Gli anziani come “maestri”

Ci sono persone che lasciano un segno silenzioso nel modo in cui una comunità si prende cura dei suoi anziani. Nel nostro viaggio tra le buone pratiche della cura in provincia di Bolzano, il nome di Aurora Benitez è tornato più volte: ex collaboratrice dell’Azienda Servizi Sociali di Bolzano, è stata incoraggiata da professionisti del settore a mettere a disposizione anche al di fuori dell’ente una visione della cura maturata in anni di lavoro accanto agli anziani e alle loro famiglie. Fino alla scelta di lasciare un lavoro sicuro per provare a costruire qualcosa di diverso. La sua storia personale si intreccia con una domanda che oggi riguarda molte famiglie: come accompagnare la vecchiaia senza arrivare sempre all’emergenza?

L’INTERVISTA

Aurora Benitez, lei è arrivata in Italia dal Perù nel 1991. Da dove comincia la sua storia?

Avevo diciannove anni e dentro una spinta enorme: volevo cambiare il mondo. Venivo da un Perù ferito, segnato dalla violenza e dalla paura. La mia insegnante di filosofia mi diceva sempre: “Non smettere mai di sognare, perché sono i sogni che ti salvano nei momenti difficili”. Credo che quella frase mi abbia accompagnata per tutta la vita. Arrivai a Ischia con un contratto di lavoro. Facevo un po’ di tutto — lavoravo dodici, tredici, quattordici ore. Oggi direi che non tutte le regole erano rispettate, ma allora non lo sapevo e non avevo gli strumenti per capirlo. Mi trovai davanti a un mondo che non conoscevo: da una parte venivo da un Paese dove mancava tutto, dall’altra vedevo feste, barche, tavole piene di cibo. Il primo giorno mi venne da piangere.

E poi?

Poi a Napoli trovai lavoro presso una famiglia. La signora mi mostrò un mestolo su cui c’erano scritte tre parole: pazienza, amore, volontà. Mi chiese: “Tu credi di avere queste cose?”. Io risposi: “Penso di sì”. Quella casa è stata una scuola: ho imparato a stirare bene, a pulire, a cucinare, a organizzare. E non fu solo un lavoro: quella famiglia aveva perso un figlio di diciannove anni, la mia età. Penso che in qualche modo la loro ferita abbia incontrato la mia.

Come è approdata al mondo dell’assistenza?

Per una serie di circostanze finii a Bolzano invece che a Milano. Dopo qualche lavoro in montagna e in città, una famiglia mi propose di occuparmi di una persona malata di sclerosi multipla. Era un medico, e fu lui a insegnarmi come si muove un corpo, come si rispetta una persona fragile. Mi spinse anche a studiare, a non fermarmi lì.

Poi arriva il lavoro nelle strutture per anziani.

Il primo fu a Villa Serena, poi mi trasferii a Egna, dove ho lavorato fino al 2011 nell’assistenza diretta. Lì ho imparato moltissimo. Io dico sempre che gli anziani sono stati i miei maestri. Quando lavori con loro devi essere vera. Loro non guardano la perfezione, guardano se ci sei. Si accorgono dalla voce se sei triste, se sei stanca. E sanno tirarti fuori una parola, un consiglio, una carezza anche quando sei tu a doverli assistere.

Che cosa le hanno insegnato?

Che la cura non è solo fare una prestazione. Non è solo lavare, vestire, dare da mangiare. È relazione. È portare il fuori dentro. Io facevo le cose necessarie, ma cercavo anche di dare tempo alla persona: una canzone, una chiacchiera, un ricordo. Gli anziani mi dicevano: “Tu ci capisci perché anche tu hai vissuto cose difficili”. Loro avevano conosciuto la guerra, la nostalgia, la perdita. Io avevo conosciuto la migrazione, la fatica, la lontananza. Ci riconoscevamo.

Nel 2011 cambia ruolo. 

Mi proposero di seguire i soggiorni marini per persone non autosufficienti, gestiti dall’Azienda Servizi Sociali per il Comune di Bolzano. Dal 2011 al 2017 mi occupai del coordinamento: non incontravo più solo l’anziano, ma anche le famiglie, le case di riposo, i servizi. Ho cominciato a vedere il territorio nel suo insieme. Il primo giorno dei soggiorni l’autobus era silenzioso, tutti chiusi, quasi tristi. Dopo due giorni cambiava tutto. Era come vedere degli uccellini che all’improvviso ricominciano a cantare.

Da qui nasce la sua idea di cura?

Sì. Io da anni sognavo un centro diurno dove gli anziani potessero stare durante il giorno e poi tornare a casa la sera. Perché l’assistenza uno a uno è importante, ma quando sei in gruppo c’è un’altra vita. Puoi parlare, litigare, fare pace, ascoltare musica, incontrare associazioni, scuole, parenti. Se gli anziani non possono uscire nel mondo, dobbiamo far arrivare il mondo da loro. Il punto è costruire una regia tra casa, assistenza domiciliare e comunità. Da lì è nata Domus Care 24, una cooperativa sociale di assistenza domiciliare. Sentivo che dovevo mettere a disposizione quello che avevo imparato.

Qual è l’errore che vede più spesso nelle famiglie?

Aspettare troppo. Spesso si arriva quando la situazione è già ingestibile, invece bisognerebbe inserire un aiuto prima, poche ore al giorno, in modo graduale. La vecchiaia è un processo, e accettare di essere fragili è un lutto. Anche quando c’è demenza, la persona continua a sentire: può perdere memoria, ma non perde tutto. Bisogna fare passi piccoli, preparare le possibilità — compresa la casa di riposo — senza viverle come una sconfitta. Vedo tanta solitudine, nelle famiglie che incontro. Figli che si trovano per la prima volta ad accompagnare un genitore fragile, senza che nessuno li abbia preparati. Fanno quello che possono, e per questo non devono sentirsi in colpa. Servirebbe una guida, non uno che giudica, ma qualcuno che dica: facciamo un passo alla volta. La cura non può essere lasciata all’improvvisazione, e non può essere solo un problema privato. Dovrebbe essere una rete.

Da dove prende ancora energia?

Dalle storie. Dagli anziani, prima di tutto. Dalla mia famiglia. E forse anche da quella ragazza di diciannove anni che è partita dal Perù con il sogno di cambiare il mondo. Oggi non penso di cambiare il mondo intero. Però penso che si possa cambiare un pezzo di mondo: una casa, una famiglia, una persona che si sente meno sola. Per me questo è già molto.

