Nel cuore di Bressanone: Seminario Maggiore, chiesa e biblioteca barocca 

Il nostro percorso alla scoperta dei tesori storici ed artistici ci porta questa volta nella città vescovile, per incontrare uno dei luoghi più suggestivi e interessanti della città.

La formazione del futuro clero divenne regola a partire dagli esiti del Concilio di Trento conclusosi nel 1563. Da allora in ogni diocesi furono organizzati i seminari. Quello di Bressanone fu fondato nel 1607 dal principe vescovo Christoph von Spaur. Nel 1721 il principe vescovo Caspar Ignaz von Künigl ottenne dal capitolo del duomo l’ex ospizio per i pellegrini, fondato nel 1157 sull’Isola di Santa Croce. Fra il 1764 e il 1771 il Künigl fece ristrutturare l’edificio che, con chiesa e biblioteca, divenne il centro della formazione sacerdotale. L’esecuzione del progetto fu affidata al capomastro Franz Singer. Il nuovo Seminario si trova dunque sulla cosiddetta Isola di Santa Croce, così i giovani che decidevano di prendere i voti attraversavano sia realmente che metaforicamente il ponticello che vi dava accesso. Il progetto realizzato dagli architetti Tangl e Penz fu ricercato e imponente, avendo come modello ideale addirittura l’Escorial di Madrid. 

La chiesa del Seminario è una delle più belle chiese barocche della regione. La possente facciata della chiesa si erge nel cortile interno. Una nicchia a tutto sesto fiancheggiata da pilastri con le statue dei patroni della città di Bressanone, Ingenuino e Albuino, in altrettante nicchie minori e sovrastate da un timpano triangolare con la Croce dipinta in una conchiglia a rocaille, funge da basamento della movimentata torretta sovrastante. 

Fu consacrata il 28 giugno 1767 dal principe vescovo Leopold von Spaur. L’altare maggiore è dedicato alla Santa Croce, gli altari laterali vennero consacrati il 18 maggio 1788 dal principe vescovo Joseph von Spaur in onore del beato Hartmann e di San Giovanni Canzio. Gli affreschi e le immagini della chiesa del Seminario raccontano la storia della Croce di Cristo.

Per le dipinture di chiesa e biblioteca fu chiamato Franz Anton Zeiller (Reutte 1716 – Reutte 1794) la cui formazione lo aveva condotto a Venezia e a Roma da dove aveva portato con sé una tavolozza chiara e luminosa e la capacità di far sognare con scorci arditi e realizzazioni a trompe-l’œil. Attivo all’Abbazia di San Magno a Füssen e alla Basilica di Ottobeuren e dal 1755 visse e lavorò in Tirolo, eseguendo soprattutto affreschi, come nelle chiese parrocchiali di Dobbiaco e di Cortina d’Ampezzo e, a partire dal 1768 divenne pittore di corte del Principe-Vescovo di Bressanone.  

La biblioteca si trova sopra l’ingresso principale a nord-ovest e la chiesa nell’asse opposto, che – adatto per un centro di formazione – vuole esprimere che si arriva a Cristo studiando teologia. La biblioteca, costruita nel 1772, era una tipica stanza rococò e si estende su due piani. I sei affreschi del soffitto simboleggiano importanti discipline teologiche con le loro figure di riferimento: la Retorica con Ambrogio da Milano, la Scienza Biblica con Girolamo, la Giurisprudenza con Raimondo de Penaforte, l’Apologetica con Agostino, la Dogmatica con Giovanni Canzio e Tommaso d’Aquino, l’Ascetica con Ignazio di Loyola e una serie di altri santi.

I libri dei rispettivi settori si trovavano sugli scaffali sotto le immagini corrispondenti. Nei cartocci rococò che incorniciano le sei cupole sono presenti anche altri rappresentanti delle sacre discipline. Il soffitto è sostenuto da due colonne che simboleggiano la Scrittura e la Tradizione. In questa stanza sono conservati più di 20.000 volumi. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Curon Venosta: un paese dalla storia davvero singolare

In cima alla Val Venosta ci aspettano due luoghi incantati ma dalla storia travagliata: il lago di Resia e il paesino di Curon Venosta. Il paesino ebbe modo di dimostrare nel corso dei secoli tenacia e resilienza, piegato più e più volte da calamità naturali, malattie, aggressioni belliche, riuscì sempre a risollevarsi e a tornare ad essere il luogo ospitale per la sua popolazione coraggiosa.

