La festa all’oratorio fa brillare gli occhi di nonni e nipoti

Un incrocio fra nonni e nipoti, nipotini soprattutto, nel segno dell’amore e dell’affetto in primo luogo, con ricco contorno di risate, divertimento, gioco, anche decisamente creativo.  Estrema sintesi per descrivere il pomeriggio andato in scena a inizio mese, negli spazi dell’oratorio Santiago a San Giacomo.

Quella del 2 ottobre, infatti, è una festa che nessun nipote dovrebbe dimenticare, anche se i nostri nonni – memoria storica della famiglia e spesso coloro che ci hanno cresciuto fin da piccolissimi – andrebbero ricordati e festeggiati tutto l’anno. Ma, dal momento che venerdì 2 ottobre scorso era il Giorno a loro ufficialmente dedicato a livello nazionale, l’oratorio Santiago ha come sempre organizzato un pomeriggio speciale per i nonni di San Giacomo. 

Fra gioco e natura.

Le proposte della giornata sono state in linea con la festa di apertura delle attività nel segno di San Francesco e dunque con in primo piano il concetto di cura del creato: i nipotini presenti – molti – si sono travestiti da “pedine” per essere “manovrati” dai rispettivi nonni in un grande gioco dell’oca vivente e, novità di quest’anno, tutti i presenti hanno piantato un bulbo nella nuova aiuola realizzata nel parco di fronte alla chiesa. Intorno a febbraio, questi tesori naturali formeranno un piccolo giardino di colorati tulipani, inserito nel contesto del parco che già era stato abbellito durante la festa di inizio attività con dei bellissimi pannelli ricamati dedicati appunto a San Francesco e al creato. Nonni e nipoti insieme torneranno ad ammirarli  primavera, per ricordarci che la natura insegna la forza ma anche la pazienza dell’attesa.

L’oratorio iperattivo.

Anche quest’anno, per chiudere il racconto della festa, non sono mancate la tombola con ricchi premi e la merenda condivisa tra tutti.

Le attività dell’oratorio proseguiranno sabato 24 con l’attesissimo torneo di burraco e a seguire la castagnata nel cortile della parrocchia domenica 25.

Autrice: Raffaella Trimarchi

Ruggero, una vita per gli altri

Più di quarant’anni di servizio, di interventi, di cambiamenti, novità, ricordi. Su tutto questo poggia l’esperienza accumulata da Ruggero Facchini, stando nel corpo dei vigili del fuoco volontari di Salorno, appunto da… una vita.

Un racconto, il suo, attraverso il quale ci viene restituito il valore di una scelta che, per durare nel tempo così a lungo come nel suo caso, in primis deve nascere da un certo, ben saldo spirito d’altruismo e di fiducia.

Chi non l’ha vissuta, forse fatica a immaginare una Salorno della metà degli anni Ottanta. Ancor di più se il discorso verte sugli spazi, sui mezzi e sulle attrezzature per il soccorso, soprattutto facendo un paragone con le disponibilità offerte dal mondo di oggi. Ruggero Facchini, vigile del fuoco volontario dal primo giorno di gennaio del 1985, questa evoluzione l’ha vissuta in prima persona nella caserma dell’abitato più a sud dell’Alto Adige. Non a caso nel corso degli anni ha partecipato a talmente tante situazioni che, come lui stesso ammette, «è difficile ricordare tutto, sono passati molti anni». Capo squadra dal 1997, comandante dal 2005 al 2010 e vicecomandante fino al 2020 sono i ruoli ricoperti nella sua carriera. Senza contare che dal 2020 al 2024 ha ricoperto anche il ruolo di magazziniere, per poi continuare, fino a oggi, come pompiere ordinario.

I compagni lo descrivono come una persona sempre disponibile, dalla linea dritta e chiara, capace di portare all’interno del corpo grande entusiasmo e un forte senso d’appartenenza. «La battuta che spesso gli faccio, da quando sono comandante, è che lui è entrato a far parte del corpo quando io ancora non ero nato… anzi, presumo neanche in pianificazione!», sorride, parlando di Facchini, l’attuale capo dei “Freiwilligen” salornesi, Christopher Nardin.

Signor Facchini, da dov’è arrivata la decisione d’entrare a far parte della grande famiglia dei vigili del fuoco volontari?

È successo un po’ per caso. Parlando con alcuni amici, eravamo in tre e ci siamo detti: “Dài, proviamo”. Con il tempo gli altri due si sono ritirati, io invece sono rimasto. Va anche detto che nel 1984, avevo diciassette anni, ricorreva il centenario e i vigili del fuoco hanno fatto una grande festa in paese, proponendo anche delle manovre dimostrative. Quella è stata un’esperienza che mi ha colpito.

Cos’ha provato la prima volta che ha indossato la divisa?

Era una cosa nuova, ma se devo dire la verità non ho provato niente di particolare. C’era un bel gruppo, eravamo in pochi e siamo stati accolti subito bene. Questo è stato un bellissimo momento, tra risate, scherzi e manovre.

Cosa l’ha spinta a continuare e mantenere ancor oggi la stessa disponibilità verso gli altri?

Secondo me è una cosa che senti dentro. A volte può essere anche pesante e non sempre si ha la buona volontà di andare quando scatta la chiamata… Ma per chi fa questa scelta, bisogna sentire dentro questo spirito di altruismo.

C’è un intervento che ancor oggi, nel bene e nel male, ricorda come uno dei momenti più significativi della sua esperienza?

Ce ne sono diversi. Ricordo quando, purtroppo, è morto un ragazzo. Sul posto c’erano anche i genitori e dovevo consolarli. Ci sono situazioni in cui rimani male, soprattutto quando ci sono delle vittime. Gli interventi per gli incidenti sono quelli che mi rimangono più impressi.

Come si concilia questo particolare impegno, con le normali esigenze che richiede, per dire, il fatto di avere una famiglia, piuttosto che il lavoro, in generale la vita di tutti i giorni?

È importante avere una ragazza o una moglie in grado di accettare il fatto che tu debba uscire per andare a fare un intervento. Soprattutto quando si è giovani, è importante che la propria compagna ti sostenga e apprezzi quello che fai. Per quanto riguarda il discorso relativo al proprio lavoro, sono stato fortunato, perché lavoravo nel settore pubblico, al Consorzio di bonifica a Egna, e lì c’era disponibilità nei miei confronti. Portavo il certificato e, con quello, ero a posto. Non so, sinceramente penso che con un datore di lavoro privato sarebbe stato più difficile.

