San Martino in Passiria: Masi dello Scudo

I cosiddetti Masi dello Scudo rappresentano una particolarità e soprattutto un motivo di grande orgoglio per l’intera val Passiria. Una realtà storico-architettonico da conoscere. Come spiega Tiziano Rosani nel suo saggio pubblicato in Alto Adige Angoli da scoprire. Bolzano 2001, esteticamente abbinano le caratteristiche architettoniche del maso agricolo a quelle di una struttura con finalità marcatamente difensivo-militari. Il maso si abbina talvolta addirittura ad un mastio, le aperture di alcune finestre paiono quasi feritoie di un castello, la posizione prescelta sembra avere finalità strategiche e così di seguito.

Vi è un documento che viene comunemente ritenuto la pietra miliare di questa situazione: “Noi Enrico di Tirolo […] annunciamo agli astanti e a tutti coloro che leggeranno il presente testo che abbiamo fatto grazia a Egno de Saltus di un nostro particolare privilegio, poiché egli sarà liberato ed esentato, per tutto il corso della sua vita, dal pagamento di tasse e tributi, si tratti di tributi ordinari o straordinari, siano essi vecchi o nuovi, temporanei o altro […]. Il medesimo Egno, in cambio di tali esenzioni, deve impegnarsi a svolgere per noi, entro i confini della contea tirolese, il servizio militare armato a cavallo, dotandosi di armamento nell’ordine di sette o otto marche, impegnandosi altresì a mantenerlo sempre a disposizione. […]”. Il documento, qui riportato in libera traduzione dal latino, data al 1. marzo 1317 e fu concesso nella sua residenza di Castel San Zeno presso Merano dall’allora principe tirolese Enrico di Tirolo, figlio di Mainardo II. Nel medesimo giorno furono fatti oggetto di simili esenzioni altre cinque persone: Fridrich von Gereut, Hainold von Passeier, Fridrich von Weingart (Fridericus de vineis), Berchtold von Steinhaus, Heinrich von Puchach. I loro nomi corrispondono agli attuali nomi di alcuni fra i Masi dello Scudo.

Gli abitanti di questi edifici, assieme ad altri aggiuntisi in seguito, hanno goduto nel passato di alcune particolari libertà: esenzioni fiscali, diritto di portare le armi, posizione giuridica particolare, diritti di caccia e pesca ecc. Si tratta di prerogative tipicamente nobiliari, tradizionalmente interdette alle classi inferiori e ai contadini, e ciò ha spesso fatto sì che nella interpretazione storiografica locale si identificasse in questi masi la tradizione di una sorta di milizia contadina al servizio dei principi territoriali tirolesi.

Tuttavia il dibattito storiografico attorno alla posizione di questi masi è piuttosto articolato e non trova tutti gli studiosi fra loro concordi. Heinz Moser, ad esempio, ha di recente rimarcato come i nomi sopracitati appartenessero in realtà a ministeriali e funzionari legati al principe territoriale che allora risiedeva nel vicino paese di Tirolo. Simili argomenti aveva portato anche lo studioso Josef Weingartner. Secondo il Moser, il documento in questione non sarebbe dunque l’atto di nascita di una sorta di casta di contadini-nobili, quanto piuttosto l’elevazione di fidati funzionari della burocrazia tirolese al primo gradino della scala nobiliare (Schildmann = uomo dello scudo, cavaliere). Di conseguenza i Masi dello Scudo andrebbero interpretati, secondo lui, non come masi contadini con prerogative in parte nobiliari ma come vere e proprie residenze nobiliari medievali, abbandonate però nel corso dei secoli successivi dalla medesima nobiltà anche in seguito allo spostamento nel XV secolo del capoluogo tirolese da Merano-Tirolo ad Innsbruck, e divenute a tutti gli effetti abitazioni contadine. È un’interpretazione che altri storici hanno contrastato.

Il numero dei Masi dello Scudo è stato variabile nel corso dei secoli. Nei documenti l’elenco varia non solo nel numero ma altresì anche nella identificazione dei singoli masi. Attualmente undici di essi vengono definiti come Masi dello Scudo. Sette sono posti sul lato orografico sinistro, lungo la strada che penetrava nella valle e che quindi univa Tirolo ad Innsbruck, tutti all’interno del comune di San Martino: Saltaus (al centro del paese di Saltusio, successivamente ristrutturato), Haupold, Weingart, Kalb (quest’ultimo in posizione suggestiva e dominante sulla strada, presso il rio della Clava / Kalmbach), Baumkirch, Gereuth, Steinhaus (dominante sull’abitato di San Martino, ristrutturato nel corso del Seicento). Quattro sono sull’altro versante della valle, tutti nel comune di San Leonardo, ma hanno subito ristrutturazioni tali che ne hanno quasi completamente alterato l’aspetto originario: Erbion, Buchenegg, Happerg, Gomion.

Dei diritti di cui erano originariamente dotate queste strutture rimane solo il diritto di pesca in valle, ancora oggi regolato dalla Interessenza Masi dello Scudo di Passiria. Gli abitanti dei masi sono molto fieri di questa tradizione. Una loro rappresentanza sfila ancora oggi in occasioni particolari con alabarda e scudo – queste peraltro risalenti solo all’inizio del XX secolo – in occasione di Pentecoste o di ricorrenze particolari. Nel cimitero di San Martino le tombe delle famiglie che abitano i Masi dello Scudo riportano l’unitario stemma caratteristico. 

