Aluna, la musica soprattutto, fatta insieme

Quello che potremmo definire il segreto meglio custodito della musica altoatesina, è una formazione che attraverso gli anni – a partire dagli albori del millennio – ha cambiato più volte il nome, passando per Aluna Quartet, Aluna e, ora, Aluna Ensemble, e nasce dalle ceneri di un apprezzato gruppo ormai del secolo scorso, il Serafinian Quartet.

La line up attuale di Aluna si compone di cinque elementi, visto che dal 2018 circa ha aperto la porta a Gigi Grata, che per altro aveva suonato praticamente in tutti i dischi realizzati dagli Aluna fino ad allora.
Cinque elementi con i retroterra musicali più vari possibile, dal jazz al rock indipendente, dal klezemer alla musica classica, a quella latina; gli altri quattro componenti sono Gregor Marini, Zeno Braitenberg, Umberto Carrescia e Hartwig Mumelter. Ognuno porta in dote al gruppo esperienze titolate e soprattutto un gusto musicale sconfinato a cui ciascun membro contribuisce in ugual misura. L’uscita dell’antologia con inediti intitolata semplicemente Aluna Ensemble è stata l’occasione per incontrare i primi tre e parlare a ruota libera della loro visione musicale.

“Uno dei segreti della nostra intesa – comincia a raccontare Gregor Marini, chitarrista e uomo dei suoni – è che non ci stressiamo, ci piace stare insieme e fare musica insieme. Abbiamo raggiunto tutti una maturità tale che nessuno deve più dimostrare qualcosa, nessuno deve suonare per fare cassa. Quel che interessa è la musica”.
“L’unico stress che ci concediamo – specifica Zeno Braitenberg, che negli Aluna suona il violino ed è una delle voci principali – è l’autostress che ci imponiamo da soli quando dobbiamo lavorare ad un progetto, altrimenti finiamo col rilassarci troppo e stiamo fermi mesi, magari”.
I dischi del gruppo, e quindi la nuova antologia (con inediti, lo ribadiamo), sono caratterizzati dall’essere composti da brani dall’ispirazione più differente, dalla canzone pop a quella napoletana, a quella tradizionale di altri paesi: è il comune sentire la musica e la capacità di lavorarci insieme (ensemble, potremmo dire alla francese, rifacendoci al nome definitivo del gruppo) con gusto fino a dare alle composizioni il suono Aluna.

“Il brano russo Rodina – ci racconta Gigi Grata, trombonista e trombettista – ha una storia particolare, lo avevamo suonato tutto d’un fiato e io ci avevo fatto un assolo con la sordina sulla tromba. Aveva un suono che è piaciuto in modo particolare a Gregor”.
“Mi è piaciuto talmente – specifica il chitarrista – che me lo sono trascritto tutto, anche se sono l’autodidatta degli Aluna, e ci ho fatto un assolo di chitarra pari pari che è diventato un tema suonato all’unisono con quello di Gigi, tanto che ho dovuto ritrascrivergli io il pezzo perché lui lo aveva improvvisato la prima volta!”

“È incredibile – chiosa Braitenberg – come a Gregor sia venuto naturale di trascrivere un assolo, per così dire di pancia, suonato da Gigi, che Gigi non avrebbe mai rifatto nello stesso modo”.

Il repertorio si compone di brani che piacciono ai singoli musicisti, ognuno propone, poi insieme vagliano se si tratta di un brano calzante, ci sono persino amici o persone che vanno ad assistere ai loro concerti che ogni tanto lanciano l’idea per una canzone da inserire in repertorio. “Può accadere che si giri a lungo attorno ad un brano – prosegue Braitenberg – fino a che si trova la chiave giusta per renderlo: nell’antologia, uno degli inediti è un medley che girà attorno al brano La festa di Celentano. Se c’è un genere che non sopporto sono i medley, fino ad ora non avrei mai immaginato di registrarne uno. E invece è stato così evidente che l’arrangiamento funzionava a meraviglia, che alla fine mi sono adeguato senza riserve”.

