Il nazionalismo tra Deutsch e Welschtirol

Tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, le spinte principali verso il precipizio delle due guerre furono di natura nazionalistica. Le “nazioni” monolitiche, non diversamente da quanto accade oggi, cercarono di sostituire gli Stati multietnici, generando disastri e fiumi di sangue anche tra Trentino e Sudtirolo.

Un esempio significativo in tal senso è rappresentato dal contributo apparso nel 1907 sul settimanale “Gardasee-Post” con il titolo “Am Sprachgrenzlandstrich” (Nella terra di confine). Il testo affrontava la questione della frontiera linguistica e nazionale nell’Etschtal/Val d’Adige, tra Deutsch- e Welschtirol, con particolare attenzione all’area compresa tra Bolzano e la Salurner Klause. Prendendo le mosse dalla definizione del confine tra i distretti di Trento e Bolzano, discussa anche nel saggio “I confini della nazione”, l’autore contestava l’idea di un’originaria appartenenza italiana di questi territori, rivendicando invece una loro prevalente germanicità storica. Ne emerge un quadro di contrapposizione “nazione contro nazione” in un’area che tradizionalmente era stata luogo di coesistenza di più comunità linguistiche.

Secondo la ricostruzione proposta, la linea di confine nazionale presso Salorno attraverserebbe l’Adige, toccando Eichholz (Roverè), Magrè e la Valle di Non, mentre il “Bozner Kreis” si sarebbe esteso sul lato sinistro del fiume fino a Salorno.

La tesi secondo cui i contadini tedeschi sarebbero stati semplici immigrati

temporanei, costretti a ritirarsi oltre Bolzano a causa del Sumpffieber (malaria), viene respinta richiamando una scrittura del 1610 del medico Guagnoni, nonché le condizioni demografiche ancora osservabili nel XIX secolo. Il testo sottolinea come nel XIV secolo il territorio oggi definito Welschtirol presentasse ancora preti, sindaci e numerosi minatori tedeschi, impegnati nello sfruttamento delle miniere d’argento a favore dei successori di san Vigilio. La progressiva affermazione dell’elemento italiano ebbe inizio solo nel XV secolo, quando il settore meridionale della zona di confine passò sotto Venezia. Per questo motivo l’arciduca Sigismondo del Tirolo e l’imperatore Massimiliano I tentarono di riconquistare l’area per conservarla al popolo tedesco e al Reich.

Un ruolo decisivo nella successiva Verwelschung (italianizzazione) non fu svolto da fattori climatici, bensì da dinamiche economiche e istituzionali. La navigazione sull’Adige, monopolizzata da operatori italiani fin dal XV secolo, favorì una penetrazione sistematica dell’elemento “italico”. Nel 1424 Rudolf von Bellinzona deteneva il porto di Bronzolo, appartenente al principe-vescovo di Trento. La fluitazione del legname da Terlano a Bolzano, Egna e Trento rimase a lungo in mani italiane. All’inizio del XVII secolo Gianbattista Sommada di Claramonte organizzò la navigazione regolare, dopo precedenti iniziative di Bonfioli nel 1603, avvalendosi di tecnici provenienti da Bergamo. Dal 1584 operava inoltre una compagnia commerciale italiana a Sacco presso Rovereto, con diritti esclusivi sul trasporto del legname da Laives, Bronzolo e Egna.

Durante il regno di Ferdinando I si verificò un’importante ondata migratoria da Venezia, che coinvolse aristocratici, avvocati, medici, funzionari e mercanti delle aree veneziana, vicentina e veronese, nonché contadini chiamati a sviluppare la bachicoltura. Secondo Bidermann, almeno metà delle famiglie aristocratiche del Welschtirol con cognomi italiani risale a questo periodo. Parallelamente, il clero romano limitò l’uso del tedesco nella predicazione, accelerando la perdita linguistica.

Ampio spazio è infine dedicato alle testimonianze ottocentesche. Il sacerdote Tomaso Bottea, in una cronaca pubblicata a Trento nel 1860, affermò che il dialetto di Folgaria conserva numerose parole tedesche, prova dell’origine germanica della popolazione. Dai registri comunali risultano 2300 abitanti con nomi tedeschi nel 1785 e 2854 nel 1818. L’italiano parlato si diffuse solo dal 1560, mentre fino al 1596 le procedure giudiziarie si svolgevano in tedesco. Bottea elencò inoltre i cognomi Bramer, Pfettner, Rech, Larcher, Graser, Filz e i centri germanofoni del “Roveretaner Kreis” (Terragnolo, Brandtal, Trambileno, Val Lagarina, Vallarsa, Vielgereuth, Serrada, St. Sebastian, Mitterberg) e del “Trienter Kreis” (Lusern, Chiesanuova, Lafraun, S. Felice, Palai).

Una posizione analoga fu sostenuta da Friedrich von Attlmayr, presidente del Kreisgericht (pretura circondariale) di Rovereto, che nel 1865 pubblicò “Die deutschen Kolonien im Gebirge zwischen Trient, Bassano, Verona” sulla Zeitschrift des Ferdinandeum für Tirol und Vorarlberg, stimando in 15.000 persone la popolazione di origine tedesca nelle montagne comprese tra Adige e Brenta.