COME ARRIVARCI

Non esiste una vera e propria passeggiata che unisca fra loro tutti i Masi dello Scudo. Solo quelli posti nelle vicinanze del paese di San Martino permettono di recarsi comodamente dall’uno all’altro. Un stretto sentiero pianeggiante unisce San Martino al discosto Kalmbauer, passando per i Masi dello Scudo Gereuth (Ober-, Untergereut) e Baumkirch. Il Maso Steinhaus, invece, domina il paese da una altura e viene raggiunto in un quarto d’ora di salita a piedi. I masi Saltaus, Haupold, Granstein si raggiungono più rapidamente facendo capo a Saltusio. Si consiglia l’utilizzo di una carta topografica, ad esempio la cartina Tabacco 039 (Val Passiria).

Autrice: Rosanna Pruccoli

La residenza Kreit ad Appiano

Isolata e dominante su un mare di vigneti, non troppo discosta dal centro del paese, la residenza Kreit rappresenta un significativo esempio fra le numerose, splendide residenze rurali che caratterizzano il paesaggio dell’Oltradige bolzanino. 

Posta su un altura tra San Michele e Monticolo, ben visibile sulla sinistra anche dalla Strada del Vino che conduce verso Caldaro e Termeno, era in origine un maso vinicolo. Questo fu ampliato ed adattato nel 1596-97, su incarico dell’allora proprietario Elias Leys di San Michele d’Appiano, a residenza in stile rinascimentale dal costruttore Luca Allio. Del costruttore sappiamo poco: secondo lo studioso Nicolò Rasmo egli apparteneva probabilmente alla nota famiglia dei costruttori Delai, originaria di Scaria d’Intelvi, che si era allora di recente stabilita nella nostra regione. Come la maggior parte delle residenze private della zona, Kreit non è internamente visitabile: peraltro già gli esterni evidenziano alcuni fra gli elementi caratteristici del cosiddetto Stile d’Oltradige svilluppatosi soprattutto a partire dal XVI secolo in queste zone, ma altresì anche a Bolzano, nella Bassa Atesina, addirittura nel Burgraviato verso Merano: molte famiglie – alcune nobili, non poche aspiranti alla nobiltà – ricercarono allora soluzioni abitative più comode, prive di strutture difensive, con entrate eleganti, logge, scale, finestre elaborate, stemmi in pietra, cappella gentilizia, decorazioni in arenaria, erker ed oculi.

Oltre che per la sua posizione, la costruzione si caratterizza per le due eleganti torri angolari che fiancheggiano e al contempo racchiudono la facciata dell’edificio principale, rivolta verso il paese di Appiano. Sul lato meridionale una scala esterna con loggia su colonne conduce al primo piano dell’edificio. La residenza viene ingentilita da una bifora e da numerose finestre con grate lavorate.

Pur non potendosi ricostruire con assoluta precisione i passaggi di proprietà, sappiamo che nel corso del Seicento la residenza appartenne alla famiglia Zeffer, oriunda di Bressanone. L’imperatore Ferdinando III, il 10 ottobre 1641, accordò agli Zeffer il permesso di modificare il proprio cognome in Zephyris, concedendo anche il predicato nobiliare von Greith derivato dal nome della residenza. Kreit rimase degli Zephyris sino oltre alla metà del XVIII secolo, mutando in seguito spesso di proprietario.

La stradina che conduce al sommo della collina ed alla residenza passa innanzi alla sua cappella, una piccola costruzione dedicata a sant’Antonio Abate. Alla chiesetta della fine del XVI secolo fu aggiunto nel 1661-68 il coro rettangolare per volontà di Ursula von Kempter da Bressanone, moglie dell’allora proprietario Johann Anton Zeffer, la quale impegnò nel 1670 anche una forte somma affinché potesse venir celebrata settimanalmente una messa nella cappella. Il coro con decorazioni a stucco barocche venne dipinto sulla volta con una raffigurazione della santissima Trinità, opera di Ludwig Plazer (ca. 1626 – ca. 1697), capostipite di una assai famosa famiglia di pittori stabilitasi ad Appiano e nonno del  più noto Johann Georg (1704-1761), cui è oggi anche dedicata la Scuola Media del paese. Per la medesima chiesetta Ludwig Plazer raffigurò anche alcune scene della fanciullezza di Gesù (Adorazioni dei pastori, Adorazione dei magi, Fuga in Egitto e Gesù nel tempio), eseguendo inoltre tre dipinti con scene dalla vita di sant’Antonio, attualmente conservati però altrove. 

