San Leonardo a Pianizza di sotto

L’autunno porta con sé il gusto del foliage e con questo passeggiate o gite in bicicletta nei dintorni delle nostre città e cittadine. I dintorni di Bolzano sono certamente una delle zone da vistare in questa stagione.  A Pianizza di Sotto, una frazione del vicino comune di Caldaro sulla Strada del Vino, a breve distanza da Appiano, si trova però anche una ulteriore perla che merita una sosta, una visita: la chiesetta di San Leonardo. 

La riconoscerete subito, non solo perché prospicente la strada, ma perché resa curiosa, e al tempo stesso riconoscibile, dalla tipica catena metallica che la cinge e che cinge solitamente le chiesette dedicate a questo santo.  Il toponimo Pianizza di Sotto deriva dal latino Planities Inferior. Si presume che in tempi antichi il borgo di Unterplanitzing, Pianizza di Sotto, fosse situato all’incrocio con il vecchio sentiero che portava a Passo della Mendola, un motivo questo che poteva aver portato alla costruzione di una chiesetta dedicata a San Leonardo, santo a cui furono consacrate soprattutto chiese costruite agli incroci o ai nodi viari. San Leonardo di Noblac viene venerato soprattutto dai carrettieri e dai contadini, dai fabbri e dai ferrai, così come anche dai fruttivendoli e dai minatori. Conosciuto anche come l’eremita di Limoges, era nato nel 496 ed era morto a Noblac il 6 novembre 545. Leonardo apparteneva ad una famiglia di nobili franchi, nel “castrum vendonicense” o castello di Vandôme, nel villaggio di Corroi presso Orléans, all’epoca dell’imperatore Anastasio I Dicoro (491-518). Suo padre era re Rumonio che aveva aiutato Clodoveo, re dei Franchi nella battaglia contro Siagrio nel 486. I genitori di Leonardo erano quindi legati da stretti da vincoli d’amicizia a Clodoveo che farà da padrino al piccolo Leonardo la notte di Natale del 496, quando Clodoveo, mantenendo la promessa fatta alla consorte Clotilde prima della battaglia di Tolbiaco, insieme alla sua corte abiurò i riti pagani, facendosi battezzare nella Cattedrale di Reims, dall’arcivescovo Remigio.  

Leonardo divenne abate e visse da eremita gran parte della vita. Nel Medioevo fu uno dei santi più venerati in Europa.

La chiesetta di Santa Leonardo di Pianizza di sotto fu costruita in stile tardo gotico sui resti di un più antico edificio romanico probabilmente a pianta accentrata e collegato ad un ospizio per i pellegrini, fu consacrata nel 1429. Al suo interno si apre il tesoro, gli affreschi risalenti al 1360 circa, tra cui è ben visibile lo stemma dei nobili Fuchs von Fuchsenberg che ne furono probabilmente i committenti. A questa nobile schiatta appartenne fino al 1739 anche la torre abitativa medievale, che ancora oggi spunta da un caseggiato a Pianizza di Sotto. All’interno della chiesetta sono inoltre visibili arredi provenienti dalla chiesa del Santo Sepolcro di Bolzano. Alcune residenze storiche e qualche maso completano la bella immagine di questo paesino situato a quota 436 m s.l.m 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Il Santuario “Unsere liebe Frau”: un gioiello da scoprire in Passiria

L’autunno si avvicina e con lui il fascino del foliage, la Val Passiria è uno dei luoghi dove poter passeggiare e scoprire luoghi interessanti sia sul piano storico che artistico. Uno di questi luoghi si trova a Mora una piccola frazione vicino a San Leonardo.


Si tratta del santuario di Nostra Signora, più conosciuto come “Unsere liebe Frau”. La nascita questo santuario si deve al medico Matthias Pichler che nel 1750 fece erigere nella sua proprietà una cappella.  La leggenda narra che Matthias Pichler avesse acquistato un’immagine votiva della Madonna da un venditore ambulante e che l’avesse appesa nella stanza dove di consueto accoglieva feriti e ammalati. Si narra che molti si recassero a lui anche solo per vedere l’immagine votiva della Madonna. Nel 1752 il crescente numero dei bisognosi di cure e dei desiderosi di pregare davanti all’immagine lo spinsero ad ampliare la sua cappella e ancora una seconda volta nel 1764. Quando l’imperatore d’Austria Giuseppe II iniziò la sua severa secolarizzazione di tutti i territori dell’impero i pellegrinaggi diminuirono e con l’andare del tempo la cappella cadde in disuso. A metà Ottocento, nell’ambito della corrente artistico-letteraria dello storicismo, iniziò il revival dei luoghi sacri e del ritorno agli arredi sacri precedenti, un gruppo di benefattori si adoperarono affinché la cappella venisse ristrutturata e nuovamente ampliata. L’immagine della Madonna che ricalcava un dipinto del Sassoferrato, ossia Giovanni Battista Salvi (Sassoferrato, 25 agosto 1609 – Roma, 8 agosto 1685), trovò posto al centro del nuovo altare neobarocco. Le due statue che affiancano l’immagine rappresentano San Leonardo e San Damiano, il santo medico, e sono state realizzate dallo scultore Anton Ferner. Con lo scorrere degli anni altre immagini votive sono andate ad aggiungersi a quella prima immagina della Vergine. Esse sono interessanti poiché ricche di dettagli di vita valligiana e capaci di esprimere la gratitudine delle persone. La maggior parte delle immagini votive risalgono al XIX secolo, una delle quali è opera di Josef Haller (1737 – 1773), uno dei pittori del Rococò più conosciuti del Tirolo e che assieme allo scultore Anton Ferner rappresenta uno degli esponenti maggiori della Scuola della Val Passiria. L’originale del 1768 si trova presso il Museo della Val Passiria. Vale dunque la pena salire alla Mora da S. Martino, sia come pellegrinaggio per chiedere aiuto al cielo, sia per ammirare le opere degli artisti locali e non da ultimo per godersi la spettacolare vista sulla valle. Anche i discendenti di Mathias Pichler seguirono le sue orme continuando la professione del medico di campagna, capaci di intervenire in aiuto degli abitanti ma anche degli animali. Il medico di campagna era una figura in grado di curare i diversi disturbi da cui erano affetti uomini e animali. L’affluenza era grande poiché non vi erano molti medici e le strade difficili da percorrere, la prima farmacia pubblica per l’intera valle aprì solo nel 1983 nel paese di S. Leonardo.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Il museo civico di Vipiteno

Una delle città imperdibili dell’Alto Adige è Vipiteno. Bella in ogni stagione offre numerosi spunti per una visita e per assaporare di volta in volta piccoli stralci della sua storia e delle biografie dei cittadini che l’abitarono e che la caratterizzarono come città dell’argento. 

Città sin dal 1280, Vipiteno ebbe origini romane. Il primo insediamento romano potrebbe risalire al 14 a.C., quando su una via di comunicazione tra l’Italia ed i paesi d’oltralpe, Druso maggiore vi fondò una stazione militare con il nome di “Vipitenum”. Di epoca romana sono il monumento sepolcrale a Postumia Vittorina ed un cippo con bassorilievo mitriaco. Nel 550, a seguito di una invasione dei Baiuvari, si sviluppò il borgo di Vipiteno, ma solo nel 1180 si ha la prima menzione di “Stercengum”. Ma è l’intervento dei Fugger a cambiare radicalmente le sorti della città. Essendo sempre stato un luogo di transito, i Fugger  ne fecero infatti un centro per lo smistamento dei prodotti delle miniere di argento delle vicine Val Ridanna e Val di Fleres.

Vipiteno conobbe il suo massimo splendore nel XV e XVI secolo specialmente dopo l’incendio, che nel 1443, danneggiò parte della città. Furono ricostruiti edifici merlati, alcuni tardo gotici, quali: Casa del Giudizio Cittadino (1450), l’Albergo “Aquila d’Oro” (1446), la Filiale Fugger (1553), Casa Rafenstein (in origine Köchl, 1472), il Palazzo Comunale (1473), Casa Geizkofler (1600) e la Casa del Giudizio Minerario, in origine degli imprenditori Messing e Pfarrkircher, (1500) che tuttora ne adornano la via principale.

Nel centro di Vipiteno oltre agli edifici sacri e a quelli storici da visitare c’è il Museo civico che sin dal 1994 nella Commenda dell’Ordine teutonico dove già dal 1986 è ospitato il Museo Multscher. Il complesso che a partire dal XIII secolo ospitò l’ospizio dell’Ordine Teutonico, la Commenda, detta anche Deutschhaus, fu acquisita dal comune nel XIX secolo e adibita a ospedale cittadino fino al 1977. 

I due musei, sono collegati tra loro e narrano le affascinanti vicende legate ai Fugger. Il Museo Civico di Vipiteno è allestito nelle sale barocche dell’ala est, costruita tra il 1752 e il 1754 sotto il giudice civico Conte von Recordin. Attraverso i documenti storici, ma anche grazie ad antiche vedute e affreschi, il museo ripercorre la storia di Vipiteno, delle sue confraternite e corporazioni, nonché dell’artigianato locale. Il percorso museale include anche la visita alla Chiesa di Santa Elisabetta, la chiesa dell’Ordine Teutonico del XVIII secolo, splendidamente affrescata.

