I Balog e l’omonimo Sanatorio: una villa dall’architettura straordinaria

Quando nel 1894 il dottor Ludwig Balog, specialista ungherese di medicina interna, già assistente del consigliere aulico Prof. Stiller, decise di aprire il proprio sanatorio nella città da poco divenuta località di cura, scelse di costruire un edificio solido e raffinato allo stesso tempo.

La zona scelta per l’ubicazione fu la quella di espansione ottocentesca che dalla piazza del Teatro si sviluppava verso la stazione ferroviaria, fulcro in quegli anni del turismo di cura cittadino. 

In quella stessa zona erano sorti via via infatti i grandi alberghi di lusso e la Kurmittelhaus, ossia il centro fisioterapico cittadino provvisto di piscina e sala Zander. 

Villa Balog fu disegnata e costruita dall’architetto Pietro Delugan (Zanolin di Ziano 1854 – Merano 1923) che realizzò un corpo di fabbrica a quattro piani dall’alzato neorinascimentale con timpani a sovrastare finestre e portefinestre, balconcini per ogni stanza ma non abbastanza profondi per  consentire la Liegekur ma certamente utili per passare qualche ora all’aria aperta, un trend questo che a Merano era molto in voga. m. e un erker a torretta di grande fascino, sorretto da un telamone e una cariatide. Due particolari architettonici assai rari fra le architetture cittadine. La struttura però che ha fatto di Villa Balog un unicum a Merano è l’erker che, dal pian terreno si inerpica fino all’altezza del tetto spiovente ed è sorretto da due imponenti telamoni. I telamoni erano una citazione greca che il Rinascimento e lo stile neorinascimentale li avevano riutilizzati come nell’antichità come colonne o per sostenere architravi o balconi.

I telamoni infine simboleggiavano forza, sopportazione e la potenza virile che regge il sacro.
Ludwig Balog era nato nel 1869, figlio di Adolf Balog e Antonia Friedmann. Era medico e direttore sanitario del proprio sanatorio, Villa Balog, che si trovava nell’allora Andreas-Hofer-Str. 4, proprio a fianco di quello che nel 1907 sarebbe divenuto il Kurmittelhaus, ossia il cosiddetto Istituto Idroterapico come veniva definito negli anni Trenta. Come specificava un depliant pubblicitario il sanatorio curava, convalescenti e malati non infettivi, quindi non i malati di tubercolosi. Garantiva assistenza e sorveglianza medica continua da parte del medico di casa, il dottor Ludwig Balig. Le stanze erano provviste di termosifone, condutture d’acqua calda in ogni piano, un ascensore, impianto per l’assorbimento della polvere, ventilatori.

Era sposato con era sposato con Josefine Freund, nata a Edelény, città ungherese situata nella contea di Borsod-Abaúj-Zemplén nella valle del Bódva, nel 1874. Josefine era figlia di Gisela Taswith e di Adolf Freund. Nel 1911 dal matrimonio nacque la figlia Susanne. 

Quando all’alba del 16 settembre 1943 Gisela e Ludwig furono rastrellati e portati nella Casa del Balilla, avevano 74 e 69 anni. Nel tardo pomeriggio furono trasferiti al campo di transito di Reichenau, vicino ad Innsbruck e alcuni mesi dopo, nel marzo del 1944 furono trasferiti ad Auschwitz dove furono uccisi al loro arrivo. La figlia Susanna era sposata Kiss e come la madre era casalinga e si salvò nascosta in Vaticano. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Rudolf Jettmar e Alexander Rothaug rappresentanti dello Jugendstil a Merano

Il Novecento meranese vide far capolino a Merano importanti architetti e artisti chiamati a realizzare opere capaci di eguagliare quelle delle grandi città dell’Impero e compiacere il gusto raffinato della clientela che si riversava in città per le cure. Fu l’occasione per mettere in scena le istanze architettonico-artistiche dello Jugenstil facendone di Merano una rappresentante. Tre furono i protagonisti, un architetto e due pittori. Si tratta dell’architetto Friedrich Ohmann, e degli artisti Rudolf Jettmar e Alexander Rothaug.

Coetanei, boemo il primo, viennese il secondo, i due artisti studiarono presso l’Accademia delle Belle Arti della capitale austroungarica. Rudolf Jettmar ebbe come insegnanti i maggiori esponenti del cosiddetto Wiener Ringstrassenstil, tra i quali Rumpler e August Eisenmenger che ne segnarono lo stile dibattuto fra novità stilistica, aveva infatti aderito alla Secessione, e ritorno alla tradizione. 

Alexander Rothaug invece ebbe una formazione più composita, ricevendo le prime lezioni di pittura dal padre Theodor e iniziando un apprendistato come scultore con Johann Schindler (1822–1893). Solo nel 1885 iniziò a frequentare l’Accademia di Belle Arti di Vienna dove studiò a sua volta con  August Eisenmenger, Christian Griepenkerl e Franz Rumpler. Fu però il pittore Leopold Carl Müller, noto per le sue opere orientaliste a catturare per molti anni il giovane Alexander Rothaug che studiò con il maestro fino alla sua morte avvenuta nel 1892.

