Esther Flensberg Rubinstein.Donne ebree a Merano – seconda parte

Come detto nella prima parte di questo articolo intitolato “Nahida Ruth Lazarus e le altre. Ritratti di donne ebree a Merano”, l’universo ebraico altoatesino è costellato di personaggi interessanti e importanti ma – forse inaspettatamente per i più – è il numero assai elevato di donne interessanti, intraprendenti, forti e libere di esprimersi a livello intellettuale, religioso e soprattutto imprenditoriale che colpisce. Un altro personaggio femminile del panorama ebraico meranese di grandissimo interesse è Esther Rubinstein.

Esther Rubinstein era nata in Lituania nel 1881, figlia del Gaon Hayyim Flensberg. Gaon era un titolo onorifico che indicava il ruolo di capo spirituale della comunità ma anche l’importante compito di trasmettere la conoscenza esegetica e l’insegnamento della Torah e della Halakha, ossia la Legge ebraica. Il padre di Esther era molto conosciuto e molto amato in tutta la Lituania e ben oltre. Aveva scritto numerosi libri sull’Hallakka, sulla filosofia ebraica e sull’Aggadah.
Figlia unica, Ester era vissuta con lui fino al giorno del suo matrimonio e fu per il padre fonte di gioia e di soddisfazione. Egli la educò nello studio della Torah, del Talmud, della letteratura rabbinica e della filosofia ebraica. Gli anni in cui Ester cresceva e si faceva adolescente e donna, erano quelli dell’Haskalà, ossia dell’emancipazione ebraica, così -visto che la giovane era molto intelligente e apprendeva assai velocemente- si decise di insegnarle anche le lingue e la letteratura europea. Nel 1905, a 24 anni, Ester sposò il rabbino Isaak Rubinstein che divenne presto il rabbino capo di Vilna, dove la coppia si stabilì nel 1910 e insieme guidarono la locale comunità. Esther era infatti talmente preparata sul piano religioso e talmente attiva sul piano comunitario che si guadagnò il titolo di “Rebetzin”.
Ester era impegnata nell’educazione, nei lavori sociali ed era una attivista femminista.
Certa che l’istruzione fosse necessaria per ogni ragazza fondò numerose scuole femminili sparse sul territorio in modo che tutte potessero accedervi con facilità. Sionista convinta scrisse articoli, saggi e tenne conferenze sul ruolo fondamentale delle donne nel reclamare la terra di Israele. Convinta dell’importanza del voto alle donne pubblicò numerosi articoli e saggi su questo argomento.
Durante la prima guerra mondiale lavorò nelle mense e in altre agenzie caritatevoli per aiutare i bisognosi.
Pochi anni dopo la prima guerra mondiale, Esther contrasse una rara malattia del sangue e per lei si cercò il luogo più adatto e i medici migliori. La scelta cadde sull’equipe di medici meranese del Sanatorio ebraico.
Ester affrontò quindi il viaggio da Vilna a Merano e si sottopose alle cure. Purtroppo ogni tentativo intrapreso non diede gli esiti sperati e Esther mori nella città del Passirio e a 43 anni nel 1924 lasciando un marito e un figlio. Fu sepolta nel cimitero ebraico di Merano dove a tutt’oggi riposa. L’intera comunità ebraica di Vilna pianse la sua morte e migliaia di persone parteciparono a una cerimonia commemorativa nella Grande Sinagoga di Vilna. Esther è stata l’unica donna a cui sia mai stato conferito questo onore. Molti eminenti rabbini e leader sionisti religiosi le fecero l’elogio funebre.

Rosanna Pruccoli

Nahida Ruth e le altre. Ritratti di donne ebree a Merano

L’universo ebraico altoatesino è costellato di personaggi interessanti e importanti ma – forse inaspettatamente per i più – vi è un numero assai elevato di donne interessanti, intraprendenti, forti e libere di esprimersi a livello intellettuale, religioso e soprattutto imprenditoriale che colpisce.Nahida Ruth Remy Lazarus era giornalista, critica letteraria, scrittrice di romanzi e di Drammi teatrali, attrice e infine scrittrice di testi fondamentali per e sulle donne ebree e il loro ruolo. Visse a Merano dal 1896 al 1923, un lasso di tempo che le consentì di lavorare attivamente in città partecipando come vedremo a numerose associazioni e creandone lei stessa.  

Nahida era nata a Berlino nel 1849, era figlia dello storico dell’arte Max Schasler  scrittrice Nahida Sturmhöfel. 

A cinque anni – nel 1854 – con la madre si trasferì da Berlino alla Provenza e da lì a Palermo per fare ritorno a Berlino nel 1864. Era stata educata per affrontare una carriera da artista e il suo primo ingaggio giunse a 22 anni, a Breslavia nel 1866. A Berlino recitò, insegnò e soprattutto, scrisse per quotidiani e riviste. 

Per il suo lavoro di attrice a Berlino conobbe il suo primo marito il critico teatrale Max Remy col quale rimase sposata fino al 1881, quando a quando a 32 anni restò vedova. Rimasta vedova studiò intensamente e per molti anni l’ebraismo e nel 1895, a 46 anni si convertì e sposò Moritz Lazarus.  

