Una chitarra solidale riprende a vivere

Eugenio Pennini è una vecchia gloria della scena musicale bolzanina. Sul finire degli anni Sessanta calcava i palchi della regione coi suoi Wat 69, che in tempi recenti, anziché appendere la chitarra a un chiodo ha cominciato a portare un po’ di musica nelle RSA, con lo scopo di animare i pomeriggi degli anziani ospiti. Proprio in una di queste strutture il suo percorso si è incrociato con quello di Roberto Loperfido, che di un’ospite della RSA è amministratore di sostegno.

“A casa – racconta Roberto – avevo una chitarra che non avevo mai imparato a suonare del tutto. Era lì, accantonata ed impolverata e avendo incontrato Eugenio in casa di riposo, ho pensato di chiedergli se avesse idea di cosa si poteva fare con quella chitarra dimenticata”.

“Spesso – prosegue Eugenio – accade che chi va in casa di riposo come ospite, finirà lì i suoi giorni, è per questo che invece di andare ancora a cercare ingaggi negli alberghi per serate musicali, ho deciso di suonare come volontario per queste persone. La musica è un grande veicolo per solidarizzare, spesso e volentieri può avere effetti terapeutici, può aiutare a placare gli animi agitati e dare gioia a chi suona uno strumento”.

Così a Eugenio è venuto in mente che c’era un modo di riciclare in modo creativo e utile la chitarra di Roberto e a questo punto è entrato in ballo Erion Zeqo, operatore sociale e musicista noto anche come Zio Cantante. Eugenio aveva letto qualche anno fa, che Erion aveva fatto una raccolta di strumenti musicali dismessi o abbandonati, per organizzare un laboratorio creativo all’interno della casa circondariale.

Inutile dire che Erion ha raccolto con entusiasmo l’idea di accogliere anche la chitarra di Roberto.

“Due anni fa – ci spiega Erion –, ho fatto una campagna per raccogliere strumenti usati e portarli all’interno del carcere per creare un laboratorio musicale. Abbiamo sempre bisogno di strumenti, nuovi strumenti, altri strumenti, insomma, anche per cercare di occupare il tempo di queste persone con delle attività che siano ricreative ma allo stesso tempo che possano far del bene a loro, perché quando fanno musica poi, inevitabilmente, c’è una sorta di benessere di ritorno, e c’è anche una motivazione più importante perché li aiuta ad affrontare le difficoltà che ci sono in quel contesto. Perché la cosa principale che può accadere all’interno di un carcere è che una persona perda le motivazioni, perdendo anche l’abitudine alla quotidianità abituandosi a una quotidianità che è quella dell’istituzione, cioè data dei ritmi e dei tempi dell’istituzione, e quindi se tu prima ti alzavi a una certa ora, facevi una certa cosa, facevi una camminata, facevi una chiacchierata, andavi al bar a giocare a carte con gli amici, coltivavi i tuoi hobby, oltre al lavoro, perché il lavoro è una cosa, ma quello che riempie la nostra vita, anche da un punto di vista delle passioni, degli interessi, è l’imparare qualcosa di nuovo, spendere del tempo anche in modo creativo. Questa cosa in carcere viene quasi annullata del tutto. E ci sono pochi strumenti che ci permettono di progredire in questo senso. Uno, diciamo, di questi sicuramente può essere la musica, poi c’è anche altro, come il disegno, il teatro, la lettura, la scrittura e via dicendo. Quindi due anni fa cosa abbiamo fatto? Con altri colleghi che lavorano con me come insegnanti, come educatori in carcere, abbiamo, tra virgolette, occupato uno spazio, noi facciamo come quelli che non solo occupano uno spazio ma gli danno poi una finalità utile, una finalità sociale”. 

Addirittura, non avendo all’inizio un luogo in cui ritagliare questo spazio, Erion e i suoi collaboratori hanno potuto usare l’appartamento della direttrice ad interim che lei non occupava e quello è diventato il loro laboratorio musicale.

Così nel corso di un simbolico incontro in RSA, Roberto, in presenza di Eugenio, ha consegnato a Erion la sua vecchia chitarra, con l’obiettivo di donarle una nuova vita, utile.

“Non abbiamo soltanto le chitarre – conclude Erion – ma anche la fisarmonica, strumenti a fiato, a corda, tastiere, persino una batteria. Il momento più bello è quando qualcuno viene e chiede di poterla suonare cinque minuti. Sanno di fare un casino incredibile, ma scaricano l’adrenalina, anche senza rendersene conto. Sai che beneficio ne traggono? Sai che gioia provano? La ciliegina sulla torta sarebbe che qualcuno gli insegnasse a suonarla, la batteria”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale