Gli anziani come “maestri”

Ci sono persone che lasciano un segno silenzioso nel modo in cui una comunità si prende cura dei suoi anziani. Nel nostro viaggio tra le buone pratiche della cura in provincia di Bolzano, il nome di Aurora Benitez è tornato più volte: ex collaboratrice dell’Azienda Servizi Sociali di Bolzano, è stata incoraggiata da professionisti del settore a mettere a disposizione anche al di fuori dell’ente una visione della cura maturata in anni di lavoro accanto agli anziani e alle loro famiglie. Fino alla scelta di lasciare un lavoro sicuro per provare a costruire qualcosa di diverso. La sua storia personale si intreccia con una domanda che oggi riguarda molte famiglie: come accompagnare la vecchiaia senza arrivare sempre all’emergenza?

L’INTERVISTA

Aurora Benitez, lei è arrivata in Italia dal Perù nel 1991. Da dove comincia la sua storia?

Avevo diciannove anni e dentro una spinta enorme: volevo cambiare il mondo. Venivo da un Perù ferito, segnato dalla violenza e dalla paura. La mia insegnante di filosofia mi diceva sempre: “Non smettere mai di sognare, perché sono i sogni che ti salvano nei momenti difficili”. Credo che quella frase mi abbia accompagnata per tutta la vita. Arrivai a Ischia con un contratto di lavoro. Facevo un po’ di tutto — lavoravo dodici, tredici, quattordici ore. Oggi direi che non tutte le regole erano rispettate, ma allora non lo sapevo e non avevo gli strumenti per capirlo. Mi trovai davanti a un mondo che non conoscevo: da una parte venivo da un Paese dove mancava tutto, dall’altra vedevo feste, barche, tavole piene di cibo. Il primo giorno mi venne da piangere.

E poi?

Poi a Napoli trovai lavoro presso una famiglia. La signora mi mostrò un mestolo su cui c’erano scritte tre parole: pazienza, amore, volontà. Mi chiese: “Tu credi di avere queste cose?”. Io risposi: “Penso di sì”. Quella casa è stata una scuola: ho imparato a stirare bene, a pulire, a cucinare, a organizzare. E non fu solo un lavoro: quella famiglia aveva perso un figlio di diciannove anni, la mia età. Penso che in qualche modo la loro ferita abbia incontrato la mia.

Come è approdata al mondo dell’assistenza?

Per una serie di circostanze finii a Bolzano invece che a Milano. Dopo qualche lavoro in montagna e in città, una famiglia mi propose di occuparmi di una persona malata di sclerosi multipla. Era un medico, e fu lui a insegnarmi come si muove un corpo, come si rispetta una persona fragile. Mi spinse anche a studiare, a non fermarmi lì.

Poi arriva il lavoro nelle strutture per anziani.

Il primo fu a Villa Serena, poi mi trasferii a Egna, dove ho lavorato fino al 2011 nell’assistenza diretta. Lì ho imparato moltissimo. Io dico sempre che gli anziani sono stati i miei maestri. Quando lavori con loro devi essere vera. Loro non guardano la perfezione, guardano se ci sei. Si accorgono dalla voce se sei triste, se sei stanca. E sanno tirarti fuori una parola, un consiglio, una carezza anche quando sei tu a doverli assistere.

Che cosa le hanno insegnato?

Che la cura non è solo fare una prestazione. Non è solo lavare, vestire, dare da mangiare. È relazione. È portare il fuori dentro. Io facevo le cose necessarie, ma cercavo anche di dare tempo alla persona: una canzone, una chiacchiera, un ricordo. Gli anziani mi dicevano: “Tu ci capisci perché anche tu hai vissuto cose difficili”. Loro avevano conosciuto la guerra, la nostalgia, la perdita. Io avevo conosciuto la migrazione, la fatica, la lontananza. Ci riconoscevamo.

Nel 2011 cambia ruolo. 

Mi proposero di seguire i soggiorni marini per persone non autosufficienti, gestiti dall’Azienda Servizi Sociali per il Comune di Bolzano. Dal 2011 al 2017 mi occupai del coordinamento: non incontravo più solo l’anziano, ma anche le famiglie, le case di riposo, i servizi. Ho cominciato a vedere il territorio nel suo insieme. Il primo giorno dei soggiorni l’autobus era silenzioso, tutti chiusi, quasi tristi. Dopo due giorni cambiava tutto. Era come vedere degli uccellini che all’improvviso ricominciano a cantare.

Da qui nasce la sua idea di cura?

Sì. Io da anni sognavo un centro diurno dove gli anziani potessero stare durante il giorno e poi tornare a casa la sera. Perché l’assistenza uno a uno è importante, ma quando sei in gruppo c’è un’altra vita. Puoi parlare, litigare, fare pace, ascoltare musica, incontrare associazioni, scuole, parenti. Se gli anziani non possono uscire nel mondo, dobbiamo far arrivare il mondo da loro. Il punto è costruire una regia tra casa, assistenza domiciliare e comunità. Da lì è nata Domus Care 24, una cooperativa sociale di assistenza domiciliare. Sentivo che dovevo mettere a disposizione quello che avevo imparato.

Qual è l’errore che vede più spesso nelle famiglie?

Aspettare troppo. Spesso si arriva quando la situazione è già ingestibile, invece bisognerebbe inserire un aiuto prima, poche ore al giorno, in modo graduale. La vecchiaia è un processo, e accettare di essere fragili è un lutto. Anche quando c’è demenza, la persona continua a sentire: può perdere memoria, ma non perde tutto. Bisogna fare passi piccoli, preparare le possibilità — compresa la casa di riposo — senza viverle come una sconfitta. Vedo tanta solitudine, nelle famiglie che incontro. Figli che si trovano per la prima volta ad accompagnare un genitore fragile, senza che nessuno li abbia preparati. Fanno quello che possono, e per questo non devono sentirsi in colpa. Servirebbe una guida, non uno che giudica, ma qualcuno che dica: facciamo un passo alla volta. La cura non può essere lasciata all’improvvisazione, e non può essere solo un problema privato. Dovrebbe essere una rete.

Da dove prende ancora energia?

Dalle storie. Dagli anziani, prima di tutto. Dalla mia famiglia. E forse anche da quella ragazza di diciannove anni che è partita dal Perù con il sogno di cambiare il mondo. Oggi non penso di cambiare il mondo intero. Però penso che si possa cambiare un pezzo di mondo: una casa, una famiglia, una persona che si sente meno sola. Per me questo è già molto.

