Marco Lobos

Sono i colori vivaci dell’America Latina, il tocco iperrealista del maestro pugliese Renato Verrusio, unita inconsapevolmente a quella nostalgia dell’anima che si esprime fiera e potente, lasciando una grande impressione nel fruitore, che non può restate indifferente a questo invito alla vita. 

Sono gli acrilici fluorescenti e fosforescenti, uniti alla tecnica della velatura e degli strati sovrapposti a fare della sua arte un unicum per profondità, tridimensionalità, colore. 

Un’esperienza formativa lunga e metodica unita ad una grande quantità di esperienze artistiche variegate, fanno di Lobos un artista completo, convincente attento alla forza di un volto, all’energia di un animale selvatico, coniugando l’oggi e il qui con il lontano e il passato. Ritratti di sportivi e  politici, tigri e rinoceronti.  

Le origini cilene di Marco Lobos fluiscono carsiche giacché Lobos giunse in Italia a nove anni come esule politico e qui poté compiere gli studi primari e secondari. L’Accademia di Bologna fece il resto nella sua formazione: nel 1997 si laurea in Pittura di Concetto Pozzati. L’influenza dell’Arte Pop ha fatto il resto. 

Le esperienze artistiche scaturite a partire dagli anni Ottanta sono molteplici e variegate per tecniche e sperimentazioni, impegno e crescita artistica nel segno della contemporaneità. Hanno fatto parte del suo ampio bagaglio: la pittura a murale, sviluppata attraverso una collaborazione con un gruppo di artisti italo cileno, allestimenti, installazioni in istituzioni museali, laboratori artistici.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Un gruppo di infermiere dalla Bolivia in Alto Adige

Anabel, Evangelina, Sonia, Susana e Ximena sono cinque infermiere boliviane arrivate a Bolzano da pochi mesi e oggi impiegate in varie residenze per anziani. Ci hanno raccontato la loro esperienza: tra difficoltà, sogni e tanta voglia di integrarsi. 

Le infermiere Lavorano presso S.O.S. ONLUS — Cooperativa Operatori Socio Sanitari e attualmente frequentano un corso di italiano gratuito organizzato dalla scuola di lingue AZB Cooperform — all’interno del progetto “ESF3_h1_0084 – Lingue & Integrazione” finanziato dal Fondo sociale europeo (FSE+) e dalla Provincia Autonoma di Bolzano. L’obiettivo è quello di fornire loro un livello di lingua italiana sufficiente per potersi muovere con agio sul lavoro e nella quotidianità. 

Qual è stato il momento in cui avete deciso di partire per l’Italia?

Sonia – Sei mesi fa, quando una mia amica è venuta a lavorare qui. Mi diceva di raggiungerla e di imparare l’italiano, ma non pensavo di potercela fare. Alla fine mi sono detta: “Bene, perché no?”. Ed eccomi qua. Ora sta andando meglio: sto imparando la lingua e sono contenta della mia scelta.

Anabel – Il nostro Paese non funziona né economicamente né politicamente e c’è tanta corruzione. Se sono qui, è solo grazie a mia mamma, che mi ha dato la forza di allargare i miei orizzonti. Mi diceva sempre: “Vai, apri le ali e spicca il volo. Non accontentarti. Sii forte e sogna!”.

Qual è stata la vostra prima impressione dell’Italia? Cosa ne pensate ora?

Evangelina – Inizialmente ero spaventata. Sono venuta da sola e senza nulla, solo con uno zaino. La persona che doveva venirmi a prendere mi aveva dato un indirizzo, ma non riuscivo a trovarlo perché non capivo bene l’italiano. In quel momento mi sono resa conto della barriera linguistica. Ora non ho più paura perché riesco a comunicare nella vita di tutti i giorni e sul lavoro. Ho capito che la lingua è un ostacolo che si può superare con pazienza e studio. Vedo già dei miglioramenti!

Sonia – Io invece sono arrivata con le altre. Appena ho messo piede in Alto Adige e ho visto le vigne, mi sono sentita un po’ a casa. C’è una città in Bolivia, Tarija, che ha un paesaggio simile a questo. A volte dimentico di essere lontana dal mio Paese. Mi sembra di essere a Cochabamba, la mia città, e che mia mamma che si trova a a Santa Cruz, sia in realtà qui vicino a me.

