La formazione e poi l’innovazione dello scultore Joseph Brunner

All’indomani della Seconda guerra mondiale, negli artisti figurativi e negli scultori europei e statunitensi nacque l’esigenza di abbandonare le forme e il figurativo anche per dare voce ed espressione al dolore, alla paura, allo shock che l’Europa tutta, ma in realtà il mondo intero, vissero in quei tragici anni segnati dalle dittature, dal conflitto, dalla Shoah e dalla deflagrazione della bomba atomica. Gli artisti cercarono quindi nuovi linguaggi che riuscissero in questo arduo compito.

Fu questa la realtà storica, gli eventi traumatici, l’ambiente esistenziale, il dibattito culturale, le istanze artistiche che Joseph Brunner visse e respirò a Vienna, ne fece tesoro ed esportò in Alto Adige quando, nei primi anni Cinquanta, vi fece ritorno.

La conoscenza del marmo.

Il giovane Joseph Brunner iniziò ad accostarsi alla scultura e al “prodotto” inteso come opera d’arte, cominciando da una conoscenza pratica e tecnica del marmo e della sua lavorazione. Quattordicenne fu infatti accolto a Lasa nella bottega dello zio, l’imprenditore del marmo e a sua volta scultore Josef Mayr che nel 1928 aveva rilevato azienda e dipendenti dal suo maestro d’apprendistato. Joseph vi restò fino ai diciannove anni trascorrendovi i difficili anni del fascismo, delle Opzioni e lo scoppio della Seconda guerra mondiale, l’occupazione nazista e la creazione dell’Alpenvorland, gli anni cioè fra il 1938 e il 1943, quando anch’egli fu chiamato alle armi. Militò nelle file della Wehrmacht in diversi territori del fronte orientale e fu fatto prigioniero in Jugoslavia, poi impiegato nel lavoro coatto. Fece ritorno dalla prigionia solo il 17 dicembre del 1947. La guerra aveva interrotto la sua formazione, costringendolo ad affacciarsi con ritardo al proprio futuro. Fu nel 1949 che Joseph Brunner decise di intraprendere davvero la carriera artistica iscrivendosi all’Accademia di Belle Arti di Vienna.

Il percorso in Accademia.

Qui frequentò la classe di pittura del professor Herbert Boeckl (Klagenfurt 1894 – Vienna 1966) con il quale praticò – con grandi risultati – pittura, acquarello e disegno. Brunner frequentò però con altrettanto profitto la classe di scultura del meranese Franz Santifaller (Merano 1894 – Innsbruck 1953) anch’egli formatosi a Lasa e poi alla Scuola d’arte applicata di Bolzano e docente a Vienna sin dal 1948, ma rappresentante di concezioni artistiche ormai superate.

L’officina creativa e artistica.

Joseph Brunner non si fermò a questi insegnamenti e prese a frequentare assiduamente l’officina di Fritz Wotruba, nel secondo distretto Prater: qui Wotruba  dimostrava come, attraverso la frammentazione cubica, fosse possibile rappresentare anche soggetti in movimento. E qui Joseph Brunner ebbe modo di immergersi nuovamente nella materia per approdare alla forma, trovando una via personalissima all’opera d’arte lapidea, lignea e all’argilla.

Sulla propria strada.

Trovare la propria strada era per Brunner un must al quale non rinunciò mai e un disegno del 1950 mostra come abbia saputo confrontarsi in modo ironico con le tendenze internazionali dell’arte degli anni Quaranta, caratterizzando a matita gli elementi formali di Marino Marini, Alexander Calder, Fritz Wotruba, Fiorenzo Tomea, Henry Moore e Marc Chagall. Il suo approccio giocoso riuscì a cogliere le questioni problematiche di questa generazione in maniera più che precisa. Per qualche tempo la pittura rivaleggiò con la scultura nell’animo di Brunner che alla fine scelse di privilegiare la scultura senza però abbandonare mai i pennelli.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Quelle donne, muse di creatività, ci raccontano lo stile di tre artisti

Resterà aperta fino al 18 ottobre la mostra “Luce di donna”, a Merano a Palais Mamming. Fra le numerose opere esposte risaltano tre ritratti di altrettante donne raffinate, eleganti, misteriose. Esse dominano in maniera esemplificativa la sezione dedicata alla Bella Époque.

Tutti conoscono le celebri raffigurazioni femminili di inizio secolo di Gustav Klimt, Alphonse Mucha o Henri de Toulouse-Lautrec, ma esistono ritratti di donna, da un lato inavvicinabili icone altezzose del lusso e della seduzione, dall’altro anime smarrite della bohème parigina. Maggiormente caratterizzati dalla stilizzazione lineare dell’arte della Secessione sono i ritratti di donna di Alcide Davide Campestrini, Heinrich Told e Umberto Moggioli.

L’artista Campestrini.

