Dove il fiume Adige diventava navigabile

Quando si parla di navigazione sull’Adige, l’immaginario corre alla pianura veronese. Eppure uno dei tratti più strategici del fiume si colloca molto più a nord, in Bassa Atesina. Qui, tra Bronzolo/Vadena ed Egna, l’Adige segnava già dalla fine dell’ultima era glaciale — e con maggiore evidenza a partire dall’età del Bronzo — il limite settentrionale della navigabilità stabile all’altezza dell’abitato di Birti.

Le fonti medievali e moderne collocano il centro operativo della navigazione presso l’attuale ponte di Vadena, al confine tra i comuni di Laives, Bronzolo e Vadena. A nord, la maggiore pendenza e la marcata variabilità stagionale rendevano difficile un traffico regolare. Non si trattava di una frontiera rigida, bensì di una soglia funzionale: qui si concentravano le operazioni di carico, scarico e smistamento delle merci sotto gli occhi vigili dei doganieri.

La discesa verso Verona avveniva seguendo la corrente. Le zattere — composte da tronchi provenienti dai boschi della Val d’Ega o di Fiemme, accatastati sulle diverse Reif — potevano coprire in pochi giorni il tratto fino alla pianura. In condizioni favorevoli, da Egna a Verona si impiegavano due o tre giorni. Il traffico era stagionale: le piene primaverili e autunnali facilitavano il trasporto, mentre in estate inoltrata o in inverno il livello poteva risultare insufficiente o troppo rischioso.

La risalita era più complessa. I barconi o burchi destinati al viaggio di ritorno venivano trainati da riva tramite funi, con uomini o animali lungo appositi sentieri d’alzaia (Etschdamm, da cui il termine dialettale Domm de l’Ades). I tempi si dilatavano sensibilmente: ciò che in discesa richiedeva pochi giorni poteva richiedere settimane in risalita. Non sorprende che le zattere fossero concepite per un solo viaggio: giunte a valle, venivano smontate e il legname venduto.

Il legname era infatti la merce dominante nel traffico nord-sud. Dalle valli alpine scendevano tronchi di abete e larice destinati all’edilizia, alla cantieristica fluviale e marittima, nonché alla produzione di travature e palificate per la pianura padana e l’area veneziana. Insieme al legname viaggiavano anche carbone di legna, pece, calce, pietre da costruzione e, in alcuni periodi, minerali provenienti dall’arco alpino.

Ma, come detto, il fiume non era unidirezionale. Da sud risalivano vino veronese, olio gardesano, sale, spezie e derrate coloniali giunte dai porti adriatici, oltre a tessuti, manufatti metallici e prodotti artigianali destinati ai mercati d’oltre Brennero. L’Adige funzionava dunque come un corridoio commerciale bidirezionale, capace di integrare economie complementari e di collegare stabilmente Mediterraneo ed Europa centrale.

In questo sistema, Vadena ed Egna svolgevano un ruolo chiave. L’area controllava il punto di raccordo tra traffico terrestre e fluviale, configurandosi come nodo logistico di primaria importanza. Non è casuale che già l’insediamento protostorico di Vadena, di cui conosciamo soprattutto la straordinaria necropoli, sorgesse in posizione dominante sul fondovalle.

Più a sud, Egna divenne nel pieno Medioevo un centro mercantile dotato di porto e di funzioni doganali. Documenti attestano la riscossione di dazi legati ai traffici fluviali: il controllo del fiume significava controllo fiscale.

Tra questi poli si colloca anche Laives. La comunità locale deteneva il monopolio sui trasporti terrestri tra il porto e i mercati di Bolzano. Le merci che giungevano via fiume a Vadena — legname, vino, sale, derrate — venivano caricate su carri e affidate ai trasportatori locali per l’ultimo tratto verso Bolzano, centro mercantile di primaria importanza nell’area alpina.

La Bassa Atesina non fu dunque una periferia marginale, bensì una soglia dinamica: il luogo in cui l’Adige diventava realmente navigabile e dove si organizzava l’incontro – anche culturale – tra mondo alpino e pianura padana. Un sistema portuale senza monumentalità, certo, ma essenziale per collegare nord e sud d’Europa per molti secoli.

