La nascita della Casa Russa grazie a Nadezda Ivanovna Borodina

Nelle mensili “Fremdenlisten” di Merano comparivano sempre più numerosi i cognomi russi di liberi professionisti ed industriali che, in forza dell’ingente sviluppo economico che la Russia stava vivendo, amavano trascorrere all’estero le proprie vacanze. Coglievano così anche l’opportunità di incontrare nei parchi, ai caffè o nelle sale da gioco i finanzieri e gli imprenditori di tutta Europa e stringere nuove ed importanti relazioni o alleanze economiche.

Frattanto a Merano vi era stato un rapido sviluppo delle ferrovie che, in capo a pochi anni dopo l’apertura della linea Bolzano-Merano, avvenuta nel 1881, permise un collegamento diretto fra Merano e San Pietroburgo.
Ciò aveva determinato un afflusso ancor più cospicuo di turisti ed ospiti di cura russi. Anche l’alta aristocrazia frequentava la nostra città, giungendo numerosa con il proprio entourage e con la propria servitù al seguito.

Era generalmente l’inverno la stagione che spingeva i nobili russi a varcare i confini della propria patria per cercare condizioni climatiche favorevoli nei luoghi di villeggiatura più alla moda.
A partire dal 1884 su interessamento anche dell’Azienda di cura e soggiorno, le funzioni di rito ortodosso ebbero luogo a Villa Stefanie, anche se l’esigenza di una chiesa aveva spinto il “Comitato” a raccogliere fondi per la sua costruzione fin dal 1880.
Ai membri del Comitato spettò anche il difficile compito di cercare un sacerdote disposto a trasferirsi in città anche solo per una parte dell’anno. Scelsero padre Feofil Kardasevic di Irom nei pressi di Budapest. Egli dotò la chiesa provvisoria di Villa Stefanie degli arredi sacri, la consacrò e ne redasse lo statuto che fu presentato all’assemblea della Comunità nel gennaio 1885.
La chiesa si manteneva con le offerte e la beneficenza di tutti gli ortodossi che vivevano o soggiornavano a Merano. Nel luglio successivo il Santo Sinodo ortodosso accordò con un editto alla chiesa di Irom di celebrare messe nella nostra città.

Determinante per l’allestimento delle strutture della Comunità russo-ortodossa e per la costruzione della “Casa Russa”, fu il lascito di centomila rubli di una giovane donna morta di tubercolosi: Nadezda Ivanovna Borodina. Nadezda, figlia di un funzionario di corte dello zar Nicola I, era giunta in città nel tentativo di alleviare i propri dolori ma, aggravatasi, morì a trentasette anni nel 1889.

Nel suo testamento indicò con precisione che la somma doveva essere impiegata per costruire un pensionato per correligionari non abbienti e malati di tubercolosi e per la costruzione di una chiesa ortodossa dedicata a San Nicola Taumaturgo.

Redattrice: Rosanna Pruccoli

La nascita della comunità russo – ortodossa nella città termale


Fin dagli esordi della Merano città di cura, la clientela russa vi giunse copiosa spinta dalla ricerca del tepore primaverile e autunnale e del “sole caldo del sud”. Fra i numerosi villeggianti e convalescenti non mancavano i medici in viaggio per cercare nuove cure da sperimentare oppure per far conoscere i propri rimedi, fra cui il dottor Levsin, un russo.

Il dottor Levsin, inventore del Kumys, ossia il siero di latte di cavalla, fermentato, frizzante ed alcolico, fu uno tra i primi ad arrivare in riva al Passirio. Giunto in città per un periodo di villeggiatura, aveva ceduto la propria ricetta di questa bevanda a due farmacie meranesi. Qui infatti non si conosceva ancora questa cura, né le sue proprietà terapeutiche contro malattie come lo scorbuto, l’anemia ed altri disturbi del ricambio sanguigno. Levsin morì però a Monte San Giuseppe nel 1874 e fu sepolto nel cimitero evangelico di Merano. 

Un altro medico che si era nel frattempo stabilito in città, Michael von Messing, di origine russo-tedesca, si era subito impegnato nella ricerca e nell’ulteriore sviluppo della cura del siero di latte di cavalla. Nel 1874 sul “Meraner Kurzeitung” era apparso un suo articolo sui benefici del kumys, inventato appunto dal compianto compatriota. 

Non furono pochi nemmeno i cittadini russi che decisero poi di stabilirsi in città, tanto che a partire dal 1875 essi fondarono il “Comitato russo”. Si trattava di un’associazione privata fondata da cittadini russi, facoltosi e di religione ortodossa. Il Comitato si manteneva con le offerte e la beneficenza degli stessi soci e aveva come scopo l’aiuto e il soccorso di tutti quei correligionari che si trovavano in difficoltà economica, e permettere ai meno abbienti, malati di tubercolosi, di trascorrere a Merano lunghi periodi di convalescenza.

Allo scopo era necessario fondare un pensionato, dove accogliere i correligionari che non fossero allo stadio terminale della malattia, ed offrir loro le migliori condizioni di vita sia sul piano sociale che religioso e, perché no, dove la cucina fosse quella tradizionale russa. 