Davide Campestrini (Trento 1863 – Milano 1940) era pittore, disegnatore e grafico, si era formato presso la Scuola di Disegno di Trento, poi, a Milano, presso la prestigiosa Accademia di Brera. Tra il 1887 e il 1920 tenne lui stesso cattedra presso la Scuola d’Arte Applicata all’Industria del Regio Castello Sforzesco e a partire dal 1894 presso la medesima Accademia di Brera.

Più volte l’artista colse l’occasione per ritrarre la moglie, la poetessa Emma Toller, di undici anni più giovane, sua conterranea e sposata nel 1897. Numerosi disegni e tele parlano di lei e del legame fra i due.

A Milano però, Emma, faceva fatica a vivere nonostante scrivesse le sue poesie in vernacolo, seguisse il marito nel suo lavoro e con lui frequentasse il “Circolo Trentino di Milano”, luogo di incontro degli irredentisti trentini.

Nel presente ritratto del 1915 che vediamo in pagina, Emma Toller è colta in una posa assai particolare, di profilo e con la testa leggermente piegata. Uno sguardo attento e pure dolcissimo, l’incarnato candido che illumina il contrasto dato dall’abito e dal cappello da cui fuoriescono capelli corvini.

L’artista Moggioli.

Umberto Moggioli (Trento 1886 – Roma 1919) affascinato fin da ragazzo dai paesaggi dei suoi dintorni non tralasciava di restituirli sulla tela.

Fu grazie al noto pittore paesaggista Bartolomeo Bezzi (Fucine d’Ossana 1851 – Cles 1923) e alla generosità del politico, imprenditore e mecenate trentino Antonio Tambosi (Trento 1853 – Trento 1921), che il giovane poté  frequentare l’Accademia di Belle Arti di Venezia, dove scelse di seguire la classe di Vedute di Paese e di Mare guidata da Guglielmo Ciardi che lo avviò alla pittura “dal vero”. Ottenuto il diploma nel 1907, la sua nuova meta fu Roma, dove frequentò la Scuola Francese di Nudo.

A contatto con l’ambiente romano la sua tavolozza si arricchì di colori chiari e luminosi e le figure trovarono una solida volumetria. Nel Ritratto di donna del 1912,  che vediamo in questa pagina, la protagonista è colta a mezzo busto di profilo mentre il viso è rivolto al fruitore.

I bei lineamenti sono posti in risalto dalla acconciatura alla moda e soprattutto dai colori vivaci della camiciola leggera, che viene in parte coperta dallo scialle azzurro intenso.

L’artista Told.

Heinrich Told (Bolzano 1861 – Sarentino 1924), rimasto sostanzialmente immune alle nuove correnti, di formazione accademica, era un pittore che ben si inquadrava all’inizio del XX secolo. Figlio di una rispettabile famiglia di commercianti, Sarentino era il centro della sua vita anche quando frequentò l’accademia di Monaco. La moglie, Maria Told, si presenta nel quadro, che vediamo in pagina, in posa mondana, in un abito nero di pizzo, con un cappello a tesa larga, mentre guarda l’osservatore con aria interrogativa. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Musch & Lun, il duo che costruì la “nuova Merano” d’inizio 1900

Musch & Lun era l’Ufficio di architettura e ingegneria civile di Merano che fra il 1880 e il 1930 coordinò i lavori e firmò numerosi degli edifici privati e pubblici siti in città. Fu una delle principali imprese edili in Alto Adige tanto in termini di arte che di tecnologia.

Alla sua guida erano il maestro costruttore Josef Musch (1852–1928) e l’ingegnere Carl Lun (1853–1925). Carl Lun, lavorò instancabilmente in campo urbanistico e per la realizzazione di progetti ed edifici che promuovessero lo sviluppo economico e sociale di Merano quale città di cura. Moto spesso il progetto veniva realizzato da un architetto ma la realizzazione dell’edificio veniva affidata a Musch e Lun.

Fra stile e lusso.

È il caso ad esempio del grande Hotel Emma, il cui progetto, datato 1908 porta la firma dell’architetto Gustav Birkenstaedt, ma anche di molti altri edifici di lusso della città. Nella lunga carriera dei due soci, lo studio di architettura progettò e realizzò i propri progetti, ma realizzò anche quelli di architetti provenienti da altre città e nazioni, come impresa di costruzioni.

Musch & Lun era anche un centro di formazione per aspiranti architetti, ne sono esempio Theodor Prachensky (1888–1970) e Franz Baumann (1892–1974).

La creazione dei quartieri.

Grazie alla collaborazione con vari studi di architettura, lo studio di architettura Musch & Lun ha plasmato interi quartieri di Merano e ha contribuito notevolmente a realizzare il volto e lo stile architettonico e urbanistico di Merano. Essi favorirono l’espandersi di una forma regionale di storicismo che in breve divenne caratteristico di un’epoca e di una certa classe sociale che a Merano cercava riposo e una vita salutare nel comfort delle proprie ville. 

