occasione della festa della Mamma, quindi un po’ di tempo fa, e vede la giovane cantautrice accompagnata da alcuni giovani talenti della nuova scena, tra cui Davide Bruscia al basso, Antonio Del Giudice alle tastiere, Andrei Milea e Fedro Heger.

Autore: Paolo Crazy Carnevale