Autore: Reinhard Christanell

La lunga storia di una breve ferrovia

Tra Bolzano e Laives è sempre esistito un legame stretto, quasi un cordone ombelicale fatto di mobilità quotidiana, commercio e rapporti sociali. Non sorprende quindi che, già all’inizio del Novecento, nel paese si discutesse intensamente della necessità di una tranvia che collegasse stabilmente le due comunità.

Il 17 novembre 1906 la Bozner Zeitung pubblicò un articolo dettagliato intitolato “Eine Trambahn Bozen–Leifers”, segno di un dibattito ormai maturo. 

A Laives cresceva l’impazienza verso l’indecisione delle autorità di Bolzano, Innsbruck e Vienna e verso il costante veto della k.u.k. privilegierte Südbahngesellschaft, preoccupata di perdere il florido traffico dei pellegrini diretti a Pietralba.

L’autore dell’articolo sottolineava che, nonostante anni di proposte, nulla era stato concretamente avviato. In realtà il sogno del tram era vivo già dalla fine dell’Ottocento, soprattutto tra commercianti e albergatori. Ma prima furono realizzate la ferrovia del Renon (1907) e la linea per Gries (1909). 

Nel 1913 alcuni investitori privati – tra cui Anton Monsorno, Franz Defranceschi, Johann Koch e Franz Pircher – riuscirono a finanziare la tratta fino al Vurza / Wurzerhof, mentre Laives restava esclusa per l’opposizione delle Ferrovie Meridionali. Già nel 1912 era stata creata la Leiferer Automobil-Unternehmung, con Ferdinand Flor, Alfred Gerber e l’oste Alois Ebner, la prima linea automobilistica tra Laives e Bolzano, anche come alternativa all’inerzia ferroviaria.

Ci volle una guerra mondiale prima che il progetto potesse concretizzarsi. Nel 1931 la tranvia fu finalmente realizzata: i binari vennero posati attraverso le Part, e non lungo la statale, per motivi tecnici e, soprattutto, amministrativi. Il giorno dell’inaugurazione, davanti al “Grosshaus”, il primo convoglio fu accolto dalla popolazione e dalle autorità locali.

Per Laives la tranvia rappresentava una necessità concreta: la stazione ferroviaria del 1859 era lontana dal centro e poco utilizzata, mentre il traffico pendolare aumentava. I dati citati dalla Bozner Zeitung erano eloquenti: solo nel settembre 1906 si registrarono 11.801 movimenti di passeggeri, pari a circa 120.000 all’anno. Secondo il giornale, un collegamento più capillare avrebbe favorito lo sviluppo economico e residenziale, permettendo a lavoratori e impiegati di trovare alloggi più accessibili e alleggerendo la pressione abitativa su Bolzano.

La tranvia durò però appena 17 anni. 

Dopo la Seconda guerra mondiale, la nuova organizzazione del trasporto pubblico portò la SASA, dal 1948, a rilevare il servizio e a sostituire progressivamente il tram con mezzi più flessibili. Gli 8,820 chilometri di rotaia che univano Bolzano a Laives lasciarono così spazio al moderno trasporto su gomma. La storia di questa breve ferrovia si inserisce nel più ampio quadro europeo dell’epoca, quando molte città – da Vienna a Parigi, da Monaco a Zurigo – sviluppavano reti tranviarie come simbolo di progresso e come risposta ai bisogni di una società sempre più mobile. Anche a Laives, per un tratto non lungo ma significativo, il tram fu il segno tangibile di un territorio che cercava di crescere restando connesso al suo capoluogo.

Autore: Reinhard Christanell

Il vescovo che sfidò i conti del Tirolo

Uno dei personaggi più importanti – e nello stesso tempo più dimenticati – della nostra storia regionale è stato senza dubbio Egno von Eppan. Ultimo erede di una delle casate più potenti del Medioevo tirolese, i conti di Appiano, Egno esercitò un’influenza decisiva sul destino politico della Valle dell’Adige e del Trentino nel XIII secolo. La sua figura si colloca a metà strada tra due epoche e due poteri: quello dei vescovi-conti e quello dei principi laici destinati a costruire il futuro Tirolo.

Egno può essere considerato il precursore di Mainardo II, il conte tirolese che riuscì a unificare la regione sotto un unico dominio. I due erano cugini, ma tra loro non correva buon sangue: ambivano entrambi al controllo delle stesse terre, delle stesse fortezze e delle stesse rotte commerciali che collegavano il mondo tedesco all’Italia.

Il contesto in cui Egno visse era quello delle grandi tensioni tra Papato e Impero, quando imperatori e papi si contendevano il diritto di nominare i vescovi, i quali spesso governavano territori vasti come veri e propri sovrani. Nel 1027, l’imperatore Corrado II aveva “donato” al principe-vescovo di Trento il dominio su gran parte del Trentino e della Bassa Atesina fino a Bolzano, e a quello di Bressanone la parte settentrionale dell’Alto Adige. Fu in questo intricato scenario che Egno von Eppan fece la sua comparsa.