Fra i primi passi avanzati dai membri del Comitato ci fu quello di richiedere al governo austriaco il permesso per la fondazione della Comunità e soprattutto l’autorizzazione per costruire una chiesa ortodossa in città. Contemporaneamente dovettero assicurarsi il consenso del metropolita di San Pietroburgo, Isidoro, sovrintendente alle chiese ortodosse all’estero e ricevere il suo permesso di costruire una chiesa e celebrare messe a Merano. 

La formazione di una Comunità significava adempiere a tutta una serie di esigenze anche burocratiche, da assolvere sia nei confronti della propria nazione d’origine, sia con il comune e la nazione ospitante; bisognava insomma attenersi a due legislazioni e render conto ad entrambe in ogni momento. Aprire ad esempio un pensionato per malati non abbienti significava anche provvedere alla loro sepoltura poiché né loro né i loro parenti avrebbero potuto sostenere le costose spese del rimpatrio della salma, come invece avveniva in genere per i benestanti e l’aristocrazia. 

La preoccupazione di trovare quindi un cimitero dove offrir degna sepoltura ai propri compatrioti non era un problema da poco vista l’impossibilità di condividere il cimitero cattolico che, per tradizione, non prevedeva una mescolanza di tombe nemmeno se cristiane. Fu invece il cimitero evangelico a condividere con la Comunità russo-ortodossa e con quella anglicana gli spazi per le tombe e i monumenti funebri.

Autrice: Rosanna Pruccoli

La Chiesa evangelica del Salvatore sulle Passeggiate Lungo Passirio


Il 7 febbraio 1876 il governo viennese concedeva il permesso di dar vita a una Comunità evangelica a Merano e costruire una vera e propria chiesa. Ora spettava ai membri della Comunità realizzare questo sogno, iniziando col reperire fondi, sovvenzioni e dando vita ad una raccolta di offerte fra i residenti, gli ospiti di cura e i benefattori vicini e lontani. In capo a pochi anni la Comunità riuscì ad accumulare la considerevole cifra di 50.000 fiorini.

Un terreno, conveniente per il prezzo ma soprattutto per la posizione, fu reperito nella zona di espansione ottocentesca lungo l’allora Stephanie Promenade, molto vicino alla Gisela Promenade, il centro della mondanità cittadina. Il 20 gennaio 1882 fu indetta una gara per il progetto rivolta agli architetti tedeschi ed austriaci. Fra le caratteristiche imprescindibili, volute dalla Comunità, c’era la considerazione che la chiesa sarebbe stata frequentata soprattutto da malati di tubercolosi e bisognava quindi facilitare gli ospiti nei movimenti, lasciare un ampio corridoio nella navata per le sedie a rotelle, evitare giochi di corrente d’aria, offrire sedili comodi e un pavimento caldo. I posti a sedere dovevano essere 250, mentre, a misura igienica, si richiedeva di lasciare uno spazio di un metro tra le bancate.

Per quanto riguardava invece l’aspetto esteriore dell’edificio, esso non doveva risultare fastoso. Alla Commissione giunsero ben dodici progetti e furono scelti i tre giudicati più interessanti. La Comunità decise poi di affidare i lavori al secondo classificato, l’architetto Johann Vollmer di Berlino, assistente di uno degli architetti più importanti di chiese evangeliche e a sua volta esperto di costruzioni sacre e profane. Per seguire in loco i lavori la Comunità cittadina caldeggiò il nome del capomastro Adolf Leyn, correligionario ed esperto del settore per aver lavorato alla costruzione di una chiesa ad Hannover e per aver costruito alcune ville private a Merano. Il 6 ottobre seguente si procedette alla cerimonia della posa della prima pietra e due anni dopo, il 13 dicembre 1885, la chiesa poté essere consacrata al Salvatore.

All’interno, la decorazione lignea a rilievo dell’altare e del pulpito fu affidata al noto Franz Xaver Pendl, che si occupò anche del corpo del Cristo in croce. La finestra nell’abside, che rappresenta Gesù come il buon pastore fu realizzata insieme alle finestre della navata sud nel 1885 da una bottega di Monaco di Baviera. Il fonte battesimale di marmo policromo con foggia neogotica, dono dell’imperatore tedesco Guglielmo I, aveva trovato posto in posizione privilegiata proprio davanti l’altare. Sulla facciata, subito sopra l’ingresso mancava la figura del Cristo benedicente, ma il bozzetto realizzato dallo scultore Fuchs non piacque e l’idea di affidare l’opera ad Emanuel Pendl non trovava risposta nei conteggi finanziari e si decise quindi di rimandare. Certo l’attesa non fu brevissima: passarono infatti dieci anni, quando nel febbraio del 1896 si commissionò una statua di un Cristo benedicente, sul modello di quello più famoso del Thorwaldsen, alla società della cava di Lasa, che consegnò il pezzo nella primavera del 1897.

