Umberto Volante: un artista e il suo quartiere

Nel centenario della nascita di Umberto Volante, celebre artista meranese, il “Quartiere Musicisti” nel quale egli abitò e tenne il proprio atelier, intende ricordarlo con una mostra a cielo aperto. Per le vie dell’intero quartiere verranno affissi sugli appositi pannelli le gigantografie dei suoi “strappi d’affresco”, una delle numerose tecniche che lo scultore dominava e per le quali divenne famoso. In questo modo si è voluto dare valore alla sua storia umana, alla sua carriera artistica ma anche dare seguito a quel suo desiderio di avvicinare l’arte alle persone che, fin dalla fine degli anni Sessanta, l’aveva indotto a portare l’arte nelle case.

Con il sostegno di costruttori aperti come ad esempio i Calligione, Volante inizio a creare opere d’arte sulle facciate o negli ingressi dei condomini che andavano via via nascendo e trasformando in zone abitative intere aree della città. Così a partire dal 4 novembre e per 15 giorni, il quartiere sarà una galleria d’arte dando a tutti l’occasione di conoscere alcune delle opere che nel corso degli anni Volante realizzò. 

La mostra sarà inaugurata il 6 novembre alle ore 15, l’appuntamento è nell’atrio del liceo delle Scienze umane in lingua tedesca Gymme, in via Verdi 8. Saranno offerte visite guidate il 6 novembre e l’8 novembre ore 15. 

Nato a Cona, in provincia di Venezia, nel 1925, Umberto Volante si trasferì con la famiglia all’età di tre anni a Merano. 

Dopo la scuola primaria, frequentò l’Istituto statale d’arte a Ortisei, diventando maestro d’arte sotto la guida di Ludwig Moroder (Bera Ludwig). 

In questo periodo di formazione fu a stretto contatto con artisti come Augusto Murer, Bruno Visentin e Claudio Trevi. Si trasferì poi a Venezia dove frequentò e si diplomò all’Istituto d’arte, allora diretto dal prof. Giorgio Wenter Marini. Sempre a Venezia frequentò il Magistero d’Arte e l’Accademia di Belle Arti di Venezia, sotto la guida di Alberto Viani.

Nel 1948 rientrò a Merano, aprì il suo atelier e iniziò l’attività di scultore. Iniziò anche ad insegnare intaglio presso l’Istituto d’arte di Venezia dove era stato allievo. Vi insegnò fino al 1965. In questi anni egli stesso sperimentò ed approfondì tutte le tecniche plastiche, come maiolica, mosaico, bronzo, metallo sbalzato, nonché le tecniche pittoriche dell’affresco, del graffito, e le tecniche grafiche della xilografia. 

Nell’intervallo tra il 1950 e il 1956 visse nuovamente a Merano, dove frequentò l’ambiente artistico e strinse amicizia con altri artisti, come Ugo Claus, Oswald Kofler, Oskar Müller, Peter Fellin, Anton Frühauf, Emilio Dall’Oglio. Partì poi per un lungo periodo di viaggio e soggiorno in numerose città europee per poi stabilirsi definitivamente a Merano. Qui iniziò a insegnare educazione artistica presso la Scuola Media G. Segantini e continuando anche la sua attività artistica, esponendo a numerose mostre, offrendo corsi d’arte ai cittadini interessati, realizzando le opere commissionate tanto dalla città che dalla chiesa. Fu infatti chiamato a realizzare affreschi e graffiti decorativi per numerosi edifici a Merano e in altre città del Trentino Alto Adige. La sua produzione continuò inesausta fino agli ultimi mesi prima della sua scomparsa.

La tecnica dello strappo d’affresco, legata soprattutto al lavoro dei restauratori per mettere in salvo affreschi antichi, è stata una felice intuizione che gli ha consentito di restare scultore pur accostandosi alla pittura con grande bravura e competenza. Ciò gli permise di incontrare numerosi acquirenti e veri e propri collezionisti. Le sue opere, generalmente di media dimensione, potevano trovare spazio nei salotti e dar vita ad un fiorente mercato. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Ospiti d’onore: Kandinsky a Merano

La città di cura e i suoi dintorni attirarono numerosi intellettuali, musicisti, scrittori e artisti. La natura ora incontaminata ora addomesticata dal lavoro di giardinieri esperti rappresentava sempre e comunque uno spettacolo. Così anche i meleti intorno al borgo di Lana nel mese della fioritura dovevano aver colpito la vista e il cuore di più di un forestiero.

Accadde anche a Gabriele Münter, l’artista berlinese che con Wassily Kandinsky e Franz Mark avrebbe fondato, nel 1911, il movimento espressionista “Der Blaue Reiter”. Ella giunse nel Burgraviato con il compagno Wassily Kandinsky nel maggio del 1908. Fecero una prima tappa a Chiusa dove, sin dal 1874 operava una interessante colonia artistica capeggiata dal pittore tedesco Alexander Koester, e poi proseguirono il viaggio verso Lana. 

La scelta di soggiornare a Lana anziché a Merano poteva avere molte ragioni, ma certamente il piccolo borgo, seppur più defilato, risentiva comunque favorevolmente dello sviluppo turistico della vicina città di cura. 

Di contro esso poteva offrire un soggiorno più a contatto con la natura e più al riparo dalla mondanità. La coppia restò a Lana tre settimane, tra il 6 e il 29 maggio. Dal soggiorno dovettero scaturire più di un disegno, schizzi e dipinto di piccolo formato. Entrambi ritrassero lo spettacolo dei campi in fiore. Gabriele Münter scelse un panorama ampio che mettesse a fuoco la campagna, gli alberi col loro carico di fiori ma anche le montagne con alcune cime ancora innevate. 

