Da Berlino a Bolzano, il viaggio di Rikus tra scelte e nuovi inizi

Com’è stato il tuo primo impatto con Bolzano e la sua comunità? Ti sei sentito subito accolto?
Quando mi sono trasferito a Bolzano, ero ancora uno studente della Libera Università di Bolzano e avevo pochi contatti con le persone del posto. All’epoca frequentavo soprattutto circoli di lingua tedesca. Non posso dire di essermi sentito particolarmente benvenuto, ma nemmeno sgradito: Bolzano è una città come tante altre. Se non ti impegni a integrarti, difficilmente cambierà qualcosa. Solo quando ho iniziato a fare volontariato a La Strada – Der Weg ho avuto modo di conoscere meglio la comunità e, da quel momento, mi sono sentito davvero accolto.

Come vivi la dimensione bilingue di Bolzano? È stato difficile ambientarti dal punto di vista linguistico?
All’inizio ho trovato difficile comunicare in questa città e, ancora oggi, incontro qualche difficoltà. Sebbene il tedesco sia molto diffuso a Bolzano, non tutti lo parlano, e l’inglese non rappresenta una vera alternativa, poiché non è così comune. Tuttavia, la gente di Bolzano è generalmente aperta e amichevole, e spesso cerca di comunicare nonostante la barriera linguistica.

Quali differenze culturali hai notato tra Bolzano e Berlino? C’è qualcosa che ti ha sorpreso particolarmente?
Bolzano è senza dubbio una città piccola, e me ne sono reso conto presto. Dopo mezzanotte, non c’è quasi nulla di aperto: nessun chiosco, pochi club, spesso affollati e non sempre operativi, e i bar che chiudono al massimo all’una di notte. In quei momenti, la città sembra quasi deserta. Non posso dire che mi abbia sorpreso del tutto, ma a volte questa mancanza di vita notturna ha un suo peso. Una cosa che invece mi ha colpito positivamente è che qui i supermercati sono aperti anche la domenica, un dettaglio tutt’altro che scontato. Un altro aspetto che apprezzo molto è la forte cultura dell’escursionismo e della natura, qualcosa che Berlino certamente non offre. Non ero abituato alla passione locale per lo sport, il ciclismo e lo sci, e trovo affascinante questa parte dello stile di vita bolzanino. Certo, a volte mi mancano i buoni spettacoli teatrali e i concerti, ma in compenso la qualità del caffè qui è eccezionale e i prezzi sono più accessibili. Dire che il caffè è radicato nella cultura locale sarebbe un eufemismo!

Com’è per te stare lontano da casa? Ti manca qualcosa in particolare della Germania?
È difficile dire che mi manchi qualcosa di specifico di casa. Piuttosto, è l’insieme di piccole cose che, sommandosi, creano quel senso di nostalgia: alcune bevande, certi cibi o ristoranti a cui ero affezionato. Tuttavia, se devo essere sincero, non è poi così male. Basta tenere gli occhi aperti: c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire, e questo rende l’esperienza ancora più emozionante.

Come sta andando l’esperienza del servizio civile? Ti ha aiutato a sentirti più parte della comunità qui?
Il servizio funziona benissimo! Mi ha mostrato un lato completamente diverso di Bolzano e dei suoi abitanti. Prima di allora ero attivo principalmente nei circoli studenteschi internazionali e la mia cerchia di conoscenze era limitata a quello. Ora, grazie al servizio civile, ho imparato a conoscere ad apprezzare la gente del posto, la vera popolazione di questa città. Il senso di comunità, un social network con tanti eventi sociali di cui prima non avevo nemmeno preso nota. Da quel momento in poi ho vissuto Bolzano in un modo completamente diverso e ho imparato ad apprezzarla e ad amarla.

Hai già un’idea di cosa farai dopo il servizio civile? Ti piacerebbe restare a Bolzano o tornare in Germania??
Dopo aver completato il mio servizio civile qui, tornerò in Germania e lì inizierò a studiare psicologia. Questo volontariato è stato per me una prova importante per verificare se potevo e sarei stato in grado di lavorare regolarmente con le persone e se potevo immaginare di lavorare nel settore sociale. Il servizio civile ha eliminato molte delle mie paure e ritengo che mi abbia anche preparato molto bene per il mio futuro. Ne sono molto grato.