La difficile nascita della comunità evangelica in riva al Passirio

La nascita di una chiesa e di una comunità evangelica fu notevolmente osteggiata dalla popolazione cittadina. I numerosi turisti e ospiti di cura di religione protestante desideravano invece poter celebrare anche a Merano le proprie cerimonie religiose. Fu il re prussiano Federico Guglielmo IV che, giunto in città nel 1857 per un periodo di cure, fece celebrare la prima funzione evangelica dal suo cappellano di corte, nel giardino d’inverno di Castel Rottenstein a Maia Alta, dove soggiornava con il suo seguito.

In quell’occasione il re acconsentì a che tutti i correligionari presenti in città e nei dintorni partecipassero al rito. Da questo evento in poi, ogni volta che in città giungeva un pastore i turisti evangelici si radunavano presso le abitazioni private per celebrare una funzione. Nel frattempo, con grave disappunto del clero e del partito conservatore, l’8 aprile 1861 il governo viennese emanò la Patente dei protestanti che sanciva l’equiparazione della Chiesa evangelica.

Nel 1861 il tenente prussiano von Tschirsky, in vacanza a Merano, acquistò e donò alla piccola comunità evangelica residente a Merano, una casa ubicata in vicolo Haller, nell’antico quartiere di Steinach.  Ne fu realizzata una cappella, che nei giorni feriali fungeva anche da scuola per i bambini di fede evangelica e un piccolo appartamento per il pastore. Le forze politiche cittadine di maggioranza si erano opposte strenuamente alla trasformazione di quell’edificio in struttura comunitaria evangelica, ma grazie al sindaco Putz e del partito liberale la Comunità evangelica poté avere anche il proprio cimitero posto dietro la chiesa di Santo Spirito, vicino a quello cattolico e, a partire dal 1872, vicino a quello ebraico. A partire dagli anni Settanta si ebbe un pastore residente. Trasferitosi in città con la moglie, il pastore Karl Richter si curò della Comunità per ben ventiquattro anni, fino alla fine dei suoi giorni. Nel 1866, intanto, il partito conservatore era riuscito a far accettare all’imperatore l’emanazione di una legge regionale con la quale si stabiliva fra l’altro che per la fondazione di una Comunità evangelica nel territorio tirolese fosse necessaria l’approvazione della Dieta regionale. Il pastore Richter non si arrese e presentò una petizione e l’anno seguente chiese udienza all’imperatore che in quel periodo soggiornava proprio a Merano. Finalmente nel 1875 giunse da Vienna la decisione che la legge regionale tirolese non poteva impedire la formazione di una Comunità evangelica. Il decreto del ministro del culto che confermava la fondazione delle Comunità evangelica sia a Merano che a Innsbruck mandò in frantumi la pretesa unità confessionale. Tale conferma al palazzo regionale di Innsbruck venne accolta con una vera e propria sollevazione: la maggioranza dei membri, i rappresentanti cioè del clero e del partito conservatore, lasciarono la seduta in segno di protesta. La reazione imperiale fu di sciogliere immediatamente la Dieta tirolese che fu riaperta solo l’anno seguente e in seguito a nuove elezioni. Così, ben quindici anni dopo la sua emanazione, la Patente trovò applicazione anche in Tirolo.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Quando passeggiare per la città era regolato da norme severe

A Merano presto si sottopose il passeggio a regole ben precise stilate in una Promenade Ordnung, e si pose un guardiano a controllo e a tutela. In primis l’ordinamento imponeva l’abito da passeggio e “vietava” alle signore di indossare abiti con lo strascico o comunque lunghi fino a terra. Indicava anche la misura dell’orlo ammessa e cioè appena sopra il tacco, per evitare di sollevare nocive nuvole di polvere.

Nel XVIII secolo lo sviluppo e la larga diffusione delle cure con le acque oligominerali avevano soppiantato i bagni, di lontana origine medievale. A questo nuovo sistema terapeutico andavano poi connesse salutari passeggiate all’aria aperta, la ginnastica e il moto. 

All’inizio del XIX secolo le numerose ricerche mediche sull’efficacia delle cure termali, dei soggiorni in luoghi dall’aria salubre o dal clima secco, avevano fatto sì che si moltiplicassero i luoghi di cura, le città termali, e le stazioni climatiche. Sulla base delle nuove esigenze terapeutiche sorsero anche nuove strutture architettoniche e si svilupparono interi centri urbani. 

La gamma delle malattie e dei disturbi che inducevano l’aristocrazia a riversarsi nelle diverse città di cura era assai ampia. Il folto popolo dei turisti di cura era composto dalle prime vittime del logorio della vita moderna, i convalescenti, i sedentari come gli studiosi o gli impiegati, i malati di petto al primo o al secondo stadio della malattia, i sofferenti di mal sottile, coloro che accusavano disturbi all’apparato digerente, chi accusava disfunzioni del ricambio,i malati di idropisia, gli stitici, gli obesi, i rachitici e molti altri ancora. Le città di cura per essere tali necessitavano però di una serie di strutture anche effimere per le cure , lo svago e la ricreazione turistica. 

