Quando la Val Gardena scolpiva per l’Europa

Da Ortisei a Offenburg, la bottega Lenert racconta un’epoca in cui l’arte sacra gardenese raggiungeva le chiese europee. Wolfgang Moroder ripercorre una storia di famiglia, lavoro e trasformazioni, segnata dalla tragedia della Prima guerra mondiale.

Entrare nella casa di Wolfgang Moroder, a Ortisei, significa immergersi nella storia gardenese. Wolfgang abita all’ultimo piano dell’edificio di famiglia e già lungo le scale si incontrano cimeli, sculture degli antenati, opere del fratello Egon Rusina, pittore e caricaturista, e tele di Josef Moroder-Lusenberg, tra i maggiori pittori gardenesi dell’Ottocento e prozio di Wolfgang. C’è anche un grande albero genealogico del ramo dei Moroder da cui discende Wolfgang. Per chi, come me, cerca di raccontare la storia di questa famiglia, orientarsi tra nomi ricorrenti e parentele intrecciate non è facile. Una cosa però la colgo: il passaggio dagli antenati commercianti alle generazioni di scultori e artisti.

Prima di raggiungere l’appartamento, Wolfgang mi mostra la stube storica di famiglia, dove, racconta, era stata ricavata la prima postazione di Radio Gherdëina. Ci sediamo poi a parlare della bottega Lenert, al centro della mostra Berstot de Lenert alla Casa di Cultura di Ortisei. La lavorazione artistica del legno ha in Val Gardena una storia secolare. Già nel Seicento l’intaglio si diffuse accanto alla produzione di oggetti quotidiani, diventando un’importante fonte di reddito. Nell’Ottocento, con la crescente richiesta di arte sacra, nacquero botteghe specializzate che lavoravano anche fuori dalla valle.

L’INTERVISTA

Cominciamo dai protagonisti della mostra: Rudolf e Ludwig Moroder. Chi erano? 

Rudolf era il fratello di mia nonna, Ludwig era mio nonno. Erano cresciuti insieme e avevano imparato la scultura anche con maestri come Franz Tavella. La bottega Lenert si trovava nella casa del mio bisnonno, commerciante di giocattoli. Rudolf era uno scultore di grande talento. Ancora giovanissimo realizzò una Santa Elisabetta con il mendicante, oggi nella chiesa parrocchiale di Ortisei, premiata con una medaglia d’oro all’Esposizione Universale del 1900 a Parigi. Un successo che orientò l’attività familiare verso l’arte sacra.

Nel 1904 la famiglia acquistò addirittura un’impresa in Germania. 

Sì, Franz Moroder, padre di Rudolf, rilevò una ditta a Offenburg, vicino a Strasburgo, già attiva negli arredi per le chiese. Vi lavoravano almeno quaranta artigiani: scultori gardenesi, pittori, decoratori e disegnatori. Realizzavano soprattutto altari e arredi per le chiese della Germania sudoccidentale.

Insomma, qualcosa di ben diverso dall’immagine dello scultore che lavora da solo nella sua bottega. 

A Offenburg la produzione era organizzata per specializzazioni, quasi una catena di montaggio. A Ortisei prevalevano invece le botteghe nelle case degli scultori, con al massimo quindici o venti lavoratori. La nostra produceva soprattutto statue di santi. La Val Gardena esportava già da tempo, ma i Moroder si distinguevano per avere una sede produttiva all’estero. La Prima guerra mondiale segnò una frattura drammatica per la nostra famiglia. Rudolf e due suoi fratelli furono chiamati alle armi e caddero a distanza di pochi mesi. Fu mio nonno Ludwig a portare avanti la bottega di Ortisei. Dal 1918 affiancò alla scultura l’insegnamento nella scuola d’arte locale, fino al 1949.

Quanto era diffuso il lavoro del legno nella vita quotidiana gardenese? 

Era dappertutto. Quando ero bambino, a Ortisei c’erano ancora due o trecento botteghe. Io stesso ho cominciato a nove anni, dipingendo il grembiulino bianco della donnina nelle casette segnatempo, quelle con i personaggi che uscivano a seconda del tempo. Ma evidentemente non ero un grande artista: dopo due giorni mi licenziarono perché il lavoro non era abbastanza pulito!

Era un mondo in cui l’artigianato coinvolgeva buona parte della popolazione gardenese, destinato a cambiare profondamente nel secondo Novecento.

Che cosa mise in crisi questo sistema? 

Un ruolo importante lo ebbe il Concilio Vaticano II (1962-1965, ndr), che avviò una riforma liturgica favorendo una maggiore essenzialità nelle chiese. Molte statue dei santi non erano più richieste. In Germania furono persino rimossi e distrutti numerosi altari. Per le botteghe di arte sacra fu un cambiamento enorme. Poi arrivò la meccanizzazione, soprattutto per le figure più piccole. Negli anni Settanta e Ottanta crebbero anche industria e turismo.

Ma oggi, per un occhio non esperto, come si distingue una scultura fatta interamente a mano da una realizzata con le macchine? 

Esiste un marchio di tutela della lavorazione manuale, con controlli nelle botteghe. Un conto è scolpire tutto a mano, un altro rifinire e dipingere un oggetto preparato meccanicamente. Ci sono poi scultori gardenesi conosciuti a livello internazionale, che realizzano opere individuali e lavorano con le gallerie d’arte.

Torniamo alla mostra. Perché avete scelto di raccontare i due artisti attraverso la storia della bottega Lenert?