Wassily Kandinsky fissò sulla tela una raffigurazione più ravvicinata, mettendo a fuoco il terreno in primo piano e al centro uno solo degli alberi in fiore, insistendo sulla consistenza dei fiori stessi. La montagna è accennata, non se ne vede lo sviluppo verticale, ma solo la base che fa da sfondo all’albero. 

Nell’aprile del 1914, a sei anni di distanza dal suo primo soggiorno, il celebre pittore Vasilij Kandinskij era ritornato a Merano per una breve vacanza con la madre, la sorella ed alcuni amici russi. Questa volta aveva preso alloggio presso il Caffè-Ristorante Passerschlucht, non lontano dalla gola del fiume Passirio e dal cosiddetto Ponte romano. 

Ubicato in luogo ameno e suggestivo, immerso nel verde vicino alle Passeggiate Gilf, il Caffè-Ristorante Passerschlucht, dava in affitto anche alcune camere ammobiliate con balcone. I tavolini posizionati nel giardino e il via vai degli avventori del bar e ristorante allontanavano il senso di isolamento e legavano il luogo all’ampio circuito delle passeggiate.   

A Merano, il 1914 si era dimostrato foriero di importanti novità e l’artista russo aveva potuto viverle in prima persona. In città, proprio all’imboccatura delle Passeggiate d’inverno era stato costruito l’imponente ed elegante edificio del nuovo ufficio postale. 

Alla stazione ferroviaria si pubblicizzava con entusiasmo il nuovo vagone diretto da Merano e Parigi, che andava così ad unirsi a quello diretto per San Pietroburgo. Le Passeggiate Tappeiner, nucleo fondante delle cure meranesi, avevano aperto il nuovo prolungamento. Infine, anche nell’ambito dell’affluenza turistica vi era stato un netto balzo in avanti raggiungendo il tetto massimo delle quarantamila presenze, numero che non sarà mai più raggiunto. 

Le tensioni politiche che serpeggiavano in tutta Europa e che sfociarono nell’assassinio a Sarajevo dell’erede al trono d’Austria, forse in riva al Passirio giungevano più attutite ma sicuramente i primi refoli di guerra avevano iniziato a farsi notare.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Arthur Eisenkeil, un imprenditore fra design e accoglienza turistica di classe

Lo scorso maggio e stata inaugurata una nuova statua della serie MenschenBilder / FigureUmane, la galleria d’arte a cielo aperto che con le opere di scultori contemporanei assai importanti, ricorda i personaggi che, a vario titolo, hanno reso grande Merano. Il nuovo busto, opera della scultrice francese Sophie Eymond, rende omaggio ad un uomo davvero poliedrico.

Il suo impegno imprenditoriale non gli impedì di prendersi importanti responsabilità per gli albergatori ricoprendo il ruolo di Presidente dell’HGV e accettando anche la Presidenza della Volkbank. Fu l’uomo che, negli anni Settanta, si appellò alla Provincia perché trasformasse l’Hotel Excelsior, ormai in disuso, nella scuola alberghiera Savoy. Arthur Eisenkeil lottò anche perché l’HGV introducesse la formazione e l’aggiornamento a garanzia della qualità e del successo economico del settore. Ma Arthur Eisenkeil è stato anche l’uomo che ebbe il coraggio di sperimentare con i maggiori designer italiani un materiale plastico innovativo per la creazione di lampade da design. 

Arthur Eisenkeil era nato il 4 aprile del 1931 a Tell in Val Venosta, figlio del proprietario del Felberwirt. A 26 anni, nel 1957, aprì lo studio di illuminazione Lichtstudio Manufaktur a Marlengo, diventando così il primo produttore di illuminazione dell’Alto Adige. Le prime serie di lampade erano realizzate principalmente in vetro, ma l’azienda sperimentò anche altri materiali. Nel dopoguerra, infatti, negli Stati Uniti, fu sviluppata un nuovo tipo di plastica spray rinforzata con fibra di vetro chiamata Cocoon. Si trattava di un rivestimento polimerico inizialmente usato per proteggere le navi da guerra in disarmo. Con lungimiranza, Arthur Eisenkeil, aveva preso ad importare in Italia questo materiale d’avanguardia cominciando a studiarne le possibili applicazioni commerciali. Con i suoi primi prototipi dei paralumi cocoon, Artur Eisenkeil, partecipò alla fiera di Milano del 1958 – dove il padiglione Elettricità presentava ogni anno novità straordinarie attirando un folto pubblico. Qui Eisenkeil destò l’interesse di una delle figure imprenditoriali più importanti nel settore dell’arredamento e del design italiano, l’imprenditore e architetto Dino Gavina. Da questo incontro, Arthur Eisenkeil ebbe l’idea vincente di invitare i designer più importanti ed influenti di quegli anni, affinché elaborassero i propri progetti di lampada con il materiale cocoon ed altri nella Lichtstudio Manufaktur. Oltre a Gavina, giunsero a Marlengo il veneziano Tobia Scarpa, e i milanesi Pier Giacomo Castiglioni e suo fratello Achille. Da questa prima collaborazione nacque l’idea di fondare a Marlengo con Arthur Eisenkeil una vera e propria ditta e, nel 1960, nacque la ditta FLOS. L’azienda, nata come piccolo laboratorio dove si sperimentavano nuovi materiali e nuove ricerche stilistiche e funzionali, divenne in breve tempo famosa a livello nazionale e internazionale. La Flos si distinse fin da subito non solo per le novità stilistiche ma anche per l’introduzione di materiali che fino ad allora non erano stati presi in considerazione nelle attività produttive. Nel 1960 Giacomo Castiglioni disegnò per Arthur Eisenkeil la lampada Taraxacum e, nello stesso anno, anche la lampada Gatto e Gatto Piccolo. Nel 1962 Giacomo Castiglioni disegnò la lampada Taccia, e la lampada Toio anch’essa realizzata a Marlengo dalla FLOS. Nel 1962 a Marlengo nacque la lampada Arco disegnata da Achille Castiglioni. Arco è uno dei prodotti di disegno industriale più famosi e venduti, un oggetto icona del design italiano, fa parte delle collezioni permanenti del Triennale Design Museum di Milano e del MoMA di New York. Si tratta inoltre del primo oggetto di disegno industriale a cui venne riconosciuto la tutela del diritto d’autore al pari di un’opera d’arte. Nel 1964, la sede della Flos fu trasferita a Bovezzo, in provincia di Brescia. 