Nel 1147 Curon fu nominato per la prima volta per iscritto con il toponimo latino di Curun apud lacum. Il luogo però, era conosciuto fin dal 1140 con il termine Curum, ossia una parola di origine reto.romana,  per cambiare poi in Curunes a partire dal 1167, Curaun a partire dal 1327 e Grawn a partire dal 1414. 

Fino al 15 a.C. la valle era abitata da popolazioni di origine celtica, ma a seguito della conquista e dell’occupazione dell’Impero Romano, essa divenne un importante via di comunicazione nord sud per le truppe e i commerci. Si trattava dell’irrinunciabile Via Claudia Augusta. Tutto ciò, in età romana portò subito allo stanziamento di nuove popolazioni e lingue. La strada che metteva in comunicazione la penisola italica con la Germania in epoca medievale prese il nome di Via Superiore o Via di Sveva. 

A partire dalla fine del Medioevo l’Alta Val Venosta fu colonizzata nuovamente da popolazioni germaniche la cui cultura divenne dominante. Nel 1140, in località Muta, fu fondato un ospizio per accogliere i pellegrini e carrettieri, e una cappella dedicata a San Valentino. Intorno a questa struttura sorse pian piano l’agglomerato di San Valentino alla Muta. Nel 1326 esistevano case di pescatori e gli abitanti delle Fischerhöfe di San Valentino alla Muta erano obbligati a inviare parte del loro pesce, per il valore di una decima, alla Certosa di Senales. 

Sarà la peste del 1348 a devastare la popolazione, mentre una seconda ondata di morte e distruzione fu provocata dagli engadini che misero a ferro e a fuoco Curon. Il paese si risollevò e con l’andare del tempo si ingrandì fino a decidere di costruire una nuova chiesa. Nel 1521 infatti fu consacrata la chiesetta dedicata a Sant’Anna. Una nuova devastazione colpì Curon nel 1771 quando l’esondazione del Rio Carlino distrusse le case del paesino. 

Nel 1855 il lago di Curon ruppe gli argini allagando una ampia zona del territorio adiacente. Dopo la Prima guerra Mondiale, Curon prese il nome ufficiale di Corona alla Muta, mentre con l’introduzione della toponomastica di regime il paesino tornò a chiamarsi Curon diventando Comune con Resia, San Valentino alla Muta e Vallelunga. 

Durante la Seconda guerra mondiale Curon fu bombardata e morirono quattro persone. Doloroso fu certamente il momento in cui, nel 1950, l’antico abitato di Curon venne allagato per far posto al bacino artificiale del Lago di Resia, ottenuto unificando i due piccoli laghi alpini di Curon e di Resia ad opera della Montecatini. Tutti gli edifici furono rasi al suolo con la sola eccezione del campanile della Chiesa di Santa Caterina di Alessandria che, il 23 luglio, resistette miracolosamente ai colpi di mina che avevano raso al suolo tutte le altre case. Il paese venne ricostruito sul lato orientale della valle e la popolazione venne obbligata a trasferirvisi. 

Ma gli shock non erano finiti: nel 1951, un autobus con 23 persone a bordo precipitò nel Lago di Resia e solo un passeggero sopravvisse.

Il campanile che emerge dalle acque o dal ghiaccio invernale è dunque quello dell’antica chiesa trecentesca che era una semplice costruzione a sala unica con soffitto ligneo. L’abside ospitava l’altare laterale dedicato alla santa mentre l’altare maggiore era dedicato all’Assunzione di Maria al cielo, poiché nell’anno della consacrazione della chiesa (1357) il Papa aveva proclamato un Anno Mariano.

La posa della Prima Pietra per l’attuale chiesa dedicata a Santa Caterina, ebbe luogo nel maggio del 1950. Ultimata nel dicembre del 1951, fu consacrata il 18 maggio 1954 dal vescovo Josef Gargitter. Fu progettata, come le nuove case di Graun, dall’architetto Erich Pattis di Bolzano, ma è più piccola dell’antica.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Il Pacher custodito nel nuovo museo dell’Abbazia di Novacella

Nel cuore della Val d’Isarco sono assai numerosi i luoghi e gli oggetti da scoprire. Fra le innumerevoli perle da vedere e visitare, recarsi a Novacella significa scoprire uno scrigno dentro ad uno scrigno i cui tesori sono variegati e tutti imperdibili.

Il nuovo museo dell’Abbazia si profila come una possibilità ulteriore di estasi. Davanti all’altare a portelle dedicato a Santa Caterina di Alessandria e al suo martirio, del grande Friedrich Pacher (Novacella 1440 – Brunico 1508) non si può che vivere una vera e propria “Sindrome di Stendhal”.

L’abbazia di Novacella era sorta nel 1142, per volere del suo fondatore, il beato Artmanno vescovo di Bressanone. Con lo scorrere dei decenni l’abbazia continua a crescere d’importanza e ad estendere a vari territori e parrocchie la propria giurisdizione. È però il tardogotico il periodo di fioritura artistica all’interno del monastero. Nel 1485 fu consacrato il nuovo coro della chiesa abbaziale. I più importanti pittori del Tirolo, tra i quali Michael Pacher, lo arredano con altari a portelle. Nello scriptorium nascevano manoscritti meravigliosi. 

Le depredazioni dovute alla Guerra dei contadini che, infuriati assaltarono l’Abbazia nel maggio del 1525 sotto la guida di Michael Gaismair, e che distrussero gli urbari e i titoli di credito, derubarono anche il convento e la cantina. Fu però con l’annessione del Tirolo al Regno di Baviera nel 1805 e la chiusura forzata di tutte le abbazie tirolesi nel 1807 che si ebbero i maggiori furti e saccheggi. I bavaresi portarono con sé tonnellate di libri e opere d’arte, compreso l’importante altare tardogotico dei Padri della Chiesa di Michael Pacher. Dopo il ritorno del Tirolo all’Austria, nel 1816 Novacella fu riaperta grazie a un editto imperiale. Ciò che è sopravvissuto e giunto sino a noi si trova oggi in parte nella pinacoteca del Museo abbaziale. Tra le opere più importanti della collezione di dipinti c’è appunto l’Altare di Santa Caterina, opera di Friedrich Pacher giunta sino a noi quasi integra.

L’altare di Santa Caterina di Alessandria di Friedrich Pacher (Novacella 1440 – Brunico 1508) è un brillante esempio dell’arte sacra tardogotica in Tirolo. L’altare mette in evidenza cinque momenti della vita e del martirio di Santa Caterina di Alessandria mettendo però in evidenza ciò accadeva nelle vallate alpine nella seconda metà del XV secolo.

Come da tradizione liturgica gli altari a portelle restavano chiusi nei giorni feriali per essere aperti durante le festività. Per questo motivo le tavole erano dipinte su recto e verso. Nel caso dell’altare di Santa Caterina l’esterno della portella di sinistra mostra una Annunciazione, qui la Vergine appare seduta ad uno scrittoio, mentre il lato esterno della portella destra raffigura l’Angelo. Il lato interno presenta due scene, una superiore e una inferiore. La prima raffigurava Santa Caterina che rifiuta di adorare gli idoli. La seconda invece raffigura la Flagellazione di Santa Caterina. Il lato interno della portella di destra presentava la stessa suddivisione: la disputa di Santa Caterina con i sapienti pagani, la scena inferiore rappresenta Santa Caterina che converte l’imperatrice Faustina. Mentre nel pannello centrale assistiamo al Martirio di Santa Caterina e, sullo sfondo, alla Sepoltura della santa sul Monte Sinai. L’Altare di Santa Caterina dovrebbe essere stato dipinto tra il 1475 ed il 1478. In ogni caso è evidente come la pittura in Tirolo sia ancora legata ai motivi del gotico ed ancora lontana dalle innovazioni che in quegli anni scuotevano l’arte in Italia.

Friedrich Pacher fu a bottega da Michael Pacher (1435-1498), il maestro più riconosciuto del XV secolo tirolese. Fra i due maestri, Friedrich era quello più legato ai motivi tradizionali tirolesi mentre Michael ebbe un importante ruolo di innovatore.

Ciononostante la maestria di Friedrich Pacher nella creazione dei ricchi particolari è indiscussa. Sono da godere i broccati, le armature, le acconciature delle dame a fronte molto alta e spaziosa come di moda a quel tempo. Seguono poi un modello preciso di eleganza le mani dalle lunghe dita affusolate. Infine, splendidi sono i paesaggi che si stagliano sullo sfondo, con campagne o città turrite, o fiumi dove navigano numerosi vascelli. Infine la prospettiva sicuramente mediata da Michael Pacher che per impararla e restituirla si era recato in visita nelle città italiane di Padova e Mantova ed era entrato in contatto proprio con quei maestri che al tempo l’avevano indagata e risolta. Michael Pacher aveva affrontato questo argomento con la sua bottega e i suoi collaboratori.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Dalla reggia di Madrid a Chiusa. Il Tesoro di Loreto nel Museo Civico

Le piccole cittadine altoatesine sono veri e propri scrigni capaci di custodire importanti pagine di storia e di tesori artistici e architettonici. Chiusa è particolarmente ricca e preziosa e, fra le tante storie che può raccontare, riesce a trasportarci alla reggia di Madrid tra fine Seicento e inizio Settecento, al cospetto della regina Maria Anna di Spagna. 