Poi, quando è il momento di fare sul serio, gli Aluna si rifugiano nel loro buen retiro sulla costiera amalfitana e lì, almeno in parte, nascono i dischi. “Zeno ha una casa a Massa Lubrense – specifica Grata – con vista su Capri, se la stagione non è la più indicata, può esserci un freddo cane, ma la location è d’ispirazione per farsi ispirare, scrivere un arrangiamento e poi provarlo insieme. Il fatto di poter vivere da mattina a sera sempre insieme favorisce la creatività”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

La strada in Zona dedicata a Giotto

Una delle due vie colleganti via Buozzi a via Keplero è via Giotto. Giotto da Bondone, così è noto, era nato nel 1267 a Colle di Vespignano (Firenze). Quando i Bondone, piccoli possidenti terrieri, si trasferirono a Firenze, Giotto fu affidato alla bottega del pittore Giovanni Cimabue, il quale ebbe modo di scoprire la bravura di Giotto. La formazione di Giotto si compì tra Firenze, Assisi e Roma. Per la formazione fu importante il viaggio a Roma, dove si stava sviluppando un’importante scuola pittorica. Dopo l’esperienza romana Giotto lavorò al cantiere di Assisi; tra il 1277 e il 1280 Cimabue iniziò la decorazione del transetto sinistro della chiesa superiore, successivamente l’esecuzione degli affreschi passò a suoi collaboratori; Giotto fu protagonista assoluto delle decorazioni del registro inferiore, al di sotto delle finestre, lungo le pareti della navata. Il ciclo decorativo ai compone di 28 affreschi e rappresenta scene della vita di San Francesco. Giotto ritornò al cantiere di Assisi durante la decorazione della volta della basilica inferiore con Allegorie francescane, nonché la decorazione della cappella della Maddalena. Dopo un soggiorno a Roma, tra il 1303 e il 1305 realizzò a Padova la cappella privata di Enrico degli Scrovegni, con affreschi su Storie della Vergine, Storie di Cristo, figurazione dei Vizi e Virtù e un grandioso Giudizio universale. Giotto lavorò per le più importanti città italiane; oltre ad Assisi, Roma, Padova e Firenze, fu attivo a Rimini. Giotto lavorò sopratutto a Firenze, nella chiesa di Santa Croce. Giotto fu conteso dai grandi committenti del suo tempo; tra il 1330 e il 1333 fu a Napoli, chiamato da Roberto d’Angiò, e tra il 1335 e il 1336 a Milano presso Azzone Visconti. Giotto operò a Firenze anche come architetto. Morto a Firenze l’8 gennaio 1337, fu sepolto in Santa Reparata con solenne cerimonia a spese del Comune.

Autore: Leone Sticcotti

Due dame alla Landesfürstliche Burg

Nel cuore del centro storico sorge la Landesfürstliche Burg, il Castello Principesco. Il primo riferimento documentario risale all’8 gennaio 1328. La data è in calce ad un documento che accenna all’edificio con le parole “Merani in domo domini principis, quae vocatur casaba”. Non si trattava di una fortificazione ma piuttosto di un edificio di residenza annesso alle cantine contenenti le derrate alimentari del principe territoriale, soprattutto vino ma non solo.