Autore: Reinhard Christanell

Il nazionalismo tra Deutsch e Welschtirol

Tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, le spinte principali verso il precipizio delle due guerre furono di natura nazionalistica. Le “nazioni” monolitiche, non diversamente da quanto accade oggi, cercarono di sostituire gli Stati multietnici, generando disastri e fiumi di sangue anche tra Trentino e Sudtirolo.

Un esempio significativo in tal senso è rappresentato dal contributo apparso nel 1907 sul settimanale “Gardasee-Post” con il titolo “Am Sprachgrenzlandstrich” (Nella terra di confine). Il testo affrontava la questione della frontiera linguistica e nazionale nell’Etschtal/Val d’Adige, tra Deutsch- e Welschtirol, con particolare attenzione all’area compresa tra Bolzano e la Salurner Klause. Prendendo le mosse dalla definizione del confine tra i distretti di Trento e Bolzano, discussa anche nel saggio “I confini della nazione”, l’autore contestava l’idea di un’originaria appartenenza italiana di questi territori, rivendicando invece una loro prevalente germanicità storica. Ne emerge un quadro di contrapposizione “nazione contro nazione” in un’area che tradizionalmente era stata luogo di coesistenza di più comunità linguistiche.

Secondo la ricostruzione proposta, la linea di confine nazionale presso Salorno attraverserebbe l’Adige, toccando Eichholz (Roverè), Magrè e la Valle di Non, mentre il “Bozner Kreis” si sarebbe esteso sul lato sinistro del fiume fino a Salorno.

La tesi secondo cui i contadini tedeschi sarebbero stati semplici immigrati

temporanei, costretti a ritirarsi oltre Bolzano a causa del Sumpffieber (malaria), viene respinta richiamando una scrittura del 1610 del medico Guagnoni, nonché le condizioni demografiche ancora osservabili nel XIX secolo. Il testo sottolinea come nel XIV secolo il territorio oggi definito Welschtirol presentasse ancora preti, sindaci e numerosi minatori tedeschi, impegnati nello sfruttamento delle miniere d’argento a favore dei successori di san Vigilio. La progressiva affermazione dell’elemento italiano ebbe inizio solo nel XV secolo, quando il settore meridionale della zona di confine passò sotto Venezia. Per questo motivo l’arciduca Sigismondo del Tirolo e l’imperatore Massimiliano I tentarono di riconquistare l’area per conservarla al popolo tedesco e al Reich.

Un ruolo decisivo nella successiva Verwelschung (italianizzazione) non fu svolto da fattori climatici, bensì da dinamiche economiche e istituzionali. La navigazione sull’Adige, monopolizzata da operatori italiani fin dal XV secolo, favorì una penetrazione sistematica dell’elemento “italico”. Nel 1424 Rudolf von Bellinzona deteneva il porto di Bronzolo, appartenente al principe-vescovo di Trento. La fluitazione del legname da Terlano a Bolzano, Egna e Trento rimase a lungo in mani italiane. All’inizio del XVII secolo Gianbattista Sommada di Claramonte organizzò la navigazione regolare, dopo precedenti iniziative di Bonfioli nel 1603, avvalendosi di tecnici provenienti da Bergamo. Dal 1584 operava inoltre una compagnia commerciale italiana a Sacco presso Rovereto, con diritti esclusivi sul trasporto del legname da Laives, Bronzolo e Egna.

Durante il regno di Ferdinando I si verificò un’importante ondata migratoria da Venezia, che coinvolse aristocratici, avvocati, medici, funzionari e mercanti delle aree veneziana, vicentina e veronese, nonché contadini chiamati a sviluppare la bachicoltura. Secondo Bidermann, almeno metà delle famiglie aristocratiche del Welschtirol con cognomi italiani risale a questo periodo. Parallelamente, il clero romano limitò l’uso del tedesco nella predicazione, accelerando la perdita linguistica.

Ampio spazio è infine dedicato alle testimonianze ottocentesche. Il sacerdote Tomaso Bottea, in una cronaca pubblicata a Trento nel 1860, affermò che il dialetto di Folgaria conserva numerose parole tedesche, prova dell’origine germanica della popolazione. Dai registri comunali risultano 2300 abitanti con nomi tedeschi nel 1785 e 2854 nel 1818. L’italiano parlato si diffuse solo dal 1560, mentre fino al 1596 le procedure giudiziarie si svolgevano in tedesco. Bottea elencò inoltre i cognomi Bramer, Pfettner, Rech, Larcher, Graser, Filz e i centri germanofoni del “Roveretaner Kreis” (Terragnolo, Brandtal, Trambileno, Val Lagarina, Vallarsa, Vielgereuth, Serrada, St. Sebastian, Mitterberg) e del “Trienter Kreis” (Lusern, Chiesanuova, Lafraun, S. Felice, Palai).