Le opere di Rudolf Jettmar, in massima parte popolate da divinità e eroi della mitologia classica, sono un importante esempio di Jugendstil elaborato con accenti personali e risalenti alla propria formazione relistico-simbolista. Alexander Rothaug invece intraprenderà una carriera più dedicata alle arti grafiche, alla morte del suo maestro prediletto si trasferì infatti a Monaco di Baviera dove  lavorò come illustratore per la rivista umoristica Die Fliegenden Blätter. Rientrato a Vienna nel 1910 divenne membro della Cooperativa degli Artisti visivi di Vienna. 

Con l’architetto Friedrich Ohmann i due artisti riuscirono a creare un’opera d’arte totale, proprio come le nuove istanze legate ai circoli artistici dell’Arts & Craft andavano affermando. Fra stucchi di finissima fattura, ornamenti floreali, grandi finestre ad arco, colori tenui e arredi dal gusto delicato, sono riusciti a dare alla possente costruzione tutta la leggerezza dell’Art Nouveau viennese. 

Gli incantevoli affreschi che ornano il soffitto della grande sala ne sono la prova tangibile. Un ampio spazio bianco fa da palcoscenico alla danza elegante di figurine eteree, dai vestimenti leggeri mossi da una lieve brezza, fra pieghe e trasparenze. Fra le mani strumenti musicali ad accompagnare i movimenti aggraziati. Agili e sinuose le figure femminili rappresentano ninfe e ore, unite fra loro da ghirlande di viole e di primule che raccontano la primavera, la rinascita della natura, il tepore e la luce che tornano grazie all’arrivo trionfale del carro di Apollo, da cui si sprigionano luminosi raggi di sole, proclamando la sua vittoria sul grigio e freddo inverno, personificato da un vecchio intabarrato in un manto scuro che gli avvolge il corpo e il capo.  

Il fronte di nubi che lo attorniano si dissolvono nell’avanzare dei destrieri che trainano la biga.  

Autrice: Rosanna Pruccoli

La mise perfetta per entrare al Kurhaus

Sono le fotografie dei fotografi come Emil Joffè, Albert Ellmenreich, Leo Bährendt Rudolf Schoener e di tutti quelli che nei decenni si susseguirono a testimoniare la vita al Kurhaus fatta di incontri e di importanti eventi. Ma se giustapposte una accanto all’altra possono diventare una sorta di catalogo della moda del Novecento.

Fin dai suoi esordi i turisti di cura, membri di una ristretta elite della società europea del tempo, consideravano Merano una città assai elegante, dove recarsi con un guardaroba adeguato, ampio, adatto ai diversi momenti di una giornata e alle diverse attività offerte, ma soprattutto esclusivo e in linea coi dettami delle maison più in voga del momento nella capitale della moda, Parigi. Grandi bauli-armadio, completi di grucce e cassetti venivano scaricati quotidianamente dai treni internazionali che giungevano sferragliando in stazione per essere poi trasferiti alle hall dei lussuosi hotel cittadini. Per le signore che all’epoca potevano permettersi la villeggiatura e quindi frequentare il Kurhaus sarebbe stato impensabile recarvisi senza la giusta toilette, completata da accessori ricercati e parure di pregio. L’etichetta e quel gusto mondano che caratterizzava i soggiorni per le cure prevedevano numerosi cambi d’abito ai quali era impossibile sottrarsi. Fra le diverse sale dell’edificio quindi si aggiravano – in una sorta di sfilata di moda perenne – innumerevoli modellini da giorno, da pomeriggio, da sera. Al mattino la consuetudine voleva l’uomo in giacca, panciotto e pantaloni, e la signora avvolta in un semplice e pratico tailleur composto di gonna e giacca accompagnato da cappello, guanti e ombrellino; il pomeriggio richiedeva un abito più elegante per entrambi, spesso con lo strascico per lei e il frac per lui. Gli abiti più ricercati erano riservati alla sera per andare a teatro, al concerto e al ballo. Le linee degli abiti elaborati da Paul Poiret avevano dato avvio ad una nuova era dell’abbigliamento femminile, capace di coniugare eleganza a comodità, raffinatezza a libertà di movimento. I modelli di Poiret a vita alta e a tunica avevano definitivamente liberato la donna dalle costrizioni del corsetto, mentre i suoi ampi cappotti caldi e coloratissimi ispirati all’oriente avvolgevano la figura, sottolineandola. 

Negli anni Trenta, gli anni della crisi economica e dei regimi totalitari, si assistette ad una netta divisione fra l’ideale di bellezza e femminilità propagandate dal fascismo e quello scelto dalle case di moda francesi e in gran parte condiviso dagli altri paesi: longilinea, femminile e coi capelli platinati per questi ultimi, formosa ed estremamente femminile per l’Italia. Nel campo della moda, sotto l’incalzare della crisi economica, si abbandonato il lusso degli anni Venti e si scelsero tessuti del tutto nuovi come il nylon che consentiva di risparmiare sui filati naturali. Anche la linea delle vesti mutò: la vita tornò al punto naturale, gli orli si allungarono sotto al ginocchio e si aprirono in piccole pieghe e pannelli. 