Nella seconda metà del XV secolo Sigismondo il Danaroso, fece ampliare, fortificare, ristrutturare numerosi castelli del territorio e fra questi anche questo edificio, con lo scopo di agevolare i frequenti soggiorni del principe territoriale a Merano, visto che il maniero avito dei Conti del Tirolo era ormai in rovina.
Nel corso del XVI secolo vi dimorò Massimiliano I e vi trovò rifugio Ferdinando I che, nel 1564, per sfuggire ad una pestilenza vi si trasferì con la famiglia. Il castello riesce così a parlare di due donne molto interessanti: Bianca Maria Sforza e Philippine Welser. Di Bianca Maria nella “stanza da letto” è visibile un ritratto mentre di Philippine è visibile un baule.
Bianca Maria Sforza (Milano, 5 aprile 1472 – Innsbruck, 31 dicembre 1510) tra il 1494 e il 1510 fu la seconda moglie dell’Imperatore del Sacro Romano Impero Germanico, Massimiliano I. Bianca Maria era la secondogenita del duca di Milano, Galeazzo Maria Sforza e di Bona di Savoia.
Il suo futuro personale dipendeva dalla politica internazionale e dalle strategie matrimoniali che da essa dipendevano. Così fin dalla sua nascita fu più volte promessa a diversi dignitari. Nel 1494, a 22 anni, giunse alle nozze. Sposò il Massimiliano I, vedovo con due figli e molto più vecchio di lei e dietro una cospicua somma di denaro che la giovane portava in dote. Dal matrimonio e quindi da questa alleanza, Massimiliano I sperava di assicurarsi i territori dell’Italia settentrionale ed il finanziamento per le proprie spedizioni militari.
Le nozze anche se sfarzose e memorabili avvennero in contumacia. Massimiliano infatti non si presentò a Milano. La giovane sposa partì quindi con la sua corte alla volta del Tirolo, attraverso la Valtellina, Sondrio e Bormio e valicò lo Stelvio. Massimiliano non amò Bianca e non ebbe mai molto a che fare con lei, tanto che la giovane rimase sempre più isolata e sempre più risiedette nei castelli del Tirolo. Afflitta da una grave malattia si spense il 31 dicembre 1510 all’età di trentotto anni e fu sepolta nell’abbazia cistercense di Stams, nell’alta valle dell’Inn, ma Massimiliano non presenziò neppure ai funerali.
Fu invece una vera e propria storia d’amore quella che visse Philippine Welser (Augusta, 1527 – Innsbruck, 24 aprile 1580), la moglie morganatica di Ferdinando II d’Austria, Governatore del Tirolo. Suo padre, Franz Welser, ricco mercante di Augusta, proveniva dalla munifica famiglia patrizia dei Welser, ascritta alla nobiltà imperiale, banchieri che spesso effettuavano prestiti alla casa imperiale. Philippine era nota per la sua bellezza ma anche per il suo interesse per le scienze naturali e il commercio. Philippine e Ferdinando II si conobbero nel 1547 nella città della giovane, poiché quella era la sede della Dieta e lui vi era giunto accompagnandovi il proprio padre. L’imperatore acconsentì alle nozze morganatiche senza però possibilità alcuna di successione.
Nel 1567 Ferdinando II assunse il governo del Tirolo e la coppia si trasferì in uno dei palazzi più belli del tempo, il castello di Ambras presso Innsbruck. Nel 1572 venne offerto a Ferdinando il trono polacco ma egli rifiutò per non abbandonare la moglie. Quattro anni dopo il papa riconobbe il matrimonio. Philippine era stimata e benvoluta dal popolo tirolese per le sue donazioni e le opere di carità.
Ella inoltre, era esperta farmacista, raccoglieva e studiava piante officinali. Fu anche autrice di una Farmacopea e di un manoscritto contenente più di 200 ricette mediche, oggi conservato nella Biblioteca Nazionale di Vienna. Scrisse inoltre un libro di ricette di cucina contenente piatti tipici della cucina del tempo. Nel Castello Principesco di Merano dove riparò col marito per sfuggire alla peste, ebbe modo di mettere in pratica molte delle sue cure e rimedi naturali oltre a quelli più specificatamente per la bellezza, come i bagni nel latte per cui era famosa. Morì nel 1580.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Una primavera con l’atletica

Sabato scorso al Campo CONI di Bolzano si è svolta la prima tappa del Grand Prix Giovanile Sportler. Numerosi giovani atleti si sono sfidati con entusiasmo nelle varie discipline. La giornata, baciata dal sole, ha visto grandi prestazioni e tanto tifo dagli spalti. Un ottimo inizio di stagione che promette emozioni e crescita per tutti i partecipanti. Riviviamo alcuni momenti grazie agli scatti di Niccolò Dametto.