Oltre al proprio lavoro di imprenditori, Musch e Lun furono attivi anche in varie associazioni e in politica. Seppero individuare possibilità di sviluppo economici sia privati che pubblici e, soprattutto riconobbero opportunità per il progresso dell’Alto Adige. Per realizzare tali progetti, utilizzarono la loro posizione sociale, il loro successo economico e la loro influenza politica. Avevano attivato vere e proprie reti imprenditoriali. Le imprese idroelettriche infatti furono legate al loro nome. Musch & Lun furono coinvolti nell’introduzione di nuovi mezzi di trasporto emergenti (ferrovie locali) e nell’attuazione dei concetti di sviluppo urbano.

Energia e marketing.

Musch & Lun sostennero l’uso dell’energia idroelettrica, svolsero un ruolo chiave nella fondazione degli Etschwerke e per il marketing dell’elettricità. Particolarmente degni di nota sono i servizi offerti da Musch & Lun in relazione alla soluzione di nuovi progetti edilizi, come la costruzione di centrali elettriche.

Decisivo poi il loro ruolo nello sviluppo dell’Alto Adige nei settori ricreativo e turistico termale. Oltre alla realizzazione dei servizi di alto livello nel campo della costruzione alberghiera (Hotel Brennerbad, Hotel Karersee, Hotel Emma e molti altri) e delle loro attrezzature secondo i più recenti standard tecnici, lo studio fu anche attivo nello sviluppo di progetti turistici e come investitore.

Il lavoro per l’ospedale.

Fra le loro realizzazioni va ricordato l’ospedale di Merano che costruirono fra il 1902 e il 1905, per il quale si impegnarono a conoscere a fondo gli standard internazionali dell’igiene, della disinfezione e della prevenzione sanitaria, con viaggi di indagine in varie città della monarchia del Danubio e della Baviera. Oltre all’ospedale realizzarono il Cimitero comunale nel 1908, la Centrale idroelettrica di Tel fra il 1897 e il 1898, la sinagoga di Marano nel 1901, il mattatoio di Merano nel 1906, per citarne solo alcune. E poi lo studio Musch & Lun fu coinvolta in progetti di beneficenza, soprattutto in relazione al miglioramento degli standard sanitari e medici.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Clara Schreiber, un’avanguardia femminista nella realtà meranese

Fin dai suoi esordi come città di cura, Merano fu la meta di imprenditori, medici, commercianti ebrei che qui giunsero con il preciso scopo di incentivare il flusso turistico, la qualità e la specificità delle cure, e offrire a un vasto pubblico e ai propri correligionari un accoglienza adeguata.

Si trattava di un’accoglienza, in buona sostanza, che tenesse conto anche delle esigenze dietetiche imposte dalla religione, delle festività e in generale anche del calendario e dei ritmi di vita ebraici.

Assieme a coloro che costruirono questi presupposti, raggiunsero il “Luftkurort” meranese numerosi intellettuali, scrittori, poeti di religione ebraica e in breve in città fu possibile assistere a conferenze, letture tenute da costoro.

In questa realtà, non poche a Merano furono le intellettuali ebree che arricchirono notevolmente il panorama culturale cittadino, senza mancare di frequentare le altre città di importanza culturale e dunque con un’apertura mentale davvero rilevante.

Fra queste merita di essere conosciuta Clara Hermann Schreiber, pubblicista, scrittrice e femminista impegnata nella lotta per i diritti delle donne. Clara Hermann Schreiber era nata a Vienna il 27 ottobre 1848, ma, rimasta orfana in tenera età, era cresciuta e si era formata intellettualmente a Brno, nella casa del padre adottivo, che le diede tutti gli strumenti necessari ad una ampia educazione culturale. Non ancora ventenne, nel 1867 Clara sposò il medico Josef Schreiber e insieme diedero vita al sanatorio Alpenheim ad Aussee per poi crearne un secondo a Merano, il famoso sanatorio Higenia. Insieme vivevano alternativamente nelle due località turistiche, come tipico delle famiglie ebraiche che trascorrevano la stagione a Merano per poi rientrare nelle altre città dove possedevano una seconda impresa.

Nonostante l’impegno in sanatorio, del quale teneva la contabilità e dirigeva negli aspetti non d’ordine medico, Clara riuscì a partecipare intensamente alla vita sociale e filantropica della città sul Passirio. Contemporaneamente aveva iniziato la sua attività di scrittura lavorando per il “Wiener Allgemeinen Zeitung”, per il quale iniziò col pubblicare articoli sulla moda, sulla salute e sull’educazione. Seguì poi l’impegno con il “Neuen Freien Presse” e altri feuilleton.

Nel 1884 pubblicò con successo il suo primo libro che riuscì a farsi strada nell’ampia bibliografia dedicata a Parigi: “Eine Wienerin in Paris”. Vincenti furono infatti le sue prese di coscienza sulla donna e sulla vita quotidiana.

A questa pubblicazione seguì un nuovo libro che raggiunse ancor più successo e cioè “Eva”, nel quale affermava l’importanza del lavoro per tutte le donne, pur non negando l’importanza del matrimonio.