Autore: Till Antonio Mola

Volontariato: “prestazione d’eccellenza”

Il 13 maggio al NOI Techpark di Bolzano sono stati consegnati i premi “Prestazione d’eccellenza 2026”: 21 persone, otto progetti e un progetto transfrontaliero. Sport, musica, inclusione, digitale, pace. Un ritaglio di quello che succede, in silenzio, in questo territorio. Tra le premiate c’è anche Giulia Salvi, responsabile regionale AGESCI per il Trentino-Alto Adige, riconosciuta per il volontariato giovanile. L’abbiamo incontrata per capire cosa c’è dietro un premio come questo. E soprattutto cosa c’è dietro una scelta come la sua.

L’INTERVISTA

Giulia, come ci si avvicina al mondo dello scautismo? Com’è andata per te?

Al mondo dello scautismo ci si avvicina per conoscenza: familiare, di quartiere, di parrocchia. Perché lo si è stati da piccoli e i genitori cercano un gruppo anche se si trasferiscono. Perché i compagni di classe lo fanno, o i fratelli dei compagni. Per me è andata che una buona parte dei miei cugini era scout, alcuni già capi. E ricordo bene una mia cugina, Federica, che a un certo punto mi dice: “Allora ti metto in lista.” Ed è andata così.

E come si finisce per diventare responsabile regionale?

Dando la propria disponibilità. Ma prima bisogna avere dimestichezza con le strutture associative, aver già prestato servizio in qualche ruolo da quadro. Io avevo fatto l’incaricata regionale per la fascia di età 16-21 anni, quindi conoscevo un po’ le dinamiche. C’era bisogno di qualcuno che ricoprisse questa carica, e io ho detto sì.

Che cosa insegna il metodo scout che difficilmente si trova altrove?

La capacità di progettarsi. Di ragionare su sé stessi, sulla propria crescita in un’ottica progettuale. E poi lo stare insieme, il vincere insieme, il non dover primeggiare come singoli. L’idea che l’importante è partecipare e fare a propria parte. Che si può anche non essere al top, che si può (o si deve!) sbagliare per imparare dai propri sbagli. Che possiamo perderla una partita ogni tanto, e che non è poi una tragedia.

Guidare una realtà come l’AGESCI regionale significa fare i conti con territori diversi tra loro, ognuno con le proprie particolarità. Come si lavora su questa eterogeneità?

Sono onestamente nuova in questo ruolo, e quindi non lo so ancora troppo bene come si fa. Credo che prima di tutto bisogna conoscere le realtà in cui si è. Nel lavoro con i gruppi locali, già solo fare attenzione alle peculiarità significa accorgersi che nella nostra regione ci sono due calendari scolastici diversi. E poi credo che la chiave sia entrare in relazione con le istituzioni, farsi conoscere, fare in modo che abbiano i propri contatti. In provincia di Trento, dove abbiamo anche la sede legale, ci riesce meglio. Qui in Alto Adige sono conosciuti i singoli gruppi, ma forse facciamo più fatica a interfacciarci come associazione regionale. Ci vogliamo e dobbiamo lavorare.

Perché una società come quella di oggi ha ancora bisogno del volontariato, della gratuità?

Perché viviamo in una società sempre più individualista, ma la forza per superare le problematiche sta nel noi, non nell’io. “Nessuno si salva da solo”. E nessuno si salva a pagamento. Riconoscere che è importante aiutare la comunità, che il bene comune senza comunità non si realizza: questo è fondamentale. E lo scautismo lo porta dentro, questo: lo stare insieme, la fraternità internazionale, la pace… 

In controtendenza rispetto al mondo là fuori in cui… si bisticcia parecchio…  

Già. Per noi è centrare educare cittadine e cittadini del mondo capaci di disinnescare, invece che di innescare, capaci di accogliere, e a utilizzare un linguaggio nonviolento.

Guardando ai prossimi anni, su cosa vorresti puntare come responsabile regionale?

Vorrei riuscire a farci conoscere di più in Alto Adige e a collaborare di più con gli altri gruppi del territorio, soprattutto con quelli di lingua tedesca, ma anche con CNGEI e FSE (le altre associazioni scout presenti sul territorio regionale).

Il premio che hai ricevuto parla di “prestazione d’eccellenza”. Ti considereresti un’eccezione?

Assolutamente no e non mi sento nemmeno un’eccellenza. Mi sento una persona che prende molto seriamente gli impegni. Se mi sono impegnata in qualcosa, non lo metto mai in secondo piano. E ci metto passione, perché il metodo educativo scout è una cosa in cui credo davvero, credo nell’educare le nuove generazioni con uno sguardo aperto. Se restiamo sempre fatti così, non andiamo da nessuna parte. Quindi no, non mi sento un’eccezione. Mi faccio entusiasmare, mi faccio coinvolgere, e sono arrivata a fare la responsabile regionale. Ma sono semplicemente una che prende gli impegni sul serio.

Insieme a Giulia, la cerimonia ha premiato dall’Alto Adige Alexandra Felderer (Katholische Jungschar), Fabian Haas (Società Calcistica Ora), Jacqueline Kneissl (Centro giovanile Parcines INSIDE EO) e Christian Mair (Blindenapostolat). Tra i progetti: il coro giovanile Kyrios di Badia, che da oltre cinquant’anni unisce qualità musicale e comunità intergenerazionale; DUNG VFG di Bolzano, che lavora per far riconoscere il gaming come forma di cultura e formazione, promuovendo un rapporto consapevole con i media digitali; e “8-13 Peace & CRI” della Croce Rossa, che trasmette a bambini e ragazzi valori come solidarietà, responsabilità e cittadinanza attiva. Come progetto transfrontaliero è stata premiata l’EuregioYoungJury del Filmclub Bolzano, che riunisce giovani da Tirolo, Alto Adige e Trentino per guardare film, discuterli e assegnare insieme un premio. Storie diverse, ambiti diversi, un filo comune: qualcuno che ha deciso di esserci e fare la propria parte.

Autore: Marco Valente

Un ricordo di don Sartorel, “fidei donum” in Brasile

Il missionario diocesano Pierliugi Sartorel è scomparso in Brasile lo scorso 10 maggio. Don Sartorel era nato a Bolzano nel 1947 e si era trasferito nel paese latinoamericano nel 1977.

Nel giorni scorsi a Fortaleza, nel Nordest del Brasile, è mancato don Pierluigi Sartorel, un missionario diocesano che avevo avuto occasione di conoscere una ventina di anni fa, durante un viaggio di lavoro nel grande paese latinoamericano. 