Il secondo dopoguerra, vide nuovamente Parigi al centro della scena internazionale. Fu Christian Dior a lanciare il cosiddetto New Look. Abiti sfarzosi ed eleganti, accompagnati obbligatoriamente da guanti, scarpe col tacco e cappelli, per una donna signorile e raffinata. Spalle morbide, vita di vespa, fianchi tondi, gonna immensa. Furono anni caratterizzati da una grande varietà di mode e di stili: da Coco Chanel – che aveva imposto i suoi famosi tailleur completati dalla tipica borsetta di pelle trapuntata – a Cristobal Balenciaga, inventore di forme scultoree e Yves Saint Laurent che presentò l’abito a trapezio, lungo fino al ginocchio. Per Merano gli anni Cinquanta rappresentarono un periodo estremamente affascinante, denso di contraddizioni e problematiche: vi pulsava la vita, la voglia di ripartire, di andare avanti nonostante tutto. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Orazio Gaigher, un medico e un pittore a Merano

Nato a Levico Terme, il 20 aprile 1870, frequentò le scuole a Cortina d’Ampezzo, a Bressanone e infine, per volontà del padre medico, si laureò in medicina ad Innsbruck. Poco dopo aprì il proprio ambulatorio a Salisburgo. La sua grande passione era però la pittura che aveva continuato ad esercitare come autodidatta. Il clima culturale della secessione viennese lo attraeva particolarmente ma non poteva che frequentarla di quando in quando.

Fra i suoi pazienti aveva il pittore incisore, scrittore, regista cinematografico, scultore e musicista tedesco naturalizzato inglese, Hubert von Herkomer (Waal, 26 maggio 1849 – Budleigh Salterton, 31 marzo 1914), che lo spronò a dedicarsi di più alla pittura. Alla morte del padre Orazio Gaigher aveva trentuno anni, chiuse il suo ambulatorio, appese il suo camice, e prese a viaggiare per dedicarsi completamente all’arte. Nel 1901 Herkomer lo portò con sé a Londra dove Gaigher rimase per tre anni studiando ritratto sotto i suoi insegnamenti.  L’ambiente londinese lo avvicinò al simbolismo e al movimento di William Morris. Ma alla fine la sua spinta interiore lo fece avvicinare al gruppo capeggiato da Dante Gabriele Rossetti. Successivamente, sempre con l’amico e maestro Herkomer, si spostò in Spagna dove strinse amicizia con l’artista Joaquin Sorolla, e dove lo studio delle opere di Velazquez fu determinante per la sua arte. Il 1906 le vide a Parigi dove si specializzò nel genere del ritratto. 

Nel 1907 fece ritorno a Merano dove viveva in inverno e Madonna di Campiglio dove viveva in estate.  

Da ritrattista iniziò a viaggiare per l’Europa e gli Stati Uniti d’America dove le commissioni per i ritratti furono assai numerose (si dice che furono più di cinquecento). Nel 1915 partecipò con grande successo all’Esposizione Internazionale di San Francisco dove fu premiato per le sue opere. Oltre a ritratti, scene di genere e paesaggi, realizzò alcune pale d’altare, incise exlibri e realizzò lavori decorativi al Kurhaus di Merano. Tra questi putti dalle ali di farfalla, pappagalli, fiori, in un insieme gioioso per la cupola della rotonda, elemento di raccordo fra il primo e il secondo Kurhaus. 

Rientrato per qualche anno in Trentino Alto Adige, nel 1928 partì per una spedizione pittorica di due anni in Argentina e in Patagonia, privilegiando il paesaggio. 

La sua attività artistica spaziava anche alle immagini sacre; ritrasse importanti prelati e addirittura Papa Pio X, ma non trascurò neppure la produzione di ex libris e incisioni. 

Dopo un così lungo peregrinare fu nuovamente Merano la città in cui scelse di far ritorno nel 1930 e poco tempo dopo venne nominato Presidente degli artisti della Provincia di Bolzano. 

In città, oltre alle decorazioni del Kurhaus, sono visibili alcuni ritratti conservati a Palais Mamming, e una Santa Lucia conservata nella chiesa Santa Maria del Conforto. 

Morì a Merano il 17 maggio 1938.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Friedrich Wasmann: un pittore amburghese a Merano 

Qualche anno prima che Merano diventasse città di cura e si dotasse di tutte le strutture necessarie per l’accoglienza, il giovane pittore amburghese Friedrich Wasmann decise di fermarsi nel piccolo borgo cinto da mura e affacciato sul torrente. Affascinato dal paesaggio incontaminato il suo primo soggiorno meranese, avvenuto tra il 1830 e il 1831, raggiunse i due anni di permanenza e poi l’artista decise di riprendere il suo viaggio per raggiungere Roma.

A Roma Wasmann frequentò pittori molto famosi come dove frequentò artisti famosi come Bertel Thorvaldsen, Joseph Anton Koch, Friedrich Overbeck che lo ispirarono e gli consentirono di progredire nella propria arte. L’alunnato presso il pittore amburghese Schur, la frequenza delle Accademie di Dresda e Monaco non erano ai suoi occhi sufficienti. I due anni romani furono per lui il punto di svolta stilistico. Anche sul piano personale Roma fu per Friedrich Wasmann un momento di crescita che culminò con la conversione al cattolicesimo. Rientrato a Merano nel 1839 dopo qualche mese si trasferì a Bolzano dove c’erano maggiori prospettive di lavoro e dove grazie alla società nobile e altoborghese lì residente Wasmann divenne in breve un ritrattista famoso, richiesto, e assediato dalle commissioni. Vi rimase fino all’estate 1843. A Bolzano ebbe modo di conoscere anche la giovane donna che sarebbe divenuta sua moglie: Emilie Krämer.  Nel 1846 decise di stabilirsi definitivamente a Merano con la moglie e la suocera. Anche nella città di cura i suoi ritratti erano assai richiesti e la clientela costituita da molti turisti erano una promessa di lavoro. Anche a Merano la clientela divenne assai numerosa e fatta di meranesi di ogni estrazione sociale e di turisti. I suoi ritratti sono talmente dettagliati da poter raccontare la storia della moda e della sua epoca. Particolare spazio e attenzione, infatti, egli la pose alle acconciature, ai gioielli, all’abbigliamento. A Merano però furono molto richiesti anche i suoi paesaggi, così innovativi per il suo tempo poiché colti a stretto contatto con la natura e considerati oggi tra i primissimi esempi di pittura tedesca “en plein air”. La sua vita artistica si intreccio con quella della città che andava rapidamente trasformandosi con l’abbattimento delle mura, la costruzione dei terrapieni per dar vita alle Passeggiate Lungopassirio, quindi lo spostamento dei mulini e dei mestieri che avevano bisogno di stare accanto al fiume. La città insomma che si allontanava sempre più da quella che lui aveva ritratto nel suo primo soggiorno. Ebbe così modo di vedere la costruzione del Kurhaus e della Wandelhalle che egli ritrasse creando per i posteri una importante testimonianza di vita cittadina. Wasmann visse appieno anche la sua vita personale e artistica tanto da scriverne una autobiografia che fu pubblicata da Bernt Grönvold. Morì a Merano il 10 maggio 1886, la sua lapide posizionata dietro il duomo lo ricorda, alcune delle sue opere sono esposte a Castel Tirolo e a Palais Mamming.  

Autrice: Rosanna Pruccoli

Umberto Volante: un artista e il suo quartiere

Nel centenario della nascita di Umberto Volante, celebre artista meranese, il “Quartiere Musicisti” nel quale egli abitò e tenne il proprio atelier, intende ricordarlo con una mostra a cielo aperto. Per le vie dell’intero quartiere verranno affissi sugli appositi pannelli le gigantografie dei suoi “strappi d’affresco”, una delle numerose tecniche che lo scultore dominava e per le quali divenne famoso. In questo modo si è voluto dare valore alla sua storia umana, alla sua carriera artistica ma anche dare seguito a quel suo desiderio di avvicinare l’arte alle persone che, fin dalla fine degli anni Sessanta, l’aveva indotto a portare l’arte nelle case.

Con il sostegno di costruttori aperti come ad esempio i Calligione, Volante inizio a creare opere d’arte sulle facciate o negli ingressi dei condomini che andavano via via nascendo e trasformando in zone abitative intere aree della città. Così a partire dal 4 novembre e per 15 giorni, il quartiere sarà una galleria d’arte dando a tutti l’occasione di conoscere alcune delle opere che nel corso degli anni Volante realizzò. 

La mostra sarà inaugurata il 6 novembre alle ore 15, l’appuntamento è nell’atrio del liceo delle Scienze umane in lingua tedesca Gymme, in via Verdi 8. Saranno offerte visite guidate il 6 novembre e l’8 novembre ore 15. 

Nato a Cona, in provincia di Venezia, nel 1925, Umberto Volante si trasferì con la famiglia all’età di tre anni a Merano. 

Dopo la scuola primaria, frequentò l’Istituto statale d’arte a Ortisei, diventando maestro d’arte sotto la guida di Ludwig Moroder (Bera Ludwig). 

In questo periodo di formazione fu a stretto contatto con artisti come Augusto Murer, Bruno Visentin e Claudio Trevi. Si trasferì poi a Venezia dove frequentò e si diplomò all’Istituto d’arte, allora diretto dal prof. Giorgio Wenter Marini. Sempre a Venezia frequentò il Magistero d’Arte e l’Accademia di Belle Arti di Venezia, sotto la guida di Alberto Viani.