Una posizione analoga fu sostenuta da Friedrich von Attlmayr, presidente del Kreisgericht (pretura circondariale) di Rovereto, che nel 1865 pubblicò “Die deutschen Kolonien im Gebirge zwischen Trient, Bassano, Verona” sulla Zeitschrift des Ferdinandeum für Tirol und Vorarlberg, stimando in 15.000 persone la popolazione di origine tedesca nelle montagne comprese tra Adige e Brenta.

Autore: Reinhard Christanell

La lunga storia di una breve ferrovia

Tra Bolzano e Laives è sempre esistito un legame stretto, quasi un cordone ombelicale fatto di mobilità quotidiana, commercio e rapporti sociali. Non sorprende quindi che, già all’inizio del Novecento, nel paese si discutesse intensamente della necessità di una tranvia che collegasse stabilmente le due comunità.

Il 17 novembre 1906 la Bozner Zeitung pubblicò un articolo dettagliato intitolato “Eine Trambahn Bozen–Leifers”, segno di un dibattito ormai maturo. 

A Laives cresceva l’impazienza verso l’indecisione delle autorità di Bolzano, Innsbruck e Vienna e verso il costante veto della k.u.k. privilegierte Südbahngesellschaft, preoccupata di perdere il florido traffico dei pellegrini diretti a Pietralba.

L’autore dell’articolo sottolineava che, nonostante anni di proposte, nulla era stato concretamente avviato. In realtà il sogno del tram era vivo già dalla fine dell’Ottocento, soprattutto tra commercianti e albergatori. Ma prima furono realizzate la ferrovia del Renon (1907) e la linea per Gries (1909). 

Nel 1913 alcuni investitori privati – tra cui Anton Monsorno, Franz Defranceschi, Johann Koch e Franz Pircher – riuscirono a finanziare la tratta fino al Vurza / Wurzerhof, mentre Laives restava esclusa per l’opposizione delle Ferrovie Meridionali. Già nel 1912 era stata creata la Leiferer Automobil-Unternehmung, con Ferdinand Flor, Alfred Gerber e l’oste Alois Ebner, la prima linea automobilistica tra Laives e Bolzano, anche come alternativa all’inerzia ferroviaria.

Ci volle una guerra mondiale prima che il progetto potesse concretizzarsi. Nel 1931 la tranvia fu finalmente realizzata: i binari vennero posati attraverso le Part, e non lungo la statale, per motivi tecnici e, soprattutto, amministrativi. Il giorno dell’inaugurazione, davanti al “Grosshaus”, il primo convoglio fu accolto dalla popolazione e dalle autorità locali.

Per Laives la tranvia rappresentava una necessità concreta: la stazione ferroviaria del 1859 era lontana dal centro e poco utilizzata, mentre il traffico pendolare aumentava. I dati citati dalla Bozner Zeitung erano eloquenti: solo nel settembre 1906 si registrarono 11.801 movimenti di passeggeri, pari a circa 120.000 all’anno. Secondo il giornale, un collegamento più capillare avrebbe favorito lo sviluppo economico e residenziale, permettendo a lavoratori e impiegati di trovare alloggi più accessibili e alleggerendo la pressione abitativa su Bolzano.

La tranvia durò però appena 17 anni. 

Dopo la Seconda guerra mondiale, la nuova organizzazione del trasporto pubblico portò la SASA, dal 1948, a rilevare il servizio e a sostituire progressivamente il tram con mezzi più flessibili. Gli 8,820 chilometri di rotaia che univano Bolzano a Laives lasciarono così spazio al moderno trasporto su gomma. La storia di questa breve ferrovia si inserisce nel più ampio quadro europeo dell’epoca, quando molte città – da Vienna a Parigi, da Monaco a Zurigo – sviluppavano reti tranviarie come simbolo di progresso e come risposta ai bisogni di una società sempre più mobile. Anche a Laives, per un tratto non lungo ma significativo, il tram fu il segno tangibile di un territorio che cercava di crescere restando connesso al suo capoluogo.