Don Pierluigi era una persona dolce ma anche determinata, dal sorriso intelligente e piacevolissimo nella conversazione. Per una settimana circa ho abitato nella casa in cui viveva insieme ai confratelli Lino e Ermanno Allegri e in questo modo ho avuto occasione di incontrare il suo mondo, fatto di rapporti reali con persone reali, in una grande metropoli dove il comune denominatore è la fatica di sbarcare il lunario, in un contesto sociale dalle grandi contraddizioni. 

Proveniente dal quartiere Don Bosco di Bolzano, una volta diventato sacerdote don Pierluigi svolse l’attività di cappellano per 4 anni a Laives, facendosi molto apprezzare, prima di compiere la grande scelta di partire per il Brasile, nel 1977, per svolgere l’attività missionaria “fidei donum”. All’epoca infatti c’era una tale abbondanza di preti e di vocazioni con una grande spinta sociale, che numerosi sacerdoti diocesani partivano per le missioni quasi fossero un dono, per le diocesi di destinazione, restando comunque incardinati nella loro realtà diocesana d’origine. 

I tempi cambiano e – anzi – erano cambiati già nel 2007. In Brasile i missionari diocesani cominciavano già a sentire in parte il peso degli anni e si facevano in quattro per svolgere il loro apostolato, delegando molto ai laici. Nella diocesi di Bolzano Bressanone l’attuale grave crisi delle vocazioni era solo all’inizio e nessuno avrebbe potuto immaginare la situazione attuale in cui, in una sorta di processo all’inverso, ora sono le diocesi di Africa e Asia che “donano” sacerdoti alla diocesi di Bolzano Bressanone, per continuare a seguire le comunità (o meglio quello che ne resta).

Il mio ricordo di Pierluigi Sartorel rimarrà vivissimo. Dopo il viaggio del 2007 ebbi occasione di incontrarlo poche volte, ma sempre molto illuminanti, durante le quali parlammo in realtà più di politica e di cambiamenti sociali che di religione. Don Pierluigi era un esempio vivido di come dovrebbero essere anche oggi i preti, ovvero delle persone in grado soprattutto di ascoltare e capire da che parte starebbe Gesù in un mondo in cui sempre di più mancanza di rispetto, diritti violati, forza e prepotenza, tendono ad andare per la maggiore. 

Per descrivere il mondo in cui don Pierluigi viveva e ha vissuto in pratica quasi tutta la sua vita, vi propongo in questa pagina un estratto dal reportage che scrissi nel 2007 durante la tappa a Fortaleza del mio viaggio in Brasile. In origine l’articolo venne pubblicato sul settimanale diocesano Il Segno. 

A FORTALEZA NEL 2007

“I missionari diocesani che risiedono in questa città di 3 milioni di abitanti, la quinta più popolosa del Brasile, sono ben tre. Si tratta di una vera e propria piccola comunità di vita e lavoro, con forti motivazioni personali.

Il più vecchio del gruppo è Lino Allegri, 68 anni, attivo nella pastorale sociale, in questo periodo soprattutto nella pastorale agricola (della terra) e dell’infanzia. Poi c’è Ermanno, fratello di Lino, 63 anni, da qualche anno immerso nella grande sfida dell’agezia di stampa Adital che serve tutta l’America Latina e parla dei gruppi di base, delle numerosissime realtà associative e dei gruppi d’opinione che sono il “cuore” della rinascita del continente latinoamericano dopo gli anni difficilissimi della dittatura. Il più giovane del gruppo, 60 anni, è Pierluigi Sartorel, da sempre impegnato nella formazione di base attraverso i gruppi biblici e recentemente coinvolto anche nella formazione superiore teologica dei laici. 

Conversando con i missionari e visitando le strutture in cui sono coinvolti si è colpiti dalla grande quantità di energia di cui dispongono, del loro entusiasmo forse solo leggermente attenuato dagli anni, e dalla loro determinazione. Il loro spirito è incredibilmente giovane e battagliero. Salta subito agli occhi l’approccio libertario che li anima e che hanno saputo trasmettere ai loro collaboratori: sono quasi tutte donne, giovani e madri di famiglia, sorridenti e accoglienti. 

Qui tutti si abbracciano quando si incontrano e la sensazione che sia ha è quella che nessuno ha paura di esprimere le proprie idee e sentimenti. 

A questo punto mi chiederete, lo so, è tutto oro quel che luccica?

Ebbene: penso che siano questi termini in cui va posta la questione. Osservando questa città risultano evidenti tutte le contraddizioni dell’America Latina. Qui nessuno si vergogna di difficoltà e disperazione, povertà e violenza. Potremmo dire che si tratta di un mondo in cui i nervi sono perennemente scoperti. I nostri missionari corrono da un posto all’altro per portare avanti i loro segmenti di attività pastorale che partono da un’unica idea di fondo: condividere e cercare di sostenere le persone nella loro vita, traendo dal Vangelo la forza per andare aventi e per migliorare, se possibile, la propria condizione. 

E l’attività pastorale vera e propria che fine fa, direte voi?

C’è anche quella, naturalmente, ma possiamo dire che qui in Brasile si è già compiuto per i nostri missionari quel passaggio che – stante la crescente carenza di preti – consegna le comunità, la gestione dell parrocchie e anche larghe fasce della liturgia, ai laici.” 

Estratto di un reportage pubblicato dal settimanale diocesano “Il Segno”, nel mese di aprile del 2007. 

2 giugno: 80 anni dalla Repubblica e dal primo voto femminile

Nel 1945 l’Italia raggiunse finalmente un traguardo storico e a lungo inseguito: l’approvazione del suffragio femminile. Una conquista che coronava una lotta nata ben prima, fin dai primi passi dell’Unità d’Italia (1861).

Nel corso della seconda metà dell’Ottocento, petizioni e proposte di legge per i diritti delle donne si erano susseguite invano. All’inizio del Novecento il movimento crebbe d’intensità: a Milano nacquero l’Unione femminile nazionale (1899) e i primi Comitati pro suffragio (1904), mentre Maria Montessori lanciava il suo celebre proclama: “Donne tutte, sorgete!”, ricordando come nessuna legge vietasse esplicitamente alle donne l’accesso alle urne. Nel 1908, il Primo Congresso nazionale delle donne italiane a Roma mise nero su bianco la richiesta del suffragio alle stesse condizioni degli uomini. Con l’avvento del fascismo negli anni Venti, tuttavia, il movimento subì una brusca battuta d’arresto: le promesse di Mussolini sul voto amministrativo alle donne non furono mai mantenute e le organizzazioni emancipazioniste vennero sciolte.