Autrice: Salma, COOLtour

Incontri in biblioteca per celebrare i 50 anni del nuovo diritto di famiglia

Nel 2025 ricorrono i 50 anni del Nuovo diritto di famiglia in quanto il 19 maggio 1975 veniva promulgata dopo nove anni di acceso dibattito, la legge 151, che riformava il diritto di famiglia in Italia.
La Biblioteca Civica di Bolzano ha organizzato, in collaborazione con il consultorio AIED, un ciclo di conferenze, cercando di ricostruire il percorso storico e il clima di grande fermento sociale che portò alla promulgazione della legge, con uno sguardo anche al presente e ai nuovi modelli di famiglia che sempre più popolano la nostra società.

Il primo incontro avrà luogo il 22 aprile in Biblioteca Civica alle ore 18. Raffaella Sarti, docente di Storia Moderna e Storia dei generi presso l’Università di Urbino, socia fondatrice e Presidente dal 2020 al 2024 della Società Italiana delle Storiche, racconterà al pubblico la storia del diritto di famiglia in Italia, dall’unificazione del Regno d’Italia, passando attraverso il Ventennio e l’approvazione della carta costituzionale, fino all’approvazione della legge del 1975.
Si tratta di una storia che implica diversi aspetti -dalla storia di genere, con il modificarsi dell’immagine dei generi, dei loro rapporti e ruoli – alla storia del lavoro, soprattutto domestico e di cura.
È una storia di diritti. Ed è sicuramente una storia in fieri, ma conoscerne i punti salienti è importante per orientarsi nel presente e costruire il futuro.
A seguire, il 24 maggio alle 10 il consultorio AIED ha organizzato, presso le panchine “Gocce–Tropfen” al Parco Petrarca – Talvera, la presentazione del libro Clandestine (Bompiani, 2024) con l’autrice Marta Stella, giornalista professionista e consulente editoriale, che narra la formidabile epopea dei movimenti femministi in Italia.

L’ultimo incontro sarà il 28 maggio in Biblioteca Civica alle 18. Chiara Bertone – che insegna Sociologia della famiglia e Studi di genere all’Università del Piemonte Orientale ed è tra le pioniere degli studi critici sull’eterosessualità e sulle famiglie LGBT in Italia – dialogherà con l’avvocata Lorna Ciacci, esperta di diritto di famiglia e collaboratrice del consultorio AIED di Bolzano. Le relatrici metteranno in evidenza come la società italiana arrivò al nuovo diritto di famiglia e quali profonde trasformazioni sociali e culturali legate al concetto di famiglia ed ai ruoli di genere, abbiano avuto luogo dal dopoguerra ad oggi, con uno sguardo critico sulla realtà e rivolto alle prospettive future.

HCB dal 1933 a oggi, una lunga storia

Luca Tommasini, responsabile stampa e comunicazione per l’Hockey Club Bolzano e la nazionale italiana di hockey su ghiaccio, racconta la storia, gli highlights e i traguardi dei Foxes.

Com’è stato fondato il club? Esiste una connessione con il regime fascista?
L’Hockey Club Bolzano non è nato in relazione al regime, anzi. Nel 1933 è sorto come un club formato da un semplice gruppo di giocatori sia di madrelingua italiana che tedesca che si ritrovava per giocare in zona Campiglio. A causa della guerra il Bolzano dovette interrompere le attività che ripresero all’interno della Polisportiva Alto Adige, ma solo per un breve periodo di tre anni, fino al 1948, quando la squadra riprese il nome di Hockey Club Bolzano. 