Nel 1948 rientrò a Merano, aprì il suo atelier e iniziò l’attività di scultore. Iniziò anche ad insegnare intaglio presso l’Istituto d’arte di Venezia dove era stato allievo. Vi insegnò fino al 1965. In questi anni egli stesso sperimentò ed approfondì tutte le tecniche plastiche, come maiolica, mosaico, bronzo, metallo sbalzato, nonché le tecniche pittoriche dell’affresco, del graffito, e le tecniche grafiche della xilografia. 

Nell’intervallo tra il 1950 e il 1956 visse nuovamente a Merano, dove frequentò l’ambiente artistico e strinse amicizia con altri artisti, come Ugo Claus, Oswald Kofler, Oskar Müller, Peter Fellin, Anton Frühauf, Emilio Dall’Oglio. Partì poi per un lungo periodo di viaggio e soggiorno in numerose città europee per poi stabilirsi definitivamente a Merano. Qui iniziò a insegnare educazione artistica presso la Scuola Media G. Segantini e continuando anche la sua attività artistica, esponendo a numerose mostre, offrendo corsi d’arte ai cittadini interessati, realizzando le opere commissionate tanto dalla città che dalla chiesa. Fu infatti chiamato a realizzare affreschi e graffiti decorativi per numerosi edifici a Merano e in altre città del Trentino Alto Adige. La sua produzione continuò inesausta fino agli ultimi mesi prima della sua scomparsa.

La tecnica dello strappo d’affresco, legata soprattutto al lavoro dei restauratori per mettere in salvo affreschi antichi, è stata una felice intuizione che gli ha consentito di restare scultore pur accostandosi alla pittura con grande bravura e competenza. Ciò gli permise di incontrare numerosi acquirenti e veri e propri collezionisti. Le sue opere, generalmente di media dimensione, potevano trovare spazio nei salotti e dar vita ad un fiorente mercato. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Ospiti d’onore: Kandinsky a Merano

La città di cura e i suoi dintorni attirarono numerosi intellettuali, musicisti, scrittori e artisti. La natura ora incontaminata ora addomesticata dal lavoro di giardinieri esperti rappresentava sempre e comunque uno spettacolo. Così anche i meleti intorno al borgo di Lana nel mese della fioritura dovevano aver colpito la vista e il cuore di più di un forestiero.

Accadde anche a Gabriele Münter, l’artista berlinese che con Wassily Kandinsky e Franz Mark avrebbe fondato, nel 1911, il movimento espressionista “Der Blaue Reiter”. Ella giunse nel Burgraviato con il compagno Wassily Kandinsky nel maggio del 1908. Fecero una prima tappa a Chiusa dove, sin dal 1874 operava una interessante colonia artistica capeggiata dal pittore tedesco Alexander Koester, e poi proseguirono il viaggio verso Lana. 

La scelta di soggiornare a Lana anziché a Merano poteva avere molte ragioni, ma certamente il piccolo borgo, seppur più defilato, risentiva comunque favorevolmente dello sviluppo turistico della vicina città di cura. 

Di contro esso poteva offrire un soggiorno più a contatto con la natura e più al riparo dalla mondanità. La coppia restò a Lana tre settimane, tra il 6 e il 29 maggio. Dal soggiorno dovettero scaturire più di un disegno, schizzi e dipinto di piccolo formato. Entrambi ritrassero lo spettacolo dei campi in fiore. Gabriele Münter scelse un panorama ampio che mettesse a fuoco la campagna, gli alberi col loro carico di fiori ma anche le montagne con alcune cime ancora innevate. 

Wassily Kandinsky fissò sulla tela una raffigurazione più ravvicinata, mettendo a fuoco il terreno in primo piano e al centro uno solo degli alberi in fiore, insistendo sulla consistenza dei fiori stessi. La montagna è accennata, non se ne vede lo sviluppo verticale, ma solo la base che fa da sfondo all’albero. 

Nell’aprile del 1914, a sei anni di distanza dal suo primo soggiorno, il celebre pittore Vasilij Kandinskij era ritornato a Merano per una breve vacanza con la madre, la sorella ed alcuni amici russi. Questa volta aveva preso alloggio presso il Caffè-Ristorante Passerschlucht, non lontano dalla gola del fiume Passirio e dal cosiddetto Ponte romano. 

Ubicato in luogo ameno e suggestivo, immerso nel verde vicino alle Passeggiate Gilf, il Caffè-Ristorante Passerschlucht, dava in affitto anche alcune camere ammobiliate con balcone. I tavolini posizionati nel giardino e il via vai degli avventori del bar e ristorante allontanavano il senso di isolamento e legavano il luogo all’ampio circuito delle passeggiate.   

A Merano, il 1914 si era dimostrato foriero di importanti novità e l’artista russo aveva potuto viverle in prima persona. In città, proprio all’imboccatura delle Passeggiate d’inverno era stato costruito l’imponente ed elegante edificio del nuovo ufficio postale. 