Quali sono stati, secondo lei, i cambiamenti più importanti vissuti in prima persona all’interno di questa realtà operativa?

Quando ho iniziato avevamo un’autopompa e una jeep con un carretto dotato di pompa per l’acqua. Non avevamo le pinze idrauliche, oggi indispensabili soprattutto negli interventi sugli incidenti stradali. Poi, con il tempo, sono arrivate sempre più attrezzature. Oggi però è molto più difficile rispetto a una volta. All’inizio intervenivamo soprattutto per gli incendi, poi sono aumentati sempre di più gli incidenti. E poi, parlando di numeri generali, rispetto a quando ho cominciato, gli interventi sono aumentati parecchio, come, in collegamento diretto, anche i mezzi e le attrezzature che utilizziamo. Una volta bastava conoscere due o tre cose, oggi bisogna continuare a formarsi. Quando si torna dopo un periodo in cui si è stati meno presenti, può capitare di aver dimenticato qualcosa, ma i compagni ti aiutano. Anche negli interventi con le pinze idrauliche bisogna prestare molta più attenzione: una volta bastava tagliare, oggi, con le automobili moderne, serve sapere dove intervenire, tenendo conto di tutti i sistemi di sicurezza di cui sono dotate.

Quanto contano la fiducia reciproca, l’affiatamento e la consapevolezza di poter contare sui propri colleghi nei momenti di pericolo?

Questi aspetti devono esserci, sono fondamentali. Se non ti fidi dei colleghi è meglio lasciar perdere… È ovvio che con i colleghi con cui hai condiviso più anni di servizio si crea un rapporto particolare. Il principio però è sempre lo stesso: “uno per tutti e tutti per uno”.

In conclusione, cosa sente di dire a delle ipotetiche nuove leve?

Se è una cosa che sentite vostra, sarebbe il caso di partecipare. Fare il vigile del fuoco volontario, come anche effettivo, è un impegno e bisogna sentire dentro il desiderio di farlo. Noi interveniamo sperando che non succeda mai nulla di grave, però è fondamentale essere sempre preparati e mossi da una spinta interiore.

Autore: Daniele Bebber

Toronto mi fa sentire a casa. La tesi, un po’ meno.

Un mese è passato. E forse è proprio dopo il primo mese che ci si rende conto di cosa significhi davvero ambientarsi in una nuova città. All’inizio c’è l’entusiasmo della novità, poi arriva la quotidianità: bisogna trovare persone con cui condividere il tempo, fare amicizia e, soprattutto, imparare a stare da soli. Per me non è stato scontato. Sono una persona che dà il meglio di sé quando può condividere le esperienze e, affrontare questo viaggio, con tutte le difficoltà del caso, mi spaventava.

La nostalgia mi ha accompagnata spesso. Capita di trovarsi in posti meravigliosi, come le isole di Toronto, nel Lago Ontario (non America!), e pensare a quanto sarebbe bello condividere quel momento con gli amici o la famiglia, che in quel preciso istante stanno probabilmente dormendo nei loro letti a Bolzano. Ma sto imparando che la nostalgia non deve per forza essere un freno: se si impara a conviverci, può diventare un catalizzatore per godersi ancora di più ciò che si ha davanti.

Così ho cominciato a dire qualche sì in più, anche quando una parte di me avrebbe preferito restare nella propria zona di comfort. Ho esplorato la città da sola, mi sono buttata in nuove esperienze e ho persino iniziato ad apprezzare il tempo trascorso in silenzio, con i miei pensieri. Chi mi conosce sa che non è mai stata la mia attività preferita. Eppure, piano piano, qualcosa ha iniziato a cambiare: sono arrivate nuove amicizie e la città è diventata meno sconosciuta. Sono riuscita anche a superare lo shock di cenare con professori di “alto rango” che si sono presentati con il nome di battesimo e non con il cognome: la mia italianità, segnata dal sistema universitario italiano, ha avuto un mancamento.

Nel frattempo, Toronto mi sta conquistando. Il Canada, diciamolo, può sembrare un po’ un parco a tema: foglie d’acero ovunque e oche canadesi in ogni dove. Eppure, dietro i cliché, c’è una città che sto imparando a conoscere e che, giorno dopo giorno, mi sembra un po’ più casa. Le sue strade cominciano ad avere un senso e la vista della CN Tower, quando mi siedo a studiare in università, è diventata una presenza familiare.

Ma non tutto diventa più semplice con il passare delle settimane. Se sul fronte della vita quotidiana comincio a sentirmi a casa, su quello accademico la situazione è decisamente più complicata. Scrivere la tesi qui non ha ridotto la confusione: semmai, l’ha moltiplicata. Più leggo, più parlo con persone e più materiale raccolgo, più le domande aumentano invece di diminuire. Ogni nuova risposta sembra aprire altre strade, e scegliere quale seguire diventa sempre più difficile.

Ho deciso di fidarmi del mio supervisore canadese, che mi ha rassicurata dicendomi che senza un po’ di confusione non viene fuori nulla di buono da una ricerca. Speriamo abbia ragione lui, perché altrimenti questo viaggio rischia di diventare troppo divertimento e troppo poca laurea.

Autrice: Anna Michelazzi

UPAD, 60 anni con lo sguardo rivolto al futuro

Inserzione pubblicitaria – Dall’intelligenza artificiale alle relazioni nell’epoca digitale, dalla scienza dell’alimentazione agli appuntamenti sul territorio, fino al Concerto di Natale del 12 dicembre: il sessantesimo anniversario diventa un’occasione per leggere il presente e continuare a costruire futuro.

Sessant’anni possono essere un’occasione per voltarsi indietro. UPAD ha scelto invece di usarli soprattutto per guardare avanti.

Dal 1966 la Fondazione accompagna generazioni di persone attraverso la cultura, la formazione permanente e occasioni di incontro e partecipazione. In sei decenni sono cambiati i linguaggi, i bisogni, le tecnologie e la società stessa. È rimasta però la convinzione che conoscere significhi disporre di strumenti per comprendere il proprio tempo e continuare a esserne protagonisti. 