COME ARRIVARVI

E’ un’antica residenza nobiliare. Visibile solo esternamente, per visitare la cappella telefonare eventualmente alla famiglia proprietaria: 0471 664119. Appiano dista 5 km da Bolzano; uscita omonima sulla superstrada Merano-Bolzano. La residenza Kreit si eleva isolata su un colle sul lato orientale della Strada del Vino, poco oltre l’abitato di San Michele d’Appiano.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Riscone, Castel Lambertoe la statua di Kummernus

Un castello immerso nel silenzio, al sommo di una piccola collina, al centro della val Pusteria ma tuttavia in posizione defilata rispetto alle attuali vie di comunicazione. Così potremmo definire Castel Lamberto / Lamprechtsburg, sito non distante da Brunico ed isolato fra i boschi e il verde dei prati che ancora piuttosto abbondanti circondano il capoluogo pusterese. Gli ampi spazi delle corti e del cortile sono circondati su tutti i lati da un basso muro, mentre la collina scende a precipizio verso la Rienza.

Il castello deriva il proprio nome da san Lamberto, cui è dedicata la piccola cappella sul lato orientale. Lamberto fu vescovo di Maastricht nel 672 e il suo culto è diffuso nella Germania occidentale, nel Belgio e nei Paesi Bassi. L’origine del castello è argomento di dibattito e le ricostruzioni fra gli studiosi sono ancora piuttosto divergenti. È probabile una sua fondazione da parte dei signori di Riscone (Rischon), ministeriali dei vescovi di Bressanone che assunsero in seguito il nome del castello da loro abitato divenendo “signori di Lamprechtsburg”. Il castello compare per la prima volta in un documento nel 1228-30 ma già nel 1380 i signori di Lamprechtsburg risultano estinti. Subì distruzioni in seguito ad eventi bellici e passò diverse volte di proprietà. All’interno della cappella una lastra tombale ricorda Johann Nepomuk Winkler von Colz zu Rubatsch, già ufficiale in un reggimento di corazzieri austriaci che, sconvolto dalla brutalità della guerra dei sette anni cui aveva partecipato, decise di dare una svolta clamorosa alla propria vita: si ritirò in un convento certosino ed assunse il nome di Pater Ambros. In seguito divenne l’ultimo prelato della Certosa degli Angeli in val Senales, chiusa nel 1782 dall’imperatore Giuseppe II.  Costretto a far ritorno in val Pusteria e a ritirarsi nel castello paterno, morì pochi mesi dopo in seguito ad una caduta da cavallo: una passione che non aveva evidentemente perduto neppure in convento e che non aveva mancato di stimolare nei contadini della val Senales la nascita di alcune curiose leggende. 

L’aspetto attuale della cappella risale al Seicento, ma la costruzione sorge su strutture preesistenti. All’interno i tre altari barocchi danno una fisionomia di elegante sacralità all’aula, come si addice ad una cappella gentilizia. Nell’angusto corridoio d’entrata trova però posto una “santa” Kummernus. La presenza di questa santa ci catapulta invece in un ambiente popolare, ricco di leggende e credenze ma anche di una toccante umanità. Sono i bisbiglii delle donne raccolte in preghiera nottetempo come presso un santuario, invocando la santa a risuonare nella chiesa. Durante i periodi in cui si svolgevano i grandi mercati del bestiame di Stegona, alla periferia di Brunico, infatti la cappella di Castel Lamberto era frequentata soprattutto di notte da numerose donne che venivano a pregare santa Kummernus della grazia di rimanere incinte.

Kummernus o Kummernis, entrò nella tradizione popolare a partire dal XV secolo, ma si tratta di un personaggio plasmato su un errore di interpretazione. Fra i pellegrini nordici il Cristo raffigurato in stile bizantino, abbigliato e ancora vivo e con gli occhi aperti, fu erroneamente interpretato come donna e ne nacque la leggenda e la figura della “santa” Kummernus, che la Chiesa ufficiale non canonizzò e non riconobbe mai. Si tratta di una figura di donna barbuta e crocifissa. Di lei si tramanda che fosse figlia di un re e che dovesse andare in sposa ad un dignitario di corte pagano. La sua fede in Dio e il suo amore per il Cristo non le permettevano di andare incontro ad una simile fine quindi scongiurò il padre di ritirare il suo impegno. Il padre non stette neanche a sentirla e proseguì coi preparativi delle nozze. La notte prima della cerimonia nuziale Kummernus pregò intensamente affinché le fosse risparmiato il matrimonio con un pagano. Quando l’indomani il padre andò a prenderla per condurla allo sposo la vide in volto e trasecolò: a Kummernus era spuntata la barba. Il padre adirato la fece portar via e diede ordine che fosse crocifissa come lo fu il Cristo che tanto adorava. 

COME ARRIVARVI

Il castello è congiunto con Brunico da un comodo, piacevole ed antico sentiero che si diparte dalla periferia orientale della città, oltre il centro storico, mantenendosi sempre sulla sinistra orografica della Rienza. In alternativa si può procedere anche da Riscone utilizzando la strada asfaltata che da lì si diparte verso Valdaora. L’intera zona ben si presta a svariate passeggiate. Si consiglia l’utilizzo di una carta topografica, ad esempio la cartina Tabacco 033 (Brunico e dintorni).

Sull’altro versante della valle, sorge la frazione brunicense di Teodone: vi ha sede lo splendido Museo etnografico della Provincia di Bolzano (via Duca Teodone 24, tel. 0474 552087), articolato su diversi edifici rurali ed in buona parte strutturato come museo all’aperto. Orario: da Pasqua alla fine di ottobre, martedì-sabato (9.30 – 17), domenica e festivi (14 – 18).