Con la caduta del fascismo moltissime donne si unirono alla Resistenza e, dopo la Liberazione, forti di quell’esperienza, rivendicarono la piena cittadinanza politica. Tra il 1944 e il 1945 l’Unione Donne Italiane e il Comitato pro-voto mobilitarono i partiti fino a ottenere, il 30 gennaio 1945, il decreto del governo Bonomi che riconosceva il diritto di voto alle donne sopra i 21 anni. Nel marzo 1946 arrivò anche l’eleggibilità: nello stesso mese, le italiane votarono per la prima volta alle elezioni amministrative, portando nei consigli comunali circa 2.000 donne.

Il 2 giugno 1946 le donne italiane votarono per il referendum istituzionale tra Monarchia e Repubblica e per l’elezione dell’Assemblea Costituente. L’affluenza femminile superò l’89% e vennero elette 21 donne alla Costituente. Tra i banchi della Costituente sedeva anche la trentina Elsa Conci, figura chiave per la nostra regione, fortemente impegnata nella difesa della tutela altoatesina. Fu proprio quell’Assemblea ad approvare, nel 1948, il primo Statuto di autonomia per le province di Bolzano e Trento.

Nel panorama nazionale emerge però un’eccezione significativa: quella dell’Alto Adige. La  nostra provincia, infatti, non partecipò al referendum del 1946 poiché era ancora considerata un territorio conteso, in attesa della definizione dei trattati di pace. A questa eccezione si aggiunse un’ulteriore particolarità: la Bassa Atesina risultava ancora appartenente alla Provincia di Trento secondo i confini del 1927. Per questo motivo poté partecipare al referendum istituzionale, ma non all’elezione dell’Assemblea Costituente.

La particolare situazione internazionale sudtirolese costrinse le donne altoatesine ad attendere il 18 aprile 1948, data delle prime elezioni del Parlamento repubblicano, per poter finalmente recarsi alle urne e diventare cittadine a pieno titolo.

Questo anniversario ci ricorda che la libertà non è mai un dato acquisito una volta per tutte e che il voto non va percepito come un diritto e un dovere scontato. Votare significa esercitare la propria libertà e partecipare alla vita pubblica del Paese. Come suggeriscono le etimologie stesse delle parole: “Repubblica” – dal latino res publica, cioè “cosa pubblica” – e “politica” – dal greco politikós, termine che indica ciò che è “civico” e “sociale”, derivato da polis, la comunità dei cittadini — siamo chiamati a partecipare perché essa riguarda ciascuno di noi e il futuro che abbiamo davanti, anche in nome di chi ha lottato in passato. Possiamo votare perché siamo liberi, ma non dimentichiamo che siamo liberi anche perché votiamo.

Autrice: Anna Michelazzi

L’intelligenza artificiale e gli stereotipi di genere

La Libera Università di Bolzano pone una particolare attenzione all’Intelligenza Artificiale e alle sue declinazioni tecniche, etiche e sociali. Propone ad esempio corsi di formazione che mirano a fornire gli strumenti necessari alle imprese per rispondere con efficacia e tempestività alle sfide digitali, migliorando le competenze dei propri collaboratori, velocizzando i propri processi, approfondendo le conoscenze che permettano di modificare o implementare le proprie strategie per rimanere competitivi nel rispetto delle normative italiane ed europee. Sempre alla LUB insegna la professoressa Antonella de Angeli che si occupa di Intelligenza Artificiale partendo da un approccio sociale del tutto inaspettato,  nuovo e molto interessante. 

La professoressa Antonella De Angeli è docente ordinaria di ruolo di “Interazione Persona-Macchina” presso la LUB. Bolzano è per lei l’ennesima delle numerose stazioni del lungo viaggio di una studiosa di spessore. L’itinerario aveva preso avvio dopo il suo conseguimento del dottorato di ricerca in Psicologia Sperimentale presso l’Università di Trieste e dove aveva completato il percorso con una ricerca post-dottorale in Psicologia Cognitiva Applicata. 

Da lì in poi è stato un continuo trasferimento nelle Università più prestigiose inglesi e americane per le altrettanto numerose collaborazioni di successo da lei compiute. 

Professoressa De Angeli di cosa si occupa attualmente la Sua ricerca scientifica?

Mi interesso di intelligenza artificiale e genere. Ossia come le IA rappresentano il genere, e come veda rispettivamente le donne e gli uomini ma anche i transgender e le altre forme di identità sessuale. Gli studi approfonditi che sto conducendo ci dimostrano come l’IA veda la differenza di genere accogliendo tutti gli stereotipi e come invece non sappia ancora muoversi nelle differenze del variegato mondo identitario sessuale. Lo studio è condotto con il mio dottorando Federico Simeoni. 

Cosa emerge con forza?

Che gli algoritmi dell’intelligenza artificiale imparano da un gran numero di dati anche tratti dai social. Si tratta di costrutti stabili ma anche superati oltre che di livello intellettuale medio-basso. Così, se da un lato ha imparato e utilizza un linguaggio forbito e politicamente corretto, dall’altro emergono tutti gli stereotipi di genere afferenti ad una popolazione che ha sviluppato solo in parte conoscenze e approfondito valori etici. Il materiale riguardante il liquido mondo dell’identità sessuale non binaria che l’AI può processare è in realtà assai scarso e per questo motivo le sue risposte sono davvero limitate o addirittura errate.  Si tratta di uno specchio spietato della nostra società.  

Nei numerosi luoghi in cui ha lavorato, ha mai trovato intralci o veri e propri blocchi dovuti al fatto di essere donna? 

Fin dalla mia educazione data da un padre femminista ho potuto essere sempre me stessa e libera, ma intorno ai cinquant’anni mi sono resa conto solo una piccola parte di persone la pensavano così. 

Come si trova a Bolzano? 

La facoltà di ingegneria e in generale la LUB è un’ottima Università e con molto potenziale. Anzi, Bolzano stessa ha grandi potenzialità ma mi pare strangolata dalle complessità che caratterizzano questa terra. Guardando con oggettività, e scevri da polemiche d’ogni sorta, spesso vien fatto di constatare che tutto è molto complesso a causa del bi o trilinguismo che però è spesso solo sulla carta ma non nei fatti. Cioè non tutti gli interlocutori sono effettivamente bilingui o trilingui.  Certamente usare l’inglese come lingua franca nelle lezioni, nelle relazioni, nei convegni, è una ottima soluzione ed è anche una importante sollecitazione che stiamo operando nel territorio.  