Volevamo raccontare Rudolf e Ludwig nel contesto della bottega in cui lavoravano. Ho ereditato una parte importante del suo patrimonio materiale e desideravo renderlo accessibile.

Qual è il riscontro della mostra? 

C’è molto interesse da parte dei giovani scultori gardenesi, affascinati soprattutto dalla tecnica. In particolare, dal modo in cui Rudolf scolpiva i panneggi, cioè le pieghe delle vesti delle statue. Ludwig aveva invece uno stile più elegante e classico, che si è modificato nel tempo.

Un’ultima curiosità: il titolo, Berstot de Lenert, è in ladino. È una scelta che sembra rivolgersi prima di tutto alla comunità locale, anziché ai turisti.

Esattamente. Berstot significa bottega, mentre Lenert è il nome del maso di famiglia. Abbiamo scelto volutamente un periodo che un tempo era considerato di bassa stagione. La mostra non è stata pensata principalmente per i turisti, ma per la popolazione locale e soprattutto per i giovani.

La mostra è visitabile fino al 1° novembre 2026 alla Casa di Cultura “Luis Trenker” di Ortisei. Ingresso gratuito. Orari: lunedì–venerdì 16–19; sabato e domenica 10–12.

Promossa dall’Istituto Ladino Micurá de Rü e dal Museum Gherdëina, nell’ambito di Enes dl ert (Art Festival Val Gardena).

“Avere la pelle nera nel medioevo”: il santo africano simbolo dell’imperatore

Giuseppe Albertoni, professore universitario di storia medievale, martedì 6 ottobre ha inaugurato il ciclo di incontri “Noi e le storie 2026. Indagare il passato, capire il presente”, organizzato dalla Biblioteca Provinciale Claudia Augusta con il patrocinio dell’Università di Trento. Durante la conferenza “Nero come il diavolo, nero come il peccato o nero come un etiope. È esistito un razzismo nel Medioevo?”, è stata ricostruita la figura del santo e la sua adozione da parte dell’imperatore Ottone I di Germania.

Chi si rechi al duomo di Magdeburgo, dove riposano le spoglie di Ottone I, imperatore del Sacro Romano Impero, noterà a guardia del sepolcro una singolare statua raffigurante un cavaliere di incarnato scuro e dai tratti somatici africani. Si tratta di San Maurizio, generale romano di origini subsahariane della mitica Legione tebea che nel III secolo subì il martirio insieme ai suoi uomini per essersi rifiutato di perseguitare i cristiani della regione in cui era stato inviato a reprimere una rivolta. Ma come ha fatto un legionario romano, poi santo, a diventare il simbolo del primo imperatore sassone che regnò nel cuore dell’Europa?

Durante la conferenza, Albertoni ne ha ripercorso la storia e la leggenda. Dapprima, a consolidare il culto del santo, vi è il suo attributo principale: una lancia che, lungi dall’essere un’arma qualunque, era secondo la tradizione la lancia con cui Longino trafisse il costato di Cristo; in seguito, il santo etiope l’ottenne e la brandì fino all’ultima battaglia. Dopo alcune peripezie, la reliquia venne storicamente acquistata da Enrico I, il padre di Ottone, e da quel momento in poi si legò alla figura regale. A questo elemento si aggiunse l’aspetto che risultava alieno per le genti dell’epoca: il colore della pelle e i tratti somatici. Albertoni riconosce che, riferendosi a quel tempo, non si può parlare di razzismo per come lo intendiamo oggi: il termine ‘razza’ ancora non esisteva e il principale discrimine tra i popoli era la fede. Difatti, agli occhi di un europeo cristiano, un etiope, anch’esso cristiano, era a lui più simile di un saraceno musulmano. Dunque, una prima forma di pregiudizio era più propriamente culturale che biologica (per la quale bisognerà aspettare la modernità). Ottone, dunque, senza indugiare in sottigliezze fisionomiche, scelse questo santo per mostrare che, in quanto imperatore dei cristiani, il suo potere era universale e si estendeva su tutto l’ecumene, dall’Europa all’Africa; e San Maurizio, il difensore del cristianesimo, ne legittimava il potere.

E il diavolo di cui parla il titolo? Riguardo a quello, Albertoni studia l’evoluzione dell’interpretazione del colore nero nel corso di tutto il medioevo, spaziando dal peccato alla possibilità di redenzione. Ma preferiamo lasciarvi alla lettura del suo libro “Il santo, l’etiope e il diavolo. Avere la pelle nera nel medioevo” (il Mulino, 2026), nel quale il professore affronta ampiamente questa e altre questioni.

Per concludere con una nota locale, ricordiamo l’importanza di San Maurizio su tutto l’arco alpino. In origine, il culto del santo si diffuse dall’antica Borgogna fino al resto dell’Europa centrale. Era, infatti, particolarmente venerato nelle Alpi e anche in Alto Adige ebbe fortuna. Basti pensare alla toponomastica della regione. Infatti, varie sono le località che ne portano il nome, come San Maurizio, in Val d’Ultimo, della cui chiesa si fa menzione già nel 1278 e San Maurizio (Sauders), in Valle Isarco, che trae il nome dall’omonimo luogo di culto; altri esempi di templi cristiani consacrati al santo sono l’antica chiesa di San Maurizio a San Candido, risalente al 970 e poi chiusa nel 1786, e le chiesette del XIII secolo a Bolzano e a Sella. Nella storia recente, San Maurizio ha continuato a essere ricordato nella nostra regione dopo la proclamazione a santo patrono degli Alpini nel 1941 da parte di Papa Pio XII, proprio a ridosso della disastrosa Campagna di Russia. Nella tragedia, il santo etiope fu un faro di speranza, fede e resistenza per migliaia di soldati allo sbaraglio. Da patrono dell’imperatore a difensore dei soldati al fronte, San Maurizio ha così mantenuto nei secoli il suo carattere di santo difensore e di simbolo dell’universalismo della fede cristiana.