Associazione turistica di Brunico, viale Europa 26, Brunico, tel. 0474  555722

Autrice: Rosanna Pruccoli

Un castello a guardia della Val d’Adige

La fine estate e l’autunno sono l’ideale per la visita di Salorno e del suo castello: nel centro del paese, infatti, si trovano numerose residenze di epoca rinascimentale e barocca.   

Il castello di Salorno,  Haderburg, è il fortilizio che si erge su uno spuntone di roccia, sopra all’omonimo paese di Salorno, in Bassa Atesina e ben visibile anche da lontano. Particolare è la disposizione del castello posto a guardia della Val d’Adige che qui si restringe in una chiusa, e costruito su due pinnacoli rocciosi, che si vanno a distaccare dalla parete verticale del monte Gaier (Geiersberg). I due pinnacoli sono collegati tra di loro da un ponte levatoio. Apparentemente inaccessibile, dovette essere assai difficile il trasporto fino a lassù dei pesanti blocchi di granito e di porfido che servirono alla sua edificazione. Impressionanti sono anche la sala dei cavalieri con le sue finestre insolitamente ampie e gli aggetti difensivi. Il castello fu costruito dai signori di Salorno attorno al 1150 e ampliato nella prima metà del tredicesimo secolo. La prima menzione documentaria risale al 1222.  Grande era il suo significato strategico. Successivamente il castello entrò fra le proprietà del Conte Mainardo II di Tirolo-Gorizia, e successivamente, nel XIV secolo, fu ereditato dalla casata degli Asburgo. Dal tardo Trecento e nel primo Quattrocento al castello fu aggregato un distretto giudiziario. Entrambi retti dai signori Botsch che, nel 1397 li affidarono a Bartolomeo Perger.

Nel 1463 l’imperatore Federico III affidò il castello e il giudizio al nobile tirolese Hans von Spaur. Nell’anno 1514 l’Imperatore Massimiliano d’Asburgo decise di rafforzare le fortificazioni a monte del castello. Ma già a metà del XVI secolo perse ogni sua valenza strategica e fu abbandonato. Nel 1648 il castello fu acquisito dai nobili veneti Conti Zenobio. Nell’arco della sua storia, il castello ospitò alcuni illustri personaggi. Nel 1551 vi giunse Melantone, uno dei più stretti collaboratori di Martin Lutero. Albrecht Dürer il noto pittore. 

Oggi il castello è di proprietà privata. Nel periodo 2001-2003, l’ultimo proprietario, il Barone Ernesto Rubin de Cervin Albrizzi, ha voluto effettuare un restauro del castello, che è stato possibile anche grazie all’aiuto economico della Provincia autonoma di Bolzano ed il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Bolzano.

COME ARRIVARVI

l castello rimane aperto al pubblico nel periodo tra fine marzo e fine ottobre. Lo si raggiunge in circa mezz’ora di cammino partendo dal parcheggio e percorrendo per un tratto il cosiddetto “Sentiero delle Visioni”, per poi proseguire lungo le serpentine che si inerpicano fino al castello. Una serie di scale con balaustre permettono di visitare in piena sicurezza l’interno dello storico maniero.  
Orari di apertura:
mercoledì – domenica dalle ore 11 alle 17.
Giorno di riposo: lunedì e martedì
Contatto:
Il diciottesimo barile
Tel. +39 334 7775843
www.zum18tenfass.it

Autrice: Rosanna Pruccoli

Il paese di Corces e le sue chiese

La Val Venosta nasconde mille angoli da scoprire ed è quindi consigliabile in ogni stagione, con queste giornate calde poi è assolutamente preferibile ai nostri bellissimi centri urbani. 

Corces (Kortsch) è un piccolo paese adiacente a Silandro, solo la strada statale separa queste due località, indipendenti. Si estende sulla sinistra orografica, sul versante settentrionale della Valle dell’Adige ai piedi del conoide detritico del Rio Gadria, uno dei conoidi alluvionali più grandi d’Europa, a circa 800 metri sul livello del mare, ai piedi delle pendici del Monte Mezzodì, in mezzo a meleti piantagioni di albicocche, vigneti e castagneti I confini di Corces sono il Rio Gadria a ovest, la linea ferroviaria e l’Adige a est e a sud, nonché i masi sul Monte Sole a nord. Il paese è diviso in villaggio inferiore e superiore, che sono separati dal Lahngraben. Il nome Kortsch fu menzionato per la prima volta nel 931 in un diploma del re franco Enrico I, a favore della chiesa episcopale di Frisinga, come Chorzes che probabilmente deriva dal termine latino curtes, maso. 

Il paesaggio di Corces è caratterizzato da un numero relativamente elevato di masi, che sono ancora conservati. Corces ha 1. 219 abitanti. 

A tutt’oggi sopravvivono numerose testimonianze dei secoli passati e della sua storia movimentata: sopra l’abitato, vicino alla cappella di San Giorgio, è stato scoperto un centro di fuga, che è stato istituito nell’età del bronzo. Per irrigare i prati, che si trovano intorno al paese, nell’XI e XII secolo furono costruiti canali d’irrigazione. Corces fu anche afflitto da epidemie di peste. Gran parte della sua popolazione morì a causa delle epidemie di peste nel XIV e XVII secolo. 

