La grande creatività poetica vissuta da Morgenstern a Merano

Dalla Baviera al Sudtirolo, da Monaco a Merano. Christian Morgenstern, poeta e scrittore nato nel maggio del 1871 da una famiglia di artisti, viaggiò molto fra Germania, Svizzera e Italia. Una malattia polmonare lo portò a frequentare varie stazioni climatiche e a Merano visse a lungo.

Il poeta e scrittore tedesco, dopo un breve periodo di lavoro come giornalista a Berlino, fece della sua malattia polmonare il motivo per intraprendere numerosi viaggi, conoscere altri scrittori e intellettuali in Germania, Svizzera e Italia. Nato infatti nel 1871 da una famiglia di artisti, fin dal 1893 fu costretto a trascorrere ogni estate lunghi periodi di cura in stazioni climatiche. Si fece conoscere giovanissimo con le sue raccolte poetiche del 1898, del 1900, del 1906. Nei suoi primi anni Christian Morgenstern scrisse numerosi saggi e recensioni per vari periodici tedeschi. Furono pubblicati nel sesto volume (Kritische Schriften, 1987) della raccolta delle opere tedesche di Morgenstern. Le sue opere filosofiche e mitologiche furono in gran parte influenzate dal filosofo Friedrich Nietzsche, e Rudolf Steiner (fondatore dell’antroposofia), e dagli scrittori russi Fëdor Dostoevskij e Lev Tolstoj.

Morgenstern divenne ancor più famoso come traduttore: fu infatti lui a tradurre in tedesco le opere di Ibsen e di Strindberg.

Quando giunse a Merano nel settembre 1906 era poeta, traduttore e pubblicista affermato.  Prese alloggio a Maia Alta, dove decise di restare e trascorrere l’inverno 1906/1907 in una piccola mansarda. In una lettera all’amico Friedrich Kayssler descrive il paesaggio che può godere dalla sua piccola ma pulita stanzetta. Rimasto affascinato dalla bellezza del luogo, ne compì un vero monumento poetico.

Nel giugno 1908 a Bad Dreikirchen conobbe Margareta Gosenbruch von Liechtenstern e insieme decisero di camminare fino alla Mendola. Rientrato a Merano nell’autunno 1908, passò settimane di intenso lavoro e creò alcune delle più belle poesie mai scritte a Merano.

Il 7 marzo 1910, a Merano, Morgenstern e Margareta Gosenbruch von Liechtenstein si sposarono. Poco tempo dopo purtroppo la sua malattia peggiorò e nel 1914 si rese necessario un ricovero al sanatorio Navratil di Gries. Rientrarono a Merano e furono ospitati in un piccolo appartamento della villa Platter-Heliobug di Maia Bassa, della nobildonna polacca Ludwigowska, dove morì il 31 marzo. 

La sua poesia era soprattutto ispirata al nonsense letterario inglese e fu assai popolare fra i suoi contemporanei anche se non riuscì a portarlo a un vero e proprio successo. In alcuni scritti ebbe modo di criticare alcuni aspetti della filosofia e della lingua: la scolastica nel suo Scholastikerprobleme, la critica letteraria in Drei Hasen, la grammatica in Der Werwolf, la ristrettezza mentale in Der Gaul e il simbolismo in Der Wasseresel. Fra le opere più note e apprezzate di Morgenstern ci furono i Galgenlieder del 1905, un volume di versi umoristici, poi Palmström nel 1910. Mentre furono pubblicati postumi Palma Kunkel nel 1916, Der Gingganz nel 1919 e Alle Galgenlieder nel 1932. 

In Germania di queste opere furono stampate diverse edizioni e ne furono vendute centinaia di migliaia di copie.

Le composizioni di Morgenstern furono musicate da compositori di fama e provenienti da varie nazioni europee.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Lo scultore Hermann Klotz e il monumento all’imperatrice Sissi

Entrando nel parco che conduce alla passeggiata d’estate ci si imbatte nella bella statua della imperatrice Elisabetta d’Austria, nata duchessa bavarese, ossia Elisabetta Amalia Eugenia di Wittelsbach, detta Sissi (Monaco di Baviera, 24 dicembre 1837 – Ginevra, 10 settembre 1898), regina apostolica d’Ungheria, regina di Boemia e Croazia e consorte di Francesco Giuseppe d’Austria.  Morì il 10 settembre 1898 mentre passeggiava a Ginevra, accoltellata dall’anarchico italiano Luigi Lucheni. Fu un vero shock per la popolazione tutta.