Fiducia

Questo numero del giornale giunge mentre la maggior parte di voi è intenta nei preparativi per celebrare, in modo religioso o più laico, la festività della Pasqua.
Riflettendo dunque sul modo più adeguato per rivolgervi il mio migliore augurio, ho pensato naturalmente alla fede nella risurrezione, che è il cuore del messaggio cristiano. Ma anche al significato stesso della parola Pasqua che deriva dall’ebraico “pesach”, e vuol dire anche “passare oltre”.
A noi tutti sono noti il passaggio e il cambiamento vissuti dagli ebrei quando attraversarono il Mar Rosso. Per gli ebrei la storia della liberazione dalla schiavitù egiziana contiene al contempo l’incertezza e la paura per il nuovo da incontrare. A sostenere gli israeliti vi fu naturalmente la fede, ma tutti possiamo senz’altro riflettere sull’importanza della fiducia.
Un interessante articolo dello psicologo bolzanino Giuseppe Maiolo ha recentemente osservato che fede e fiducia sono simili, non uguali. Compensandosi.
Maiolo ricorda che “con la fiducia si può affrontare la realtà e credere in quello che ancora non si vede” e che la fiducia “è un concetto squisitamente psicologico capace di accompagnare lo sviluppo e far da contrappeso alle insicurezze infantili per ciò che non conosciamo”.
Potremmo dire che la crescita di ogni bambino è sorretta dalla crescita della fiducia in sé stessi, per consentirci di esplorare l’ambiente e trovare il nostro spazio nella società.
Oggi la fiducia spesso è in crisi, lo appuriamo tutti i giorni nei più vari contesti.
Il credito che oggi diamo a politica, economia, al sistema sanitario, ma sempre più spesso anche a democrazia, diritti e doveri, solidarietà e scienza, sembra essere pericolosamente in caduta libera. Il mio augurio è allora di riuscire ad alimentare la nostra fiducia di fondo in questi giorni, nella vita, in noi stessi e negli altri.
Lo dice anche Maiolo, ricordando che “la Pasqua ci parla della fiducia come energia costruttiva che può mettere radici se ha un terreno solido dove impiantarsi”. La fiducia “alimenta l’ascolto e sostiene il sentimento, ovvero la capacità di amare”. Ed è contagiosa, rendendoci tra l’altro “più adattabili e meno esposti alle intemperie dei conflitti”.
La fiducia – conclude Maiolo – “non impedisce gli inciampi ma, quando capitano, offre l’energia che serve per rialzarsi e ripartire“. Allora… buona Pasqua a voi tutti!

Autore: Luca Sticcotti

L’importanza di tornare sui libri

“Immergiti, sfoglia, meravigliati. Assapora la magia dei libri”. è con questo slogan che il direttivo del Genossendchaft deutscher Kindergarten und Kulturheim Leifers ha voluto invitare tutta la popolazione di Laives e dintorni a riscoprire il piacere della lettura in un comune che – ahimè – manca di una libreria già da molti anni. Così, per la felicità di chi adora il fruscìo delle pagine, per un’intera settimana il Kulturhaus si è trasformato nel paradiso dei libri.

A Laives e in tutto il circondario manca una libreria, da anni. E da anni isogna necessariamente rivolgersi al commercio online, strada molto più semplice, o recarsi a Bolzano, che non è chissà quale viaggio, ma – dati alla mano – pare che questa trasferta possa in qualche modo scoraggiare potenziali lettori.
Certo, questa carenza viene supplita dal grande impegno delle biblioteche locali, sia in lingua tedesca che italiana, ma a volte questo lavoro non basta.

Una settimana dedicata alla lettura
È per questo che il Genossenschaft ha accolto l’idea di alcuni membri del direttivo e ha avanzato la proposta di presentare per una settimana un ampio ventaglio di titoli in entrambe le lingue e per tutte le fasce di età e di interesse – proposta raccolta e organizzata con entusiasmo dal gruppo Athesia. La grande sala del Kulturhaus di via Montessori ha così accolto da martedì 8 a domenica 13 aprile la bellezza di 2000 titoli accuratamente scelti, metà in tedesco e metà in italiano, da sfogliare, “provare” e anche acquistare.
E martedì 8 nel tardo pomeriggio il direttivo, in primis il presidente Rainer Tschirner, ha accolto gli ospiti ufficiali – dai rappresentanti di Athesia a quelli di Raiffeisen, fino a sindaco, vicesindaco e assessore alla cultura del Comune di Laives e al parroco del decanato di Laives Don Walter e molti altri esponenti del panorama culturale locale – per una breve cerimonia di inaugurazione ufficiale dell’evento.
Tutti coloro che hanno preso la parola, dal presidente e i membri del direttivo come Marlene Menegatti, ai membri della giunta comunale, hanno sottolineato come l’iniziativa sia nata dal desiderio di avvicinare la popolazione al meraviglioso mondo dei libri e dell’importanza della lettura nella formazione dell’individuo e di una cultura collettiva.