L’anno seguente, nel 1896, giunse a Merano con il marito. I due intellettuali avevano scelto Merano per la posizione, il clima e per la presenza in città del Rabbino Aron Tenzer intellettuale assai noto ed ex allievo di Moritz. In quegli anni vivevano in città alcune famiglie di imprenditori, medici e commercianti e si poteva contare su un cimitero ebraico, una sala di preghiera, un ristorante kasher. 

Qui continuarono la loro attività cercando contatti anche con la città. Fino al 1898, Moritz continuò a trascorrere dei periodi a Berlino, dove era professore onorario della cattedra di Psicologia, quando, rientrato definitivamente in città, vi scrisse le ultime opere tutte rivolte a questa nuova disciplina. Morì nel 1903, fu sepolto nel primo cimitero ebraico cittadino. Nahida, autrice di un testo fondamentale sull’analisi della donna nel mondo ebraico, proseguì la sua vita nel ricordo del grande uomo che aveva sposato, inviando spesso ad amici e conoscenti fotografie che lo ritraevano e allegando brevi lettere in cui spiegava che il fotografo Wassermann si occupava anche della riproduzione fotografica del ritratto del marito, oppure commentando: “Trovo questa testa così bella, non ricorda quella di un profeta?” 

Nahida continuò ad interessarsi di cultura, stringendo amicizia con gli intellettuali locali, come il famoso dottor Franz Innerhofer creatore del Museo civico o il dottor Frank. 

Fondò l’Associazione per la protezione degli animali, dotato di un calendario annuale da lei scritto, corredato di disegni, favole, racconti, e riflessioni edificanti e da lei pubblicato e dedicato ai bambini.  

Fu socia onoraria del Museumsverein di Merano, fondato nel 1899, pubblicò numerosi scritti, fra cui un testo di 27 pagine a spiegazione della sua collezione di quadri e della formazione del Museo Civico: donò infatti all’erigendo museo numerosi oggetti e la sua collezione di cento dipinti. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Cavoli, cavolfiori, cavoli cappucci, verze e rape nella tradizione ebraica 

I cavoli e le rape fanno parte dell’immaginario ebraico così come hanno fatto parte della tradizionale attività agricola e tutt’ora sono ingredienti importanti della cucina e di alcune pietanze dedicate a specifiche festività.  Non possiamo però dimenticare neppure che il cavolo e la rapa fecero tristemente parte della quotidianità disperata degli ebrei del ghetto di Varsavia, quando nell’aprile del 1941 395.000 persone furono costrette a risiedervi.

Il cibo scarseggiava e agli ebrei venivano concesse razioni a bassissimo contenuto calorico: erano infatti le autorità tedesche a rifornire gli ebrei con rape, patate, cavoli, pane secco, farina e un supplemento mensile di margarina, zucchero e carne. Fra l’ottobre del 1940 e il luglio del 1942 morirono di fame e di stenti circa 92.000 persone, le altre furono deportate nei campi di sterminio. 

La grande importanza che l’alimentazione riveste nella vita dell’uomo spiega bene come nel mondo ebraico essa sia disciplinata da una grande quantità di norme. Il singolo alimento e il cibo che se ne ricava così come la prassi per cucinarlo sono sottoposti a numerose regole stabilite nella Torah, soprattutto nel Levitico e nel Deuteronomio, interpretate dall’esegesi del Talmud e codificate nello Shulchan Arukh. 

L’insieme delle norme alimentari è detta Casherut, ossia “adeguatezza”. Ogni alimento deve rispondere a criteri precisi per essere considerato “adeguato” e quindi commestibile. Il capitolo più ampio dei divieti e dei distinguo in tal senso riguarda il regno animale, ma anche il mondo vegetale è sottoposto a una congerie di regole di cui daremo un brevissimo saggio nelle righe a seguire 

L’universo culinario ebraico è assai variegato e sfaccettato a seconda anche del territorio di stanziamento. L’annoso pellegrinare della popolazione ebraica nell’arco dei secoli, infatti, ha fatto sì che ne scaturisse un’ampia offerta gastronomica. Le ricette e i sapori si sono via via arricchiti e hanno subito le influenze degli alimenti e delle spezie tipici del contesto geografico, così cavoli, rape cipolle, patate, aringhe, carpe, grasso d’oca e di pollo sono divenuti gli ingredienti base della cucina degli ebrei Ashkenaziti, stanziati nella Mitteleuropa e nell’Europa dell’Est. Ceci, fagioli, cous cous, verdure, latticini, carne di agnello e di montone, sono divenuti la dieta base degli ebrei Sefarditi, abitanti il bacino del Mediterraneo. Così humus di ceci, pite e falafel sono pietanze della cucina ebraica tanto quanto i carciofi alla giudìa, i bagel newyorkesi al salmone e i borsch di cavolo polacchi. Molte ricette sono dedicate alle singole festività del calendario religioso e altre allo Shabat. In ognuna delle “numerose cucine ebraiche” le pietanze riservate allo Shabat devono essere condotte a cottura lenta o addirittura preparate il giorno prima e tenute in caldo sulla plata. Di generazione in generazione, approfittando via via dello sviluppo tecnologico, le donne ebree credenti hanno messo in tavola le loro ricette di sformati, brasati, brodi, stufati, stracotti, che potessero essere lasciati cuocere, o riposare, dal venerdì sera fino al pranzo del sabato. 