Alla stazione ferroviaria si pubblicizzava con entusiasmo il nuovo vagone diretto da Merano e Parigi, che andava così ad unirsi a quello diretto per San Pietroburgo. Le Passeggiate Tappeiner, nucleo fondante delle cure meranesi, avevano aperto il nuovo prolungamento. Infine, anche nell’ambito dell’affluenza turistica vi era stato un netto balzo in avanti raggiungendo il tetto massimo delle quarantamila presenze, numero che non sarà mai più raggiunto. 

Le tensioni politiche che serpeggiavano in tutta Europa e che sfociarono nell’assassinio a Sarajevo dell’erede al trono d’Austria, forse in riva al Passirio giungevano più attutite ma sicuramente i primi refoli di guerra avevano iniziato a farsi notare.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Arthur Eisenkeil, un imprenditore fra design e accoglienza turistica di classe

Lo scorso maggio e stata inaugurata una nuova statua della serie MenschenBilder / FigureUmane, la galleria d’arte a cielo aperto che con le opere di scultori contemporanei assai importanti, ricorda i personaggi che, a vario titolo, hanno reso grande Merano. Il nuovo busto, opera della scultrice francese Sophie Eymond, rende omaggio ad un uomo davvero poliedrico.

Il suo impegno imprenditoriale non gli impedì di prendersi importanti responsabilità per gli albergatori ricoprendo il ruolo di Presidente dell’HGV e accettando anche la Presidenza della Volkbank. Fu l’uomo che, negli anni Settanta, si appellò alla Provincia perché trasformasse l’Hotel Excelsior, ormai in disuso, nella scuola alberghiera Savoy. Arthur Eisenkeil lottò anche perché l’HGV introducesse la formazione e l’aggiornamento a garanzia della qualità e del successo economico del settore. Ma Arthur Eisenkeil è stato anche l’uomo che ebbe il coraggio di sperimentare con i maggiori designer italiani un materiale plastico innovativo per la creazione di lampade da design. 

Arthur Eisenkeil era nato il 4 aprile del 1931 a Tell in Val Venosta, figlio del proprietario del Felberwirt. A 26 anni, nel 1957, aprì lo studio di illuminazione Lichtstudio Manufaktur a Marlengo, diventando così il primo produttore di illuminazione dell’Alto Adige. Le prime serie di lampade erano realizzate principalmente in vetro, ma l’azienda sperimentò anche altri materiali. Nel dopoguerra, infatti, negli Stati Uniti, fu sviluppata un nuovo tipo di plastica spray rinforzata con fibra di vetro chiamata Cocoon. Si trattava di un rivestimento polimerico inizialmente usato per proteggere le navi da guerra in disarmo. Con lungimiranza, Arthur Eisenkeil, aveva preso ad importare in Italia questo materiale d’avanguardia cominciando a studiarne le possibili applicazioni commerciali. Con i suoi primi prototipi dei paralumi cocoon, Artur Eisenkeil, partecipò alla fiera di Milano del 1958 – dove il padiglione Elettricità presentava ogni anno novità straordinarie attirando un folto pubblico. Qui Eisenkeil destò l’interesse di una delle figure imprenditoriali più importanti nel settore dell’arredamento e del design italiano, l’imprenditore e architetto Dino Gavina. Da questo incontro, Arthur Eisenkeil ebbe l’idea vincente di invitare i designer più importanti ed influenti di quegli anni, affinché elaborassero i propri progetti di lampada con il materiale cocoon ed altri nella Lichtstudio Manufaktur. Oltre a Gavina, giunsero a Marlengo il veneziano Tobia Scarpa, e i milanesi Pier Giacomo Castiglioni e suo fratello Achille. Da questa prima collaborazione nacque l’idea di fondare a Marlengo con Arthur Eisenkeil una vera e propria ditta e, nel 1960, nacque la ditta FLOS. L’azienda, nata come piccolo laboratorio dove si sperimentavano nuovi materiali e nuove ricerche stilistiche e funzionali, divenne in breve tempo famosa a livello nazionale e internazionale. La Flos si distinse fin da subito non solo per le novità stilistiche ma anche per l’introduzione di materiali che fino ad allora non erano stati presi in considerazione nelle attività produttive. Nel 1960 Giacomo Castiglioni disegnò per Arthur Eisenkeil la lampada Taraxacum e, nello stesso anno, anche la lampada Gatto e Gatto Piccolo. Nel 1962 Giacomo Castiglioni disegnò la lampada Taccia, e la lampada Toio anch’essa realizzata a Marlengo dalla FLOS. Nel 1962 a Marlengo nacque la lampada Arco disegnata da Achille Castiglioni. Arco è uno dei prodotti di disegno industriale più famosi e venduti, un oggetto icona del design italiano, fa parte delle collezioni permanenti del Triennale Design Museum di Milano e del MoMA di New York. Si tratta inoltre del primo oggetto di disegno industriale a cui venne riconosciuto la tutela del diritto d’autore al pari di un’opera d’arte. Nel 1964, la sede della Flos fu trasferita a Bovezzo, in provincia di Brescia. 

