Toronto mi fa sentire a casa. La tesi, un po’ meno.

Un mese è passato. E forse è proprio dopo il primo mese che ci si rende conto di cosa significhi davvero ambientarsi in una nuova città. All’inizio c’è l’entusiasmo della novità, poi arriva la quotidianità: bisogna trovare persone con cui condividere il tempo, fare amicizia e, soprattutto, imparare a stare da soli. Per me non è stato scontato. Sono una persona che dà il meglio di sé quando può condividere le esperienze e, affrontare questo viaggio, con tutte le difficoltà del caso, mi spaventava.

La nostalgia mi ha accompagnata spesso. Capita di trovarsi in posti meravigliosi, come le isole di Toronto, nel Lago Ontario (non America!), e pensare a quanto sarebbe bello condividere quel momento con gli amici o la famiglia, che in quel preciso istante stanno probabilmente dormendo nei loro letti a Bolzano. Ma sto imparando che la nostalgia non deve per forza essere un freno: se si impara a conviverci, può diventare un catalizzatore per godersi ancora di più ciò che si ha davanti.

Così ho cominciato a dire qualche sì in più, anche quando una parte di me avrebbe preferito restare nella propria zona di comfort. Ho esplorato la città da sola, mi sono buttata in nuove esperienze e ho persino iniziato ad apprezzare il tempo trascorso in silenzio, con i miei pensieri. Chi mi conosce sa che non è mai stata la mia attività preferita. Eppure, piano piano, qualcosa ha iniziato a cambiare: sono arrivate nuove amicizie e la città è diventata meno sconosciuta. Sono riuscita anche a superare lo shock di cenare con professori di “alto rango” che si sono presentati con il nome di battesimo e non con il cognome: la mia italianità, segnata dal sistema universitario italiano, ha avuto un mancamento.

Nel frattempo, Toronto mi sta conquistando. Il Canada, diciamolo, può sembrare un po’ un parco a tema: foglie d’acero ovunque e oche canadesi in ogni dove. Eppure, dietro i cliché, c’è una città che sto imparando a conoscere e che, giorno dopo giorno, mi sembra un po’ più casa. Le sue strade cominciano ad avere un senso e la vista della CN Tower, quando mi siedo a studiare in università, è diventata una presenza familiare.

Ma non tutto diventa più semplice con il passare delle settimane. Se sul fronte della vita quotidiana comincio a sentirmi a casa, su quello accademico la situazione è decisamente più complicata. Scrivere la tesi qui non ha ridotto la confusione: semmai, l’ha moltiplicata. Più leggo, più parlo con persone e più materiale raccolgo, più le domande aumentano invece di diminuire. Ogni nuova risposta sembra aprire altre strade, e scegliere quale seguire diventa sempre più difficile.

Ho deciso di fidarmi del mio supervisore canadese, che mi ha rassicurata dicendomi che senza un po’ di confusione non viene fuori nulla di buono da una ricerca. Speriamo abbia ragione lui, perché altrimenti questo viaggio rischia di diventare troppo divertimento e troppo poca laurea.

Autrice: Anna Michelazzi

UPAD, 60 anni con lo sguardo rivolto al futuro

Inserzione pubblicitaria – Dall’intelligenza artificiale alle relazioni nell’epoca digitale, dalla scienza dell’alimentazione agli appuntamenti sul territorio, fino al Concerto di Natale del 12 dicembre: il sessantesimo anniversario diventa un’occasione per leggere il presente e continuare a costruire futuro.

Sessant’anni possono essere un’occasione per voltarsi indietro. UPAD ha scelto invece di usarli soprattutto per guardare avanti.

Dal 1966 la Fondazione accompagna generazioni di persone attraverso la cultura, la formazione permanente e occasioni di incontro e partecipazione. In sei decenni sono cambiati i linguaggi, i bisogni, le tecnologie e la società stessa. È rimasta però la convinzione che conoscere significhi disporre di strumenti per comprendere il proprio tempo e continuare a esserne protagonisti. 

È da questa idea che nasce il programma del 60° anniversario di Fondazione UPAD: non soltanto una celebrazione della propria storia, ma un percorso che intreccia memoria e futuro e che coinvolge Bolzano e diversi centri del territorio.

L’intelligenza artificiale per parlare dell’uomo 

Tra i temi che più stanno cambiando il nostro modo di vivere, lavorare e comunicare c’è certamente l’intelligenza artificiale.

UPAD ha scelto di affrontarla non soltanto dal punto di vista tecnologico, ma come fenomeno culturale, educativo e sociale, sviluppando insieme al Teatro Cristallo e a UNIbz un percorso aperto alla cittadinanza.

UN ANNIVERSARIO CHE
PARLA DEL PRESENTE

Il 30 ottobre nello spettacolo “Com’è umano l’AI” Paolucci porterà lo sguardo del filosofo e semiologo; Tanica quello dell’autore e sperimentatore, mostrando anche concretamente le possibilità creative offerte dai nuovi strumenti digitali.

Il percorso proseguirà mercoledì 25 novembre alle ore 18 nell’Aula Magna UPAD di via Firenze 51 con Serena Mazzini, autrice di “La tua solitudine è il nostro business”, in dialogo con la giornalista Silvia Senette.

Al centro dell’incontro ci sarà una questione sempre più vicina alla nostra quotidianità: che cosa accade quando tecnologie nate per connetterci diventano interlocutori ai quali affidiamo emozioni, relazioni e fragilità? Si tratta di una riflessione sul rapporto tra intelligenza artificiale, solitudine e nuovi modelli di relazione nell’epoca della connessione permanente.

La storia di UPAD passa anche dai territori

Merano, Egna, Brunico, Bressanone e Vipiteno entrano nel racconto delle celebrazioni: comunità diverse, temi diversi, una stessa idea di cultura come partecipazione.

Il sessantesimo vuole raccontare anche un tratto essenziale della storia di UPAD: la presenza sul territorio. Le celebrazioni toccheranno infatti diverse località nelle quali, negli anni, si sono costruite comunità di partecipanti, docenti, volontari e collaboratori.

Ad Egna, mercoledì 25 novembre alle ore 16.30, il tema dell’intelligenza artificiale sarà affidato a Martin De Bonis.

A Merano, venerdì 27 novembre alle ore 18.30 presso MIND, la storia della presenza UPAD in città incontrerà ancora una volta le nuove trasformazioni tecnologiche, con un approfondimento sull’intelligenza artificiale affidato a Marco Montali.