Maria Anna era figlia del principe elettore Filippo Guglielmo di Baviera-Neuburg ed era nata nel 1667.

Nel 1685, Gabriel Pontifeser (1653-1706), Padre Cappuccino nato a Chiusa, era stato invitato alla corte di Heidelberg e qui designato padre confessore della giovane Maria Anna. 

Nel 1690 la giovane era andata in sposa a Carlo II di Spagna, rimasto vedovo. Divenuta regina di Spagna, fin da subito Maria Anna installò nella corte di Madrid il proprio entourage, primo fra tutti il suo padre confessore. Padre Gabriel a Madrid seppe guadagnarsi la fiducia, la devozione e la stima della corte. 

Conoscendo il grande desiderio di Padre Gabriel, la regina, a lui sempre grata, volle esaudire questa sua aspirazione di fondare un convento dei cappuccini e una chiesa annessa, nella sua lontana Chiusa. In aggiunta a ciò, con altri dignitari di corte, gli fecero il dono di una collezione di oggetti d’arte sacra di inestimabile valore. 

La fondazione del monastero dei Cappuccini e della chiesa a Chiusa avvenne in pochissimo tempo, fra il 1699 al 1701 e l’edificio fu subito occupato dall’ordine. Fra il 1702 e l’anno successivo fu costruita la vicina Cappella Loreto. Il monastero e la chiesa formavano un complesso compatto alla periferia sud-occidentale di Chiusa a tutt’oggi visibile e visitabile. Sulla facciata spicca lo stemma della fondatrice, la regina Maria Anna di Spagna, e la statua del santo patrono della chiesa, San Felice. Di lato all’ingresso si trova una grotta di Loreto con una Madonna con Pietro e Maria Maddalena. La chiesa è molto semplice, a navata unica con volta a botte. L’altare maggiore reca un dipinto di San Felice mentre l’altare nella cappella laterale raffigura i Santi Francesco e Antonio di Padova con il Bambino Gesù. Gli altari furono realizzati da Paolo Pagini e da Stefano Maria Legnani e non mancano le somiglianze con gli altari di chiese milanesi come quella di San Celso realizzato dallo stesso artista. Nell’edificio del convento oggi è ubicato il Museo civico di Chiusa e qui è racchiusa quella collezione giunta da Madrid. Dalla corte spagnola era stato mandato un prezioso tesoro che in seguito venne denominato “Tesoro di Loreto” in quanto prese il nome della cappella in cui fu custodito. La ricca collezione è costituita da preziosissimi oggetti sacri, d’argento e d’argento dorato incastonati da coralli, pietre preziose ma ne fanno parte anche preziosi tessuti, porcellane orientali, quadri di notevole qualità e altre opere d´arte, tra le quali anche l’altare da campo di re Carlo II di Spagna. Sono per la maggior parte lavori di noti artisti italiani, spagnoli e fiamminghi, realizzati nel XVI e XVII secolo. La donazione, il cosiddetto “Tesoro di Loreto” è a tutt’oggi visibile nel Museo civico di Chiusa. 

Quando Carlo II re di Spagna morì, fu Filippo V a succedergli sul trono, così la regina Maria Anna si ritirò a Toledo e Padre Gabriel lasciò la Spagna per Roma. Maria Anna morì il 16 luglio 1740 a Baiona. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Palazzo Toggenburg, il suo parco e Annette von Menz

A volte le nostre città conservano tesori importantissimi e prima di recarci lontano è bene andare a scoprire le bellezze di casa. Bolzano contiene numerosi tesori fra le sue strade e una di queste è Palazzo Toggenburg con il suo ampio parco barocco, che fu posto sotto tutela monumentale fin dal 1951. 

Il Palazzo, di origine medioevale, subì vari rimaneggiamenti fino alle forme neorinascimentali attuali e i loro stucchi. Imponente è il parco storico barocco con fontana rocaille e statue settecentesche, che presenta una grande varietà di piante secolari. 

Il Palazzo ha valenza architettonica, artistica e storica. Quando nel 1796, durante la prima guerra di coalizione, il Tirolo fu minacciato da una invasione francese, qui si riunirono gli Stati Tirolesi e qui sottoscrissero il giuramento del Sacro Cuore. 