I luoghi storici e di culto sono la Chiesa Parrocchiale di San Giovanni Battista, la Chiesa di San Lorenzo, la Cappella di San Giorgio, la Cappella nei prati di Corces, il Sentiero del Rosario e la Chiesa di Sant’Egidio.

La parrocchiale di Corces è dedicata a San Giovanni Battista, fu costruita alla fine del XV secolo sulle fondamenta di un sacello precedente, del IX secolo, citato ancora nel 1432. Vi è una fase costruttiva barocca e una settecentesca. L’aula fu ampliata nel 1699 per far fronte alle necessità dei fedeli con la creazione di una seconda navata e nel 1765. Come tradizione la chiesa e attorniata dalle tombe del cimitero. La facciata è a capanna e il portale laterale è posto sul lato nord. L’antica cappella cimiteriale gotica svolge oggi la funzione di sagrestia. La torre campanaria si alza in posizione arretrata rispetto al corpo di fabbrica ed è unita alla chiesa all’altezza del catino absidale poligonale. Risulta particolarmente interessante essendo stata elevata dalla base della torre primitiva nel 1597 ed avendo conservato il suo stile romanico. Sul campanile sono visibili l’orologio e sotto di esso, una cornice affrescata, la scritta in caratteri gotici che ricorda i lavori del 1597. 

“Anno 1597 Got dem Almechtigen zu Lob den heiligen Johannes den Täufer zu Ehern hatt ain
ehrsam Gmein allhie Reich und arm disen Turn vom älf claffter erhecht und den 9ten tag october volent so Gott belons allerhie und dortt”.

“Anno 1597, a l’Onnipotente per lodare il santo Giovanni Battista, una onorevole comunità qui, ricca e povera, ha eretto questo campanile alto e ha dedicato il 9 ottobre, se Dio vuole, qui e altrove.”

All’interno l’aula si compone di due navate, l’altare maggiore gotico è quello a portelle un tempo parte della chiesa di Sant’Egidio. Interessanti sono le opere contemporanee di due importanti artisti altoatesini: Karl Grasser autore dell’altare marmoreo e Robert Scherer che realizzò la vetrata policroma 

La Chiesa romanica di Sant’Egidio sorge come una chiesa rupestre sul pendio del Monte Sole in Val Venosta. Le pareti interne sono decorate con affreschi del XIII e XV secolo, mentre all’esterno una grande immagine di San Cristoforo, realizzata attorno al 1330, orna la facciata meridionale. La torre campanaria risale al XIV secolo e fu realizzata in occasione dei lavori di ampliamento della chiesa romanica.
Già in tempi remoti l’uomo iniziò a stabilirsi in questa posizione strategica con vista su tutta la valle. La presenza di popoli antichi è testimoniata anche dal ritrovamento di resti di un insediamento preistorico nelle immediate vicinanze, chiamato dagli abitanti del posto “Schatzknott”.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Il paese di Montagna e Castel d’Enna

Montagna è un comune di 1.751 abitanti il cui toponimo è attestato come Montana nel 1215, come Montagna nel 1234 e come villa Muntagne nel 1307. Esso deriva dal latino muntanea, ossia “di monte”. Nel 1435 l’insediamento fu chiamato invece Montæny. Il paese merita di essere visitato per le strutture preistoriche e per le antiche vestigia altomedievali e medievali: Castelfeder infatti è un insediamento preistorico e romano su una collina di porfido, strategicamente importante, che costituisce una cupola spaziosa a struttura multipla. Ci sono poi: il “Castello superiore” (in tedesco Oberburg, che sorge a circa 190 metri sul fondovalle ed è situato a 405 metri sul livello del mare), la chiesa di Pinzano (Pinzon) che come altare può vantare il trittico del Maestro Hans Klocker da Bressanone,  e infine Castel d’Enna Schloss Enn. 

Infine non fa male ricordare che nella frazione comunale di Gleno risiedette Ettore Tolomei (1865-1952), il senatore nazionalista italiano massimo artefice dell’italianizzazione della toponomastica germanofona del Tirolo meridionale a seguito dell’annessione all’Italia. Egli riposa nel locale cimitero: dagli anni sessanta in poi la sua tomba venne ripetutamente fatta oggetto di atti vandalici da parte dei gruppi irredentisti locali (quali il Befreiungsausschuss Südtirol) ed è pertanto sorvegliata costantemente dalle forze dell’ordine.

Lo stemma del paese raffigura un leone d’argento e gli artigli d’oro, su sfondo azzurro: “D’azzurro, al leopardo illeonito d’argento, con le branche d’oro”. Adottato dal comune di Montagna nel 1967 esso era l’insegna dei Signori di Enn.  

Svettante sul comune di Montagna si erge dunque il magnifico Castel d’Enna. Il castello sorse attorno al XII secolo come castello-recinto, contenente verosimilmente un palazzo baronale.Costruito dalla famiglia d’Enna, venne da loro utilizzato come residenza. A causa però dell’espulsione di questa famiglia da parte del conte Mainardo II, il castello passò in mano a diversi proprietari e negli anni vennero eseguiti diversi lavori di ristrutturazione.