Altri momenti celebrativi interesseranno inoltre Vipiteno, Bressanone e Brunico, dando voce alle persone e alle realtà locali che hanno contribuito a costruire, nel tempo, la presenza di UPAD in Alto Adige.

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Transumanza, rito ed economia

La tradizione è secolare. Soprattutto, è una parte fondamentale per quanto riguarda la pastorizia e l’agricoltura e al giorno d’oggi, in alcune vallate anche della nostra regione, è diventata anche un appuntamento che potremmo definire, absit iniuria verbis, di attrazione turistica. Stiamo parlando della transumanza, in questo caso con la discesa dagli alpeggi in quota. La “desmontegada” in dialetto, che pochi giorni fa, in Val Senales, si è ripetuta, dando, anche a noi, lo spunto per fare una riflessione sulla sua importanza.

Intanto, partiamo dall’evento specifico: nella recente transumanza migliaia di pecore sono tornate, con i loro pastori, dai pascoli estivi di Vent, nella austriaca Ötztal, alla val Senales. E in questo caso si tratta di un discorso ancor più particolare, perché “sconfinato”, ma la pastorizia transfrontaliera è una pratica secolarmente diffusa nell’area alpina e nel bacino del Mediterraneo. Dal 2019 è riconosciuta dall’Unesco come Patrimonio culturale immateriale e in questo modo, ecco il collegamento con quanto scritto in apertura, si rende omaggio alle tradizioni, ai costumi e alle conoscenze che plasmano e uniscono le comunità nel corso delle generazioni.

Un evento condiviso.

Fra i testimoni della transumanza che qui approfondiamo, che l’hanno seguita direttamente (e che vediamo riuniti nella foto in pagina) ci sono Elisabeth Berger (coordinatrice delle Dolomiti Patrimonio mondiale Unesco presso la Ripartizione provinciale natura, paesaggio e sviluppo del territorio), Leo Hilpold (direttore dell’Ufficio natura), Manuel Gurschler (presidente dell’Associazione agraria Rofenberg), Marcella Morandini (incaricata speciale Unesco della Provincia) e, ovviamente, primo protagonista (insieme alle pecore…) il pastore Markus Götsch.

«Ci impegniamo con sempre maggior determinazione nella valorizzazione del patrimonio culturale immateriale dell’Alto Adige, dall’irrigazione tradizionale tramite i Waale, i canali irrigui, all’alpinismo, fino alla transumanza – ha avuto modo di sottolineare l’assessore provinciale alla Protezione dell’ambiente, della natura e del clima, Peter Brunner -. È importante richiamare l’attenzione sul valore culturale di queste tradizioni».

Giusto aggiungere, per chiudere la parentesi “istituzionale”, che la Provincia, che coordina tutti i riconoscimenti Unesco in Alto Adige in stretta collaborazione con i protagonisti diretti locali, sostiene concretamente la tradizione della transumanza. Quest’anno, infatti, l’Ispettorato forestale di Merano ha messo a disposizione delle Associazioni agrarie di Niedertal e Rofenberg, territori austriaci interessati dall’alpeggio, del legname, con il quale sono state costruite recinzioni tradizionali in larice per delimitare le aree in cui le pecore vengono radunate prima della discesa a valle.

Georg Pircher, direttore dell’Ispettorato forestale di Merano, sottolinea: «Il Servizio forestale dell’Alto Adige sostiene in vari modi l’economia tradizionale degli alpeggi e dei pascoli. Siamo lieti di poter contribuire a preservare anche per il futuro questa particolare forma di gestione delle greggi in Val Senales. Anche nel 2026, come già l’anno precedente, la Provincia ha inoltre supportato gli allevatori mediante l’acquisto di sale per le pecore».

Il ruolo dei pastori.

Ma, come detto discorso istituzionale a parte, focalizziamoci su chi ha il ruolo principale, determinante, basilare, nel discorso dell’alpeggio e della successiva transumanza: ovviamente, parliamo dei pastori, ma non solamente di loro. Un ruolo del tutto particolare nella transumanza è svolto infatti anche dai conduttori delle greggi e dai loro cani. Il loro lavoro rappresenta il fondamento stesso di questo elemento del Patrimonio culturale immateriale Unesco. Il pastore Markus Götsch racconta: «Sono orgoglioso di svolgere questo lavoro ricco di tradizione e di grande responsabilità. Anche se in montagna non è sempre privo di rischi e, in un territorio così vasto, bisogna fare ancora tutto a piedi e a mano».

A questo si aggiungono anche nuove sfide, come quelle legate ai grandi predatori, un tema sempre scottante e al centro di discussioni ma che per il momento, fortunatamente, non si fa sentire in modo rilevante in questo ambito.

«Per ora i pascoli estivi sono ancora alpeggi privi di lupi, altrimenti non sarebbe più possibile portare lì le pecore», afferma al proposito Götsch.

Animali, numeri, economia.

«Perché questa tradizione secolare possa continuare a vivere anche in futuro, è necessario disporre di un numero sufficiente di pecore e di condizioni quadro affidabili – afferma Manuel Gurschler, capo dell’Associazione agraria Rofenberg di Madonna di Senales -. Attualmente circa 1.500 pecore vengono condotte da Maso Corto verso la Ötztal. Se questo numero dovesse scendere sotto le 1.000 unità, per noi non sarebbe più sostenibile economicamente. Per questo è importante mantenere il carico burocratico il più contenuto possibile».

«Proprio nell’Anno internazionale dei pascoli e dei pastori, proclamato dalle Nazioni Unite per il 2026, il nostro ringraziamento va a tutti coloro che, con grande impegno, esperienza e passione, mantengono viva e tramandano questa preziosa tradizione», è poi il punto di vista di Marcella Morandini, incaricata speciale Unesco della Provincia di Bolzano. «La transumanza – prosegue Morandini – è molto di più di un patrimonio culturale immateriale vissuto quotidianamente: unisce persone, animali, paesaggi e saperi tramandati di generazione in generazione».

Tradizioni e percorsi.