Comparvero così le “Wandelhallen”, colonnati cioè, sotto i quali passeggiare, all’aperto ma al riparo dalle intemperie o dai violenti raggi del sole; i padiglioni dove far zampillare l’acqua minerale, le cosiddette “Brunnenhäuser”, per consentire ad ognuno di servirsi, chiamate anche “Trinkhalle”, come nel caso di Baden Baden. 

Si moltiplicavano gli spazi di incontro si moltiplicavano per rendere sempre più piacevole il soggiorno e la cura, quindi nacquero i viali alberati, i giardini e soprattutto i parchi anzi, il “Kurpark”. In queste città, piccole o grandi, ma sicuramente alla moda, aristocratici e classi emergenti si davano appuntamento per un periodo, oltre che di cura, di svago e divertimento. Così ogni luogo si doveva munire anche di questo genere di strutture. 

Si aprirono case da gioco, sale da ballo, padiglioni per concerti e teatri. Alle iniziali architetture effimere si sostituirono costruzioni polifunzionali stabili, ossia eleganti edifici dove far convivere sia la zona per le terapie che quella per i divertimenti:  sorgeva cioè il Kurhaus. 

Passeggiate, parchi e giardini comparivano come costanti nelle località di cura d’Europa.  Parchi, giardini, e soprattutto lunghe passeggiate diventavano strutture indispensabili per attirare un folto numero di villeggianti. A Merano dunque tutto ciò andava  strutturato per goderne appieno e per farne un punto di forza della città. Sull’esempio della lunga Esplanade lungo il fiume Traun di Bad Ischl e dei percorsi di Baden Baden, Karlstadt e altre, anche a Merano lungo il torrente Passirio si costruirono le Promenade. Si trattava di un’opera che sarebbe durata nel tempo con continui prolungamenti, nuovi percorsi da intrecciare ai precedenti e che dal lungo Passirio sarebbero avanzati sempre più, inerpicandosi dolcemente sulla collina del Küchelberg per costeggiare in posizione panoramica un lato del perimetro cittadino. I lavori per il primo nucleo di passeggiate, erano iniziati a seguito della riedificazione di possenti muraglioni ad argine del torrente subito dopo lo straripamento del Passirio del 1817. Sui cosiddetti “Wassermauer”, era stato tracciato un cammino. 

I lavori per l’ampliamento delle Promenade lungo il Passirio, iniziarono nel 1860. Il comune era proprietario del terreno ma lo aveva concesso in usufrutto all’Azienda di cura e soggiorno che avrebbe provveduto alle piante alle panchine e a qualunque altra forma di abbellimento. A tale scopo in seno all’Azienda fu istituita una apposita commissione che in seguito divenne la Gärtnerei, cioè la giardineria provvista di serre e giardinieri esperti.

I parchi, dove spesso si tenevano i concerti, divennero il luoghi abituali d’incontro di nobili e avventurieri. A Merano il passeggio fra parchi e giardini e soprattutto sulle Passeggiate fu presto sottoposto a regole ben precise stilate in una Promenade-Ordnung mentre un guardiano doveva controllarne il rispetto. In primis l’ordinamento chiedeva ai cittadini meranesi di lasciare il posto a sedere agli ospiti di cura e ai turisti nelle giornate di maggior affluenza. 

Alle signore invece vietava senza mezzi termini di indossare abiti privi di strascico e comunque non lunghi fino a terra per evitare di sollevare nuvole di polvere. Ai bambini era interdetto il correre. Ai signori era vietato fumare durante i concerti. Il passaggio era vietato a persone a cavallo, ma consentito alle carrozzine degli ospiti ancora deboli e convalescenti. 

Vietato era comprensibilmente strappare fiori e piante. I percorsi per le passeggiate non erano mai abbastanza e il sindaco Putz cercava di ampliare sempre più questo patrimonio cittadino. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Il concorso “la sposa d’Italia”: Tebe e Massimina protagoniste a Merano

Il concorso “la sposa d’Italia” vedeva giungere a Merano le diciotto finaliste che a Merano sarebbero selezionate per la vittoria, ma di loro solo una avrebbe vinto il concorso. Chi erano le donne che venivano segnalate per partecipare con le loro storie di vita al concorso? Nel 1958, ad esempio, si presentarono a Merano le diciotto vincitrici delle selezioni regionali e da subito i giornali fissarono la propria attenzione su due di quelle donne, narrandone ai lettori le loro due storie.

La prima protagonista si chiamava Massimina Lavarini in Borghetti e viveva a Borghetto all’Adige, a sud di Trento: “Spinge i traghetti lungo il fiume sostituendo nella fatica il marito, minato da una malattia contratta in guerra quando aveva combattuto in Africa”. 

Come troppo spesso accadde ai soldati che combatterono per l’Italia, non potendo contare su una documentazione adeguata perché dispersa, non poté mai usufruire di una pensione o di un indennizzo. 

Dopo aver cercato a lungo un lavoro, trovò un impiego totalmente inadatto alle sue condizioni fisiche: il traghettatore. Per anni spinse la pesante chiatta carica di passeggeri, carri e trattori ma un giorno la broncopolmonite lo costrinse per molti mesi a letto. 