Il Museo Multscher invece prende il nome dall’artista di Ulma maestro Hans Multscher (1400-1467). Fu autore del celebre altare tardo gotico, realizzato tra il 1456 e il 1459: un capolavoro che influenzò profondamente lo sviluppo artistico nella Germania meridionale. Le quattro tavole d’altare raffigurano scene della vita di Maria e della Passione di Cristo.

Il Museo Civico di Vipiteno e il Museo Multscher, si trovano a sud del centro storico, in Via della Commenda, accanto alla Chiesa Parrocchiale di Nostra Signora delle Paludi. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Due chiesette in val di Funes

Appare chiaro che i monumenti e i tesori artistici e storici sono generalmente ubicati nelle città, nei borghi e paesini ma in Alto Adige spesso veri e propri tesori d’arte e testimoni della storia sono disseminati nei boschi, nei campi, su colline e alte rupi affacciate sulle vallate. Così a 1.339 metri d’altezza, in val di Funes è possibile incontrare la chiesetta di Santa Maddalena. 

Documenti d’archivio nominano la chiesetta fin dal 1394 e si ipotizza che sia stata costruita poco tempo prima. Il campanile è ancora quello eretto a quel tempo mentre il corpo di fabbrica risale alla fine del XV secolo, e rispecchia lo stile gotico. Venne totalmente ricostruita nel 1492 e durante il XVIII secolo fu restaurata secondo lo stile barocco. L’interno, a navata unica, è in stile barocco, con volta a costoloni asimmetrica. Oltre all’altare maggiore vi sono due altari laterali, tutti e tre con cimasa lignea che simula marmi colorati. I due altari laterali sono dedicati a Nostra Signora di Lourdes, a Sant’Antonio da Padova, mentre sull’altare maggiore è posto il dipinto di Santa Maddalena con quattro statue, due su ogni lato, raffiguranti San Pietro, San Giovanni Battista, San Giovanni Evangelista e San Girolamo. La volta dell’abside mostra gli affreschi realizzati nel 1928 da Johann Peskoller.

Gli abitanti del luogo raccontano una antica leggenda secondo la quale la chiesetta sarebbe stata costruita proprio lì perché i flutti del Rio Fopal in piena avevano trascinato con sé e depositato proprio lì una statua della santa. Fa buon gioco alla leggenda la piccola statuetta esporta all’interno della chiesa.

Spettacolare è invece l’incontro a 1.352 metri d’altezza con la chiesetta di San Giovanni Nepomuceno in Rauni che appare proprio come una perla nella sua conchiglia, costituita questa volta da una base di verdi prati e dalla cornice suggestiva delle imponenti vette del Gruppo delle Odle. Commissionata da Michael Von Jenner è un edificio barocco che risale al 1744. Sulla facciata della chiesa svetta l’affresco raffigurante il santo settecentesco che protegge dalle esondazioni dei torrenti: San Giovanni Nepomuceno. All’interno l’apparato iconografico racconta la vita del santo. Giovanni (Jan) Nepomuceno, ovvero di Nepomuk nacque a Nepomuk, prima del 1345 – e morì a Praga il 20 marzo 1393, è stato un presbitero ceco, canonico nella cattedrale di Praga e predicatore alla corte di re Venceslao, il quale lo fece uccidere per annegamento. Proclamato santo da papa Benedetto XIII nel 1729, è patrono della Boemia, dei confessori e di tutte le persone in pericolo di annegamento. La sua festa cade il 20 marzo. In Alto Adige posto generalmente vicino ai corsi d’acqua protegge dalle esondazioni. 

Il maso Ranui a Santa Maddalena in Val di Funes è un’antica residenza di caccia risalente al XII secolo. 

Al patrono della chiesa, San Giovanni Nepomuceno, è dedicato un ciclo di immagini sulle pareti laterali dell’altare. L’altare maggiore, realizzato in legno marmorizzato, è il fiore all’occhiello della chiesa. Altra caratteristica distintiva della cappella è la torre angolare situata sul lato nordorientale. La cupola a cipolla, rivestita in rame, è ornata da una stella.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Villa Freischütz: uno scrignodi storia, arte e cultura

Merano offre continue sorprese e visitarla più e più volte è necessario oltre che un piacere. Fra i tesori nascosti della città sul Passirio c’è Villa Freischütz. Un vero e proprio caveau di tesori d’arte e di storie famigliari e più ampiamente d’Europa, America Latina e Africa. Gli interni e i numerosissimi oggetti raccontano la Belle Époque, il fascismo, la Prima e la seconda guerra mondiale, gli anni Cinquanta. 

Numerosi sono anche i personaggi che in questa villa vissero e di cui è possibile narrare le storie. Primo fra tutti Franz Fromm (1854-1941), uomo d’affari e collezionista.