Autore: Reinhard Christanell

L’antica origine delle “Part” di Laives

“Come ai tempi del fascismo”, titolava il Volksbote del 21 febbraio 1946 un lungo articolo sui “Gemeindeteiler” (campagne comunali) di Laives. Cosa aveva spinto il giornale, a solo un anno dalla fine della guerra e dalla caduta del fascismo, a usare toni tanto duri?

Per capirlo bisogna conoscere la storia dei “Gemeindeteiler” – ora chiamati semplicemente Toaler o Part – sin dalle loro origini. A metà del XVIII secolo, il noto commerciante bolzanino Menz aveva prosciugato per scopi agricoli il Bozner Neufeld nella piana di Bolzano. Questo spinse anche gli abitanti dell’Oltradige e della Bassa Atesina a chiedere la bonifica dei paludosi Möser. Perfino Maria Teresa d’Austria aveva esortato la popolazione a «provvedere quanto prima alla suddivisione e alla messa a coltura dei Möser». Nel 1769 le amministrazioni di Caldaro, Termeno, Caldiff, Egna, Magrè, Cortaccia, Cortina, Königsberg, Neuhaus e Bronzolo scrissero al Governo territoriale di Innsbruck dichiarandosi pronte a «mettersi subito all’opera». In un primo momento il suolo fu suddiviso tra i tre comuni di Caldaro, Termeno e Cortaccia; successivamente le singole particelle furono assegnate ai vari

richiedenti.

Questa iniziativa delle comunità dell’Oltradige risvegliò presto l’interesse anche di Lana, Terlano e Laives. La Leiferer Au (o Au dei Lichtensteiner, amministrata in nome del principe-vescovo di Trento) era da sempre un “deserto paludoso”, che non produceva altro che fieno, paglia, rane e – purtroppo – il celebre “morbo di Laives”, la malaria. Il nuovo impulso riformatore dato da Maria Teresa portò ora a chiedere la divisione dei Möser, divenuti coltivabili grazie alla realizzazione di numerosi canali di scolo e alla precedente regolazione dell’Adige, che aveva trasformato l’intera vallata.

Nel 1786, finalmente, il Governo territoriale di Innsbruck decise di assegnare le terre del vecchio Leiferer Moos ai contadini locali. Tuttavia il commissario competente, Johann Peter von Eyrl, propose di rendere coltivabili soltanto 50 Tagmahd (circa 15 ettari), imponendo ai contadini la coltivazione del granturco per due anni. 

La protesta fu immediata: i contadini insorsero e si recarono al municipio. Un’aspra lettera del consigliere Franz von Goldegg al Capitanato distrettuale chiedeva che si tenesse conto di tutti i proprietari di Laives muniti dei giusti presupposti di legge. Il capo distrettuale von Lutterotti inoltrò le proteste al Governo di Innsbruck, che il 3 aprile 1789 adottò una decisione definitiva: “A causa dell’indebitamento del Comune di Laives, parte del Leiferer Moos (da cui il nome Toaler/Part) dovrà essere venduta al miglior offerente; il ricavato dovrà confluire nella cassa comunale per estinguere i debiti”. Fin qui, tutto chiaro. I contadini che finalmente ottennero i terreni si misero subito all’opera e realizzarono le necessarie migliorie. Ma, contrariamente alla disposizione governativa, i Gemeindeteiler non furono venduti “al miglior offerente”: il Comune preferì affittarli a lungo termine, conservando così il proprio patrimonio. I contadini firmarono quindi contratti di locazione pluridecennali, simili a concessioni ereditarie, che permettevano il passaggio dei terreni da una generazione all’altra.

Dopo l’annessione all’Italia, anche le autorità fasciste mantennero i vecchi contratti – in genere della durata di dieci anni – aggiungendo però una clausola significativa: il contratto poteva essere rinnovato soltanto se il terreno era stato «ben coltivato». E chi decideva se la terra era stata lavorata adeguatamente? Naturalmente il podestà e i suoi funzionari comunali, che così ottennero mano libera. In questo modo, cercarono di sottrarre ai vecchi affittuari i terreni più preziosi per procedere a una nuova ripartizione a favore degli amici in camicia nera. La diatriba così innescata proseguì per anni, con numerosi colpi di scena, e si concluse definitivamente solo all’epoca del sindaco Eduard Weis con la definitiva vendita dei terreni agli assegnatari.