Autore: Till Antonio Mola

Volontariato: “prestazione d’eccellenza”

Il 13 maggio al NOI Techpark di Bolzano sono stati consegnati i premi “Prestazione d’eccellenza 2026”: 21 persone, otto progetti e un progetto transfrontaliero. Sport, musica, inclusione, digitale, pace. Un ritaglio di quello che succede, in silenzio, in questo territorio. Tra le premiate c’è anche Giulia Salvi, responsabile regionale AGESCI per il Trentino-Alto Adige, riconosciuta per il volontariato giovanile. L’abbiamo incontrata per capire cosa c’è dietro un premio come questo. E soprattutto cosa c’è dietro una scelta come la sua.

L’INTERVISTA

Giulia, come ci si avvicina al mondo dello scautismo? Com’è andata per te?

Al mondo dello scautismo ci si avvicina per conoscenza: familiare, di quartiere, di parrocchia. Perché lo si è stati da piccoli e i genitori cercano un gruppo anche se si trasferiscono. Perché i compagni di classe lo fanno, o i fratelli dei compagni. Per me è andata che una buona parte dei miei cugini era scout, alcuni già capi. E ricordo bene una mia cugina, Federica, che a un certo punto mi dice: “Allora ti metto in lista.” Ed è andata così.

E come si finisce per diventare responsabile regionale?

Dando la propria disponibilità. Ma prima bisogna avere dimestichezza con le strutture associative, aver già prestato servizio in qualche ruolo da quadro. Io avevo fatto l’incaricata regionale per la fascia di età 16-21 anni, quindi conoscevo un po’ le dinamiche. C’era bisogno di qualcuno che ricoprisse questa carica, e io ho detto sì.

Che cosa insegna il metodo scout che difficilmente si trova altrove?

La capacità di progettarsi. Di ragionare su sé stessi, sulla propria crescita in un’ottica progettuale. E poi lo stare insieme, il vincere insieme, il non dover primeggiare come singoli. L’idea che l’importante è partecipare e fare a propria parte. Che si può anche non essere al top, che si può (o si deve!) sbagliare per imparare dai propri sbagli. Che possiamo perderla una partita ogni tanto, e che non è poi una tragedia.

Guidare una realtà come l’AGESCI regionale significa fare i conti con territori diversi tra loro, ognuno con le proprie particolarità. Come si lavora su questa eterogeneità?

Sono onestamente nuova in questo ruolo, e quindi non lo so ancora troppo bene come si fa. Credo che prima di tutto bisogna conoscere le realtà in cui si è. Nel lavoro con i gruppi locali, già solo fare attenzione alle peculiarità significa accorgersi che nella nostra regione ci sono due calendari scolastici diversi. E poi credo che la chiave sia entrare in relazione con le istituzioni, farsi conoscere, fare in modo che abbiano i propri contatti. In provincia di Trento, dove abbiamo anche la sede legale, ci riesce meglio. Qui in Alto Adige sono conosciuti i singoli gruppi, ma forse facciamo più fatica a interfacciarci come associazione regionale. Ci vogliamo e dobbiamo lavorare.

Perché una società come quella di oggi ha ancora bisogno del volontariato, della gratuità?

Perché viviamo in una società sempre più individualista, ma la forza per superare le problematiche sta nel noi, non nell’io. “Nessuno si salva da solo”. E nessuno si salva a pagamento. Riconoscere che è importante aiutare la comunità, che il bene comune senza comunità non si realizza: questo è fondamentale. E lo scautismo lo porta dentro, questo: lo stare insieme, la fraternità internazionale, la pace… 

In controtendenza rispetto al mondo là fuori in cui… si bisticcia parecchio…  

Già. Per noi è centrare educare cittadine e cittadini del mondo capaci di disinnescare, invece che di innescare, capaci di accogliere, e a utilizzare un linguaggio nonviolento.

Guardando ai prossimi anni, su cosa vorresti puntare come responsabile regionale?

Vorrei riuscire a farci conoscere di più in Alto Adige e a collaborare di più con gli altri gruppi del territorio, soprattutto con quelli di lingua tedesca, ma anche con CNGEI e FSE (le altre associazioni scout presenti sul territorio regionale).

Il premio che hai ricevuto parla di “prestazione d’eccellenza”. Ti considereresti un’eccezione?

Assolutamente no e non mi sento nemmeno un’eccellenza. Mi sento una persona che prende molto seriamente gli impegni. Se mi sono impegnata in qualcosa, non lo metto mai in secondo piano. E ci metto passione, perché il metodo educativo scout è una cosa in cui credo davvero, credo nell’educare le nuove generazioni con uno sguardo aperto. Se restiamo sempre fatti così, non andiamo da nessuna parte. Quindi no, non mi sento un’eccezione. Mi faccio entusiasmare, mi faccio coinvolgere, e sono arrivata a fare la responsabile regionale. Ma sono semplicemente una che prende gli impegni sul serio.

Insieme a Giulia, la cerimonia ha premiato dall’Alto Adige Alexandra Felderer (Katholische Jungschar), Fabian Haas (Società Calcistica Ora), Jacqueline Kneissl (Centro giovanile Parcines INSIDE EO) e Christian Mair (Blindenapostolat). Tra i progetti: il coro giovanile Kyrios di Badia, che da oltre cinquant’anni unisce qualità musicale e comunità intergenerazionale; DUNG VFG di Bolzano, che lavora per far riconoscere il gaming come forma di cultura e formazione, promuovendo un rapporto consapevole con i media digitali; e “8-13 Peace & CRI” della Croce Rossa, che trasmette a bambini e ragazzi valori come solidarietà, responsabilità e cittadinanza attiva. Come progetto transfrontaliero è stata premiata l’EuregioYoungJury del Filmclub Bolzano, che riunisce giovani da Tirolo, Alto Adige e Trentino per guardare film, discuterli e assegnare insieme un premio. Storie diverse, ambiti diversi, un filo comune: qualcuno che ha deciso di esserci e fare la propria parte.

Autore: Marco Valente

Un ricordo di don Sartorel, “fidei donum” in Brasile

Il missionario diocesano Pierliugi Sartorel è scomparso in Brasile lo scorso 10 maggio. Don Sartorel era nato a Bolzano nel 1947 e si era trasferito nel paese latinoamericano nel 1977.

