La via ad Oltrisarco dedicata a Fabio Filzi

Nel quartiere di Oltrisarco vi è, oltre a via Nazario Sauro, un’altra via dedicata a un martire irredentista, via Fabio Filzi. Nato il 20 novembre 1886 a Pisino (Istria), nel 1902 terminò a Rovereto gli studi liceali iniziati a Capodistria; fu a Rovereto, dove era ritornata la famiglia, che Fabio Filzi entrò in contatto con gli ambienti irredentisti trentini; fu a capo del movimento di protesta roveretano. Nel 1904 fu chiamato nel servizio di leva, in seguito fu richiamato tre volte per esercitazioni militari. Fu nel 1905  che Fabio Filzi fece un discorso contro l’impero austroungarico, con la promessa di impegnarsi per la causa degli italiani nelle terre irredente. A Trieste, dove frequentò la scuola commerciale “Revoltella”, si attivò nella Lega nazionale, nella Società degli studenti trentini e nella Giovane Trieste. Laureatosi in giurisprudenza a Graz nel 1910, tornò a Trieste e poi si recò a Rovereto, dove lavorò presso lo studio legale di Antonio Pischel. Scoppiata la prima guerra mondiale, disertato l’esercito austroungarico si arruolò volontario per l’Italia; il 10 luglio 1916 fu assegnato come sottotenente al battaglione Vicenza, che doveva occupare il Monte Corno, a metri 1765, sulla destra del Leno in Vallarsa. Fabio Filzi venne però preso prigioniero, lo stesso 10 luglio 1916, assieme a Cesare Battisti, con il quale fu condotto a Trento, processato e condannato a morte per altro tradimento. L’impiccagione di Fabio Filzi  ebbe luogo alle 19,30 del 12 luglio 1916 nella fossa del castello del Buon Consiglio. Circa i pubblici riconoscimenti: nel 1919 fu conferita la Medaglia d’oro, nel 1920 la Croce al merito, nel 1923 la Medaglia di benemerenza per i volontari 1915-1918. Non mancano le dediche al martire di scuole e vie in varie città italiane. Porta il suo nome la tredicesima delle 52 gallerie del Monte Pasubio, scavate in occasione dei combattimenti della prima guerra mondiale.

Autore: Leone Sticcotti

La strada dedicata a Cesare Battisti

Parallela a Corso Libertà, via Cesare Battisti,  collegante Piazza Vittoria a Corso Italia, è dedicata al personaggio raffigurato anche nel busto che si trova all’interno del Monumento alla Vittoria. Giuseppe Cesare Battisti, nato a Trento il 4 febbraio 1875, studiò a Trento, Graz, Firenze, Torino. Si occupò di studi geografici e naturalistici, mentre abbracciava gli ideali patriottici dell’irredentismo.  Dal matrimonio nel 1899 con Ernesta Bittanti nacquero tre figli, Luigi (1901-1946), Livia (1907-1978) e Camillo (1910-1982).  Nel 1900 fondò il giornale socialista “Il Popolo”, poi il settimanale illustrato “Vita Trentina”. Nel 1911 partecipò alle elezioni del Reichsrat, il Parlamento di Vienna, e fu eletto deputato. Nel 1914 entrò nella Dieta di Innsbruck. Scoppiata la guerra austro-serba, il deputato Battisti l’11 agosto 1914 lasciato il territorio austriaco si trasferì in quello italiano. Con comizi  e pubblicazione di articoli si attivò per l’intervento italiano contro l’impero austroungarico.  Il 24 maggio 1915 entrò in guerra anche l’Italia. Battisti si arruolò volontario tra gli Alpini del battaglione Edolo, meritandosi nell’agosto 1915,  per il suo “sprezzo del pericolo”, una medaglia di bronzo, trasformata poi in quella d’argento. Aveva già meritato, il 21 agosto 1915, una Croce di guerra. Promosso tenente, fu trasferito ad un reparto sciatori al Passo del Tonale, poi al battaglione Vicenza del 6° Reggimento Alpini, operante nel 1915 sul Monte Baldo e sul Pasubio nel 1916. Negli scontri per conquistare il Monte Corno di Vallarsa molti alpini morirono, molti caddero prigionieri, tra essi il tenente Cesare Battisti e il sottotenente Fabio Filzi. Incarcerati a Trento, il 12 luglio 1916 furono condotti al Tribunale militare, nel castello del Buon Consiglio. La sentenza fu di morte, mediante capestro: fu eseguita  verso le 16,30 nella Fossa della Cervara, sul retro del castello. Il supplizio di Battisti dovette essere ripetuto, con due corde diverse.