Autore: Reinhard Christanell

Le misteriose buche di ghiaccio di Ganda

Ai piedi della Mendola, tra Appiano e Caldaro, si estende il Monte Ganda, un rilievo apparentemente comune, ma che custodisce fenomeni naturali e racconti popolari che lo hanno reso un luogo fuori dall’ordinario. I grandi blocchi di roccia sparsi lungo i pendii, i boschi fitti e le fenditure nel terreno testimoniano un passato segnato da frane imponenti e mutamenti geologici che hanno modellato il paesaggio odierno.

Siamo a due passi dalla città e dalla strada verso il passo ma nei boschi immersi in un silenzio irreale si percepisce un clima particolare che favorisce incredibilmente la crescita di rododendri e rose alpine. Durante l’estate, quando la pianura circostante è segnata dal caldo, le temperature scendono di molti gradi, creando un ambiente freddo e umido, simile a quello che si incontra in alta montagna. 

Rilevazioni scientifiche hanno registrato differenze termiche fino a 15–17 gradi rispetto all’esterno: un fenomeno di inversione climatica che permette la sopravvivenza di queste piante solitamente legate a quote subalpine. Alcune specie vegetali rare, considerate “relitti glaciali”, trovano qui rifugio: sono organismi che hanno resistito sin dall’ultima glaciazione, offrendo una finestra preziosa sulla storia naturale delle Alpi.

Accanto all’aspetto scientifico, sopravvivono narrazioni tramandate per secoli. A pochi passi da Pianizza di Sopra/Oberplanitzing si intravedono ancora i resti della chiesetta di San Giorgio, che la tradizione collega a un’antica città scomparsa. Le cronache popolari raccontano di una comunità fiorente, arricchita dal commercio, ma segnata dall’arroganza e dall’indifferenza verso i precetti religiosi. La rovina arrivò in un giorno di carnevale, quando gli abitanti, accecati dall’eccesso, si macchiarono di un atto crudele: scuoiarono un bue ancora vivo, cospargendolo di sale. Le grida dell’animale avrebbero attirato la punizione divina. Un temporale improvviso, piogge torrenziali e lo scoscendimento delle rocce del Monte Ganda/Gandberg avrebbero sepolto la città sotto una colata di pietre. Le grandi masse rocciose che oggi emergono dal terreno sono interpretate come i resti di quella catastrofe.

Leggende di città sepolte come quella del Ganda non sono rare: molte comunità alpine narrano di paesi inghiottiti dalla terra (per esempio Nisselburg a Laives) o cancellati da disastri improvvisi. 

Pur non trattandosi di città vere e proprie nel senso moderno, queste storie sembrano custodire un ricordo remoto di antichissimi insediamenti preistorici o protostorici. Villaggi distrutti da frane o abbandonati per cause naturali avrebbero lasciato un segno nella memoria collettiva, trasformandosi con il tempo in racconti moralizzanti, nei quali la rovina appare come punizione divina. Così, la leggenda trasmette un frammento di storia arcaica, rivestito di simboli e ammonimenti.

Un altro racconto lega la memoria del luogo al vino. Si dice che, secoli dopo, un giovane pastore della Val di Non, curando le capre tra le frane del Ganda, scoprì un passaggio sotterraneo che conduceva alla cantina intatta di una delle case della città sepolta. Là resisteva ancora una grande botte di vino, che egli iniziò a condividere con il contadino presso cui lavorava. Secondo la leggenda, da quella scoperta trarrebbe origine la qualità rinomata del vino locale.

Il Monte Ganda, così, si presenta come uno spazio dove natura e memoria si intrecciano: da un lato un laboratorio naturale che conserva specie antiche e fenomeni climatici eccezionali; dall’altro un deposito di miti e ammonimenti, nati forse per spiegare le frane e i fenomeni atmosferici, e trasformatisi in racconti identitari tramandati di generazione in generazione.