L’edificio, originariamente sede del tribunale dei signori di Wangen, passò successivamente ai signori di Völs e poi a quelli di Wolkenstein. Furono i Menz ad acquistarlo all’inizio del XIX secolo. Si trattava di una famiglia di ricchi commercianti molto noti in città. Seguendo i dettami più alla moda e con il consiglio dell’architetto Bittner, Annette von Menz fece ristrutturare l’intera casa in stile impero e costruire una grande sala elissoidale a due piani con galleria. Qui fu allestito il più importante salone musicale cittadino del XIX secolo. La sala divenne un punto d’incontro per compositori nazionali e stranieri, come ad esempio Johann Gänsbacher. Con la fitta attività concertistica la famiglia amplio notevolmente la biblioteca che iniziò a comprende una vasta collezione di spartiti d’opera e documenti relativi ai compensi corrisposti ai musicisti dell’orchestra e ai solisti che si erano esibiti nel loro palazzo. 

Annette von Menz era l’unica figlia di Anton Melchior von Menz e di sua moglie Maria Anna, nata von Gumer. Le famiglie Menz e Gumer erano tra le più ricche e rispettate di Bolzano. Nel 1811, all’età di quindici anni, Annette von Menz rimase orfana. Il patrimonio dei Menz-Gumer comprendeva, oltre a Palazzo Toggenburg, il castello di Sigmundskron, il castello di Haselburg, la residenza di Gerstburg, il castello di Rafenstein, una residenza estiva a Maria Himmelfahrt, il palazzo Menz e alcuni edifici commerciali in città, molte fattorie e quote in numerose società commerciali. Negli anni 1810–1814 Bolzano appartenne temporaneamente al Regno d’Italia napoleonico. Nel 1811 la notizia dell’imminente matrimonio della più ricca ereditiera della città con un ufficiale francese suscitò grande scalpore tra i cittadini bolzanini. Lo sposo era aiutante di campo del vicerè italiano Eugène de Beauharnais, figliastro dell’imperatore Napoleone. Il suo matrimonio con la quindicenne Annette von Menz era in linea con la politica napoleonica, secondo la quale i membri e i sostenitori della casa imperiale dovevano sposarsi con le famiglie più altolocate dei paesi occupati, in modo da trasformare gli occupanti in alleati e parenti. Tuttavia, il consiglio di famiglia, che oltre al tutore vero e proprio era responsabile della ragazza e del suo patrimonio milionario, riuscì a impedire il matrimonio. Il vicerè fece arrestare l’avvocato di famiglia, Franz von Plattner, e destituì altri tre membri del consiglio dai loro incarichi pubblici. Solo nel marzo 1812 gli imputati furono assolti. Quattro anni dopo Annette von Menz sposò Carlo, Cavaliere de Panzoldi de Monte-Olivo, originario di Rovereto che però morí solo tre mesi dopo le nozze.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Castel Rodengo e il Ciclo di Yvain

Fra i castelli più suggestivi dell’Alto Adige non può essere trascurato Castel Rodengo che con la sua struttura imponente e vasta caratterizza lo sperone roccioso a strapiombo sulla Gola della Rienza e il paesaggio del piccolo agglomerato di Villa di Rodengo.

Costruito nel 1140 dai Signori di Rodank, una famiglia di ministeriali del Principe Vescovo di Bressanone, che si estinse nel 1300, nel Medioevo fu una delle fortezze più ampie dell’arco alpino, ricca di stanze e sotterranei. Estinti i primi proprietari, per quasi duecento anni la fortezza fu amministrata dalla Contea del Tirolo ma nel 1491 l’Imperatore Massimiliano lo passò ai Conti di Wolkenstein-Rodenegg. Fu poi ampliata e trasformata in una elegante residenza nobiliare dai Wolkenstein che la possiedono e la abitano a tutt’oggi.   

Oltre agli arredi rinascimentali a tutt’oggi visibili, sono gli affreschi del Ciclo di Yvain di Hartmann von Aue, scoperti e restaurati solo nel 1972, ad essere il gioiello prezioso che il maniero custodisce.  

L’ampio ciclo ad affresco fu realizzato tra il 1200 e il 1220 e sono considerati il più antico ciclo profano di area tedesca. Il protagonista del ciclo è Yvain, il celebre cavaliere del romanzo francese scritto in versi intorno al 1173, da Chrétien de Troyes Yvain ou Le Chevalier ou Lion. Il romanzo era divenuto famoso nelle aree di lingua germanica grazie alla traduzione-rifacimento nel 1205 di Hartmann von Aue. Gli affreschi di Rodengo occupano tre pareti e sono suddivisi in undici scene che si concentrano sui primi 2500 versi del poema. Essi raccontano di Yvain che nella foresta di Brochelandia uccide Ascalon, il cavaliere custode della Fontana magica, e ne sposa la vedova la bella Laudine. Partito nuovamente alla ricerca di avventure, l’eroe scorderà di tornare dalla sposa nel giorno stabilito e ne perderà così l’amore. Per poterla riconquistarla dovrà affrontare nuove prove e nuove imprese. Le scene presentano sempre i protagonisti scrivendone il nome come Ywain, Aschelon, Luneta Laudina. 