Come molti altri personaggi illustri e meno noti anch’egli giunse a Merano per le cure, per la prima volta era il 1905. Nato in Prussia abitava però a Barcellona. Sua moglie Luisa Hilliger (1865-1904) era morta l’anno precedente e così Fromm passò la stagione invernale a Merano con i suoi quattro figli. Tutta la famiglia tornò a Merano anche negli inverni successivi per scegliere infine di stabilirvisi definitivamente.   

Nei primi diciassette anni i Fromm non avevano una casa di proprietà e quindi si trasferirono più e più volte in ville e castelli presi in affitto. Oltre al nucleo famigliare si spostavano con loro le governanti Paula Litzinger (1892-1939), Zora Vipauc (1884-1966) e i loro domestici. Infine nel 1921 Franz Fromm acquistò Villa Freischütz a Maia Alta, immersa in un grande parco. 

Qui egli trovò la propria dimora per sé, i propri figli e soprattutto per la sua ampia collezione.  

Si trattava e si tratta a tutt’oggi di una ampia e variegata collezione d’arte e d’artigianato artistico proveniente da tutto il mondo compreso il Giappone da cui giungono alcuni oggetti di squisita fattura e di importanza storica. 

Strabiliante è il fatto che l’insieme della collazione ma anche di tutti gli abiti, accessori e oggetti d’uso quotidiano di più generazioni, vennero ad affastellarsi nella grande casa andando a costituire oggi un tesoro inestimabile di storia materiale. Accanto a questa moltitudine di oggetti ci sono le fotografie, le epistole, i documenti. Nulla fu gettato via, nulla fu alienato, nulla fu reputato obsoleto ma tutto fu consegnato ai posteri ossia a noi, fruitori entusiasti e grati ai singoli famigliari che ebbero la cura di tenere tutto, consentendoci di seguire infinite microstorie di suppellettili, oggetti d’uso quotidiano, accessori, macchine fotografiche… La lista è assai lunga. 

Dobbiamo in primis alla nipote di Franz Fromm, Rosamaria Navarini (1926-2013), se la collezione è rimasta intatta. Ella stessa abitò la Villa per tutta la sua vita. Nel suo testamento lasciò scritto la volontà di rendere accessibile alla collettività la casa, il parco e la collezione di suo nonno con la creazione di una casa museo. Il testimone fu raccolto dall’architetta Hertha Waldner che nel 2013 diede vita alla Fondazione Navarini-Ugarte che, da quella data è impegnata a realizzare il sogno di Rosamaria donando alla città bellezza e storia.

La collezione di Fromm affonda le radici del proprio gusto allo storicismo. C’è una propensione all’arte dei secoli passati, con una densa mescolanza di stili storici diversi, posti in combinazione tra arte e artigianato artistico. La collezione di Fromm include, tra l’altro, importanti mobili d’antiquariato, quali stipi e segretar, miniature, sculture, quadri ad olio raffiguranti nature morte, scene di combattimento, immagini sacre e splendidi pezzi di arte orientale, stoffe preziose e settecentesche scatolette porta tabacco.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Tra storia e natura a Bronzolo

Nella zona della Bassa Atesina esiste più di un luogo che merita di essere scoperto per il suo binomio di storia e natura. Bronzolo è fra questi. L’insediamento conta su una storia molto antica e di grande rilevanza commerciale. Era un importante porto fluviale per il trasporto e il passaggio delle merci su zattera. L’Adige infatti, proprio nella zona di Bronzolo diventava meno insidioso e approdare risultava più facile. 

Come Laives ed Ora, il villaggio di Bronzolo fu costruito su un ampio conoide alluvionale, allo scopo di evitare il pericolo delle esondazioni del fiume Adige, che in passato, prima della costruzione di argini sicuri, si verificavano assai spesso. 

Fin dal Medioevo a Bronzolo attraccavano sia le zattere dirette a sud quindi a favore di corrente, sia quelle che la corrente la risalivano grazie all’aiuto del traino dei cavalli sulla riva. La riva d’attracco, ancora esistente si chiamava “Lende”.

Il piccolo villaggio portuale era dunque fondamentale per la rete commerciale del tempo e faceva parte della giurisdizione distrettuale di “Enn e Kaldiff” con sede a Egna.