Si ricordano i prossimi appuntamenti di “Noi e le storie”: mercoledì 7 si è tenuta la conferenza “Un mondo da costruire. Geopolitica ed economia tra Baltico e Mediterraneo dopo la Prima guerra mondiale”, con Andrea Leonardi in dialogo con Andreas Gottsmann e Andrea Bonoldi; martedì 20 ottobre, alle ore 17:30, avrà luogo “Storie mobili. La via del Brennero in una prospettiva di lungo periodo”, con Stefano Barbacetto a colloquio con Elvira Migliario e Andrea Bonoldi; martedì 27 si terrà “La dissoluzione dell’Impero asburgico e le manipolazioni della storia”, con Hans Heiss che dialogherà con Marco Bellabarba; infine, martedì 17 novembre si svolgerà l’ultimo incontro “L’Impero indisciplinato. Un’altra Mitteleuropa tra controllo e resistenza”, con Francesca Brunet e Serena Luzzi. Da questi incontri verrà tratto un podcast in collaborazione con la RAI.

Autore: Tommaso Calamaro

Sara Abbottoni, dallo Specchio ugandese

Sara ha una laurea magistrale appena presa e, invece di scegliere un posto per il quale aveva già firmato in una grande azienda della zona, è partita per sei mesi a Kampala. Appena l’ho saputo ho voluto saperne di più: i suoi coetanei, finiti gli studi, al massimo arrivano a Londra o a Berlino, e una destinazione così fuori dal tragitto consueto mi è sembrata un ottimo pretesto per farle qualche domanda.

Perché l’Uganda e non quel posto in azienda? 

“Ho deciso di farlo perché mi sono detta: se non lo faccio ora, quando lo farò mai? Posso tranquillamente iniziare a lavorare lì tra sei mesi, ma una volta che avrò iniziato a lavorare sul serio sarà molto più difficile prendermi questi sei mesi per andare in Africa.” 

Cosa ti porti via di buono? 

Lavorava, mi racconta, con colleghi laureati che la magistrale, quando riescono a permettersela, la prendono a trentacinque anni: da qui la prima cosa che si porta a casa. 

“Sicuramente porta a essere più consapevoli e più grati di quello che abbiamo. Da noi ormai è la base finire la triennale e poter continuare a studiare, qui no.” 

E di difficile? 

“Il governo può fare letteralmente quello che vuole quando vuole. Se l’entità che gestisce la luce decide che mercoledì alle 10 ti tolgono la corrente, lo fanno senza avvisarti.” Anche la libertà di muoversi è un’altra faccenda rispetto a quanto siamo abituati: “Tu vuoi fare una passeggiata per i fatti tuoi e non puoi.” E poi c’è il problema di non avere nessun supporto a cui rivolgersi, di non sapere chi chiamare quando qualcosa va storto: in quei giorni il suo padrone di casa la stava minacciando di trattenere la caparra per una tinteggiatura mai pattuita nel contratto, e lei non aveva idea di chi avvertire, di a chi chiedere aiuto. 

Le persone che hai conosciuto, come vivono tutto questo? 

“Gli ugandesi hanno una grande pazienza, una grande calma nell’accettare queste cose.” Una calma che si spiega, aggiunge subito dopo, con qualcosa di più serio di un semplice temperamento: “C’è una repressione molto severa: alle elezioni scorse ci sono state delle manifestazioni e sono morte molte persone, quindi fa paura manifestare dissenso.” 

E Bolzano, in tutto questo? 

Mi racconta di un autobus preso a dicembre, tornata per le feste, e di una donna di colore seduta tra i passeggeri. “Noto molto di più le persone diverse. Non la noto perché è diversa in quanto tale, ma noto il fatto che lei è diversa in un posto in cui tutti sono diversi da lei.” Da lì, una domanda che non si era mai posta prima: “L’altro giorno mi sono ritrovata a domandarmi ‘ma io ho amici di colore a Bolzano?’ La risposta è no. Non conosco nessuna persona di colore.” 

Ripartiresti? 

“Ripeterei l’esperienza. Sia perché non l’avrei mai scoperto se non facendola, ma anche perché sono cose che ti fanno capire tante cose su te stessa, sul mondo e su modi diversi di vivere il mondo.” 

E dopo tutto questo, Bolzano la vedi ancora come un punto d’arrivo? 

“Nel mio futuro mi vedo a vivere a Bolzano, perché nonostante le dimensioni ha un’offerta vastissima di attività, anche a livello culturale, e c’è una miriade di attività che uno può fare in modo gratuito che non è facile trovare per le dimensioni che ha Bolzano. Quindi può stare un po’ stretta, è un po’ piccola, però sì, è una città in cui vivrei, anche se non adesso.”

Autrice: Giulia Artemisia Buonerba COOLtour

Toronto mi fa sentire a casa. La tesi, un po’ meno.