In conclusione, ci ricolleghiamo al discorso della tradizione secolare della transumanza. Nella Val Senales fin dal XIV secolo i contadini hanno il diritto di condurre il bestiame oltre il confine nazionale, sui pascoli austriaci della Ötztal, in l’estate. Ogni anno in giugno ha luogo la transumanza “in salita” verso la Ötztal; a metà settembre poi migliaia di animali tornano in Val Venosta con la transumanza “in discesa”. Il percorso a inizio estate vede circa 1.500 pecore partire da Maso Corto e percorrere il sentiero che attraversa il Giogo Alto (rifugio Bella Vista, 2.842 metri) fino alla malga Rofenberg. Altre 1.500 pecore vengono condotte da Vernago attraverso il Giogo Basso (rifugio Similaun, 3.019 metri sul livello del mare) fino alla valle di Niedertal (Agrargemeinschaft Niedertal). E a fine estate, poi, via con il percorso inverso. Chiudendo il cerchio della tradizione.

“Il Teatro Cristallo: nutrimento per menti libere” – al via la stagione

INSERZIONE PUBBLICITARIA – La stagione 26/27 del Teatro Cristallo si presenta al pubblico con un ricco cartellone che unisce prosa, musica, danza, laboratori e incontri culturali all’insegna del nuovo claim “Il teatro: nutrimento per menti libere”, un progetto vivace sostenuto da Provincia Autonoma di Bolzano, Comune di Bolzano, Regione Trentino Alto Adige, Fondazione Cassa di Risparmio di Bolzano, Alperia Spa, Itas Mutua, Despar, Eurospar, Interspar e molti altri piccoli sponsor locali.

Grande successo ha già riscontrato la campagna abbonamenti primaverile per la rassegna “In scena”, che conta ad oggi 244 sottoscrizioni per i suoi 14 spettacoli realizzati in collaborazione con il Teatro Stabile di Bolzano per la prosa e con il Centro Servizi Culturali Santa Chiara di Trento per la danza. L’apertura del palinsesto avverrà il 16 ottobre con Alessandro Bergonzoni nel monologo “Arrivano i dunque”, incentrato sulla necessità della pace attraverso i suoi inconfondibili paradossi, seguito il 28 ottobre da Paolo Calabresi che proporrà i suoi migliori travestimenti in “Tutti gli uomini che non sono”. La danza debutterà il 3 e 4 novembre con la Compagnia Abbondanza Bertoni in “Epiphania. Mi rendo manifesta”, focalizzata sui corpi di tre danzatrici, per poi lasciare spazio il 13 novembre a “Eumenidi”, uno spettacolo collettivo al femminile diretto da Serena Sinigaglia, e il 22 novembre alla compagnia di Virgilio Sieni con “Sulla leggerezza”, coreografia per otto danzatori basata sulla prima delle Lezioni americane di Italo Calvino. Il 9 dicembre Valerio Aprea proporrà il suo reading tratto dal libro di Sandro Bonvissuto “Il giorno in cui mio padre mi ha insegnato ad andare in bicicletta”, sul passaggio dall’infanzia all’età adulta, mentre il 19 gennaio Davide Enia presenterà “Autoritratto”, uno spettacolo sull’impatto di Cosa Nostra a 35 anni dalle stragi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Il 30 gennaio Maria Amelia Monti e Gigio Alberti interpreteranno una coppia di genitori nevrotici nella commedia “LUNGS/Polmoni”, seguiti il 12 febbraio da Stivalaccio Teatro con “Scaramuccia”, lavoro di commedia dell’arte ricco di equivoci, duelli e improvvisazione. Il 19 febbraio andrà in scena “White out. La conquista dell’inutile” di Piergiorgio Milano, creazione multidisciplinare tra circo, danza e alpinismo, seguita il 27 febbraio dal Teatro Nazionale di Genova con “Le Dieu du carnage” di Yasmina Reza. Il 9 marzo Marco Paolini sarà protagonista di “Bestiario idrico”, incentrato su uomo, acqua e sostenibilità, mentre il 6 aprile La Corte Ospitale proporrà “Amleto a pranzo e a cena” di Oscar de Summa, prima della chiusura stagionale del 21 aprile affidata a “Stella” della compagnia NaturalisLabor, che racconterà in danza la morte di Aldo Moro.

All’interno del cartellone trova spazio la riflessione su giustizia e fragilità grazie a “Corpi eretici”, rassegna curata da Teatro la Ribalta – Kunst der Vielfalt, che si aprirà il 2 ottobre con “Kohlhaas” di e con Marco Baliani per la regia di Maria Maglietta. Il 16 e 17 dicembre andrà in scena “Cenerentola” di Paola Guerra e Antonio Viganò in coproduzione con il Metastasio di Prato, mentre martedì 12 gennaio si terrà l’incontro “Corpi eretici, corpi etici” con il regista Antonio Viganò, lo scrittore Alessandro Dehò e l’attrice Arianna Scommegna. Il 27 e 28 gennaio, per la Giornata della Memoria e in collaborazione con il Quartiere Europa-Novacella, andrà in scena lo spettacolo civile “Impronte dell’anima” di Giovanni De Martis e Antonio Viganò, coprodotto con il Teatro Stabile di Bolzano, incentrato sullo sterminio nazista dei disabili. Il 4 marzo Concita De Gregorio ed Erica Mou proporranno “La cura”, incentrato sulla malattia, e l’11 marzo si terrà il doppio evento speciale con l’incontro pomeridiano “Il bambino reale e quello immaginato” in collaborazione con Unicef, AIBI e ASSB per il percorso “Uniti per i bambini”, seguito in serata dallo spettacolo “Pinocchio nel ventre della balena” diretto da Paolo Grossi.

Per la musica, l’Associazione L’Obiettivo presenta cinque appuntamenti dei “Racconti di Musica” fino a gennaio, a partire da venerdì 9 ottobre con “Pin’é – Omaggio sinfonico a Pino Daniele” eseguito dalla Merano Pop Symphony Orchestra diretta da Roberto Federico con la voce di Domenico Laratta e gli arrangiamenti di Andrea Leopardi. Domenica 18 ottobre arriverà la cantautrice Giulia Mei in collaborazione con il Festival Ella, seguita venerdì 27 novembre da Ghemon in “Una cosetta così” e sabato 19 dicembre dal tradizionale appuntamento natalizio con la “Gospel Night” di David Gulley & The Cleveland Chorale, per poi concludere venerdì 29 gennaio con l’anteprima di “Figli così” dell’Andrea Maffei Spritz Band.