“Per un’intera settimana il Kulturhaus di Laives si è trasformato nel paradiso dei libri, con la bellezza di 2000 titoli accuratamente scelti, metà in tedesco e metà in italiano, da sfogliare, “provare” e anche acquistare”

L’entusiasmo dei bimbi più piccoli
Un successo oltre le aspettative quello che ha ottenuto l’iniziativa, con la scuola materna Nazario Sauro che ha portato i bimbi ogni giorno a immergersi in coloratissime copertine che li hanno avvicinati a grandi avventure e moltissime persone che si sono aggirate con calma tra i banchi che esponevano letture di ogni genere, dal fantasy per ragazzi ai libri di ricette, fino ai grandi saggi sulla storia e l’attualità.
La grande partecipazione a questa iniziativa ha evidenziato da un lato la grande voglia dei cittadini di consultare ma anche acquistare letture, dall’altro lato la mancanza di una realtà di questo genere per la popolazione di Laives e dintorni. La speranza quindi è che, oltre a iniziative come questa, possa in futuro anche ritornare a Laives una libreria pronta ad accogliere lettori e futuri lettori.

Autrice: Raffaella Trimarchi

Martina, un oro olimpico davvero speciale

È la prima campionessa olimpica che porta l’oro in Alto Adige per la disciplina danza sportiva. Martina Zambarda, 25 anni di Merano, è una ragazza speciale in tutti i sensi: ha partecipato agli Special Olympics World Winter Games di Torino, portando l’Italia al primo posto sul podio, davanti alla temuta Cina nella disciplina danza sportiva, specialità hip hop.

Gli Special Olympics World Winter Games rappresentano un evento internazionale sportivo nato negli anni Settanta, dedicato alle persone con disabilità intellettivo-relazionale. L’edizione di quest’anno è stata la prima in cui la danza sportiva ha potuto partecipare come disciplina di prova. Se confermata, la danza sportiva entrerà di diritto tra le discipline olimpiche degli Special Olympics Games che si tengono ogni quattro anni. L’evento si è tenuto al Palazzo delle Feste Bardonecchia, in provincia di Torino.
Paola Ianes, tecnica e allenatrice di Martina, e Nadia Bozza, titolare della scuola di danza Only Dance dove Martina si allena da moltissimi anni, parlano di lei come di una ragazza testarda, determinata e con la gioia della danza. Martina danza da quando aveva 4 anni e non ha mai smesso se non per qualche breve periodo. Ha frequentato corsi di danza jazz e danza hip hop come tutti gli altri bambini pur avendo qualche difficoltà, ma non è mai stata giudicata per questo e non ha avuto sconti, neanche per lo svolgimento di alcuni esercizi come gli addominali “che Martina ha sempre detestato” (Nadia ride, ndr). “Martina si è allenata costantemente e siamo arrivati agli Special senza troppo stress o ansia da prestazione”. Non si è trattato di ansia, ma solo di emozione per la prestazione, racconta Paola. La scuola di danza Only Dance di Merano ha sempre accolto la diversità come fatto normale, ma ad un certo punto si è sentita la necessità di un accompagnamento ulteriore per questi ragazzi speciali. Per questo motivo, Paola ha deciso di affrontare un percorso di formazione presso la Federazione italiana danza sportiva per lavorare con i ragazzi disabili non soltanto da un punto di vista motorio, ma anche psicologico e relazionale. Grazie a questa formazione è quindi nato il progetto Only Dance Ability, dedicato a tutti i bambini con diverse disabilità che vogliono ballare, divertirsi, relazionarsi.

“Lo sport mi ha insegnato che ci sono delle regole da rispettare, come nel lavoro: faccio la cameriera in un ristorante e la disciplina della danza mi ha insegnato molto. Ma la danza per me è soprattutto gioia e divertimento”

L’intervista all’allenatrice
Paola Ianes, vi aspettavate la chiamata di Martina agli Special Olympics World Winter Games?
Martina aveva già vinto due edizioni nazionali degli Special Games; nel caso degli Special Games mondiali la commissione esaminatrice valuta non soltanto le performance sportive, ma anche quelle di vita. I ragazzi vengono selezionati anche in base alla loro capacità di essere autonomi. Gli atleti devono allontanarsi da casa per diversi giorni, vivere a stretto contatto con gli allenatori e gli altri ragazzi della squadra. Non per tutti è facile affrontare questo tipo di prova. La squadra di Martina era formata da 9 ragazzi e tre tecnici.

