La presenza di Kafka a Merano nei frammenti delle sue lettere

Inizia in febbraio per Franz Kafka quell’andirivieni di considerazioni, dubbi, ripensamenti, riguardanti la meta da scegliere per quello che sarebbe dovuto essere “solamente” un soggiorno fra sole e vitto vegetariano, come lo aveva descritto nella lettera all’editore di Lipsia Kurt Wolff. Del turbinio di pensieri che il viaggio gli stava procurando erano testimoni tanto Minze Eisner che l’editore Wolff ai quali scrisse tra fine gennaio e i primi di aprile 1920. 

I frammenti di quelle lettere, che riporto, ben spiegano sia lo stato di incertezza vissuto dallo scrittore sia le difficoltà burocratiche cui erano sottoposti i turisti in tutta Europa nella prima fase post-bellica: “A Merano andrò forse tra un mese. È stata anche Lei a Merano?”, “La Baviera continua a fare la ritrosa”, e ancora “Avevo la camera ma senza il permesso d’entrata nel comune bavarese mi si negava il visto per una lunga degenza in sanatorio. […]mi fu telegrafato che a partire dal 15 corr. non si accettano forestieri […]”. Dall’accenno fatto invece nella lettera inviata a Felix Weltsch si intuisce, da un lato, che Merano fosse stata argomento di conversazione nella cerchia amicale ma pure che Kafka nutrisse un certo scetticismo per come il luogo veniva pubblicizzato: “Caro Felix, le mie piccole novità sono anche per te. In quanto al sole non avevo mai creduto, mai creduto in fondo, che qui ci fossero continue giornate di sole, limpide, e infatti non è vero, finora (siamo a giovedì sera) ho avuto bello un giorno e mezzo […] Come si può aspettarsi che sia diverso così vicino a Praga? […]”. 

Per Kafka, Merano doveva costituire un intrico di pro e contra: aria pulita, possibilità di lunghe passeggiate e, infine, la presenza di un piccolo ma operoso gruppo ebraico con medici specialisti, alberghi, sanatori e il Genesungsheim per non abbienti. Il tessuto comunitario meranese, infatti, era sicuramente noto negli ambienti ebraici di Praga non solo per la messe di pubblicazioni apparse ma anche perché molti dei turisti di cura e alcuni dei residenti erano praghesi. 

I contra erano invece costituiti dai costi non facilmente gestibili, come aveva confessato un sabato fra gennaio e febbraio nella lettera a Minze Eisner: “Cara Minze, […] probabilmente non andrò a Merano, è un po’ troppo costosa, andrò forse sulle Alpi bavaresi. […]”. Tuttavia -oltre alle difficoltà create dalla Baviera- per Kafka le valutazioni a favore della città di cura in riva al Passirio dovevano aver vinto sugli aspetti economici. Nei primi giorni di aprile è ancora una lettera a Minze a segnare la svolta: “Cara Minze, […] domani parto per Merano. […] Le scriverò da Merano.” 

Per un uomo come lui, i cui amici erano essenzialmente ebrei, abituato a muoversi soprattutto in ambienti ebraici, le riflessioni potevano forse essere state anche di natura più intima e personale; legate cioè ad un sentimento di appartenenza identitaria che le opere, le Lettere e i Diari giunti sino a noi non restituiscono se non in modo frammentario. 

Forse si potrebbe delineare la sua complessa identità come quella di un uomo in bilico fra due aneliti: da un lato il desiderio di vivere appieno quell’ Emancipazione che aveva permesso alla sua famiglia quel vivere borghese nel centro di Praga vendendo “Galanteriewaren” e che a lui aveva offerto la possibilità – impensabile per un ebreo prima di quel fatidico 1867- di frequentare il liceo classico ed iscriversi all’Università; dall’altro quella vera e propria passione carsica per lo sfaccettato universo ebraico che lo attraeva e lo respingeva in un eterna dicotomia. Nel corso dei decenni studi autorevoli hanno affrontato il tema identitario dello scrittore con esiti spesso opposti. È però lo studio di Giuliano Baioni a spiegare al meglio quanto l’ambiente ebraico praghese avesse sempre guidato, e forse condizionato, le scelte dello scrittore.

Le lettere scritte da Merano sono assai parche di informazioni sui luoghi e gli incontri meranesi d’ambito ebraico che avrebbe potuto fare e che forse fece. Viene spontaneo anche chiedersi come mai non scelse di alloggiare in una delle strutture ebraiche. 

Fu un suo precipuo desiderio di “lontananza” o un fatto legato alla lenta ripartenza della vita economico-turistica del Kurort e degli alberghi di proprietà israelita?  Va ricordato infatti, che la maggior parte degli imprenditori ebrei meranesi possedevano una doppia attività: quella a Merano per le stagioni turistiche tipiche di questa Kurstadt, ossia l’inverno, la primavera e l’autunno, e una nelle città di origine o comunque in un altro dei luoghi dell’Impero cislaitano dove la stagione fosse estiva. Non va poi dimenticato che, per quanto la città non fosse stata bombardata, la conversione di alberghi e sanatori in lazzaretti e acquartieramento truppe aveva nuociuto non poco agli eleganti hotel meranesi. Ricordiamo -a titolo di esempio- che allo Starkenhof, l’albergo e il ristorante casher di Jakob Bermann, era stato allestito il Feldpost Amt. Il Sanatorio Königswarter potè riprendere la sua normale attività di accoglienza dei malati indigenti, solo nel giugno del 1920. 

Autrice: Rosanna Pruccoli