Per il pubblico più giovane, la compagnia teatroBlu cura la rassegna “Il teatro è dei bambini” che si aprirà sabato 24 ottobre con la compagnia Airone De Falco e lo spettacolo “Le rocambolesche avventure dell’orso Nicola, del ragnetto Eugenio e del moscerino che voleva vedere il mondo e che rese tutti felici”, seguito da “La bella addormentata” di Proscenio Teatro, “Il vestito nuovo dell’imperatopo”, “Nevicello e il segreto di Babbo Natale”, “Il pianeta dei bomboloni” a gennaio, “Il mago di Oz”, “Stella stellina” prodotto da teatroBlu e la chiusura con “Pollicino pop”.

Infine, il teatro amatoriale della UILT viene omaggiato con la rassegna “Buona domenica a teatro” curata dal compianto presidente Willy Coller, che debutterà l’11 ottobre con “Spazio ultima dentiera” di e con Mario Cagol nei panni di Nonna Nunzia. Il ciclo brillante proseguirà il 25 ottobre con “Guai in vista all’albergo Bellavista” del Teatro dell’Attorchio, l’8 novembre con “L’equivoco” della Filo di Tesero e il 15 novembre con “Gioco pericoloso” della Filodrammatica di Laives. Il 6 dicembre si terrà lo spettacolo “Verso le stelle” con la band AMMO e la Ginnastica Atesina, mentre il nuovo anno si aprirà il 10 gennaio con “Frida. Una bomba avvolta in nastri di seta” degli Orti Erranti, seguito il 24 gennaio da “Come due angeli sul cornicione” della Compagnia di Lizzana e il 7 febbraio da “Tuti mati per i schei” dello Strapaes. Completano la proposta i due eventi del sabato sera: il 20 febbraio il concerto solidale “Tributo a Cesare Cremonini e ai Lunapop” con i musicisti di Live Muse a favore di Cometa A.S.M.M.E. e l’8 maggio la danza di “Inside” con gli allievi della SSV Bozen AVS guidati da Laura Magro.

Tutto il programma e le attività del Teatro Cristallo si possono trovare online sul sito www.teatrocristallo.it

La cassa è aperta mercoledì, giovedì e venerdì dalle 16.30 alle 19, sabato dalle 10 alle 12 e un’ora prima di ogni spettacolo. Gli abbonamenti sono sottoscrivibili solo presso la cassa mentre i biglietti singoli si possono acquistare anche sul sito del teatro o tramite l’app del Teatro Cristallo scaricabile su tutti gli app store.

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Da 80 anni “artigiani di pace”

C’era un ragazzo che, ottant’anni fa, si metteva in cammino a piedi da Merano verso Avelengo. Non ricorda bene altro di quel primo campo, ma quell’immagine gli è rimasta addosso: la strada, il gruppo, la fatica condivisa. Oggi quel ragazzo si chiama Marco Quaresima, ha 94 anni, ed è stato tra i primi esploratori del gruppo scout di Merano.

Ufficialmente il primo gruppo scout meranese nasce l’8 dicembre 1946. Ma i primi passi risalgono già all’anno prima, all’immediato dopoguerra: nel maggio 1945 don Primo Michelotti, allora cappellano della parrocchia di Santo Spirito, ha l’intuizione di proporre ai ragazzi il cammino dello scautismo, ideato nel 1907 da Sir Robert Baden-Powell. Già quell’estate si svolge un campo sperimentale, primo segno concreto di un’avventura arrivata fino a oggi.

Di quegli anni Marco ricorda soprattutto cosa gli è stato insegnato, prima ancora di ogni tecnica scout: «Un valore che mi avevano insegnato allora, prima di tutto, in ogni momento, in ogni occasione è essere leali». E poi, con il sorriso di chi ha ormai visto passare una vita intera: «Adesso che sono anziano mi viene da ridere a dirla, però è valida tutta la vita: sorridere e cantare anche nelle difficoltà». Infine, forse il valore che più di tutti ha attraversato la sua storia personale, visto che da adulto sarà capo gruppo per moltissimi anni: «Servire, essere utili a chi è nella difficoltà».

Per organizzare la festa dell’ottantesimo, andata in scena sabato 12 settembre in piazza della Rena, si sono mossi tutti, dai più piccoli ai “giovani da più tempo”. L’evento, infatti, è stato organizzato da AGESCI Merano 1 insieme a MASCI, il movimento degli adulti scout, e ha ricevuto il sostegno della Provincia Autonoma di Bolzano, del Comune di Merano, del Palais Mamming Museum e dello Jugenddienst Merano, che per l’occasione ha messo a disposizione la Chiesa dei giovani in Piazza Rena, sede della mostra fotografica sugli ottant’anni di storia del gruppo.

La giornata si è aperta la mattina con i primi preparativi, per proseguire alle 14 con l’alzabandiera in piazza. Durante la giornata hanno presenziato la sindaca Katharina Zeller, gli assessori alle politiche giovanili Antonella Costanzo e alla socialità Daniele Di Lucrezia, e i rappresentanti delle altre associazioni scout del territorio: Südtiroler Pfadfinderschaft e CNGEI. Ad attirare gli sguardi dei passanti per tutto il giorno è stata una sopraelevata (nel box-glossario nella pagina a destra, la spiegazione di sigle e termini del mondo scout, ndr) costruita proprio al centro della piazza, che è subito diventata un’attrazione per chi si trovava a passare di lì. Nel pomeriggio spazio al grande gioco per bambine e bambini, ragazzi e ragazze, prima dello spettacolo e del fuoco di bivacco della sera, decisamente il momento clou della giornata di festa.

A raccontare il presente del gruppo, durante la cerimonia, è stata Silvia Gretter, attuale capo gruppo di AGESCI Merano 1, che ha ricordato come «oggi siamo qua perché qualcuno prima di noi ha tracciato la strada» e come il compito di questa generazione sia portare avanti «una grande eredità che ha contribuito a far crescere la nostra comunità cittadina». Un’eredità fatta anche di spirito critico, «che ci impone di approfondire quanto vediamo, osserviamo e sentiamo per essere competenti e veri nelle scelte che compiremo», e della gioia di mettersi al servizio degli altri, «nella bellezza di crescere insieme per costruire un mondo migliore».

Un’eredità che, nelle sue parole, si traduce soprattutto in un impegno per la pace: «Vogliamo essere artigiani di pace. Quella pace che va costruita ogni giorno, che vuole comprendere e non giudicare. La pace che persegue la via della gentilezza come seme del cambiamento possibile». Non una pace astratta, ma qualcosa che si costruisce nel quotidiano, «quella pace disarmata e che disarma». Gretter lo ha detto guardando a Merano, «che sentiamo la nostra casa», ma anche alle tende e agli zaini che il gruppo porta con sé «quando usciamo da qui per incontrare l’altro e scoprire il mondo».