Femminista, le sue idee erano innovative e, per quei tempi, spesso vicine al limite. Di grande personalità e spessore culturale, Clara Schreiber teneva un salotto letterario dove intellettuali e interessati si confrontavano e si scambiavano opinioni e letture.

Il marito Josef supportava sempre con passione e orgoglio il suo impegno culturale, sociale e filantropico.

Clara teneva con forza alle istanze che vedevano la donna posta in posizione di uguaglianza sul lavoro e nella quotidianità, perciò cercò di impegnarsi personalmente nella realtà meranese per una maggiore partecipazione delle donne alla vita politica e sociale. Nel 1890 sfidò i benpensanti e i conservatori meranesi presentando al Kurhaus, in una sala gremita di interessati e di curiosi, stralci del suo libro “Eva. Studi naturalistici di un’idealista”. Nel libro e durante la conferenza Clara propose di dare alle donne in Europa la possibilità di lavorare come infermiere, ma anche di iscriversi a Medicina e una volta laureate seguire la professione medica. A tal proposito aveva portato ad esempio le 3.000 donne medico che già lavoravano negli Stati Uniti. Esse rappresentavano una conferma al fatto che anche le donne potevano imparare e praticare la medicina non meno brillantemente dei colleghi maschi. Nei giorni seguenti le critiche furono feroci e il giornale “Der Burggräfler” pubblicò insulti antisemiti, sottolineando che solo una donna ebrea poteva presentare contenuti simili.

Le critiche, comunque, non la fermarono e Clara continuò a propagare le sue idee in numerosi altri luoghi oltre che nei suoi due sanatori.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Annamaria Mondini, con poesia e scrittura elogiò la riservatezza

«Quello che desidero di più è una vita riservata con i miei affetti familiari». Quella di Annamaria Mondini fu una vita vissuta all’insegna della riservatezza, pur avendo raggiunto il successo di critica per le sue opere fin dalla metà degli anni Settanta.

Non solo. Anche pur avendo pubblicato numerose raccolte di poesia e di racconti, pur firmando numerose collaborazioni con le riviste specializzate, ella non lasciò mai trasparire nulla di questi successi fra le persone non avvezze al godimento e alla fruizione della poesia, della narrativa e della saggistica. Tutto dei suoi successi e della sua grande capacità di rappresentare i sentimenti, sapevano invece i soci della Dante meranese e dei due circoli letterari bolzanini di alcuni decenni addietro, il “Circolo degli scrittori altoatesini” e il circolo “Amici della poesia” che con lei condivisero per anni questa bruciante passione. 

«Leggendo questa raccolta si ha in un primo momento l’impressione di trovarsi di fronte ad una specie di “Antologia di Spoon River” dove a parlare sono le cose relegate in soffitta, che calandosi nello scavo della memoria, fanno rivivere in una malinconia nostalgica quel loro “tempo che fu”. Invece si tratta di una poesia molto complessa ed originale, sia nella forma che nella sostanza, sia nell’espressione che nella tematica. Ed è proprio la tematica che fa riflettere. Ogni cosa è memoria del suo tempo è testimone di avvenimenti. […] Ma dietro la storia di ogni singola cosa si nasconde la storia di ogni singolo uomo […]. Nasce così la poesia della memoria che esprime il più grande messaggio d’amore. Questa è una poesia che parla a tutti. E più che parlare si fa sentire, entra nei più remoti anfratti dell’anima. […] Rappresenta una delle rare raccolte di buona poesia ed ha tutte le carte in regola per fare testo». Così scriveva il critico letterario Pasquale Cardone nella sua critica alla raccolta di poesie di Annamaria Mondini intitolata “Solarium” e pubblicata da Gabrieli Editore di Roma nel 1982, dopo una lunga serie di successi ai concorsi letterari e dopo la pubblicazione di già numerose raccolte di poesia.   

Annamaria Mondini era nata a Bologna nel 1930 ma giunse a Merano, praticamente ancora in fasce, nel 1931 con la sua famiglia.

Il padre era infatti musicista ed era stato assunto nell’Orchestra di Cura del Kurhaus in qualità di primo fagotto. Lavorò con il Maestro Gravina e successivamente con Giacometti, che nel 1935 vinse il concorso a direttore. Col passare del tempo Luigi Mondini divenne anche il sindacalista dell’orchestra e per questo toccavano a lui tutte le contrattazioni con il cavalier Maviglia e l’Azienda di Cura e Soggiorno, da cui l’orchestra dipendeva.

L’infanzia, l’adolescenza e la giovinezza di Annamaria si svolsero così all’ombra del Kurhaus e della conchiglia della musica sulle Passeggiate Lungo-Passirio, visto che con la madre ascoltava i due concerti giornalieri dell’orchestra. Seguendo la propria famiglia, Annamaria visse fra Merano e le città in cui il padre soggiornava per le sue tournee invernali. Si trattava di altri luoghi di villeggiatura dove la stagione turistica si estendeva anche all’inverno.