È da questa idea che nasce il programma del 60° anniversario di Fondazione UPAD: non soltanto una celebrazione della propria storia, ma un percorso che intreccia memoria e futuro e che coinvolge Bolzano e diversi centri del territorio.

L’intelligenza artificiale per parlare dell’uomo 

Tra i temi che più stanno cambiando il nostro modo di vivere, lavorare e comunicare c’è certamente l’intelligenza artificiale.

UPAD ha scelto di affrontarla non soltanto dal punto di vista tecnologico, ma come fenomeno culturale, educativo e sociale, sviluppando insieme al Teatro Cristallo e a UNIbz un percorso aperto alla cittadinanza.

UN ANNIVERSARIO CHE
PARLA DEL PRESENTE

Il 30 ottobre nello spettacolo “Com’è umano l’AI” Paolucci porterà lo sguardo del filosofo e semiologo; Tanica quello dell’autore e sperimentatore, mostrando anche concretamente le possibilità creative offerte dai nuovi strumenti digitali.

Il percorso proseguirà mercoledì 25 novembre alle ore 18 nell’Aula Magna UPAD di via Firenze 51 con Serena Mazzini, autrice di “La tua solitudine è il nostro business”, in dialogo con la giornalista Silvia Senette.

Al centro dell’incontro ci sarà una questione sempre più vicina alla nostra quotidianità: che cosa accade quando tecnologie nate per connetterci diventano interlocutori ai quali affidiamo emozioni, relazioni e fragilità? Si tratta di una riflessione sul rapporto tra intelligenza artificiale, solitudine e nuovi modelli di relazione nell’epoca della connessione permanente.

La storia di UPAD passa anche dai territori

Merano, Egna, Brunico, Bressanone e Vipiteno entrano nel racconto delle celebrazioni: comunità diverse, temi diversi, una stessa idea di cultura come partecipazione.

Il sessantesimo vuole raccontare anche un tratto essenziale della storia di UPAD: la presenza sul territorio. Le celebrazioni toccheranno infatti diverse località nelle quali, negli anni, si sono costruite comunità di partecipanti, docenti, volontari e collaboratori.

Ad Egna, mercoledì 25 novembre alle ore 16.30, il tema dell’intelligenza artificiale sarà affidato a Martin De Bonis.

A Merano, venerdì 27 novembre alle ore 18.30 presso MIND, la storia della presenza UPAD in città incontrerà ancora una volta le nuove trasformazioni tecnologiche, con un approfondimento sull’intelligenza artificiale affidato a Marco Montali.

Altri momenti celebrativi interesseranno inoltre Vipiteno, Bressanone e Brunico, dando voce alle persone e alle realtà locali che hanno contribuito a costruire, nel tempo, la presenza di UPAD in Alto Adige.

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Scremin, il soccorso nelle vene


Oltre quarant’anni dentro la macchina del soccorso, ovvero l’ambulanza, sono tanti. Sono decenni che significano responsabilità, soddisfazioni, amicizie, immagini e momenti difficili da dimenticare. Lo sa bene Alessandro Scremin, vero e proprio simbolo della “Bianca” in Bassa Atesina.

Tutti questi decenni, da quando non era ancora maggiorenne, li ha passati nella Croce Bianca dell’area della Bassa Atesina. Quella che sembrava una scelta dettata dalla curiosità di un giovanissimo, con il tempo è diventata una scelta di vita. Prima volontario e poi dipendente, Scremin ha attraversato quattro decenni di soccorso, assistendo a una trasformazione profonda del settore.

È chiaro però che, se mezzi, attrezzature e procedure di soccorso sono cambiati, una cosa è rimasta inalterata nel tempo: lo spirito di squadra e quella disponibilità verso gli altri che, allora come oggi, sono il cuore vivo e pulsante del volontariato, nel bene e nel male. Tutto per raccontare che dedicare una parte del proprio tempo agli altri, un giorno, può anche significare poter contare su qualcuno disponibile a tendere la propria mano nel momento del bisogno.

Signor Scremin, in gioventù cosa l’ha spinta a entrare come volontario nella Croce Bianca?

Sono entrato nel 1980 un po’ per caso. Avevo un cugino di un anno più grande che faceva il volontario e, a quell’età, è più facile lasciarsi convincere. A Egna, poi, non c’erano molte altre attività per i giovani: c’erano i pompieri, la Croce Bianca o altre associazioni.

Poi è diventato permanente: come e cosa l’ha convinta?

Da quando ho iniziato e fino al 2000 sono stato volontario nella sezione di Egna, sotto la guida di Guido Furlan, il primo capo sezione. Era una persona che aveva dato tutto alla Croce Bianca. All’epoca avrà avuto una cinquantina d’anni, ma guardava sempre avanti. Poi ho avuto la possibilità di diventare dipendente. È stata una scelta di vita. L’esperienza come volontario nella sezione di Egna cresceva sempre di più e, ancora una volta, è stato mio cugino a trascinarmi in questa scelta di cui ne sono fiero.

Quarant’anni sono un periodo lunghissimo. Per ciò che ha visto e vissuto, com’è cambiata la Croce Bianca in tutto questo tempo?

Tantissimo, soprattutto dal punto di vista tecnico, delle attrezzature sanitarie e della professionalità. La tecnologia ha dato un supporto importantissimo, con l’evoluzione delle attrezzature medicali e non solo. Quando sono entrato io, assistevamo i pazienti con mezzi molto più semplici, quasi rudimentali. La tecnologia ha fatto passi da gigante e le attrezzature che abbiamo oggi, trentacinque anni fa erano quasi inimmaginabili. Consideri che avevamo una cassetta di pronto soccorso con l’essenziale, più o meno come quella che oggi si può avere anche in macchina. In ambulanza, nei primi interventi sugli incidenti, avevamo magari un piede di porco per cercare di aprire le portiere. Era praticamente l’unico attrezzo che avevamo.

Cosa non è cambiato?

Lo spirito di corpo, proprio come nei pompieri. Le amicizie che ho avuto all’interno sono ancora presenti. Se non c’è spirito di squadra, non esiste nemmeno il volontariato e non esiste l’aiuto agli altri. Quando fai parte di una squadra devi conoscere il tuo compagno e sapere fino a che punto potete arrivare insieme.