Autrice: Rosanna Pruccoli

Un gruppo di infermiere dalla Bolivia in Alto Adige

Anabel, Evangelina, Sonia, Susana e Ximena sono cinque infermiere boliviane arrivate a Bolzano da pochi mesi e oggi impiegate in varie residenze per anziani. Ci hanno raccontato la loro esperienza: tra difficoltà, sogni e tanta voglia di integrarsi. 

Le infermiere Lavorano presso S.O.S. ONLUS — Cooperativa Operatori Socio Sanitari e attualmente frequentano un corso di italiano gratuito organizzato dalla scuola di lingue AZB Cooperform — all’interno del progetto “ESF3_h1_0084 – Lingue & Integrazione” finanziato dal Fondo sociale europeo (FSE+) e dalla Provincia Autonoma di Bolzano. L’obiettivo è quello di fornire loro un livello di lingua italiana sufficiente per potersi muovere con agio sul lavoro e nella quotidianità. 

Qual è stato il momento in cui avete deciso di partire per l’Italia?

Sonia – Sei mesi fa, quando una mia amica è venuta a lavorare qui. Mi diceva di raggiungerla e di imparare l’italiano, ma non pensavo di potercela fare. Alla fine mi sono detta: “Bene, perché no?”. Ed eccomi qua. Ora sta andando meglio: sto imparando la lingua e sono contenta della mia scelta.

Anabel – Il nostro Paese non funziona né economicamente né politicamente e c’è tanta corruzione. Se sono qui, è solo grazie a mia mamma, che mi ha dato la forza di allargare i miei orizzonti. Mi diceva sempre: “Vai, apri le ali e spicca il volo. Non accontentarti. Sii forte e sogna!”.

Qual è stata la vostra prima impressione dell’Italia? Cosa ne pensate ora?

Evangelina – Inizialmente ero spaventata. Sono venuta da sola e senza nulla, solo con uno zaino. La persona che doveva venirmi a prendere mi aveva dato un indirizzo, ma non riuscivo a trovarlo perché non capivo bene l’italiano. In quel momento mi sono resa conto della barriera linguistica. Ora non ho più paura perché riesco a comunicare nella vita di tutti i giorni e sul lavoro. Ho capito che la lingua è un ostacolo che si può superare con pazienza e studio. Vedo già dei miglioramenti!

Sonia – Io invece sono arrivata con le altre. Appena ho messo piede in Alto Adige e ho visto le vigne, mi sono sentita un po’ a casa. C’è una città in Bolivia, Tarija, che ha un paesaggio simile a questo. A volte dimentico di essere lontana dal mio Paese. Mi sembra di essere a Cochabamba, la mia città, e che mia mamma che si trova a a Santa Cruz, sia in realtà qui vicino a me.

Raccontateci una vostra giornata tipo. Avete dovuto cambiare le vostre abitudini?

Anabel – Ho notato che le persone qui sono sempre di fretta, così sto cercando di abituarmi a fare lo stesso. Casa, lavoro, casa, lavoro… Non ho molto tempo libero. Ma quando ho un attimo, vado a fare un giro in bicicletta. Mi sento in pace. La natura è bellissima! È una cosa nuova per me, perché in Bolivia ci si sposta sempre in macchina o con i mezzi pubblici. Non importa se la destinazione sia a cinque minuti di distanza: siamo abituati così.

E il vostro lavoro? In cosa consiste?

Susana e Sonia – In Bolivia lavoravamo come infermiere negli ospedali. Spesso ci capitava di dover prendere decisioni importanti al posto dei dottori e di lavorare in chirurgia e in terapia intensiva. Qui lavoriamo nelle residenze per anziani e per ora ci troviamo bene, ma speriamo un giorno di poter tornare a quella che è la nostra vera professione.

Cosa vi manca di più del vostro Paese?

Tutte – La famiglia e gli amici. È triste essere così lontane dai propri cari.

Sonia – Anche il cibo! Il cibo è molto diverso da quello a cui siamo abituate; in Italia non mi sembra che ci sia l’abitudine di mangiare tanta carne e per noi è strano. Ogni tanto mi mancano i piatti del mio paese: pique macho, chicharrones e i dolci tipici boliviani.

C’è qualcosa che l’Italia dovrebbe prendere dalla Bolivia e qualcosa che la Bolivia dovrebbe prendere dall’Italia?

Tutte – Il cibo!

Ximena – Ora mi trovo in Italia e preferisco adattarmi alla vita qui per potermi integrare al meglio. Quindi non cambierei niente. Invece, penso che la Bolivia dovrebbe importare varie cose: il sistema sanitario, la sicurezza, la pulizia, l’impegno per l’ecologia e la tutela della natura. Penso che una mentalità diversa sarebbe utile. Ci vorrebbe una volontà collettiva di miglioramento. 

Quali sono le vostre speranze per il futuro?

Evangelina – Portare qui la mia famiglia e poter vivere insieme a loro. Mostrare loro la città e tutte le cose che da noi non ci sono. Condividere queste nuove esperienze con mio marito Nicolas e con i miei figli Nicolas ed Eva Nicol. Questo è il mio desiderio più grande.

Autore: Tommaso Calamaro

Anvidalfarei, l’arte unisce padre e figlia

Un grande braccio caratterizza da questa settimana la piazza di Merano antistante Palais Mamming, ad annunciarne la nuova mostra dello spazio contemporaneo del museo, ossia “Mamming Now” all’ultimo piano.

 “MANS”, ossia mani, è il titolo dell’esposizione curata da Ursula Schnitzer, un allestimento artistico che vede padre e figlia per la prima volta insieme, con i loro lavori, in una mostra da assoluti protagonisti.

Si tratta dello scultore gardenese Lois Anvidalfarei e della figlia Anna, giovane artista vincitrice del Max Ernst Stipendium della Città di Brühl in Germania. La mostra allestita nella città del Passirio vede un intreccio di opere che evidenziano le parti del corpo quali mani, braccia piedi e teste.

Lois e Anna Anvidalfarei si incontrano qui in un dialogo fra mani. Sentimenti emozioni, questioni esistenziali, creatività scaturiscono da queste opere consentendo una riflessione fra gli artisti ma anche con i fruitori che visiteranno l’esposizione e si lasceranno rapire dalle opere e dal loro linguaggio. 