Un mese è passato. E forse è proprio dopo il primo mese che ci si rende conto di cosa significhi davvero ambientarsi in una nuova città. All’inizio c’è l’entusiasmo della novità, poi arriva la quotidianità: bisogna trovare persone con cui condividere il tempo, fare amicizia e, soprattutto, imparare a stare da soli. Per me non è stato scontato. Sono una persona che dà il meglio di sé quando può condividere le esperienze e, affrontare questo viaggio, con tutte le difficoltà del caso, mi spaventava.

La nostalgia mi ha accompagnata spesso. Capita di trovarsi in posti meravigliosi, come le isole di Toronto, nel Lago Ontario (non America!), e pensare a quanto sarebbe bello condividere quel momento con gli amici o la famiglia, che in quel preciso istante stanno probabilmente dormendo nei loro letti a Bolzano. Ma sto imparando che la nostalgia non deve per forza essere un freno: se si impara a conviverci, può diventare un catalizzatore per godersi ancora di più ciò che si ha davanti.

Così ho cominciato a dire qualche sì in più, anche quando una parte di me avrebbe preferito restare nella propria zona di comfort. Ho esplorato la città da sola, mi sono buttata in nuove esperienze e ho persino iniziato ad apprezzare il tempo trascorso in silenzio, con i miei pensieri. Chi mi conosce sa che non è mai stata la mia attività preferita. Eppure, piano piano, qualcosa ha iniziato a cambiare: sono arrivate nuove amicizie e la città è diventata meno sconosciuta. Sono riuscita anche a superare lo shock di cenare con professori di “alto rango” che si sono presentati con il nome di battesimo e non con il cognome: la mia italianità, segnata dal sistema universitario italiano, ha avuto un mancamento.

Nel frattempo, Toronto mi sta conquistando. Il Canada, diciamolo, può sembrare un po’ un parco a tema: foglie d’acero ovunque e oche canadesi in ogni dove. Eppure, dietro i cliché, c’è una città che sto imparando a conoscere e che, giorno dopo giorno, mi sembra un po’ più casa. Le sue strade cominciano ad avere un senso e la vista della CN Tower, quando mi siedo a studiare in università, è diventata una presenza familiare.

Ma non tutto diventa più semplice con il passare delle settimane. Se sul fronte della vita quotidiana comincio a sentirmi a casa, su quello accademico la situazione è decisamente più complicata. Scrivere la tesi qui non ha ridotto la confusione: semmai, l’ha moltiplicata. Più leggo, più parlo con persone e più materiale raccolgo, più le domande aumentano invece di diminuire. Ogni nuova risposta sembra aprire altre strade, e scegliere quale seguire diventa sempre più difficile.

Ho deciso di fidarmi del mio supervisore canadese, che mi ha rassicurata dicendomi che senza un po’ di confusione non viene fuori nulla di buono da una ricerca. Speriamo abbia ragione lui, perché altrimenti questo viaggio rischia di diventare troppo divertimento e troppo poca laurea.

Autrice: Anna Michelazzi

UPAD, 60 anni con lo sguardo rivolto al futuro

Inserzione pubblicitaria – Dall’intelligenza artificiale alle relazioni nell’epoca digitale, dalla scienza dell’alimentazione agli appuntamenti sul territorio, fino al Concerto di Natale del 12 dicembre: il sessantesimo anniversario diventa un’occasione per leggere il presente e continuare a costruire futuro.

Sessant’anni possono essere un’occasione per voltarsi indietro. UPAD ha scelto invece di usarli soprattutto per guardare avanti.

Dal 1966 la Fondazione accompagna generazioni di persone attraverso la cultura, la formazione permanente e occasioni di incontro e partecipazione. In sei decenni sono cambiati i linguaggi, i bisogni, le tecnologie e la società stessa. È rimasta però la convinzione che conoscere significhi disporre di strumenti per comprendere il proprio tempo e continuare a esserne protagonisti. 

È da questa idea che nasce il programma del 60° anniversario di Fondazione UPAD: non soltanto una celebrazione della propria storia, ma un percorso che intreccia memoria e futuro e che coinvolge Bolzano e diversi centri del territorio.

L’intelligenza artificiale per parlare dell’uomo 

Tra i temi che più stanno cambiando il nostro modo di vivere, lavorare e comunicare c’è certamente l’intelligenza artificiale.

UPAD ha scelto di affrontarla non soltanto dal punto di vista tecnologico, ma come fenomeno culturale, educativo e sociale, sviluppando insieme al Teatro Cristallo e a UNIbz un percorso aperto alla cittadinanza.

UN ANNIVERSARIO CHE
PARLA DEL PRESENTE

Il 30 ottobre nello spettacolo “Com’è umano l’AI” Paolucci porterà lo sguardo del filosofo e semiologo; Tanica quello dell’autore e sperimentatore, mostrando anche concretamente le possibilità creative offerte dai nuovi strumenti digitali.

Il percorso proseguirà mercoledì 25 novembre alle ore 18 nell’Aula Magna UPAD di via Firenze 51 con Serena Mazzini, autrice di “La tua solitudine è il nostro business”, in dialogo con la giornalista Silvia Senette.

Al centro dell’incontro ci sarà una questione sempre più vicina alla nostra quotidianità: che cosa accade quando tecnologie nate per connetterci diventano interlocutori ai quali affidiamo emozioni, relazioni e fragilità? Si tratta di una riflessione sul rapporto tra intelligenza artificiale, solitudine e nuovi modelli di relazione nell’epoca della connessione permanente.