Quando arriva una chiamata d’emergenza, ci sono emozioni che si imparano a gestire con l’esperienza, oppure ogni intervento lascia qualcosa?

Con l’esperienza, purtroppo, ci si abitua anche ai fatti tragici. Non ci sono scuole che possano insegnarti veramente come affrontare certe situazioni. Lo si impara sul campo, con gli anni che passano e anche grazie all’aiuto di un compagno più esperto. Adesso, da diversi anni, esiste anche un settore dedicato all’assistenza spirituale e psicologica e questo fa capire il coinvolgimento che comporta questa attività.

A proposito d’esperienze, ce n’è qualcuna che ricorda particolarmente?

Purtroppo sì. Quando avevo 17 anni ho partecipato ai primi interventi a Stava. È stata un’esperienza traumatica, come credo sia logico immaginare, vista l’enormità di quella tragedia che ha sconvolto la nostra regione. Ricordo ancora oggi il trasporto delle salme da una palestra, dove venivano portate per il riconoscimento… Noi, intanto, ci occupavamo dell’assistenza ai familiari. Comunque, se ci penso, devo ricordare che negli anni Ottanta praticamente ogni fine settimana capitavano incidenti davvero devastanti.

Come ha appena raccontato, chi fa soccorso si trova spesso davanti a situazioni anche molto difficili dal punto di vista umano. Però come si impara a mantenere la lucidità e al tempo stesso a non perdere l’empatia?

In quei momenti non hai tempo di pensare a quello che succederà dopo. Devi dare il massimo, fare il tuo lavoro e mettere a disposizione tutta la tua esperienza, reagendo in base alla situazione in cui ti trovi.

Se dovesse scegliere una parola per raccontare quarant’anni nella Croce Bianca, quale sarebbe e perché?

Guardi, le rispondo con una riflessione molto personale: quando arriverà la mia ora, spero sempre di poter trovare una persona come me, che sia pronta ad aiutarmi.

Ai giovani cosa vuole dire?

Cercate di offrire una parte del vostro tempo libero anche agli altri, perché c’è chi ne ha davvero bisogno. In questi anni noto che si fa sempre più fatica. Fra tutti gli impegni e le tante cose legate alla tecnologia, è diventato difficile trovare quel tempo da dedicare a chi può averne davvero bisogno.

Autore: Daniele Bebber

Il “Monti Pallidi” verso i 60 anni intonati

“C’era una volta il Coro Monti Pallidi. E c’è ancora, per meriti e per fortuna, con il suo ormai superato mezzo secolo di vita, con la sua voglia di guardare ancora lontano e con l’ambizione di vedere proiettato verso il domani questo nome caro”. Con questa frase, sul sito internet del Monti Pallidi (non solo del Coro, come vedremo) si ripercorre idealmente la storia della formazione vocale di Laives e contemporaneamente si sottolinea che si guarda con determinazione al futuro. Intanto il domani, più vicino, dice che il suo genericamente “ormai superato mezzo secolo di vita”, fra pochi mesi, ovvero nel 2027, diventerà quella che in demografia viene definita un’età tonda. Per il Coro Monti Pallidi l’età dei sessant’anni.

Dire Coro Monti Pallidi significa due cose, che si possono tranquillamente scambiare quanto a ordine d’elencazione: Laives e Sergio Maccagnan. Perchè questa formazione corale non è solamente una parte importante della storia del canto folkloristico locale ma è anche una parte importante della storia della sua città di nascita e “residenza”. E perché Sergio Maccagnan (che ci ha lasciati nel 2014), colui  che ne è stato il fondatore, ne è diventato poi l’autentico simbolo, in una tradizione consolidata oggi dai figli Paolo e Lorenza, motori della galassia che, nel tempo, ha allargato l’asse di rotazione del pianeta Coro Monti Pallidi. L’ensemble corale infatti oggi è la stella polare dell’Aps Monti Pallidi, dove Aps sta per associazione di promozione sociale e comprende, oltre al coro “originario”, anche il Coro Artemisia, la Schola Cantorum, le Piccole Voci del Coro Monti Pallidi, le Voci di Passaggio e il Gruppo Carnevalesco.

La passione concretizzata.

Ma qui ci interessa il discorso del compleanno che è dietro l’angolo, svilupperà sicuramente diversi appuntamenti celebrativi nel corso del 2027 ma per il momento ci dà lo spunto per fare un salto indietro nel tempo, sintetizzando (per quanto umanamente possibile…) parte del lungo viaggio sul pentagramma e sull’equilibrio della modulazione vocale, svolto finora dall’ensemble corale di Laives.

Iniziando, ovviamente, dal 1967. Nel novembre di quell’anno un giovane Sergio Maccagnan, a 29 anni, si sta occupando di un corso di orientamento musicale in alcuni centri della Bassa Atesina e resta colpito dalla passione di alcuni giovani per le canzoni popolari. Dopo qualche riflessione, decide che il momento è propizio per riunire queste giovani, appassionate voci, in un coro, che appunto prenderà il nome dalla storica definizione delle Dolomiti (e non scomodiamo Karl Felix Wolff, lasciamolo riposare a Oltrisarco), i Monti Pallidi. Sergio non lo sa ancora, ma è l’inizio di un percorso costellato di passione e di successi, un percorso che lo vedrà sul podio del “suo” coro fino al 2004, quando ha ceduto il posto al figlio Paolo.

La filosofia del canto.

Il pensiero portante di Sergio Maccagnan, quella filosofia che in un certo senso si può definire come il carburante della sua passione e che ha spinto anche il Coro Monti Pallid, sta tutta in una frase che il maestro-fondatore amava ripetere: «“L’angeli l’hanno fatte le canzoni, quanno se canta non se pensa male”: questo antico motto popolare abruzzese esprime nel modo migliore lo spirito del Coro Monti Pallidi e la sua voglia di cantare»,  diceva sorridendo il maestro. Ovvero, in tutta semplicità, un richiamo alla bellezza, alla pulizia di coscienza del canto, al suo spirito più puro.