Raccontateci una vostra giornata tipo. Avete dovuto cambiare le vostre abitudini?

Anabel – Ho notato che le persone qui sono sempre di fretta, così sto cercando di abituarmi a fare lo stesso. Casa, lavoro, casa, lavoro… Non ho molto tempo libero. Ma quando ho un attimo, vado a fare un giro in bicicletta. Mi sento in pace. La natura è bellissima! È una cosa nuova per me, perché in Bolivia ci si sposta sempre in macchina o con i mezzi pubblici. Non importa se la destinazione sia a cinque minuti di distanza: siamo abituati così.

E il vostro lavoro? In cosa consiste?

Susana e Sonia – In Bolivia lavoravamo come infermiere negli ospedali. Spesso ci capitava di dover prendere decisioni importanti al posto dei dottori e di lavorare in chirurgia e in terapia intensiva. Qui lavoriamo nelle residenze per anziani e per ora ci troviamo bene, ma speriamo un giorno di poter tornare a quella che è la nostra vera professione.

Cosa vi manca di più del vostro Paese?

Tutte – La famiglia e gli amici. È triste essere così lontane dai propri cari.

Sonia – Anche il cibo! Il cibo è molto diverso da quello a cui siamo abituate; in Italia non mi sembra che ci sia l’abitudine di mangiare tanta carne e per noi è strano. Ogni tanto mi mancano i piatti del mio paese: pique macho, chicharrones e i dolci tipici boliviani.

C’è qualcosa che l’Italia dovrebbe prendere dalla Bolivia e qualcosa che la Bolivia dovrebbe prendere dall’Italia?

Tutte – Il cibo!

Ximena – Ora mi trovo in Italia e preferisco adattarmi alla vita qui per potermi integrare al meglio. Quindi non cambierei niente. Invece, penso che la Bolivia dovrebbe importare varie cose: il sistema sanitario, la sicurezza, la pulizia, l’impegno per l’ecologia e la tutela della natura. Penso che una mentalità diversa sarebbe utile. Ci vorrebbe una volontà collettiva di miglioramento. 

Quali sono le vostre speranze per il futuro?

Evangelina – Portare qui la mia famiglia e poter vivere insieme a loro. Mostrare loro la città e tutte le cose che da noi non ci sono. Condividere queste nuove esperienze con mio marito Nicolas e con i miei figli Nicolas ed Eva Nicol. Questo è il mio desiderio più grande.

Autore: Tommaso Calamaro

L’intelligenza artificiale e gli stereotipi di genere

La Libera Università di Bolzano pone una particolare attenzione all’Intelligenza Artificiale e alle sue declinazioni tecniche, etiche e sociali. Propone ad esempio corsi di formazione che mirano a fornire gli strumenti necessari alle imprese per rispondere con efficacia e tempestività alle sfide digitali, migliorando le competenze dei propri collaboratori, velocizzando i propri processi, approfondendo le conoscenze che permettano di modificare o implementare le proprie strategie per rimanere competitivi nel rispetto delle normative italiane ed europee. Sempre alla LUB insegna la professoressa Antonella de Angeli che si occupa di Intelligenza Artificiale partendo da un approccio sociale del tutto inaspettato,  nuovo e molto interessante. 

La professoressa Antonella De Angeli è docente ordinaria di ruolo di “Interazione Persona-Macchina” presso la LUB. Bolzano è per lei l’ennesima delle numerose stazioni del lungo viaggio di una studiosa di spessore. L’itinerario aveva preso avvio dopo il suo conseguimento del dottorato di ricerca in Psicologia Sperimentale presso l’Università di Trieste e dove aveva completato il percorso con una ricerca post-dottorale in Psicologia Cognitiva Applicata. 

Da lì in poi è stato un continuo trasferimento nelle Università più prestigiose inglesi e americane per le altrettanto numerose collaborazioni di successo da lei compiute. 

Professoressa De Angeli di cosa si occupa attualmente la Sua ricerca scientifica?