Accanto a questa impresa, l’impegno imprenditoriale di Arthur Eisenkeil si rivolgeva anche all’attività alberghiera. Arthur Eisenkeil aveva sposato Traudl Waldner, figlia del proprietario dell’Oberwirt di Marlengo, e costruttore del primo magazzino di frutta a Marlengo, Josef Waldner. 

Con spirito imprenditoriale e una visione internazionale Traudl e Arthur Eisenkeil gestirono insieme gli hotel più importanti di Merano come il Palace Hotel, il vicino Ritz Stefanie, il Bristol e il Marlingerhof di Marlengo. Nel 1966 decisero di acquistare l’allora Hotel Continental, oggi Hotel Meranerhof, e di ristrutturarlo. Si affidarono a Franz Lenhart che, oltre ad essere un pittore e un ritrattista di fama, era un ottimo architetto d’interni. La coppia voleva infatti creare un ambiente elegante e accogliente al tempo stesso, comfort e raffinatezza dovevano fondersi fra le mura dell’hotel e rendere il soggiorno dei propri clienti indimenticabile. La stagione del Meranerhof partì nel 1967 e i clienti illustri appartenenti al mondo dell’arte, della politica del cinema, dell’industria nazionale e internazionale, che avevano già avuto modo di ospitare negli alberghi precedentemente gestiti, non esitarono a seguirli nella loro nuova avventura. Fra tutti Giulio Andreotti che in breve tempo era divenuto amico di Arthur.  Dopo una vita intensa, Arthur Eisenkeil si è spento all’età di 74 anni, il 15 agosto 2005.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Bruno Jori: un cineasta a Merano nelle parole di Antonio Manfredi

È attraverso le parole di Antonio Manfredi che affiorano i contorni di un ritratto culturale e umano di Bruno Jori. I due, amici fraterni, trascorrevano molto tempo insieme: per vent’anni un appuntamento quotidiano “al caffè, alle diciassette”, li vedeva impegnati in lunghe discussioni in cui prendevano corpo progetti e nuove idee per filmati, documentari, poesie e arte.

Se le Passeggiate Lungopassirio li avevano visti camminare insieme ancora immersi nelle loro disquisizioni artistiche ora ne consentono la vicinanza come a riprendere idealmente il discorso tragicamente interrotto il 6 ottobre 1970, quando Bruno Jori,  costretto da un dolore lancinante alla testa, salutò gli amici al caffè e fece frettolosamente rientro a casa: “Eri appena rientrato da Roma, dove avevi montato i tuoi ultimi servizi per la TV, dovevi ripartire dopo poco perché altro lavoro t’aspettava. ‘A domani, ci vediamo in questi giorni finché sono ancora qua’.” 

Bruno Jori era nato a Merano il 21 dicembre di un anno, il 1922, che era stato foriero di grandi capovolgimenti politici per la città, la regione e in realtà per l’Italia tutta. La mamma Erminia Zak aveva dato alla luce anche altri due fratelli Enrico ed Aldo. Bruno aveva frequentato il Liceo classico e si era accostato al cinema quando in città non era possibile reperire né riviste, né pubblicazioni d’argomento e girare un film poteva sembrare una follia. Dalle parole di Manfredi apprendiamo che Jori era giunto al cinema passando attraverso la lettura di libri fondamentali come “Film Technique and Film Acting”, del teorico del film e regista sovietico Vsevolod Illarioniviĉ Pudovkin e di quelli di Sergej Michajloviĉ Ejzenstein, teorico del cinema, regista e sceneggiatore russo, famoso per l’uso innovativo del montaggio e per il film “La corazzata Potëmkin.  “Per te il cinema era un atto di vita e questa vita tu desideravi chiamarla, come la tua sensibilità esigeva, ‘poesia’”. 