Nel 1935 i genitori di Annamaria frequentarono assiduamente Luigi Bartolini, mandato a Merano al confino.  La Seconda guerra mondiale colse la famiglia Mondini a Merano, Annamaria aveva nove anni e visse le vicissitudini del padre che, non potendo più suonare nell’Orchestra di Cura, che venne sciolta allo scoppio del conflitto, trovò lavoro come contabile presso la ditta Meindl. Alla fine della guerra l’orchestra fu ricostituita e il padre poté riprendere l’attività concertistica che mantenne nell’Orchestra di Cura fino al suo pensionamento.

Annamaria frequentò a Merano le scuole elementari e l’avviamento commerciale, al tempo ubicato in piazza Castello. In uno dei soggiorni di lavoro del padre, a Sanremo, Annamaria conobbe il primo amore della sua vita e, a ventidue anni, lo sposò e poco tempo dopo, nel 1952, diede alla luce il figlio Patrizio. Il matrimonio non fu però fortunato e qualche tempo dopo Annamaria lasciò il marito e rientrò in seno alla famiglia a Merano, dove trascorse il resto della sua esistenza.

Anni dopo, sempre a Merano, Annamaria convolò a nuove nozze e da questa unione nacque la figlia Elisabetta.

Autrice: Rosanna Pruccoli

La grande creatività poetica vissuta da Morgenstern a Merano

Dalla Baviera al Sudtirolo, da Monaco a Merano. Christian Morgenstern, poeta e scrittore nato nel maggio del 1871 da una famiglia di artisti, viaggiò molto fra Germania, Svizzera e Italia. Una malattia polmonare lo portò a frequentare varie stazioni climatiche e a Merano visse a lungo.

Il poeta e scrittore tedesco, dopo un breve periodo di lavoro come giornalista a Berlino, fece della sua malattia polmonare il motivo per intraprendere numerosi viaggi, conoscere altri scrittori e intellettuali in Germania, Svizzera e Italia. Nato infatti nel 1871 da una famiglia di artisti, fin dal 1893 fu costretto a trascorrere ogni estate lunghi periodi di cura in stazioni climatiche. Si fece conoscere giovanissimo con le sue raccolte poetiche del 1898, del 1900, del 1906. Nei suoi primi anni Christian Morgenstern scrisse numerosi saggi e recensioni per vari periodici tedeschi. Furono pubblicati nel sesto volume (Kritische Schriften, 1987) della raccolta delle opere tedesche di Morgenstern. Le sue opere filosofiche e mitologiche furono in gran parte influenzate dal filosofo Friedrich Nietzsche, e Rudolf Steiner (fondatore dell’antroposofia), e dagli scrittori russi Fëdor Dostoevskij e Lev Tolstoj.

Morgenstern divenne ancor più famoso come traduttore: fu infatti lui a tradurre in tedesco le opere di Ibsen e di Strindberg.

Quando giunse a Merano nel settembre 1906 era poeta, traduttore e pubblicista affermato.  Prese alloggio a Maia Alta, dove decise di restare e trascorrere l’inverno 1906/1907 in una piccola mansarda. In una lettera all’amico Friedrich Kayssler descrive il paesaggio che può godere dalla sua piccola ma pulita stanzetta. Rimasto affascinato dalla bellezza del luogo, ne compì un vero monumento poetico.

Nel giugno 1908 a Bad Dreikirchen conobbe Margareta Gosenbruch von Liechtenstern e insieme decisero di camminare fino alla Mendola. Rientrato a Merano nell’autunno 1908, passò settimane di intenso lavoro e creò alcune delle più belle poesie mai scritte a Merano.

Il 7 marzo 1910, a Merano, Morgenstern e Margareta Gosenbruch von Liechtenstein si sposarono. Poco tempo dopo purtroppo la sua malattia peggiorò e nel 1914 si rese necessario un ricovero al sanatorio Navratil di Gries. Rientrarono a Merano e furono ospitati in un piccolo appartamento della villa Platter-Heliobug di Maia Bassa, della nobildonna polacca Ludwigowska, dove morì il 31 marzo. 

La sua poesia era soprattutto ispirata al nonsense letterario inglese e fu assai popolare fra i suoi contemporanei anche se non riuscì a portarlo a un vero e proprio successo. In alcuni scritti ebbe modo di criticare alcuni aspetti della filosofia e della lingua: la scolastica nel suo Scholastikerprobleme, la critica letteraria in Drei Hasen, la grammatica in Der Werwolf, la ristrettezza mentale in Der Gaul e il simbolismo in Der Wasseresel. Fra le opere più note e apprezzate di Morgenstern ci furono i Galgenlieder del 1905, un volume di versi umoristici, poi Palmström nel 1910. Mentre furono pubblicati postumi Palma Kunkel nel 1916, Der Gingganz nel 1919 e Alle Galgenlieder nel 1932. 

In Germania di queste opere furono stampate diverse edizioni e ne furono vendute centinaia di migliaia di copie.