L’intervista all’atleta
Martina, cosa hai pensato quando ti hanno chiamato sul palco ad esibirti?
Avevo molta paura. Poi ho ballato e mi sono divertita come sempre.

Quali erano le sportive che hai temuto di più?
Le danzatrici cinesi erano molto forti, ballavano davvero bene.

Che pezzo hai scelto per la tua performance?
Boogie Wonderland.

Cosa hai fatto quando ti hanno chiamata sul podio?
Ero felice, ho cominciato a saltare e ho abbracciato le mie avversarie. Poi ho cominciato a piangere perché non volevo tornare a casa. Dopo il mio rientro ho ricevuto tanti messaggi di affetto e la visita dei miei amici.

Quali sono i tuoi sogni nel cassetto?
Continuare a ballare.


Dove ti vedremo prossimamente?
Parteciperò al saggio della Only Dance il 5 giugno al Kursaal di Merano.

Cosa ti ha insegnato lo sport?
Che ci sono delle regole da rispettare nella vita, come nel lavoro. Io faccio la cameriera in un ristorante e la disciplina della danza mi ha insegnato molto. Ma la danza per me è soprattutto gioia e divertimento.

Autrice: Greta Curti

Da Bolzano alla fine del mondo, in bici

Edoardo e Martina hanno 24 anni, sono di Bolzano, e da due anni hanno fatto della loro passione un lavoro. Edo&Marti sono una giovane coppia che racconta il mondo da una prospettiva autentica, avventurosa e sempre nuova. Dopo aver costruito un van e girato l’Islanda, la loro ultima impresa li ha portati a percorrere tutta la Nuova Zelanda in bicicletta. 3000 km da nord a sud, in 40 giorni, senza mai aver davvero fatto ciclismo prima. Li abbiamo incontrati per farci raccontare questa avventura davvero fuori dall’ordinario.

Com’è nata l’idea di attraversare la Nuova Zelanda in bici?
Il viaggio in Nuova Zelanda in bici non è stata una nostra idea, almeno non completamente. Avevamo da tempo in testa l’idea di fare qualcosa in bici, ma non avevamo mai pedalato seriamente. Volevamo una nuova sfida, qualcosa che non avevamo ancora provato. Così abbiamo lanciato una specie di torneo tra le proposte più interessanti che ci erano arrivate dai nostri follower sui social. Le abbiamo selezionate, filtrate, messe ai voti. E ha vinto lei: la Nuova Zelanda. In bici. Da qual momento è cominciata la fase di preparazione, fatta più di entusiasmo che di vera pianificazione. Non eravamo ciclisti, e nemmeno amanti della bici nel senso classico. Ma eravamo affascinati dall’idea di attraversare un paese intero solo con la forza delle nostre gambe.

40 giorni, 3000 chilometri, 2 bici, zero esperienza… come avete fatto?
Siamo partiti da Cape Reinga, all’estremo nord, e abbiamo pedalato fino a Bluff, all’estremo sud. In totale, circa 3000 chilometri in 40 giorni. Non abbiamo mai avuto l’obiettivo della performance: niente tabelle, niente record. Solo la voglia di arrivare. In media facevamo 60 km al giorno, ma dipendeva molto dal terreno, dalle salite, dal vento.
E di salite ce n’erano parecchie. La Nuova Zelanda non è affatto piatta, soprattutto l’Isola del Nord, che ci ha fatto penare. Poi, arrivati più giù, abbiamo dovuto superare le Southern Alps. Gli ultimi giorni sono stati un concentrato di fatica, salita, freddo. Ma anche di emozioni. L’arrivo in cima all’ultimo passo è stato uno di quei momenti in cui tutto si allinea: la fatica, la soddisfazione, la vista davanti, la consapevolezza che il peggio era alle spalle. Ci siamo detti: “Da qui è solo discesa. Ce l’abbiamo fatta”.