Non ancora ventenne Jori, non solo aveva maturato la sua passione per il cinema riuscendo a mettere insieme una collezione miscellanea di filmati sia in 35 millimetri, che muto che film tanto da riuscire a costituire quasi un piccolo archivio di storia del cinema, ma aveva anche iniziato la sua sperimentazione cinematografica con alcuni filmanti amatoriali. Immediatamente dopo la guerra aveva realizzato il suo primo cortometraggio  “Dracula”. Cercando la propria strada si era iscritto dapprima a Medicina e quindi a Legge, optando infine per la cinepresa e facendo della sua grande passione l’impegno di una vita.  In quel dopoguerra meranese Jori condivideva la sua passione con Mario Deghenghi e Karl Schedereit . Con quest’ultimo egli realizzò: “Kleinstadttheather” e “La Clinica del libro”. A Verona ebbe modo di lavorare presso il produttore Bertolazzi, imparando il ruolo dell’aiuto regista, e iniziando a muoversi a passo sicuro nel mondo dei documentari e dei filmati pubblicitari. Tra la fine degli anni Quaranta e i primi anni Cinquanta, infatti, produsse: “Vivere sul Fiume”, “Artigianaro in Alto Adige”, “Notti Fassane”, “Uno straniero in Germania”. All’inizio degli anni Sessanta lavorò a Monaco per la televisione tedesca con i produttori Bruno Zockler e Walter Leckenbusch come regista documentarista. Il successo e la notorietà giunsero nel 1964 con il film “Bagnolo in Piano: un paese tra il rosso e il nero” che ottenne riconoscimenti internazionali di alto livello.  Il primo lungometraggio fu “La verde età” del 1966 girato a Glorenza con Rainer Werner Fassbinder come assistente alla regia.

Rientrato a Merano iniziò il suo impegno per neonata Rai Sender Bozen, che infatti aveva aperto i battenti nel febbraio 1966 per produrre programmi televisivi dedicati alla provincia di Bolzano.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Antonio Manfredi: poeta, pittore, critico d’arte e cinematografico

La presenza di Antonio Manfredi a Merano fu un prezioso apporto alla vita culturale in città. Con i suoi numerosi contatti riusciva a far giungere in questa contrada molto di quanto si andava producendo nei maggiori centri intellettuale italiani: idee, tendenze, libri, personaggi. È Mary de Rachewiltz a mettere a fuoco la sua figura e il suo spessore con la sapienza dell’intellettuale e l’affetto di chi ebbe modo di conoscerlo e frequentarlo: “Per quarant’anni non si è mai lasciato sfuggire un libro importante per l’Italia, con ciò, pur senza cattedra, a gente come noi sperduti nei remoti angoli della provincia, maestro e guida silenziosa”.  Poeta noto ed apprezzato a livello internazionale, le sue raccolte di poesie erano state pubblicate dalle case editrici più prestigiose.

Era nato a Viareggio il 10 agosto del 1912 da una famiglia che, proprietari di cave, avevano subito un tracollo finanziario di proporzioni importanti con la crisi del Ventinove. Nipote del noto scultore Emanuele Baratta, ne ereditò la creatività e il bisogno di bellezza. Ottenuta la laurea in legge, la necessità impellente di trovare un lavoro lo condusse a lasciare la propria città natale per trasferirsi a Merano, dove si impiegò in Comune in qualità di archivista. Trovò dimora presso Frau Pircher in via Zingerle, dove abitava anche Anton Frühauf, e vi restò sino al 1967 quando sposò Lidia Borin. 

Parallelamente allo studio, prima, e al lavoro, poi, aveva sempre coltivato le sue due più grandi passioni: la poesia e la pittura. Nel 1947 giunse il primo riconoscimento internazionale: vinse il Premio Internazionale di Poesia “Libera Stampa” di Lugano. Il premio gli permise di essere economicamente autonomo decidendo di lasciare l’impiego in comune. Per un certo periodo insegnò anche Italiano Seconda Lingua nelle scuole tedesche. Qualche tempo dopo gli proposero di lavorare alla COMIT a Milano. Gli anni milanesi non furono sempre facili giacché quel lavoro non era di suo gradimento, ma l’ambiente intellettuale effervescente gli offrì importanti sollecitazioni. Numerose furono le amicizie colte che lì poté stringere e che si mantennero vivide e profonde nel corso degli anni: da Sereni a Solmi, da Borlenghi a Erba, Morlotti, Scheiwiller, Fortini. Per non dimenticare la figura politicamente complessa e culturalmente poliedrica del banchiere mecenate Raffaele Mattioli. Presto giunse anche una nuova proposta di lavoro da parte della Radio Svizzera Italiana, un incarico come corrispondente letterario per il Nord-Est d’Italia, che egli accettò con entusiasmo. Si trattava, infatti, di inviare settimanalmente pezzi per la radio di Lugano: un lavoro che lo impegnò per più di un intenso trentennio. Era Eros Bellinelli la persona di riferimento col quale Manfredi si confrontava sui testi che inviava e che divenne poi un caro amico. Questo incarico conviveva con la sua quotidianità meranese e la arricchiva. Nel corso degli anni collaborò pure con numerose riviste letterarie fra le quali “Letteratura”, “Approdo Letterario”, “Il Mondo”, “La rassegna d’Italia”, “Letteratura moderna”, “La Chimera”, “Almanacco dello specchio”, “Paragone”. 

A Merano fu amico di Giuseppe Maviglia, Luigi Serravalli, Boris e Mary de Rachewiltz, Bruno Iori per citare solo alcuni fra gli intellettuali e i promotori culturali cittadini. Nell’amicizia, come ebbe a scrivere Mary de Rachewiltz, Manfredi era “l’amico che tutti sognano: discreto, gentile, costante e puntuale”. Partecipò attivamente alla vita culturale meranese collaborando all’organizzazione di mostre, scrivendone recensioni o veri e propri cataloghi, come fu per le personali di Marcucci, Morlotti, Birolli e Kuperion, pubblicati per i tipi di Scheiwiller “All’insegna del pesce d’oro”. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Hommage per Mary in forma d’arte

Un Hommage per Mary: tredici artisti dedicano la propria opera a Mary de Rachewiltz per i suoi 100 anni. Sono Ulrich Egger, Lois Fasching, Martin Geier, Bernhard Grassl, Eduard Habicher, Elisabeth Hölzl, Alina Kalczyńska-Scheiwiller, Margit Klammer, Erich Kofler-Fuchsberg, Annemarie Laner, Jaqueline Legér, María Sánchez Puyade, Frank Wing e Stefan Fabi. 