Eletto vescovo di Bressanone nel 1240, Egno mostrò subito grande abilità politica e diplomatica. Pochi anni dopo fu trasferito alla sede di Trento, dove si trovò al centro di un durissimo conflitto con Mainardo II, che aspirava a estendere la propria influenza a sud dell’Adige. Il contrasto non era solo religioso o feudale, ma strategico: chi controllava i castelli lungo l’asse Bolzano–Trento dominava le vie di comunicazione e i traffici tra il Nord e il Sud delle Alpi.

Per difendere i propri territori, Egno rafforzò i suoi centri di potere, tra cui il Castello del Buonconsiglio a Trento e una rete di fortificazioni nella Bassa Atesina. Tra queste, spiccavano la Laimburg presso Bronzolo – punto strategico sulla via dell’Adige – e il Castel Firmiano sopra Bolzano, antica roccaforte degli Appiano.

Un altro sito legato alla sua sfera d’influenza fu Lichtenstein sopra Laives, costruito intorno al 1160 e distrutto nel 1290 dal conte Mainardo II durante la guerra contro il vescovado trentino. Anche se Egno non è nominato direttamente come signore del Lichtenstein, la sua distruzione dimostra la violenza dello scontro e la fragilità del potere episcopale in quell’area di confine.

Attraverso queste roccaforti, Egno von Eppan riuscì per un certo tempo a contenere l’espansione tirolese, difendendo l’autonomia del principato vescovile di Trento. Ma la sua non fu soltanto una battaglia militare: fu anche un confronto amministrativo e culturale. Egno promosse una gestione più efficiente delle terre vescovili, il rafforzamento della cancelleria latina e una riorganizzazione del clero, tentando di coniugare spiritualità e governo in un’unica visione di ordine e civiltà.

Morì il 1º giugno 1273 a Padova, durante un viaggio verso Roma. Con lui si chiuse la parabola politica della famiglia di Appiano, e poco dopo il Tirolo sarebbe passato definitivamente sotto il controllo dei conti tirolesi, aprendo una nuova fase storica per la regione. Oggi la figura di Egno von Eppan resta quella di un ponte fra mondi diversi: tra la cultura latina e quella germanica, tra la spiritualità del vescovo e la concretezza del sovrano, tra l’antico potere ecclesiastico e il nascente stato territoriale tirolese. Nei castelli che ancora punteggiano le colline tra Bolzano e Trento, tra la Laimburg, Firmiano e il perduto Lichtenstein, vive la memoria di un’epoca in cui la Valle dell’Adige non era solo via di transito, ma cuore pulsante di potere, fede e identità alpina.

Autore: Reinhard Christanell

Dietrich von Bern e il mito medievale

Secondo una leggenda diffusa nelle valli dolomitiche, il re dell’Adige decise di dare in sposa la figlia Similde, ma non invitò al torneo nuziale Laurino, re dei Ladini. Offeso, questi rapì la principessa e la condusse nel suo regno ai piedi del Catinaccio. A liberarla fu Dietrich von Bern, che sconfisse Laurino in duello. Il re nano, vinto ma non umiliato, lanciò una maledizione sul suo giardino di rose: non sarebbe più stato visibile né di giorno né di notte – solo all’alba e al tramonto il Rosengarten si tinge ancora oggi di rosso, a ricordare quell’incanto.

Davanti al Palazzo Provinciale di Bolzano, una statua del 1907 di Andrä Kompatscher e Arthur Winder raffigura ancora la lotta tra i due sovrani, simbolo dell’intreccio tra storia e mito che segna la memoria di questa terra.

Ma chi era in realtà Dietrich von Bern? Dietro la figura leggendaria si cela Teodorico il Grande, re degli Ostrogoti, che regnò sull’Italia per trent’anni (493–526). Nato intorno al 455 in Pannonia, figlio del capo ostrogoto Teodemiro, trascorse la giovinezza come ostaggio a Costantinopoli, dove apprese la lingua latina, la diplomazia e la cultura romana. Quando tornò tra i suoi, unì la forza dei Goti all’eredità dell’Impero d’Oriente.

Gli Ostrogoti, ramo dei Goti migrati dall’area baltica, avevano attraversato i Balcani nel V secolo. Dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente (476), l’Italia precipitò nel disordine. Nel 489, su incarico dell’imperatore Zenone, Teodorico guidò il suo popolo oltre le Alpi per deporre Odoacre. Lo sconfisse a Verona e, dopo tre anni d’assedio, lo fece uccidere a Ravenna. Da lì governò un regno pacifico, fondato sulla convivenza tra romani e goti, mantenendo le strutture amministrative imperiali. La sua corte divenne centro d’arte e cultura; il mausoleo di Ravenna, che ancora si erge imponente, ne è il simbolo più tangibile.

Col tempo, la figura storica di Teodorico — cristiano ariano, morto nel 526 — si trasformò nella leggenda di Dietrich von Bern (“Bern” da Verona). Nei poemi eroici tedeschi e nei Nibelunghi, egli appare come sovrano esiliato e guerriero invincibile, rifugiato alla corte di Etzel (Attila), esempio di nobiltà e pietà in un mondo dominato dalla vendetta. Il

ricordo dell’educazione romana a Costantinopoli traspare nella sua saggezza e moderazione, qualità che fecero di lui un ponte tra civiltà latina e germanica.

La leggenda di Dietrich attecchì anche nelle Alpi, dove divenne parte del patrimonio orale tirolese. Quando il sovrano regnava a Ravenna, infatti, le vallate dell’Etschtal erano abitate da popolazioni retiche romanizzate, non germaniche: agricoltori e commercianti che solo nei secoli VI–VIII furono gradualmente germanizzati da Baiuvari e Alemanni. Proprio in questo crocevia di culture, tra radici romane e influssi nordici, nacquero leggende come quella di Laurino, che fondono elementi pagani, cristiani e cavallereschi.

Nel Tirolo, Dietrich divenne così il simbolo del sovrano giusto, capace di conciliare mondi diversi: come nel duello con Laurino, che termina non con l’annientamento ma con la riconciliazione tra uomini e nani, fra realtà e mito. Nei racconti popolari egli è talvolta un re dormiente, nascosto in una montagna, pronto a risvegliarsi nei tempi difficili per difendere la sua gente — eco alpina del mito di Federico Barbarossa.

Tra le cime che si tingono di rosa al tramonto, la leggenda di Dietrich von Bern continua a vivere come un ponte tra storia e poesia, tra la concretezza di un re ostrogoto e l’eterno fascino delle saghe germaniche che, nel cuore delle Dolomiti, trovano ancora oggi la loro eco più luminosa.

Autore: Reinhard Christanell

Un viaggio tra rocce, rovine e leggende

Visto dall’alto, il Monte di Mezzo è un lungo dorso montuoso, simile a quello di un animale sdraiato. Si allunga da Bolzano verso la Bassa Atesina, separando la valle dell’Adige dall’Oltradige, con la Mendola alle sue spalle e le vette dolomitiche che si alzano più a nord-est. A prima vista, sembra un rilievo come tanti; ma chi sale tra i suoi boschi e le radure scopre un mondo sospeso tra natura e storia, dove il tempo pare essersi stratificato in silenzio.

I pendii del Monte di Mezzo custodiscono infatti le tracce di una presenza umana antichissima. Reperti e resti murari, disseminati tra i Denti di Cavallo e le cosiddette Buche di aria calda, lasciano immaginare che qui, molto prima del Medioevo, sorgessero insediamenti o luoghi di culto. Tra i ritrovamenti più significativi, alcune asce in bronzo e ferro, frammenti di ceramica e utensili domestici testimoniano la frequentazione del monte già in epoca protostorica, quando le prime comunità agricole e pastorali si stabilirono sui rilievi per controllare la valle sottostante.

La posizione dominante sulla valle, l’abbondanza di grotte e fenditure nella roccia, e persino il singolare fenomeno dell’aria calda che in inverno fuoriesce dal terreno – quasi un respiro della montagna – potrebbero aver conferito a questo luogo un carattere sacro.

Camminando oggi tra i Denti di Cavallo, la roccia levigata dal tempo rivela piccole cavità regolari, alcune scavate forse secoli fa, altre frutto di processi naturali. Quando l’aria calda esce da queste fenditure e crea un lieve vapore nelle giornate fredde, si comprende come il confine tra

geologia e leggenda sia sempre stato sottile. Non stupisce che in passato si parlasse di “fuochi sotterranei” o di “spiriti della montagna”: spiegazioni poetiche per un fenomeno che ancora oggi affascina escursionisti e curiosi.

Più in alto, le rovine di Castel Varco / Laimburg e Castelchiaro testimoniano un’epoca in cui il Monte di Mezzo fu centro di potere e controllo sulla valle. Il primo, eretto nel XIII secolo dai signori di Laimburg, vigilava i confini di Caldaro e la via verso Bolzano. Il secondo, Castelchiaro (Leuchtenburg), con la sua torre slanciata e i resti di mura che si stagliano sul cielo, domina ancora il paesaggio come un faro di pietra. I castelli, ormai silenziosi, raccontano di tempi in cui il Monte non era solo rifugio, ma anche frontiera e simbolo di autorità.

Con il passare dei secoli, però, le voci si affievolirono. Le vie del commercio cambiarono, i castelli decaddero, e il Monte di Mezzo tornò ad appartenere ai boschi, alle volpi e al vento. Ma non scomparve dalla memoria collettiva: i contadini continuarono a raccontare di città sepolte, di gallerie sotterranee che collegherebbero le due rocche, di tesori nascosti tra i faggi. Leggende, certo, ma forse nate dal ricordo lontano di villaggi preistorici, di comunità che qui, in tempi remoti, avevano trovato rifugio e identità.

Oggi, chi percorre i sentieri che salgono da Vadena o da Caldaro può ancora percepire quella stratificazione di voci: l’eco del ferro battuto, il canto del vento nelle fenditure, il profumo di terra calda che sale dalle Buche di aria calda. È un viaggio che non richiede strumenti da archeologo, ma solo attenzione e curiosità: perché il Monte di Mezzo non si lascia raccontare da un solo tempo.

Autore: Reinhard Christanell

Il passaggio di Dürer in Bassa Atesina

Nell’ottobre del 1494 la valle dell’Adige tra Bolzano e Salorno fu sconvolta da una grande alluvione. Secondo le cronache bolzanine, le già precarie vie di comunicazione del fondovalle furono rese impraticabili dalle acque esondate, costringendo mercanti, pellegrini e viandanti a percorrere itinerari alternativi per raggiungere Trento e le città venete. Proprio a quell’autunno viene ricondotto con certezza il primo viaggio del celebre pittore di Norimberga, Albrecht Dürer, in direzione di Venezia.

Di questo itinerario ci rimangono diversi acquerelli, preziose testimonianze dei paesaggi tirolesi che l’artista incontrò lungo il cammino. Non sappiamo con precisione quali tratti della valle fossero stati inondati, ma tutto lascia supporre che il settore più devastato fosse quello tra Egna e la Chiusa di Salorno, punto nevralgico del corso dell’Adige, spesso soggetto a esondazioni anche in epoche più recenti.

È dunque plausibile che Dürer, provenendo da Bolzano, abbia seguito la strada pedemontana tra Laives, Bronzolo e Ora, superando Castelfeder ed Egna. Giunto nei pressi di San Floriano, si trovò verosimilmente nell’impossibilità di proseguire lungo la via maestra. Fu così costretto a affrontare una lunga salita attraverso Pochi di Salorno e la valle di Cembra, fino a Segonzano e a Pergine Valsugana. Da qui proseguì verso Bassano e infine Venezia. A Segonzano, non a caso, Dürer immortalò nei suoi acquerelli le famose “Piramidi di terra”.

La storia del pittore si intreccia con quella del piccolo borgo di San Floriano, dove, sui resti di un antico villaggio romano, fin dal XIII secolo sorgeva il noto ospizio denominato Klösterle. Questo imponente edificio, da cui oggi prende il via la moderna “via Dürer”, accoglieva migliaia di viandanti in viaggio verso l’Italia e Roma. San Floriano era inoltre un’importante Urpfarre (pieve madre) della Bassa Atesina, con giurisdizione su paesi come Salorno, Cortina, Magrè, Pochi e Cauria. La sua rilevanza, a dispetto delle ridotte dimensioni, potrebbe essere spiegata con il ruolo di centro amministrativo di una curtis longobarda, paragonabile a quella di Enn, che estendeva la propria influenza su Bronzolo, Ora, Egna, Montagna e Mazzon.

Il Klösterle fu probabilmente un punto nevralgico lungo le vie di comunicazione nord-sud. Qui passava la via Claudia Augusta e qui trovarono ospitalità viaggiatori, mercanti e pellegrini. La fondazione di Egna, voluta dal vescovo di Trento alla fine del XII secolo, segnò però l’inizio del suo lento declino: sempre più viandanti preferivano fermarsi nelle locande del nuovo centro urbano e commerciale sorto lungo l’Adige.

Tra le opere di Dürer collegate al suo viaggio italiano figurano anche paesaggi della Bassa Atesina. Dopo Bolzano, proseguì lungo la cosiddetta via del Brennero fino alla piana tra Laives e Ora. Alcuni studiosi hanno collegato a questo tratto il dipinto del San Girolamo penitente (oggi alla National Gallery di Londra), nel quale compare un’imponente roccia porfirica rossastra. Secondo alcuni, Dürer si ispirò alle formazioni della Vallarsa (Brantental), nei pressi di Laives; altri ritengono che l’artista abbia ritratto le verticali pareti porfiriche del Monte di Mezzo, sul lato destro dell’Adige. 

Giunto nei pressi di Laghetti, il maestro intraprese infine il percorso che conduceva a Segonzano, lo stesso che ancora oggi può essere seguito come “sentiero di Dürer”. Un itinerario che non è soltanto memoria storica, ma anche un cammino che unisce natura, arte e cultura, offrendo vedute suggestive su tutta la valle dell’Adige.

Autore: Reinhard Christanell

Massimiliano I e il cuore dell’Impero

Dopo l’epoca di Margarethe Maultasch, il Tirolo conobbe per oltre un secolo un’esistenza relativamente appartata e pacifica. Con l’ascesa di Massimiliano I d’Asburgo, passato alla storia come “l’ultimo cavaliere”, la situazione cambiò radicalmente: la regione alpina divenne uno dei fulcri della politica imperiale e dinastica degli Asburgo.

Tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento, l’Europa fu attraversata da profonde innovazioni tecnologiche e culturali che rivoluzionarono il mondo medievale. La polvere da sparo, giunta dalla Cina attraverso i mercanti arabi, rese obsolete armature cavalleresche e mura castellane. La bussola trasformò la navigazione, aprendo la via alle grandi scoperte geografiche, dapprima verso le Indie e poi verso il continente americano. Da quelle nuove terre arrivarono oro e argento, ma anche prodotti destinati a mutare le abitudini alimentari europee: patate, cacao, tabacco. Infine, l’invenzione della stampa a caratteri mobili di Johannes Gutenberg (1450) con la celebre Bibbia di Magonza rivoluzionò la diffusione delle idee, aprendo l’epoca moderna.

Massimiliano I nacque nel 1459 da Federico III d’Asburgo ed Eleonora del Portogallo. Fu educato nelle arti, nelle lettere e nelle scienze. Amava i canti cavallereschi (Minnesang) e i tornei, ma fu anche un raffinato mecenate. Tra i suoi amici figurava Albrecht Dürer, che lo ritrasse e lo celebrò in opere destinate a fissarne l’immagine per i posteri.