Nel giorni scorsi a Fortaleza, nel Nordest del Brasile, è mancato don Pierluigi Sartorel, un missionario diocesano che avevo avuto occasione di conoscere una ventina di anni fa, durante un viaggio di lavoro nel grande paese latinoamericano. 

Don Pierluigi era una persona dolce ma anche determinata, dal sorriso intelligente e piacevolissimo nella conversazione. Per una settimana circa ho abitato nella casa in cui viveva insieme ai confratelli Lino e Ermanno Allegri e in questo modo ho avuto occasione di incontrare il suo mondo, fatto di rapporti reali con persone reali, in una grande metropoli dove il comune denominatore è la fatica di sbarcare il lunario, in un contesto sociale dalle grandi contraddizioni. 

Proveniente dal quartiere Don Bosco di Bolzano, una volta diventato sacerdote don Pierluigi svolse l’attività di cappellano per 4 anni a Laives, facendosi molto apprezzare, prima di compiere la grande scelta di partire per il Brasile, nel 1977, per svolgere l’attività missionaria “fidei donum”. All’epoca infatti c’era una tale abbondanza di preti e di vocazioni con una grande spinta sociale, che numerosi sacerdoti diocesani partivano per le missioni quasi fossero un dono, per le diocesi di destinazione, restando comunque incardinati nella loro realtà diocesana d’origine. 

I tempi cambiano e – anzi – erano cambiati già nel 2007. In Brasile i missionari diocesani cominciavano già a sentire in parte il peso degli anni e si facevano in quattro per svolgere il loro apostolato, delegando molto ai laici. Nella diocesi di Bolzano Bressanone l’attuale grave crisi delle vocazioni era solo all’inizio e nessuno avrebbe potuto immaginare la situazione attuale in cui, in una sorta di processo all’inverso, ora sono le diocesi di Africa e Asia che “donano” sacerdoti alla diocesi di Bolzano Bressanone, per continuare a seguire le comunità (o meglio quello che ne resta).

Il mio ricordo di Pierluigi Sartorel rimarrà vivissimo. Dopo il viaggio del 2007 ebbi occasione di incontrarlo poche volte, ma sempre molto illuminanti, durante le quali parlammo in realtà più di politica e di cambiamenti sociali che di religione. Don Pierluigi era un esempio vivido di come dovrebbero essere anche oggi i preti, ovvero delle persone in grado soprattutto di ascoltare e capire da che parte starebbe Gesù in un mondo in cui sempre di più mancanza di rispetto, diritti violati, forza e prepotenza, tendono ad andare per la maggiore. 

Per descrivere il mondo in cui don Pierluigi viveva e ha vissuto in pratica quasi tutta la sua vita, vi propongo in questa pagina un estratto dal reportage che scrissi nel 2007 durante la tappa a Fortaleza del mio viaggio in Brasile. In origine l’articolo venne pubblicato sul settimanale diocesano Il Segno. 

A FORTALEZA NEL 2007

“I missionari diocesani che risiedono in questa città di 3 milioni di abitanti, la quinta più popolosa del Brasile, sono ben tre. Si tratta di una vera e propria piccola comunità di vita e lavoro, con forti motivazioni personali.

Il più vecchio del gruppo è Lino Allegri, 68 anni, attivo nella pastorale sociale, in questo periodo soprattutto nella pastorale agricola (della terra) e dell’infanzia. Poi c’è Ermanno, fratello di Lino, 63 anni, da qualche anno immerso nella grande sfida dell’agezia di stampa Adital che serve tutta l’America Latina e parla dei gruppi di base, delle numerosissime realtà associative e dei gruppi d’opinione che sono il “cuore” della rinascita del continente latinoamericano dopo gli anni difficilissimi della dittatura. Il più giovane del gruppo, 60 anni, è Pierluigi Sartorel, da sempre impegnato nella formazione di base attraverso i gruppi biblici e recentemente coinvolto anche nella formazione superiore teologica dei laici. 

Conversando con i missionari e visitando le strutture in cui sono coinvolti si è colpiti dalla grande quantità di energia di cui dispongono, del loro entusiasmo forse solo leggermente attenuato dagli anni, e dalla loro determinazione. Il loro spirito è incredibilmente giovane e battagliero. Salta subito agli occhi l’approccio libertario che li anima e che hanno saputo trasmettere ai loro collaboratori: sono quasi tutte donne, giovani e madri di famiglia, sorridenti e accoglienti. 

Qui tutti si abbracciano quando si incontrano e la sensazione che sia ha è quella che nessuno ha paura di esprimere le proprie idee e sentimenti. 

A questo punto mi chiederete, lo so, è tutto oro quel che luccica?

Ebbene: penso che siano questi termini in cui va posta la questione. Osservando questa città risultano evidenti tutte le contraddizioni dell’America Latina. Qui nessuno si vergogna di difficoltà e disperazione, povertà e violenza. Potremmo dire che si tratta di un mondo in cui i nervi sono perennemente scoperti. I nostri missionari corrono da un posto all’altro per portare avanti i loro segmenti di attività pastorale che partono da un’unica idea di fondo: condividere e cercare di sostenere le persone nella loro vita, traendo dal Vangelo la forza per andare aventi e per migliorare, se possibile, la propria condizione. 

E l’attività pastorale vera e propria che fine fa, direte voi?

C’è anche quella, naturalmente, ma possiamo dire che qui in Brasile si è già compiuto per i nostri missionari quel passaggio che – stante la crescente carenza di preti – consegna le comunità, la gestione dell parrocchie e anche larghe fasce della liturgia, ai laici.” 

Estratto di un reportage pubblicato dal settimanale diocesano “Il Segno”, nel mese di aprile del 2007. 

2 giugno: 80 anni dalla Repubblica e dal primo voto femminile

Nel 1945 l’Italia raggiunse finalmente un traguardo storico e a lungo inseguito: l’approvazione del suffragio femminile. Una conquista che coronava una lotta nata ben prima, fin dai primi passi dell’Unità d’Italia (1861).

Nel corso della seconda metà dell’Ottocento, petizioni e proposte di legge per i diritti delle donne si erano susseguite invano. All’inizio del Novecento il movimento crebbe d’intensità: a Milano nacquero l’Unione femminile nazionale (1899) e i primi Comitati pro suffragio (1904), mentre Maria Montessori lanciava il suo celebre proclama: “Donne tutte, sorgete!”, ricordando come nessuna legge vietasse esplicitamente alle donne l’accesso alle urne. Nel 1908, il Primo Congresso nazionale delle donne italiane a Roma mise nero su bianco la richiesta del suffragio alle stesse condizioni degli uomini. Con l’avvento del fascismo negli anni Venti, tuttavia, il movimento subì una brusca battuta d’arresto: le promesse di Mussolini sul voto amministrativo alle donne non furono mai mantenute e le organizzazioni emancipazioniste vennero sciolte.