L’agglomerato si ampliò nel corso degli anni e grazie a questo suo ruolo crebbe di importanza e rilevanza economica. A tutt’oggi la cittadina è infatti caratterizzata da residenze e edifici architettonicamente importanti che raccontano del vecchio porto sull’Adige, della ricchezza delle società di navigazione e delle imprese commerciali del posto. Uno di questi edifici stupendi è Palazzo Ferrari-Thomsen. Si tratta di un palazzo nobiliare che risale al rinascimento ma fortemente rimaneggiato e ampliato nel corso dell’Ottocento. Nel 1830 fu infatti acquistato da Matthäus von Ferrari, e poi modificato dal figlio e dal nipote. Il ramo della famiglia proprietaria si estinse nel 1951 e tutti i possedimenti passarono Karl Albrecht Thomsen. Il corpo di fabbrica rimaneggiato presenta due edifici accostati e uniti da un più piccolo edificio di collegamento, si affacciano su una corte, e sono caratterizzati dalla facciata regolare, dove si trovano sia trifore che finestre rettangolari incorniciate in pietra. Assieme al parco ed agli edifici annessi, il palazzo è tutelato dal 1977.

Un edificio da non trascurare è la Chiesa di San Leonardo, una costruzione romanica e tardo gotica ubicata nell’attuale Piazza San Leonardo, che funse come chiesa parrocchiale del paese. Le fonti storiche nominano il villaggio e la sua chiesa parrocchiale già a partire dal 1341. Dopo rimaneggiamenti e restauri la costruzione odierna risale al XVI secolo, è a navata unica, copertura a volta e cappella laterale. All’interno si trova il fonte battesimale in marmo bianco con evidenziato l’anno 1585. Quando questa chiesa divenne troppo piccola per la popolazione residente, fu costruita la nuova parrocchiale, la chiesa del Sacro Cuore di Gesù. Consacrata nel 1896 essa fu ubicata un centinaio di metri più a nord.  

Autrice: Rosanna Pruccoli

Nel cuore di Bressanone: Seminario Maggiore, chiesa e biblioteca barocca 

Il nostro percorso alla scoperta dei tesori storici ed artistici ci porta questa volta nella città vescovile, per incontrare uno dei luoghi più suggestivi e interessanti della città.

La formazione del futuro clero divenne regola a partire dagli esiti del Concilio di Trento conclusosi nel 1563. Da allora in ogni diocesi furono organizzati i seminari. Quello di Bressanone fu fondato nel 1607 dal principe vescovo Christoph von Spaur. Nel 1721 il principe vescovo Caspar Ignaz von Künigl ottenne dal capitolo del duomo l’ex ospizio per i pellegrini, fondato nel 1157 sull’Isola di Santa Croce. Fra il 1764 e il 1771 il Künigl fece ristrutturare l’edificio che, con chiesa e biblioteca, divenne il centro della formazione sacerdotale. L’esecuzione del progetto fu affidata al capomastro Franz Singer. Il nuovo Seminario si trova dunque sulla cosiddetta Isola di Santa Croce, così i giovani che decidevano di prendere i voti attraversavano sia realmente che metaforicamente il ponticello che vi dava accesso. Il progetto realizzato dagli architetti Tangl e Penz fu ricercato e imponente, avendo come modello ideale addirittura l’Escorial di Madrid. 

La chiesa del Seminario è una delle più belle chiese barocche della regione. La possente facciata della chiesa si erge nel cortile interno. Una nicchia a tutto sesto fiancheggiata da pilastri con le statue dei patroni della città di Bressanone, Ingenuino e Albuino, in altrettante nicchie minori e sovrastate da un timpano triangolare con la Croce dipinta in una conchiglia a rocaille, funge da basamento della movimentata torretta sovrastante. 

Fu consacrata il 28 giugno 1767 dal principe vescovo Leopold von Spaur. L’altare maggiore è dedicato alla Santa Croce, gli altari laterali vennero consacrati il 18 maggio 1788 dal principe vescovo Joseph von Spaur in onore del beato Hartmann e di San Giovanni Canzio. Gli affreschi e le immagini della chiesa del Seminario raccontano la storia della Croce di Cristo.

Per le dipinture di chiesa e biblioteca fu chiamato Franz Anton Zeiller (Reutte 1716 – Reutte 1794) la cui formazione lo aveva condotto a Venezia e a Roma da dove aveva portato con sé una tavolozza chiara e luminosa e la capacità di far sognare con scorci arditi e realizzazioni a trompe-l’œil. Attivo all’Abbazia di San Magno a Füssen e alla Basilica di Ottobeuren e dal 1755 visse e lavorò in Tirolo, eseguendo soprattutto affreschi, come nelle chiese parrocchiali di Dobbiaco e di Cortina d’Ampezzo e, a partire dal 1768 divenne pittore di corte del Principe-Vescovo di Bressanone.  