Sono quindi fotografie, come quella di Ulrich Egger, ma anche sculture in marmo, legno e gres, come quelle di Margit Klammer e Lois Fascing, poi installazioni, tessuti ricamati, come quelli di Maria Sanchez Puyade, e quindi tessuti stampati, a sfilare nella sala e nella pinacoteca di Palais Mamming in occasione della mostra dedicata alla poetessa plurilingue Mary de Rachewiltz, figlia di Ezra Pound. 

Molti di questi importanti artisti, entrati in contatto e quindi in amicizia con la poetessa, sono rimasti colpiti dalla sua personalità e, nel corso degli anni si è stretta e rinsaldata una amicizia. Per la loro opera alcuni si sono lasciati ispirare o affascinare dai testi delle sue poesie fino a sceglierle come anime conduttrice della loro opera. Altri si sono concentrati sul suo volto e sull’aura positiva che Mary da sempre emana. Altri ancora si sono sentiti liberi, sicuri di essere da lei compresi, di creare installazioni o opere astratte ispirati dall’animo sempre curioso e sempre all’avanguardia di Mary. La mostra aprirà il 27 giugno e resterà visitabile gratuitamente a Palais Mamming fino al 2 novembre. L’esposizione ha il carattere biografico e cerca di mettere a fuoco gli aspetti salienti della vita di Mary ma anche gli aspetti inaspettati e sorprendenti come il suo grande interesse per quegli alimenti che, come il mais dolce e lo sciroppo d’acero, potevano essere un utile alleato nel combattere la fame nel mondo. 

Quella di Mary è una vita intessuta della semplice quotidianità e della ricchezza intellettuale dei circoli letterari, delle università, delle case editrici italiane, americane, europee, le relazioni culturali e amicali con scrittori, poeti, artisti e musicisti. 

Documenti, libri, lettere autografe, opere d’arte oggetti simbolo di una vita interessante sono gli oggetti che sfileranno sotto gli occhi dei fruitori.

I testi di sala, le didascalie e le citazioni oltre alle poesie, sono trilingui: tedesco, italiano e inglese. Queste sono infatti le tre lingue in cui Mary crebbe, che studiò, approfondì, ne divenne interprete e – infine – scrisse le sue poesie. Non si può infatti parlare né comprendere appieno la poetessa se non la si immagina aggirarsi fra mondi culturali diversi, fra parole che più di altre potevano di volta in volta esprimere al meglio i suoi stati d’animo. La mostra è nata dalla collaborazione di Palais Mamming con Brunnenburg e con l’Accademia di Merano.

Autrice: Rosanna Pruccoli

“Mary’s dream”: a Palais Mamming il ritratto di una poetessa

Nata dalla collaborazione di Palais Mamming Museum con Brunnenburg e l’Accademia di Merano, l’esposizione racconta la storia di una donna e l’opera di una poetessa, Mary de Rachewiltz, che quest’anno compie 100 anni.

La storia di una vita intessuta della semplice quotidianità e della ricchezza intellettuale dei circoli letterari, delle università, delle case editrici italiane, americane, europee, le relazioni culturali e amicali con scrittori, poeti, artisti e musicisti.

Documenti, libri, lettere autografe, opere d’arte oggetti simbolo di una vita interessante sono gli oggetti che sfileranno sotto gli occhi dei fruitori.

È la storia di una donna che ha saputo essere “contadina” e “principessa”, che ha saputo parlare, sognare, desiderare in dialetto pusterese, in italiano, in inglese e in francese, scegliendo per le proprie poesie di volta in volta la lingua più adatta ad esprimere i propri pensieri e sentimenti. Una vita che Mary de Rachewiltz aveva deciso di disegnare utopicamente tra poesia e impegno agricolo adoperandosi affinché venissero piantati in via sperimentale in Alto Adige e in altre parti d’Italia aceri da zucchero, alberi di grande bellezza e di utilità per l’alimentazione umana.

È Mary de Rachewiltz stessa a tratteggiare la storia della propria infanzia nel suo libro “Discretions” apparso in inglese ed edito dall’Atlantic Monthli Press di Boston nel 1971. Non una autobiografia ma – come Mary stessa scrisse nell’introduzione – “un dialogo con i miei natali e con il mio paese”. Mary crebbe a Gais, diventando una bimba pusterese a tutti gli effetti. 

Pian piano erano però anche iniziati i periodi a Venezia, a Firenze a Rapallo e lo studio della lingua italiana e dell’inglese. Erano iniziati gli incontri con personaggi particolari musicisati, scrittori, intellettuali che i genitori frequentavano quotidianamente e che furono parte della sua educazione. 

Da qui la necessità di saper fare l’inchino, salutare con gentilezza, sorridere e intrattenersi parlando in italiano, in inglese e in francese.

Fin dall’età di 14 anni il padre le affidò, come esercizio, alcune traduzioni di sue poesie e in seguito Mary ha tradotto con molto impegno alcune delle principali opere di Ezra Pound, pubblicando nel 1985 la traduzione integrale dei Cantos in italiano. Ha firmato inoltre importanti traduzioni italiane di poeti americani, come Robinson Jeffers, Edward Estlin Cummings, Ronald Duncan e Denise Levertov.

Poetessa, è autrice di diverse raccolte, edite in Italia, Stati Uniti e altrove, e di un importante memoriale, “Discrezioni. Storia di un’educazione” (1973). Numerose le raccolte poetiche che l’anno resa famosa.