Autore: Reinhard Christanell

Egna e i suoi tesori tra le mura degli antichi palazzi e i portici

Egna si trova tra vigneti e meleti, ai piedi dei boschi del Parco Naturale di Monte Corno, a 25 km da Bolzano e 34 da Trento. Il comune comprende le frazioni Villa, Mazzon, Laghetti e San Floriano. Egna è un borgo in cui le mura degli antichi palazzi e i portici, sono uno scenario da non perdere. L’antica città mercato, dal 2014 fa parte de “I borghi più belli d’Italia”.

L’esistenza di un insediamento nella zona dell’attuale Comune di Egna è documentata già in età romana nella nota mappa stradale risalente al III secolo d.C. denominata “Itinerarium Antonini”; l’antico documento riporta infatti una stazione militare e di posta dal nome “Endidae Mansio“, situata lungo la Via Claudia Augusta, a 23 miglia a nord di Tridentum, l’attuale Trento. Nel 1018 il luogo prese il nome di Enna e Egna nel 1170. 

Nel 1189 il paese fu devastato da un grave incendio ma vista la sua posizione geograficamente favorevole, il principe-vescovo Corrado di Beseno si adoperò affinché il centro abitato fosse immediatamente ricostruito: l’atto di fondazione del comune di Egna è così datato 13 ottobre 1189 con il nome di “Burgum novum Egne”, dal quale nel XIV secolo derivò il toponimo “Newenmarcht” e successivamente quello attuale Neumarkt. 

Dapprima il borgo sorse e si sviluppò in prossimità del Corso del fiume Adige, ma a partire dal 1222, a causa delle continue inondazioni, il principe vescovo autorizzò la costruzione di edifici più a monte. Durante il Medioevo la importanza come centro di passaggio dei traffici commerciali terrestri e fluviali crebbe notevolmente e favorì lo sviluppo urbanistico ed economico del borgo. A dare grande prosperità alla comunità fu soprattutto la concessione, nel 1309 da parte del sovrano reggente duca Ottone, del “diritto di fermo e di deposito delle merci”. 

Questo provvedimento disponeva infatti che tutte le merci in transito dovessero essere scaricate e sdoganate a Egna e che potessero proseguire verso Bolzano o Trento solamente a mezzo di trasportatori locali. Egna rimase fino al XVI secolo il porto fluviale più importante della regione; qui infatti tutto il legname proveniente dalla Val di Fiemme veniva caricato su grandi zattere per essere trasportato verso nord o verso sud.
Tra i monumenti religiosi più importanti vi è la chiesa di Nostra Signora in Villa, la chiesa dei Cappuccini dei 14 Santi ausiliatori, la Chiesa di San Michele in Mazzon e la chiesa parrocchiale di San Nicolò; quest’ultima risulta essere la più importante dell’area ed è situata nel centro storico
Costruita nel XII secolo la chiesa è però in stille tardogotico a causa dei numerosi lavori di rifacimento e ampliamento che subì. 

Fu infatti aggiunto il campanile, l’abside e le navate laterali; anche l’interno della chiesa è stato modificato nei secoli con l’aggiunta di diverse opere barocche. L’avancorpo romanico fu costruito al XII secolo e venne ristrutturato al XV secolo. La torre risale al XIII secolo. Il coro, che fu costruito dal maestro scalpellino Konrad von Neumarkt, è un esempio eccellente di architettura tardo gotica.
Sula facciata della chiesa, sopra il portale, spicca l’affresco del 1751 raffigurante San Nicolò Vescovo, mentre all’interno, ragguardevole è l’altare maggiore realizzato in stile barocco da diversi artisti in cui spicca il dipinto raffigurante la Madonna con Gesù Bambino, San Nicolò e San Gallo con ai lati due grandi statue di San Simone e Giuda, gli affreschi sull’arco di trionfo raffigurano San Cristoforo, Sant’Urbano e il beato Heinrich di Bolzano. Sono invece del Novecento le raffigurazioni della Via Crucis Molto interessanti sono anche la cappella laterale meridionale con fonte battesimale e la volta decorata da antichi affreschi. Vi sono conservate tre dipinti del fiemmese Orazio Giovanelli raffiguranti la Natività, l’ Adorazione dei Magi e l’Ultima Cena.
A Egna merita una visita anche il Museo di Cultura popolare che si trova allogato un edificio storico nel centro di Egna. La mostra permanente espone arredi e oggetti di uso quotidiano nel XIX e XX secolo. Tutti gli oggetti presenti nel museo sono stati raccolti dalla collezionista Anna Grandi Müller.
Il Museo è aperto da Pasqua a Ognissanti.