Le composizioni di Morgenstern furono musicate da compositori di fama e provenienti da varie nazioni europee.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Lo scultore Hermann Klotz e il monumento all’imperatrice Sissi

Entrando nel parco che conduce alla passeggiata d’estate ci si imbatte nella bella statua della imperatrice Elisabetta d’Austria, nata duchessa bavarese, ossia Elisabetta Amalia Eugenia di Wittelsbach, detta Sissi (Monaco di Baviera, 24 dicembre 1837 – Ginevra, 10 settembre 1898), regina apostolica d’Ungheria, regina di Boemia e Croazia e consorte di Francesco Giuseppe d’Austria.  Morì il 10 settembre 1898 mentre passeggiava a Ginevra, accoltellata dall’anarchico italiano Luigi Lucheni. Fu un vero shock per la popolazione tutta.

Amata da tutti, i monumenti in ricordo di Sissi presto si moltiplicarono e nel 1903 anche Merano poté esibire il proprio, somigliante e di raffinata fattura. 

La statua fu posizionata nel parco che prese il suo nome, così come le passeggiate Lungo-Passirio presero i nomi delle sue figlie. Fu opera di Hermann Klotz (Imst 1850 – Dornbirn 1932). Figlio di un maestro falegname, si formò inizialmente con Franz Xaver Renn e Johann Grissemann a Imst, poi lavorò nello studio dell’architetto Karl Kaiser a Vienna. 

Dal 1875 studiò con Otto König presso la Scuola di Arti e Mestieri del Museo Imperiale e Reale Austriaco d’Arte e Industria di Vienna, dove fu nominato capo del neonato dipartimento di intaglio nel 1879 e professore nel 1884. Particolarmente attivo come intagliatore del legno, fu perfetto interprete del marmo e del bronzo. Alla statua indimenticabile in marmo di Lasa di Merano seguì, nel 1906 una seconda statua della imperatrice per la chiesa di Mattia a Budapest. Questa rappresentazione fu così ben accolta che l’imperatore Francesco Giuseppe I fece realizzare piccole copie in porcellana biscuit da regalare a familiari e ospiti di stato. Come logico per la madrina del turismo meranese Elisabetta siede in posa regale su una poltroncina di vimini intrecciato con un abito estivo leggero le cui trasparenze così come le increspature dell’ampia gonna riecheggiano realisticamente nella massa lapidea immortalandone fascino, eleganza e ricercatezza dei modi e degli abiti ad aeternum. 

La prima visita di Sissi a Merano ebbe luogo nel 1870, traducendosi in un importante segnale che le intenzioni della città di diventare un luogo di cura dell’impero, così come lo erano già Bad Ischl con le sue Esplanade in riva al fiume  Traun e molti altri luoghi ancora, non era affatto errata e bisognava proseguire in questo progetto nonostante le tante critiche di una parte della popolazione. Dove soggiornava Sissi, accorrevano anche i membri dell’aristocrazia e dell’alta borghesia europea. In breve tempo, Merano divenne famosa organizzandosi sul piano urbanistico e dell’ospitalità turistica. Nacquero alberghi eleganti, sanatori per le cure, aprirono numerosi ambulatori medici, si stabilì la giusta stagionalità per il tipo di clima, si aprirono caffè e ristoranti, negozi e saloni di bellezza. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

 

Albert Ellmenreich, non solo un giornalista e fotografo a Merano

Albert Ellmenreich era nato a Merano il 31 marzo 1870 e vi morì il 10 febbraio 1937. Merano era la città che aveva amato tutta la vita. Era il figlio primogenito dell’imprenditore Friedrich Wilhelm Ellmenreich (1838–1923), originario di Schwerin e residente a Merano, e della moglie Paula Pallang (1844–1911), proveniente da Bregenz. Era il fratello maggiore di Oskar Ellmenreich (1907–1991).

Fotografo e giornalista Albert Ellmenreich passa alla storia per il suo impegno nel tentativo di tramandare ai posteri volti e storie di una città in continuo sviluppo nonostante i capovolgimenti epocali che aveva vissuto. Ellmenreich ha scritto e fotografato ogni evento in città, ha ricordato ogni personalità, ha registrato ogni novità architettonica senza rinunciare a catalogare anche quegli edifici che man mano venivano abbattuti per lasciare spazio a quelli nuovi. Attraverso le sue fotografie possiamo respirare tutto ciò che avvenne in città durante la Prima guerra mondiale. 

Dopo aver frequentato il liceo locale, imparò il mestiere nella libreria e tipografia dei genitori, Pötzelberger, situata a Merano in piazza Duomo. La tipografia fu per anni il punto culturale per eccellenza e il luogo dove poter apprendere le notizie e dove commentarle. Dopo la morte del padre, la tipografia di famiglia fu in seguito rilevata dal fratello minore Oskar. Albert lavorò inoltre come apprendista presso la Meraner Zeitung, di cui fu caporedattore a partire dal 1896 e nei cui numerosi articoli manifestò costantemente un orientamento patriottico e nazionalista.