Amata da tutti, i monumenti in ricordo di Sissi presto si moltiplicarono e nel 1903 anche Merano poté esibire il proprio, somigliante e di raffinata fattura. 

La statua fu posizionata nel parco che prese il suo nome, così come le passeggiate Lungo-Passirio presero i nomi delle sue figlie. Fu opera di Hermann Klotz (Imst 1850 – Dornbirn 1932). Figlio di un maestro falegname, si formò inizialmente con Franz Xaver Renn e Johann Grissemann a Imst, poi lavorò nello studio dell’architetto Karl Kaiser a Vienna. 

Dal 1875 studiò con Otto König presso la Scuola di Arti e Mestieri del Museo Imperiale e Reale Austriaco d’Arte e Industria di Vienna, dove fu nominato capo del neonato dipartimento di intaglio nel 1879 e professore nel 1884. Particolarmente attivo come intagliatore del legno, fu perfetto interprete del marmo e del bronzo. Alla statua indimenticabile in marmo di Lasa di Merano seguì, nel 1906 una seconda statua della imperatrice per la chiesa di Mattia a Budapest. Questa rappresentazione fu così ben accolta che l’imperatore Francesco Giuseppe I fece realizzare piccole copie in porcellana biscuit da regalare a familiari e ospiti di stato. Come logico per la madrina del turismo meranese Elisabetta siede in posa regale su una poltroncina di vimini intrecciato con un abito estivo leggero le cui trasparenze così come le increspature dell’ampia gonna riecheggiano realisticamente nella massa lapidea immortalandone fascino, eleganza e ricercatezza dei modi e degli abiti ad aeternum. 

La prima visita di Sissi a Merano ebbe luogo nel 1870, traducendosi in un importante segnale che le intenzioni della città di diventare un luogo di cura dell’impero, così come lo erano già Bad Ischl con le sue Esplanade in riva al fiume  Traun e molti altri luoghi ancora, non era affatto errata e bisognava proseguire in questo progetto nonostante le tante critiche di una parte della popolazione. Dove soggiornava Sissi, accorrevano anche i membri dell’aristocrazia e dell’alta borghesia europea. In breve tempo, Merano divenne famosa organizzandosi sul piano urbanistico e dell’ospitalità turistica. Nacquero alberghi eleganti, sanatori per le cure, aprirono numerosi ambulatori medici, si stabilì la giusta stagionalità per il tipo di clima, si aprirono caffè e ristoranti, negozi e saloni di bellezza. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

 

Albert Ellmenreich, non solo un giornalista e fotografo a Merano

Albert Ellmenreich era nato a Merano il 31 marzo 1870 e vi morì il 10 febbraio 1937. Merano era la città che aveva amato tutta la vita. Era il figlio primogenito dell’imprenditore Friedrich Wilhelm Ellmenreich (1838–1923), originario di Schwerin e residente a Merano, e della moglie Paula Pallang (1844–1911), proveniente da Bregenz. Era il fratello maggiore di Oskar Ellmenreich (1907–1991).

Fotografo e giornalista Albert Ellmenreich passa alla storia per il suo impegno nel tentativo di tramandare ai posteri volti e storie di una città in continuo sviluppo nonostante i capovolgimenti epocali che aveva vissuto. Ellmenreich ha scritto e fotografato ogni evento in città, ha ricordato ogni personalità, ha registrato ogni novità architettonica senza rinunciare a catalogare anche quegli edifici che man mano venivano abbattuti per lasciare spazio a quelli nuovi. Attraverso le sue fotografie possiamo respirare tutto ciò che avvenne in città durante la Prima guerra mondiale. 

Dopo aver frequentato il liceo locale, imparò il mestiere nella libreria e tipografia dei genitori, Pötzelberger, situata a Merano in piazza Duomo. La tipografia fu per anni il punto culturale per eccellenza e il luogo dove poter apprendere le notizie e dove commentarle. Dopo la morte del padre, la tipografia di famiglia fu in seguito rilevata dal fratello minore Oskar. Albert lavorò inoltre come apprendista presso la Meraner Zeitung, di cui fu caporedattore a partire dal 1896 e nei cui numerosi articoli manifestò costantemente un orientamento patriottico e nazionalista.