La storia di UPAD passa anche dai territori

Merano, Egna, Brunico, Bressanone e Vipiteno entrano nel racconto delle celebrazioni: comunità diverse, temi diversi, una stessa idea di cultura come partecipazione.

Il sessantesimo vuole raccontare anche un tratto essenziale della storia di UPAD: la presenza sul territorio. Le celebrazioni toccheranno infatti diverse località nelle quali, negli anni, si sono costruite comunità di partecipanti, docenti, volontari e collaboratori.

Ad Egna, mercoledì 25 novembre alle ore 16.30, il tema dell’intelligenza artificiale sarà affidato a Martin De Bonis.

A Merano, venerdì 27 novembre alle ore 18.30 presso MIND, la storia della presenza UPAD in città incontrerà ancora una volta le nuove trasformazioni tecnologiche, con un approfondimento sull’intelligenza artificiale affidato a Marco Montali.

Altri momenti celebrativi interesseranno inoltre Vipiteno, Bressanone e Brunico, dando voce alle persone e alle realtà locali che hanno contribuito a costruire, nel tempo, la presenza di UPAD in Alto Adige.

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Canti del Caucaso tra le vette dolomitiche

I suoni delle Dolomiti è un evento musicale che da circa tre mesi sta ospitando, in alcune delle più belle valli del Trentino, artisti provenienti da ogni parte del mondo. Tra essi figura il complesso Ialoni, un gruppo di musica tradizionale georgiana. Prima del concerto, le cantanti ci hanno parlato del legame che corre tra popoli, musica e montagne, raccontando una storia nella quale non è difficile rispecchiarsi.

Sabato 26 settembre un incantesimo ha avvolto per qualche ora il Latemar, trasformandolo in un picco del Caucaso: ai suoi piedi, nella località Tresca, in Trentino, un gruppo di nove donne in vestiti tradizionali ha cantato le millenarie tradizioni popolari di una terra ai confini dell’Europa. Ialoni è un collettivo di Tbilisi che dal 2009, anno della sua formazione, ha esplorato tre generi: concentrandosi dapprima sulla musica ecclesiastica, si è poi aperto alla musica popolare e urbana. Essendo un progetto innovativo, che fonde tradizione e modernità, in pochi anni ha avuto successo in Georgia e all’estero. A guidare il “sole Ialoni” – come lo descrivono i suoi membri – è Nino Naneishvili, fondatrice e direttrice artistica del gruppo. Voleva rinascere come scrittrice, poi come pittrice, ma infine ha capito di dover dedicare la vita alla musica, diventando cantante di chiesa e professoressa universitaria di canti folclorici georgiani; è un’artista a tutto tondo, che ha riversato nell’arte i traumi del passato, gli stenti e le sofferenze dei suoi antenati: «Mia madre sorrideva imbarazzata e diceva a me e alle mie sorelle: “Va tutto bene, suonate con dolcezza, piuttosto…”», confessa. Negli anni, nuovi membri si sono aggiunti; ciò ha permesso che si costituisse un insieme di voci omogeneo, ma, al contempo, variegato: quasi tutte le cantanti sono cresciute con i canti popolari georgiani e i cori ecclesiastici, ma non meno importanti sono le testimonianze di chi ha fatto i primi gorgheggi ispirata dalla musica italiana, come Tamar Akhobadze, cresciuta con Toto Cutugno, Albano e Romina.

Il gruppo ci ha omaggiato di un’intervista, rispondendo in anteprima ad alcune nostre curiosità sull’evento. Lasciamo dunque la parola a Nino e le sue cantanti.

«Siamo innanzitutto legate alle Dolomiti da un evento particolare: Michail Chergiani, famoso scalatore e cantante della Svanezia, una regione georgiana, morì su queste cime nel 1974. Per molti anni, abbiamo riproposto una canzone tipica della sua terra natia chiamata Klubis Vepkhvi. Racconta la storia della morte di Chergiani sulle Dolomiti e di come il suo corpo venne riportato a casa. È una delle canzoni più importanti del nostro repertorio e l’abbiamo scelta per questo concerto come simbolo di coraggio e memoria, per celebrare tutti coloro che hanno dedicato la vita alla montagna. La storia di Chergiani sarà uno dei fili rossi che terranno unita la nostra esibizione. Il concerto seguirà il normale corso della vita umana, dalla nascita alla morte. Eseguiremo canzoni e musica rituale che rispecchiano vari momenti dell’esistenza, ricreando la quotidianità del popolo georgiano e il ruolo della musica all’interno del ciclo della vita. Vorremmo che il pubblico sentisse quanto la musica fosse profondamente intessuta nella vita dei nostri antenati. Credo, inoltre, che ci sia una connessione tra il nostro canto e i paesaggi nei quali ci esibiremo. Il mondo è estremamente diverso, con molte culture e tradizioni differenti, ma le regioni montuose spesso hanno somiglianze sorprendenti. Non sappiamo come sarà cantare circondate dalle Dolomiti, ma siamo sicure che le emozioni che abbiamo provato esibendoci tra le montagne del Caucaso risuoneranno in noi anche lì. Mi piace ricordare un grande poeta georgiano, Vazha-Pshavela, che ha scritto molto di montagne e nebbia. Spesso usiamo questa sua citazione come motto: “La nebbia appartiene ai pensieri delle montagne”. Attraverso quest’immagine, sento che è possibile connettersi con tutti coloro che amano i paesaggi alpini. C’è forse un altro punto in comune tra i nostri popoli: i monti ci ricordano che, nonostante le nostre differenze, esistono esperienze ed emozioni che appartengono a tutti gli esseri umani. Auguriamo al nostro pubblico tanti splendidi momenti e una musica incantevole come il paesaggio che lo circonda».