Ritornando al 1967, ecco il via a un percorso che nei decenni successivi si svilupperà con un crescente successo. Dopo l’iniziale periodo di studi per le fresche voci riunite nel Monti Pallidi, con Maccagnan a impartire ai coristi una rigorosa impostazione vocale e tecnica, inizia la crescita, che è coronata dall’allestimento di un piccolo repertorio di canti da eseguire durante le esibizioni, inizialmente non certo numerosissime ma via via in crescita, insieme alle partecipazioni a concorsi corali, dove la qualità artistica raggiunta dal coro è certificata da primi premi e svariati piazzamenti. Grazie anche a questi successi arrivano gli inviti a concerti e rassegne in Italia e all’estero, citando in ordine sparso Polonia, Svizzera, Germania, Francia, Brasile, Liechtenstein, Lituania, Lettonia. Trovando spazio, poi, anche per fissare il proprio messaggio vocale e musicale in diverse incisioni discografiche.

Il resto è storia non più dell’altroieri ma di ieri e d’oggi. E di domani, quando il Monti Pallidi soffierà, ovviamente “in coro”, sulle 60 candeline.

Autore: Alessio Pompanin

“Il Teatro Cristallo: nutrimento per menti libere” – al via la stagione

INSERZIONE PUBBLICITARIA – La stagione 26/27 del Teatro Cristallo si presenta al pubblico con un ricco cartellone che unisce prosa, musica, danza, laboratori e incontri culturali all’insegna del nuovo claim “Il teatro: nutrimento per menti libere”, un progetto vivace sostenuto da Provincia Autonoma di Bolzano, Comune di Bolzano, Regione Trentino Alto Adige, Fondazione Cassa di Risparmio di Bolzano, Alperia Spa, Itas Mutua, Despar, Eurospar, Interspar e molti altri piccoli sponsor locali.

Grande successo ha già riscontrato la campagna abbonamenti primaverile per la rassegna “In scena”, che conta ad oggi 244 sottoscrizioni per i suoi 14 spettacoli realizzati in collaborazione con il Teatro Stabile di Bolzano per la prosa e con il Centro Servizi Culturali Santa Chiara di Trento per la danza. L’apertura del palinsesto avverrà il 16 ottobre con Alessandro Bergonzoni nel monologo “Arrivano i dunque”, incentrato sulla necessità della pace attraverso i suoi inconfondibili paradossi, seguito il 28 ottobre da Paolo Calabresi che proporrà i suoi migliori travestimenti in “Tutti gli uomini che non sono”. La danza debutterà il 3 e 4 novembre con la Compagnia Abbondanza Bertoni in “Epiphania. Mi rendo manifesta”, focalizzata sui corpi di tre danzatrici, per poi lasciare spazio il 13 novembre a “Eumenidi”, uno spettacolo collettivo al femminile diretto da Serena Sinigaglia, e il 22 novembre alla compagnia di Virgilio Sieni con “Sulla leggerezza”, coreografia per otto danzatori basata sulla prima delle Lezioni americane di Italo Calvino. Il 9 dicembre Valerio Aprea proporrà il suo reading tratto dal libro di Sandro Bonvissuto “Il giorno in cui mio padre mi ha insegnato ad andare in bicicletta”, sul passaggio dall’infanzia all’età adulta, mentre il 19 gennaio Davide Enia presenterà “Autoritratto”, uno spettacolo sull’impatto di Cosa Nostra a 35 anni dalle stragi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Il 30 gennaio Maria Amelia Monti e Gigio Alberti interpreteranno una coppia di genitori nevrotici nella commedia “LUNGS/Polmoni”, seguiti il 12 febbraio da Stivalaccio Teatro con “Scaramuccia”, lavoro di commedia dell’arte ricco di equivoci, duelli e improvvisazione. Il 19 febbraio andrà in scena “White out. La conquista dell’inutile” di Piergiorgio Milano, creazione multidisciplinare tra circo, danza e alpinismo, seguita il 27 febbraio dal Teatro Nazionale di Genova con “Le Dieu du carnage” di Yasmina Reza. Il 9 marzo Marco Paolini sarà protagonista di “Bestiario idrico”, incentrato su uomo, acqua e sostenibilità, mentre il 6 aprile La Corte Ospitale proporrà “Amleto a pranzo e a cena” di Oscar de Summa, prima della chiusura stagionale del 21 aprile affidata a “Stella” della compagnia NaturalisLabor, che racconterà in danza la morte di Aldo Moro.

All’interno del cartellone trova spazio la riflessione su giustizia e fragilità grazie a “Corpi eretici”, rassegna curata da Teatro la Ribalta – Kunst der Vielfalt, che si aprirà il 2 ottobre con “Kohlhaas” di e con Marco Baliani per la regia di Maria Maglietta. Il 16 e 17 dicembre andrà in scena “Cenerentola” di Paola Guerra e Antonio Viganò in coproduzione con il Metastasio di Prato, mentre martedì 12 gennaio si terrà l’incontro “Corpi eretici, corpi etici” con il regista Antonio Viganò, lo scrittore Alessandro Dehò e l’attrice Arianna Scommegna. Il 27 e 28 gennaio, per la Giornata della Memoria e in collaborazione con il Quartiere Europa-Novacella, andrà in scena lo spettacolo civile “Impronte dell’anima” di Giovanni De Martis e Antonio Viganò, coprodotto con il Teatro Stabile di Bolzano, incentrato sullo sterminio nazista dei disabili. Il 4 marzo Concita De Gregorio ed Erica Mou proporranno “La cura”, incentrato sulla malattia, e l’11 marzo si terrà il doppio evento speciale con l’incontro pomeridiano “Il bambino reale e quello immaginato” in collaborazione con Unicef, AIBI e ASSB per il percorso “Uniti per i bambini”, seguito in serata dallo spettacolo “Pinocchio nel ventre della balena” diretto da Paolo Grossi.

Per la musica, l’Associazione L’Obiettivo presenta cinque appuntamenti dei “Racconti di Musica” fino a gennaio, a partire da venerdì 9 ottobre con “Pin’é – Omaggio sinfonico a Pino Daniele” eseguito dalla Merano Pop Symphony Orchestra diretta da Roberto Federico con la voce di Domenico Laratta e gli arrangiamenti di Andrea Leopardi. Domenica 18 ottobre arriverà la cantautrice Giulia Mei in collaborazione con il Festival Ella, seguita venerdì 27 novembre da Ghemon in “Una cosetta così” e sabato 19 dicembre dal tradizionale appuntamento natalizio con la “Gospel Night” di David Gulley & The Cleveland Chorale, per poi concludere venerdì 29 gennaio con l’anteprima di “Figli così” dell’Andrea Maffei Spritz Band.