Un filo che lega, senza troppe cerimonie, la lealtà, il servizio al prossimo e la pace: parole diverse per dire, forse, la stessa cosa attraversata da ottant’anni di storia.

La sera è stata animata dalla Pattuglia Scout Music, una band di scout arrivata da tutta Italia, che ha richiamato attorno al fuoco tante persone, tra canti e danze, fino a tarda serata.

Poi, quando le luci si sono spente e la piazza si è svuotata, è rimasta la strada già percorsa, e quella ancora da fare.

Buona strada, Merano 1.

Il Passirio Club fa incontrare gli autori

Il Passirio Club ha dato vita a una nuova iniziativa che intende coinvolgere il pubblico cittadino e gli studenti delle scuole superiori di lingua italiana e tedesca. Si tratta di una nuova collaborazione, con una libreria e con il Teatro Stabile, per una rassegna letteraria che prende il nome di “Passirio incontra” e intende coprire i mesi d’attesa che mancano alla rassegna estiva di “Appuntamento a Merano” con la Biblioteca civica.

L’esordio di “Passirio incontra” sarà il 25 settembre, con una matinée al Gymme in cui l’autrice Giulia Dal Mas incontrerà gli studenti del Gandhi e del Gymme e, nel pomeriggio – alle 18.30 – al Centro per la cultura di via Cavour 1 incontrerà il pubblico.

A seguire, il 21 ottobre alle 18.30 al Centro per la cultura, Piera Ventre – vincitrice del Premio Merano Europa di quest’anno – incontrerà il pubblico e l’indomani all’Istituto scolastico Gandhi incontrerà gli studenti e presenterà il suo toccante “Stella randagia”, l’indimenticabile storia di Esterina e Malvina.

Il terzo appuntamento autunnale non avrà la matinée per le scuole ma l’autore, Vincenzo Latronico, sarà al Centro per la cultura il 7 novembre alle ore 18.30 ad incontrare il pubblico. 

La rassegna continuerà nel mese di gennaio 2027 e proseguirà fino ad aprile.

Gli autori protagonisti.

Ma chi sono gli autori protagonisti degli incontri? Vediamo, focalizzandoci su Dam Mas e Latronico, dato che di Piera Ventre abbiamo già scritto in occasione del Premio Merano Europa, appunto.

Giulia Dal Mas è nata a Pordenone e vive a Maniago con il marito, i tre figli e due cani. Laureata in Giurisprudenza, ha una grande passione per la lettura e la scrittura, oltre ad amare la cucina, i giardini, i vecchi edifici da rimettere in sesto e tutto ciò che sappia regalare emozioni. Autrice di numerosi romanzi, le sue storie hanno appassionato migliaia di lettori. “Il canto delle filatrici” è il libro che presenterà. É ambientato in Friuli negli anni Venti: Nella, Adelina e Iolanda Santarossa, tre sorelle legate da un destino comune nella filanda, dove lavorano sin dall’infanzia. Iolanda è fidanzata con Pietro, giovane operaio con grandi ideali e simpatie socialiste. Adelina vive un amore clandestino con il figlio di una famiglia altolocata, mentre Nella coltiva un profondo legame di amicizia con Luisa e una passione per i libri, sognando di lottare per i diritti e l’emancipazione delle donne.
Ma nella piccola comunità di montagna, governata da regole taciute e immutate da generazioni, la relazione proibita di Adelina minaccia di spezzare fragili equilibri e compromettere il destino di tutta la famiglia.

Vincenzo Latronico è nato a Roma nel 1984, è un autore conosciuto e apprezzato. Tra i suoi romanzi, “Ginnastica e rivoluzione” (2008) e “La cospirazione delle colombe” (2011). Ha tradotto, fra le altre cose, opere di Hanif Kureishi, F. S. Fitzgerald e Max Beerbohm; collabora a “La Lettura” del Corriere della Sera e a “IL”, mensile de Il Sole 24 Ore. “Una splendida rovina” è il libro che presenterà: è la storia dell’incontro e dell’amore di due trentenni. Insieme decidono di inseguire un sogno: cambiare vita, lasciare la città per trasferirsi in un villaggio di campagna. Prima in Francia, poi sulle coste del mar Baltico, dove ristruttureranno una casa in rovina e insieme le loro vite. O almeno ci proveranno, gettando il cuore oltre l’ostacolo con l’ottimismo e l’energia di un amore appena nato. Ma la storia ha anche un’altra versione.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Diverse espressioni in forma di scultura

La mostra che sarà allestita, dal 26 settembre, nella splendida cornice del Kurhaus, in quelle che furono le salette di lettura, ha per tema le biografie e le opere di cinque scultori altoatesini che nacquero nella prima metà degli anni Venti, studiarono alla Scuola d’arte di Ortisei o alla Scuola dei lapicidi di Lasa e poi si specializzarono nelle Accademie di Vienna e di Venezia.

Le loro vite si intersecano e si dipanano fra similitudini e differenze: marmo, legno, bronzo, ceramica sono i materiali che utilizzarono per la resa della loro ricerca artistica. I loro nomi sono noti poiché incontrarono il favore della critica e dei collezionisti. Le opere che ad esempio lasciarono nelle chiese di Merano, Lagundo, Bressanone, Certosa, Bolzano e altrove sono la testimonianza di un’epoca, un gusto, una ricerca tra forma e contenuto, materia e simbolo e sono un messaggio di fede interpretato nel segno dell’avanguardia e del modernismo.

Ma di chi parliamo, dunque, per questa mostra intitolata “Skulptura” e curata dalla Fabbrica del Tempo? I loro nomi sono: Martin Rainer, Josef Brunner, Umberto Volante, Adolf Vallazza, Claudio Trevi. All’indomani della Seconda guerra mondiale, negli artisti figurativi e scultori europei e statunitensi nacque l’esigenza di abbandonare le forme e il figurativo per dare voce ed espressione al dolore, alla paura, allo shock che il mondo visse in quei tragici anni segnati dalle dittature, dal conflitto, dalla deflagrazione della bomba atomica.

Gli artisti cercarono nuovi linguaggi che riuscissero in questo arduo compito e trovarono in espressioni come l’arte informale, l’espressionismo astratto, l’action painting e la scultura materica, quelli che possiamo definire come i primi vettori comunicativi.