Dopo l’annessione italiana dell’Alto Adige negli anni 1919/20, Ellmenreich cercò di riorientarsi e di trovare un accordo con le autorità italiane. Quando la Meraner Zeitung, come quasi tutta la stampa tedesca dell’Alto Adige, fu chiusa dal governo fascista, dal 1926 fino alla sua morte nel 1937 lavorò come redattore di Merano per la Alpenzeitung, il quotidiano concesso dal locale Partito Fascista Italiano, che permetteva che gli articoli fossero scritti in tedesco ma con l’uso di una toponomastica ed una odonomastica italiana.  Oltre agli articoli Albert Ellmenreich scrisse alcuni libri come “Il Teatro Comunale di Merano” che fu un supplemento alla Meraner Zeitung, n. 144 del 2 dicembre 1900.  Scrisse pure: “Dai giorni di guerra più emozionanti di Merano. In: Meraner Hauskalender 1919, pp. 49–61”. Non va dimenticato anche: “In occasione del 50° anniversario della morte di Friedrich Wasmann.” In: Alpenzeitung, edizione del 12 maggio 1936, p. 4. Di grande importanza per la storia dell’architettura razionalista fu la sua visita al Municipio appena costruito su progetto e realizzazione di Ettore Sotsass, una sorta di visita guidata ricca di dettagli fra i corridoi e gli spazi interni del grande edificio moderno: “E sorse il nuovo municipio di Merano…”. In: Meraner Jahrbuch 1937. Athesia, Bolzano-Merano 1937.

A partire dalla metà degli anni ‘30, Albert Ellmenreich, così come suo fratello Oskar, si orientò sempre più verso il nazionalsocialismo.

Ellmenreich lasciò in eredità alla città e ai suoi cittadini sette album fotografici con circa 1200 fotografie, cartoline e disegni, 2080 lastre fotografiche relative al periodo dal 1915 al 1937 e cinque volumi di cronache di guerra e diari scritti fra il 1916 e il 1919, tutti conservati presso l’Archivio comunale di Merano.

La sua tomba si trova al Cimitero Centrale di Merano, dove è sepolto nella tomba di famiglia. Il suo nome non può essere lasciato cadere nell’oblio.

Autrice: Rosanna Pruccoli

I soggiorni meranesi di Stefan e Friederike Zweig 

Nato a Vienna nel 1881 da una abbiente famiglia ebraica, Stefan Zweig era figlio dell’industriale Moritz Zweig (1845-1926) e di Ida Brettauer (1854-1938), nata ad Ancona da una famiglia di banchieri di Hohenems. Dopo gli studi di filosofia compiuti fra Vienna e Berlino e ultimati con la laurea nel 1904, Zweig prese a viaggiare attraverso l’Europa. Fra il 1908 e il 1909 compì un viaggio in Asia. Al suo rientro conobbe Friederike Maria Burger von Winternitz, coniugata. Friderike era nata a Vienna nel 1882, fu fra le prime donne ad essere ammessa all’Università di Vienna e studiò letteratura francese.

Con il cognome del primo marito, von Winternitz, Friderike riuscì a farsi conoscere come scrittrice fin dal 1902, pubblicando diversi romanzi e scrivendo per la Monatshefte di Westermann, la Wiener Zeitung e la Vossische Zeitung. Nel 1905 come molti altri intellettuali ebrei Friedericke si convertì alla religione cattolica aggiungendo Maria al suo nome. Nel 1910 Friederike e Stefan Zweig trascorsero un lungo soggiorno a Merano. La città era per Stefan Zweig un luogo piacevole e rilassante, il luogo dove restare anche per trarre ispirazione e scrivere. Furono infatti tre i suoi soggiorni a Castel Labers. Dal Castello nel marzo del 1908 scrisse “Herbstwinter in Meran”. E non erano poche le persone a cui, nelle sue lettere, consigliasse la città: “In autunno voglio essere in Tirolo, a Merano […]. Lì troverete una tranquillità unica, un paesaggio meraviglioso e un autunno ricco di frutti come non avete mai visto prima. […] In nessun altro posto al mondo – e non ho visto pochi paesi – l’autunno è così bello come a Merano, perché lì l’intero paesaggio è colorato dai diversi frutti e l’aria è buona e mite.”

Friederike vi fece ritorno nel 1913 con la figlioletta malata Susanna Benediktine detta Suse. Qui ella scrisse gran parte del suo romanzo “Der Ruf der Heimat” che pubblicò l’anno dopo per i tipi di Schuster & Loeffler. Nello stesso 1914 divorziò dal primo marito. 

Durante la Prima Guerra Mondiale, che considerava un crimine, Friederike organizzò il Comitato Internazionale per una Pace Duratura. Anche Stefan Zweig si batteva per l’umanità e la pace oltre qualsiasi partito o comunità religiosa.