All’inizio del XVI secolo apparteneva a Blasius Anich, giudice distrettuale di Egna, e fu modificato su imposizione diretta dell’imperatore Massimiliano. Queste modifiche riguardavano il portone interno, la cappella, gli angoli dei fabbricanti, alcune stanze interne e le pareti dei locali (che ricevettero un rivestimento ligneo). Inoltre fu anche rifatta la sala grande, mantenutasi inalterata fino ad oggi.

Nel 1648 il Castel d’Enna venne infine venduto al veneziano Pietro Albrizzi, e nel 1880 i suoi successori si occuparono della sua totale ristrutturazione. Solamente nel 1880 l’edificio fu sottoposto ad un profondo restauro in stile neogotico, su progetto dell’architetto Otto Schmid. Questi lavori cambiarono molto l’aspetto dell’edificio, aggiungendo alcune torrette, erker, guglie, pinnacoli, abbaini, la cinta esterna e il mastio. La famiglia Zenobio Albrizzi ne è a tutt’oggi proprietaria. Il castello possiede un importante archivio storico, risalente al Quattrocento, che oggi si trova parzialmente depositato presso il Palazzo Albrizzi in Venezia. 

Il Castel d’Enna venne anche utilizzato in passato come tribunale e nelle sue segrete venivano torturati i prigionieri. I loro gemiti e i loro lamenti si sentivano fino al paese e per questo motivo vi sono alcune leggende legate a queste rovine. Per esempio si dice che nell’XI secolo tre cavalieri fossero stati imprigionati per aver ucciso con perfidia il Conte Enrico di Appiano. Vennero quindi duramente condannati ed espiarono al tempo la loro azione. Tuttavia sembra che anche dopo la morte non abbiano trovato pace perché si dice che i loro spiriti vaghino ancora nel castello in attesa della loro redenzione.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Le vergini savie e le vergini stolte fra le rovine di Castell’Appiano

Nella piccola cappella romanica di Castell’Appiano è possibile avere un saggio della moda degli abiti e delle acconciature delle nobildonne medievali. Osservando infatti le cinque vergini stolte noteremo le lunghe trecce, le ampie maniche, i corpetti attillati. 

Si tratta di una delle più importanti costruzioni difensive medievali dell’Alto Adige. Il suo nucleo più antico, costituito dall’alta torre pentagonale, la corte e il palazzo, la cappella ed edifici minori. La fortezza medievale fu costruita per volere del conte Ulrico II di Appiano come castello di offensiva. La prima menzione documentale certa del maniero risale pero al 1211 “In castro de Epan”.

La precedente sede dei conti d’Appiano era situata nelle vicinanze del paese di San Paolo-Appiano. Le ragioni del trasferimento risiederebbero nella poca sicurezza garantita dal vecchio castello, dal momento che era in corso il conflitto con i conti di Tirolo. Conflitto dal quale i conti di Appiano alla fine uscirono sconfitti.

Nel 1315 il maniero passò ai Tirolo che ne investirono poi diverse famiglie. Esso formava, assieme ad Altenburg, un proprio distretto giudiziale, testimoniato nel 1490 “Alltenburg und Hocheppan”e di cui rimane uno statuto redatto nel 1650 “Verfasste ordnung im gericht Hocheppan”. Dal 1911 il castello, caduto ormai in rovina, appartiene ai conti Enzenberg, che ne hanno anche curato il consolidamento nei punti più a rischio. Dal 2016, fa parte del patrimonio del Comune di Appiano. Attualmente le rovine appaiono consolidate e sono anche state in parte oggetto di restauri. Negli spazi interni, ormai all’aperto, si trova un punto di ristoro, presso il quale si possono anche ottenere le chiavi della cappella romanica del castello, tuttora ben conservata.

L’accesso al castello è guardato verso nord da una complessa serie di corpi di difesa e da torri di guardia risalenti al tardo medioevo. Le caratteristiche di queste le fanno risalire in massima parte al XVI secolo. Al di fuori della cinta muraria propriamente detta, una torre a pianta semicircolare, aperta verso l’interno, è stata costruita in modo da poter ospitare armi da fuoco. Abbastanza conservato è il palazzo, mentre su tutto domina l’alto mastio pentagonale. Una forma assai rara per il Tirolo. 

Ma ciò che rende unico questo maniero è la sua cappella istoriata che merita la salita fino al castello. Si tratta della cappella istoriata. La cappella, consacrata nel 1131, è molto semplice, a pianta rettangolare e con tre absidiole. La decorazione esterna è costituita da un affresco mal ridotto di un San Cristoforo e da una scena di caccia. Gli affreschi romanici dell’interno, degli inizi del Duecento, illustrano la Vita di Cristo, dall’Annunciazione alla scena delle Pie donne al sepolcro.

Le absidi sono tre e sono state ricavate nello spessore murario del lato est. L’accesso è laterale. Nel catino dell’absidiola centrale è raffigurata la Vergine con il Bambino e, sotto di lei, le Vergini sagge e le Vergini folli; nell’absidiola di sinistra, l’Agnello fra i due san Giovanni; in quella di destra, Cristo fra i santi Pietro e Paolo. La scena delle dieci vergini racconta il cuore della parabola matteana.

Gli affreschi della cappella sono tra i meglio conservati del Tirolo. Le pareti esterne conservano parti di affreschi che sembrano ricordare la leggenda del re Teodorico, la cui anima si perse cacciando un cervo. All’interno scene del nuovo e del vecchio testamento; l’abside espone il ciclo delle vergini sagge e delle vergini stolte. L’insieme è molto suggestivo.

Le cinque vergini sagge, reverenti a capo chino, in abito monacale e con il capo aureolato e velato, procedono in processione e ostendono i calici con l’olio della lampada tra le mani velate in segno di rispetto. Ad accoglierle sulla porta di casa è lo Sposo-Gesù che le benedice e le fa entrare nel suo Regno. Molto diversa è la scena delle vergini stolte. Esse bussano alla porta di casa dello sposo con i corni vuoti dell’olio e mostrano tutta la loro delusione per la mancata accoglienza. 

La postura e l’abbigliamento delle cinque ragazze sono un episodio famoso nella storia dell’arte. 

In un contesto sacro è descritta la moda femminile del Duecento: gli abiti stretti in vita, le lunghe maniche, i copricapi, i mantelli, le lunghissime trecce che elaborano la capigliatura. Le vergini stolte sono così rappresentate come un gruppo di ragazze mondane, fatue e civettuole dell’epoca medievale.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Palazzo Menz, un gioiello storico e artistico nel centro di Bolzano

Palazzo Menz è situato nel cuore di Bolzano. È uno degli edifici più significativi della città, testimone di secoli di storia e trasformazioni culturali. La sua architettura e le decorazioni interne riflettono l’evoluzione del gusto e delle influenze artistiche che hanno attraversato la regione nel XVIII secolo.

L’edificio originario risale al periodo tra il 1666 e il 1682, quando la famiglia Wettin-Rafenstein decise di demolire le case preesistenti per costruire una residenza di prestigio. Il progetto prevedeva un grande salone a doppia altezza e una facciata caratterizzata da erker con affaccio su via della Mostra. Nel 1753, il palazzo fu acquisito da Georg Paul Menz, un mercante di tessuti di origine tedesca, che ne commissionò una ristrutturazione significativa.

A partire dal 1771 l’artista Karl Henrici (Schweidnitz 1737 – Bolzano 1823) fu incaricato di decorare gli interni del palazzo. Henrici aveva studiato a Venezia e a Verona era stato allievo del Cignaroli. Frescante molto stimato nella zona di Bolzano era richiestissimo sia dai nobili che dal clero. A palazzo Menz egli realizzò affreschi che trasformarono il salone principale in un’opera d’arte di gusto veneziano. Il soffitto fu ornato con il “Trionfo dell’Amore”, mentre le pareti furono decorate con scene di una festa in maschera ambientata in un giardino, creando un effetto trompe l’œil che dava l’illusione di un ambiente esterno. La vicina “sala cinese” presentava invece decorazioni ispirate all’Oriente, con paesaggi esotici e motivi orientaleggianti.

Nel 1784, Anton Melchior von Menz organizzò a Palazzo Menz una serie di rappresentazioni teatrali durante il Carnevale, portando in scena opere italiane con libretti in tedesco. Questi eventi divennero un appuntamento culturale di rilievo per la città, attirando l’élite locale e straniera.

Nel corso dei secoli, il palazzo subì diverse trasformazioni. Nel 1952, fu acquistato dalla Banca Commerciale Italiana, che nel 1971-72 avviò un restauro volto a valorizzare le caratteristiche storiche e artistiche dell’edificio. Tra il 1996 e il 1999, un ulteriore intervento ha restituito al pubblico la bellezza originale degli affreschi, consentendo ai visitatori di ammirare questo tesoro artistico.

Autrice: Rosanna Pruccoli

La Chiesa di San Giovanni Battista nata su un sacello di epoca carolingia

Eretta nel XIII secolo, la Chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista a Lasa prese posto sulle fondamenta di un antico sacello di epoca carolingia. Il dato è stato scoperto durante i lavori di restauro della chiesa nel 1974, quando sotto la chiesa in marmo, costruita intorno al 1220/1230, sono stati rinvenuti i resti della chiesa precedente.