I nostri artisti si unirono in maniera difforme e personale alle nuove istanze. Fu soprattutto Joseph Brunner a portare in provincia una ventata di innovazione e di avanguardismo. Tutti e cinque gli artisti protagonisti della mostra imminente, facevano uso di marmo, pietra, terracotta, legno, bronzo. Le produzioni di tutti si sviluppano a partire dalla seconda metà degli anni Quaranta, raggiungendo la maturità negli anni Sessata, Settanta e Ottanta, sentendo forte la necessità di narrare i grandi fatti della storia contemporanea, come la guerra in Vietnam, per Claudio Trevi.

Venendo alla mostra in arrivo al Kurhaus, per ogni artista verranno esposte alcune opere e gli eventuali studi preparatori. La mostra, a ingresso libero, sarà corredata da un catalogo che analizzerà opere e carriere, biografie e stili dei cinque scultori, sarà inaugurata il 26 settembre alle ore 11 e rimarrà poi allestita  e visitabile per un mese esatto, ovvero fino al 26 ottobre. Nell’arco di questo periodo saranno organizzate 5 serate per parlare singolarmente dei cinque scultori: lunedì 28 settembre, 5 ottobre, 12 ottobre, 19 ottobre, 26 ottobre. Si terranno anche visite guidate e visite didattiche tenute dagli studenti del Gymme e del Gandhi. L’ingresso è gratuito. La mostra avrà un catalogo. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Sabine Frei: curiosità e incontri tra le persone 

Oggi la nostra rubrica propone un ritratto di Sabine Frei, docente presso la Libera Università di Bolzano e presidente del Südtiroler Kinderdorf di Bressanone e Merano. Esperta di comunicazione interviene spesso anche come moderatrice nei dibattiti e come coaching.

Come è arrivata a costruire una professionalità così ampia e diversificata?

Il mio percorso è nato dall’incontro tra le mie curiosità, le persone che ho incontrato e le diverse esperienze di studio e professionali che ho potuto fare nella mia vita. C’è comunque un filo rosso che lega tutto ciò che faccio: cerco di co-creare contesti che permettano alle persone di comprendere che cosa significhi, per loro e per chi le circonda, vivere una vita “piena” e di agire di conseguenza.

Come è riuscita ad attraversare mondi e lingue così diversi del nostro territorio?

Non penso di aver trovato una ricetta. Sono cresciuta in una famiglia allargata, nell’albergo gestito dai miei nonni. Era un luogo di passaggio, ai confini con la Val di Fiemme, dove fin da piccola avevo la possibilità di entrare in contatto e confrontarmi con mondi linguistici e culturali diversi. Il piacere di ascoltare e di interagire con persone molto diverse tra loro è sicuramente nato lì ed è cresciuto con il tempo, diventando uno degli strumenti più importanti del mio lavoro.

Il lavoro all’Università è molto stimolante. Come lo affronta e cosa le restituisce?

Per me insegnare significa soprattutto confrontarsi. Le studentesse e gli studenti portano domande, esperienze e punti di vista che sono un invito a mettere in dubbio – nel senso pieno del termine – ciò che affrontiamo nelle lezioni. Questo confronto rende più accessibile e concreta la pluralità dei saperi e, allo stesso tempo, mi permette di continuare a imparare.

Il Suo impegno al Kinderdorf le pone davanti grandi sfide. Quali sono le più impegnative?

Vorrei precisare che il mio ruolo è oggi un ruolo onorario e non operativo: la gestione quotidiana è affidata al direttore e ai nostri team, composti da circa 80 persone con un’elevata professionalità e un grande impegno. Io cerco di contribuire soprattutto con la mia esperienza e, insieme al Consiglio di amministrazione, mi assumo la responsabilità di dare orientamento e direzione all’organizzazione nel suo insieme. Il Südtiroler Kinderdorf è cambiato molto rispetto alle sue origini e deve continuare a farlo insieme alla società. Oggi, accanto a una prospettiva orientata alla tutela delle persone, cerchiamo di rafforzarne le risorse, di coinvolgerle attivamente nel ripensare i propri progetti di vita e di adottare una prospettiva sistemica. 

Come spiegherebbe a una lettrice che non conosce bene il Kinderdorf quale sia il suo ruolo?

Direi che il Südtiroler Kinderdorf è un elemento all’interno di una rete di sostegno per bambine, bambini, ragazze e ragazzi e le loro famiglie che attraversano situazioni difficili ed è altresì impegnato a prevenire tali situazioni. Ci sono le comunità residenziali, ma anche il sostegno alle famiglie direttamente a casa, l’accompagnamento dei giovani verso l’autonomia, il lavoro con le madri sole e i progetti di prevenzione e promozione sociale. Il Kinderdorf non è semplicemente un luogo dove vivono bambine e bambini che, temporaneamente, non possono stare a casa. È un’organizzazione che cerca, insieme alle persone coinvolte e alla rete dei servizi, prospettive di sviluppo. Ogni persona, piccola o adulta che sia, porta con sé una storia diversa e ha bisogno di un progetto di sostegno e di sviluppo individualizzato.

Quale esperienza l’ha più addolorata e quale, invece, le ha regalato un sorriso?

Le situazioni che riguardano bambine e bambini che hanno subito violenza o che hanno dovuto vivere esperienze molto dolorose mi toccano naturalmente molto. Anche oggi, pur non essendo coinvolta nel lavoro operativo quotidiano, sento una grande responsabilità nei confronti delle persone che accompagniamo. Allo stesso tempo, come organizzazione dobbiamo assumerci anche la responsabilità per ciò che è accaduto in passato. Abbiamo saputo che anche nel Südtiroler Kinderdorf nel corso dei nostri 70 anni di storia, ci sono state esperienze di abuso e di violenza. Non possiamo cancellarle, ma possiamo affrontarle e fare tutto il possibile perché non si ripetano. Per questo abbiamo rafforzato il nostro concetto di protezione e abbiamo istituito anche una figura indipendente di riferimento, l’ombudsperson, alla quale le persone possono rivolgersi. Per me è di fondamentale importanza che la tutela non rimanga solo una dichiarazione di principio, ma che sia parte concreta della cultura dell’organizzazione. Certamente ci sono anche tantissimi momenti che danno speranza. Mi rincuora quando una persona riesce a riconoscere le proprie capacità, ritrova fiducia in se stessa e comincia a fare un passo verso una maggiore autonomia. Nel lavoro sociale guardiamo con cura a quello che per altri possono essere dei piccoli passi. Ma sono questi che possono cambiare molto nella vita di una persona.