Friderike Zweig partecipò e organizzò numerose conferenze femminili di argomento pacifista. Nel 1915, ad esempio, fece parte del Comitato austriaco al 1º Congresso Internazionale per la Pace delle Donne, tenutosi all’Aia e che riunì donne da tutta Europa e dagli Stati Uniti D’America. Friederike consegnò le richieste di pace presentate anche al governo austriaco. Nel 1917 partecipò alla riunione femminile del Comitato Internazionale per una Pace Duratura a Vienna. Fece anche parte dell’Associazione Generale Austriaca delle Donne e fece parte della rete internazionali nel movimento per la pace femminile. Il suo impegno fu espresso negli articoli Die Frauen und der Krieg e Die schwarze Grenze, entrambi apparsi nel 1918 sulla rivista Die Friedens-Warte. In Women and the War, chiese il sostegno alla Conferenza delle Donne del Comitato Internazionale per una Pace Duratura, che si tenne a Berna nell’aprile 1918. Nel 1919, il comitato fu rinominato e, ancora oggi si chiama ancora Lega Internazionale delle Donne per la Pace e la Libertà (IFFF). Nel 1920 Friederike e Stefan si sposarono e andarono a vivere a Salisburgo fino al 1938 quando divorziarono. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Gertrud von le Fort e le sue undici volte a Merano

Gertrud von le Fort è una delle grandi figure letterarie del XX secolo. A quasi cinquant’anni d’età, dopo anni di studio e attenta riflessione, nel 1926 decise di convertirsi e ricevette il battesimo nella chiesa di Santa Maria dell’Anima a Roma. Negli anni seguenti pubblicò moltissimo, fra cui La Donna Eterna che fu una sorta di manifesto del femminismo cattolico.

Era nata nel 1876 a Minden in Westfalia, figlia del barone Lothar e della nobildonna brandeburghese Elsbeth Wedel-Parlow. Gertrud, dall’intelligenza assai vivace, aveva studiato nelle migliori scuole tedesche ed era stata allieva e infine collaboratrice del grande storico Ernst Troelsch. 

All’Università di Heidelberg era stata una delle rarissime donne iscritte. Come tutti i rampolli dell’alta società del tempo, compì il Grand Tour in Europa e soprattutto in Italia. Tra il 1905 e il 1910 e sempre fra aprile e maggio, la scrittrice trascorse numerose settimane a Castel Labers, godendo del paesaggio, delle possibilità di passeggio, del tepore del clima, della fioritura di numerose tipologie di piante e fiori. Con lo scoppio della Grande Guerra, il suo mondo però finì col cambiare radicalmente, ella non solo ella prestò servizio come semplice infermiera negli ospedali militari, ma la sconfitta e lo smembramento territoriale finirono col sottrarle i possedimenti di famiglia. Si trasferì allora nella campagna intorno a Monaco e, nel 1926 tornò per la quarta volta a Roma. Che cosa la attirava così tanto nella capitale cattolica? Un lento scivolamento, frutto di studio e riflessione, verso quel “papismo” che le era stato insegnato a disprezzare; scivolamento culminato, l’anno precedente, nella pubblicazione degli Inni alla Chiesa, un’opera che le diede subito fama. Negli anni seguenti pubblicò moltissimo. Le sue opere forse più note sono “L’ultima al patibolo” e “La moglie di Pilato”. Fra ottobre 1931 e marzo1932 tornò a Castel Labers godendo e trovando ispirazione nel foliage autunnale, nell’inverno mite e nel primo annuncio di primavera. Nel 1934 pubblicò un importante saggio, La Donna Eterna, più volte riedito e tradotto in molte lingue. 

Qui emerge il manifesto del femminismo cattolico: attraverso riflessioni ed esempi storici, l’autrice coglie, tra l’altro, l’aspetto infernale della guerra totale moderna e lo paragona al modo di guerreggiare di un guerriero cristiano come il principe Eugenio di Savoia per il trattamento umano che riservava ai suoi uomini e anche ai vinti. 

Col passare del tempo Gertrud era diventata amica di numerose scrittrici come la norvegese Sigrid Undset, anche lei convertita e poi premio Nobel per la letteratura, del famoso romanziere Hermann Hesse e soprattutto di Edith Stein, l’ebrea allieva del celebre filosofo Edmund Husserl poi diventata suora carmelitana e morta ad Auschwitz, e infine canonizzata da Giovanni Paolo II. Quando quest’ultima decise di prendere i voti religiosi, Gertrud von le Fort fu l’unica a incoraggiarla e a esprimerle vicinanza mentre tutti gli amici e i familiari avevano troncato i rapporti. 

