Il ritrovamento e la ricostruzione del pozzo in centro alla piazza principale dell’abitato di Cortina sulla Strada del Vino, risponde pienamente al perché il confine fra le province di Trento e Bolzano è stato disegnato dove lo conosciamo oggi? Il tema è affascinante perché sostanzialmente incrocia storia e attualità.
Il giorno dell’inaugurazione del “reperto” storico riconsegnato alla popolazione, l’architetto Bruno Pedri è stato chiarissimo nel dire che per comprendere l’evoluzione del territorio è opportuno osservare un’antica carta geografica, quella che è la cosiddetta mappa del Nowack.
Ma cosa ci può dire, questa mappa? In sintesi, fino alla metà dell’Ottocento il torrente Noce sfociava nei pressi di San Michele all’Adige, non a Zambana, ovvero parliamo delle due località del Trentino poco sotto il confine fra i due territori, appunto quello della provincia di Trento e quello della provincia di Bolzano. Durante le piene i detriti trasportati ostruivano l’Adige, provocando allagamenti e formando una vasta zona paludosa tra Roverè della Luna e Salorno.
Questo ostacolo naturale, per secoli, ha reso a dir poco a rischio, per non dire praticamente impraticabile, la viabilità lungo la valle, costringendo viaggiatori e commercianti a indirizzarsi su percorsi alternativi attraverso il Sauch o la Val di Cembra.
L’architetto Pedri, ritrovando quell’antica mappa durante il restauro di Palazzo Firmian a Mezzocorona, sostiene che proprio quel pantano contribuì a definire l’attuale confine linguistico tra l’area germanofona di Salorno e quella italofona di Roverè della Luna. La situazione è stata definitivamente risolta solo nella seconda metà dell’Ottocento con la deviazione del Noce, che è stata mossa da una spinta decisamente importante: si era infatti resa necessaria per costruire la ferrovia.
Tornando a noi, parlando del pozzo storico in centro a Cortina sulla Strada del Vino, Pedri è chiaro nell’affermare che ogni paese della valle è stato costruito sui conoidi dei torrenti, disponendo di acqua propria.
«Ogni centro aveva un rio, quindi un pozzo. Gli unici casi particolari erano Laghetti e Cortina», ha in particolare evidenziato l’architetto. Nel caso di Laghetti, durante un intervento di riqualificazione urbana, una ricerca archeologica ha portato alla luce l’antico pozzo del paese, che oggi è visibile (ovviamente, senza distrazioni da parte degli automobilisti…) anche dalla strada statale. A Cortina, invece, non esistevano più tracce, questo perché in paese un rio non c’era.
«Ci siamo chiesti – continuano le parole dell’architetto Bruno Pedri – se il pozzo fosse realmente esistito. Quando è stato programmato il rifacimento della pavimentazione della piazza, insieme a un gruppo di volontari abbiamo iniziato alcune verifiche prima dell’arrivo della pala meccanica. Quando il mezzo stava per iniziare i lavori, Alfredo Volcan ha notato tre pietre arrotondate, che l’avevano spinto a fermare immediatamente l’escavatore e interrompere il lavoro. Mi ha chiamato e abbiamo iniziato a sondare il terreno. Aveva ragione: avevamo trovato il pozzo».
A questo punto, nel giro di quattro mesi, anche grazie alla rapidità dell’amministrazione comunale locale è stata ricostruita la struttura, seguendo fedelmente le caratteristiche originarie, per poi porla al centro della piazza.
«La cosa straordinaria – prosegue il professionista che ha seguito tutto il lavoro di ripristino – è che il pozzo era ed è l’esatto baricentro del paese. È il simbolo della comunità. Infatti, attorno a quel punto sono stati costruiti la chiesa, la canonica, il municipio e l’albergo. Insomma, è evidente che rappresenta il vero cuore di Cortina».
Un’altra cosa molto sorprendente è arrivata dal ritrovamento di alcuni reperti archeologici. Le braccia dei volontari e la supervisione dell’archeologo Alberto Alberti, hanno portato infatti a rinvenire monete, manufatti e pure sei spilloni femminili completamente in oro. Testimonianze ancora una volta importanti, del passato locale.
«Probabilmente si trattava di offerte o pegni lasciati nel pozzo nel corso dei secoli. È stato emozionante vedere la partecipazione dei cittadini. Praticamente tutto il paese si è mobilitato. Molti hanno sentito quella scoperta come qualcosa che apparteneva alla loro storia», ha quindi aggiunto ancora l’architetto Pedri, nel ricordare anche il giudizio di Lorenzo Dalrì, allora Soprintendente per i beni archeologici. «Quel pozzo rappresentava le fondamenta stesse del paese. Ed è proprio così: attraverso quella scoperta abbiamo ritrovato le radici più profonde di Cortina sulla Strada del Vino».
Autore: Daniele Bebber