Per il pubblico più giovane, la compagnia teatroBlu cura la rassegna “Il teatro è dei bambini” che si aprirà sabato 24 ottobre con la compagnia Airone De Falco e lo spettacolo “Le rocambolesche avventure dell’orso Nicola, del ragnetto Eugenio e del moscerino che voleva vedere il mondo e che rese tutti felici”, seguito da “La bella addormentata” di Proscenio Teatro, “Il vestito nuovo dell’imperatopo”, “Nevicello e il segreto di Babbo Natale”, “Il pianeta dei bomboloni” a gennaio, “Il mago di Oz”, “Stella stellina” prodotto da teatroBlu e la chiusura con “Pollicino pop”.

Infine, il teatro amatoriale della UILT viene omaggiato con la rassegna “Buona domenica a teatro” curata dal compianto presidente Willy Coller, che debutterà l’11 ottobre con “Spazio ultima dentiera” di e con Mario Cagol nei panni di Nonna Nunzia. Il ciclo brillante proseguirà il 25 ottobre con “Guai in vista all’albergo Bellavista” del Teatro dell’Attorchio, l’8 novembre con “L’equivoco” della Filo di Tesero e il 15 novembre con “Gioco pericoloso” della Filodrammatica di Laives. Il 6 dicembre si terrà lo spettacolo “Verso le stelle” con la band AMMO e la Ginnastica Atesina, mentre il nuovo anno si aprirà il 10 gennaio con “Frida. Una bomba avvolta in nastri di seta” degli Orti Erranti, seguito il 24 gennaio da “Come due angeli sul cornicione” della Compagnia di Lizzana e il 7 febbraio da “Tuti mati per i schei” dello Strapaes. Completano la proposta i due eventi del sabato sera: il 20 febbraio il concerto solidale “Tributo a Cesare Cremonini e ai Lunapop” con i musicisti di Live Muse a favore di Cometa A.S.M.M.E. e l’8 maggio la danza di “Inside” con gli allievi della SSV Bozen AVS guidati da Laura Magro.

Tutto il programma e le attività del Teatro Cristallo si possono trovare online sul sito www.teatrocristallo.it

La cassa è aperta mercoledì, giovedì e venerdì dalle 16.30 alle 19, sabato dalle 10 alle 12 e un’ora prima di ogni spettacolo. Gli abbonamenti sono sottoscrivibili solo presso la cassa mentre i biglietti singoli si possono acquistare anche sul sito del teatro o tramite l’app del Teatro Cristallo scaricabile su tutti gli app store.

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Gli oggetti raccontano la storia

Si chiama Officina del tempo e in sostanza è uno spazio, allestito come passione personale da Roberto Giacomelli, ma che a cadenza fissa, o su richiesta, apre il suo scrigno, nascosto dietro un portone, anche lui con i segni del tempo, in via Garibaldi, nella Residenza De Campi, a Salorno.

Quando si guarda oltre quel portone in legno, passando lungo la strada, la prima cosa che salta all’occhio è solamente un piccolo laboratorio per la riparazione di biciclette. Al banco da lavoro, un uomo con gli attrezzi del mestiere fra le mani. Ma il vero tesoro si trova più in là della soglia dello sguardo, oltre un altro portoncino in legno. È li che Roberto Giacomelli accoglie i visitatori per mostrare l’Officina del tempo di Salorno. Uno spazio in via Garibaldi, ricavato al piano terra e nei sotterranei della storica residenza della famiglia De Campi, dove sono custoditi diversi secoli di storia del territorio in un numero indefinito di manufatti, recuperati, restaurati ed esposti con cura, dedizione e passione.

Giacomelli, da dove nasce l’idea dell’Officina del Tempo?

La passione per la storia e per le cose vecchie ce l’ho da quando avevo 14 anni. Poi, ai tempi di mio papà, che faceva ceste, in casa c’erano già tanti attrezzi e oggetti legati al lavoro di una volta. Pian piano ho iniziato a recuperare gli spazi, togliendo l’attrezzatura agricola e sistemando i locali. Durante il brutto periodo del Covid ho pulito i travi, aperto una porta e collegato due ambienti. Da lì ho iniziato a organizzare tutto quello che avevo raccolto.

Come ha raccolto tutti questi oggetti così ben conservati e in esposizione?

Molti arrivano da persone che svuotavano case o vecchi magazzini: mi chiamavano perché sapevano della mia passione. Altri li ho cercati nei mercatini, soprattutto quando mi serviva qualcosa di particolare. Oggi capita persino che qualcuno mi lasci gli oggetti davanti alla porta o mi chiami per dirmi che ha trovato qualcosa.

Quali sono i pezzi più pregiati?

È molto soggettivo. Qui ci sono oggetti antichissimi, come una serratura e un’incudine del Quattrocento. Ma per me anche un piccolo attrezzo di sessant’anni fa può avere lo stesso valore. Se l’ho recuperato, pulito, sistemato e messo in esposizione, diventa importante. Dietro ogni pezzo c’è un lavoro e una storia.

Quali sono invece le principali sezioni? Le tematiche variano dal settore della calzoleria alla scuola, dalla campagna agli attrezzi utilizzati per i trattamenti agricoli di una volta… E poi il cinema, le biciclette, una piccola officina meccanica. Otto metri sotto la strada c’è anche la parte dedicata al vino. Ci sono poi oggetti rari, come una macchina a spalla in legno utilizzata per il verderame.

Anche l’edificio che ospita sembra raccontare una storia importante... 

Gli scantinati sono del Quattrocento, la parte alta d’un secolo dopo. Questo rende ancora più particolare l’esperienza, perché gli oggetti sono inseriti in un ambiente che, a sua volta, racconta secoli di storia.

Parlando di biciclette da corsa, quante sono?

Circa quaranta. Alcune le usiamo, altre preferisco conservarle perché hanno un valore particolare e non vorrei rovinarle.