LA BIOGRAFIA

Nel corso della sua vita è entrata in contatto con una grande quantità di scrittori e poeti ma anche di etnografi come Frobenius del quale tradusse in italiano il suo libro sull’Africa.  Numerosi furono anche gli artisti che conobbe e che a Brunneburg trovarono ospitalità e spazi espositivi. A queste esposizioni Mary ha poi spesso dedicato i suoi versi. Anche la musica, i musicisti e i compositori da lei hanno sempre trovato ospitalità. Tutti questi ospiti aiutarono a far diventare Brunnenburg un porto sicuro plurilingue e assai colto.
A tutt’oggi Mary e il castello sono visitati da ricercatori, giornalisti, editori, scrittori, artisti, musicisti e compositori mentre gli studenti di alcuni college americani frequentano i loro corsi di studio abroad proprio a Brunnenburg dove ascoltano Mary leggere i Cantos e le proprie poesie. 

Ci sono poi i pomeriggi di poesia dove gli studenti stessi leggono a Mary i propri componimenti poetici.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Due dame alla Landesfürstliche Burg

Nel cuore del centro storico sorge la Landesfürstliche Burg, il Castello Principesco. Il primo riferimento documentario risale all’8 gennaio 1328. La data è in calce ad un documento che accenna all’edificio con le parole “Merani in domo domini principis, quae vocatur casaba”. Non si trattava di una fortificazione ma piuttosto di un edificio di residenza annesso alle cantine contenenti le derrate alimentari del principe territoriale, soprattutto vino ma non solo.

Nella seconda metà del XV secolo Sigismondo il Danaroso, fece ampliare, fortificare, ristrutturare numerosi castelli del territorio e fra questi anche questo edificio, con lo scopo di agevolare i frequenti soggiorni del principe territoriale a Merano, visto che il maniero avito dei Conti del Tirolo era ormai in rovina.
Nel corso del XVI secolo vi dimorò Massimiliano I e vi trovò rifugio Ferdinando I che, nel 1564, per sfuggire ad una pestilenza vi si trasferì con la famiglia. Il castello riesce così a parlare di due donne molto interessanti: Bianca Maria Sforza e Philippine Welser. Di Bianca Maria nella “stanza da letto” è visibile un ritratto mentre di Philippine è visibile un baule.
Bianca Maria Sforza (Milano, 5 aprile 1472 – Innsbruck, 31 dicembre 1510) tra il 1494 e il 1510 fu la seconda moglie dell’Imperatore del Sacro Romano Impero Germanico, Massimiliano I. Bianca Maria era la secondogenita del duca di Milano, Galeazzo Maria Sforza e di Bona di Savoia.
Il suo futuro personale dipendeva dalla politica internazionale e dalle strategie matrimoniali che da essa dipendevano. Così fin dalla sua nascita fu più volte promessa a diversi dignitari. Nel 1494, a 22 anni, giunse alle nozze. Sposò il Massimiliano I, vedovo con due figli e molto più vecchio di lei e dietro una cospicua somma di denaro che la giovane portava in dote. Dal matrimonio e quindi da questa alleanza, Massimiliano I sperava di assicurarsi i territori dell’Italia settentrionale ed il finanziamento per le proprie spedizioni militari.
Le nozze anche se sfarzose e memorabili avvennero in contumacia. Massimiliano infatti non si presentò a Milano. La giovane sposa partì quindi con la sua corte alla volta del Tirolo, attraverso la Valtellina, Sondrio e Bormio e valicò lo Stelvio. Massimiliano non amò Bianca e non ebbe mai molto a che fare con lei, tanto che la giovane rimase sempre più isolata e sempre più risiedette nei castelli del Tirolo. Afflitta da una grave malattia si spense il 31 dicembre 1510 all’età di trentotto anni e fu sepolta nell’abbazia cistercense di Stams, nell’alta valle dell’Inn, ma Massimiliano non presenziò neppure ai funerali.
Fu invece una vera e propria storia d’amore quella che visse Philippine Welser (Augusta, 1527 – Innsbruck, 24 aprile 1580), la moglie morganatica di Ferdinando II d’Austria, Governatore del Tirolo. Suo padre, Franz Welser, ricco mercante di Augusta, proveniva dalla munifica famiglia patrizia dei Welser, ascritta alla nobiltà imperiale, banchieri che spesso effettuavano prestiti alla casa imperiale. Philippine era nota per la sua bellezza ma anche per il suo interesse per le scienze naturali e il commercio. Philippine e Ferdinando II si conobbero nel 1547 nella città della giovane, poiché quella era la sede della Dieta e lui vi era giunto accompagnandovi il proprio padre. L’imperatore acconsentì alle nozze morganatiche senza però possibilità alcuna di successione.
Nel 1567 Ferdinando II assunse il governo del Tirolo e la coppia si trasferì in uno dei palazzi più belli del tempo, il castello di Ambras presso Innsbruck. Nel 1572 venne offerto a Ferdinando il trono polacco ma egli rifiutò per non abbandonare la moglie. Quattro anni dopo il papa riconobbe il matrimonio. Philippine era stimata e benvoluta dal popolo tirolese per le sue donazioni e le opere di carità.
Ella inoltre, era esperta farmacista, raccoglieva e studiava piante officinali. Fu anche autrice di una Farmacopea e di un manoscritto contenente più di 200 ricette mediche, oggi conservato nella Biblioteca Nazionale di Vienna. Scrisse inoltre un libro di ricette di cucina contenente piatti tipici della cucina del tempo. Nel Castello Principesco di Merano dove riparò col marito per sfuggire alla peste, ebbe modo di mettere in pratica molte delle sue cure e rimedi naturali oltre a quelli più specificatamente per la bellezza, come i bagni nel latte per cui era famosa. Morì nel 1580.