Il club ha avuto tanti successi sul territorio italiano, mentre ora gioca in una lega mitteleuropea. Perchè questo cambiamento?
La storia dell’hockey italiano è molto travagliata: tra gli anni Sessanta e Ottanta e soprattutto negli anni Novanta il campionato italiano era un torneo di spicco nel panorama europeo. Con gli anni 2010 il livello è calato visibilmente. Bolzano è sempre stata una delle squadre di punta, ma nel 2013 ci siamo ritrovati di fronte a una scelta: il fuoco si era un po’ spento in città, pochissimi spettatori erano presenti alle partite e abbiamo iniziato ad arrancare. L’amministratore delegato ha deciso allora di chiedere l’iscrizione alla lega mitteleuropea per riportare a Bolzano un hockey di livello con la speranza di richiamare anche i tifosi. I buoni risultati del primo anno hanno aiutato a risvegliare la passione di chi era già tifoso. E adesso stiamo lavorando molto per creare una tradizione solida anche tra i più giovani. Un altro cambiamento importante è stato lo spostamento del palaghiaccio, da via Roma a una nuova area fuori città con la costruzione del Palaonda nel 1993, una scelta che allontanò l’hockey dai quartieri popolari. Per questo motivo, stiamo collaborando con la Provincia e il Comune per migliorare i trasporti in occasione delle partite, con l’obiettivo di ricollegare la squadra con la città e far tornare più gente allo stadio.

Quali sono le personalità più significative nella storia della squadra?
Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta abbiamo iniziato ad avere giocatori veramente forti che hanno lasciato il segno, da meteore come Kent Nilson, giocatore NHL, a giocatori che hanno iniziato a far parte fissa della squadra come i due russi Maslennikov e Vostrikov — il Volga Express. Nel 1994 Jaromir Jagr – che è uno dei giocatori più leggendari di sempre nella storia – è passato dall’HCB. Poi ci sono stati Gino Pasqualotto, simbolo di Bolzano, Martin Pavlu, uno dei migliori giocatori italiani di sempre, Robert Oberrauch e tanti altri.

E il rapporto con la città?
Bolzano è sempre stata una città legata a questo sport. Sin da quando si è diffuso in Nord Italia negli anni venti del Novecento, infatti moltissimi giovani sceglievano l’hockey più che il calcio come prima esperienza sportiva e questo è sempre stato un fattore fondamentale anche per la promozione di questo sport nel Nord Italia. Bolzano ha una storia particolare avendo diversi gruppi linguistici: l’hockey è sempre stato lo sport che ha abbattuto le barriere, probabilmente l’unico qui. Soprattutto negli anni in cui i gruppi non convivevano come ora, è sempre stato lo sport che ha riunito tutti. I tifosi, che condividevano la stessa passione e dopo la partita uscivano insieme, e i giocatori, di madrelingua italiana e tedesca.

Autrice: Anna Michelazzi

Rispetto per i diritti

Sandra Durnwalder, originaria di Merano, è educatrice sociale e sessuale. Lavora da quasi 12 anni come streetworker e, da due anni, coordina anche l’area di riferimento. È attiva nel volontariato presso il canile di Naturno, dove si prende cura degli animali con la stessa dedizione che riserva alle persone. Si impegna inoltre per i diritti per le donne e per le persone queer, promuovendo l’uguaglianza e il rispetto per tutte le identità.

La cosa di me che mi piace di più.
La mia empatia.

Il mio principale difetto.
La mia impuntualità.

Il mio momento più felice.
Lo sono ogni volta che torno a casa e la mia gatta mi viene incontro.

Da bambina sognavo di diventare…
Una cantante.

Il capriccio che non mi sono mai tolta.
Un viaggio in Egitto.

Il luogo dove vorrei vivere.
Al mare.

Il mio piatto preferito.
Patate in ogni variante.

Non sopporto…
Le bugie e la disonestà.

Per un giorno vorrei essere…
Un uomo.

Nel mio frigorifero non mancano mai…
I pomodorini.

Se fossi un animale sarei…
Una tigre.

Sono stata orgogliosa di me stessa quella volta che…
Lo sono stata quando ho conseguito la mia seconda laurea.

Tre aggettivi per definirmi.
Socievole, spiritosa, testarda.

La prima cosa che faccio al mattino.
Mi oriento…

Il mio film preferito
Hachiko e la mummia (parte 1).

Il mio attore preferito.
Johnny Depp.

Il superpotere che vorrei avere.
Poter leggere nel pensiero.

Il mio ultimo acquisto.
Un regalo per qualcun altro.