Per dormire e per mangiare come vi siete organizzati?
Avevamo deciso fin dall’inizio di dormire sempre in tenda. All’inizio volevamo farlo in modo ancora più selvaggio, accampandoci ovunque. Ma dopo un paio di notti ci siamo resi conto che una doccia al giorno era fondamentale. Quindi abbiamo iniziato ad appoggiarci ai campeggi, pur mantenendo lo stile “essenziale”. Insomma: niente lusso, niente comfort, solo una tenda, due sacchi a pelo e un fornelletto. Mangiare era una sfida continua. La Nuova Zelanda è molto poco densamente popolata: ci sono lunghi tratti senza nulla, quindi dovevamo approfittare di ogni baracchino, ogni minimarket. Panini preconfezionati, Pie (le torte salate ripiene che si trovano ovunque), snack energetici. E tanta, tantissima acqua. Il problema dell’acqua è stato un qualcosa di molto reale: spesso eravamo nel nulla, e le borracce si svuotavano in fretta. Chiedevamo acqua alle fattorie, bussavamo alle case isolate. E per fortuna la gente era sempre gentile.

“È stato probabilmente il viaggio in cui abbiamo incontrato più persone interessanti. In bici è tutto diverso: ci si saluta, ci si ferma, si condivide il pane e la strada”


Che meteo avete trovato?
All’inizio il tempo era buono. Ma è durato poco. Appena arrivati nella West Coast è cambiato tutto: pioggia costante, umidità altissima, vento forte. Wellington, la capitale, è famosa per essere una delle città più ventose al mondo, e abbiamo capito perché. Quel giorno abbiamo pedalato con il vento contro per 50 km. A un certo punto ci è passato vicino il treno e ci è davvero venuta voglia di salirci su. Nella parte della foresta pluviale poi era tutto sempre bagnato: vestiti, tenda, sacchi a pelo. Non si asciugava mai nulla. Ogni giorno si ripartiva con addosso le cose umide del giorno prima. Ma questo è anche quello che ci ha fatto apprezzare il momento in cui il cielo si è finalmente aperto, nell’ultima settimana. Abbiamo tagliato l’ultimo traguardo sotto un cielo blu e limpido, dopo giorni di pioggia e nuvole. E sembrava quasi un regalo.

Come vi eravate attrezzati?
Viaggiare in bici vuol dire fare scelte. Noi avevamo solo il minimo indispensabile. Tutto leggero, tutto compattabile. Le bici erano due gravel in carbonio, con gomme tubeless: leggere, resistenti, perfette per le salite e per i tratti sterrati.
Le borse erano piccole, fissate al manubrio e alla sella. Niente portapacchi, niente ingombri. Avevamo giusto una maglia termica, una giacchetta leggera imbottita, un pile e una giacca a vento che ci ha salvato in mille occasioni, senza quella saremmo stati fradici dalla mattina alla sera.

Qual è stato il momento più bello del viaggio?
Ce ne sono stati tanti. Il più bello? Forse quando abbiamo attraversato per due giorni una foresta, percorrendo antichi sentieri Maori, attraversando ponti sospesi tra le valli, immersi nella natura più totale. Il secondo giorno è venuta giù una pioggia torrenziale, ci siamo sporcati di fango dalla testa ai piedi, ma è stato incredibile. Guardandolo ora, questo è uno dei ricordi più intensi. Incredibile è stato anche l’arrivo a Nelson, quando una ragazza neozelandese che ci seguiva su Instagram ci ha ospitati a casa sua. Ci ha fatto trovare Parmigiano Reggiano, pasta italiana, una cena calda e un letto vero. Dopo settimane in tenda è stato come entrare in un sogno. Ci ha portati a vedere il tramonto, ci ha fatto sentire a casa. Quel gesto di accoglienza, da perfetti sconosciuti, lo porteremo con noi per sempre. Un’altra cosa che ci è piaciuta molto sono stati gli incontri e il senso di comunità che la bici ci ha offerto. È stato probabilmente il viaggio in cui abbiamo incontrato più persone interessanti. In bici è tutto diverso: ci si saluta, ci si ferma, si condivide il pane e la strada.