Autore: Leone Sticcotti

La via dedicata a Francesco Baracca

In zona industriale, partendo da via Loris Musy vi è la via per raggiungere e costeggiare l’Aeroporto Francesco Baracca, dedicato ad un noto aviatore italiano; è, giustamente, via Aeroporto Francesco Baracca. Nato a Lugo di Romagna il 9 maggio 1888, dopo la Scuola militare di Modena, da cui uscì nel settembre 1909, passò nelle file dell’aviazione militare. Il 9 luglio 1912 conseguì il brevetto di pilota alla scuola di pilotaggio dell’aviazione militare francese a Reims. Si abituò a pilotare diversi tipi di apparecchi; il 24 maggio 1915, con l’entrata in guerra dell’Italia, presso l’aeroporto parigino di Bourget si preparò sugli arei di tipo “Nieuport”, dotati di una velocità eccezionale per l’epoca. Rientrato in Italia nel luglio 1915, fu subito mandato al fronte; il 7 aprile 1916 ottenne la prima vittoria in un duello aereo: costrinse ad atterrare, ancora quasi intatto, all’interno delle linee italiane un velivolo austriaco tipo “Aviatik”, meritandosi la prima medaglia d’argento al valor militare. Nel 1917, all’ottavo aereo nemico abbattuto, gli fu conferita la croce dell’Ordine Militare di Savoia. Nella primavera del 1917 passò alla 91ma squadriglia, una unità di nuova costituzione, chiamata “la squadriglia degli assi”; divenne presto la squadriglia più famosa del fronte. Durante la battaglia di Caporetto e la ritirata, con azioni rischiosissime di mitragliamento a bassa quota, Francesco Baracca ostacolò il nemico, meritandosi altre due medaglie d’argento. Il 7 dicembre 1917 sull’altopiano di Asiago abbatteva il suo trentesimo aereo nemico; fu re Alberto in persona il 6 febbraio 1918 a conferirgli  la croce dell’ufficiale della Corona belga; gli fu conferita anche la medaglia d’oro al valor militare. Il 15 giugno 1918 abbatté il suo trentaquattresimo aereo nemico. Il 19 giugno il suo apparecchio fu colpito sulle pendici del  Montello da due pallottole incendiarie di fucile: fu perforato il serbatoio ma fu colpito anche l’asso dell’aviazione militare italiana.

Autore: Leone Sticcotti

La strada dedicata a Giuseppe Abba

Non lontano dall’areale ferroviario, nei pressi di via Piani di Bolzano si trova  una via minore, via Giuseppe Cesare Abba. Nato il 6 ottobre 1838 a Cairo Montenotte (Savona), dal 1849 al 1854 studiò presso gli Scolopi a Carcare (Savona); frequentò poi per poco tempo l’Accademia di Belle Arti di Genova. Dopo breve esperienza nei cavalleggeri d’Aosta, nell’aprile 1860 fu a Parma per partire il 3 maggio tra i Mille. Combatté eroicamente a Calatafimi e Palermo, si distinse poi nella battaglia del Volturno. Sulla partecipazione all’impresa dei Mille prese giornalmente nota su un taccuino. Tornato a Cairo Montenotte, riprese gli studi a Pisa, dedicandosi a letture storiche e letterarie. Nel 1866 si fece nuovamente garibaldino, distinguendosi il 20 luglio nella battaglia della Bezzecca. Fu per qualche tempo malato a Pisa, per poi tornare a Cairo da dove non si mosse fino al 1880, interessandosi dei vari problemi del paese natale. Non trascurava però l’attività letteraria. Rielaborò i suoi ricordi della partecipazione alla spedizione dei Mille; Carducci, al quale Abba aveva fatto avere alcuni brani del proprio lavoro, le “Noterelle d’uno dei Mille dopo vent’anni”, raccomandò all’editore Zanichelli la pubblicazione del lavoro, che nell’edizione del 1891 ebbe per titolo “Da Quarto al Volturno. Noterelle d’uno dei Mille”. Fu tramite Carducci che Abba divenne docente d’italiano nelle scuole secondarie; dal 1881 insegnò al Liceo “Evangelista Torricelli “ di Faenza, passando nel 1884/1885 all’Istituto “Niccolò Tartaglia” di Brescia. Commemorò Garibaldi nelle grandi città italiane, come a Roma nel luglio 1907 alla presenza del Re. Continuò a scrivere di storia rievocando immagini a figure dell’Italia risorgimentale. Nel 1910 si recò in Sicilia, a 50 anni dallo sbarco dei Mille, ripercorrendo i luoghi ricordati nelle sue memorie. 