Quale consiglio darebbe a una giovane donna che volesse prendere lei come modello?

Le direi, innanzitutto, di non avere modelli – tanto meno me – ma di cercare di capire che cosa la incuriosisce davvero e di avere il coraggio di seguire questa curiosità. Mai da sola, però: confrontandosi con altre persone e cercando un buon equilibrio tra chi sa spronare e chi sa sostenere.

Investirei nella formazione, ma non solo in quella accademica. Imparare ad ascoltare, a collaborare, a comunicare e anche a tollerare l’incertezza sono competenze fondamentali. E soprattutto le direi: non abbiate paura di cambiare strada. Il mio percorso mi ha insegnato che anche le deviazioni possono diventare molto importanti.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Mirko Frainer, la voce che racconta Bolzano

Capo delegazione FAI, divulgatore televisivo e radiofonico, da questa estate anche guida turistica abilitata. Mirko Frainer ha fatto della passione per la storia e il patrimonio culturale una seconda pelle.

Per molti bolzanini Mirko Frainer è innanzitutto il volto del FAI di Bolzano, delegazione che guida dal 2019. Ma negli ultimi anni si è fatto conoscere sempre più anche come divulgatore, tra televisione, radio e visite guidate, con uno stile diretto e accessibile.

La sua capacità di raccontare il territorio è arrivata anche al pubblico nazionale. Il 5 settembre 2026 Frainer è stato ospite di “A Sua immagine”, su Rai 1, dove ha accompagnato i telespettatori alla scoperta del Duomo di Bolzano.

«È stata un’esperienza molto emozionante. Ormai parlare in televisione mi è diventato quasi abituale, ma pensare di essere visto dalla Sicilia fino alla Valle d’Aosta mi ha fatto una certa impressione». Il tono della trasmissione lo ha aiutato: «Si è creata una vera chiacchierata e questo mi ha permesso di trasmettere l’entusiasmo che provo quando racconto la storia della nostra città».

La puntata è disponibile su RaiPlay, la piattaforma digitale della Rai per seguire e rivedere i programmi, alla pagina dedicata ad A Sua immagine:

www.raiplay.it/programmi/asuaimmagine

L’esperienza televisiva, per Frainer, era iniziata quasi per caso, con un documentario dedicato alle tracce del Romanico in Alto Adige, realizzato con Roberto Condotta e la sua troupe.

«Quello è stato il mio battesimo del fuoco. Da allora di acqua sotto i ponti ne è passata e oggi mi diverto moltissimo. È un’attività che mi permette di trasmettere la passione che provo per questi temi».

Frainer è anche uno dei volti di Peer TV, il canale dedicato a vacanze e tempo libero in Alto Adige, per il quale racconta in italiano e in tedesco siti e monumenti del territorio.

E la divulgazione non passa soltanto dalle immagini. C’è anche la radio.

«Dal 7 giugno 2025 sono ospite di Valentina Cibin sulle frequenze locali di RAI Radio 1 per raccontare la storia del Tirolo, dalle origini a oggi, in maniera fresca e accessibile a tutti. A breve inizieremo a registrare la terza stagione».

Le venti puntate già realizzate si possono riascoltare su RaiPlay Sound:

www.raiplaysound.it/playlist/sudtirolhistory

Alla base di questo percorso c’è però il FAI, che per Frainer è stato anche una palestra: «Mi ha dato la possibilità di mettermi in gioco, di imparare a parlare in pubblico e a organizzare eventi». Fu Simona Kettmeir a introdurlo nella delegazione bolzanina, dando così avvio a un percorso che avrebbe avuto un peso importante nella sua attività di divulgatore.

«Si dice “impara l’arte e mettila da parte”. Tutto quello che ho imparato mi sta tornando utile: dalla televisione alla radio, fino all’attività di guida turistica».

Da questa estate, infatti, Frainer è anche guida turistica abilitata. Il 13 luglio 2026 ha superato l’esame, arrivando a un traguardo atteso da tempo. Proprio il suo ruolo nel FAI gli aveva fatto sentire l’esigenza di affiancare alla passione e all’esperienza anche un riconoscimento professionale.

Oggi i diversi fili del suo percorso si ricongiungono: FAI, televisione, radio e attività di guida. Esperienze diverse, ma con un denominatore comune: raccontare il territorio e la sua storia in modo accessibile, trasformando monumenti e vicende storiche in un racconto capace di incuriosire anche chi non è uno specialista.

Autore: Till Antonio Mola

Merano-Boston in un… chip

Sono le otto di mattina qui a Merano, le due di notte a Boston. Sei ore di differenza che rendono la chiacchierata con Samuel Quaresima, amico d’infanzia, un piccolo esercizio di equilibrismo tra impegni e fusi orari. Boston, Massachusetts, poco più di 650mila abitanti in città. E non basta.

Parliamo di oltre quattro milioni di abitanti nell’area metropolitana, dista da New York circa 350 chilometri. È lì che Samuel vive ormai da tre anni.

Quanti anni hai?

Ventisette.

Cosa hai studiato?

Chimica a Ferrara, sia la triennale che la magistrale.

E da dove è partita, scusa il gioco di parole, la scelta di partire?

Un giorno ho trovato su Facebook l’annuncio pubblicato da un professore americano, che stava cercando tesisti in ingegneria elettronica.Non c’entravo granché con i requisiti, ma avevo esperienza di laboratorio e mi hanno preso. Come condizione mi hanno chiesto se fossi disponibile anche per il dottorato. Sono rimasto.

Come sei arrivato a Boston?

In aereo. Scherzi a parte, non ho cercato io l’università, ho trovato quell’annuncio e per vie traverse sono arrivato qui. Prima di partire non sapevo nemmeno che Harvard e il MIT fossero a Boston, l’ho scoperto dopo.

Che iter hai dovuto affrontare per ottenere l’autorizzazione a lavorare negli USA?

È un po’ particolare, perché io non sono considerato un lavoratore. Faccio un dottorato, quindi sono un ricercatore, ma qui sei visto più come uno studente universitario che però riceve uno stipendio. Ho un visto studentesco, che dura finché resto immatricolato all’università e continuo il dottorato.

Da quanto tempo sei lì ormai?

Tre anni. Sono arrivato nell’estate del 2023 per la tesi magistrale, l’ho finita alla fine di novembre. Il dottorato è iniziato ufficialmente l’8 gennaio 2024.