Gertrud von Le Fort tornò a Merano, come si torna ad un rifugio protetto e rasserenante più e più volte nel 1962, 1964, 1965, 1966. Nella Merano degli anni Sessanta poteva contare sì su quei comfort della modernità ma conservava ancora quella rassicurante quotidianità tradizionale. 

Gertrud morì nel 1971 a Oberstdorf in Baviera. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

I Balog e l’omonimo Sanatorio: una villa dall’architettura straordinaria

Quando nel 1894 il dottor Ludwig Balog, specialista ungherese di medicina interna, già assistente del consigliere aulico Prof. Stiller, decise di aprire il proprio sanatorio nella città da poco divenuta località di cura, scelse di costruire un edificio solido e raffinato allo stesso tempo.

La zona scelta per l’ubicazione fu la quella di espansione ottocentesca che dalla piazza del Teatro si sviluppava verso la stazione ferroviaria, fulcro in quegli anni del turismo di cura cittadino. 

In quella stessa zona erano sorti via via infatti i grandi alberghi di lusso e la Kurmittelhaus, ossia il centro fisioterapico cittadino provvisto di piscina e sala Zander. 

Villa Balog fu disegnata e costruita dall’architetto Pietro Delugan (Zanolin di Ziano 1854 – Merano 1923) che realizzò un corpo di fabbrica a quattro piani dall’alzato neorinascimentale con timpani a sovrastare finestre e portefinestre, balconcini per ogni stanza ma non abbastanza profondi per  consentire la Liegekur ma certamente utili per passare qualche ora all’aria aperta, un trend questo che a Merano era molto in voga. m. e un erker a torretta di grande fascino, sorretto da un telamone e una cariatide. Due particolari architettonici assai rari fra le architetture cittadine. La struttura però che ha fatto di Villa Balog un unicum a Merano è l’erker che, dal pian terreno si inerpica fino all’altezza del tetto spiovente ed è sorretto da due imponenti telamoni. I telamoni erano una citazione greca che il Rinascimento e lo stile neorinascimentale li avevano riutilizzati come nell’antichità come colonne o per sostenere architravi o balconi.

I telamoni infine simboleggiavano forza, sopportazione e la potenza virile che regge il sacro.
Ludwig Balog era nato nel 1869, figlio di Adolf Balog e Antonia Friedmann. Era medico e direttore sanitario del proprio sanatorio, Villa Balog, che si trovava nell’allora Andreas-Hofer-Str. 4, proprio a fianco di quello che nel 1907 sarebbe divenuto il Kurmittelhaus, ossia il cosiddetto Istituto Idroterapico come veniva definito negli anni Trenta. Come specificava un depliant pubblicitario il sanatorio curava, convalescenti e malati non infettivi, quindi non i malati di tubercolosi. Garantiva assistenza e sorveglianza medica continua da parte del medico di casa, il dottor Ludwig Balig. Le stanze erano provviste di termosifone, condutture d’acqua calda in ogni piano, un ascensore, impianto per l’assorbimento della polvere, ventilatori.

Era sposato con era sposato con Josefine Freund, nata a Edelény, città ungherese situata nella contea di Borsod-Abaúj-Zemplén nella valle del Bódva, nel 1874. Josefine era figlia di Gisela Taswith e di Adolf Freund. Nel 1911 dal matrimonio nacque la figlia Susanne. 

Quando all’alba del 16 settembre 1943 Gisela e Ludwig furono rastrellati e portati nella Casa del Balilla, avevano 74 e 69 anni. Nel tardo pomeriggio furono trasferiti al campo di transito di Reichenau, vicino ad Innsbruck e alcuni mesi dopo, nel marzo del 1944 furono trasferiti ad Auschwitz dove furono uccisi al loro arrivo. La figlia Susanna era sposata Kiss e come la madre era casalinga e si salvò nascosta in Vaticano. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Rudolf Jettmar e Alexander Rothaug rappresentanti dello Jugendstil a Merano

Il Novecento meranese vide far capolino a Merano importanti architetti e artisti chiamati a realizzare opere capaci di eguagliare quelle delle grandi città dell’Impero e compiacere il gusto raffinato della clientela che si riversava in città per le cure. Fu l’occasione per mettere in scena le istanze architettonico-artistiche dello Jugenstil facendone di Merano una rappresentante. Tre furono i protagonisti, un architetto e due pittori. Si tratta dell’architetto Friedrich Ohmann, e degli artisti Rudolf Jettmar e Alexander Rothaug.

Coetanei, boemo il primo, viennese il secondo, i due artisti studiarono presso l’Accademia delle Belle Arti della capitale austroungarica. Rudolf Jettmar ebbe come insegnanti i maggiori esponenti del cosiddetto Wiener Ringstrassenstil, tra i quali Rumpler e August Eisenmenger che ne segnarono lo stile dibattuto fra novità stilistica, aveva infatti aderito alla Secessione, e ritorno alla tradizione. 

Alexander Rothaug invece ebbe una formazione più composita, ricevendo le prime lezioni di pittura dal padre Theodor e iniziando un apprendistato come scultore con Johann Schindler (1822–1893). Solo nel 1885 iniziò a frequentare l’Accademia di Belle Arti di Vienna dove studiò a sua volta con  August Eisenmenger, Christian Griepenkerl e Franz Rumpler. Fu però il pittore Leopold Carl Müller, noto per le sue opere orientaliste a catturare per molti anni il giovane Alexander Rothaug che studiò con il maestro fino alla sua morte avvenuta nel 1892.

Le opere di Rudolf Jettmar, in massima parte popolate da divinità e eroi della mitologia classica, sono un importante esempio di Jugendstil elaborato con accenti personali e risalenti alla propria formazione relistico-simbolista. Alexander Rothaug invece intraprenderà una carriera più dedicata alle arti grafiche, alla morte del suo maestro prediletto si trasferì infatti a Monaco di Baviera dove  lavorò come illustratore per la rivista umoristica Die Fliegenden Blätter. Rientrato a Vienna nel 1910 divenne membro della Cooperativa degli Artisti visivi di Vienna. 

Con l’architetto Friedrich Ohmann i due artisti riuscirono a creare un’opera d’arte totale, proprio come le nuove istanze legate ai circoli artistici dell’Arts & Craft andavano affermando. Fra stucchi di finissima fattura, ornamenti floreali, grandi finestre ad arco, colori tenui e arredi dal gusto delicato, sono riusciti a dare alla possente costruzione tutta la leggerezza dell’Art Nouveau viennese. 

Gli incantevoli affreschi che ornano il soffitto della grande sala ne sono la prova tangibile. Un ampio spazio bianco fa da palcoscenico alla danza elegante di figurine eteree, dai vestimenti leggeri mossi da una lieve brezza, fra pieghe e trasparenze. Fra le mani strumenti musicali ad accompagnare i movimenti aggraziati. Agili e sinuose le figure femminili rappresentano ninfe e ore, unite fra loro da ghirlande di viole e di primule che raccontano la primavera, la rinascita della natura, il tepore e la luce che tornano grazie all’arrivo trionfale del carro di Apollo, da cui si sprigionano luminosi raggi di sole, proclamando la sua vittoria sul grigio e freddo inverno, personificato da un vecchio intabarrato in un manto scuro che gli avvolge il corpo e il capo.  

Il fronte di nubi che lo attorniano si dissolvono nell’avanzare dei destrieri che trainano la biga.  

Autrice: Rosanna Pruccoli

La mise perfetta per entrare al Kurhaus

Sono le fotografie dei fotografi come Emil Joffè, Albert Ellmenreich, Leo Bährendt Rudolf Schoener e di tutti quelli che nei decenni si susseguirono a testimoniare la vita al Kurhaus fatta di incontri e di importanti eventi. Ma se giustapposte una accanto all’altra possono diventare una sorta di catalogo della moda del Novecento.

Fin dai suoi esordi i turisti di cura, membri di una ristretta elite della società europea del tempo, consideravano Merano una città assai elegante, dove recarsi con un guardaroba adeguato, ampio, adatto ai diversi momenti di una giornata e alle diverse attività offerte, ma soprattutto esclusivo e in linea coi dettami delle maison più in voga del momento nella capitale della moda, Parigi. Grandi bauli-armadio, completi di grucce e cassetti venivano scaricati quotidianamente dai treni internazionali che giungevano sferragliando in stazione per essere poi trasferiti alle hall dei lussuosi hotel cittadini. Per le signore che all’epoca potevano permettersi la villeggiatura e quindi frequentare il Kurhaus sarebbe stato impensabile recarvisi senza la giusta toilette, completata da accessori ricercati e parure di pregio. L’etichetta e quel gusto mondano che caratterizzava i soggiorni per le cure prevedevano numerosi cambi d’abito ai quali era impossibile sottrarsi. Fra le diverse sale dell’edificio quindi si aggiravano – in una sorta di sfilata di moda perenne – innumerevoli modellini da giorno, da pomeriggio, da sera. Al mattino la consuetudine voleva l’uomo in giacca, panciotto e pantaloni, e la signora avvolta in un semplice e pratico tailleur composto di gonna e giacca accompagnato da cappello, guanti e ombrellino; il pomeriggio richiedeva un abito più elegante per entrambi, spesso con lo strascico per lei e il frac per lui. Gli abiti più ricercati erano riservati alla sera per andare a teatro, al concerto e al ballo. Le linee degli abiti elaborati da Paul Poiret avevano dato avvio ad una nuova era dell’abbigliamento femminile, capace di coniugare eleganza a comodità, raffinatezza a libertà di movimento. I modelli di Poiret a vita alta e a tunica avevano definitivamente liberato la donna dalle costrizioni del corsetto, mentre i suoi ampi cappotti caldi e coloratissimi ispirati all’oriente avvolgevano la figura, sottolineandola. 