Mi interesso di intelligenza artificiale e genere. Ossia come le IA rappresentano il genere, e come veda rispettivamente le donne e gli uomini ma anche i transgender e le altre forme di identità sessuale. Gli studi approfonditi che sto conducendo ci dimostrano come l’IA veda la differenza di genere accogliendo tutti gli stereotipi e come invece non sappia ancora muoversi nelle differenze del variegato mondo identitario sessuale. Lo studio è condotto con il mio dottorando Federico Simeoni. 

Cosa emerge con forza?

Che gli algoritmi dell’intelligenza artificiale imparano da un gran numero di dati anche tratti dai social. Si tratta di costrutti stabili ma anche superati oltre che di livello intellettuale medio-basso. Così, se da un lato ha imparato e utilizza un linguaggio forbito e politicamente corretto, dall’altro emergono tutti gli stereotipi di genere afferenti ad una popolazione che ha sviluppato solo in parte conoscenze e approfondito valori etici. Il materiale riguardante il liquido mondo dell’identità sessuale non binaria che l’AI può processare è in realtà assai scarso e per questo motivo le sue risposte sono davvero limitate o addirittura errate.  Si tratta di uno specchio spietato della nostra società.  

Nei numerosi luoghi in cui ha lavorato, ha mai trovato intralci o veri e propri blocchi dovuti al fatto di essere donna? 

Fin dalla mia educazione data da un padre femminista ho potuto essere sempre me stessa e libera, ma intorno ai cinquant’anni mi sono resa conto solo una piccola parte di persone la pensavano così. 

Come si trova a Bolzano? 

La facoltà di ingegneria e in generale la LUB è un’ottima Università e con molto potenziale. Anzi, Bolzano stessa ha grandi potenzialità ma mi pare strangolata dalle complessità che caratterizzano questa terra. Guardando con oggettività, e scevri da polemiche d’ogni sorta, spesso vien fatto di constatare che tutto è molto complesso a causa del bi o trilinguismo che però è spesso solo sulla carta ma non nei fatti. Cioè non tutti gli interlocutori sono effettivamente bilingui o trilingui.  Certamente usare l’inglese come lingua franca nelle lezioni, nelle relazioni, nei convegni, è una ottima soluzione ed è anche una importante sollecitazione che stiamo operando nel territorio.  

Autrice: Rosanna Pruccoli

2 giugno: 80 anni dalla Repubblica e dal primo voto femminile

Nel 1945 l’Italia raggiunse finalmente un traguardo storico e a lungo inseguito: l’approvazione del suffragio femminile. Una conquista che coronava una lotta nata ben prima, fin dai primi passi dell’Unità d’Italia (1861).

Nel corso della seconda metà dell’Ottocento, petizioni e proposte di legge per i diritti delle donne si erano susseguite invano. All’inizio del Novecento il movimento crebbe d’intensità: a Milano nacquero l’Unione femminile nazionale (1899) e i primi Comitati pro suffragio (1904), mentre Maria Montessori lanciava il suo celebre proclama: “Donne tutte, sorgete!”, ricordando come nessuna legge vietasse esplicitamente alle donne l’accesso alle urne. Nel 1908, il Primo Congresso nazionale delle donne italiane a Roma mise nero su bianco la richiesta del suffragio alle stesse condizioni degli uomini. Con l’avvento del fascismo negli anni Venti, tuttavia, il movimento subì una brusca battuta d’arresto: le promesse di Mussolini sul voto amministrativo alle donne non furono mai mantenute e le organizzazioni emancipazioniste vennero sciolte.

Con la caduta del fascismo moltissime donne si unirono alla Resistenza e, dopo la Liberazione, forti di quell’esperienza, rivendicarono la piena cittadinanza politica. Tra il 1944 e il 1945 l’Unione Donne Italiane e il Comitato pro-voto mobilitarono i partiti fino a ottenere, il 30 gennaio 1945, il decreto del governo Bonomi che riconosceva il diritto di voto alle donne sopra i 21 anni. Nel marzo 1946 arrivò anche l’eleggibilità: nello stesso mese, le italiane votarono per la prima volta alle elezioni amministrative, portando nei consigli comunali circa 2.000 donne.