Adesso che siete tornati a casa, quali sono gli obiettivi futuri?
In questo momento sentiamo che è il tempo giusto per guardarci un po’ attorno, per scoprire cosa c’è là fuori. Cerchiamo di stare il meno possibile fermi, non perché Bolzano non ci piaccia, ma perché siamo in una fase in cui vogliamo vedere, capire, esplorare. Se fossimo nati in un’altra città diremmo la stessa cosa: il punto non è scappare, è partire. È confrontarsi con altri luoghi, altre vite, altre idee. E magari, un giorno, trovare il posto giusto dove fermarsi. Per ora, però, vogliamo essere in movimento.

Autore: Niccolò Dametto

Le tranvie di Bolzano: una storia da riscoprire

Nella Bolzano di inizio ‘900, l’amministrazione cittadina si orientò verso una serie di interventi volti a riorganizzare e sviluppare i servizi urbani. Tra questi, l’introduzione di una rete tranviaria elettrica fu una delle innovazioni più significative. La nuova infrastruttura rispondeva alle esigenze di una città in rapida espansione, collegando con efficienza i diversi fulcri del fondovalle.

Il tram, ma anche le funivie e le cremagliere, divennero anche un simbolo di modernità, segnando l’ingresso di Bolzano in una nuova fase della sua storia urbana, in sintonia con i modelli mitteleuropei più avanzati del tempo. Per ricostruire questa pagina, spesso dimenticata, della storia cittadina, abbiamo incontrato Georg Tengler, studioso appassionato e autore, nel 1984, di un volume dedicato alle tranvie di Bolzano, con uno sguardo particolare anche all’evoluzione urbanistica della città.


Georg Tengler, come è nata l’idea del tram a Bolzano?
La Bolzano di fine ‘800 e inizio ‘900 era una meta turistica molto apprezzata a livello europeo. I visitatori arrivavano da tutta Europa: dalla Russia, dalla Boemia, dalla Germania, dalla Svizzera e, naturalmente, dall’Austria. In particolare, la località di Gries era considerata una destinazione di primo piano per chi cercava relax e soggiorni curativi. Nacque dunque l’esigenza di offrire non solo ai visitatori, ma anche ai cittadini, mezzi di trasporto moderni e confortevoli. Fu così che si sviluppò l’idea di realizzare una linea tranviaria che collegasse la stazione ferroviaria con la zona alberghiera di Gries. Il progetto partì nel 1909 con una prima tratta che attraversava alcune delle vie principali della città: da piazza Walther a via della Mostra, poi via Goethe, il ponte Talvera, piazza Gries e infine via Fago. Un ulteriore sviluppo arrivò nel 1913, con una nuova linea che collegava la stazione ferroviaria con la cosiddetta “zona Vurza”, situata tra San Giacomo e Pineta di Laives. Ricordo che da bambino c’era ancora la piccola casetta che fungeva da stazione del tram in quella zona. Solo nel 1931 si completò l’allungamento del tracciato fino a raggiungere finalmente Laives.


All’epoca, Bolzano aveva dimensioni molto più contenute rispetto a oggi, si sviluppava attorno ai Portici, ma comprendeva anche le zone limitrofe come piazza Walther, via Bottai e si spingeva fino al torrente Talvera. Nel fondovalle Dodiciville e Gries, prima di essere assorbite da Bolzano (nel 1911 e nel 1926), erano comuni autonomi. Trovo interessante che il Comune di Bolzano abbia fatto pressioni per far passare il tracciato verso Sud dal suo territorio, considerato che la stazione ferroviaria si trovava formalmente nel territorio di Dodiciville.
È proprio così! In origine era previsto un tracciato che passasse per l’odierna via Garibaldi. Su pressione del Comune di Bolzano, non si è scelto il tracciato più veloce, più diretto per andare a Laives, ma si è voluto far passare la linea dal centro, per Piazza Walther, facendola transitare accanto al Duomo per poi scendere in via Cappuccini e raggiungere Ponte Loreto.
Il tram a Bolzano ha avuto vita breve…
L’arrivo del traffico automobilistico e, nel 1948, la nascita della società Sasa segnarono l’inizio di una nuova fase per la mobilità cittadina.
Gli autobus della Sasa potevano raggiungere con più flessibilità i nuovi quartieri e le zone in espansione che il tram non riusciva a servire.
Questo portò, nel giro di pochi anni, al progressivo smantellamento della rete tranviaria.

Autore: Till Antonio Mola