Cosa apprezzo di più del luogo in cui vivo?
La natura a due passi da casa.

Amo il mio lavoro perché…
Mi dà la possibilità di aiutare i giovani a cui gli altri hanno smesso di credere.

L’errore che non rifarei.
Dare troppa confidenza alle persone sbagliate.

Autore: Marco Valente

Una folla al Mercatino delle mamme

L’edizione primaverile 2025 del Mercatino delle Mamme si conferma nuovamente un punto di riferimento per tutta la provincia per la compravendita di articoli per l’infanzia e i ragazzi, trasformandosi in un circolo virtuoso che rimette in pista articoli di ogni genere ancora in buono stato, con il doppio obiettivo di venire incontro alle famiglie e di riciclare oggetti altrimenti destinati alla discarica.

Sono stati ben più di 180 i venditori di questa edizione – che si è tenuta nel week end del 29 e 30 marzo come sempre presso il Centro Don Bosco di Laives, che ha collaborato fin dalla prima edizione.
Migliaia gli articoli in vendita, dall’abbigliamento 0 -14 anni a seggiolini bicicletta e auto, monopattini e biciclette, caschetti, libri, giocattoli e molto altro, con visitatori e acquirenti ormai provenienti perfino dal vicino Trentino. L’instancabile lavoro dei volontari – ben 40 questa volta – garantisce un’organizzazione impeccabile e la vendita di oggetti solo in buonissimo stato.
Dalla squadra dedicata all’accettazione e distribuzione della merce, alla squadra “braccia forti”, che si occupa di predisporre tavoli e panche così come di smantellarli a fine evento, l’istancabile lavoro e coordinazione di tutti ha garantito il successo, arricchito questa volta anche da una novità: lo spazio dedicato ai bambini, molto apprezzato dai visitatori che hanno così potuto dedicarsi con calma agli acquisti mentre i bambini non avevano tempo di annoiarsi.
Un ringraziamento da parte di tutti, organizzatori, venditori e acquirenti, va alla giunta comunale, all’Elki e al Centro Don Bosco, come sempre sostenitori a vario titolo di questa preziosa iniziativa a sostegno delle famiglie e della preziosa cultura del recupero.
Il prossimo mercatino, dedicato all’abbigliamento e oggettistica prettamente invernali, si terrà nel week end dell’11 e 12 ottobre.

Autrice: R. T.

La strada dedicata a Antonio Pacinotti

Da via Galileo Galilei ad un certo punto inizia via Antonio Pacinotti; si tratta di un altro fisico italiano, forse meno noto di Galilei. Nato a Pisa il 17 giugno 1841, a quindici anni iniziò gli studi di fisica-matematica all’Università di Pisa. Fin da studente si era interessato alle ricerche sull’elettromagnetismo; già nel 1858 aveva costruito il primo modello di una macchina elettromagnetica, nota come “anello di Pacinotti”. Nel 1860, dopo la parentesi di sergente volontario nella Seconda Guerra d’Indipendenza (Solferino e San Martino – 24 giugno 1859), realizzò un modello perfezionato della sua macchina, la “macchinetta elettromagnetica reversibile”; illustrò tale macchina a Parigi nel 1865. Circa il curriculum professionale, Pacinotti, dopo un anno di assistentato con il padre, nel 1862 fu aiutante a Firenze dell’astronomo Giovanni Battista Donati (1826-1873); dal 1864 fu docente all’Istituto Tecnico di Bologna, passando nel 1873 ad insegnare fisica nell’Università di Cagliari. Mentre era docente a Cagliari, conobbe la diciannovenne Maria Grazia Sequi Salazar; si sposarono il 29 aprile 1882, ma la moglie morì a Pisa il 25 febbraio 1883. A Pisa infatti Pacinotti era ritornato nel 1881 per succedere al padre nella cattedra di fisica tecnologica all’Università di Pisa. Dal 1883 fu socio corrispondente dell’Accademia dei Lincei e dal 1898 socio nazionale della stessa. Nel 1906 fu nominato senatore del Regno d’Italia. Pacinotti fece anche ricerche di fotoelettricità, su ebollizione, vaporizzazione e calefazione. Si occupò anche dello sfruttamento dell’energia solare e di problemi di agricoltura, avendo sempre presente nei suoi studi il compito della scienza di giovare, attraverso le sue applicazioni pratiche, al progresso della società. Tutti gli apparecchi costruiti da Pacinotti per le sue esperienze sono conservati a Pisa nel museo ed archivio pacinottiano. Antonio Pacinotti morì a Pisa il 25 marzo 1912.

Autore: Leone Sticcotti

I secoli bui da re Teodorico ai Bavari

L’ultimo imperatore romano d’occidente fu Romolo Augustolo. Salì al trono nel 475, quando aveva appena 15 anni. L’anno dopo fu deposto dal capo barbaro Odoacre che si proclamò rex Italiae. Governò per 17 anni in nome di Zenone, imperatore d’Oriente. Costui tuttavia si fidava poco del barbaro e nel 469 inviò in Italia gli Ostrogoti di Teodorico, suoi alleati. Nel 493 Teodorico sconfisse Odoacre e lo uccise personalmente durante un banchetto a Ravenna, che divenne la nuova capitale del regno ostrogoto.

Se i Goti si impossessarono di tutte le posizioni di comando nell’amministrazione romana d’occidente, i Romani di certo non sparirono da un giorno all’altro dalla faccia della terra, anzi possiamo dire che come popolo e cultura sopravvissero per almeno sette o otto secoli. Il mondo rimase letteralmente intriso di romanità: nella lingua, nella cultura, nell’edilizia, nelle leggi e consuetudini.
Ma veniamo ai cosiddetti anni o secoli bui, di cui si hanno notizie assai frammentarie. Sono gli anni in cui si susseguono le cosiddette invasioni di popoli barbari, soprattutto germanici, che peraltro in tedesco vengono definite migrazioni di popoli. i barbari o migranti che dir si voglia non volevano distruggere il mondo romano: volevano soprattutto goderne. Perciò non troviamo tracce di grosse devastazioni di città e villaggi.
All’epoca di Teodorico l’area trentina e la Val d’Adige, anticamente abitate dai Reti sconfitti nel 15 a.C. e poi lentamente assorbiti dalla civiltà romana, facevano parte di una territorio compreso tra la Regio XI e il vasto municipium di Tridentum. Teodorico mantenne in vita il complesso apparato amministrativo romano anche in Val d’Adige, dato che la popolazione locale era composta soprattutto da famiglie di veterani, soldati, impiegati, contadini, schiavi e servi, commercianti e artigiani romani di lingua latina.
Stranamente Teodorico, che regnò dal 493 al 526 amato e rispettato da Goti e Romani, entrò profondamente nell’animo e nelle leggende delle popolazioni alpine. Probabilmente gli venne attribuito a posteriori il merito di aver vendicato le antiche popolazioni retiche per i torti subiti ai tempi di Druso, cosa che in realtà non fece perché furono proprio i Romani a insediarlo. Ad ogni modo, la mitologia germanico-alpina lo conosce come Dietrich von Bern (antico nome di Verona) e gli attribuisce numerosi viaggi e azioni eroiche nelle nostre valli. Certo è solo che piazzò postazioni militari ai confini e lungo la via Claudia Augusta in Bassa Atesina per proteggerli dalle scorribande di altri popoli barbari. Negli anni successivi a Teodorico, sotto Vitige, Totila e l’ultimo re Teja, i Goti vennero più e più assediati da Alemanni e Franchi e in particolare questi ultimi erano in forte ascesa fino a diventare, dopo qualche tempo, i nuovi padroni d’Europa sotto Pipino il Breve e suo figlio Carlo Magno. Ciò che era stato dominio dei Goti, divenne territorio franco anche in Val d’Adige.
I cosiddetti anni bui proseguirono con l’invasione dei Longobardi di Alboino nel 568. Entrarono in Italia dal Friuli, erano poco più di 100000 persone ma gli uomini tutti armati fino ai denti. La popolazione locale era disarmata e si arrese immediatamente ai nuovi padroni e così anche la Val d’Adige fino a Bolzano e Merano divenne longobarda. Il territorio fu suddiviso in 36 ducati, la Val d’Adige con la Bassa Atesina facevano parte di quello di Trento, il cui ultimo duca fu il ribelle Alchis. La capitale era Pavia. In varie occasioni i Franchi tentarono di sottrarre la Val d’Adige ai Longobardi ma furono poi sconfitti in varie battaglie nella piana Rotaliana e a Salorno nel 577. I Longobardi crearono le curtes, centri amministrativi, mentre i masi furono tolti ai vecchi proprietari romani e affidati ai guerrieri denominati arimanni. Le arimannie presidiavano il territorio e in Bassa Atesina ne furono create diverse a protezione dei confini. Le principali curtes furono quelle di San Pietro presso Ora che comprendeva Bronzolo, Ora, Montagna, Egna, Villa, Aldino e Redagno con sede a Villa, la curtis di Salorno comprendente Salorno, Laghetti, Cortina, Magrè, Cauria e Favogna con sede a Salorno, infine la curtis di Cortaccia e Termeno con sede a Cortaccia. Tuttavia Termeno divenne un importante centro longobardo governato per molti secoli da gastaldi anche dopo la scomparsa dei longobardi stessi. In quanto alle arimannie, sono note quella di Romeno, di cui faceva parte Caldaro, e quella di Appiano, che arrivava fino alla Val d’Ultimo.
A partire dall’VIII secolo, i Longobardi furono romanizzati, abbandonarono la lingua e aderirono al cattolicesimo romano. Vennero ammessi i matrimoni misti che prima erano puniti con la pena di morte. Insomma, i romano-longobardi formavano la popolazione della Val d’Adige all’arrivo di un nuovo popolo barbaro, i Bavari, che dopo alcuni secoli avrebbero completamente assorbito la popolazione autoctona della Bassa Atesina e della Val d’Adige e imposto la loro lingua a partire dal XII secolo. Il confine tra Longobardi e Bavari pare scorresse all’altezza di Laives, ma fu sempre un confine permeabile e, per così dire, elastico. Lo stesso toponimo Leifers o Laives, secondo alcuni studiosi, sarebbe nato durante i secoli bui gotico-longobardi grazie all’adattamento di un antico nome retico riferibile forse al fondatore del villaggio, Lavises.