Il 2 giugno 1946 le donne italiane votarono per il referendum istituzionale tra Monarchia e Repubblica e per l’elezione dell’Assemblea Costituente. L’affluenza femminile superò l’89% e vennero elette 21 donne alla Costituente. Tra i banchi della Costituente sedeva anche la trentina Elsa Conci, figura chiave per la nostra regione, fortemente impegnata nella difesa della tutela altoatesina. Fu proprio quell’Assemblea ad approvare, nel 1948, il primo Statuto di autonomia per le province di Bolzano e Trento.

Nel panorama nazionale emerge però un’eccezione significativa: quella dell’Alto Adige. La  nostra provincia, infatti, non partecipò al referendum del 1946 poiché era ancora considerata un territorio conteso, in attesa della definizione dei trattati di pace. A questa eccezione si aggiunse un’ulteriore particolarità: la Bassa Atesina risultava ancora appartenente alla Provincia di Trento secondo i confini del 1927. Per questo motivo poté partecipare al referendum istituzionale, ma non all’elezione dell’Assemblea Costituente.

La particolare situazione internazionale sudtirolese costrinse le donne altoatesine ad attendere il 18 aprile 1948, data delle prime elezioni del Parlamento repubblicano, per poter finalmente recarsi alle urne e diventare cittadine a pieno titolo.

Questo anniversario ci ricorda che la libertà non è mai un dato acquisito una volta per tutte e che il voto non va percepito come un diritto e un dovere scontato. Votare significa esercitare la propria libertà e partecipare alla vita pubblica del Paese. Come suggeriscono le etimologie stesse delle parole: “Repubblica” – dal latino res publica, cioè “cosa pubblica” – e “politica” – dal greco politikós, termine che indica ciò che è “civico” e “sociale”, derivato da polis, la comunità dei cittadini — siamo chiamati a partecipare perché essa riguarda ciascuno di noi e il futuro che abbiamo davanti, anche in nome di chi ha lottato in passato. Possiamo votare perché siamo liberi, ma non dimentichiamo che siamo liberi anche perché votiamo.

Autrice: Anna Michelazzi

La strada dedicata a Damiano Chiesa

Via Damiano Chiesa: è una delle vie di Oltrisarco dedicate a martiri dell’irredentismo. Nato a Rovereto il 24 maggio 1894, conseguita la maturità nel 1913 presso la “Realschule”, iniziati gli studi al Politecnico di Torino, Damiano Chiesa passò poi alla facoltà di Ingegneria Navale di Genova. Nell’aprile 1914 fu eletto alla Dieta del Tirolo per i liberal-nazionali, collegio di Rovereto. Il 13 settembre 1914 ritornò a Torino, per evitare la chiamata alle armi della classe 1894. Intervenuta l’Italia nel primo conflitto mondiale, Damiano Chiesa si arruolò volontario nell’esercito italiano. Come irredentista gli fu assegnato il nome di guerra Mario Angelotti; da artigliere il 17 giugno 1915 raggiunse una batteria leggera sul Monte Testo nel gruppo del Monte Pasubio. Nel febbraio 1916 fu aggregato come sottotenente al 9° Reggimento Artiglieria operante sul Col Zugna, a sud di Rovereto. Fu catturato  durante la Strafexpedition austriaca il 16 maggio a Costa Violina (Vallagarina). Riconosciuto da alcuni, in particolare  da quelli di Rovereto, fu incarcerato il 18 maggio a Trento nel Castello del Buonconsiglio. Alle 8 del mattino del 19 maggio, nella villa Gerloni in via della Saluga, sede del Tribunale militare dell’XI  Armata, ci fu contro il traditore Chiesa il procedimento detto “giudizio statario”, un rito abbreviato per i reati di carattere militare. La sentenza fu la pena di morte per capestro, ma il generale Viktor Dankl dispose per la fucilazione. Prima dell’esecuzione  Damiano Chiesa poté ancora scrivere una lettera, l’ultima, commovente, alla famiglia (papà, mamma, Beppina, Jole, Emma). L’esecuzione ebbe luogo verso le ore 19 nella “fossa della Cervara” del castello del Buonconsiglio. Le sue spoglie sono conservate a Rovereto, nel sacrario militare di Castel Dante. La sua memoria è onorata anche con l’intitolazione di vie e piazze, come, in provincia, a Bolzano, Laives, Sinigo.

