Il mosaico sonoro dei Color Colectif

“Ma come? I Color Colectif?”, diranno quelli tra voi che seguono con più assiduità le vicende musicali bolzanine. 

Ebbene, sì, proprio i Color Colectif, una delle meteore più convincenti del nostro panorama, un collettivo più che una band, come suggerisce il nome, un gruppo di amici accomunati da un affiatamento musicale e da una passione davvero unica. Sicuramente un punto di riferimento per la musica del decennio scorso, autori di un CD che è una piccola pietra miliare in cui le voci e gli strumenti si sposavano magicamente. Tra i componenti c’erano ben quattro ragazzi che suonavano anche negli Shanti Powa, proponendo qui un genere musicale totalmente differente. Quando Ariel Trettel e Peter Burchia hanno abbandonato entrambe le formazioni, i superstiti si sono posti la domanda se fosse il caso di continuare.

“Era una domanda non scontata – ci racconta Thomas Maniacco, una delle voci del gruppo, trombettista e chitarrista – e bisognava porsela. La risposta è arrivata subito, Markus Cappello, Silvia Turetta, Riccardo Vantini, il batterista Florian Gamper ed io non abbiamo avuto molti dubbi, eravamo d’accordo per dare un seguito alla nostra storia, stavamo già componendo del materiale e ci pareva molto buono. Delle tre voci principali eravamo rimasti Silvia ed io, mentre Florian che a sua volta aveva lasciato gli Shanti per fare il fonico, con noi è rimasto in entrambe le vesti.”

“L’unica ad aver avuto qualche perplessità – aggiunge Markus Cappello, che nella formazione suona il sax e canta da basso e da rapper –, è stata Silvia, non perché non volesse continuare, ma  perché considerata la natura collettivista delle origini, la mancanza di due musicisti che erano anche due amici, secondo lei poteva farsi sentire”.

In ogni caso il secondo capitolo dei Color Colectif era dunque pronto per essere scritto, serviva solo trovare un bassista e cominciare a lavorare sul nuovo materiale. 

“La voglia di fare era tale – prosegue Thomas –, che ci siamo rivolti a Mirko Giocondo per chiedergli se fosse disponibile a diventare il nostro bassista, lui si è fatto subito coinvolgere, da quell’entusiasta musicale che è, sempre pronto a farsi stimolare da nuove esperienze sonore. E poi lui è anche un compositore e quindi un valore aggiunto quando c’è da arrangiare o dare un’idea nelle prove. Il disco è stato registrato quasi tutto stando insieme in studio. Solo per le voci e i fiati abbiamo effettuato delle sovraincisioni”.

Purtroppo poi c’è stato il Covid, Silvia Turetta ha realizzato i suoi dischi come solista (con l’aiuto di Thomas e Florian come produttori), e si è poi trasferita a Trieste, ma i sei brani che i  Color Colectif avevano registrato sono rimasti nel cassetto fino allo scorso 4 agosto, quando finalmente sono usciti con tutti i sacri crismi e sono ora disponibili sulle varie piattaforme musicali, in tutta la loro bellezza, in tutta la variopinta armonia musicale con cui il gruppo li aveva registrati. Questo a partire dalla lunga Ocean, un autentico viaggio musicale che esprime tutta la filosofia musicale e di vita, che sta alla base del Color Colectif-pensiero (esemplare la ripresa di una frase storica che titolava il brano più celebre del musical Hair: Let the sunshine in). Armonie vocali di disarmante bellezza, gli inserimenti calibrati dei fiati, il suono rotondo del basso, le parti rappate. Non c’è un segno di cedimento in tutto l’EP. Possiamo dire che è una fortuna che tutto questo non sia rimasto a prendere polvere nei cassetti.

“Sono passati cinque anni da quando le abbiamo registrate – è sempre Maniacco a parlare –, Riascoltandole un giorno che ero in studio da solo mi sono detto: caspita ma è troppo bello, non si può lasciarlo lì! Così ho contattato gli altri per proporre di pubblicarlo e abbiamo incaricato Jürgen Winkler di occuparsi del master”.

“Sicuramente – conclude Markus – è stata vincente anche la scelta di non intervenire troppo sulle canzoni. Ci sono stati dei momenti in questi cinque anni in cui avevamo anche preso in considerazione l’ipotesi di aggiungere una viola, un violino, strumenti che si integrano bene con la natura folk-rock del gruppo. Poi queste idee sono state accantonate, abbiamo lavorato molto sulle voci, io cantavo poco nel primo disco e Riccardo proprio non cantava. Qui cantiamo tutti e Thomas ha aggiunto diversi interventi vocali che fanno sembrare l’amalgama vocale uno strumento a sé stante”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale