L’invenzione dei confini risale probabilmente all’epoca in cui scomparve il nomadismo dei cacciatori e raccoglitori e si diffuse capillarmente l’agricoltura. Da allora gli esseri umani hanno passato buona parte del loro tempo a delimitare e difendere porzioni più o meno grandi di territorio.
A nulla sono valse le straordinarie scoperte scientifiche degli ultimi millenni, che hanno consentito lo sviluppo di tecnologie rivoluzionarie in molti settori, come per esempio i trasporti e le comunicazioni. Stiamo andando rapidamente verso un’epoca in cui la fisica quantistica grazie alla conoscenza delle caratteristiche imprevedibili di particelle infinitesimali stravolgerà per sempre la nostra concezione della realtà – ma le leggi della geopolitica e i suoi interpreti “moderni” rimangono quelli dell’età della pietra, quando si difendevano i “sacri confini” a mani nude o con la clava.
La nostra piccola terra è, da questo punto di vista, un caso esemplare. Da quando i Romani ritirarono le proprie insegne, la regione fu esposta a ripetute ondate migratorie. I primi ad arrivare furono gli Ostrogoti di Teodorico e i Longobardi, ma il loro impatto fu tutto sommato moderato. I Goti, stanziati con il consenso di Bisanzio – tanto che il loro re Teodorico si riteneva il nuovo imperatore romano d’occidente – , si limitarono a fornire il ceto dirigente senza alterare la composizione etnica. I Longobardi, pur affermatisi più stabilmente, finirono col latinizzarsi nel corso dei secoli e divennero di fatto gli antagonisti dei Teutisci. Diverso fu l’effetto dell’arrivo silenzioso ma determinante dei Bavari a partire dall’VIII secolo: essi penetrarono lentamente nella “carne” del fondovalle, portando mutamenti profondi, soprattutto nella struttura insediativa e linguistica. Saranno proprio loro, insieme agli altri popoli più o meno numerosi presenti sul territorio, a costituire, nel corso del tempo, la base della nuova popolazione alpina poi denominata tirolese dopo il XII secolo.
Ma cosa venivano a cercare i Bavari da queste parti? A differenza di Goti e Longobardi – popoli guerrieri che conquistarono interi regni – i Bavari non imposero un dominio politico. Essi stessi erano il frutto di una mescolanza fra antichi Celti Boi e le residue popolazioni romaniche d’Oltralpe; certo è che, spinti dai Franchi di Carlo Magno, nuovi padroni dell’Europa in via di formazione, che si imposero sui Longobardi nel 774, si stanziarono lungo gli itinerari alpini, con il compito di presidiare territori disordinati e spesso infestati da predoni.
La valle dell’Adige era allora popolata da comunità romaniche e si parlava un latino volgare. Anche la scrittura ufficiale era quella latina: persino i Longobardi ricorrevano a scrivani latini per mettere per iscritto le proprie leggi tramandate in via orale. Fino al Mille, la documentazione era latina. Solo dal XII secolo iniziano a comparire nei documenti i primi toponimi e nomi personali in lingua germanica, specificati come “vulgariter” o “teutonice”. Il tedesco scritto appare dal tardo XIII secolo; ma il latino rimane per secoli la lingua dell’amministrazione, mentre tra le mura domestiche si parlava romanzo.
I Bavari penetrarono come una freccia nel cuore della Bassa Atesina romana, lasciando intatte le valli laterali come la Val di Non e la Val di Fiemme. Qui lavoravano le vigne per conto dei grandi monasteri e dei possidenti bavaresi che erano diventati i proprietari di molte tenute. Il vino atesino era molto apprezzato oltre le Alpi e contribuì, forse più delle armi, all’affermazione dei nuovi dominatori.
Il confine etnico tra Bavari e Longobardi, entrambi popoli germanici ma di diversa origine e approccio, si stabilì lungo l’Adige: riva sinistra ai Bavari, riva destra ai Longobardi. In direzione est-ovest, da Aldino il confine scendeva a Bronzolo e proseguiva fino a Castel Firmiano. Non era dunque, come spesso si crede, tra Mezzolombardo e Mezzotedesco – nomi attestati solo dal XVI secolo – dove si parlava semplicemente di “Mezum”, centro.
Autore: Reinhard Christanell