La sequenza inizia sulla porta d’ingresso, la partenza di Yvain che si congeda dal padrone di un castello dove era stato ospite e da sua figlia e muove alla ricerca di nuove avventure. Segue l’incontro nella foresta con l’uomo dei boschi, l’uomo selvatico, che indica a Yvain la via che conduce alla fontana magica, dove potrà avvenire l’incantesimo che trasforma il cavaliere in uno sciamano in grado di dominare per breve tempo gli elementi e la natura. Segue  il duello con il guardiano della fonte, il re Aschelon, il suo ferimento mortale da parte di Yvain e l’inseguimento nel castello del sovrano. Seguono le scene che si svolgono all’interno del castello: Yvain prigioniero che si salva grazie all’intervento della damigella Luneta che gli consegna un anello magico che lo rende invisibile; le esequie di Aschelon che l’eroe spia da una finestra mentre Luneta con una mano sulla fronte gli trattiene il volto perché non guardi; il pianto di Laudina per il marito defunto e l’innamoramento per lei per  Yvain, la scena della ricerca dell’eroe da parte degli uomini di Aschelon che fendono inutilmente l’aria con le spade perché l’eroe è protetto dall’invisibilità. Nell’ultima scena mostra l’eroe che inginocchiato e pentito viene presentato da Luneta alla sua signora Laudina. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

La chiesa di Santa Margherita a Lana

La chiesa di Santa Margherita a Lana è davvero una perla da scoprire. Si tratta di una meta imperdibile per le escursioni ed è raggiungibile in ogni stagione e con qualunque tempo. La chiesa, situata vicino alla passeggiata Brandis, è parte del percorso culturale “La via romanica delle Alpi” ed è visitabile tramite visite guidate. 

La chiesa risale alla fine del X secolo. Secondo la leggenda essa fu una donazione della moglie dell’Imperatore Ottone II. Secondo un documento datato 15 febbraio 1215, fu l’imperatore Federico II a donare la piccola chiesetta all’ordine Teutonico.  

Posizionata fra i campi è sopravvissuta al fluire del tempo quale intatto gioiello romanico, dalla pianta ad aula con tre piccole absidi. Al suo interno custodisce un prezioso e antico ciclo di affreschi del 1215 circa, dedicati alla vita della santa. 

Le pitture mostrano un Cristo Pantocratore, la parabola delle dieci vergini, scene di vita della santa e bestiari medievali. Evidenti sono le influenze bizantine. Essi decorano le tre absidi circolari della chiesetta. Nell’abside centrale svetta il Cristo Pantocratore assiso in mandorla, circondato dai simboli degli evangelisti. Nel registro inferiore è rappresentata la parabola delle dieci vergini le sagge e le stolte. Nell’abside sinistra è rappresentata la Madonna col Bambino gli angeli e Santa Margherita. Mentre l’abside di destra mostra scene del martirio di Margherita, la sua decapitazione e l’ascensione dei santi. Nello zoccolo si dipana poi un affascinante raffigurazione di un bestiario medievale. Allo stato attuale delle ricerche gli affreschi nella chiesta vengono considerati il ciclo più antico dedicato a un santo in Alto Adige. Furono restaurati nel 1896-1898, e successivamente nel 1969 e 1982. 

La chiesa è raggiungibile a piedi attraverso il sentiero della roggia di Brandis o in macchina attraverso la via Santa Margherita.

Per prenotare visite guidate si può chiamare il numero 0473 561770.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Il Castel Naturno – Burg Hochnaturns

La val Venosta, si sa, è uno scrigno di tesori d’arte e di storia e fra i numerosi siti raggiungibili e visitabili in ogni stagione c’è il Castello Naturno, che diede il nome al paese che si estende all’inizio della valle.