Autore: Tommaso Calamaro

Il “Monti Pallidi” verso i 60 anni intonati

“C’era una volta il Coro Monti Pallidi. E c’è ancora, per meriti e per fortuna, con il suo ormai superato mezzo secolo di vita, con la sua voglia di guardare ancora lontano e con l’ambizione di vedere proiettato verso il domani questo nome caro”. Con questa frase, sul sito internet del Monti Pallidi (non solo del Coro, come vedremo) si ripercorre idealmente la storia della formazione vocale di Laives e contemporaneamente si sottolinea che si guarda con determinazione al futuro. Intanto il domani, più vicino, dice che il suo genericamente “ormai superato mezzo secolo di vita”, fra pochi mesi, ovvero nel 2027, diventerà quella che in demografia viene definita un’età tonda. Per il Coro Monti Pallidi l’età dei sessant’anni.

Dire Coro Monti Pallidi significa due cose, che si possono tranquillamente scambiare quanto a ordine d’elencazione: Laives e Sergio Maccagnan. Perchè questa formazione corale non è solamente una parte importante della storia del canto folkloristico locale ma è anche una parte importante della storia della sua città di nascita e “residenza”. E perché Sergio Maccagnan (che ci ha lasciati nel 2014), colui  che ne è stato il fondatore, ne è diventato poi l’autentico simbolo, in una tradizione consolidata oggi dai figli Paolo e Lorenza, motori della galassia che, nel tempo, ha allargato l’asse di rotazione del pianeta Coro Monti Pallidi. L’ensemble corale infatti oggi è la stella polare dell’Aps Monti Pallidi, dove Aps sta per associazione di promozione sociale e comprende, oltre al coro “originario”, anche il Coro Artemisia, la Schola Cantorum, le Piccole Voci del Coro Monti Pallidi, le Voci di Passaggio e il Gruppo Carnevalesco.

La passione concretizzata.

Ma qui ci interessa il discorso del compleanno che è dietro l’angolo, svilupperà sicuramente diversi appuntamenti celebrativi nel corso del 2027 ma per il momento ci dà lo spunto per fare un salto indietro nel tempo, sintetizzando (per quanto umanamente possibile…) parte del lungo viaggio sul pentagramma e sull’equilibrio della modulazione vocale, svolto finora dall’ensemble corale di Laives.

Iniziando, ovviamente, dal 1967. Nel novembre di quell’anno un giovane Sergio Maccagnan, a 29 anni, si sta occupando di un corso di orientamento musicale in alcuni centri della Bassa Atesina e resta colpito dalla passione di alcuni giovani per le canzoni popolari. Dopo qualche riflessione, decide che il momento è propizio per riunire queste giovani, appassionate voci, in un coro, che appunto prenderà il nome dalla storica definizione delle Dolomiti (e non scomodiamo Karl Felix Wolff, lasciamolo riposare a Oltrisarco), i Monti Pallidi. Sergio non lo sa ancora, ma è l’inizio di un percorso costellato di passione e di successi, un percorso che lo vedrà sul podio del “suo” coro fino al 2004, quando ha ceduto il posto al figlio Paolo.

La filosofia del canto.

Il pensiero portante di Sergio Maccagnan, quella filosofia che in un certo senso si può definire come il carburante della sua passione e che ha spinto anche il Coro Monti Pallid, sta tutta in una frase che il maestro-fondatore amava ripetere: «“L’angeli l’hanno fatte le canzoni, quanno se canta non se pensa male”: questo antico motto popolare abruzzese esprime nel modo migliore lo spirito del Coro Monti Pallidi e la sua voglia di cantare»,  diceva sorridendo il maestro. Ovvero, in tutta semplicità, un richiamo alla bellezza, alla pulizia di coscienza del canto, al suo spirito più puro.

Ritornando al 1967, ecco il via a un percorso che nei decenni successivi si svilupperà con un crescente successo. Dopo l’iniziale periodo di studi per le fresche voci riunite nel Monti Pallidi, con Maccagnan a impartire ai coristi una rigorosa impostazione vocale e tecnica, inizia la crescita, che è coronata dall’allestimento di un piccolo repertorio di canti da eseguire durante le esibizioni, inizialmente non certo numerosissime ma via via in crescita, insieme alle partecipazioni a concorsi corali, dove la qualità artistica raggiunta dal coro è certificata da primi premi e svariati piazzamenti. Grazie anche a questi successi arrivano gli inviti a concerti e rassegne in Italia e all’estero, citando in ordine sparso Polonia, Svizzera, Germania, Francia, Brasile, Liechtenstein, Lituania, Lettonia. Trovando spazio, poi, anche per fissare il proprio messaggio vocale e musicale in diverse incisioni discografiche.

Il resto è storia non più dell’altroieri ma di ieri e d’oggi. E di domani, quando il Monti Pallidi soffierà, ovviamente “in coro”, sulle 60 candeline.

Autore: Alessio Pompanin

L’Adige che unisce: una mostra tra Bolzano e Trento racconta piene, archivi e memoria

I territori condividono non soltanto i confini, ma anche i fiumi, la loro storia e la memoria degli eventi che li hanno segnati. È da questa prospettiva comune che nasce “Terre sommerse – Piene e inondazioni dell’Adige nella fotografia regionale”, la mostra ospitata fino al 17 ottobre al Museo Mercantile di Bolzano e frutto della collaborazione tra istituzioni delle Province autonome di Bolzano e Trento.