Negli anni Trenta, gli anni della crisi economica e dei regimi totalitari, si assistette ad una netta divisione fra l’ideale di bellezza e femminilità propagandate dal fascismo e quello scelto dalle case di moda francesi e in gran parte condiviso dagli altri paesi: longilinea, femminile e coi capelli platinati per questi ultimi, formosa ed estremamente femminile per l’Italia. Nel campo della moda, sotto l’incalzare della crisi economica, si abbandonato il lusso degli anni Venti e si scelsero tessuti del tutto nuovi come il nylon che consentiva di risparmiare sui filati naturali. Anche la linea delle vesti mutò: la vita tornò al punto naturale, gli orli si allungarono sotto al ginocchio e si aprirono in piccole pieghe e pannelli. 

Il secondo dopoguerra, vide nuovamente Parigi al centro della scena internazionale. Fu Christian Dior a lanciare il cosiddetto New Look. Abiti sfarzosi ed eleganti, accompagnati obbligatoriamente da guanti, scarpe col tacco e cappelli, per una donna signorile e raffinata. Spalle morbide, vita di vespa, fianchi tondi, gonna immensa. Furono anni caratterizzati da una grande varietà di mode e di stili: da Coco Chanel – che aveva imposto i suoi famosi tailleur completati dalla tipica borsetta di pelle trapuntata – a Cristobal Balenciaga, inventore di forme scultoree e Yves Saint Laurent che presentò l’abito a trapezio, lungo fino al ginocchio. Per Merano gli anni Cinquanta rappresentarono un periodo estremamente affascinante, denso di contraddizioni e problematiche: vi pulsava la vita, la voglia di ripartire, di andare avanti nonostante tutto. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Orazio Gaigher, un medico e un pittore a Merano

Nato a Levico Terme, il 20 aprile 1870, frequentò le scuole a Cortina d’Ampezzo, a Bressanone e infine, per volontà del padre medico, si laureò in medicina ad Innsbruck. Poco dopo aprì il proprio ambulatorio a Salisburgo. La sua grande passione era però la pittura che aveva continuato ad esercitare come autodidatta. Il clima culturale della secessione viennese lo attraeva particolarmente ma non poteva che frequentarla di quando in quando.

Fra i suoi pazienti aveva il pittore incisore, scrittore, regista cinematografico, scultore e musicista tedesco naturalizzato inglese, Hubert von Herkomer (Waal, 26 maggio 1849 – Budleigh Salterton, 31 marzo 1914), che lo spronò a dedicarsi di più alla pittura. Alla morte del padre Orazio Gaigher aveva trentuno anni, chiuse il suo ambulatorio, appese il suo camice, e prese a viaggiare per dedicarsi completamente all’arte. Nel 1901 Herkomer lo portò con sé a Londra dove Gaigher rimase per tre anni studiando ritratto sotto i suoi insegnamenti.  L’ambiente londinese lo avvicinò al simbolismo e al movimento di William Morris. Ma alla fine la sua spinta interiore lo fece avvicinare al gruppo capeggiato da Dante Gabriele Rossetti. Successivamente, sempre con l’amico e maestro Herkomer, si spostò in Spagna dove strinse amicizia con l’artista Joaquin Sorolla, e dove lo studio delle opere di Velazquez fu determinante per la sua arte. Il 1906 le vide a Parigi dove si specializzò nel genere del ritratto. 

Nel 1907 fece ritorno a Merano dove viveva in inverno e Madonna di Campiglio dove viveva in estate.  