Sul piano politico e militare, Massimiliano, perennemente indebitato con i potentissimi Fugger, affrontò avversari formidabili. Con gli Svizzeri combatté una guerra lunga e sanguinosa, culminata con la sconfitta di Dornach (1499), che sancì l’indipendenza della Confederazione elvetica dall’Impero. A occidente dovette fronteggiare i Francesi, cui aveva sottratto la ricchissima Borgogna grazie al matrimonio con Maria di Borgogna (1477). A oriente, invece, lo scontro fu con la Repubblica di Venezia, allora all’apice della propria potenza.

In questo scenario il Tirolo e la valle dell’Adige assunsero un ruolo centrale: ponte tra Germania e Italia, tra mondo alpino e mediterraneo, divennero non più periferia, ma crocevia della politica europea. Innsbruck, situata sulla “linea del Brennero” tra Augsburg e Verona, sostituì definitivamente Merano come “capitale” della regione.

La guerra con Venezia fu lunga e cruenta. Massimiliano, fedele alla tradizione inaugurata da Carlo Magno, aspirava a farsi incoronare imperatore a Roma. Nel 1507 intraprese il viaggio verso sud con alcune migliaia di persone al seguito, attraversando la Bassa Atesina, dove gli abitanti assistettero stupefatti a quel corteo imponente. Giunto a Trento, però, i Veneziani gli comunicarono che non avrebbe potuto transitare sul loro territorio. A quel punto Massimiliano, da Trento, dichiarò di accettare ugualmente la corona imperiale. Dopo otto giorni, papa Giulio II inviò da Roma la necessaria consacrazione. Fu, in un certo senso, la prima “incoronazione virtuale” della storia.

La vendetta contro Venezia non tardò. Il Tirolo e in particolare la Bassa Atesina divennero teatro delle operazioni belliche e i contadini tirolesi furono mobilitati in gran numero. Se Massimiliano non riuscì a penetrare attraverso la Valsugana, ottenne invece successi sul Garda e nella Vallagarina. Rovereto, allora veneziana, cadde nelle sue mani, e anche Verona, Padova e Vicenza furono costrette alla resa. Alla fine, i negoziati imposero all’imperatore di restituire la maggior parte delle conquiste, eccetto Verona. 

Ma il Tirolo si ampliò comunque in modo significativo: vennero annessi l’Ampezzano, Rovereto, Riva e i vicariati di Ala, Mori, Avio e Brentonico.

Questi territori segnarono fino al 1918 il confine meridionale del Tirolo, definendo così la linea storica che avrebbe separato per secoli l’universo asburgico da quello veneziano e poi italiano.

Autore: Reinhard Christanell

Dai Walchen ai Welschen lungo l’Adige

Le grandi trasformazioni dell’Alto Medioevo portarono, tra il V e l’VIII secolo, a una ridefinizione profonda del paesaggio etnico e linguistico dell’arco alpino. Se l’ultimo imperatore romano d’Occidente era caduto nel 476, le strutture amministrative e giuridiche di Roma continuarono a operare per secoli. L’arrivo di nuove popolazioni germaniche non cancellò di colpo gli abitanti romanizzati, che continuarono a vivere nei loro territori per lungo tempo – e, in un certo senso, vivono ancora oggi nella nostra memoria storica e identitaria.

Il re ostrogoto Teodorico, successore imperiale di fatto (dopo la parentesi di Odoacre), risiedeva a Ravenna ma mirava a mantenere viva la tradizione romana anche nelle province alpine, come dimostrerebbe l’ipotesi di un ducato interno sull’Adige, con centro strategico presso il Doss Trento. I Longobardi, giunti nel 568, mantennero in parte la struttura amministrativa romano-ostrogota. La Bassa Atesina, Bolzano e la Val d’Adige furono inglobate nel potente ducato di Trento e il territorio suddiviso in gastaldie guidate da un gastaldo e sorvegliate da arimanni.

Insomma, se Roma (occidentale) era caduta, i “Romani” e la romanità erano ancora vivi. I Franchi merovingi tentarono più volte di conquistare queste terre, e nel 591 trovarono un accordo con i Longobardi: la zona a nord e sud del Brennero, inclusa la Pusteria, passò sotto controllo bavarese. Iniziò una lunga fase di convivenza forzata tra Longobardi e Baiuvari, che si protrasse fino all’arrivo di Carlo Magno. Fu lui, infatti, nel celebre capitolare dell’806, a smantellare l’organizzazione territoriale romana, imponendo la divisione in contee. Cambiarono le istituzioni, ma non necessariamente la popolazione, in gran parte ancora romanizzata.

In questo contesto si consolidò l’uso del termine Walchen, già in parte attestato in precedenza, per designare le popolazioni latine o romanizzate, in particolare della valle dell’Adige, della Carinzia, della Carniola e di parte dell’odierno Trentino.