Autore: Reinhard Christanell

La Cina di Bernadette Berger

Nata in Carinzia, laureata in lingue, vive a Merano dal 1993. In riva al Passirio, Bernadette ha dato vita alla propria passione pittorica dedicandosi all’acquarello e ai ritratti. Fra il 2012 e il 2015 ha seguito il marito a Shanghai e in questa città ha potuto apprendere la tecnica della china cinese. Ha infatti frequentato i corsi di China cinese e scrittura cinese nella classe dell’artista Zhou Weiping, all’Hong Hong Art Institute di Shanghai. Si è così immersa nella cultura cinese, nella sua lingua, e ha cercato di evincere il più possibile delle tradizioni, dei valori e della quotidianità della popolazione entrando in contatto con numerosi abitanti. Lo dimostrano i numerosi ritratti che Bernadette ha realizzato in quegli anni, i paesaggi degli angoli per lei suggestivi, le città d’acqua, i tipici fiori e gli uccelli che lì aveva modo di vedere. Le lezioni con il maestro Zhou Weiping hanno influenzato notevolmente l’arte di Bernadette tanto da esserne riconoscibile la scuola, la delicatezza, l’armonia, l’impostazione. Tutti i dipinti di Bernadette sono resi sulla carta di riso, con la china e l’acquarello, con pennelli di varia misura per indurre un tratteggio sottilissimo o più spesso a seconda della necessità. Osservare con attenzione le opere di Bernadette corrisponde a partire per un viaggio nella Shanghai di oggi ma anche affondare nelle radici della tradizione. Dal 2013 al 2015 a Shanghai ha esposto in tre mostre collettive, al Liu Haisu Art Museum e alla Changning Library. Nel 2016, da poco rientrata a Merano, ha esposto a Schloss Pinzenau portando con sé una felice ventata di oriente.

Autrice: Rosanna Pruccoli