Creato senatore il 5 giugno, Giuseppe Cesare Abba morì improvvisamente in una strada di Brescia il 6 novembre 1910.

Autore: Leone Sticcotti

La strada dedicata a Guglielmo Marconi

Oltre alle vie della zona industriale intitolate a scienziati italiani, non mancano in altre zone della città, come via Marconi che collega piazza Verdi a ponte Druso. Nato a Bologna il 25 aprile 1874, Guglielmo Giovanni Maria Marconi trascorse l’infanzia a Villa Griffone, nella cittadina di Pontecchio presso Bologna. Dopo  gli studi a Bologna, passò all’Istituto tecnico nazionale di Livorno; si concentrò a fare esperimenti sull’elettricità. Venne a sapere degli esperimenti che il fisico tedesco Heinrich Rudolf Hertz (1857-1894) stava facendo con le onde elettromagnetiche, la cui esistenza era stata ipotizzata dal fisico matematico inglese James Clerk Maxwell (1831-1879). L’ipotesi era che le onde elettromagnetiche possono viaggiare anche attraverso l’aria e persino nel vuoto, senza bisogno di fili elettrici. Tornato a Villa Griffone, Marconi consultò la biblioteca e utilizzò il laboratorio del docente di fisica Augusto Righi (1850-1920). Andò a buon fine nel 1895 il primo esperimento di emissione e ricezione di onde elettromagnetiche alla distanza di 2 km.  Per poter sviluppare le ricerche trovò ospitalità a Londra dai parenti della madre irlandese; a Londra poté migliorare il suo sistema di comunicazione. Dal giugno 1896 man mano aumentò la distanza di comunicazione. Nel luglio 1897 fondò una società per lo sviluppo e la commercializzazione dei sistemi di comunicazione senza fili. Il 12 dicembre 1901 ci fu la trasmissione e la ricezione del segnale attraverso l’Atlantico. Furono man mano installate stazioni radio in tutto il mondo, come nel 1929 la prima Stazione Radio del Vaticano. Oltre al premio Nobel nel 1929, Marconi ottenne numerosi riconoscimenti internazionali e incarichi prestigiosi: 16 lauree honoris causa, 25 onorificenze di altro rango, 13 cittadinanze onorarie. Morì a Roma il 20 luglio 1937. Ai funerali di Stato  parteciparono, oltre a molte autorità, come il Duce, 500 mila persone.

Autore: Leone Sticcotti

La via in Zona dedicata a Torricelli

Tra le vie nella zona industriale di Bolzano (quartiere di Oltrisarco) dedicate a protagonisti della scienza e della tecnica vi è via Evangelista Torricelli. Nato a Roma il 15 ottobre 1608, rimasto presto orfano, fu lo zio materno,  Gian Francesco Torricelli,  (Don Jacopo, monaco camaldolese, parroco di S. Ippolito), a curare la prima educazione del ragazzo, il quale poi passò alla scuola dei Gesuiti a Faenza e poi a Roma. Per la matematica lo guidò il monaco benedettino Benedetto Castelli, al secolo Antonio Castelli,  (1578-1643), docente di matematica e idraulica al Collegio della Sapienza, collaboratore di Galileo Galilei (1564-1642); con padre Castelli il giovane Torricelli lavorò e studiò a Roma dal 1632 al 1641. Nel 1641 padre Castelli presentò a Galilei, allora nel ritiro di Arcetri, il manoscritto “De motu gravium”, opera di Torricelli, il quale su proposta di padre Castelli divenne, il 10 ottobre 1641, assistente di Galilei, ormai pressoché cieco; gli rimase vicino assistendolo fino alla morte, avvenuta l’8 gennaio 1642. Il Granduca Ferdinando II de’ Medici (1610-1670) nominò allora Torricelli successore di Galilei come matematico del Granducato di Toscana. Torricelli fu tale finché visse, ma divenne anche docente di matematica presso l’Accademia fiorentina; in quegli anni si dedicò alle ricerche sui liquidi, scoprendo la legge della pressione atmosferica, per la misura della quale inventò il barometro. Nel 1644 Torricelli pubblicò “Opera geometrica”, opera in tre parti. Nel 1646 inventò un metodo per lavorare le lenti; costruì i migliori cannocchiali dell’epoca. Ad un certo punto si dovette fermare, perché si ammalò e morì, a 39 anni, a Firenze il 25 ottobre 1647; fu sepolto nella basilica di San Lorenzo. Non mancarono i pubblici riconoscimenti (come un cratere lunare e un asteroide) per la sua opera; a Faenza dal 1865 porta il suo nome il Liceo, con sede nell’antico palazzo dei Gesuiti, che ebbe Torricelli come allievo. Non va dimenticato il Liceo Scientifico Torricelli di Bolzano.