La biblioteca si trova sopra l’ingresso principale a nord-ovest e la chiesa nell’asse opposto, che – adatto per un centro di formazione – vuole esprimere che si arriva a Cristo studiando teologia. La biblioteca, costruita nel 1772, era una tipica stanza rococò e si estende su due piani. I sei affreschi del soffitto simboleggiano importanti discipline teologiche con le loro figure di riferimento: la Retorica con Ambrogio da Milano, la Scienza Biblica con Girolamo, la Giurisprudenza con Raimondo de Penaforte, l’Apologetica con Agostino, la Dogmatica con Giovanni Canzio e Tommaso d’Aquino, l’Ascetica con Ignazio di Loyola e una serie di altri santi.

I libri dei rispettivi settori si trovavano sugli scaffali sotto le immagini corrispondenti. Nei cartocci rococò che incorniciano le sei cupole sono presenti anche altri rappresentanti delle sacre discipline. Il soffitto è sostenuto da due colonne che simboleggiano la Scrittura e la Tradizione. In questa stanza sono conservati più di 20.000 volumi. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Curon Venosta: un paese dalla storia davvero singolare

In cima alla Val Venosta ci aspettano due luoghi incantati ma dalla storia travagliata: il lago di Resia e il paesino di Curon Venosta. Il paesino ebbe modo di dimostrare nel corso dei secoli tenacia e resilienza, piegato più e più volte da calamità naturali, malattie, aggressioni belliche, riuscì sempre a risollevarsi e a tornare ad essere il luogo ospitale per la sua popolazione coraggiosa.

Nel 1147 Curon fu nominato per la prima volta per iscritto con il toponimo latino di Curun apud lacum. Il luogo però, era conosciuto fin dal 1140 con il termine Curum, ossia una parola di origine reto.romana,  per cambiare poi in Curunes a partire dal 1167, Curaun a partire dal 1327 e Grawn a partire dal 1414. 

Fino al 15 a.C. la valle era abitata da popolazioni di origine celtica, ma a seguito della conquista e dell’occupazione dell’Impero Romano, essa divenne un importante via di comunicazione nord sud per le truppe e i commerci. Si trattava dell’irrinunciabile Via Claudia Augusta. Tutto ciò, in età romana portò subito allo stanziamento di nuove popolazioni e lingue. La strada che metteva in comunicazione la penisola italica con la Germania in epoca medievale prese il nome di Via Superiore o Via di Sveva. 

A partire dalla fine del Medioevo l’Alta Val Venosta fu colonizzata nuovamente da popolazioni germaniche la cui cultura divenne dominante. Nel 1140, in località Muta, fu fondato un ospizio per accogliere i pellegrini e carrettieri, e una cappella dedicata a San Valentino. Intorno a questa struttura sorse pian piano l’agglomerato di San Valentino alla Muta. Nel 1326 esistevano case di pescatori e gli abitanti delle Fischerhöfe di San Valentino alla Muta erano obbligati a inviare parte del loro pesce, per il valore di una decima, alla Certosa di Senales. 

Sarà la peste del 1348 a devastare la popolazione, mentre una seconda ondata di morte e distruzione fu provocata dagli engadini che misero a ferro e a fuoco Curon. Il paese si risollevò e con l’andare del tempo si ingrandì fino a decidere di costruire una nuova chiesa. Nel 1521 infatti fu consacrata la chiesetta dedicata a Sant’Anna. Una nuova devastazione colpì Curon nel 1771 quando l’esondazione del Rio Carlino distrusse le case del paesino. 

Nel 1855 il lago di Curon ruppe gli argini allagando una ampia zona del territorio adiacente. Dopo la Prima guerra Mondiale, Curon prese il nome ufficiale di Corona alla Muta, mentre con l’introduzione della toponomastica di regime il paesino tornò a chiamarsi Curon diventando Comune con Resia, San Valentino alla Muta e Vallelunga. 

Durante la Seconda guerra mondiale Curon fu bombardata e morirono quattro persone. Doloroso fu certamente il momento in cui, nel 1950, l’antico abitato di Curon venne allagato per far posto al bacino artificiale del Lago di Resia, ottenuto unificando i due piccoli laghi alpini di Curon e di Resia ad opera della Montecatini. Tutti gli edifici furono rasi al suolo con la sola eccezione del campanile della Chiesa di Santa Caterina di Alessandria che, il 23 luglio, resistette miracolosamente ai colpi di mina che avevano raso al suolo tutte le altre case. Il paese venne ricostruito sul lato orientale della valle e la popolazione venne obbligata a trasferirvisi. 

Ma gli shock non erano finiti: nel 1951, un autobus con 23 persone a bordo precipitò nel Lago di Resia e solo un passeggero sopravvisse.

Il campanile che emerge dalle acque o dal ghiaccio invernale è dunque quello dell’antica chiesa trecentesca che era una semplice costruzione a sala unica con soffitto ligneo. L’abside ospitava l’altare laterale dedicato alla santa mentre l’altare maggiore era dedicato all’Assunzione di Maria al cielo, poiché nell’anno della consacrazione della chiesa (1357) il Papa aveva proclamato un Anno Mariano.