“Walchen”, dal proto-germanico walhisk, indicava genericamente “gli altri”: coloro che parlavano latino o sue derivazioni, e che spesso erano già cristianizzati. Nella Conversio Bagoariorum et Carantanorum (VIII-IX secolo), i Walchen appaiono come cristiani già radicati sul territorio, talora in conflitto con i nuovi arrivati. Occupavano spesso valli isolate o aree marginali, e in alcuni casi si ritirarono progressivamente sotto la pressione slava e germanica.

Nei secoli successivi, il termine Walchen non scomparve, ma evolse in forme come Wälsche, Welsche e Welschen, ampliandosi nel significato: nel Tirolo, fu sinonimo di italiani o latini, inclusi i ladini; in Svizzera, Welschschweiz indica ancora oggi la parte francofona del paese; in Alto Adige, fino al XIX secolo i “Welschen” erano gli italofoni o ladini, distinti dai “Teutschen”, i germanofoni; in Germania, il termine fu usato fino all’età moderna per designare francesi, italiani e, più in generale, i popoli latini. Toponimi come Welschtirol (Tirolo italiano), Welschbern (Berna francofona) o Welschland (Francia o Italia) testimoniano questa lunga continuità terminologica.

In molte valli alpine, “welsch” assunse anche un valore etnico-culturale, indicante chi parlava una lingua neolatina o viveva secondo usi “non tedeschi”. Ancora oggi, “Welsch” sopravvive nella lingua tedesca, talora in tono neutro o folklorico. La sua persistenza dimostra una stratificazione culturale millenaria, radicata nell’epoca dei Walchen, quei “latini d’alta montagna” che attraversarono le fratture del primo Medioevo lasciando segni tangibili nella toponomastica, nella cultura alpina e nella memoria linguistica dell’Europa centrale.

Autore: Reinhard Christanell

I Baiuvari tra il Tirolo, il Trentino e il Veneto

Le migrazioni sono tra i fenomeni più profondi e duraturi della storia dell’umanità. In certi casi si trattò di invasioni violente (come quelle degli Ostrogoti o dei Longobardi, che occuparono gran parte della penisola italiana); in altri si tratto invece di insediamenti graduali e pacifici, che modificarono in profondità la struttura demografica, linguistica e culturale delle regioni alpine.

Uno degli esempi più rilevanti – e per certi versi ancora poco indagati – fu la migrazione dei Baiuvari che tra il VI e l’VIII secolo riguardò un territorio compreso tra l’attuale Baviera, il Tirolo austriaco, il Trentino-Alto Adige e parte del Veneto settentrionale. I Baiuvari nacquero probabilmente tra il IV e il V secolo d.C. dalla fusione di residui elementi romanici e germanici. 

Furono alleati dei Franchi merovingi, e poi, nel 788, vennero incorporati nell’Impero Carolingio da Carlo Magno, che costrinse il duca Tassilone III della dinastia degli Agilolfingi (tra l’altro parente di Carlo da parte di madre e marito della figlia dell’ultimo re dei Longobardi Desiderio) ad abdicare. Questo evento segnò l’inizio di un’espansione  franco-bavarese verso sud. Singolare la circostanza che qualche secolo dopo, nel 1027, anche i primi conti di Bolzano fossero di origine bavarese. 

Dalla metà del VI secolo, gruppi baiuvari cominciarono a migrare verso le Alpi e oltrepassarle. Le motivazioni principali furono, a parte il desiderio di nuove terre coltivabili e pascoli, il declino delle strutture tardo-romane e ostrogote e  la necessità dei Franchi di presidiare le vie di comunicazione strategiche, come il passo del Brennero, il Resia e il Monte Croce Comelico.

Nel Tirolo settentrionale, i Baiuvari si insediarono nella valle dell’Inn e nelle valli laterali. Nel Tirolo meridionale (oggi Alto Adige) e in Trentino, gli insediamenti furono inizialmente più frammentati, ma comunque significativi. I Baiuvari si stabilirono in zone montane e periferiche (ma anche a Bolzano), spesso integrandosi con i Longobardi, a loro volta “fusi” con l’antica popolazione romana. 

Tra le aree più importanti troviamo l’Oltradige e la Bassa Atesina, le valli di Non e di Sole, l’Alta Valsugana, le Giudicarie, l’Altopiano di Pinè (Miola, Faida, Montagna e Rizzolaga), il Fersental (Val dei Mocheni) con località come Persen, Palù (Palau), Vignola, Frassilongo (Florutz), Roveda (Gereut), gli Altipiani cimbri con Lavarone (Lafraun), Luserna, Folgaria (Filgreit), Vallarsa (Brandtal), Terragnolo (Latal), Val Ronchi (Rauttal) e Roncegno (Rundscheiner Berg) sopra Borgo. 

I migranti germanici in queste zone vennero spesso chiamati Teutonici o Teutisci (todeschi), nomi generici che solo dal basso medioevo si trasformarono in Cimbri (senza alcun legame diretto con gli antichi Cimbri storici). A lungo, corsi d’acqua come l’Avisio (Eveys) furono considerati confini naturali tra il mondo linguistico latino e quello germanico. 

Lo stesso vale per il Noce (Ulz), che segnava la linea di separazione politica e culturale tra la Contea del Tirolo e il Principato vescovile di Trento, quest’ultimo inserito nel Sacro Romano Impero di Nazione Tedesca dal 1027 al 1803.