Lo stipendio era però indispensabile per tirare avanti e Massimina decise di sostituire il marito, finendo però con l’ammalarsi anche lei. Guarito dalla polmonite, il marito riprese a lavorare sulla chiatta ma di lì a poco ebbe un infarto e nuovamente Massimina lo sostituì, ma vedendo che la donna piccola e gracile non ce la faceva, il Comune la esonerò: era la fame.

Ancora una volta Massimina seppe però trovare la forza di andare avanti, di guardare al futuro per se stessa, per il marito e per i figli: passò a fare le pulizie in un albergo e mantenne così la famiglia. 

La seconda protagonista si chiamava invece Tebe Dazzi in Ciardi e viveva a Camogli, nel Levante ligure. 

La sua odissea era legata a quella del marito alpino che, reduce dalla disastrosa guerra sul fronte italo-francese, era rientrato in Liguria con i piedi congelati. Richiamato nel 1942, fu mandato a Zara. Dopo l’8 settembre del ’43 si trovò fra due fuochi: i soldati nazisti da un lato, i partigiani di Tito dall’altro. 

Tebe, preoccupata per le sorti del giovane, decise di andarlo a cercare a Zara e, rischiando ogni momento la propria vita, lo trovò nascosto. Tebe camminò col marito sulle spalle per chilometri nei boschi onde evitare tanto i posti di blocco nazisti quanto i partigiani titini. Il marito la pregava di abbandonarlo e di mettersi in salvo ma Tebe proseguiva la sua strada col pesante fardello sulla schiena. 

Al rientro in Liguria all’uomo vennero amputate entrambe le gambe. 

“Tebe continua a prendere amorevolmente in braccio il marito per portarlo dal letto alla poltrona, dove scrive a macchina per guadagnarsi da vivere”.

Nel giorno clou v’era molta attesa per scoprire quali delle tante storie era stata scelta per il primo premio dalla severa giuria, insediata all’Hotel Bristol; alle 11, infatti, sarebbe stata proclamata la vincitrice ed in serata avrebbe avuto luogo un gran galà in onore delle premiate. 

Il quotidiano Alto Adige scriveva per i suoi lettori come, la sera prima, si fossero svolte le presentazioni delle singole storie e delle loro protagoniste: “Timide, impacciate, con un sorriso appena accennato, le partecipanti di questo concorso sono state presentate ieri sera sotto i fasci dei riflettori della Tv, dei cinegiornali, e i flash accecanti dei fotografi, alla giuria nazionale ed alla stampa. Le loro vicende sono lo specchio di migliaia e migliaia di casi nell’Italia del dopoguerra”.

Al gran galà presero parte coppie celebri, come ad esempio Federico Fellini e la Masina, per porgere alle spose un saluto augurale. Il giornale del 20 ottobre titolava: Eletta Tebe Ciardi che portò a spalle il marito da Zara a Fiume. Il secondo premio andò invece a Massimina di Borghetto.

Così Merano assistette a questo piccolo miracolo della ditta Necchi, che fu in grado coi suoi premi di ridare speranza a qualche famiglia che non aveva avuto né facilitazioni né sconti nello strano computo tenuto dal destino.

Autrice: Rosanna Pruccoli

L’officina di Galileo Chini a Merano

Incredibilmente ricca, varia e di successo fu l’intera vita di questo artista che frequentò con le sue opere le esposizioni Universali, la Biennale di Venezia, le esposizioni della Secessione di Roma, fu docente all’Accademia d’Arte e a quella di Architettura. Per i suoi lavori in ceramica venne premiato alle esposizioni internazionali di Bruxelles, di San Pietroburgo e di Saint Louis. 

Galileo Chini (Firenze 1873 – Firenze 1956) nacque e morì a Firenze ma questi due  dati non devono trarci in inganno! Galileo viaggiò moltissimo, fu capace imprenditore di sè stesso e frequentò senza posa e con enorme successo sia le Esposizioni Universali che le Biennali di Venezia. Fu sempre aperto alle influenze del suo tempo tanto da diventarne un colto, raffinato ed esperto interprete. Fu infatti influenzato dagli esiti artistici provenienti dall’Inghilterra, soprattutto quelle condotte dalle Arts and Crafts capeggiate da William Morrison, che voleva una riforma e una valorizzazione delle arti applicate, abolendo ogni confine tra arte e arte applicata prediligendo piuttosto una arte totale capace di esplicarsi in ogni ambito. 

Questi erano appunto anche gli intendimenti del Chini. Conobbe e fece sue le istanze preraffaellite descritte da John Ruskin e Dante Gabriele Rossetti. Non di meno subì il fascino di Klimt e della Secessione viennese ma non trascurabile fu il gusto esotico che egli sviluppò traendolo dalla sua personale esperienza biennale di lavoro in Tailandia. 