La posa della Prima Pietra per l’attuale chiesa dedicata a Santa Caterina, ebbe luogo nel maggio del 1950. Ultimata nel dicembre del 1951, fu consacrata il 18 maggio 1954 dal vescovo Josef Gargitter. Fu progettata, come le nuove case di Graun, dall’architetto Erich Pattis di Bolzano, ma è più piccola dell’antica.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Il Pacher custodito nel nuovo museo dell’Abbazia di Novacella

Nel cuore della Val d’Isarco sono assai numerosi i luoghi e gli oggetti da scoprire. Fra le innumerevoli perle da vedere e visitare, recarsi a Novacella significa scoprire uno scrigno dentro ad uno scrigno i cui tesori sono variegati e tutti imperdibili.

Il nuovo museo dell’Abbazia si profila come una possibilità ulteriore di estasi. Davanti all’altare a portelle dedicato a Santa Caterina di Alessandria e al suo martirio, del grande Friedrich Pacher (Novacella 1440 – Brunico 1508) non si può che vivere una vera e propria “Sindrome di Stendhal”.

L’abbazia di Novacella era sorta nel 1142, per volere del suo fondatore, il beato Artmanno vescovo di Bressanone. Con lo scorrere dei decenni l’abbazia continua a crescere d’importanza e ad estendere a vari territori e parrocchie la propria giurisdizione. È però il tardogotico il periodo di fioritura artistica all’interno del monastero. Nel 1485 fu consacrato il nuovo coro della chiesa abbaziale. I più importanti pittori del Tirolo, tra i quali Michael Pacher, lo arredano con altari a portelle. Nello scriptorium nascevano manoscritti meravigliosi. 

Le depredazioni dovute alla Guerra dei contadini che, infuriati assaltarono l’Abbazia nel maggio del 1525 sotto la guida di Michael Gaismair, e che distrussero gli urbari e i titoli di credito, derubarono anche il convento e la cantina. Fu però con l’annessione del Tirolo al Regno di Baviera nel 1805 e la chiusura forzata di tutte le abbazie tirolesi nel 1807 che si ebbero i maggiori furti e saccheggi. I bavaresi portarono con sé tonnellate di libri e opere d’arte, compreso l’importante altare tardogotico dei Padri della Chiesa di Michael Pacher. Dopo il ritorno del Tirolo all’Austria, nel 1816 Novacella fu riaperta grazie a un editto imperiale. Ciò che è sopravvissuto e giunto sino a noi si trova oggi in parte nella pinacoteca del Museo abbaziale. Tra le opere più importanti della collezione di dipinti c’è appunto l’Altare di Santa Caterina, opera di Friedrich Pacher giunta sino a noi quasi integra.

L’altare di Santa Caterina di Alessandria di Friedrich Pacher (Novacella 1440 – Brunico 1508) è un brillante esempio dell’arte sacra tardogotica in Tirolo. L’altare mette in evidenza cinque momenti della vita e del martirio di Santa Caterina di Alessandria mettendo però in evidenza ciò accadeva nelle vallate alpine nella seconda metà del XV secolo.

Come da tradizione liturgica gli altari a portelle restavano chiusi nei giorni feriali per essere aperti durante le festività. Per questo motivo le tavole erano dipinte su recto e verso. Nel caso dell’altare di Santa Caterina l’esterno della portella di sinistra mostra una Annunciazione, qui la Vergine appare seduta ad uno scrittoio, mentre il lato esterno della portella destra raffigura l’Angelo. Il lato interno presenta due scene, una superiore e una inferiore. La prima raffigurava Santa Caterina che rifiuta di adorare gli idoli. La seconda invece raffigura la Flagellazione di Santa Caterina. Il lato interno della portella di destra presentava la stessa suddivisione: la disputa di Santa Caterina con i sapienti pagani, la scena inferiore rappresenta Santa Caterina che converte l’imperatrice Faustina. Mentre nel pannello centrale assistiamo al Martirio di Santa Caterina e, sullo sfondo, alla Sepoltura della santa sul Monte Sinai. L’Altare di Santa Caterina dovrebbe essere stato dipinto tra il 1475 ed il 1478. In ogni caso è evidente come la pittura in Tirolo sia ancora legata ai motivi del gotico ed ancora lontana dalle innovazioni che in quegli anni scuotevano l’arte in Italia.

Friedrich Pacher fu a bottega da Michael Pacher (1435-1498), il maestro più riconosciuto del XV secolo tirolese. Fra i due maestri, Friedrich era quello più legato ai motivi tradizionali tirolesi mentre Michael ebbe un importante ruolo di innovatore.

