Cesare Maggi, il pittore della neve

Nella mostra in cui si celebra i grandi pittori austriaci Alfons Walde e Max von Esterle e i loro paesaggi innevati non poteva mancare un dialogo con i pittori che si cimentarono nella difficile resa della neve e degli effetti della luce sulla neve che vissero e operarono a Nord e a Sud delle Alpi. 

Primo fra tutti merita di essere conosciuto il torinese Cesare Maggi, che è rappresentato in mostra da un trittico composto da tre tele intitolate: “Mattino d’inverno” (1908), “Neve” (1909), “Nevicata” (1911) e proveniente dal Museo del Paesaggio di Verbania.

Classe 1881 inizia a dipingere fin da bambino, a 17 anni Maggi fu allievo del famoso ritrattista livornese di origine ebraica Vittorio Corcos a Firenze. Sono gli anni in cui Corcos rientra dal suo periodo Parigino ma continua ad esporre al Salon. Successivamente Maggi frequentò lo studio del ritrattista, paesaggista e pittore di genere Gaetano Esposito a Napoli. Una formazione precoce questa, che lo portò a un esordio quasi da enfant prodige quando, appena maggiorenne, la Società delle Belle Arti di Firenze ammise una sua opera all’Esposizione Annuale. 

Nel 1899 fu quindi la volta del viaggio a Parigi, all’epoca il centro europeo dell’arte. Qui lavorò presso il paesaggista e pittore di genere Fernand Cormon. Parigi in quegli anni era la città prescelta dal folto gruppo dei divisionisti, fu qui quindi che ebbe modo si approfondire questa tecnica.  

Ma fu la pittura di Giovanni Segantini, quella della svolta del 1886 divisionista e simbolista a far breccia nella personalità di Maggi e a guidarlo nella sua futura produzione e nella scelta della sua tecnica artistica. Nel 1900 Maggi si recò a Maloja dove si dedicò ai paesaggi alpini engadinesi e valdostani e la tecnica cara a Segantini, il divisionismo. Grazie alla collaborazione commerciale con Alberto Grubicy fino al 1913, il Maggi si impone rapidamente tra i maggiori rappresentanti del secondo divisionismo in Italia con un repertorio di paesaggi di montagna, indagati perlopiù negli aspetti di percezione visiva della rifrazione della luce e del colore, ma privi della profonda spiritualità dell’opera segantiniana. 

Due furono i punti fondanti dell’affermazione di Cesare Maggi quale pittore della montagna: da un lato il suo trasferimento a Torino, sede ottimale per l’approccio al paesaggio alpino, dall’altro proprio la collaborazione con la galleria d’arte di Alberto Grubicy de Dragon, mediatore di chiara fama, e una delle voci più autorevoli del panorama artistico dell’epoca. Che inoltre aveva in esclusiva la rappresentanza delle opere di Segantini. Fu proprio per suo tramite che Cesare Maggi riuscì a far conoscere la propria opera e ad imporsi con il soprannome di “pittore della montagna” con il quale verrà conosciuto anche negli anni successivi.

Promotore, esponente e fulcro della corrente detta “Secondo Divisionismo”, le sue opere condividevano con la produzione Segantiniana la ricerca del colore e la percezione personale del paesaggio, discostandosene tuttavia per una più approfondita indagine sulla rifrazione della luce, che Maggi mostra di privilegiare rispetto alla ricerca della spiritualità che era stata trait d’union delle opere di Segantini.

Nel “Secondo Divisionismo” Cesare Maggi incontrò la sua tecnica espressiva più profonda e distintiva, 

Prese parte a numerose esposizioni italiane e estere e nel 1912  partecipò alla Biennale di Venezia dove ebbe l’onore di una sala interamente a lui dedicata. Pur prediligendo ancora le vedute d’alta montagna, ampliò i propri soggetti impegnandosi anche nelle marine e nelle nature morte, utilizzando una tecnica che con accenti divisionisti accostava una stesura ad impasto e a larghi tocchi di colore, risentendo tra il 1920 e il 1930 anche dell’influenza del movimento artistico Novecento. Nella fase tarda ritornò ad un naturalismo più illustrativo. Il 1935 vide la nomina a insegnante alla Cattedra di Pittura presso l’Accademia Albertina, carica che mantenne fino al 1951. Dieci anni più tardi, nel 1961 Cesare Maggi morì a Torino.

Autrice: Rosanna Pruccoli