Autrice: Rosanna Pruccoli

La Merano di Franz Kafka

Prima che il Primo conflitto mondiale deflagrasse “Meran” la città di cura dell’Impero asburgico, era divenuta la meta prediletta di un vasto pubblico ebraico, in sé assai variegato tanto per estrazione sociale che per provenienza geografica. E le differenze si spingevano oltre, lambendo l’adesione alle diverse declinazioni del complesso universo ebraico. Qui giungevano infatti tanto gli ebrei ultraortodossi che quelli riformati e quelli completamente assimilati.

Sulle Passeggiate Lungopassirio dunque non era difficile incontrare ebrei elegantemente abbigliati all’ultima moda e quelli che invece indossavano gli abiti e i copricapi tradizionali come lo Shtaf di feltro, o lo Shtreimel ornato di pelliccia che facevano completo con il tradizionale Rekl e, per le festività, con il Geblimte Bekeshe ornato da motivi floreali. Questo mosaico di provenienze, lingue, correnti di pensiero si riverberava pure nella cerchia dei residenti. La presenza in città di personaggi chiave dello sviluppo etico e religioso del frastagliato mondo ashkenazita fa da cartina di tornasole di questo caleidoscopico microcosmo.
Il primo rabbino di Merano, il Rabbino Aron Tänzer, era soprattutto un colto intellettuale nello stile dei dottori-rabbini tipici delle comunità liberal del mondo ebraico di area germanofona. Nato e cresciuto a Bratislava, aveva conosciuto la possibile convivenza, nella stessa città, delle tre comunità ultraortodossa, conservatrice e liberal. Per tradizione famigliare frequentò la jeshivà ultraortodossa ed era poi partito per Berlino dove avrebbe frequentato la Regia Università Friedrich Wilhelm. Qui aveva subito il fascino del Professor Moritz Lazarus, noto iniziatore della psicologia dei popoli, ma soprattutto colui che nel 1869 aveva condotto i lavori del Sinodo di Lipsia durante i quali aveva sottolineato come “l’Etica dovesse rappresentare il cuore dell’ebraismo” e dove più ottanta comunità di area germanofona si erano unite per dar vita all’Ebraismo della Riforma. Tänzer considerò Lazarus un padre spirituale e non a caso si ritrovarono a Merano dove l’anziano professore si era trasferito nel 1896.
La sinagoga comunitaria rispecchiava tanto nel modus cultuale che nella sua architettura le istanze riformate. Non mancava infatti il matroneo, ma non era più schermato, e in determinate occasioni le donne sedevano vicino agli uomini. I banchi erano fissi e organizzati in lunghe bancate che si dipanavano nel senso longitudinale previsto dalla planimetria che culminava con la Tevà e l’Aron ha-Kodesh addossati alla parete orientale. Infine, cosa non poco significativa, nel giorno dell’inaugurazione, il 27 marzo 1901, la cerimonia religiosa si tenne alla presenza dei notabili della città, dei concittadini cattolici e luterani, e fu suonato l’organo similmente a come era diventata consuetudine a partire dall’inaugurazione dei primi Templi della Riforma di Berlino e Amburgo. A Merano, il punto di riferimento per gli ebrei ultraortodossi era invece la sinagoga dell’Hotel Bellaria: grande il doppio di quella comunitaria, trecento posti a sedere, con funzioni che si tenevano quotidianamente -mattina e sera- per tutti i nove mesi di apertura.
Fra gli ebrei residenti, non mancavano gli attivisti sionisti, fra cui furono figure di spicco Hugo Zuckermann, il giovane Josef Bermann, che a Merano aveva fondato il circolo sionista Blau Weis, il rabbino Adolf Altmann, il medico specialista Josef Kohn. Qui, nel corso degli anni, si erano affacciati i nomi illustri del sionismo da Perez Smolenski a Haim Nachman Bialick, da Vladimir Jabotinskij a Chaim Weizmann. Erano soprattutto i numerosi membri della famiglia Bermann ad organizzare conferenze invitando rappresentanti del sionismo e importanti personalità della cultura ebraica, senza neppure trascurare lo studio dell’ebraico, del Talmud e della Torah.
Merano era, insomma, il luogo perfetto per un uomo che, come Kafka, era interessato tanto ai grandi temi dell’ebraismo che al sionismo. Attraverso i suoi biografi, veniamo infatti a sapere che a partire dal 1910 Kafka aveva iniziato ad interessarsi sempre più profondamente ai temi ebraici, studiando sistematicamente anche la lingua e lo yiddish.
All’associazione studentesca che a Praga radunava i giovani ebrei sionisti e che portava il nome del condottiero della terza guerra contro l’Impero Romano, -il Bar-Kochba-Verein- Kafka aveva avuto modo di ascoltare le idee liberal-sioniste di Martin Buber che in quella stessa sede tenne tre discorsi sull’ebraismo. Tre anni dopo, nel 1913, aveva incontrato personalmente Buber e – con gli amici Franz Werfel e Max Brod – aveva partecipato ad un dibattito sul sionismo; mentre nel settembre di quello stesso anno Kafka era addirittura intervenuto all’XI congresso sionista di Vienna, dove si trovava per il Congresso internazionale contro gli infortuni.
A Merano, prima del conflitto, i brani di musica tradizionale ebraica erano parte integrante dei programmi musicali dell’Orchestra di cura e il sipario del teatro cittadino si apriva spesso per le compagnie ebraiche che recitavano in yiddish.