Ciononostante la maestria di Friedrich Pacher nella creazione dei ricchi particolari è indiscussa. Sono da godere i broccati, le armature, le acconciature delle dame a fronte molto alta e spaziosa come di moda a quel tempo. Seguono poi un modello preciso di eleganza le mani dalle lunghe dita affusolate. Infine, splendidi sono i paesaggi che si stagliano sullo sfondo, con campagne o città turrite, o fiumi dove navigano numerosi vascelli. Infine la prospettiva sicuramente mediata da Michael Pacher che per impararla e restituirla si era recato in visita nelle città italiane di Padova e Mantova ed era entrato in contatto proprio con quei maestri che al tempo l’avevano indagata e risolta. Michael Pacher aveva affrontato questo argomento con la sua bottega e i suoi collaboratori.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Dalla reggia di Madrid a Chiusa. Il Tesoro di Loreto nel Museo Civico

Le piccole cittadine altoatesine sono veri e propri scrigni capaci di custodire importanti pagine di storia e di tesori artistici e architettonici. Chiusa è particolarmente ricca e preziosa e, fra le tante storie che può raccontare, riesce a trasportarci alla reggia di Madrid tra fine Seicento e inizio Settecento, al cospetto della regina Maria Anna di Spagna. 

Maria Anna era figlia del principe elettore Filippo Guglielmo di Baviera-Neuburg ed era nata nel 1667.

Nel 1685, Gabriel Pontifeser (1653-1706), Padre Cappuccino nato a Chiusa, era stato invitato alla corte di Heidelberg e qui designato padre confessore della giovane Maria Anna. 

Nel 1690 la giovane era andata in sposa a Carlo II di Spagna, rimasto vedovo. Divenuta regina di Spagna, fin da subito Maria Anna installò nella corte di Madrid il proprio entourage, primo fra tutti il suo padre confessore. Padre Gabriel a Madrid seppe guadagnarsi la fiducia, la devozione e la stima della corte. 

Conoscendo il grande desiderio di Padre Gabriel, la regina, a lui sempre grata, volle esaudire questa sua aspirazione di fondare un convento dei cappuccini e una chiesa annessa, nella sua lontana Chiusa. In aggiunta a ciò, con altri dignitari di corte, gli fecero il dono di una collezione di oggetti d’arte sacra di inestimabile valore. 

La fondazione del monastero dei Cappuccini e della chiesa a Chiusa avvenne in pochissimo tempo, fra il 1699 al 1701 e l’edificio fu subito occupato dall’ordine. Fra il 1702 e l’anno successivo fu costruita la vicina Cappella Loreto. Il monastero e la chiesa formavano un complesso compatto alla periferia sud-occidentale di Chiusa a tutt’oggi visibile e visitabile. Sulla facciata spicca lo stemma della fondatrice, la regina Maria Anna di Spagna, e la statua del santo patrono della chiesa, San Felice. Di lato all’ingresso si trova una grotta di Loreto con una Madonna con Pietro e Maria Maddalena. La chiesa è molto semplice, a navata unica con volta a botte. L’altare maggiore reca un dipinto di San Felice mentre l’altare nella cappella laterale raffigura i Santi Francesco e Antonio di Padova con il Bambino Gesù. Gli altari furono realizzati da Paolo Pagini e da Stefano Maria Legnani e non mancano le somiglianze con gli altari di chiese milanesi come quella di San Celso realizzato dallo stesso artista. Nell’edificio del convento oggi è ubicato il Museo civico di Chiusa e qui è racchiusa quella collezione giunta da Madrid. Dalla corte spagnola era stato mandato un prezioso tesoro che in seguito venne denominato “Tesoro di Loreto” in quanto prese il nome della cappella in cui fu custodito. La ricca collezione è costituita da preziosissimi oggetti sacri, d’argento e d’argento dorato incastonati da coralli, pietre preziose ma ne fanno parte anche preziosi tessuti, porcellane orientali, quadri di notevole qualità e altre opere d´arte, tra le quali anche l’altare da campo di re Carlo II di Spagna. Sono per la maggior parte lavori di noti artisti italiani, spagnoli e fiamminghi, realizzati nel XVI e XVII secolo. La donazione, il cosiddetto “Tesoro di Loreto” è a tutt’oggi visibile nel Museo civico di Chiusa. 

Quando Carlo II re di Spagna morì, fu Filippo V a succedergli sul trono, così la regina Maria Anna si ritirò a Toledo e Padre Gabriel lasciò la Spagna per Roma. Maria Anna morì il 16 luglio 1740 a Baiona. 

Autrice: Rosanna Pruccoli