In questo fantasioso e succulento patrimonio culinario i singoli membri della grande famiglia delle Brassicacee hanno un posto d’onore soprattutto nei menù ashkenaziti di molte festività. A Sukkot, la festa delle capanne o del raccolto, nel menù italiano si trova il cavolo ripieno, in quello ashkenazita lo strudel di verze. Nella festa di Tu Bi Shvat, il capodanno degli alberi, nel menù italiano troviamo il cavolo verza in agro e in quello ashkenazita lo strudel di cavolo verza. Per Shavuoth, la festa delle primizie o festa della legge, nel menù ashkenazita troviamo i ravioli ripieni di crauti. Per Simchat Torah gli involtini di cavolo accontentato sia la cucina ashkenazita che quella italiana. Le ricette tradizionali però non finiscono qui: vi sono rape glassate, rape in salsa gialla, minestra di cavolfiore, cavolo verza stufato, cavolfiore fritto.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Cesare Maggi, il pittore della neve

Nella mostra in cui si celebra i grandi pittori austriaci Alfons Walde e Max von Esterle e i loro paesaggi innevati non poteva mancare un dialogo con i pittori che si cimentarono nella difficile resa della neve e degli effetti della luce sulla neve che vissero e operarono a Nord e a Sud delle Alpi. 

Primo fra tutti merita di essere conosciuto il torinese Cesare Maggi, che è rappresentato in mostra da un trittico composto da tre tele intitolate: “Mattino d’inverno” (1908), “Neve” (1909), “Nevicata” (1911) e proveniente dal Museo del Paesaggio di Verbania.

Classe 1881 inizia a dipingere fin da bambino, a 17 anni Maggi fu allievo del famoso ritrattista livornese di origine ebraica Vittorio Corcos a Firenze. Sono gli anni in cui Corcos rientra dal suo periodo Parigino ma continua ad esporre al Salon. Successivamente Maggi frequentò lo studio del ritrattista, paesaggista e pittore di genere Gaetano Esposito a Napoli. Una formazione precoce questa, che lo portò a un esordio quasi da enfant prodige quando, appena maggiorenne, la Società delle Belle Arti di Firenze ammise una sua opera all’Esposizione Annuale. 

Nel 1899 fu quindi la volta del viaggio a Parigi, all’epoca il centro europeo dell’arte. Qui lavorò presso il paesaggista e pittore di genere Fernand Cormon. Parigi in quegli anni era la città prescelta dal folto gruppo dei divisionisti, fu qui quindi che ebbe modo si approfondire questa tecnica.  

Ma fu la pittura di Giovanni Segantini, quella della svolta del 1886 divisionista e simbolista a far breccia nella personalità di Maggi e a guidarlo nella sua futura produzione e nella scelta della sua tecnica artistica. Nel 1900 Maggi si recò a Maloja dove si dedicò ai paesaggi alpini engadinesi e valdostani e la tecnica cara a Segantini, il divisionismo. Grazie alla collaborazione commerciale con Alberto Grubicy fino al 1913, il Maggi si impone rapidamente tra i maggiori rappresentanti del secondo divisionismo in Italia con un repertorio di paesaggi di montagna, indagati perlopiù negli aspetti di percezione visiva della rifrazione della luce e del colore, ma privi della profonda spiritualità dell’opera segantiniana. 

Due furono i punti fondanti dell’affermazione di Cesare Maggi quale pittore della montagna: da un lato il suo trasferimento a Torino, sede ottimale per l’approccio al paesaggio alpino, dall’altro proprio la collaborazione con la galleria d’arte di Alberto Grubicy de Dragon, mediatore di chiara fama, e una delle voci più autorevoli del panorama artistico dell’epoca. Che inoltre aveva in esclusiva la rappresentanza delle opere di Segantini. Fu proprio per suo tramite che Cesare Maggi riuscì a far conoscere la propria opera e ad imporsi con il soprannome di “pittore della montagna” con il quale verrà conosciuto anche negli anni successivi.

Promotore, esponente e fulcro della corrente detta “Secondo Divisionismo”, le sue opere condividevano con la produzione Segantiniana la ricerca del colore e la percezione personale del paesaggio, discostandosene tuttavia per una più approfondita indagine sulla rifrazione della luce, che Maggi mostra di privilegiare rispetto alla ricerca della spiritualità che era stata trait d’union delle opere di Segantini.

