Visto dall’alto, il Monte di Mezzo è un lungo dorso montuoso, simile a quello di un animale sdraiato. Si allunga da Bolzano verso la Bassa Atesina, separando la valle dell’Adige dall’Oltradige, con la Mendola alle sue spalle e le vette dolomitiche che si alzano più a nord-est. A prima vista, sembra un rilievo come tanti; ma chi sale tra i suoi boschi e le radure scopre un mondo sospeso tra natura e storia, dove il tempo pare essersi stratificato in silenzio.
I pendii del Monte di Mezzo custodiscono infatti le tracce di una presenza umana antichissima. Reperti e resti murari, disseminati tra i Denti di Cavallo e le cosiddette Buche di aria calda, lasciano immaginare che qui, molto prima del Medioevo, sorgessero insediamenti o luoghi di culto. Tra i ritrovamenti più significativi, alcune asce in bronzo e ferro, frammenti di ceramica e utensili domestici testimoniano la frequentazione del monte già in epoca protostorica, quando le prime comunità agricole e pastorali si stabilirono sui rilievi per controllare la valle sottostante.
La posizione dominante sulla valle, l’abbondanza di grotte e fenditure nella roccia, e persino il singolare fenomeno dell’aria calda che in inverno fuoriesce dal terreno – quasi un respiro della montagna – potrebbero aver conferito a questo luogo un carattere sacro.
Camminando oggi tra i Denti di Cavallo, la roccia levigata dal tempo rivela piccole cavità regolari, alcune scavate forse secoli fa, altre frutto di processi naturali. Quando l’aria calda esce da queste fenditure e crea un lieve vapore nelle giornate fredde, si comprende come il confine tra
geologia e leggenda sia sempre stato sottile. Non stupisce che in passato si parlasse di “fuochi sotterranei” o di “spiriti della montagna”: spiegazioni poetiche per un fenomeno che ancora oggi affascina escursionisti e curiosi.
Più in alto, le rovine di Castel Varco / Laimburg e Castelchiaro testimoniano un’epoca in cui il Monte di Mezzo fu centro di potere e controllo sulla valle. Il primo, eretto nel XIII secolo dai signori di Laimburg, vigilava i confini di Caldaro e la via verso Bolzano. Il secondo, Castelchiaro (Leuchtenburg), con la sua torre slanciata e i resti di mura che si stagliano sul cielo, domina ancora il paesaggio come un faro di pietra. I castelli, ormai silenziosi, raccontano di tempi in cui il Monte non era solo rifugio, ma anche frontiera e simbolo di autorità.
Con il passare dei secoli, però, le voci si affievolirono. Le vie del commercio cambiarono, i castelli decaddero, e il Monte di Mezzo tornò ad appartenere ai boschi, alle volpi e al vento. Ma non scomparve dalla memoria collettiva: i contadini continuarono a raccontare di città sepolte, di gallerie sotterranee che collegherebbero le due rocche, di tesori nascosti tra i faggi. Leggende, certo, ma forse nate dal ricordo lontano di villaggi preistorici, di comunità che qui, in tempi remoti, avevano trovato rifugio e identità.
Oggi, chi percorre i sentieri che salgono da Vadena o da Caldaro può ancora percepire quella stratificazione di voci: l’eco del ferro battuto, il canto del vento nelle fenditure, il profumo di terra calda che sale dalle Buche di aria calda. È un viaggio che non richiede strumenti da archeologo, ma solo attenzione e curiosità: perché il Monte di Mezzo non si lascia raccontare da un solo tempo.
Autore: Reinhard Christanell