Con la caduta del fascismo moltissime donne si unirono alla Resistenza e, dopo la Liberazione, forti di quell’esperienza, rivendicarono la piena cittadinanza politica. Tra il 1944 e il 1945 l’Unione Donne Italiane e il Comitato pro-voto mobilitarono i partiti fino a ottenere, il 30 gennaio 1945, il decreto del governo Bonomi che riconosceva il diritto di voto alle donne sopra i 21 anni. Nel marzo 1946 arrivò anche l’eleggibilità: nello stesso mese, le italiane votarono per la prima volta alle elezioni amministrative, portando nei consigli comunali circa 2.000 donne.

Il 2 giugno 1946 le donne italiane votarono per il referendum istituzionale tra Monarchia e Repubblica e per l’elezione dell’Assemblea Costituente. L’affluenza femminile superò l’89% e vennero elette 21 donne alla Costituente. Tra i banchi della Costituente sedeva anche la trentina Elsa Conci, figura chiave per la nostra regione, fortemente impegnata nella difesa della tutela altoatesina. Fu proprio quell’Assemblea ad approvare, nel 1948, il primo Statuto di autonomia per le province di Bolzano e Trento.

Nel panorama nazionale emerge però un’eccezione significativa: quella dell’Alto Adige. La  nostra provincia, infatti, non partecipò al referendum del 1946 poiché era ancora considerata un territorio conteso, in attesa della definizione dei trattati di pace. A questa eccezione si aggiunse un’ulteriore particolarità: la Bassa Atesina risultava ancora appartenente alla Provincia di Trento secondo i confini del 1927. Per questo motivo poté partecipare al referendum istituzionale, ma non all’elezione dell’Assemblea Costituente.

La particolare situazione internazionale sudtirolese costrinse le donne altoatesine ad attendere il 18 aprile 1948, data delle prime elezioni del Parlamento repubblicano, per poter finalmente recarsi alle urne e diventare cittadine a pieno titolo.

Questo anniversario ci ricorda che la libertà non è mai un dato acquisito una volta per tutte e che il voto non va percepito come un diritto e un dovere scontato. Votare significa esercitare la propria libertà e partecipare alla vita pubblica del Paese. Come suggeriscono le etimologie stesse delle parole: “Repubblica” – dal latino res publica, cioè “cosa pubblica” – e “politica” – dal greco politikós, termine che indica ciò che è “civico” e “sociale”, derivato da polis, la comunità dei cittadini — siamo chiamati a partecipare perché essa riguarda ciascuno di noi e il futuro che abbiamo davanti, anche in nome di chi ha lottato in passato. Possiamo votare perché siamo liberi, ma non dimentichiamo che siamo liberi anche perché votiamo.

Autrice: Anna Michelazzi

L’intelligenza artificiale e gli stereotipi di genere

La Libera Università di Bolzano pone una particolare attenzione all’Intelligenza Artificiale e alle sue declinazioni tecniche, etiche e sociali. Propone ad esempio corsi di formazione che mirano a fornire gli strumenti necessari alle imprese per rispondere con efficacia e tempestività alle sfide digitali, migliorando le competenze dei propri collaboratori, velocizzando i propri processi, approfondendo le conoscenze che permettano di modificare o implementare le proprie strategie per rimanere competitivi nel rispetto delle normative italiane ed europee. Sempre alla LUB insegna la professoressa Antonella de Angeli che si occupa di Intelligenza Artificiale partendo da un approccio sociale del tutto inaspettato,  nuovo e molto interessante. 

La professoressa Antonella De Angeli è docente ordinaria di ruolo di “Interazione Persona-Macchina” presso la LUB. Bolzano è per lei l’ennesima delle numerose stazioni del lungo viaggio di una studiosa di spessore. L’itinerario aveva preso avvio dopo il suo conseguimento del dottorato di ricerca in Psicologia Sperimentale presso l’Università di Trieste e dove aveva completato il percorso con una ricerca post-dottorale in Psicologia Cognitiva Applicata. 

Da lì in poi è stato un continuo trasferimento nelle Università più prestigiose inglesi e americane per le altrettanto numerose collaborazioni di successo da lei compiute. 

Professoressa De Angeli di cosa si occupa attualmente la Sua ricerca scientifica?

Mi interesso di intelligenza artificiale e genere. Ossia come le IA rappresentano il genere, e come veda rispettivamente le donne e gli uomini ma anche i transgender e le altre forme di identità sessuale. Gli studi approfonditi che sto conducendo ci dimostrano come l’IA veda la differenza di genere accogliendo tutti gli stereotipi e come invece non sappia ancora muoversi nelle differenze del variegato mondo identitario sessuale. Lo studio è condotto con il mio dottorando Federico Simeoni. 

Cosa emerge con forza?

Che gli algoritmi dell’intelligenza artificiale imparano da un gran numero di dati anche tratti dai social. Si tratta di costrutti stabili ma anche superati oltre che di livello intellettuale medio-basso. Così, se da un lato ha imparato e utilizza un linguaggio forbito e politicamente corretto, dall’altro emergono tutti gli stereotipi di genere afferenti ad una popolazione che ha sviluppato solo in parte conoscenze e approfondito valori etici. Il materiale riguardante il liquido mondo dell’identità sessuale non binaria che l’AI può processare è in realtà assai scarso e per questo motivo le sue risposte sono davvero limitate o addirittura errate.  Si tratta di uno specchio spietato della nostra società.  

Nei numerosi luoghi in cui ha lavorato, ha mai trovato intralci o veri e propri blocchi dovuti al fatto di essere donna? 

Fin dalla mia educazione data da un padre femminista ho potuto essere sempre me stessa e libera, ma intorno ai cinquant’anni mi sono resa conto solo una piccola parte di persone la pensavano così. 

Come si trova a Bolzano? 