La prima menzione del Castello risale al 1237, come facente parte dei possedimenti dei signori di Naturno, vassalli dei Conti di Tirolo. In origine consisteva in una sola torre residenziale romanica. Nel corso del tempo la torre venne ristrutturata e ampliata dando vita ad un intero complesso castellano. La torre fu intitolata ad Osvaldo di Naturno, cavaliere dell’Ordine Teutonico. Dopo l’estinzione dei primi proprietari, il castello passò agli Starkenburg, agli Maretsch e ai Völs. I numerosi lavori di ricostruzione hanno totalmente nascosto la struttura originale. La parte più antica del complesso è il mastio quadrato, chiamato anche Torre di Oswald, in riferimento al cavaliere Oswald von Naturns. La torre, alta 26 metri, aveva al suo interno cinque piani. Il piccolo castello era stato ricavato dalla torre residenziale romanica e fungeva da residenza della famiglia nobile dei ministeriali di Naturno. Il castello nella sua forma attuale è costituito dalla ristrutturazione di almeno due, forse tre torri residenziali, di cui la più alta è la più antica. L’accesso sul lato nord-ovest conduce a un piccolo cortile. A sud si trova una torre semicircolare. Il castello di Hochnaturns si trova all’estremità settentrionale del paese di Naturno, su un pendio non troppo ripido.

Dopo un grosso incendio propagatosi nel 1538, fu Abundus von Tschötsch a farlo completamente ristrutturare creando una interessante sala – galleria dei ritratti che prese il nome di “Sala dei Riformatori”, dei più famosi protestanti dell’epoca fra cui Lutero, Calvino e Zwingli. Nel XVI secolo il castello raggiunse il suo massimo splendore: fu aumentato il numero delle stanze, furono costruiti soffitti a cassettoni e aggiunti stipiti di portali marmorei e stufe di maiolica.

Sulla morte di Abundus nacque una leggenda, secondo la quale rimase vittima di un  incidente di caccia e venne trasformato in un cane nero condannato a errare in eterno su questa terra come pena per aver abbandonato la fede cattolica.

Dopo pochi decenni iniziò il declino. Il Castello fu quindi ceduto a Franz von Goldegg che nel 1895 lo ristrutturò. 

Acquistato nel 1952 dalla signora Mastropaolo-Schguanin che lo ristrutturò trasformandolo in un hotel. Purtroppo, nel XIX e XX secolo sono state apportate modifiche considerate oggi inappropriate alla struttura dell’edificio.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Waalweg di Marlengo e Castel Monteleone

In ogni stagione passeggiando lungo il Waalweg di Marlengo, è possibile godere di un paesaggio del tutto particolare, inusuale per il nostro territorio, e osservare le linee armoniche di un castello poco noto ma che merita di essere visitato e frequentato nelle serate letterarie o nelle serate concertistiche. Un paesaggio che ricorda le colline toscane: cipressi a delineare la proprietà e vigneti piantumati a creare una sorta di grande anfiteatro che degradano dolcemente dalle pendici di Monte Marlengo, dove svetta Castel Monteleone, verso l’abitato di Cermes. Il toponimo noto fin dal 1271 fu italianizzato nel 1940. 

Furono i conti di Marlengo a costruire il primo nucleo del maniero nella prima metà del XIII secolo. 

Nel 1426, il figlio di Christoph Fuchs von Fuchsberg e Barbara von Passeier, Wolfgang, sposò l’erede Dorothea von Lebenberg. Di conseguenza, anche il Castello di Lebenberg e le vaste proprietà dei Lebenberg a Marlengo passarono alla famiglia. 

Wolgang apportò numerose modifiche strutturali e ampliamenti al castello. I suoi eredi ampliarono il castello più volte adeguandolo alle esigenze della famiglia che lo possedettero per quasi quattro secoli fino al XIX secolo. Dodici generazioni, 264 membri i cui ritratti compaiono nell’ampio albero genealogico. 

Nel XV secolo la reputazione della famiglia aveva raggiunto il suo apice, ed era proseguita per tre secoli. Le tre linee della famiglia ampliarono ed ammodernarono i rispettivi castelli aviti. Molti dei membri della famiglia Fuchs von Fuchsberg ricoprivano ruoli importanti alle dipendenze dell’imperatore, ed erano anche strettamente legati agli influenti conti Trap con i quali si sposarono per più generazioni. 

La chiesetta del Castello di Monteleone, che era stata eretta nel XIV secolo fu ampliata nel XVI secolo la cappella dedicata a Santo Stefano, creando nel XVI un piccolo edificio a pianta accentrata ma dislocata su due piani. Furono fatte affrescare le pareti le volte a crociera, e l’immagine del martirio del santo sulla sua facciata. Da poco ritrovati sono invece gli affreschi raffiguranti i quattordici Santi ausiliatori.  Cinquecenteschi sono i cortili interni. Fu però il XVIII secolo a vedere le trasformazioni più eleganti, dettate dalla necessità della famiglia di comparire con una residenza adeguata all’ambiente di corte e alla moda. Nascono in età teresiana la sala degli specchi e il giardino all’italiana. A fine settecento nacque il salone in stile impero di raffinata eleganza.  