Fotografie, mappe storiche, telegrammi, articoli di giornale e materiali filmici realizzati tra il 1860 e i giorni nostri ricostruiscono il rapporto tra l’Adige e i territori attraversati dal fiume. Un racconto condiviso che attraversa piene, inondazioni, bonifiche e interventi di regolazione e che unisce fondi fotografici e documentari conservati nei due territori.

Il progetto è coordinato da Marlene Huber, dell’Ufficio Film e media della Provincia di Bolzano, e da Katia Malatesta, dell’Archivio fotografico storico provinciale di Trento. Con Marlene Huber abbiamo parlato dei materiali raccolti, della memoria delle grandi piene e del valore di questa collaborazione.

Marlene Huber, cosa trova il visitatore all’interno della mostra?

Ci sono anche materiali filmici che permettono di vedere, attraverso le immagini in movimento, quale fosse la situazione dopo le inondazioni. Abbiamo poi documenti d’archivio, planimetrie, telegrammi e articoli di giornale. Attraverso questi materiali possiamo ripercorrere la storia dell’Adige, delle bonifiche e dei tentativi fatti nel tempo per cercare di governare un fiume che ha creato parecchi problemi.

Per le generazioni più giovani è difficile avere memoria delle grandi esondazioni. Quali sono gli episodi più recenti?

Le piene dell’Adige ci sono sempre state. Negli anni 2021, 2022 e 2023 abbiamo avuto delle piene, anche se non vere e proprie inondazioni. In Alto Adige molti ricordano ancora Salorno nel 1981. A Trento, invece, è rimasta soprattutto la memoria del 1966.

Ed è proprio il sessantesimo anniversario dell’alluvione del 1966 uno dei motivi della mostra.

Sì. Sono trascorsi sessant’anni da quella devastante alluvione, che colpì anche il centro di Trento. È proprio uno dei motivi per cui abbiamo pensato di realizzare questa mostra.

“Terre sommerse” nasce da una forte collaborazione tra Alto Adige e Trentino.

Avevamo già iniziato a collaborare lo scorso anno con un precedente progetto espositivo e quest’anno abbiamo voluto proseguire questa esperienza. Per Bolzano partecipano l’Ufficio Film e media, l’Archivio provinciale e l’Agenzia per la Protezione civile; sul versante trentino collaborano la Soprintendenza per i beni culturali, la Fondazione Museo storico del Trentino e il Trento Film Festival.

Proprio perché ciascuna istituzione dispone di importanti fondi archivistici, abbiamo scelto di metterli in comune e costruire insieme un percorso capace di valorizzare materiali e memorie dei due territori.

Dopo Bolzano la mostra arriverà anche a Trento?

Sì, farà tappa a Trento nel 2027. Dobbiamo ancora definire il luogo e la data.

 Fino a quando sarà possibile visitarla a Bolzano?

La mostra rimarrà al Museo Mercantile fino al 17 ottobre. Un’occasione particolare sarà la Lunga notte dei musei, il 16 ottobre: l’esposizione sarà aperta dalle 16 a mezzanotte, con visite guidate in italiano e in tedesco.

Autore: Till Antonio Mola

FAI d’Autunno: ai Francescani si aprono spazi normalmente chiusi al pubblico

Sabato 10 e domenica 11 ottobre tornano le Giornate FAI d’Autunno, dedicate alla scoperta e alla valorizzazione del patrimonio artistico, culturale e paesaggistico italiano.

A Bolzano il cuore dell’edizione di quest’anno sarà il complesso dei Francescani, con l’apertura della chiesa, del convento e soprattutto di alcuni spazi normalmente non accessibili al pubblico. Ne abbiamo parlato con Arianna Orsini, referente del gruppo FAI Giovani di Bolzano.

Partiamo dall’inizio: che cos’è il FAI e qual è lo scopo delle Giornate FAI d’Autunno?

Il FAI, Fondo per l’Ambiente Italiano, è una fondazione senza scopo di lucro che raccoglie fondi per tutelare, restaurare e valorizzare beni culturali, opere d’arte e monumenti, ma anche il nostro paesaggio.

Le Giornate FAI sono uno dei momenti nei quali cerchiamo di far conoscere questo patrimonio al pubblico, anche attraverso l’apertura e il racconto di luoghi particolari. Sono inoltre un’occasione importante per raccogliere, grazie ai contributi dei visitatori, fondi destinati a sostenere la nostra missione.

Quest’anno dove porterete i visitatori?

Apriremo la chiesa e il convento dei Francescani il sabato dalle 10 alle 17 e la domenica dalle 12.30 alle 17.

Ma soprattutto verranno aperte le due cappelle del chiostro che normalmente sono chiuse al pubblico: la cappella di San Giovanni e la cappella di Sant’Erardo.

Quest’ultima è la vera “chicca” di questa edizione, perché si trova negli ambienti della clausura ed è quindi pressoché impossibile visitarla. Quest’anno siamo riusciti a ottenerne l’apertura grazie alla disponibilità dei frati che, in occasione dell’anno francescano, ci hanno gentilmente concesso questa eccezione.

E la domenica mattina?

Dalle 10 alle 12.30, durante l’orario della messa, verrà aperta in alternativa la sala Cajus d’Andrea, all’interno del Liceo dei Francescani, un altro spazio molto interessante.