Accanto a questa impresa, l’impegno imprenditoriale di Arthur Eisenkeil si rivolgeva anche all’attività alberghiera. Arthur Eisenkeil aveva sposato Traudl Waldner, figlia del proprietario dell’Oberwirt di Marlengo, e costruttore del primo magazzino di frutta a Marlengo, Josef Waldner. 

Con spirito imprenditoriale e una visione internazionale Traudl e Arthur Eisenkeil gestirono insieme gli hotel più importanti di Merano come il Palace Hotel, il vicino Ritz Stefanie, il Bristol e il Marlingerhof di Marlengo. Nel 1966 decisero di acquistare l’allora Hotel Continental, oggi Hotel Meranerhof, e di ristrutturarlo. Si affidarono a Franz Lenhart che, oltre ad essere un pittore e un ritrattista di fama, era un ottimo architetto d’interni. La coppia voleva infatti creare un ambiente elegante e accogliente al tempo stesso, comfort e raffinatezza dovevano fondersi fra le mura dell’hotel e rendere il soggiorno dei propri clienti indimenticabile. La stagione del Meranerhof partì nel 1967 e i clienti illustri appartenenti al mondo dell’arte, della politica del cinema, dell’industria nazionale e internazionale, che avevano già avuto modo di ospitare negli alberghi precedentemente gestiti, non esitarono a seguirli nella loro nuova avventura. Fra tutti Giulio Andreotti che in breve tempo era divenuto amico di Arthur.  Dopo una vita intensa, Arthur Eisenkeil si è spento all’età di 74 anni, il 15 agosto 2005.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Bruno Jori: un cineasta a Merano nelle parole di Antonio Manfredi

È attraverso le parole di Antonio Manfredi che affiorano i contorni di un ritratto culturale e umano di Bruno Jori. I due, amici fraterni, trascorrevano molto tempo insieme: per vent’anni un appuntamento quotidiano “al caffè, alle diciassette”, li vedeva impegnati in lunghe discussioni in cui prendevano corpo progetti e nuove idee per filmati, documentari, poesie e arte.

Se le Passeggiate Lungopassirio li avevano visti camminare insieme ancora immersi nelle loro disquisizioni artistiche ora ne consentono la vicinanza come a riprendere idealmente il discorso tragicamente interrotto il 6 ottobre 1970, quando Bruno Jori,  costretto da un dolore lancinante alla testa, salutò gli amici al caffè e fece frettolosamente rientro a casa: “Eri appena rientrato da Roma, dove avevi montato i tuoi ultimi servizi per la TV, dovevi ripartire dopo poco perché altro lavoro t’aspettava. ‘A domani, ci vediamo in questi giorni finché sono ancora qua’.” 

Bruno Jori era nato a Merano il 21 dicembre di un anno, il 1922, che era stato foriero di grandi capovolgimenti politici per la città, la regione e in realtà per l’Italia tutta. La mamma Erminia Zak aveva dato alla luce anche altri due fratelli Enrico ed Aldo. Bruno aveva frequentato il Liceo classico e si era accostato al cinema quando in città non era possibile reperire né riviste, né pubblicazioni d’argomento e girare un film poteva sembrare una follia. Dalle parole di Manfredi apprendiamo che Jori era giunto al cinema passando attraverso la lettura di libri fondamentali come “Film Technique and Film Acting”, del teorico del film e regista sovietico Vsevolod Illarioniviĉ Pudovkin e di quelli di Sergej Michajloviĉ Ejzenstein, teorico del cinema, regista e sceneggiatore russo, famoso per l’uso innovativo del montaggio e per il film “La corazzata Potëmkin.  “Per te il cinema era un atto di vita e questa vita tu desideravi chiamarla, come la tua sensibilità esigeva, ‘poesia’”. 

Non ancora ventenne Jori, non solo aveva maturato la sua passione per il cinema riuscendo a mettere insieme una collezione miscellanea di filmati sia in 35 millimetri, che muto che film tanto da riuscire a costituire quasi un piccolo archivio di storia del cinema, ma aveva anche iniziato la sua sperimentazione cinematografica con alcuni filmanti amatoriali. Immediatamente dopo la guerra aveva realizzato il suo primo cortometraggio  “Dracula”. Cercando la propria strada si era iscritto dapprima a Medicina e quindi a Legge, optando infine per la cinepresa e facendo della sua grande passione l’impegno di una vita.  In quel dopoguerra meranese Jori condivideva la sua passione con Mario Deghenghi e Karl Schedereit . Con quest’ultimo egli realizzò: “Kleinstadttheather” e “La Clinica del libro”. A Verona ebbe modo di lavorare presso il produttore Bertolazzi, imparando il ruolo dell’aiuto regista, e iniziando a muoversi a passo sicuro nel mondo dei documentari e dei filmati pubblicitari. Tra la fine degli anni Quaranta e i primi anni Cinquanta, infatti, produsse: “Vivere sul Fiume”, “Artigianaro in Alto Adige”, “Notti Fassane”, “Uno straniero in Germania”. All’inizio degli anni Sessanta lavorò a Monaco per la televisione tedesca con i produttori Bruno Zockler e Walter Leckenbusch come regista documentarista. Il successo e la notorietà giunsero nel 1964 con il film “Bagnolo in Piano: un paese tra il rosso e il nero” che ottenne riconoscimenti internazionali di alto livello.  Il primo lungometraggio fu “La verde età” del 1966 girato a Glorenza con Rainer Werner Fassbinder come assistente alla regia.