Di cosa ti occupi esattamente?

Disegno, fabbrico e testo componenti miniaturizzati su chip: antenne, sensori, componenti piezoelettriche, che si deformano fisicamente quando gli si applica una tensione. Sfrutto quell’effetto per creare sensori wireless di temperatura, campo magnetico, umidità. Ed essendo su chip sono piccolissimi.

Com’è una tua giornata tipo?

Mi sveglio, faccio colazione, vado all’università, che per fortuna è a dieci minuti a piedi da casa. Lavoro al computer o in laboratorio, dove costruiamo i microchip. La sera torno a casa, ceno e collasso sul divano, oppure esco, perché a Boston ci sono cose da fare, il cinema all’aperto d’estate per esempio.

C’è qualcosa del modo di lavorare lì che ti ha spiazzato all’inizio?

La cultura del lavoro qui è diversa: più lavori, meglio sei considerato. Se all’inizio ti prendi un po’ di spazio, esci prima o entri dopo, ricevi occhiate poco carine.

Il clima politico americano, di questi tempi, si sente anche dove lavori, o resta fuori dalla porta?

Vivo in Massachusetts, che è uno stato blu, democratico. Non ci sono i grandi rally o le parate a favore del presidente che si vedono in tv, né una grande presenza dell’ICE. Però il mio visto studentesco ha già subito delle riduzioni da quando c’è la nuova amministrazione, e mi aspetto altri impatti in futuro sul tempo che si può restare negli Stati Uniti mentre si studia. Sullo status un impatto c’è. Sulla vita di tutti i giorni si sente meno.

C’è un episodio che ti ha fatto dire “ok, sono proprio in America”?

Andare al supermercato, già di per sé. Da noi trovi scaffali pieni di pasta, riso, vino. Qui invece file e file di scaffali pieni solo di patatine.

Tu hai un passato nel basket. Vedersi una partita NBA dal vivo, che effetto fa?

È molto bello, ci sono andato un paio di volte, emozionante. Ma tra gli sport visti dal vivo, ho preferito il baseball. Molti non la pensano come me, però a me piace: sei più vicino al campo, perché nel basket il campo è piccolo e per stare vicino devi pagare migliaia di dollari. Nel baseball è più semplice, e giocano molte più partite.

In che occasioni ti capita di parlare italiano o tedesco, lì?

Vivo in una bolla strana: il mio ufficio è quasi per metà italiano, a partire dal professore che mi ha reclutato. Nel mio periodo sono stati presi molti studenti italiani, perché all’estero siamo considerati preparati. Quindi l’italiano non è mai uscito dalla mia vita. Il tedesco molto meno.

C’è qualcosa che dici o fai che ti tradisce subito come europeo, italiano o altoatesino?

L’accento, quello lo sappiamo tutti. Poi, se guardo i colleghi d’ufficio, le uniche persone che fumano sigarette sono gli europei. Qui, dopo le grandi cause contro il tabacco negli anni Novanta, il fumo è stato praticamente debellato. Se vedi qualcuno con una sigaretta, è palesemente europeo.

Quante volte hai mangiato canederli nell’ultimo anno?

Forse una volta, a Natale, quando sono tornato a casa. Ma non sono nemmeno sicuro. Mi hai fatto venire voglia, però: magari al prossimo Natale me ne ordino un piatto al ristorante.

Riesci a mantenere vive alcune abitudini gastronomiche?

Assolutamente. Qui, con tutti gli immigrati che ci sono, puoi assaggiare cucine di tutto il mondo. Ho mangiato per la prima volta in vita mia la cucina del Myanmar, ed è diventata una delle mie preferite, una cosa che in Italia non potrei fare. A Boston ce ne sono due. Cucinare a casa, comunque, fa sempre bene, alla salute e al portafoglio. Nel weekend, se c’è qualcuno con cui farle, mi capita di preparare Rostkartoffeln e Spiegeleier. Qualcosa di casa lo tengo sempre.

È vero che la Nutella americana ha un sapore diverso?

Confermo, ha un sapore diverso. Ci sono amici che se la portano dall’Italia anche se qui la trovano. Pare che quella canadese sia un buon compromesso tra le due, ma non sono un intenditore.

Cosa ti manca di più dell’Alto Adige, o dell’Italia in generale?

La vita più tranquilla, meno frenetica. Per fortuna a Boston posso girare in bici, è una grande città ma piccola, molto verde, non la classica America dove serve per forza la macchina. Io la macchina non ce l’ho, tra l’altro non troverei nemmeno parcheggio. Quello che manca davvero sono le montagne, qui è tutto piatto. Mi hanno sempre detto che tra le grandi città americane Boston è la più europea, ed è vero.

E cosa, invece, non ti manca?

Non lo so, in realtà. Più vivo fuori più mi rendo conto che in Italia, con tutti i suoi problemi, si sta bene.

Le montagne più vicine a Boston: mai andato a vederle?

Ci sono andato un paio di volte, non a sciare, anche se ho amici che ci vanno. Le chiamano montagne, ma sono alte ottocento metri: diciamo colline.

C’è un momento in cui ti sei sentito davvero parte di quel mondo, non più solo ospite?

Ogni volta che vai a vedere un evento sportivo qui suonano l’inno nazionale, prima della partita. E in quel momento un po’ ti rendi conto, dici: caspita, sono in un altro Paese. Sono ospite, però dopo tre anni è un po’ casa anche quello. Quando vado in Italia dico “che bello, torno a casa”. Quando torno qui è sempre un po’ triste lasciare l’Italia, ma appena atterro mi sento comunque arrivato a casa. Ormai è come se avessi due o tre case, a seconda dei posti in cui sono stato.

Un episodio divertente?

Un paio di mesi dopo essere arrivato a Boston, ero al supermercato e indossavo una maglietta con una scritta in spagnolo. Un signore la vede e mi attacca discorso in spagnolo. Gli dico che non lo parlo, mi chiede da dove vengo. Dall’Italia, dico. Da dove, dal nord, vicino al confine con l’Austria? Sì, dalle Dolomiti, rispondo, e a quanto pare qui le conoscono tutti, sono diventate una meta turistica famosa. E da dove esattamente? Provincia di Bolzano. Ah, Bolzano: Ötzi, la mummia! Non mi capacitavo. Avevo trovato, in un supermercato dall’altra parte del mondo, alle nove di sera, una persona che conosceva Ötzi.

Autore: Marco Valente