In Chini dunque si fondevano oriente e occidente, la tradizione medievale e rinascimentale con lo stile Liberty fino a spingersi all’Art Deco e negli ultimi anni della sua vita ad un espressionismo più cupo. Nel 1910 il re del Siam, Rama V, inviò in Italia Carlo Allegri, allora ingegnere capo presso il Ministero dei Lavori Pubblici del Siam, con l’incarico di trovare un pittore per la nuova Sala del Trono Ananta Samakhom di Bangkok: firmato il contratto a Firenze nel 1910 tra Galileo Chini e Carlo Allegri, nel 1911 l’artista si imbarcò a Genova, diretto in estremo Oriente. 

Chini affrescò la sala del trono presso il nuovo palazzo Ananta Samakhom e realizzò una serie di ritratti di Rama VI.

Nella centrale di Marlengo Galileo Chini firmò un insieme decorativo che si prendeva cura dell’intero rivestimento di piastrelle di ceramica di pavimenti e pareti, le lampade in vetro piombato, i supporti delle lampade stesse, le decorazioni Deco di arconi soffitti e archivolti. Sono figure geometriche quelle che si rincorrono e si allineano in più ordini. Occupano ogni spazio saturandolo delle tonalità calde con le quali sono dipinte.

Magnifici i due dipinti posti in pendant l’uno davanti all’altro. Il primo rappresenta una inarrestabile mandria di cavalli al galoppo, allegoria della forza dell’acqua capace di azionare i motori e produrre energia. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Aliza Mandel: la storia di un’artista e del suo peregrinare 

La sua fu una vita segnata dagli spostamenti continui, dai traslochi, dai nuovi inizi in nuovi ambienti, dai mutamenti di lingua, fede, usi e costumi, clima. Quindi una vita di paesaggio, colori, sapori. Una vita ricca di incontri, di esperienze, di narrazioni. Un vissuto che si riverbera nelle sue tele, nelle sue sculture, nella tavolozza dalle colorazioni che sono un inno alla vita e alle sue sfaccettature. 

Le Leggi razziali dell’ottobre 1938 la colsero a Merano undicenne, mentre frequentava la scuola, da cui fu espulsa. 

Seguirono anni di paura, in bilico fra spostamenti e soggiorni in luoghi protetti fino a quando il pericolo si faceva più pressante: Riva del Garda, Verona, Cortona. Sul finire della guerra l’incontro inaspettato con i soldati della Brigata Ebraica convinse lei, diciottenne, e sua sorella Erica a lasciare i genitori, decisi a rientrare a Merano, e ad unirsi invece ai giovani che l’Agenzia ebraica andava convogliando verso la Palestina ancora sotto il Mandato britannico. 

Dopo un periodo di addestramento in un campo vicino a Roma, furono imbarcate su una nave militare inglese: si trattava della seconda immigrazione legale verso la Palestina. Giunte al porto di Haifa, furono internate per la quarantena nel Campo inglese di Atlith, provvisto di guardie e filo spinato. Successivamente Aliza e sua sorella furono inviate al Kibbuz Degania Alef, sul Lago di Tiberiade. 

Nel 1948 a Gerusalemme frequentò l’Istituto Bezalel per le arti applicate e l’artigianato. Qui apprese lo stile nazionale che includeva tradizioni ebraico-orientali ed europee. Il 14 maggio 1948 Aliza fu fra i giovani che sfilarono durante le cerimonie di fondazione dello Stato di Israele proclamato da Ben Gurion. 

Dal 1949 al 1975, in solitaria, visse in numerosi luoghi, approfondendo la propria formazione. Fu a Venezia, Firenze, Stoccarda, dove frequentò le locali accademie alla ricerca dello stile davvero capace di rappresentarla. Nel 1959 approdò a New York. Qui visse nel quartiere residenziale di Manhattan chiamato “Viertes Reich” per la massiccia presenza di famiglie ebree tedesche. Frequentò la Brooklyn Museum Art School che la fece decidere di dedicarsi all’arte liturgica. Aprì infatti un suo studio di scultura, collaborando a numerosi importanti progetti con altrettanti architetti. Ma gli sposta – menti non erano finiti. Il periodo che trascorse a Santa Fe, dove visse fra il 1975 e il 1987, le donò quella felice capacità coloristico-tonale che contraddistingue le sue opere pittoriche. 

Nel 1990 ritornò a Merano, dove viveva ancora la madre Olga, e proseguì nella sua ricerca pittorica. Aliza morì nel 2007 e riposa nel Cimitero ebraico meranese accanto alla madre e ad alcuni parenti. Le opere scelte per la mostra “Women in Art. Pittrici a Merano fra Ottocento e Novecento” a Palais Mamming sono parte del suo viaggio. Tierra Roja è un dittico realizzato nel 1978 a Santa Fe e riesce a trasportarci nelle zone desertiche del New Mexico, dove la terra assume le colorazioni più diverse, trascolorando dal rosso all’ocra, passando per i bruni. Nell’ampio dipinto pare di potersi perdere alla ricerca di tranquillità, lontani dalle zone eccessivamente antropizzate. Sempre agli anni di permanenza a Santa Fe appartiene il dipinto Ichtios , realizzato nel 1985. Qui la riflessione spirituale si palesa sia nella tela che nel titolo, che infatti significa “Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore”.

