L’Alto Adige plurale che «non ci dispiace affatto»

Mentre si parla a sproposito di seconde generazioni (addirittura, secondo qualcuno, «criminali di seconda generazione»), il presidente Sergio Mattarella, per gli 80 anni della fondazione della Repubblica, dà una breve, ma efficace e intensa lezione di storia «italiana». Una storia che «non ci dispiace affatto».

Il riferimento ai longobardi (vedi sotto) fa pensare a quanto poco monolitica sia non solo la storia d’Italia, ma anche quella dell’Alto Adige e quanto pure quest’ultima sia l’esito dell’incontro tra gruppi, popoli, lingue, culture. Ne è testimone già Arbeone di Frisinga (nativo di Maia, ovvero di Merano), con la sua «Vita Corbiniani». Racconta come il santo, passando per Maia venendo dalla Baviera o da Roma, vi trovò una volta i longobardi, un’altra i bavari. S’intende come padroni, perché il popolo era in gran parte – parliamo della fine del settimo e dell’inizio dell’ottavo secolo – «romano», ovvero di lingua romanza o, se si preferisce, retoromanza.

«Noi italiani», ha detto il Presidente discutendo con un gruppo di giovani, «abbiamo fornito seconde generazioni e quelle successive a molti paesi d’Europa e delle Americhe. Quindi conosciamo il problema dell’immigrazione, che non è né nuovo né transitorio. È in fondo anche la nostra storia. Dall’emigrazione con le armi in pugno come i longobardi, che hanno dato nome alla Lombardia, a quella pacifica dopo mille anni degli albanesi nel meridione d’Italia, ai tanti arrivi individuali nel corso del tempo, il nostro popolo è il risultato di tanti apporti. E il risultato finale, questa storia, non ci dispiace affatto, anzi siamo orgogliosi del popolo italiano. Per questo non lo consideriamo un problema».

Anche le parole che seguono, riferite all’intero Paese, suonano familiari se lette in chiave altoatesina: «So bene che vi sono alcuni episodi, alcuni fenomeni di disagio su base etnica, che a volte si esprimono in maniera scomposta, qualche volta con gesti di rifiuto violento, ma sono fenomeni che appartengono alla patologia della società, ben diversi, non vanno confusi. Io sono molto ottimista per il futuro, decisamente ottimista. Sulla base dell’esperienza e perché ho grande fiducia nella solidità dei nostri valori nazionali».

Una storia dell’Alto Adige che tenga conto della mobilità umana in questa terra di confine «non ci dispiace affatto».

Autore: Paolo Bill Valente