La reazione dei visitatori all’ingresso?

È forse la soddisfazione più grande. All’inizio entrano curiosi e magari pensano di trovarsi semplicemente davanti a una raccolta di oggetti vecchi. Poi iniziano a guardarsi intorno e il percorso li porta da una stanza all’altra. Quando pensano che sia finita, trovano le scale che scendono ai locali sottostanti. Alla fine si sorprendono di quante cose abbiano visto. Vederli uscire soddisfatti è la ricompensa più grande.

Da quanto esiste l’Officina del tempo?

Come nome circa da un paio d’anni solamente. Prima era uno spazio più piccolo e chiuso. L’idea era pure creare qualcosa che potesse avere un valore didattico, per raccontare ai più giovani la scuola, i mestieri e la vita quotidiana di una volta. Ora arrivano visitatori anche da lontano. Qualcuno torna anche per rivederla.

Chi si è occupato dei lavori di adattamento e di allestimento?

La gran parte li ho fatti personalmente, dalla sistemazione degli ambienti al recupero degli oggetti, però anche mia moglie ha fatto una grande parte del lavoro, mi ha aiutato tantissimo. Il lavoro, comunque, non finisce mai. Ogni pezzo che arriva dev’essere pulito, trattato, sistemato e per collocarlo e valorizzarlo bisogna trovare il posto giusto.

Pensa che questa realtà possa essere valorizzata di più dal territorio?

Credo che ci sia ancora poca attenzione, in un piccolo paese che può avere molto da offrire. Ci sono il castello, la cascata, il centro storico, le cantine e realtà come l’Officina del tempo. Sarebbe bello creare un percorso che permetta ai visitatori di conoscere tutto questo. Però, più che con gruppi numerosi sarebbe meglio lavorare con piccoli numeri, otto o dieci persone alla volta, per poter raccontare davvero gli oggetti e la storia del luogo.

Qual è stato l’intervento più impegnativo, per riportare qualcosa del passato a un livello nuovamente “presentabile” senza fargli perdere il fascino che regala la patina del tempo?

Probabilmente il recupero della vecchia stalla. Ho dovuto ripulire tutto e togliere una porta molto pesante, sotto la quale sono emersi alcuni grossi blocchi e un elemento che ha fatto ipotizzare potesse appartenere all’antica statua del Nettuno, sopra la fontana davanti al Municipio, ma non ci sono certezze.

In definitiva, cos’è per lei l’Officina del tempo?

È un modo per conservare la memoria. Ogni oggetto racconta qualcosa: un mestiere, una famiglia, un’abitudine, un pezzo di vita. Se oggetti così vengono buttati, il rischio è perdere anche la storia delle persone che li hanno utilizzati. L’Officina serve proprio a fermare il tempo per un momento e permettere a chi entra di fare un viaggio fra altre epoche.

Autore: Daniele Bebber

Sabine Frei: curiosità e incontri tra le persone 

Oggi la nostra rubrica propone un ritratto di Sabine Frei, docente presso la Libera Università di Bolzano e presidente del Südtiroler Kinderdorf di Bressanone e Merano. Esperta di comunicazione interviene spesso anche come moderatrice nei dibattiti e come coaching.

Come è arrivata a costruire una professionalità così ampia e diversificata?

Il mio percorso è nato dall’incontro tra le mie curiosità, le persone che ho incontrato e le diverse esperienze di studio e professionali che ho potuto fare nella mia vita. C’è comunque un filo rosso che lega tutto ciò che faccio: cerco di co-creare contesti che permettano alle persone di comprendere che cosa significhi, per loro e per chi le circonda, vivere una vita “piena” e di agire di conseguenza.

Come è riuscita ad attraversare mondi e lingue così diversi del nostro territorio?

Non penso di aver trovato una ricetta. Sono cresciuta in una famiglia allargata, nell’albergo gestito dai miei nonni. Era un luogo di passaggio, ai confini con la Val di Fiemme, dove fin da piccola avevo la possibilità di entrare in contatto e confrontarmi con mondi linguistici e culturali diversi. Il piacere di ascoltare e di interagire con persone molto diverse tra loro è sicuramente nato lì ed è cresciuto con il tempo, diventando uno degli strumenti più importanti del mio lavoro.

Il lavoro all’Università è molto stimolante. Come lo affronta e cosa le restituisce?

Per me insegnare significa soprattutto confrontarsi. Le studentesse e gli studenti portano domande, esperienze e punti di vista che sono un invito a mettere in dubbio – nel senso pieno del termine – ciò che affrontiamo nelle lezioni. Questo confronto rende più accessibile e concreta la pluralità dei saperi e, allo stesso tempo, mi permette di continuare a imparare.

Il Suo impegno al Kinderdorf le pone davanti grandi sfide. Quali sono le più impegnative?

Vorrei precisare che il mio ruolo è oggi un ruolo onorario e non operativo: la gestione quotidiana è affidata al direttore e ai nostri team, composti da circa 80 persone con un’elevata professionalità e un grande impegno. Io cerco di contribuire soprattutto con la mia esperienza e, insieme al Consiglio di amministrazione, mi assumo la responsabilità di dare orientamento e direzione all’organizzazione nel suo insieme. Il Südtiroler Kinderdorf è cambiato molto rispetto alle sue origini e deve continuare a farlo insieme alla società. Oggi, accanto a una prospettiva orientata alla tutela delle persone, cerchiamo di rafforzarne le risorse, di coinvolgerle attivamente nel ripensare i propri progetti di vita e di adottare una prospettiva sistemica. 

Come spiegherebbe a una lettrice che non conosce bene il Kinderdorf quale sia il suo ruolo?

Direi che il Südtiroler Kinderdorf è un elemento all’interno di una rete di sostegno per bambine, bambini, ragazze e ragazzi e le loro famiglie che attraversano situazioni difficili ed è altresì impegnato a prevenire tali situazioni. Ci sono le comunità residenziali, ma anche il sostegno alle famiglie direttamente a casa, l’accompagnamento dei giovani verso l’autonomia, il lavoro con le madri sole e i progetti di prevenzione e promozione sociale. Il Kinderdorf non è semplicemente un luogo dove vivono bambine e bambini che, temporaneamente, non possono stare a casa. È un’organizzazione che cerca, insieme alle persone coinvolte e alla rete dei servizi, prospettive di sviluppo. Ogni persona, piccola o adulta che sia, porta con sé una storia diversa e ha bisogno di un progetto di sostegno e di sviluppo individualizzato.