La facoltà di ingegneria e in generale la LUB è un’ottima Università e con molto potenziale. Anzi, Bolzano stessa ha grandi potenzialità ma mi pare strangolata dalle complessità che caratterizzano questa terra. Guardando con oggettività, e scevri da polemiche d’ogni sorta, spesso vien fatto di constatare che tutto è molto complesso a causa del bi o trilinguismo che però è spesso solo sulla carta ma non nei fatti. Cioè non tutti gli interlocutori sono effettivamente bilingui o trilingui.  Certamente usare l’inglese come lingua franca nelle lezioni, nelle relazioni, nei convegni, è una ottima soluzione ed è anche una importante sollecitazione che stiamo operando nel territorio.  

Autrice: Rosanna Pruccoli

Un gruppo di infermiere dalla Bolivia in Alto Adige

Anabel, Evangelina, Sonia, Susana e Ximena sono cinque infermiere boliviane arrivate a Bolzano da pochi mesi e oggi impiegate in varie residenze per anziani. Ci hanno raccontato la loro esperienza: tra difficoltà, sogni e tanta voglia di integrarsi. 

Le infermiere Lavorano presso S.O.S. ONLUS — Cooperativa Operatori Socio Sanitari e attualmente frequentano un corso di italiano gratuito organizzato dalla scuola di lingue AZB Cooperform — all’interno del progetto “ESF3_h1_0084 – Lingue & Integrazione” finanziato dal Fondo sociale europeo (FSE+) e dalla Provincia Autonoma di Bolzano. L’obiettivo è quello di fornire loro un livello di lingua italiana sufficiente per potersi muovere con agio sul lavoro e nella quotidianità. 

Qual è stato il momento in cui avete deciso di partire per l’Italia?

Sonia – Sei mesi fa, quando una mia amica è venuta a lavorare qui. Mi diceva di raggiungerla e di imparare l’italiano, ma non pensavo di potercela fare. Alla fine mi sono detta: “Bene, perché no?”. Ed eccomi qua. Ora sta andando meglio: sto imparando la lingua e sono contenta della mia scelta.

Anabel – Il nostro Paese non funziona né economicamente né politicamente e c’è tanta corruzione. Se sono qui, è solo grazie a mia mamma, che mi ha dato la forza di allargare i miei orizzonti. Mi diceva sempre: “Vai, apri le ali e spicca il volo. Non accontentarti. Sii forte e sogna!”.

Qual è stata la vostra prima impressione dell’Italia? Cosa ne pensate ora?

Evangelina – Inizialmente ero spaventata. Sono venuta da sola e senza nulla, solo con uno zaino. La persona che doveva venirmi a prendere mi aveva dato un indirizzo, ma non riuscivo a trovarlo perché non capivo bene l’italiano. In quel momento mi sono resa conto della barriera linguistica. Ora non ho più paura perché riesco a comunicare nella vita di tutti i giorni e sul lavoro. Ho capito che la lingua è un ostacolo che si può superare con pazienza e studio. Vedo già dei miglioramenti!

Sonia – Io invece sono arrivata con le altre. Appena ho messo piede in Alto Adige e ho visto le vigne, mi sono sentita un po’ a casa. C’è una città in Bolivia, Tarija, che ha un paesaggio simile a questo. A volte dimentico di essere lontana dal mio Paese. Mi sembra di essere a Cochabamba, la mia città, e che mia mamma che si trova a a Santa Cruz, sia in realtà qui vicino a me.

Raccontateci una vostra giornata tipo. Avete dovuto cambiare le vostre abitudini?

Anabel – Ho notato che le persone qui sono sempre di fretta, così sto cercando di abituarmi a fare lo stesso. Casa, lavoro, casa, lavoro… Non ho molto tempo libero. Ma quando ho un attimo, vado a fare un giro in bicicletta. Mi sento in pace. La natura è bellissima! È una cosa nuova per me, perché in Bolivia ci si sposta sempre in macchina o con i mezzi pubblici. Non importa se la destinazione sia a cinque minuti di distanza: siamo abituati così.

E il vostro lavoro? In cosa consiste?

Susana e Sonia – In Bolivia lavoravamo come infermiere negli ospedali. Spesso ci capitava di dover prendere decisioni importanti al posto dei dottori e di lavorare in chirurgia e in terapia intensiva. Qui lavoriamo nelle residenze per anziani e per ora ci troviamo bene, ma speriamo un giorno di poter tornare a quella che è la nostra vera professione.

Cosa vi manca di più del vostro Paese?

Tutte – La famiglia e gli amici. È triste essere così lontane dai propri cari.

Sonia – Anche il cibo! Il cibo è molto diverso da quello a cui siamo abituate; in Italia non mi sembra che ci sia l’abitudine di mangiare tanta carne e per noi è strano. Ogni tanto mi mancano i piatti del mio paese: pique macho, chicharrones e i dolci tipici boliviani.

C’è qualcosa che l’Italia dovrebbe prendere dalla Bolivia e qualcosa che la Bolivia dovrebbe prendere dall’Italia?

Tutte – Il cibo!

Ximena – Ora mi trovo in Italia e preferisco adattarmi alla vita qui per potermi integrare al meglio. Quindi non cambierei niente. Invece, penso che la Bolivia dovrebbe importare varie cose: il sistema sanitario, la sicurezza, la pulizia, l’impegno per l’ecologia e la tutela della natura. Penso che una mentalità diversa sarebbe utile. Ci vorrebbe una volontà collettiva di miglioramento. 

Quali sono le vostre speranze per il futuro?

Evangelina – Portare qui la mia famiglia e poter vivere insieme a loro. Mostrare loro la città e tutte le cose che da noi non ci sono. Condividere queste nuove esperienze con mio marito Nicolas e con i miei figli Nicolas ed Eva Nicol. Questo è il mio desiderio più grande.

Autore: Tommaso Calamaro

2 giugno: 80 anni dalla Repubblica e dal primo voto femminile

Nel 1945 l’Italia raggiunse finalmente un traguardo storico e a lungo inseguito: l’approvazione del suffragio femminile. Una conquista che coronava una lotta nata ben prima, fin dai primi passi dell’Unità d’Italia (1861).

Nel corso della seconda metà dell’Ottocento, petizioni e proposte di legge per i diritti delle donne si erano susseguite invano. All’inizio del Novecento il movimento crebbe d’intensità: a Milano nacquero l’Unione femminile nazionale (1899) e i primi Comitati pro suffragio (1904), mentre Maria Montessori lanciava il suo celebre proclama: “Donne tutte, sorgete!”, ricordando come nessuna legge vietasse esplicitamente alle donne l’accesso alle urne. Nel 1908, il Primo Congresso nazionale delle donne italiane a Roma mise nero su bianco la richiesta del suffragio alle stesse condizioni degli uomini. Con l’avvento del fascismo negli anni Venti, tuttavia, il movimento subì una brusca battuta d’arresto: le promesse di Mussolini sul voto amministrativo alle donne non furono mai mantenute e le organizzazioni emancipazioniste vennero sciolte.