Nel quadro tanto le tonalità e la luce intensa che vi si sprigiona quanto le forme geometriche consentono di alludere alla presenza di Gesù. Appartiene invece al periodo meranese Havel Havelim del 1996, che significa “tutto è vano, tutto è fugace e fallace” ed è tratto dall’Ecclesiaste, il libro che viene letto durante la festività autunnale di Sukkot. Sinai Sunset del 2003 è l’opera di una donna di settantasei anni, perfettamente al passo coi tempi sul piano artistico ma forse con uno sguardo a ritroso al suo lungo cammino, e i ricordi sembrano riemergere: la terra di Israele, il Sinai col suo carico di significati spirituali, i tramonti indimenticabili e le lettere ebraiche Alef, ossia Adonai, il Signore, e Bet, la prima lettera della Torah.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Un atelier tutto per sé: i ritratti fotografici di Ilka Révai

Fra i numerosi ebrei che giunsero a Merano a partire dal 1832 diverse erano le provenienze geografiche, la posizione sociale, il senso di appartenenza, l’attitudine alla frequenza della sinagoga o l’attenersi alle rigide regole. Del pari numerosi erano gli ebrei assimilati e non pochi coloro che avevano percorso molto prima delle leggi razziali la strada della conversione alla fede evangelica o cattolica. Quando nazismo e fascismo strinsero d’assedio l’Europa ogni persona anche solo di lontana origine ebraica fu irrimediabilmente in trappola.

Fu un problema di salute, un disturbo alla laringe, a condurre a Merano nel 1911, la trentottenne fotografa ungherese Ilka Révai. Allieva del fotografo ebreo Aladár Székely, al secolo Aladár Bleier (1870 – 1940), il primo rappresentante del realismo fotografico ungherese, se ne emancipò presto dando vita ad un atelier autonomo. Artista matura e già affermata in patria, sicura di sé, e dotata di spirito imprenditoriale, pensò di sfruttare le potenzialità del luogo aprendo un atelier fotografico proprio. Città di cura, frequentata da una società colta e assai agiata, Merano prometteva molti clienti sia per le sue fotografie artistiche che per altri manufatti.
Estremamente accorta, Ilka non lasciava nulla al caso e nel settembre 1913 si rivolse alla Camera di Commercio e Industria di Bolzano richiedendo un certificato di competenza che confermasse che le sue fotografie erano da considerarsi “prodotti di libera arte”.
Creò la sua rete di conoscenze iscrivendosi al Meraner Künstlerbund e partecipando alle esposizioni con le proprie opere fotografiche. Per il suo atelier e laboratorio fotografico scelse non a caso vicolo Fossato Molino 4, proprio accanto all’hotel e ristorante casher Starkenhof.
L’hotel di proprietà della famiglia Bermann, aperto sin dal 1874, fu polo assai frequentato sia dalla popolazione ebraica locale che da quella, ampia e variegata per provenienza, dei turisti di cura. Possiamo evincere la sua particolare tecnica fotografica leggendo il resoconto che ne fece un visitatore del suo atelier sulla rivista Meraner Kurzeitung. Egli spiegava che sulle fotografie l’artista non interveniva con dei ritocchi.
Solo l’intensità della luce trovava una giusta equalizzazione elaborandone le lastre. In questo modo ad ogni fotografia veniva conferita una sua unicità, una sua individualità e un effetto artistico quasi pittorico.
Ilka Révai decise di farsi conoscere anche attraverso una inserzione sulla stampa locale e in particolare sulla Meraner Kurzeitung, rivista che poteva essere facilmente rintracciata dai turisti di cura anche nella Sala di lettura del Kurhaus. Espose più e più volte nelle collettive organizzate dal Meraner Künstlerbund. Ebbe quindi modo di condividere la sala espositiva con Maria Radio von Radiis, Ellen Tornquist e Ada von der Planitz. Presentò le sue fotografie artistiche anche nella Gewerbehalle. Stando ai giornali del tempo, alle sue mostre Ilka Revai esponeva teste di uomini e donne assai realistiche, “nelle quali si potevano osservare tanto la morbidezza delle carni che i pori della pelle. Insomma ritratti assai lontani dall’essere paragonati a mere teste di porcellana prive di un’anima”.
Oltre alle fotografie proprie, Ilka esponeva prezioso artigianato ungherese che pubblicizzava invitando gli amanti del bello a visitare il suo atelier e a prendere visione dei pezzi unici esposti.
Nel 1913, ad esempio, fu in grado di far conoscere una serie di arazzi prodotti dalla Scuola Nazionale Ungherese di Gobelin.
Le fotografie qui esposte mostrano il ritratto per cui nel 1917 Ilka Révai divenne famosa in patria e cioè il ritratto di Lajos Kassak (1887 – 1967). Scrittore, artista e giornalista ungherese, rappresentante del Futurismo che conobbe in Italia e di cui introdusse i programmi in patria tentando di conciliarli con le sue convinzioni socialiste, Kassak aveva dato vita anche alla rivista d’avanguardia MA, dove formulò il programma teorico del Costruttivismo ungherese e alla quale contribuiva pure Ilka Révai. Lo scrittore è colto di fronte, ma il volto e lo sguardo sono rivolti verso il basso come se fosse intento a scrivere o a leggere.
La luce evidenzia solamente il viso, mentre si intravede il rever della giacca e il maglioncino, lo sfondo è indistinto ad arte proprio per dare maggior risalto ai tratti somatici e alla carica psicologica che da esso traspare.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Franca Ghitti, una scultrice fra le pittrici in mostra al Mamming