Autrice: Rosanna Pruccoli

La lettera di San Vigilio e l’evangelizzazione

Il Cristianesimo impiegò molti secoli per “conquistare” l’Occidente e, in particolare, la valle dell’Adige. I cittadini romani di questa regione erano fedelissimi alle loro divinità ancestrali, tra le quali spiccava sicuramente Saturno. Per nessun motivo al mondo erano disposti ad abbracciare la dottrina del predicatore orientale che stava facendo breccia in Egitto e in Turchia, in Siria e in Palestina, ma molto meno in Gallia, in Germania e in Italia.

Nel 313, l’Editto di Milano autorizzò la pratica della religione cristiana nell’Impero; nel 380, con l’Editto di Tessalonica, essa diventò religione ufficiale dello Stato. I primi patriarchi siedono a Roma, Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme. Da queste città e da alcuni “missionari” parte quella grande impresa che, nel giro di pochi secoli, convertirà al Cristianesimo l’intero mondo occidentale.

Per quanto riguarda il nostro territorio, la sede della diocesi era a Trento, a sua volta suffraganea della sede metropolitana di Milano. A contrastare il dominio trentino sorse poi la sede vescovile di Sabiona. Nasce in questo contesto la “competizione” tra le due diocesi, che durerà per molti secoli. Alcuni comuni e parrocchie di confine come Laives, Bronzolo e Salorno furono ambiti da Bressanone; Caldaro, Appiano e Termeno, invece, restarono fedeli a Trento.

Le parrocchie rurali (Urpfarren) sorsero lentamente sul territorio e cercarono  di legittimarsi con documenti spesso retrodatati. Il più noto di questi è la Lettera di San Vigilio, o Epistola beati Vigilii episcopi ad Calderenses. Il contenuto della “lettera” (in realtà una raccolta di documenti) riguarda  il viaggio missionario del vescovo Vigilio, insediato nel 385 e morto nel 403, la lotta al paganesimo, la fondazione di una chiesa a Caldaro, l’istituzione di una Urpfarre con nomina di un sacerdote, l’attribuzione di un territorio e di diritti, la sottomissione della comunità a Trento e l’ammonizione a non ricadere nei riti pagani.

La lettera viene attribuita a Vigilio, effettivamente il protagonista  dell’evangelizzazione della Bassa Atesina. In realtà, il testo risale a un’epoca  tra l’XI e il XIII secolo, e raccoglie notizie trasmesse oralmente e  anche in parte inventate. Che l’opera di cristianizzazione di Vigilio non sia stata semplice è un dato di fatto. Alcuni suoi confratelli vennero massacrati, e lo stesso Vigilio morì lapidato dai pagani dopo aver gettato nel fiume Sarca una statua di Saturno. Egli fondò numerose chiese in Oltradige e Bassa Atesina. Scrive dunque la lettera, per bocca di Vigilio o di chi ne raccolse le memorie: “In loco qui dicitur Caldarium, idolatria reperta est”,  a riprova del fatto che nel IV secolo la Bassa Atesina era ancora completamente pagana. In quel luogo di idolatri fece costruire una “ecclesia in honore sanctae Mariae” e “presbyterum ordinavi qui plebem doceret et divina celebraret”. Questo sacerdote si insediò al posto dei vecchi sacerdoti pagani affinché “nullus auderet ritu gentilium sacrificare”, cioè nessuno ardisse più sacrificare secondo i riti dei pagani.

Quello che avvenne a Caldaro avvenne anche in altri comuni. Ne è prova la dedizione storica di molte comunità al vescovo di Trento, come Laives, Bronzolo, Ora, Egna e Salorno. Un’ultima annotazione della lettera merita attenzione, quando si legge: “Sit haec parochia sub potestate episcopi Tridentini”, cioè: rimanga questa parrocchia per sempre sotto l’autorità del vescovo di Trento. Questo legame venne di fatto mantenuto fino quasi ai giorno nostri grazie alla donazione dell’intero territorio della Bassa Atesina al vescovo Udalrico II da parte dell’imperatore Corrado II nel 1027.

Autore: Reinhard Christanell