Autore: Leone Sticcotti

Un ricordo di don Sartorel, “fidei donum” in Brasile

Il missionario diocesano Pierliugi Sartorel è scomparso in Brasile lo scorso 10 maggio. Don Sartorel era nato a Bolzano nel 1947 e si era trasferito nel paese latinoamericano nel 1977.

Nel giorni scorsi a Fortaleza, nel Nordest del Brasile, è mancato don Pierluigi Sartorel, un missionario diocesano che avevo avuto occasione di conoscere una ventina di anni fa, durante un viaggio di lavoro nel grande paese latinoamericano. 

Don Pierluigi era una persona dolce ma anche determinata, dal sorriso intelligente e piacevolissimo nella conversazione. Per una settimana circa ho abitato nella casa in cui viveva insieme ai confratelli Lino e Ermanno Allegri e in questo modo ho avuto occasione di incontrare il suo mondo, fatto di rapporti reali con persone reali, in una grande metropoli dove il comune denominatore è la fatica di sbarcare il lunario, in un contesto sociale dalle grandi contraddizioni. 

Proveniente dal quartiere Don Bosco di Bolzano, una volta diventato sacerdote don Pierluigi svolse l’attività di cappellano per 4 anni a Laives, facendosi molto apprezzare, prima di compiere la grande scelta di partire per il Brasile, nel 1977, per svolgere l’attività missionaria “fidei donum”. All’epoca infatti c’era una tale abbondanza di preti e di vocazioni con una grande spinta sociale, che numerosi sacerdoti diocesani partivano per le missioni quasi fossero un dono, per le diocesi di destinazione, restando comunque incardinati nella loro realtà diocesana d’origine. 

I tempi cambiano e – anzi – erano cambiati già nel 2007. In Brasile i missionari diocesani cominciavano già a sentire in parte il peso degli anni e si facevano in quattro per svolgere il loro apostolato, delegando molto ai laici. Nella diocesi di Bolzano Bressanone l’attuale grave crisi delle vocazioni era solo all’inizio e nessuno avrebbe potuto immaginare la situazione attuale in cui, in una sorta di processo all’inverso, ora sono le diocesi di Africa e Asia che “donano” sacerdoti alla diocesi di Bolzano Bressanone, per continuare a seguire le comunità (o meglio quello che ne resta).

Il mio ricordo di Pierluigi Sartorel rimarrà vivissimo. Dopo il viaggio del 2007 ebbi occasione di incontrarlo poche volte, ma sempre molto illuminanti, durante le quali parlammo in realtà più di politica e di cambiamenti sociali che di religione. Don Pierluigi era un esempio vivido di come dovrebbero essere anche oggi i preti, ovvero delle persone in grado soprattutto di ascoltare e capire da che parte starebbe Gesù in un mondo in cui sempre di più mancanza di rispetto, diritti violati, forza e prepotenza, tendono ad andare per la maggiore. 

Per descrivere il mondo in cui don Pierluigi viveva e ha vissuto in pratica quasi tutta la sua vita, vi propongo in questa pagina un estratto dal reportage che scrissi nel 2007 durante la tappa a Fortaleza del mio viaggio in Brasile. In origine l’articolo venne pubblicato sul settimanale diocesano Il Segno. 

A FORTALEZA NEL 2007

“I missionari diocesani che risiedono in questa città di 3 milioni di abitanti, la quinta più popolosa del Brasile, sono ben tre. Si tratta di una vera e propria piccola comunità di vita e lavoro, con forti motivazioni personali.