Rientrato a Merano iniziò il suo impegno per neonata Rai Sender Bozen, che infatti aveva aperto i battenti nel febbraio 1966 per produrre programmi televisivi dedicati alla provincia di Bolzano.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Antonio Manfredi: poeta, pittore, critico d’arte e cinematografico

La presenza di Antonio Manfredi a Merano fu un prezioso apporto alla vita culturale in città. Con i suoi numerosi contatti riusciva a far giungere in questa contrada molto di quanto si andava producendo nei maggiori centri intellettuale italiani: idee, tendenze, libri, personaggi. È Mary de Rachewiltz a mettere a fuoco la sua figura e il suo spessore con la sapienza dell’intellettuale e l’affetto di chi ebbe modo di conoscerlo e frequentarlo: “Per quarant’anni non si è mai lasciato sfuggire un libro importante per l’Italia, con ciò, pur senza cattedra, a gente come noi sperduti nei remoti angoli della provincia, maestro e guida silenziosa”.  Poeta noto ed apprezzato a livello internazionale, le sue raccolte di poesie erano state pubblicate dalle case editrici più prestigiose.

Era nato a Viareggio il 10 agosto del 1912 da una famiglia che, proprietari di cave, avevano subito un tracollo finanziario di proporzioni importanti con la crisi del Ventinove. Nipote del noto scultore Emanuele Baratta, ne ereditò la creatività e il bisogno di bellezza. Ottenuta la laurea in legge, la necessità impellente di trovare un lavoro lo condusse a lasciare la propria città natale per trasferirsi a Merano, dove si impiegò in Comune in qualità di archivista. Trovò dimora presso Frau Pircher in via Zingerle, dove abitava anche Anton Frühauf, e vi restò sino al 1967 quando sposò Lidia Borin. 

Parallelamente allo studio, prima, e al lavoro, poi, aveva sempre coltivato le sue due più grandi passioni: la poesia e la pittura. Nel 1947 giunse il primo riconoscimento internazionale: vinse il Premio Internazionale di Poesia “Libera Stampa” di Lugano. Il premio gli permise di essere economicamente autonomo decidendo di lasciare l’impiego in comune. Per un certo periodo insegnò anche Italiano Seconda Lingua nelle scuole tedesche. Qualche tempo dopo gli proposero di lavorare alla COMIT a Milano. Gli anni milanesi non furono sempre facili giacché quel lavoro non era di suo gradimento, ma l’ambiente intellettuale effervescente gli offrì importanti sollecitazioni. Numerose furono le amicizie colte che lì poté stringere e che si mantennero vivide e profonde nel corso degli anni: da Sereni a Solmi, da Borlenghi a Erba, Morlotti, Scheiwiller, Fortini. Per non dimenticare la figura politicamente complessa e culturalmente poliedrica del banchiere mecenate Raffaele Mattioli. Presto giunse anche una nuova proposta di lavoro da parte della Radio Svizzera Italiana, un incarico come corrispondente letterario per il Nord-Est d’Italia, che egli accettò con entusiasmo. Si trattava, infatti, di inviare settimanalmente pezzi per la radio di Lugano: un lavoro che lo impegnò per più di un intenso trentennio. Era Eros Bellinelli la persona di riferimento col quale Manfredi si confrontava sui testi che inviava e che divenne poi un caro amico. Questo incarico conviveva con la sua quotidianità meranese e la arricchiva. Nel corso degli anni collaborò pure con numerose riviste letterarie fra le quali “Letteratura”, “Approdo Letterario”, “Il Mondo”, “La rassegna d’Italia”, “Letteratura moderna”, “La Chimera”, “Almanacco dello specchio”, “Paragone”. 

A Merano fu amico di Giuseppe Maviglia, Luigi Serravalli, Boris e Mary de Rachewiltz, Bruno Iori per citare solo alcuni fra gli intellettuali e i promotori culturali cittadini. Nell’amicizia, come ebbe a scrivere Mary de Rachewiltz, Manfredi era “l’amico che tutti sognano: discreto, gentile, costante e puntuale”. Partecipò attivamente alla vita culturale meranese collaborando all’organizzazione di mostre, scrivendone recensioni o veri e propri cataloghi, come fu per le personali di Marcucci, Morlotti, Birolli e Kuperion, pubblicati per i tipi di Scheiwiller “All’insegna del pesce d’oro”. 

Autrice: Rosanna Pruccoli