Chi frequenta le Giornate FAI vede sempre moltissimi volontari, molto preparati e con compiti diversi. Quanto lavoro c’è dietro un evento del genere?

Ci prepariamo molto, per mesi, e veniamo formati con attenzione. La nostra delegata alla cultura, Marina Mascher, prepara per esempio le dispense e i materiali che utilizziamo per conoscere e approfondire i luoghi che andremo ad aprire.

Alcuni dei nostri volontari hanno poi il compito di raccontare questi luoghi ai visitatori. Da questo punto di vista possiamo dire che il nostro gruppo è formato anche da tanti narratori.

Durante le giornate, però, non ci sono soltanto le persone che conducono le visite. Come vi organizzate?

Ci sono diversi ruoli. Abbiamo per esempio i cosiddetti “megafoni”, cioè le persone che accolgono i visitatori, raccolgono i gruppi e spiegano che cos’è il FAI e qual è la nostra missione.

Poi ci sono i volontari che si occupano della sorveglianza e quelli presenti ai banchetti informativi. È quindi un lavoro di gruppo nel quale ciascuno ha un compito preciso.

Quest’anno ci saranno anche gli Apprendisti Ciceroni. Di cosa si tratta?

Si tratta di studenti del liceo che, nelle settimane precedenti all’evento, si preparano sui luoghi che verranno aperti al pubblico, insieme ai loro insegnanti e con il supporto dei volontari FAI. Durante le Giornate FAI sono poi loro stessi a raccontare quei luoghi ai visitatori.

È un’esperienza utile per tutti: per noi significa poter contare su un racconto giovane e partecipato; per i ragazzi è un modo concreto per conoscere meglio il patrimonio della propria città e imparare a raccontarlo in prima persona.

Durante le Giornate FAI sarà possibile anche iscriversi o rinnovare la propria tessera?

Sì. Ai banchetti sarà possibile sostenere il FAI, rinnovare la tessera o iscriversi per la prima volta. Gli iscritti possono inoltre partecipare a visite speciali e usufruire di agevolazioni nei beni FAI e in diversi musei e luoghi della cultura.

Autore: Till Antonio Mola

Da Bolzano a Toronto con una tesi in valigia

Dopo anni passati a sognare di poter studiare all’Università di Toronto, sono finalmente arrivata qui. La prima volta che ho messo piede in Canada avevo 17 anni e ho lasciato lì una parte di me. Nove anni dopo sono tornata, questa volta con una tesi da scrivere e qualche responsabilità in più. 

Sono partita da Bolzano grazie a una borsa di mobilità internazionale dell’Università di Trento, con l’obiettivo di trascorrere alcuni mesi a Toronto per fare ricerca per la mia tesi, che analizza il rapporto tra la memoria, la narrazione ufficiale della storia canadese e le contromemorie delle Nazioni indigene.

Ho scelto di venire all’estero per poter accedere a fonti di prima mano, incontrare esperti nel mio settore e mettermi alla prova con un’esperienza di ricerca in autonomia, ma anche di vita in una grande città così lontana da casa.

Mia zia è stata così gentile da ospitarmi, ma, nonostante sia a casa di famiglia, a 26 anni mi rendo conto di essere molto più da sola. La brutta notizia è che sono nelle mie mani, ma la bella notizia è che è tutto nelle mie mani!

Non è facile spostarsi, neanche per un periodo relativamente breve, soprattutto dovendo affrontare scadenze, burocrazia e documenti che sono così diversi da quelli di casa. Fortunatamente, da brava italiana, a livello burocratico sono allenata.

I primi giorni sono spossanti, ma questa volta ho deciso di fare tutto ciò che potevo fin da subito. Ho incontrato vecchi amici del liceo canadese, sono uscita con la mia famiglia e ho iniziato subito a capire come muovermi liberamente e in autonomia con i mezzi pubblici, in un Paese costruito prevalentemente per le auto.

Sono andata in università e sono rimasta a bocca aperta: è un’università enorme e meravigliosa. Questa meraviglia, però, non ha impedito di avere qualche problemino burocratico. A quattro giorni dall’inizio della mia esperienza, ancora non ho la tessera che mi permette di accedere ai servizi universitari. Non mi sono fatta buttare giù: ho lavorato nell’enorme parco al centro dell’università, con alle spalle degli splendidi palazzi storici e davanti a me lo skyline di Toronto. Non ho di che lamentarmi.

Ho sfruttato questo limbo per esplorare il più possibile: ho girato parte del centro, sono andata a vedere i red carpet del Toronto International Film Festival, mi sono allenata a orientarmi senza Maps e sono arrivata a fare 10 km a piedi al giorno con il naso all’insù, scoprendo quanto siano effettivamente enormi i grattacieli.

Mi sembra di vivere in un film. Le mattine passate a studiare tra gli scoiattoli e le oche canadesi, in un ambiente storico e multiculturale che mi è ancora sconosciuto ma che, allo stesso tempo, mi fa sentire a casa. Non avrei potuto chiedere di più. La nostalgia c’è, ma so che fa parte dell’esperienza e, in qualche modo, dà ancora più valore a ciò che sto vivendo.

Tra le mattinate alla UofT, che assomiglia a Hogwarts, e i pomeriggi in quest’enorme metropoli, sto riscoprendo me stessa e ritrovando un nuovo entusiasmo per scrivere la mia tesi, che dopotutto è il motivo per cui sono venuta qui.

Autrice: Anna Michelazzi