Autore: Leone Sticcotti

La strada dedicata a Antonio Locatelli

Una delle vie colleganti Corso Libertà con Piazza IV Novembre è dedicata al pilota Antonio Locatelli. 
Nato a Bergamo il 19 aprile 1895, diplomatosi nel 1913 all’Istituto industriale di Bergamo, chiamato alle armi nel 1915, ottenne il brevetto di pilota al campo scuola della Malpensa. Da caporale fu man mano promosso fino al grado di tenente nel dicembre 1916. Volò con aerei sia da ricognizione che da bombardamento; furono ben 523 i voli, per i quali ottenne meritate medaglie. Tra i voli leggendari va ricordato quello, assieme a Gabriele D’Annunzio, su Vienna il 9 luglio 1918, con lancio di manifestini. Il 15 settembre 1918 fu ferito sopra Fiume dalla contraerea. Catturato, evase diverse volte dal campo di concentramento di Sigmundsherber; il 4 novembre raggiunse la colonna di connazionali. Nel 1919 fu inviato in Sudamerica con una missione aeronautica per promuovere l’industria italiana. Rientrato in Italia, congedato nel marzo 1920 dopo il servizio al campo di Centocelle (Roma), fu tra gli organizzatori delle squadre d’azione fasciste nel Bergamasco. Dal gennaio 1923 viaggiò in Egitto, India, Cina, Giappone, Stati Uniti, documentando con disegni e foto. Nel 1924 fu eletto nel Parlamento. Rischiò molto in un volo per la Groenlandia: con l’aereo in acqua da tre giorni fu tratto in salvo da  una nave americana. Podestà di Bergamo dal novembre 1923, si dimise nel dicembre 1934. Partito nel gennaio 1936 per la guerra italo-etiopica, anche in Somalia guidò aerei da ricognizioni e da bombardamento. Partecipando ad una missione con tre velivoli, atterrò presso Lechemti il 26 giugno 1936; ci fu un attacco da parte di cadetti etiopici della scuola militare di Oletta; tra i componenti della missione uccisi ci fu anche Antonio Locatelli: morì  il 27 giugno 1936. Ciò gli valse il conferimento in agosto di una seconda medaglia d’oro al valor militare; il 15 marzo 1937 gli fu conferita, caso eccezionale, una terza medaglia d’oro.

Autore: Leone Sticcotti

La strada dedicata a Castel Firmiano

Via Castel Firmiano: è per tale via che, uscendo dalla città verso ovest per il viale Druso, varcando l’Adige per imboccare poi a sinistra la strada che sale verso Cornaiano, si accede agli imponenti ruderi di Castel Firmiano, in tedesco Sigmundskron. Dopo mezzo chilometro si trova a sinistra la diramazione  che porta in breve davanti al castello. La prima testimonianza, col nome di Formicaria, risale al 945, quando esso sbarrò la strada all’esercito di Berengario II d’Ivrea (900-966), che scendeva dalla Val Venosta. Dopo “Formicaria” il nome del maniero fu Formian, quindi Firmian, denominazione che nelle fonti del 1144 fa riferimento ad un ministeriale trentino di nome Jordan von Firmian;  ministeriale era chi esercitava le funzioni amministrative. Il castello, proprietà appunto dei ministeriali del vescovo di Trento, i quali nel tempo si divisero in vari rami, fu frazionato nel 1370; una parte fu venduta agli arciduchi  d’Austria, Alberto III (1349-1395) e Leopoldo II (1351-1386). La restante parte fu acquistata dall’arciduca Sigismondo (1427-1496), conte del Tirolo; detto il Danaroso grazie alla riforma del denaro (1482-1486), dopo il 1473 diede alla fortificazione il proprio nome, Sigmundskron (Corona di Sigismondo).  La trasformazione del castello medievale in potente fortezza moderna fu realizzata anche per difendersi da un eventuale attacco della Repubblica Veneta. Nel 1484 Sigismondo spostò la zecca da Merano a Hall  in Tirolo. Nel 1490 dovette cedere la gestione del governo a Massimiliano I del Sacro Romano Impero (1459-1519). Sigismondo, nato il 26 ottobre 1427 a Innsbruck, nella stessa città morì il 4 marzo 1496; fu sepolto nella cripta dell’Abbazia di Stams. Il castello si avviò ad una progressiva decadenza. Nel 1996 fu la Provincia di Bolzano ad entrare in possesso della rocca. Dal 2006 ospita il MMM Firmian, il quarto museo di Reinhold Messner.