Dopo l’annessione italiana dell’Alto Adige negli anni 1919/20, Ellmenreich cercò di riorientarsi e di trovare un accordo con le autorità italiane. Quando la Meraner Zeitung, come quasi tutta la stampa tedesca dell’Alto Adige, fu chiusa dal governo fascista, dal 1926 fino alla sua morte nel 1937 lavorò come redattore di Merano per la Alpenzeitung, il quotidiano concesso dal locale Partito Fascista Italiano, che permetteva che gli articoli fossero scritti in tedesco ma con l’uso di una toponomastica ed una odonomastica italiana.  Oltre agli articoli Albert Ellmenreich scrisse alcuni libri come “Il Teatro Comunale di Merano” che fu un supplemento alla Meraner Zeitung, n. 144 del 2 dicembre 1900.  Scrisse pure: “Dai giorni di guerra più emozionanti di Merano. In: Meraner Hauskalender 1919, pp. 49–61”. Non va dimenticato anche: “In occasione del 50° anniversario della morte di Friedrich Wasmann.” In: Alpenzeitung, edizione del 12 maggio 1936, p. 4. Di grande importanza per la storia dell’architettura razionalista fu la sua visita al Municipio appena costruito su progetto e realizzazione di Ettore Sotsass, una sorta di visita guidata ricca di dettagli fra i corridoi e gli spazi interni del grande edificio moderno: “E sorse il nuovo municipio di Merano…”. In: Meraner Jahrbuch 1937. Athesia, Bolzano-Merano 1937.

A partire dalla metà degli anni ‘30, Albert Ellmenreich, così come suo fratello Oskar, si orientò sempre più verso il nazionalsocialismo.

Ellmenreich lasciò in eredità alla città e ai suoi cittadini sette album fotografici con circa 1200 fotografie, cartoline e disegni, 2080 lastre fotografiche relative al periodo dal 1915 al 1937 e cinque volumi di cronache di guerra e diari scritti fra il 1916 e il 1919, tutti conservati presso l’Archivio comunale di Merano.

La sua tomba si trova al Cimitero Centrale di Merano, dove è sepolto nella tomba di famiglia. Il suo nome non può essere lasciato cadere nell’oblio.

Autrice: Rosanna Pruccoli

I soggiorni meranesi di Stefan e Friederike Zweig 

Nato a Vienna nel 1881 da una abbiente famiglia ebraica, Stefan Zweig era figlio dell’industriale Moritz Zweig (1845-1926) e di Ida Brettauer (1854-1938), nata ad Ancona da una famiglia di banchieri di Hohenems. Dopo gli studi di filosofia compiuti fra Vienna e Berlino e ultimati con la laurea nel 1904, Zweig prese a viaggiare attraverso l’Europa. Fra il 1908 e il 1909 compì un viaggio in Asia. Al suo rientro conobbe Friederike Maria Burger von Winternitz, coniugata. Friderike era nata a Vienna nel 1882, fu fra le prime donne ad essere ammessa all’Università di Vienna e studiò letteratura francese.

Con il cognome del primo marito, von Winternitz, Friderike riuscì a farsi conoscere come scrittrice fin dal 1902, pubblicando diversi romanzi e scrivendo per la Monatshefte di Westermann, la Wiener Zeitung e la Vossische Zeitung. Nel 1905 come molti altri intellettuali ebrei Friedericke si convertì alla religione cattolica aggiungendo Maria al suo nome. Nel 1910 Friederike e Stefan Zweig trascorsero un lungo soggiorno a Merano. La città era per Stefan Zweig un luogo piacevole e rilassante, il luogo dove restare anche per trarre ispirazione e scrivere. Furono infatti tre i suoi soggiorni a Castel Labers. Dal Castello nel marzo del 1908 scrisse “Herbstwinter in Meran”. E non erano poche le persone a cui, nelle sue lettere, consigliasse la città: “In autunno voglio essere in Tirolo, a Merano […]. Lì troverete una tranquillità unica, un paesaggio meraviglioso e un autunno ricco di frutti come non avete mai visto prima. […] In nessun altro posto al mondo – e non ho visto pochi paesi – l’autunno è così bello come a Merano, perché lì l’intero paesaggio è colorato dai diversi frutti e l’aria è buona e mite.”

Friederike vi fece ritorno nel 1913 con la figlioletta malata Susanna Benediktine detta Suse. Qui ella scrisse gran parte del suo romanzo “Der Ruf der Heimat” che pubblicò l’anno dopo per i tipi di Schuster & Loeffler. Nello stesso 1914 divorziò dal primo marito. 

Durante la Prima Guerra Mondiale, che considerava un crimine, Friederike organizzò il Comitato Internazionale per una Pace Duratura. Anche Stefan Zweig si batteva per l’umanità e la pace oltre qualsiasi partito o comunità religiosa.