Lois Anvidalferei è nato a in Val Badia nel 1962. Dal 1976 al 1981 ha frequentato la scuola d’arte a Ortisei per continuare poi la propria formazione artistica all’Accademia di Belle Arti di Vienna, che frequentò fra il 1983 e il 1989. Affermato scultore, riconosciuto per le sue opere a livello nazionale e internazionale, è stato oggetto di un catalogo scritto dal grande critico lombardo Philippe Daverio, “Lois Anvidalfarei”, Milano: Skira, 2013.

La figlia Anna, nata a Bressanone nel 1996, realizza oggetti tessili e studia con Christian Schwarzwald all’Accademia di Belle Arti di Vienna. E’ la vincitrice del  Max Ernst Stipendium della Città di Brühl in Germania. Anna è risultata vincitrice tra le 231 candidature presentate e la giuria ha commentato così: “L’approccio audace e sensibile di Anna Anvidalfarei al tema del corpo è toccante e intenso, e lei raggiunge un grado di astrazione emozionante che non appare distanziato, ma anzi attiva ancora di più lo spettatore (…). Anvidalfarei carica poeticamente il corpo come spazio di risonanza individuale e sociale”. 

La mostra sarà visibile dal 29 maggio fino al 16 agosto.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Un ponte tra due mondi

Julè e Namastè è una realtà che aderisce al progetto comunale Bolzano Mondo Comune. Di questa associazione che mette in contatto Bolzano e l’Himalaya, parliamo con Luciano Guariento, che ne è uno degli ispiratori e coordinatori. 

Il 23 marzo 2026 l’associazione di volontariato “Julè e Namastè” ha inaugurato presso la sala espositiva di “Casa Goethe” a Bolzano (Via Goethe 42) una mostra dedicata al concorso fotografico “Infinito Rosso, il colore della civiltà”. Visitandola mi hanno subito colpito la presenza del colore rosso in ogni fotografia e i fiori galleggianti nelle ciotole di vetro che davano un sapore orientale all’allestimento. Luciano Guariento ha spiegato che il rosso, nella cultura orientale è simbolicamente molto importante. Rappresenta la spiritualità, l’energia e la trasformazione. Dopo aver votato la fotografia che più mi piaceva, Guariento ci ha raccontato come è nata l’associazione.

Come siete partiti?

La nostra associazione è nata nel dicembre del 2018 dopo l’incontro tra me e Luciano Casagrande: portavamo avanti entrambi da diversi anni due filoni di progetto sull’Himalaya. Luciano ha dato inizio a tutto nell’anno 2000 dopo un viaggio nella valle dello Spiti, a nord di Delhi nell’Himachal Paradesh nel paese di Tabo. Lì ha incontrato un gruppo di monaci e ha raccolto da loro l’invito arrivato direttamente dal Dalai Lama, il quale voleva fondare in questo piccolo villaggio una scuola per sostenere e garantire la cultura e le tradizioni del popolo tibetano.

Nel 2018 Luciano aveva bisogno di definire la sua attività di volontariato all’interno di una associazione. E noi dell’altro filone dell’associazione, la parte Namastè, avevamo le stesse necessità. Dal 1988 per ragioni alpinistiche di viaggio per trekking, ci era capitato di frequentare moltissimo la zona himalayana del Nepal.  Il 25 aprile del 2015 c’è stata poi proprio in quelle zone la terza più grande frana mai documentata al mondo. Dopo il grande terremoto noi sei alpinisti, in seguito soci dell’associazione, ci siamo incontrati con la volontà di costruire una casa o un piccolo rifugio per i pastori. Dieci anni dopo è stato proprio questo gruppo a mettere in piedi la prima mostra fotografica a Bolzano in Piazza Domenicani nella Galleria Civica. Come detto alla fine del 2018 anche noi avevamo bisogno di un contesto giuridico che normalizzasse il flusso delle donazioni e quindi insieme a Luciano abbiamo fondato Julè Namastè.

Qual è la missione principale dell’associazione?

La nostra missione principale, come è scritto nello statuto, è quella creare ponti. Cioè promuovere opportunità e occasioni di incontro tra persone di diverse culture tra l’Alto Adige, il nord dell’India ed il Nepal. Il fine ultimo concreto è quello di sostenere la cultura e la vita delle popolazioni tibetane nell’Himalaya.

Qual è l’obiettivo della mostra di quest’anno? È una raccolta fondi o ha un intento puramente divulgativo e culturale?

Lo scopo è principalmente divulgativo e culturale. L’obiettivo è appunto quello di far conoscere il più possibile la nostra attività alla cittadinanza di Bolzano. Il fine ultimo è di sostenere il nostro ultimo progetto fatto nel nord del Nepal vicino alla valle del Langtang, attraverso delle offerte che le persone possono lasciarci. L’idea è quella di realizzare una cucina, una mensa e assumere un cuoco in questo piccolo villaggio rurale agricolo che si chiama Gatlang Gatlang. Questo paese è la capitale dell’etnia Tamang: in Nepal ci sono 112 etnie diverse. Lì hanno il problema della dispersione scolastica dei ragazzi. I genitori agricoltori la mattina partono e fanno anche ore a piedi per andare nei campi. Il problema è che quando i bimbi a mezzogiorno o all’una terminano le lezioni, restano senza pasto e persone di riferimento. Con il nostro contributo la scuola potrebbe diventare maggiormente un centro culturale di insegnamento, di svago e di attività pomeridiane legate sempre alla scuola.

Le immagini esposte in questa mostra fotografica sono frutto dell’esperienza diretta dei volontari?

No, le immagini, da regolamento, non possono essere di noi soci volontari. Noi proponiamo il bando il primo di settembre e lo divulghiamo in tutta Italia e anche oltre. Chiediamo un genere di immagini o un tema ogni anno, ma lasciamo libera creatività al fotografo. Il concorso non è indirizzato solo a fotografi professionisti, anzi, si tratta  per lo più di normalissimi viaggiatori, appassionati. Noi diamo loro l’opportunità di mostrare pubblicamente i loro scatti più belli realizzati durante i loro viaggi. Segue quindi una votazione fatta dai visitatori della mostra. Anche questo è un modo per creare ponti e legami con persone esterne.

Come si può sostenere l’associazione? Avete programmi di viaggi solidali o altre forme di partecipazione attiva come delle bancarelle?

