È attraverso le parole di Antonio Manfredi che affiorano i contorni di un ritratto culturale e umano di Bruno Jori. I due, amici fraterni, trascorrevano molto tempo insieme: per vent’anni un appuntamento quotidiano “al caffè, alle diciassette”, li vedeva impegnati in lunghe discussioni in cui prendevano corpo progetti e nuove idee per filmati, documentari, poesie e arte.
Se le Passeggiate Lungopassirio li avevano visti camminare insieme ancora immersi nelle loro disquisizioni artistiche ora ne consentono la vicinanza come a riprendere idealmente il discorso tragicamente interrotto il 6 ottobre 1970, quando Bruno Jori, costretto da un dolore lancinante alla testa, salutò gli amici al caffè e fece frettolosamente rientro a casa: “Eri appena rientrato da Roma, dove avevi montato i tuoi ultimi servizi per la TV, dovevi ripartire dopo poco perché altro lavoro t’aspettava. ‘A domani, ci vediamo in questi giorni finché sono ancora qua’.”
Bruno Jori era nato a Merano il 21 dicembre di un anno, il 1922, che era stato foriero di grandi capovolgimenti politici per la città, la regione e in realtà per l’Italia tutta. La mamma Erminia Zak aveva dato alla luce anche altri due fratelli Enrico ed Aldo. Bruno aveva frequentato il Liceo classico e si era accostato al cinema quando in città non era possibile reperire né riviste, né pubblicazioni d’argomento e girare un film poteva sembrare una follia. Dalle parole di Manfredi apprendiamo che Jori era giunto al cinema passando attraverso la lettura di libri fondamentali come “Film Technique and Film Acting”, del teorico del film e regista sovietico Vsevolod Illarioniviĉ Pudovkin e di quelli di Sergej Michajloviĉ Ejzenstein, teorico del cinema, regista e sceneggiatore russo, famoso per l’uso innovativo del montaggio e per il film “La corazzata Potëmkin. “Per te il cinema era un atto di vita e questa vita tu desideravi chiamarla, come la tua sensibilità esigeva, ‘poesia’”.
Non ancora ventenne Jori, non solo aveva maturato la sua passione per il cinema riuscendo a mettere insieme una collezione miscellanea di filmati sia in 35 millimetri, che muto che film tanto da riuscire a costituire quasi un piccolo archivio di storia del cinema, ma aveva anche iniziato la sua sperimentazione cinematografica con alcuni filmanti amatoriali. Immediatamente dopo la guerra aveva realizzato il suo primo cortometraggio “Dracula”. Cercando la propria strada si era iscritto dapprima a Medicina e quindi a Legge, optando infine per la cinepresa e facendo della sua grande passione l’impegno di una vita. In quel dopoguerra meranese Jori condivideva la sua passione con Mario Deghenghi e Karl Schedereit . Con quest’ultimo egli realizzò: “Kleinstadttheather” e “La Clinica del libro”. A Verona ebbe modo di lavorare presso il produttore Bertolazzi, imparando il ruolo dell’aiuto regista, e iniziando a muoversi a passo sicuro nel mondo dei documentari e dei filmati pubblicitari. Tra la fine degli anni Quaranta e i primi anni Cinquanta, infatti, produsse: “Vivere sul Fiume”, “Artigianaro in Alto Adige”, “Notti Fassane”, “Uno straniero in Germania”. All’inizio degli anni Sessanta lavorò a Monaco per la televisione tedesca con i produttori Bruno Zockler e Walter Leckenbusch come regista documentarista. Il successo e la notorietà giunsero nel 1964 con il film “Bagnolo in Piano: un paese tra il rosso e il nero” che ottenne riconoscimenti internazionali di alto livello. Il primo lungometraggio fu “La verde età” del 1966 girato a Glorenza con Rainer Werner Fassbinder come assistente alla regia.
Rientrato a Merano iniziò il suo impegno per neonata Rai Sender Bozen, che infatti aveva aperto i battenti nel febbraio 1966 per produrre programmi televisivi dedicati alla provincia di Bolzano.
Autrice: Rosanna Pruccoli