Nella seconda metà del Novecento per le donne diventò più facile cimentarsi con gli studi d’arte e iniziare veri e propri percorsi da artiste. Ciononostante non molte furono le artiste in grado di emergere e raggiungere la notorietà. Alcune si diedero anima e corpo alla sperimentazione, affinando le proprie tecniche, cercando nuovi materiali, nuovi mezzi espressivi insoliti da intessere, incollare, nelle proprie opere. Altre si spinsero oltre, perseguendo la costante ricerca del nuovo, dell’inconsueto, del vincente, ma soprattutto di quel qualcosa che potesse rendere chiare le tematiche anche sociali per loro imprescindibili. 

A questa arte di ricerca e innovazione appartengono le opere di alcune delle artiste in mostra. 

Fin da bambina Franca Ghitti visse vicino ai siti rupestri dell’antica Civiltà Camuna. Nella falegnameria del padre imparò a conoscere gli attrezzi e la consistenza della materia da lavorare, da scolpire. Legno e ferro furono fin da subito le materie prime per le sue opere. 

Il suo immaginario artistico si sviluppò fra le piccole comunità montane e i boschi incontaminati, ma anche fra gli opifici che in quelle regioni lavoravano il ferro. È infatti dagli scarti di questi ultimi che iniziarono a prendere vita molte delle sue opere in ferro. 

Franca Ghitti frequentò l’Accademia di Brera e successivamente scelse il luogo più affascinante possibile per proseguire la sua formazione, ossia  l’Académie de la Grande Chaumière, vale a dire quell’insieme di laboratori siti nel leggendario quartiere parigino di Montparnasse, dove lavorarono i più famosi artisti francesi e stranieri, da Chagall a Giacometti, da Louise Bourgeois a Tamara de Lempicka, per nominarne solo alcuni. 

Era sempre in questi studi che nel 1870 si era trasferita la storica Académie Colarossi, la scuola privata gratuita che offriva un’alternativa all’istituzione dell’École des Beaux-Arts di Parigi quando questa ancora precludeva l’ingresso alle donne e agli stranieri. 

E ancora qui, pur in tempi molto lontani rispetto a quelli di Franca Ghitti, era stato concesso alle studentesse ciò che ovunque era vietato: dipingere dal vivo modelli maschili nudi. 

A Salisburgo Franca fu allieva del pittore e drammaturgo austriaco Oskar Kokoschka (1886 – 1980). 

A partire dai primi anni Cinquanta la Ghitti creò una serie di dipinti e cicli pittorici dove senso della tradizione e invenzione si combinavano, producendo opere originali e di grande fascino. All’inizio degli anni Sessanta realizzò invece le prime sculture in legno, proponendosi di definire un’immagine dello spazio che avesse anche una dimensione del tempo e della storia: veniva infatti usato legno di recupero, spesso usurato dal tempo. 

Tra il 1969 e il 1971 visse e lavorò in Kenya, dove realizzò, per incarico del Ministero degli Esteri, le grandi vetrate nella Chiesa degli Italiani di Nairobi. Questo e altri viaggi le insegnarono l’importanza della presenza di “altri alfabeti”.  Rientrata in Italia, lavorò ancora il legno e il ferro, rivisitando linguaggi ormai emarginati, legati alle vecchie tradizioni di lavoro nei boschi e nelle fucine.

Introdotta al microcosmo intellettuale di Brunnenburg dall’editore milanese Vanni Scheiwiller, per Franca Ghitti si trattò di amore a prima vista e si risolse in lunghi soggiorni e nel desiderio di inserire le sue creazioni fra quelle mura. Ne nacquero sculture sia in legno che ferro, ma anche ringhiere e, nel 1979, il famoso cancello d’accesso che prende il nome di Ghitti-Gate. Le opere in mostra scaturiscono dal connubio con Brunnenburg e rappresentano in miniatura alcune sequenze presenti in altre opere interne al maniero.

Inferiate di ferro battuto per bifore e finestre abbelliscono il castello di Brunnenburg; le opere Albero e Vicinie fanno invece bella mostra di sé nel cortile interno del maniero e sono esemplificative della produzione lignea dell’artista, ma soprattutto del ciclo di opere intitolato appunto Vicinie e iniziato nel 1965 per raccontare le comunità contadine di medievale memoria.

Autrice: Rosanna Pruccoli