I nostri finanziamenti al 99% li raccogliamo o con donazioni dirette o e soprattutto attraverso le bancarelle. Ogni volta che andiamo o a Kathmandu o a Delhi o al villaggio di Tabo acquistiamo artigianato locale, lo portiamo qui e lo vendiamo. Quest’anno per il quinto anno siamo stati presenti in Piazza del Grano al mercatino solidale di Natale.

C’è una storia di successo che vorrebbe raccontarci?

Sì! Cinque medici dentisti e un odontoiatra – perciò una piccola equipe di dentisti, soci dell’associazione – ogni anno si recano alla scuola di Tabo. Nel 2023 siamo riusciti a raccogliere i fondi per uno studio dentistico all’interno della scuola. Tutti gli anni i dentisti si recano lì e lavorano gratuitamente per 10 giorni, 10 ore al giorno perché devono controllare i denti di 320 bambini. I materiali con la raccolta fondi li compriamo noi e loro prendono le ferie e vanno.

I dentisti si erano conosciuti più di dieci anni fa ad un corso specialistico di medicina di emergenza. Dovevano quindi operare a livello di sanità e igiene dentale in zone disagiate o di guerra o di emergenze alluvionali. Hanno messo in piedi questa bella iniziativa e questa è di sicuro una cosa rilevante fatta lo scorso anno.

Autrice: Nilufar Yasmin COOLtour

Il Park’o delle generazioni

C’è un parco nel mezzo di Merano che d’estate cambia faccia. Non è solo un’area verde: è un contenitore di musica, cultura, relazioni e generazioni che si mischiano. Si chiama Park’o, è al Parco Marconi, ed è alla terza stagione di vita. A coordinarlo per Arci è Miruna Andrei, che lo racconta con la passione di chi si prende cura.

Ci incontriamo al bar accanto al Coworking della Memoria — il “Cowo”, come lo chiama lei affettuosamente — sede di Arci nel centro di Merano, dove lavora. Mi offre un caffè, e tra un sorso e l’altro mi parla di un parco, di una città e di cosa vuol dire prendersi cura di uno spazio pubblico.

Come è nata la collaborazione tra Arci, il Comune e Strike Up? Cosa ha reso possibile mettersi insieme?

Abbiamo intercettato uno spazio che rischiava di non essere più utilizzato. Il Comune ha aperto alla possibilità di fare qualcosa, e per noi era anche evidente che ce n’era bisogno: la prima estate che abbiamo aperto, la gente del quartiere ci guardava quasi sollevata. “Per fortuna”, ci dicevano, “non è abbandonato.” Il centro giovani Strike Up gioca praticamente in casa essendo a due passi. Loro lavorano con i bambini e i più piccoli, mentre noi ci occupiamo di giovani e adulti. Era naturale dividersi le fasce orarie: la mattina per i più piccoli, il pomeriggio e la sera per tutti gli altri.

“Parco delle generazioni” suona bene, ma nella pratica chi frequenta questo spazio?

Proprio tutti. Bambini con i genitori, adolescenti, adulti. Gli infermieri della casa di riposo vicina che d’estate si siedono sulle panchine durante la pausa pranzo. Le persone della casa di riposo, ogni tanto. Quando metti su la musica, le fasce d’età si mescolano in modo naturale, non c’è mai stato un confine netto. E questo, per me, è già una risposta.

Merano ha tante anime diverse. Park’o riesce a farle incontrare… anche sul piano linguistico?

Non è facilissimo, e preferisco dirlo chiaramente. Non abbiamo ancora tutte le connessioni che vorremmo. La musica funziona meglio di tutto il resto: che il DJ o la cantante parli italiano o tedesco, non cambia niente, la gente balla e si diverte. Le presentazioni di libri in un’altra lingua, invece, faticano a portare pubblico. Ma è anche una critica che mi faccio: bisogna cercare di più, trovare partner “dall’altro mondo”. Anche se non voglio chiamarlo “altro mondo”, perché non lo è.

Quindi la musica resta il formato che funziona di più?

Sì, in assoluto. Sia per la partecipazione, sia per la qualità dei momenti che si creano. C’è qualcosa nella musica che abbassa le barriere senza che tu debba fare nulla di speciale. Funziona e basta.

C’è un’iniziativa dell’anno scorso che ti è rimasta in mente?

Due, in realtà. La serata con Ivana Zanini sul flamenco: non era uno spettacolo e basta, era un racconto. Lei ha spiegato cos’è il flamenco davvero. Ha cantato, ha raccontato cosa stava cantando. Vedere la gente scoprire qualcosa che pensava di conoscere già: quello mi ha emozionata. E poi la serata con Sally Bumbs, musica elettronica. Non avrei scommesso su quella serata, e invece mi ha fatto venire i brividi. Se la musica ti commuove, vuol dire che sta funzionando qualcosa di importante.

Questi spazi richiedono cura costante. Come si costruisce nel tempo?

I luoghi, come le relazioni, hanno bisogno di attenzione continua. Se non ci stai dietro, non ti danno nulla. Il frutto più bello che il parco può portare è che la gente lo viva, e poi che cominci a prendersene cura anche lei. Ci sono anziani della casa di riposo che, quando vedono qualcosa fuori posto, lo sistemano. Ragazzi che stanno lì tutto l’anno, non solo d’estate, e che trovi sempre perché si sentono a casa. Quello è il segnale che lo spazio sta funzionando.

E sul piano più concreto, fisico: chi si occupa della manutenzione?

È lavoro vero: pulire il bancone, dipingere, sistemare. Quest’anno per il 25 aprile abbiamo già rimesso a posto qualcosa, e la giardineria ci sta dando una mano. Anche gli enti pubblici si stanno muovendo: i giardinieri che ti portano i sassi, che ti offrono i fiori. Piccole cose, ma che rendono evidente che lì succede qualcosa, e che vale la pena tenerlo bello.

Uno spazio pubblico con una programmazione culturale: perché è ancora una necessità?

Perché la cultura porta curiosità. Più approfondisci, più cresci, come persona e come cittadina. E poi perché puoi veicolare certi valori attraverso una canzone, attraverso una presentazione, attraverso l’incontro con chi la pensa diversamente da te. C’era una vecchia campagna di Arci che diceva “la cultura è la cura”. Continua a sembrarmi vera e attuale.

Se potessi aggiungere qualcosa a Park’o, cosa vorresti portare?