La sua pianta si dipanava sotto l’attuale abside. Attraverso uno scavo parziale, è stato possibile riconoscere le fondamenta del piccolo sacello ad aula. Queste fondamenta risalgono molto probabilmente al IX secolo, come dimostra il ritrovamento di un frammento di marmo, una testa, databile al V o al VI secolo. I manufatti erano inseriti nel lato dell’arco di trionfo che precedeva l’abside. Intorno al 1200 o poco più tardi, al posto della chiesa carolingia fu costruita la cosiddetta chiesa di marmo. Durante la guerra d’Engadina, nel 1499 la chiesa romanica fu incendiata. Dalle sue ceneri, nel 1504 circa, sorse una chiesa gotica intitolata a san Giovanni Battista. La chiesa fu consacrata dal vescovo ausiliare e vicario generale di Coira, Stephan Tschuggli. La relazione della visita pastorale avvenuta nel 1638 da parte del vescovo Giovanni VI Flugi di Aspermont descrive: “La chiesa parrocchiale di San Giovanni a Lasa è un luogo di culto molto bello, la chiesa ha una volta continua, ha un organo particolarmente degno di nota fuori dal coro, sul lato del Vangelo, così come tre altari, poi un tabernacolo sul lato del Vangelo; l’ostensorio di rame è dorato e ha un vetro rotto. Sul lato dell’epistola, sopra la porta della sacrestia, si trova un pulpito in pietra. La torre è alta e appuntita e ha un orologio. Questa chiesa fu consacrata di recente nel 1416 da Corrado vescovo ausiliario di Trento e nel 1502 da Stefano di Coira, insieme alla chiesa di San Marco Evangelista, dove consacrò due altari nel coro”.
Nel 1758/1759 l’abside romanica fu demolita e rimasero solo i muri di fondazione. Al suo posto fu costruito un coro esagonale, utilizzando gran parte del materiale dell’abside, che ne facilitò notevolmente la successiva ricostruzione. Quando la chiesa fu ricostruita nel 1849, il coro fu chiuso con un muro e da allora fu utilizzato come sacrestia. Nel 1930, l’ufficio delle belle arti di Trento fece ridurre la capriata del tetto della sacrestia per esporre nuovamente la parete del timpano orientale. La chiesa fu risparmiata dai grandi incendi del 1763 e del 1861, anche se il campanile e il tetto della sacrestia furono distrutti nel 1861.
Oggi sono visibili le parti originarie d’epoca medievale e romanica come la torre e il lato restaurato dell’abside. L’abside romanica, suddivisa in ordini sottolineati da teorie di archetti ciechi, mostra decorazioni ad intreccio, a foglie d’acanto spinose. Figure antropomorfe dal ruolo apotropaico si fronteggiano e si accostano alla figura del leone e del drago. Splendidi esempi di scultura romanica probabilmente degli stessi maestri comacini che lavorarono in altre chiese e ai portentosi portali di Castel Tirolo. All’interno oltre ad un pavimento di candido marmo di Lasa si snoda la navata unica a volta a botte, ampia e luminosa in stile storicista. L’altare maggiore e i due laterali nelle tonalità del rosa e del bianco sono in stile barocco. La pala dell’altare maggiore raffigura San Giovanni Battista intento a battezzare Gesù. La pala dell’altare laterale raffigura Pietà. La chiesa può contare su un organo realizzato nell’ottocento.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Trafoi: la chiesetta, la parrocchiale e la casa natale di Gustav Thöni

Trafoi è una frazione del comune di Stelvio, in Alta val Venosta, a 1.570 m s.l.m. lungo la strada che da Prato allo Stelvio sale al passo dello Stelvio. La strada, voluta dall’imperatore Francesco II d’Asburgo fu costruita fra il 1820 e il 1825. Quest’anno ricorrono infatti i 200 anni dalla sua realizzazione. Il toponimo Trafoi fu menzionato per la prima volta nel 1304. E fu a partire dal 1520 che il luogo iniziò ad essere antropizzato. Fu la chiesetta delle Tre Fontane Sacre a dare avvia alla zona. Il santuario mariano delle Tre Fontane Sacre, sito a 1.607 m di altitudine fu eretto nel 1229 e restaurato tra il 1701 e il 1702, per custodire le tre sorgenti che pare abbiano proprietà curative. L’immagine della Madonna che solitamente è custodita nella chiesetta, ogni anno, durante l’inverno viene trasportata in solenne processione alla parrocchiale di Trafoi, dove rimane esposta fino a Pentecoste. La Parrocchiale della Visitazione è a sua volta una chiesa interessante. Ricostruita nel 1903 in stile neogotico e cinta dal cimitero, al suo interno, mostra una navata unica che si sviluppa in senso longitudinale fino a culminare nel ligneo altare maggiore di gusto neogotico. Su lato nord si sviluppa il pulpito laterale. Le vetrate sono colorate e rappresentano numerosi santi. Sotto ad ogni vetrata appare il nome degli offerenti.  

A Trafoi ha sede la casa del parco Nazionale dello Stelvio chiamata “Naturatrafoi”, dove un percorso didattico racconta la geologia, la fauna e la flora del Parco nazionale dello Stelvio. Domina il paesaggio lo splendido massiccio dell’Ortles la vetta raggiunge i 3.902 di altitudine. Fu scalato per la prima volta nel 1804, su pressione dell’arciduca Giovanni d’Austria che aveva promesso una cospicua ricompensa a chi sarebbe riuscito a scalare la vetta il 26 settembre il cacciatore di camosci della Val Passiria, Joseph Pichler detto Pseiser Josele riuscì nell’impresa. 

A partire dal XIX secolo Trafoi divenne sempre più una metà turistica, ospitando anche personaggi illustri come Sigmund Freud che vi soggiornò nel 1898. Il periodo della Prima guerra mondiale per il paese che si trovava lungo la cresta di confine si trasformò in un vero e proprio dramma. Tra le due guerre ci fu un ritorno del turismo, soprattutto italiano. 

Trafoi è anche il paese natale di Gustav Thöni, il campione azzurro di sci che qui, con la sua famiglia, gestisce un albergo, un angolo di armonia e tranquillità che nel suo cuore custodisce il piccolo museo delle medaglie, gli sci, le coppe le maglie e tutto ciò che narra la storia-leggenda di questo sciatore prodigioso e indimenticabile.

Autrice: Rosanna Pruccoli