All’indomani della Seconda guerra mondiale, negli artisti figurativi e negli scultori europei e statunitensi nacque l’esigenza di abbandonare le forme e il figurativo anche per dare voce ed espressione al dolore, alla paura, allo shock che l’Europa tutta, ma in realtà il mondo intero, vissero in quei tragici anni segnati dalle dittature, dal conflitto, dalla Shoah e dalla deflagrazione della bomba atomica. Gli artisti cercarono quindi nuovi linguaggi che riuscissero in questo arduo compito.
Fu questa la realtà storica, gli eventi traumatici, l’ambiente esistenziale, il dibattito culturale, le istanze artistiche che Joseph Brunner visse e respirò a Vienna, ne fece tesoro ed esportò in Alto Adige quando, nei primi anni Cinquanta, vi fece ritorno.
La conoscenza del marmo.
Il giovane Joseph Brunner iniziò ad accostarsi alla scultura e al “prodotto” inteso come opera d’arte, cominciando da una conoscenza pratica e tecnica del marmo e della sua lavorazione. Quattordicenne fu infatti accolto a Lasa nella bottega dello zio, l’imprenditore del marmo e a sua volta scultore Josef Mayr che nel 1928 aveva rilevato azienda e dipendenti dal suo maestro d’apprendistato. Joseph vi restò fino ai diciannove anni trascorrendovi i difficili anni del fascismo, delle Opzioni e lo scoppio della Seconda guerra mondiale, l’occupazione nazista e la creazione dell’Alpenvorland, gli anni cioè fra il 1938 e il 1943, quando anch’egli fu chiamato alle armi. Militò nelle file della Wehrmacht in diversi territori del fronte orientale e fu fatto prigioniero in Jugoslavia, poi impiegato nel lavoro coatto. Fece ritorno dalla prigionia solo il 17 dicembre del 1947. La guerra aveva interrotto la sua formazione, costringendolo ad affacciarsi con ritardo al proprio futuro. Fu nel 1949 che Joseph Brunner decise di intraprendere davvero la carriera artistica iscrivendosi all’Accademia di Belle Arti di Vienna.
Il percorso in Accademia.
Qui frequentò la classe di pittura del professor Herbert Boeckl (Klagenfurt 1894 – Vienna 1966) con il quale praticò – con grandi risultati – pittura, acquarello e disegno. Brunner frequentò però con altrettanto profitto la classe di scultura del meranese Franz Santifaller (Merano 1894 – Innsbruck 1953) anch’egli formatosi a Lasa e poi alla Scuola d’arte applicata di Bolzano e docente a Vienna sin dal 1948, ma rappresentante di concezioni artistiche ormai superate.
L’officina creativa e artistica.
Joseph Brunner non si fermò a questi insegnamenti e prese a frequentare assiduamente l’officina di Fritz Wotruba, nel secondo distretto Prater: qui Wotruba dimostrava come, attraverso la frammentazione cubica, fosse possibile rappresentare anche soggetti in movimento. E qui Joseph Brunner ebbe modo di immergersi nuovamente nella materia per approdare alla forma, trovando una via personalissima all’opera d’arte lapidea, lignea e all’argilla.
Sulla propria strada.
Trovare la propria strada era per Brunner un must al quale non rinunciò mai e un disegno del 1950 mostra come abbia saputo confrontarsi in modo ironico con le tendenze internazionali dell’arte degli anni Quaranta, caratterizzando a matita gli elementi formali di Marino Marini, Alexander Calder, Fritz Wotruba, Fiorenzo Tomea, Henry Moore e Marc Chagall. Il suo approccio giocoso riuscì a cogliere le questioni problematiche di questa generazione in maniera più che precisa. Per qualche tempo la pittura rivaleggiò con la scultura nell’animo di Brunner che alla fine scelse di privilegiare la scultura senza però abbandonare mai i pennelli.
Autrice: Rosanna Pruccoli