Nel “Secondo Divisionismo” Cesare Maggi incontrò la sua tecnica espressiva più profonda e distintiva, 

Prese parte a numerose esposizioni italiane e estere e nel 1912  partecipò alla Biennale di Venezia dove ebbe l’onore di una sala interamente a lui dedicata. Pur prediligendo ancora le vedute d’alta montagna, ampliò i propri soggetti impegnandosi anche nelle marine e nelle nature morte, utilizzando una tecnica che con accenti divisionisti accostava una stesura ad impasto e a larghi tocchi di colore, risentendo tra il 1920 e il 1930 anche dell’influenza del movimento artistico Novecento. Nella fase tarda ritornò ad un naturalismo più illustrativo. Il 1935 vide la nomina a insegnante alla Cattedra di Pittura presso l’Accademia Albertina, carica che mantenne fino al 1951. Dieci anni più tardi, nel 1961 Cesare Maggi morì a Torino.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Max von Esterle, le grandi distese innevate del Tirolo e della Siberia

Max von Esterle, in mostra in questi giorni a Palais Mamming, era nato a Cortina nel 1870, e aveva seguito le sue ispirazioni artistiche frequentando la scuola privata Heinrich Strehblow a Vienna per passare poi -nel 1897- all’ École des Beaux-Arts di Parigi che lasciò nel 1900 alla volta di Monaco di Baviera per frequentarvi la locale Accademia di Belle arti. 

A partire dal 1904 collaborò come caricaturista con la rivista “Der Föhn”, e dal 1913 alla rivista “Der Brenner”. Max von Esterle e i suoi amici criticavano lo stile di vita borghese presente in una monarchia ormai in declino, ove gli arredi e il fasto celavano problemi pressanti. 

Lo scoppio della Prima Guerra Mondiale nel 1914 interruppe il corso della sua vita artistica e personale. Lui e i suoi compagni videro la guerra come l’opportunità per una catarsi della società, ma quando il conflitto scoppiò per davvero esso si trasformò in un enorme e spaventoso punto interrogativo. Poco dopo la dichiarazione di guerra dell’Austria-Ungheria alla Serbia il 28 luglio 1914, Esterle dipinse “Notte invernale” raffigurante un demone oscuro che si aggira nella neve con le braccia aperte. La Prima guerra mondiale, ebbe su Esterle un profondo impatto esistenziale: fu inviato sul fronte galiziano e, catturato dai russi, restò loro prigioniero per cinque lunghi anni. Più tardi traspose sulla tela “Paesaggio invernale siberiano” il ricordo delle infinite distese innevate della Siberia orientale. I cinque anni di prigionia in Russia rappresentarono una frattura nella vita di Max von Esterle. Dopo il suo rientro a Innsbruck, l’artista tornò a dedicarsi ai paesaggi innevati, cui talora conferì un realismo tipico dell’epoca; tuttavia si dedicò sempre più alla docenza e a mansioni organizzative. A partire dalla metà degli anni Venti  lavorò come docente di disegno e tecnologie di pittura all’Università di Innsbruck. Dopo l’Anschluss dell’Austria al Reich, Esterle entrò nel partito Nazista e diresse fino al 1941 della Camera delle Arti del Tirolo. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Il bianco manto di Alfons Walde 

Alfons Walde fu forse meno famoso di Gustav Klimt ed Egon Schiele ma lasciò un segno indelebile nell’arte austriaca. I suoi dipinti di paesaggi innevati, sciatori della prima ora, baite immerse nel biancore luccicante della neve nelle belle giornate dai cieli blu intenso hanno fatto sognare intere generazioni e ancora oggi smuovono emozioni. 

Alfons Walde (Oberndorf in Tirol, 1891 – Kitzbühel, 1958) fu pittore, fotografo e architetto. 

Influenzato dal secessionismo, creò nature morte, paesaggi e scene di vita contadina. Ma è per i suoi paesaggi innnevati per i numerosi manifesti di stazioni sciistiche e sport invernali che produsse tra il 1920 e il 1938 che Alfons Walde divenne noto a livello internazionale. 

Egli è senza dubbio il maggiore pittore della neve e suoi sono quadri capaci di narrare le giornate sulla neve, il fascino delle stazioni sciistiche, la vita nelle baite o nei grandi alberghi alla moda degli sciatori o del glamour sulle piste e in alta quota. Egli è però stato indubbiamente anche uno dei protagonisti della pittura austriaca del primo Novecento. Alla fine della Prima guerra mondiale è proprio lui a portare nuova linfa all’arte austriaca. Fin dai suoi vent’anni il suo talento fu riconosciuto e la sua prima mostra si tenne a Innsbruck nel 1912. I primi dipinti di Walde sono ispirati al pointellisime, egli si era infatti formato sulla scia della pittura post-impressionista, trasferitosi a Vienna nel 1910 per studiare architettura alla Technische Hochschule, si era avvicinato ai pittori della Secessione viennese. Le sue opere degli anni Dieci conoscono dunque un notevole cambio di direzione e si avvicinano agli esiti dei dipinti di Gustav Klimt  e Egon Schiele. A Vienna Walde si inserì ben presto nei circoli artistici e nel 1913 espose alla 43. mostra della Secessione viennese. Da Klimt ereditò la luminosità tersa e da Schile  i forti contrasti tonali che li sviluppò in uno stile del tutto personale. Nel 1914 decise di rientrare in Tirolo poiché l’arte secessionista aveva smesso di influenzarlo: “Attraverso Schiele sono arrivato a Klimt e alla sua cerchia, ma quello che per loro era arte per me era qualcosa d’ingannevole, quindi mi accorsi che era ora di tornare in Tirolo”. Così ebbe a dichiarare in una intervista del 1925. Ottenuta la laurea finì per Walde anche l’esperienza viennese e rientrato a Kietzbühel non si mosse più per il resto della sua esistenza. 