I Baiuvari non si fermarono al Trentino. Giunsero, seppur in misura minore, anche nel Veneto alpino, soprattutto nel Bellunese, sugli altipiani vicentini e nelle montagne veronesi, dove la lingua tedesca si conservò fino al XV secolo e oltre.

I Baiuvari contribuirono in modo decisivo alla germanizzazione delle Alpi centro-orientali, lasciando una traccia linguistica, toponomastica e culturale che si riflette ancora oggi nella toponimia, nei dialetti e nella cultura alpina. La loro presenza fu fondamentale per la formazione dell’identità tirolese, che si consolidò solo nei secoli successivi, quando nel 1027 l’Imperatore Corrado II concesse in feudo al vescovo di Trento i territori montani, riconoscendo formalmente una realtà già esistente “de facto”.

Autore: Reinhard Christanell

I confini ed i popoli nella Bassa Atesina

L’invenzione dei confini risale probabilmente all’epoca in cui scomparve il nomadismo dei cacciatori e raccoglitori e si diffuse capillarmente l’agricoltura. Da allora gli esseri umani hanno passato buona parte del loro tempo a delimitare e difendere porzioni più o meno grandi di territorio. 

A nulla sono valse le straordinarie scoperte scientifiche degli ultimi millenni, che hanno consentito lo sviluppo di tecnologie rivoluzionarie in molti settori, come per esempio i trasporti e le comunicazioni. Stiamo andando rapidamente verso un’epoca in cui la fisica quantistica grazie alla conoscenza delle caratteristiche imprevedibili di particelle infinitesimali stravolgerà per sempre la nostra concezione della realtà – ma le leggi della geopolitica e i suoi interpreti “moderni” rimangono quelli dell’età della pietra, quando si difendevano i “sacri confini” a mani nude o con la clava. 

La nostra piccola terra è, da questo punto di vista, un caso esemplare. Da quando i Romani ritirarono le proprie insegne, la regione fu esposta a ripetute ondate migratorie. I primi ad arrivare furono gli Ostrogoti di Teodorico e i  Longobardi, ma il loro impatto fu tutto sommato moderato. I Goti, stanziati con il consenso di Bisanzio – tanto che il loro re Teodorico si riteneva il nuovo imperatore romano d’occidente – , si limitarono a fornire il ceto dirigente senza alterare la composizione etnica. I Longobardi, pur affermatisi più stabilmente, finirono col latinizzarsi nel corso dei secoli e divennero di fatto gli antagonisti dei Teutisci. Diverso fu l’effetto dell’arrivo silenzioso ma determinante dei Bavari a partire dall’VIII secolo: essi penetrarono lentamente nella “carne” del fondovalle, portando mutamenti profondi, soprattutto nella struttura insediativa e linguistica. Saranno proprio loro, insieme agli altri popoli più o meno numerosi presenti sul territorio, a costituire, nel corso del tempo, la base della nuova popolazione alpina poi denominata tirolese dopo il XII secolo.

Ma cosa venivano a cercare i Bavari da queste parti? A differenza di Goti e Longobardi – popoli guerrieri che conquistarono interi regni – i Bavari non imposero un dominio politico. Essi stessi erano il frutto di una mescolanza fra antichi Celti Boi e le residue popolazioni romaniche d’Oltralpe; certo è che, spinti dai Franchi di Carlo Magno, nuovi padroni dell’Europa in via di formazione, che si imposero sui Longobardi nel 774, si stanziarono lungo gli itinerari alpini, con il compito di presidiare territori disordinati e spesso infestati da predoni.

La valle dell’Adige era allora popolata da comunità romaniche e si parlava un latino volgare. Anche la scrittura ufficiale era quella latina: persino i Longobardi ricorrevano a scrivani latini per mettere per iscritto le proprie leggi tramandate in via orale. Fino al Mille, la documentazione era latina. Solo dal XII secolo iniziano a comparire nei documenti i primi toponimi e nomi personali in lingua germanica, specificati come “vulgariter” o “teutonice”. Il tedesco scritto appare dal tardo XIII secolo; ma il latino rimane per secoli la lingua dell’amministrazione, mentre tra le mura domestiche si parlava romanzo.

I Bavari penetrarono come una freccia nel cuore della Bassa Atesina romana, lasciando intatte le valli laterali come la Val di Non e la Val di Fiemme. Qui lavoravano le vigne per conto dei grandi monasteri e dei possidenti bavaresi che erano diventati i proprietari di molte tenute. Il vino atesino era molto apprezzato oltre le Alpi e contribuì, forse più delle armi, all’affermazione dei nuovi dominatori.

Il confine etnico tra Bavari e Longobardi, entrambi popoli germanici ma di diversa origine e approccio, si stabilì lungo l’Adige: riva sinistra ai Bavari, riva destra ai Longobardi. In direzione est-ovest, da Aldino il confine scendeva a Bronzolo e proseguiva fino a Castel Firmiano. Non era dunque, come spesso si crede, tra Mezzolombardo e Mezzotedesco – nomi attestati solo dal XVI secolo – dove si parlava semplicemente di “Mezum”, centro.

Autore: Reinhard Christanell