La linea Lebenberg della famiglia Fuchs von Fuchsberg fu l’ultima a estinguersi nel 1828 con il conte Johann, la cui lapide si trova nella chiesa parrocchiale di Marlengo. Il feudo di Appiano (Castello di Appiano e residenza di San Valentino) così come le proprietà e i diritti nell’area di Marlengo, Cermes, Ultimo e Tesimo alla vedova Maria Anna, nata contessa von Mohr. Dopo la loro morte nel 1832, i loro eredi vendettero l’ampia proprietà della famiglia Fuchs in diverse aste tra 1833 e il 1836.  

Il castello passò per matrimonio, come dote, ai Miagro, che durante la Prima guerra mondiale, si trasferirono in Piemonte. Il maniero passò di mano più volte fino a quando nel 1924 fu acquistata dall’olandese Adrian van Rossem van Sinoutskerke. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Una visita agli stupendi portali romanici di Castel Tirolo

Una piacevole passeggiata dal centro del paese di circa venti minuti, vi condurrà attraverso un paesaggio interessante, fatto di vigneti e piramidi di terra fino alla zolla morenica di Castel Tirolo. Qui vi attende una affascinate scoperta. Oltre all’edificio stesso del maniero, e agli oggetti importanti esposti nel circuito permanente del Museo Storico della Provincia di Bolzano, il Castello avito dei Conti del Tirolo conserva due portali marmorei istoriati che devono essere visti e apprezzati. Si tratta del portale che dà accesso alla grande sala dei cavalieri e alla cappella.  

I due portali sono composti da numerose metope marmoree, scolpite ad altorilievo, che rappresentano un unicum nel territorio tirolese e un esempio eclatante di scultura romanica. Opera dei maestri comacini, sono la testimonianza di una collaborazione fra il committente, Mainardo II, e gli artisti al di là e al di sopra dei confini territoriali, culturali e linguistici. È molto probabile che Mainardo II Conte di Tirolo, abbia potuto apprezzare i bassorilievi presenti nella Basilica di San Michele a Pavia durante l’incoronazione dell’imperatore che lì aveva avuto luogo. E, a sua volta, abbia deciso di impreziosire il proprio castello con opere simili, incaricandone gli stessi scultori. I Maestri comacini (Magistri cumacini ) erano raggruppati in corporazione, fra loro c’erano professionisti specializzati come costruttori, muratori, stuccatori e artisti. Queste imprese erano itineranti e attive tra il VII e l’VIII secolo, nella zona tra il Comasco, il Canton Ticino e in generale la Lombardia.   

Il loro programma iconologico è incentrato su peccati e salvezza divina, in un’appassionante e continua lotta tra il Bene e il Male, dove il Bene è destinato a trionfare. Le immagini hanno quasi sempre una doppia valenza del linguaggio simbolico medievale: alcune figure, animali o vegetali, possono essere simboli di un messaggio e contemporaneamente del suo contrario. Per fare un breve esempio analizziamo il portale della cappella che è di qualità molto elevata e ogni bassorilievo è una grandiosa opera d’arte. Partendo dal basso del lato sinistro, si incontra la figura del centauro, simbolo del male, colto nell’atto di scoccare la sua freccia in direzione della raffigurazione del Cristo. Il riquadro appena sopra rappresenta Adamo ed Eva accanto all’albero mentre un serpente sta tentando Eva. Più sopra un agnello viene liberato dalle fauci del leone. Nella cornice esterna alla lunetta un diavolo munito di forcone ricaccia un dannato in un pentolone posto sul fuoco acceso. Più sopra due scimmie, simbolo del male, osservano ciò che sta avvenendo. Mentre nella chiave di volta la mano di Dio benedicente dà accesso la splendida rappresentazione della lunetta: la Deposizione del corpo del Cristo morto. Cristo è ancora sulla croce e Giuseppe d’Arimatea cerca di togliere i chiodi dalle mani mentre Simone da Cirene è pronto a raccogliere tempestivamente il corpo. Sul lato inferiore della lunetta sono rappresentati due arcangeli recanti il libro della legge. Una eterna lotta dunque fra simboli infernali e simboli sacri. Nella lunetta del portale della sala dei cavalieri invece è raffigurato Daniele nella fossa dei Leoni, ossia la storia biblica del profeta Daniele, che fu gettato fatto gettare nella fossa dei leoni dal re Dario, ma fu salvato miracolosamente grazie alla sua fede. La storia è diventata un tema artistico molto diffuso e un modo di dire per indicare una situazione di grave pericolo o difficoltà. 

Autrice: Rosanna Pruccoli