Alcuni critici d’arte individuano nel trasferimento dell’artista anche il coincidere con un cambiamento nella sua pratica pittorica, sia nella scelta dei soggetti che nel trattamento della tela. Walde sviluppò uno stile fatto di ampie pennellate e colori densi, creando paesaggi sempre catturati nella luce brillante di una limpida giornata alpina. Per Walde, l’arte doveva essere uno specchio dell’anima, e poiché il pittore si sentiva in armonia con la natura e si reputava una persona semplice e genuina, anche la sua pittura doveva essere semplice, e pure i soggetti dei suoi dipinti. 

Il ritorno a Kitzbühel coincise anche con l’inizio della fortuna della cittadina tirolese come meta sciistica internazionale: le piste si dotavano di moderni impianti di risalita, alberghi di lusso aprivano uno dopo l’altro, e lo sci era divenuto uno sport sempre più diffuso. La fortuna turistica di Kitzbühel significò anche la fortuna commerciale di Walde, che riuscì a vendere i suoi dipinti a una clientela internazionale. 

Le sue opere furono esposte anche in importanti collettive all’estero e nel 1923 l’artista fondò una casa editrice specializzata in cartoline, che in ventisette anni d’attività vendette un milione di cartoline e 200mila stampe a colori dei propri dipinti.

Molti di questi dipinti sono esposti fino al 2 marzo a Palais Mamming a Merano nella Mostra intitolata Colours of snow. 

Alfons Walde e Max von Esterle e gli artisti coevi a sud a nord delle alpi. una felice possibilità di conoscere l’autore da vicino e vederlo in dialogo con altri 20 artisti coevi che raffigurarono la neve a nord e a sud delle Alpi.

Autrice: Rosanna Pruccoli

I mestieri degli ebrei nel Tirolo

Nell’arco alpino gli ebrei vissero destini diversificati a seconda della legislazione antiebraica e delle singole concessioni, permessi o patenti. In epoca medievale gli ambulanti ebrei erano presenti soprattutto in Baviera, Alsazia Vorarlberg e Tirolo, dove subirono le prime persecuzioni e pogrom a causa delle peste (1347-1349) e le accuse di avvelenamento dei pozzi. La storia degli ebrei in Tirolo, infatti, fu fin dai suoi esordi, una storia di discriminazioni sospetto e malcelato antisemitismo. 

Episodi d’intolleranza di varia intensità e pogrom si ebbero attraverso tutto il medioevo e l’ età moderna mentre sporadica e discontinuo appare la documentazione atta a delineare la geografia e la consistenza della presenza ebrea sul territorio. Di contro più corposa e soprattutto severa appare la normativa statutaria tirolese atta a regolarne l’esistenza nelle singole città. L’insediamento di ebrei si concretizzava quasi esclusivamente per precisa volontà dei regnanti che – per risolvere i propri problemi finanziari o per dare impulso all’economia concedevano ai richiedenti la possibilità di un limitato soggiorno. Li chiamavano a sé offrendo loro – dietro lauti tributi detti “Judensteuer” – protezione e possibilità di lavoro. Esclusi dalle corporazioni di mestiere, gli ebrei dovevano ripiegare sul prestito pecuniario e sul commercio ambulante di tessuti e stracci.

Essi si stabilirono così nei centri del commercio e del potere tirolesi, quali Merano, Bolzano, Innsbruck, Hall, Lienz e Rovereto.  Qui gli ebrei furono prestatori, gabellieri di dogana, esattori, amministratori di zecca farmacisti, stracciaioli, venditori ambulanti. Tanto in Europa quanto in Tirolo il rapporto tra ebrei e principi vacilla e veniva meno quando o il debito contratto si faceva troppo oneroso e difficile da restituire. Così approfittando del generale mal contento e delle tensioni sociali si faceva in modo che lo straniero o il diverso fungesse da capro espiatorio. In questi casi la xenofobia latente e l’antisemitismo mai sopito venivano opportunamente risvegliati con accuse ignominiose e infondate fatte quindi sfociare in veri e propri massacri ed espulsioni di massa. Le accuse erano le più svariate e andavano dalle denunce per “attività demoniache” a quelle di profanare l’immagine della  donna oppure l’ostia. La più terribile era però l’accusa di “omicidio rituale”.  Accusati di “spionaggio” gli ebrei divennero anche i capri espiatori della paura collettiva per una temuta invasione turca. Per essere immediatamente riconoscibili sia nel Medioevo che in epoca rinascimentale gli ebrei furono costretti ad indossare il cerchio giallo sul petto e sulla spalla. Gli ebrei non furono risparmiati neppure durante le sollevazioni contadine del 1525 quando le loro case furono saccheggiate e incendiate.  In Baviera dopo la cacciata degli ebrei dalle città, ad un ristretto gruppo riuscì di sistemarsi in campagna al limitare dei piccoli villaggi. Anche in queste zone essi dovettero pagare la propria presenza da “tollerati” attraverso tasse e commissioni restando comunque privi dei normali diritti. 