Friderike Zweig partecipò e organizzò numerose conferenze femminili di argomento pacifista. Nel 1915, ad esempio, fece parte del Comitato austriaco al 1º Congresso Internazionale per la Pace delle Donne, tenutosi all’Aia e che riunì donne da tutta Europa e dagli Stati Uniti D’America. Friederike consegnò le richieste di pace presentate anche al governo austriaco. Nel 1917 partecipò alla riunione femminile del Comitato Internazionale per una Pace Duratura a Vienna. Fece anche parte dell’Associazione Generale Austriaca delle Donne e fece parte della rete internazionali nel movimento per la pace femminile. Il suo impegno fu espresso negli articoli Die Frauen und der Krieg e Die schwarze Grenze, entrambi apparsi nel 1918 sulla rivista Die Friedens-Warte. In Women and the War, chiese il sostegno alla Conferenza delle Donne del Comitato Internazionale per una Pace Duratura, che si tenne a Berna nell’aprile 1918. Nel 1919, il comitato fu rinominato e, ancora oggi si chiama ancora Lega Internazionale delle Donne per la Pace e la Libertà (IFFF). Nel 1920 Friederike e Stefan si sposarono e andarono a vivere a Salisburgo fino al 1938 quando divorziarono. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Gertrud von le Fort e le sue undici volte a Merano

Gertrud von le Fort è una delle grandi figure letterarie del XX secolo. A quasi cinquant’anni d’età, dopo anni di studio e attenta riflessione, nel 1926 decise di convertirsi e ricevette il battesimo nella chiesa di Santa Maria dell’Anima a Roma. Negli anni seguenti pubblicò moltissimo, fra cui La Donna Eterna che fu una sorta di manifesto del femminismo cattolico.

Era nata nel 1876 a Minden in Westfalia, figlia del barone Lothar e della nobildonna brandeburghese Elsbeth Wedel-Parlow. Gertrud, dall’intelligenza assai vivace, aveva studiato nelle migliori scuole tedesche ed era stata allieva e infine collaboratrice del grande storico Ernst Troelsch. 

All’Università di Heidelberg era stata una delle rarissime donne iscritte. Come tutti i rampolli dell’alta società del tempo, compì il Grand Tour in Europa e soprattutto in Italia. Tra il 1905 e il 1910 e sempre fra aprile e maggio, la scrittrice trascorse numerose settimane a Castel Labers, godendo del paesaggio, delle possibilità di passeggio, del tepore del clima, della fioritura di numerose tipologie di piante e fiori. Con lo scoppio della Grande Guerra, il suo mondo però finì col cambiare radicalmente, ella non solo ella prestò servizio come semplice infermiera negli ospedali militari, ma la sconfitta e lo smembramento territoriale finirono col sottrarle i possedimenti di famiglia. Si trasferì allora nella campagna intorno a Monaco e, nel 1926 tornò per la quarta volta a Roma. Che cosa la attirava così tanto nella capitale cattolica? Un lento scivolamento, frutto di studio e riflessione, verso quel “papismo” che le era stato insegnato a disprezzare; scivolamento culminato, l’anno precedente, nella pubblicazione degli Inni alla Chiesa, un’opera che le diede subito fama. Negli anni seguenti pubblicò moltissimo. Le sue opere forse più note sono “L’ultima al patibolo” e “La moglie di Pilato”. Fra ottobre 1931 e marzo1932 tornò a Castel Labers godendo e trovando ispirazione nel foliage autunnale, nell’inverno mite e nel primo annuncio di primavera. Nel 1934 pubblicò un importante saggio, La Donna Eterna, più volte riedito e tradotto in molte lingue. 

Qui emerge il manifesto del femminismo cattolico: attraverso riflessioni ed esempi storici, l’autrice coglie, tra l’altro, l’aspetto infernale della guerra totale moderna e lo paragona al modo di guerreggiare di un guerriero cristiano come il principe Eugenio di Savoia per il trattamento umano che riservava ai suoi uomini e anche ai vinti. 

Col passare del tempo Gertrud era diventata amica di numerose scrittrici come la norvegese Sigrid Undset, anche lei convertita e poi premio Nobel per la letteratura, del famoso romanziere Hermann Hesse e soprattutto di Edith Stein, l’ebrea allieva del celebre filosofo Edmund Husserl poi diventata suora carmelitana e morta ad Auschwitz, e infine canonizzata da Giovanni Paolo II. Quando quest’ultima decise di prendere i voti religiosi, Gertrud von le Fort fu l’unica a incoraggiarla e a esprimerle vicinanza mentre tutti gli amici e i familiari avevano troncato i rapporti. 

Gertrud von Le Fort tornò a Merano, come si torna ad un rifugio protetto e rasserenante più e più volte nel 1962, 1964, 1965, 1966. Nella Merano degli anni Sessanta poteva contare sì su quei comfort della modernità ma conservava ancora quella rassicurante quotidianità tradizionale. 

Gertrud morì nel 1971 a Oberstdorf in Baviera. 

Autrice: Rosanna Pruccoli