Vorrei che diventasse davvero il parco di tutte le realtà che fanno cultura e terzo settore a Merano. Tante associazioni non hanno spazi: se venissero qui, porterebbero pubblico diverso, persone che al Parco Marconi non sarebbero mai arrivate. L’anno scorso, quando abbiamo coinvolto alcune piccole compagnie teatrali, si vedeva gente nuova. Quella è la direzione. E poi i giovani: tre ragazzi arrivati per l’alternanza scuola-lavoro sono rimasti tutta l’estate a lavorare con noi. Non solo al bar, si sono presi cura del posto. Quest’anno sono ancora lì. Vederli crescere, vederli proporre, sentire che sono loro i primi ad avere a cuore quel luogo: questo è il traguardo.

Autore: Marco Valente

“La bambina di Chernobyl”

C’è un cinema che non chiede permesso. Un cinema che trae la propria origine ai margini delle grandi produzioni. Un cinema che senza scorciatoie sa farsi notare conquistando pubblico e critica con la forza delle immagini e la coerenza del proprio sguardo. Massimo Nardin lo racconta con molta chiarezza ed altrettanta trasparenza nel film “La bambina di Chernobyl”, la sua opera prima. 

Un’opera prima per il regista e docente universitario a Roma, ma oriundo di Salorno, in cui è molto chiaro il ritratto di un autore in grado di concepire il cinema come spazio di ricerca e di resistenza, dove l’esperienza individuale si converte entro l’immensità di un racconto universale. Si parla dunque di una nuova, e si spera prolifica, voce nel panorama del cinema d’autore.

Nardin: se l’aspettava o ci contava in questo marcato interesse da parte della critica? 

Ci contavo, ma non me lo aspettavo. Il film ha avuto un percorso complesso, con diverse limitazioni sia nella preparazione sia nella promozione. Ho cercato di compensarle lavorando intensamente su ogni fase: scrittura, riprese, montaggio e produzione. Anche la distribuzione ha contato su tempi molto stretti tra la fine del film e l’uscita in sala. Non abbiamo avuto il supporto delle grandi reti promozionali, ma sono arrivati comunque riscontri importanti, soprattutto dal pubblico più appassionato. In alcune realtà, come Trento, le reazioni sono state profonde e molto significative. Vedere la sala due del cinema Modena piena – anche di ex compagni e insegnanti del liceo, amici e parenti – è stato davvero emozionante.

E della presenza di così tanti suoi concittadini? 

Mi ha riempito il cuore. Anche nei giorni successivi ho ricevuto molti messaggi e riflessioni. Alcuni spettatori hanno colto aspetti profondi del film e questo mi ha colpito molto. È stata una risposta sincera e spontanea, che ho preferito non enfatizzare troppo, ma che porto con me.

Da dove è arriva la sua ispirazione? 

Soggetto e sceneggiatura li ho  scritti con Luca Caprara. Volevamo raccontare una storia essenziale, ambientata in un unico spazio, dove solitudini diverse si incontrano. Mia l’idea di costruire personaggi agli antipodi, quasi estremizzati. L’idea della protagonista è legata anche a esperienze personali, quando negli anni ’90 ho conosciuto alcuni bambini di Chernobyl ospitati da famiglie di Salorno. Mi avevano colpito per la determinazione e lo sguardo pieno di vita. Da lì è nata una riflessione più ampia, anche simbolica: le radiazioni come elemento invisibile che, anche in senso metaforico, segna e condiziona le vite dei due protagonisti.

Quanto ci è voluto per scrivere e dirigere questo film? 

Il processo è stato lungo e non lineare. La scrittura è nata a fasi alterne, poi il sostegno del Ministero ha aiutato a realizzare la sceneggiatura. Dal 2020 alla realizzazione sono passati diversi anni. Le riprese, inizialmente previste per l’autunno 2024, sono iniziate nel maggio 2025. La produzione ha coinvolto per la gran parte una troupe marchigiana. Vincenzo Pirrotta e Yeva Sai sono gli attori protagonisti.

Quali sono state le difficoltà incontrate in corso d’opera? 

Sono state soprattutto legate alle risorse limitate e alla necessità di portare avanti il progetto con continuità. Ogni fase ha richiesto adattamento e determinazione.

Quando ha capito che questa sarebbe stata la sua professione? 

Già nei primi anni del liceo, quando spendevo i fine settimana a guardare molti film su videocassette con grande interesse. Dopo il diploma ho studiato la fotografia in ogni suo aspetto e ho iniziato ad approfondire il linguaggio cinematografico, realizzando i primi cortometraggi con mezzi semplici, insieme ad amici e familiari. Nella prima decade degli anni 2000 ho realizzato diversi lavori indipendenti.

Di lei si parla come di un regista costruttore d’immagini che restano. Come mai? 

È il risultato di un lavoro molto attento sulla messa in scena. Cerco di trasformare la realtà attraverso l’immagine, curando scenografie e inquadrature. La macchina da presa è spesso stabile, con movimenti controllati. Mi ispiro alla lezione di Andrej Tarkovskij, cercando di creare immagini autonome ma allo stesso tempo collegate tra loro, quasi dei micromondi. Fondamentale è il ruolo del montaggio.

Quale significato dà al fare cinema cosiddetto “d’autore” nell’Italia d’oggi? 

È una scommessa ma anche una necessità. Ho notato, anche nell’insegnamento, che quando si propongono opere forti e coerenti, anche i giovani rispondono. Se c’è una poetica chiara e un messaggio autentico l’attenzione arriva. Il cinema d’autore può essere un contraltare importante nel panorama attuale.

Ha degli autori di riferimento? 

Sicuramente: Andrej Tarkovskij, Luis Buñuel, David Lynch, Michelangelo Antonioni, Federico Fellini e Robert Bresson. Sono autori che hanno segnato profondamente il linguaggio cinematografico.

Questo è un percorso costruito contando sulle sue forze. Che consiglio darebbe a un giovane con questa vocazione? 

La prima cosa è capire se si tratta davvero di una vocazione, perché richiede sacrifici e costanza. Se la risposta è sì, serve trovare la propria poetica e difenderla, senza seguire le mode. Oggi è possibile iniziare anche con pochi mezzi, persino con uno smartphone. È importante studiare i grandi maestri, esercitarsi, scrivere, avere pareri sui propri lavori. Poi serve cercare un produttore, partecipare a concorsi, non porsi limiti. È un percorso difficile e spesso frustrante, ma se ci si crede davvero vale la pena portarlo avanti fino in fondo.

Autore: Daniele Bebber