Con la caduta del fascismo moltissime donne si unirono alla Resistenza e, dopo la Liberazione, forti di quell’esperienza, rivendicarono la piena cittadinanza politica. Tra il 1944 e il 1945 l’Unione Donne Italiane e il Comitato pro-voto mobilitarono i partiti fino a ottenere, il 30 gennaio 1945, il decreto del governo Bonomi che riconosceva il diritto di voto alle donne sopra i 21 anni. Nel marzo 1946 arrivò anche l’eleggibilità: nello stesso mese, le italiane votarono per la prima volta alle elezioni amministrative, portando nei consigli comunali circa 2.000 donne.

Il 2 giugno 1946 le donne italiane votarono per il referendum istituzionale tra Monarchia e Repubblica e per l’elezione dell’Assemblea Costituente. L’affluenza femminile superò l’89% e vennero elette 21 donne alla Costituente. Tra i banchi della Costituente sedeva anche la trentina Elsa Conci, figura chiave per la nostra regione, fortemente impegnata nella difesa della tutela altoatesina. Fu proprio quell’Assemblea ad approvare, nel 1948, il primo Statuto di autonomia per le province di Bolzano e Trento.

Nel panorama nazionale emerge però un’eccezione significativa: quella dell’Alto Adige. La  nostra provincia, infatti, non partecipò al referendum del 1946 poiché era ancora considerata un territorio conteso, in attesa della definizione dei trattati di pace. A questa eccezione si aggiunse un’ulteriore particolarità: la Bassa Atesina risultava ancora appartenente alla Provincia di Trento secondo i confini del 1927. Per questo motivo poté partecipare al referendum istituzionale, ma non all’elezione dell’Assemblea Costituente.

La particolare situazione internazionale sudtirolese costrinse le donne altoatesine ad attendere il 18 aprile 1948, data delle prime elezioni del Parlamento repubblicano, per poter finalmente recarsi alle urne e diventare cittadine a pieno titolo.

Questo anniversario ci ricorda che la libertà non è mai un dato acquisito una volta per tutte e che il voto non va percepito come un diritto e un dovere scontato. Votare significa esercitare la propria libertà e partecipare alla vita pubblica del Paese. Come suggeriscono le etimologie stesse delle parole: “Repubblica” – dal latino res publica, cioè “cosa pubblica” – e “politica” – dal greco politikós, termine che indica ciò che è “civico” e “sociale”, derivato da polis, la comunità dei cittadini — siamo chiamati a partecipare perché essa riguarda ciascuno di noi e il futuro che abbiamo davanti, anche in nome di chi ha lottato in passato. Possiamo votare perché siamo liberi, ma non dimentichiamo che siamo liberi anche perché votiamo.

Autrice: Anna Michelazzi

Il grande teatro da mercoledì a domenica per la nuova stagione dello Stabile a Bolzano

INSERZIONE PUBBLICITARIA – Luca Zingaretti, Lunetta Savino, Rocco Papaleo, Serena Sinigaglia, Tullio Solenghi, Simone Cristicchi, Alessandro Haber e Luca Marinelli sono solo alcuni dei volti della nuova stagione. Al Comunale di Bolzano il cartellone si apre con un’importante novità: gli spettacoli saranno in scena per cinque giorni, da mercoledì a domenica. Un traguardo importante che assicura più posti e più occasioni per vivere il grande teatro. Abbonamenti in vendita fino al 25 ottobre.

“Quando il gioco si fa puro” è lo slogan della stagione 2026/2027 proposta dal Teatro Stabile al Comunale di Bolzano. Una frase che rimanda all’essenza del teatro, un gioco serio in cui il tempo è sospeso e il luogo è l’altrove, un rito collettivo che coinvolge artisti e spettatori in un’esperienza sempre nuova e vitale. A inaugurare il cartellone mercoledì 21 ottobre alle h. 20.00 sarà Lunetta Savino, protagonista della prima nazionale di “Madre Courage e i suoi figli” di Bertolt Brecht, diretta da Leo Muscato.

Un capolavoro del Novecento riportato alla sua natura più autentica: popolare, emotivo, dialettico, abbagliante, un classico riletto musicalmente in chiave rock. Grazie a 12 spettacoli la nuova stagione, che vede l’avvicendarsi della direzione tra Walter Zambaldi e Andrea Cerri, porta sul palcoscenico bolzanino le personalità più significative del panorama nazionale a dare voce e corpo a testi inediti e nuove riletture dei capolavori teatrali e letterari. È il caso di “Scheda bianca” spettacolo che nascerà a Bolzano, tratto dal romanzo “Saggio sulla lucidità” del premio Nobel Josè Saramago. La regista Serena Sinigaglia, autrice dell’adattamento teatrale assieme a Emanuele Aldovrandi, ha scelto per il ruolo di protagonista Rocco Papaleo, temperamento che coniuga intelligenza, ironia e malinconia. 

In stagione, due riletture d’eccezione delle opere di Italo Calvino: se Luca Zingaretti dà vita a “Marco Polo e le città invisibili”, coproduzione dello Stabile diretta da Giuseppe Dipasquale, Luca Marinelli dirige e interpreta “La Cosmicomica vita di Q”, spettacolo tratto da “Tutte le Cosmicomiche”. 

Anche le commedie di Carlo Goldoni rivivono attraverso le sensibilità e gli sguardi differenti di tre artisti di alto profilo: Valerio Binasco porta in scena l’atmosfera crepuscolare di “Una delle ultime sere di Carnovale” dando eco all’acuta sensibilità goldoniana di ritrarre la fragilità e la comicità umana; Tullio Solenghi sceglie “I due gemelli veneziani” per dialogare idealmente con la giocosa e indimenticabile messa in scena di Luigi Squarzina, mentre Giorgio Sangati rilegge con sguardo contemporaneo “Le smanie per la villeggiatura”

Alessandro Haber è il protagonista di “Le ultime lune” di Furio Bordon per la regia di Paolo Valerio. Considerato un vero classico, il testo venne portato per la prima volta in scena da Marcello Mastroianni nel 1995. Potentissima e agghiacciante, la storia di Vladimir Putin è narrata nello spettacolo “Lo Zar”, con il quale Stefano Massini torna a occuparsi di Russia dopo successo internazionale del suo testo su Anna Politkovskaja, messo in scena in tutto il mondo. 