La maggior parte di loro viveva del commercio di animali domestici e di piccoli oggetti di prima necessità di scarso valore poiché era vietato loro svolgere qualsiasi attività lavorativa. I cosiddetti “Schmuser” intermediavano affari e contratti di ogni tipo ma venivano sottopagati e soprattutto in natura. I cosiddetti stracciaioli vendevano tessuti e vestiti alla popolazione rurale. Durante la settimana camminavano di villaggio in villaggio con un sacco, o con una cassetta a tracolla. Fra i loro oggetti vi era il grasso per i carri lacci da scarpe, e merci provenienti dalla città che altrimenti non avrebbero potuto trovare.

La Svizzera invece era rimasta chiusa ad una presenza ebraica fino alla seconda metà del Settecento. Fu solo tra il 1776 e il 1866 che in due sole città della confederazione elvetica, Endingen e la vicina Lengnau, gli ebrei poterono stabilirsi, diventando così per due secoli i principali centri ebraici.  Nel 1799 la comunità ebraica di Endingen contava 500 membri per raddoppiarne la consistenza nel 1850 e infine assottigliarsi nuovamente con l’introduzione dell’Emancipazione che consentiva agli ebrei di essere considerati cittadini a tutti gli effetti con il diritto di stabilirsi ovunque. Dal XVIII secolo dunque gli ambulanti ebrei presero a girare le valli svizzere e i territori vicini con i loro articoli. Generalmente essi commerciavano in tessuti, stracci, merceria, piccoli oggetti di legno e ferro, stampe, libri, inchiostro penne.  

A partire dal XVII secolo il girovagare per borghi e campagne, vallate e fiere di paese, degli ambulanti anche non ebrei di tutta Europa fu fondamentale per la diffusione dei libri ma anche delle idee. Le loro erano vite a rischio di furti, briganti, intemperie, epidemie e lunghi viaggi a piedi con pesi notevoli appesi al corpo e soprattutto al collo. Nonostante i colporteur dovessero sottostare a regole ben precise e essere in possesso di una patente, saper leggere e scrivere durante la Rivoluzione Francese, il Risorgimento e le guerre di Indipendenza, l’Unità d’Italia essi riuscirono a propagare idee sovvertitrici l’ordine costituito, i programmi delle associazioni patriottiche. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Dopo la stazione ferroviaria arrivano le nuove strutture alberghiere

Dopo l’apertura della linea ferroviaria del Brennero e i due soggiorni dell’imperatrice Elisabetta d’Austria dall’ottobre del 1870 alla fine di maggio dell’anno seguente e dalla metà di ottobre del 1871 fino a tutto dicembre dello stesso anno, la clientela più elegante e snob individuò in Merano uno dei luoghi per le proprie vacanze di cura proprio come era successo a Bad Ischl, a Bad Kissingen, a Madera o a Corfù, in ogni luogo insomma dove Sua Maestà era stata vista. Pressante diventò quindi la necessità di costruire alberghi di lusso provvisti di ogni genere di comfort.

L’afflusso turistico crescente necessitava anche di una adeguata rete di alberghi, pensioni e camere in affitto. Queste ultime furono in breve tempo messe a disposizione dai privati offrendo le prime possibilità di pernottamento e soggiorno sotto i Portici, nel quartiere di Steinach e in via delle Corse, nonché nei piccoli villaggi limitrofi di Maia Alta e Maia Bassa. 

In piazza della Rena esisteva la locanda Zur Goldener Rose, provvista di 13 stanze e considerata il migliore alloggio in città. Nella seconda metà dell’Ottocento fu ribattezzata Erzherzog Johann, in onore dell’arciduca Giovanni d’Austria. Tra il 1869 e il 1870, quando fu abbattuto un tratto delle mura cittadine, l’albergo fu ampliato al punto da disporre di ben cento camere, per giungere a centotrenta solo tre anni dopo. In questo ulteriore ampliamento, al primo piano, si era previsto lo spazio per una sala di lettura e una sala da gioco e da conversazione. L’albergo disponeva anche di un ristorante-giardino, allestito nel 1877, che era stato impreziosito da un gran numero di piante esotiche, e che sovente ospitava i concerti dell’Azienda di cura. Un ulteriore intervento di ampliamento, questa volta in altezza con l’aggiunta del quinto e del sesto piano, affidato allo studio di architettura Musch e Lun nel 1898, aveva condotto ad una capienza di centocinquanta camere. In questa occasione la facciata fu abbellita con eleganti frontoni neobarocchi. 

Apparteneva invece ad Hans Fuchs l’Habsburgerhof, l’attuale Hotel Bellevue, inaugurato nel 1883. Affacciato sulla piazza ellissoidale della stazione ferroviaria di Merano, l’attuale piazza Mazzini. Si dipanava su tre piani e aveva una capienza di sessanta camere e di altre ventiquattro nella dependance sul retro. Anche in questo caso l’ideazione e la costruzione era stata affidata allo studio Musch e Lun che era riuscito a dotare l’albergo di tutti i comfort. Sempre affacciato sulla Habsburgerstrasse, la via principale che univa il centro storico alla stazione ferroviaria, era il Tirolerhof. Un edificio a cinque piani, con cinquanta camere, di proprietà del signor Auffinger. Il sistema di balconi a logge rivolti verso sud consentivano l’esposizione all’aria aperta al riparo però dai venti venostani, particolare non trascurabile per tutta la schiera di turisti di cura sofferenti di affezioni polmonari che tanto numerosi affollavano Merano.