Quale esperienza l’ha più addolorata e quale, invece, le ha regalato un sorriso?

Le situazioni che riguardano bambine e bambini che hanno subito violenza o che hanno dovuto vivere esperienze molto dolorose mi toccano naturalmente molto. Anche oggi, pur non essendo coinvolta nel lavoro operativo quotidiano, sento una grande responsabilità nei confronti delle persone che accompagniamo. Allo stesso tempo, come organizzazione dobbiamo assumerci anche la responsabilità per ciò che è accaduto in passato. Abbiamo saputo che anche nel Südtiroler Kinderdorf nel corso dei nostri 70 anni di storia, ci sono state esperienze di abuso e di violenza. Non possiamo cancellarle, ma possiamo affrontarle e fare tutto il possibile perché non si ripetano. Per questo abbiamo rafforzato il nostro concetto di protezione e abbiamo istituito anche una figura indipendente di riferimento, l’ombudsperson, alla quale le persone possono rivolgersi. Per me è di fondamentale importanza che la tutela non rimanga solo una dichiarazione di principio, ma che sia parte concreta della cultura dell’organizzazione. Certamente ci sono anche tantissimi momenti che danno speranza. Mi rincuora quando una persona riesce a riconoscere le proprie capacità, ritrova fiducia in se stessa e comincia a fare un passo verso una maggiore autonomia. Nel lavoro sociale guardiamo con cura a quello che per altri possono essere dei piccoli passi. Ma sono questi che possono cambiare molto nella vita di una persona.

Quale consiglio darebbe a una giovane donna che volesse prendere lei come modello?

Le direi, innanzitutto, di non avere modelli – tanto meno me – ma di cercare di capire che cosa la incuriosisce davvero e di avere il coraggio di seguire questa curiosità. Mai da sola, però: confrontandosi con altre persone e cercando un buon equilibrio tra chi sa spronare e chi sa sostenere.

Investirei nella formazione, ma non solo in quella accademica. Imparare ad ascoltare, a collaborare, a comunicare e anche a tollerare l’incertezza sono competenze fondamentali. E soprattutto le direi: non abbiate paura di cambiare strada. Il mio percorso mi ha insegnato che anche le deviazioni possono diventare molto importanti.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Mirko Frainer, la voce che racconta Bolzano

Capo delegazione FAI, divulgatore televisivo e radiofonico, da questa estate anche guida turistica abilitata. Mirko Frainer ha fatto della passione per la storia e il patrimonio culturale una seconda pelle.

Per molti bolzanini Mirko Frainer è innanzitutto il volto del FAI di Bolzano, delegazione che guida dal 2019. Ma negli ultimi anni si è fatto conoscere sempre più anche come divulgatore, tra televisione, radio e visite guidate, con uno stile diretto e accessibile.

La sua capacità di raccontare il territorio è arrivata anche al pubblico nazionale. Il 5 settembre 2026 Frainer è stato ospite di “A Sua immagine”, su Rai 1, dove ha accompagnato i telespettatori alla scoperta del Duomo di Bolzano.

«È stata un’esperienza molto emozionante. Ormai parlare in televisione mi è diventato quasi abituale, ma pensare di essere visto dalla Sicilia fino alla Valle d’Aosta mi ha fatto una certa impressione». Il tono della trasmissione lo ha aiutato: «Si è creata una vera chiacchierata e questo mi ha permesso di trasmettere l’entusiasmo che provo quando racconto la storia della nostra città».

La puntata è disponibile su RaiPlay, la piattaforma digitale della Rai per seguire e rivedere i programmi, alla pagina dedicata ad A Sua immagine:

www.raiplay.it/programmi/asuaimmagine

L’esperienza televisiva, per Frainer, era iniziata quasi per caso, con un documentario dedicato alle tracce del Romanico in Alto Adige, realizzato con Roberto Condotta e la sua troupe.

«Quello è stato il mio battesimo del fuoco. Da allora di acqua sotto i ponti ne è passata e oggi mi diverto moltissimo. È un’attività che mi permette di trasmettere la passione che provo per questi temi».

Frainer è anche uno dei volti di Peer TV, il canale dedicato a vacanze e tempo libero in Alto Adige, per il quale racconta in italiano e in tedesco siti e monumenti del territorio.

E la divulgazione non passa soltanto dalle immagini. C’è anche la radio.

«Dal 7 giugno 2025 sono ospite di Valentina Cibin sulle frequenze locali di RAI Radio 1 per raccontare la storia del Tirolo, dalle origini a oggi, in maniera fresca e accessibile a tutti. A breve inizieremo a registrare la terza stagione».

Le venti puntate già realizzate si possono riascoltare su RaiPlay Sound:

www.raiplaysound.it/playlist/sudtirolhistory

Alla base di questo percorso c’è però il FAI, che per Frainer è stato anche una palestra: «Mi ha dato la possibilità di mettermi in gioco, di imparare a parlare in pubblico e a organizzare eventi». Fu Simona Kettmeir a introdurlo nella delegazione bolzanina, dando così avvio a un percorso che avrebbe avuto un peso importante nella sua attività di divulgatore.

«Si dice “impara l’arte e mettila da parte”. Tutto quello che ho imparato mi sta tornando utile: dalla televisione alla radio, fino all’attività di guida turistica».

Da questa estate, infatti, Frainer è anche guida turistica abilitata. Il 13 luglio 2026 ha superato l’esame, arrivando a un traguardo atteso da tempo. Proprio il suo ruolo nel FAI gli aveva fatto sentire l’esigenza di affiancare alla passione e all’esperienza anche un riconoscimento professionale.

Oggi i diversi fili del suo percorso si ricongiungono: FAI, televisione, radio e attività di guida. Esperienze diverse, ma con un denominatore comune: raccontare il territorio e la sua storia in modo accessibile, trasformando monumenti e vicende storiche in un racconto capace di incuriosire anche chi non è uno specialista.

Autore: Till Antonio Mola