Tra musica e teatro, tra parole e canzoni inedite, Simone Cristicchi indaga e racconta il “Santo di tutti” nello spettacolo “Franciscus”

La danza, proposta in collaborazione con il Centro Servizi Culturali Santa Chiara, avrà come protagoniste la compagnia del coreografo Emanuel Gat con la nuova creazione “Five Days in the sun” sulle musiche della 5° Sinfonia di Mahler e la MM Contemporary Dance Company, impegnata in una rilettura di una grande classico come “Lo Schiaccianoci” curata da Mauro Bigonzetti.

“La bambina di Chernobyl”

C’è un cinema che non chiede permesso. Un cinema che trae la propria origine ai margini delle grandi produzioni. Un cinema che senza scorciatoie sa farsi notare conquistando pubblico e critica con la forza delle immagini e la coerenza del proprio sguardo. Massimo Nardin lo racconta con molta chiarezza ed altrettanta trasparenza nel film “La bambina di Chernobyl”, la sua opera prima. 

Un’opera prima per il regista e docente universitario a Roma, ma oriundo di Salorno, in cui è molto chiaro il ritratto di un autore in grado di concepire il cinema come spazio di ricerca e di resistenza, dove l’esperienza individuale si converte entro l’immensità di un racconto universale. Si parla dunque di una nuova, e si spera prolifica, voce nel panorama del cinema d’autore.

Nardin: se l’aspettava o ci contava in questo marcato interesse da parte della critica? 

Ci contavo, ma non me lo aspettavo. Il film ha avuto un percorso complesso, con diverse limitazioni sia nella preparazione sia nella promozione. Ho cercato di compensarle lavorando intensamente su ogni fase: scrittura, riprese, montaggio e produzione. Anche la distribuzione ha contato su tempi molto stretti tra la fine del film e l’uscita in sala. Non abbiamo avuto il supporto delle grandi reti promozionali, ma sono arrivati comunque riscontri importanti, soprattutto dal pubblico più appassionato. In alcune realtà, come Trento, le reazioni sono state profonde e molto significative. Vedere la sala due del cinema Modena piena – anche di ex compagni e insegnanti del liceo, amici e parenti – è stato davvero emozionante.

E della presenza di così tanti suoi concittadini? 

Mi ha riempito il cuore. Anche nei giorni successivi ho ricevuto molti messaggi e riflessioni. Alcuni spettatori hanno colto aspetti profondi del film e questo mi ha colpito molto. È stata una risposta sincera e spontanea, che ho preferito non enfatizzare troppo, ma che porto con me.

Da dove è arriva la sua ispirazione? 

Soggetto e sceneggiatura li ho  scritti con Luca Caprara. Volevamo raccontare una storia essenziale, ambientata in un unico spazio, dove solitudini diverse si incontrano. Mia l’idea di costruire personaggi agli antipodi, quasi estremizzati. L’idea della protagonista è legata anche a esperienze personali, quando negli anni ’90 ho conosciuto alcuni bambini di Chernobyl ospitati da famiglie di Salorno. Mi avevano colpito per la determinazione e lo sguardo pieno di vita. Da lì è nata una riflessione più ampia, anche simbolica: le radiazioni come elemento invisibile che, anche in senso metaforico, segna e condiziona le vite dei due protagonisti.

Quanto ci è voluto per scrivere e dirigere questo film? 

Il processo è stato lungo e non lineare. La scrittura è nata a fasi alterne, poi il sostegno del Ministero ha aiutato a realizzare la sceneggiatura. Dal 2020 alla realizzazione sono passati diversi anni. Le riprese, inizialmente previste per l’autunno 2024, sono iniziate nel maggio 2025. La produzione ha coinvolto per la gran parte una troupe marchigiana. Vincenzo Pirrotta e Yeva Sai sono gli attori protagonisti.

Quali sono state le difficoltà incontrate in corso d’opera? 

Sono state soprattutto legate alle risorse limitate e alla necessità di portare avanti il progetto con continuità. Ogni fase ha richiesto adattamento e determinazione.

Quando ha capito che questa sarebbe stata la sua professione? 

Già nei primi anni del liceo, quando spendevo i fine settimana a guardare molti film su videocassette con grande interesse. Dopo il diploma ho studiato la fotografia in ogni suo aspetto e ho iniziato ad approfondire il linguaggio cinematografico, realizzando i primi cortometraggi con mezzi semplici, insieme ad amici e familiari. Nella prima decade degli anni 2000 ho realizzato diversi lavori indipendenti.

Di lei si parla come di un regista costruttore d’immagini che restano. Come mai? 

È il risultato di un lavoro molto attento sulla messa in scena. Cerco di trasformare la realtà attraverso l’immagine, curando scenografie e inquadrature. La macchina da presa è spesso stabile, con movimenti controllati. Mi ispiro alla lezione di Andrej Tarkovskij, cercando di creare immagini autonome ma allo stesso tempo collegate tra loro, quasi dei micromondi. Fondamentale è il ruolo del montaggio.

Quale significato dà al fare cinema cosiddetto “d’autore” nell’Italia d’oggi? 

È una scommessa ma anche una necessità. Ho notato, anche nell’insegnamento, che quando si propongono opere forti e coerenti, anche i giovani rispondono. Se c’è una poetica chiara e un messaggio autentico l’attenzione arriva. Il cinema d’autore può essere un contraltare importante nel panorama attuale.

Ha degli autori di riferimento? 

Sicuramente: Andrej Tarkovskij, Luis Buñuel, David Lynch, Michelangelo Antonioni, Federico Fellini e Robert Bresson. Sono autori che hanno segnato profondamente il linguaggio cinematografico.

Questo è un percorso costruito contando sulle sue forze. Che consiglio darebbe a un giovane con questa vocazione? 

La prima cosa è capire se si tratta davvero di una vocazione, perché richiede sacrifici e costanza. Se la risposta è sì, serve trovare la propria poetica e difenderla, senza seguire le mode. Oggi è possibile iniziare anche con pochi mezzi, persino con uno smartphone. È importante studiare i grandi maestri, esercitarsi, scrivere, avere pareri sui propri lavori. Poi serve cercare un produttore, partecipare a concorsi, non porsi limiti. È un percorso difficile e spesso frustrante, ma se ci si crede davvero vale la pena portarlo avanti fino in fondo.