Autore: Leone Sticcotti

La chiesa di Santa Maria Assunta 

I fedeli della diocesi di Bolzano-Bressanone non sono da meno rispetto a quelli di altre diocesi in fatto di devozione mariana. Ne fanno fede, tra l’altro, le chiese dedicate a Maria Assunta, anche per le pregevoli opere d’arte in esse presenti. Tra esse spicca la chiesa parrocchiale di Bolzano, o Duomo di Bolzano, dedicata a Santa Maria Assunta;  inizialmente era dedicata alla “Madonna della palude” (Maria im Moos), ciò per le frequenti inondazioni cui era sottoposta la zona. Va ricordata la cappella delle Grazie di Nostra Signora della Palude, eretta da Giuseppe Delai, l’ultimo della famiglia dei costruttori civici attivi a Bolzano a partire dalla metà del Settecento, e da Josef Gebhart; la cappella ha la volta decorata di affreschi di Carl Henrici (1771), con scene della vita di Maria. Dal 1964 la chiesa è concattedrale vescovile della diocesi di Bolzano-Bressanone. Sorge sull’area di una basilica paleocristiana del VI secolo, sulla quale fu costruita la chiesa altomedievale e quindi romanica, consacrata nel 1180. La struttura gotica fu completata nel 1519 con l’erezione del campanile tardo-gotico, alto 65 metri. Durante la Seconda guerra mondiale i bombardamenti alleati, come quello del 13 maggio 1944, causarono notevoli danni alla chiesa, che fu fedelmente restaurata (1946-1951). Il grandioso altare barocco in marmo, che nel Settecento sostituì l’altare gotico di Hans von Judenburg, fu finanziato in gran parte da alcune ricche famiglie bolzanine. Davanti a tale altare vi è il moderno altare liturgico in marmo bianco, ai cui lati si trovano i reliquiari d’argento del beato Arrigo di Bolzano (1250-1315) e del beato Johannes Nepomuk von Tschiderer: nato a Bolzano nel 1777, fu principe vescovo di Trento; deceduto nel 1860, fu beatificato nel 1995. Sul retro dell’altare maggiore vi è la lapide funeraria dell’arciduca d’Austria Ranieri Giuseppe (1783-1853) e della moglie Maria Elisabetta di Savoia-Carignano (1800-1856).

Leone Sticcotti

Vicolo del Crocifisso, a Gries

Crocifisso: l’ immagine dipinta o scolpita di Gesù in croce, motivo iconografico del culto cristiano, è diffusa in vari ambienti, come chiese, istituti, case. 

Tra gli esempi, circa le chiese, vi è il Crocifisso di San Damiano, l’icona a forma di croce dinanzi alla quale Francesco d’Assisi stava pregando quando ricevette la richiesta del Signore di riparare la sua casa. La croce originale è attualmente appesa nella basilica di Santa Chiara ad Assisi; la croce è considerata un’icona, perché contiene immagini di persone che prendono parte al significato della croce stessa.

Vi è inoltre il Crocifisso di Santa Croce, opera di Cimabue, che si trova nella basilica di Santa Croce a Firenze; è alto 4,48 metri e largo 3,90. Avendo subito importanti danni durante l’alluvione del 4 novembre 1966, fu restaurato con la massima cura possibile. In entrambi i casi i piedi del crocifisso sono separati. 

L’immagine scolpita di Gesù in croce non manca negli ambienti naturali, monti, campagne ecc. Esempio ne è il crocifisso che si trova a Bolzano, passando da piazza Gries in via Vittorio Veneto e, a destra, in vicolo del Crocifisso, procedendo verso via Martin Knoller. È un’immagine tradizionale, del piede destro sopra il sinistro, ma va ricordata la modalità dei romani circa la crocifissione: conficcavano il chiodo sul tallone del piede destro.

Autore: Leone Sticcotti