Da ritrattista iniziò a viaggiare per l’Europa e gli Stati Uniti d’America dove le commissioni per i ritratti furono assai numerose (si dice che furono più di cinquecento). Nel 1915 partecipò con grande successo all’Esposizione Internazionale di San Francisco dove fu premiato per le sue opere. Oltre a ritratti, scene di genere e paesaggi, realizzò alcune pale d’altare, incise exlibri e realizzò lavori decorativi al Kurhaus di Merano. Tra questi putti dalle ali di farfalla, pappagalli, fiori, in un insieme gioioso per la cupola della rotonda, elemento di raccordo fra il primo e il secondo Kurhaus. 

Rientrato per qualche anno in Trentino Alto Adige, nel 1928 partì per una spedizione pittorica di due anni in Argentina e in Patagonia, privilegiando il paesaggio. 

La sua attività artistica spaziava anche alle immagini sacre; ritrasse importanti prelati e addirittura Papa Pio X, ma non trascurò neppure la produzione di ex libris e incisioni. 

Dopo un così lungo peregrinare fu nuovamente Merano la città in cui scelse di far ritorno nel 1930 e poco tempo dopo venne nominato Presidente degli artisti della Provincia di Bolzano. 

In città, oltre alle decorazioni del Kurhaus, sono visibili alcuni ritratti conservati a Palais Mamming, e una Santa Lucia conservata nella chiesa Santa Maria del Conforto. 

Morì a Merano il 17 maggio 1938.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Friedrich Wasmann: un pittore amburghese a Merano 

Qualche anno prima che Merano diventasse città di cura e si dotasse di tutte le strutture necessarie per l’accoglienza, il giovane pittore amburghese Friedrich Wasmann decise di fermarsi nel piccolo borgo cinto da mura e affacciato sul torrente. Affascinato dal paesaggio incontaminato il suo primo soggiorno meranese, avvenuto tra il 1830 e il 1831, raggiunse i due anni di permanenza e poi l’artista decise di riprendere il suo viaggio per raggiungere Roma.

A Roma Wasmann frequentò pittori molto famosi come dove frequentò artisti famosi come Bertel Thorvaldsen, Joseph Anton Koch, Friedrich Overbeck che lo ispirarono e gli consentirono di progredire nella propria arte. L’alunnato presso il pittore amburghese Schur, la frequenza delle Accademie di Dresda e Monaco non erano ai suoi occhi sufficienti. I due anni romani furono per lui il punto di svolta stilistico. Anche sul piano personale Roma fu per Friedrich Wasmann un momento di crescita che culminò con la conversione al cattolicesimo. Rientrato a Merano nel 1839 dopo qualche mese si trasferì a Bolzano dove c’erano maggiori prospettive di lavoro e dove grazie alla società nobile e altoborghese lì residente Wasmann divenne in breve un ritrattista famoso, richiesto, e assediato dalle commissioni. Vi rimase fino all’estate 1843. A Bolzano ebbe modo di conoscere anche la giovane donna che sarebbe divenuta sua moglie: Emilie Krämer.  Nel 1846 decise di stabilirsi definitivamente a Merano con la moglie e la suocera. Anche nella città di cura i suoi ritratti erano assai richiesti e la clientela costituita da molti turisti erano una promessa di lavoro. Anche a Merano la clientela divenne assai numerosa e fatta di meranesi di ogni estrazione sociale e di turisti. I suoi ritratti sono talmente dettagliati da poter raccontare la storia della moda e della sua epoca. Particolare spazio e attenzione, infatti, egli la pose alle acconciature, ai gioielli, all’abbigliamento. A Merano però furono molto richiesti anche i suoi paesaggi, così innovativi per il suo tempo poiché colti a stretto contatto con la natura e considerati oggi tra i primissimi esempi di pittura tedesca “en plein air”. La sua vita artistica si intreccio con quella della città che andava rapidamente trasformandosi con l’abbattimento delle mura, la costruzione dei terrapieni per dar vita alle Passeggiate Lungopassirio, quindi lo spostamento dei mulini e dei mestieri che avevano bisogno di stare accanto al fiume. La città insomma che si allontanava sempre più da quella che lui aveva ritratto nel suo primo soggiorno. Ebbe così modo di vedere la costruzione del Kurhaus e della Wandelhalle che egli ritrasse creando per i posteri una importante testimonianza di vita cittadina. Wasmann visse appieno anche la sua vita personale e artistica tanto da scriverne una autobiografia che fu pubblicata da Bernt Grönvold. Morì a Merano il 10 maggio 1886, la sua lapide posizionata dietro il duomo lo ricorda, alcune delle sue opere sono esposte a Castel Tirolo e a Palais Mamming.  

Autrice: Rosanna Pruccoli