Autrice: Rosanna Pruccoli

La presenza di Kafka a Merano nei frammenti delle sue lettere

Inizia in febbraio per Franz Kafka quell’andirivieni di considerazioni, dubbi, ripensamenti, riguardanti la meta da scegliere per quello che sarebbe dovuto essere “solamente” un soggiorno fra sole e vitto vegetariano, come lo aveva descritto nella lettera all’editore di Lipsia Kurt Wolff. Del turbinio di pensieri che il viaggio gli stava procurando erano testimoni tanto Minze Eisner che l’editore Wolff ai quali scrisse tra fine gennaio e i primi di aprile 1920. 

I frammenti di quelle lettere, che riporto, ben spiegano sia lo stato di incertezza vissuto dallo scrittore sia le difficoltà burocratiche cui erano sottoposti i turisti in tutta Europa nella prima fase post-bellica: “A Merano andrò forse tra un mese. È stata anche Lei a Merano?”, “La Baviera continua a fare la ritrosa”, e ancora “Avevo la camera ma senza il permesso d’entrata nel comune bavarese mi si negava il visto per una lunga degenza in sanatorio. […]mi fu telegrafato che a partire dal 15 corr. non si accettano forestieri […]”. Dall’accenno fatto invece nella lettera inviata a Felix Weltsch si intuisce, da un lato, che Merano fosse stata argomento di conversazione nella cerchia amicale ma pure che Kafka nutrisse un certo scetticismo per come il luogo veniva pubblicizzato: “Caro Felix, le mie piccole novità sono anche per te. In quanto al sole non avevo mai creduto, mai creduto in fondo, che qui ci fossero continue giornate di sole, limpide, e infatti non è vero, finora (siamo a giovedì sera) ho avuto bello un giorno e mezzo […] Come si può aspettarsi che sia diverso così vicino a Praga? […]”. 

Per Kafka, Merano doveva costituire un intrico di pro e contra: aria pulita, possibilità di lunghe passeggiate e, infine, la presenza di un piccolo ma operoso gruppo ebraico con medici specialisti, alberghi, sanatori e il Genesungsheim per non abbienti. Il tessuto comunitario meranese, infatti, era sicuramente noto negli ambienti ebraici di Praga non solo per la messe di pubblicazioni apparse ma anche perché molti dei turisti di cura e alcuni dei residenti erano praghesi. 

I contra erano invece costituiti dai costi non facilmente gestibili, come aveva confessato un sabato fra gennaio e febbraio nella lettera a Minze Eisner: “Cara Minze, […] probabilmente non andrò a Merano, è un po’ troppo costosa, andrò forse sulle Alpi bavaresi. […]”. Tuttavia -oltre alle difficoltà create dalla Baviera- per Kafka le valutazioni a favore della città di cura in riva al Passirio dovevano aver vinto sugli aspetti economici. Nei primi giorni di aprile è ancora una lettera a Minze a segnare la svolta: “Cara Minze, […] domani parto per Merano. […] Le scriverò da Merano.” 

Per un uomo come lui, i cui amici erano essenzialmente ebrei, abituato a muoversi soprattutto in ambienti ebraici, le riflessioni potevano forse essere state anche di natura più intima e personale; legate cioè ad un sentimento di appartenenza identitaria che le opere, le Lettere e i Diari giunti sino a noi non restituiscono se non in modo frammentario. 

Forse si potrebbe delineare la sua complessa identità come quella di un uomo in bilico fra due aneliti: da un lato il desiderio di vivere appieno quell’ Emancipazione che aveva permesso alla sua famiglia quel vivere borghese nel centro di Praga vendendo “Galanteriewaren” e che a lui aveva offerto la possibilità – impensabile per un ebreo prima di quel fatidico 1867- di frequentare il liceo classico ed iscriversi all’Università; dall’altro quella vera e propria passione carsica per lo sfaccettato universo ebraico che lo attraeva e lo respingeva in un eterna dicotomia. Nel corso dei decenni studi autorevoli hanno affrontato il tema identitario dello scrittore con esiti spesso opposti. È però lo studio di Giuliano Baioni a spiegare al meglio quanto l’ambiente ebraico praghese avesse sempre guidato, e forse condizionato, le scelte dello scrittore.

Le lettere scritte da Merano sono assai parche di informazioni sui luoghi e gli incontri meranesi d’ambito ebraico che avrebbe potuto fare e che forse fece. Viene spontaneo anche chiedersi come mai non scelse di alloggiare in una delle strutture ebraiche. 

Fu un suo precipuo desiderio di “lontananza” o un fatto legato alla lenta ripartenza della vita economico-turistica del Kurort e degli alberghi di proprietà israelita?  Va ricordato infatti, che la maggior parte degli imprenditori ebrei meranesi possedevano una doppia attività: quella a Merano per le stagioni turistiche tipiche di questa Kurstadt, ossia l’inverno, la primavera e l’autunno, e una nelle città di origine o comunque in un altro dei luoghi dell’Impero cislaitano dove la stagione fosse estiva. Non va poi dimenticato che, per quanto la città non fosse stata bombardata, la conversione di alberghi e sanatori in lazzaretti e acquartieramento truppe aveva nuociuto non poco agli eleganti hotel meranesi. Ricordiamo -a titolo di esempio- che allo Starkenhof, l’albergo e il ristorante casher di Jakob Bermann, era stato allestito il Feldpost Amt. Il Sanatorio Königswarter potè riprendere la sua normale attività di accoglienza dei malati indigenti, solo nel giugno del 1920. 

Autrice: Rosanna Pruccoli