Il più vecchio del gruppo è Lino Allegri, 68 anni, attivo nella pastorale sociale, in questo periodo soprattutto nella pastorale agricola (della terra) e dell’infanzia. Poi c’è Ermanno, fratello di Lino, 63 anni, da qualche anno immerso nella grande sfida dell’agezia di stampa Adital che serve tutta l’America Latina e parla dei gruppi di base, delle numerosissime realtà associative e dei gruppi d’opinione che sono il “cuore” della rinascita del continente latinoamericano dopo gli anni difficilissimi della dittatura. Il più giovane del gruppo, 60 anni, è Pierluigi Sartorel, da sempre impegnato nella formazione di base attraverso i gruppi biblici e recentemente coinvolto anche nella formazione superiore teologica dei laici. 

Conversando con i missionari e visitando le strutture in cui sono coinvolti si è colpiti dalla grande quantità di energia di cui dispongono, del loro entusiasmo forse solo leggermente attenuato dagli anni, e dalla loro determinazione. Il loro spirito è incredibilmente giovane e battagliero. Salta subito agli occhi l’approccio libertario che li anima e che hanno saputo trasmettere ai loro collaboratori: sono quasi tutte donne, giovani e madri di famiglia, sorridenti e accoglienti. 

Qui tutti si abbracciano quando si incontrano e la sensazione che sia ha è quella che nessuno ha paura di esprimere le proprie idee e sentimenti. 

A questo punto mi chiederete, lo so, è tutto oro quel che luccica?

Ebbene: penso che siano questi termini in cui va posta la questione. Osservando questa città risultano evidenti tutte le contraddizioni dell’America Latina. Qui nessuno si vergogna di difficoltà e disperazione, povertà e violenza. Potremmo dire che si tratta di un mondo in cui i nervi sono perennemente scoperti. I nostri missionari corrono da un posto all’altro per portare avanti i loro segmenti di attività pastorale che partono da un’unica idea di fondo: condividere e cercare di sostenere le persone nella loro vita, traendo dal Vangelo la forza per andare aventi e per migliorare, se possibile, la propria condizione. 

E l’attività pastorale vera e propria che fine fa, direte voi?

C’è anche quella, naturalmente, ma possiamo dire che qui in Brasile si è già compiuto per i nostri missionari quel passaggio che – stante la crescente carenza di preti – consegna le comunità, la gestione dell parrocchie e anche larghe fasce della liturgia, ai laici.” 

Estratto di un reportage pubblicato dal settimanale diocesano “Il Segno”, nel mese di aprile del 2007. 

Una rondine che… legge

Qui Intervista ad Alice Tomada, una violinista di Bolzano attiva come concertista in Italia e all’estero. Di recente ha conseguito un Master Solistico presso la Zürcher Hochschule der Künste. Tra i suoi impegni di questo mese figurano una tournée in Sud America con l’Orchestre des Champs-Elysées e un Recital solistico in Svizzera.

La cosa di me che mi piace di più.

Sono un’inguaribile ottimista.

Il mio principale difetto.

Il disordine.

Il mio momento più felice.

Il mio debutto come solista in Repubblica Ceca, in un concerto che per me significava molto, con mamma e papà tra il pubblico.

Da bambina sognavo di diventare…

Una scrittrice.

Il mio piatto preferito.

La pizza.

La mia occupazione preferita.

Leggere, sia musica che libri.

Un libro da portare sull’isola deserta.

Oceano, mare, di Baricco.

Nel mio frigorifero non manca mai…

è già tanto che ci sia qualcosa!

Se fossi un animale sarei…

Una rondine.

Tre aggetivi per definirmi.

Determinata, curiosa, creativa.

La prima cosa che faccio al mattino…

Capire dove mi trovo.

Il mio film preferito.

Il Signore degli Anelli.

Il mio attore preferito. 

Cillian Murphy.

Il superpotere che vorrei avere.

Il teletrasporto.

Il mio sogno ricorrente.

Arrivare alla prima prova e scoprire di aver studiato il concerto sbagliato.

Il mio ultimo acquisto.

Delle corde di budello per il mio prossimo progetto barocco.

Amo il mio lavoro perché…

Non mi annoia mai, c’è sempre una nuova destinazione da scoprire.

Il mio motto.

La fortuna aiuta gli audaci!

L’oggetto a cui sono più legata.

Ovviamente il mio violino.

Il mio colore preferito.

Tutte le sfumature del blu!

Autrice: Anna Michelazzi