Faceva angolo con la Habsburgerstrasse e la via delle Corse l’Hotel Europa, in posizione assai favorevole per la clientela poiché a metà strada tra la stazione ferroviaria e la zona del passeggio, delle cure e dello svago. Costruito nei primi anni Novanta, apparteneva ad Anton Ladurner. Più vicino alla stazione sorgeva il Kaiserhof di proprietà di A. Ellmenreich. Prestigioso edificio, era ripartito in corpo centrale e due lunghe ali affacciate rispettivamente sulla Habsburgerstrasse e sul piazzale della stazione ferroviaria.

Non lontano dalla stazione ma già sulla Stefanie Promenade, a partire dal 1890, sorgeva Pension Euchta, una costruzione a tre piani e una disponibilità di ventotto camere. Sarà notevolmente ampliata nel 1905 e prenderà il nome di Savoy Hotel. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Il rinnovamento urbano e la costruzione della stazione ferroviaria

Tra il 1836 e il 1850, come sappiamo, il sindaco Haller aveva dato l’avvio ad una serie di migliorie urbane atte a rinnovare l’assetto della città. Fece abbattere una parte delle mura medievali, migliorò il sistema di canalizzazione, provvedendo all’approvvigionamento dell’acqua potabile con nuove fontane.

Un più fattivo impulso si ottenne dalla creazione, nel 1858, dell’Azienda di cura e soggiorno che provvide a creare le premesse per una vera e propria trasformazione della città. Molte vecchie case furono ristrutturate ed altre costruite ex novo. L’abbattimento negli anni Sessanta dell’ultimo tratto di mura compreso tra porta Bolzano e porta d’Ultimo, aprì completamente la città verso il Passirio, creando nuovi spazi e nuove possibilità di sviluppo.

Il flusso turistico, peraltro in costante aumento, subì un’impennata all’indomani della creazione della linea ferroviaria del valico del Brennero. Si risolveva così il problema del postiglione, delle frequenti soste per il cambio dei cavalli e la scomodità del viaggio, rendendolo più confortevole e velocizzando le comunicazioni. Le ansie che avevano accompagnato per secoli i viaggiatori provenienti dal nord nell’attraversare la cosiddetta “porta d’Italia” trovavano finalmente posa. Per raggiungere la nostra città restava un unico scoglio: il tragitto da Bolzano a Merano che andava ancora affrontato in carrozza con tempi che raggiungevano le tre ore. Cionondimeno nella stagione 1867-68 si raggiunsero le 2.400 presenze. Questa cifra delineò come irrinunciabile una riorganizzazione della ricezione turistica. Gli alloggi dei privati sotto i Portici e piccole locande come la Zur Rose non potevano più bastare. Fra i residenti si sviluppò un sano spirito imprenditoriale e così tra il 1865 e il 1875 si ristrutturarono numerosi edifici e si aprirono pensioni che assunsero la fisionomia di vere e proprie ville con giardino. Altre furono costruite lungo la Landesstrasse, l’odierno corso Libertà, anticipando quella che sarebbe stata più tardi la zona di espansione ovest della città. 

L’ulteriore conferma di Merano come luogo di cura e di vacanza diede una spinta positiva alla città, trasformandola nell’ultimo ventennio in un vero e proprio cantiere. Siccome la stazione era stata costruita su pascoli, a ovest del centro storico, quella zona sarebbe divenuta la zona d’espansione, trasformando l’area agricola in area edificabile. Il nuovo piano di sviluppo, redatto nel 1881 da Josef Musch, prevedeva la nascita di una zona residenziale con ampi viali alberati, ville e alberghi immersi in verdi parchi ed ampi giardini, secondo la tipologia delle città termali tedesche come ad esempio Wiesbaden.

Con l’andare del tempo anche a Merano iniziò a farsi strada l’idea di un congiungimento ferroviario con Bolzano e la costruzione di una stazione e nel 1872 si iniziarono le pratiche burocratiche in questo senso.

Visti gli interessi non solo turistici ma anche economici e commerciali in genere, il richiesto permesso giunse dal Ministero solo tre anni più tardi e subito si iniziarono i lavori di arginatura dell’Adige. L’opera fu condotta del consorzio delle ferrovie sostenuto anche dal lauto finanziamento dei fratelli Schwarz, fra i primi ebrei giunti in zona negli anni Trenta e proprietari di tre fabbriche di birra tra il Brennero, Bolzano e Vilpiano. Ai lavori di bonifica, arginatura e posa delle rotaie lavorarono anche numerosi italiani immigrati dal Trentino e dal Veneto.