Autore: Daniele Bebber

Julius Perathoner: modernizzazione e identità tedesca

Julius Perathoner è ricordato come il sindaco modernizzatore di Bolzano: durante la sua lunga amministrazione — dal 1895 al 1922 — la città crebbe, cambiò volto e conobbe importanti innovazioni e opere pubbliche. Tra queste il tram, il Ponte Talvera, la Wassermauerpromenade, le funivie intorno a Bolzano, le scuole Goethe e l’edificio dell’odierna Scuola Dante. Ma anche il Municipio, il Museo Civico e il Teatro Civico. La sua vicenda politica si concluse bruscamente nel 1922, con l’assalto fascista al municipio. Ne abbiamo parlato con Hannes Obermair, storico, senior researcher di Eurac Research ed ex direttore dell’Archivio storico della Città di Bolzano.

Julius Perathoner è stato una figura chiave della Bolzano di allora, ma le sue tracce restano anche della città di oggi. In che modo ha lasciato il segno?

Julius Perathoner è una figura fondamentale per capire la Bolzano tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Ha lasciato il segno soprattutto nell’urbanizzazione, nell’arredo urbano e nella modernizzazione complessiva della città.

Durante i suoi oltre vent’anni da sindaco, Bolzano conobbe anche un forte aumento della popolazione.

Sì, possiamo parlare di una vera evoluzione demografica durante quella che potremmo chiamare “l’età Perathoner”. Tra il 1870 e il 1910 la popolazione cittadina raddoppiò, ancora prima dell’inglobamento di Dodiciville.

È un dato importante, perché indica il decollo di Bolzano rispetto al periodo precedente, quando la città era sostanzialmente ferma sulle proprie posizioni. Con Perathoner tutto questo cambiò.

Con Perathoner arrivarono anche l’elettricità e il tram, che collegava il centro con Gries e verso sud, fino alla zona Vurza/Pineta di Laives. Chi abitava quelle zone?

A San Giacomo, a Oltrisarco e nelle zone al di là dell’Isarco abitavano proprietari terrieri, contadini, manodopera e anche una parte importante di popolazione di lingua italiana, soprattutto di origine trentina. Prima della Prima guerra mondiale si stimava che questa componente arrivasse a più del 10 per cento della popolazione bolzanina.

Una fetta importante, quindi.

Sì, ed è osservando questa popolazione che si può misurare l’azione ideologico-politica di Perathoner. Erano persone che magari non si sentivano italiane in senso nazionale, ma piuttosto trentine. Erano comunque italofone e non godevano di una vera parità. Non avevano scuole in lingua italiana e – per esempio – davanti al tribunale di Bolzano l’italiano non veniva usato: i processi si svolgevano esclusivamente in tedesco. Qui si capisce quanto fosse forte la lotta simbolica sulla lingua. Perathoner incarnava questa fase storica, nella quale Bolzano diventò una sorta di laboratorio del nazionale.

La sua posizione era anche una risposta ai movimenti irredentisti di Trento e Trieste? Una difesa della patria tedesca?

Certo. Dal punto di vista di Perathoner e dell’élite che lo circondava, Bolzano era una città tedesca e tale doveva rimanere. Questo avveniva in contrasto con la Trento italiana e con il nuovo Stato italiano nato con il Risorgimento, percepito come un pericolo per l’integrità nazionale dei territori a sud del Brennero. Perathoner fu sindaco dal 1895 al 1922: la sua figura è quindi una chiave di lettura molto utile per comprendere le contraddizioni della storia cittadina e regionale.

Parliamo allora della modernizzazione e della spinta innovatrice della sua amministrazione.

L’elettricità fu uno degli elementi chiave della modernizzazione di Bolzano. Perathoner agì in sintonia con il sindaco di Merano e insieme fondarono l’azienda elettrica dell’epoca, la Etschwerke, oggi confluita in Alperia. L’obiettivo era sostituire l’illuminazione a gas con l’uso sistematico dell’energia idroelettrica. Per farlo vennero costruite centrali elettriche che diventarono la base concreta del progetto. Già nel discorso inaugurale di Perathoner del 1895 si trovavano gli elementi principali della sua futura azione politica: l’elettricità aveva una funzione chiave nel suo programma e negli anni successivi venne messa in pratica.

Lei parla di questa sua progettualità. Perathoner doveva sentirsi anche molto forte politicamente: fu eletto più volte sindaco di Bolzano.

Sì, venne eletto più volte, ma il sistema elettorale era molto diverso da quello attuale. Il diritto di voto era ristretto a un gruppo limitato di cittadini abbienti, i cui interessi erano rappresentati dall’élite cittadina del tempo. Attorno a Perathoner agiva un gruppo dirigente composto solo da uomini: il vicesindaco, il segretario generale e altre figure dell’amministrazione. Era un’élite che faceva dell’azione quotidiana il proprio progetto: case, scuole, linee di comunicazione, tram e funivie. Erano fieri della loro professionalità. Perathoner, per esempio, si faceva sempre chiamare “dottor Julius Perathoner”: era avvocato e apparteneva a una sorta di nobiltà borghese, legittimata dal sapere, dalla progettualità e dall’azione politica.

Non possiamo non parlare del Teatro Civico, quello successivamente distrutto dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale.

Il Teatro Civico di Bolzano fu uno dei simboli più importanti dell’azione di Perathoner. I lavori iniziarono nel 1913, appena un anno prima dello scoppio della Prima guerra mondiale. L’edificio venne affidato a Max Littmann, architetto di Monaco di Baviera, città che rappresentava un punto di riferimento culturale per Perathoner e per l’élite bolzanina dell’epoca. Il teatro, costruito in stile neorinascimentale e oggi non più esistente, recava la scritta “Der deutschen Kunst”, cioè “All’arte tedesca”. Anche in questo caso l’opera pubblica aveva un forte significato identitario. Il teatro venne inaugurato nel 1917, in piena guerra. Dopo l’annessione dell’Alto Adige all’Italia e con l’avvento del fascismo, fu progressivamente italianizzato e divenne uno dei luoghi in cui si riflettevano le tensioni nazionali della città. La storia del teatro si concluse con la distruzione durante i bombardamenti della Seconda guerra mondiale. Anche per questo il Teatro Civico resta un simbolo della Bolzano del primo Novecento: moderna e ambiziosa, ma attraversata da profondi conflitti politici, culturali e nazionali.

Autore: Till Antonio Mola