La stazione, posta al centro di una piazza elissoidale era al contempo fulcro del nuovo assetto urbano e della vita turistica. Viali e strade vi si congiungevano, unendola ai punti principali del centro storico. La Beda Weber Strasse, l’odierna via Rezia, univa la stazione alla Stephanie Promenade. L’originaria Landstrasse, prolungata sacrificando la porta d’Ultimo, la metteva in comunicazione con la Ruffinplatz, oggi piazza Teatro, e con la piazza della Rena all’estremo opposto. In seguito la strada prese il nome di Habsburgerstasse e la piazza fu trasformata in giardino pubblico (1883). La via Mainardo infine univa lo scalo merci della stazione con la zona commerciale dei Portici. In questo vortice di rinnovamento furono coinvolti anche i ponti, ormai inadeguati. Il primo ad essere riprogettato, nel 1886, fu lo Spitalbrücke, ultimato però solo nel 1890. 

Una ulteriore fase di sistemazione ed abbellimento si ebbe fra il 1894 e il 1896: in questo periodo si affrontarono i lavori più diversi fra cui la sostituzione del padiglione della musica sulla Gisela Promenade con uno più elegante in ferro e vetro secondo il gusto dell’epoca.

Autrice: Rosanna Pruccoli

La cappella russo-ortodossa


Il canone architettonico bizantino e russo-ortodosso avrebbe voluto la croce latina per la pianta della piccola chiesa russo-ortodossa, ma si utilizzò la soluzione ad aula caratterizzata però dalla tradizionale iconostasi lignea ricca di icone.

Lo spazio per i fedeli incominciava nel nartece, l’originario recinto per i catecumeni, ancora contrassegnato dal dipinto di forma triangolare raffigurante l’Ultima cena, proseguiva nel “naos” (l’aula vera e propria) dove giochi di luce e ombra sono resi possibili dalle grandi vetrate ad arco poste sul lato nord e sud a scandire lo spazio architettonico come in un sacro cerimoniale. L’aula si conclude ai piedi dell’iconostasi al limitare della cosiddetta “soleja”, la zona rialzata dove sorge appunto la tipica struttura lignea, imponente nelle sue tonalità scura del rovere e rilucente delle dorature, riccamente intagliata e modanata, impreziosita poi da immagini ieratiche di santi a figura intera e sovrastata da medaglioni, tutte opere di un artista rimasto anonimo, visto che per tradizione le icone non si firmavano. Oltre l’iconostasi si apre il presbiterio, dove trovavano posto l’altare e il trono, riservato solo al sacerdote e all’inserviente. 

L’Ambone e il “kliros”, ossia la zona riservata ai canti e alle letture dei testi sacri, tripartiscono la “soleja”: sull’ambone, posto davanti alla porta regale, si tenevano le letture tratte dal Vangelo, mentre sul “kliros” laterale trovavano posto lettori e cantori. 

Una croce russa dal tipico suppedaneo inclinato svetta ancora sulla lanterna a bulbo che rende ben individuabile il luogo sacro nelle linee architettoniche dell’edificio. 

Furono i fratelli Michael e Faina von Messing, i fondatori della Casa russa, che in prima persona seguirono sia le lungaggini burocratiche che i lavori e, con molta probabilità, avanzarono proposte per le soluzioni decorative e per gli arredi. Derivò da una loro iniziativa l’inserimento inconsueto di santa Giulia martire fra le figure dell’iconostasi, voluta probabilmente a ricordo della propria madre. Nella chiesa di un pensionato per malati di tubercolosi non poteva mancare un santo “guaritore” come san Panteleimon ossia Pantaleone di Nicomedia Medico   raffigurato nel gesto di estrarre da una scatola dei rimedi medicamentosi. 

Il 15 settembre 1897, sotto la guida di Faina von Messing, e con la direzione medica del dottor Michael von Messing, la Casa russa, anzi “Villa Borodine” risuonò del vociare entusiasta dei suoi primi ospiti. Alla Villa potevano accedere solo russi in grado di esibire certificati di appartenenza alla religione ortodossa, erano banditi i cittadini russi ebrei e gli ortodossi polacchi. 

La disponibilità era di 19 stanze e circa 30 letti, mentre tutto era regolamentato da un severo statuto che prevedeva ad esempio il divieto di possedere animali e suonare strumenti musicali, ma nella sala da pranzo vi era un pianoforte e non mancavano i piccoli concerti. Vietate erano anche le discussioni politiche o religiose ma per lo svago alla villa era allestita una ricca biblioteca e una sala di lettura dove si potevano trovare numerose riviste, e non mancavano ovviamente gli scacchi. 

La chiesa, invece, fu consacrata tre mesi dopo, il 3 dicembre 1897 alla presenza di tutta la Comunità dei fedeli, provenienti anche da altre località di cura del Tirolo meridionale, delle autorità cittadine, e del clero evangelico ed anglicano. Solo il clero cattolico si rifiutò di partecipare alla cerimonia. 

A partire da questa data le funzioni si svolsero ogni domenica e nei giorni festivi per sei mesi l’anno; in questo lasso di tempo alla villa era presente un sacerdote che, trascorso il periodo, rientrava nel luogo di provenienza. Il rito che seguiva rigidamente il cerimoniale russo terminava con l’inno nazionale.

La cappella russo-ortodossa di Merano si trova in Via Schaffer 21. Orario d’apertura: 1° e 3° sabato del mese dalle ore ore 9 alle 13 e su appuntamento (chiusura durante il periodo natalizio e pasquale).

Autrice: Rosanna Pruccoli