Elezioni

Domenica 4 maggio 2025 si vota per le elezioni amministrative 2025 (turno generale) per rinnovare Sindaci e Consigli Comunali in 111 comuni dell’Alto Adige. Saranno 111 i Comuni altoatesini coinvolti. L’eventuale turno di ballottaggio è programmato per domenica 18 maggio 2025, e anche in quel caso l’orario di voto sarà tra le ore 7 e le 22. In Alto Adige le elezioni comunali non riguardano cinque Comuni: Bressanone, dove le consultazioni si sono tenute lo scorso 26 febbraio, Laives, San Martino e Lana (26 maggio 2024), oltre a La Valle, dove il nuovo primo cittadino, Felix Nagler, è stato eletto il 10 novembre scorso. Ricordiamo che a Bolzano domenica 4 maggio si svolge anche l’elezione diretta dei Consigli di Circoscrizione, ovvero dei quartieri.
Lo spoglio dei voti sarà effettuato la domenica al termine delle operazioni di voto.
In questa campagna elettorale abbiamo visto un po’ di tutto. Ci sono stati partiti che hanno ritrovato la loro compattezza e formazioni politiche che hanno vissuto forti contrasti interni. Sono emersi nuovi candidati sindaci, espressioni di diverse articolazioni della società civile, così come richieste di conferme da parte di amministratori uscenti. Molti candidati si sono sforzati di tenere i piedi per terra mantenendo un atteggiamento onesto nei confronti degli elettori, promettendo cose realizzabili dopo un’analisi obiettiva dei problemi concreti delle città o delle realtà rurali. Altri candidati si sono invece affidati a semplici slogan, ignorando la complessità della realtà e dei vari interessi in gioco nelle nostre comunità, per quanto riguarda le principali criticità.
Il mio consiglio agli elettori non può dunque che essere quello di cercare di sostenere i candidati che hanno dimostrato serietà e onestà intellettuale, nel loro tentativo di conquistare la fiducia dei cittadini, al di là dei “valori” di fondo che identificano le formazioni politiche a cui hanno scelto di aderire. Un altro aspetto che a mio avviso va evitato è il sostengo a candidati che fanno di tutto per identificarsi “contro” qualcosa o “contro” qualcuno. I problemi che dovremo affrontare nei prossimi anni saranno estremamente complessi e per superare molti di essi ci vorrà per forza di cose un fronte comune tra la cosiddetta maggioranza e la cosiddetta opposizione. Alzare muri dunque ancora una volta non servirà, mentre costruire ponti sarà davvero fondamentale.

Autore: Luca Sticcotti

L’ultimo saluto a Papa Francesco

Nei giorni scorsi è deceduto papa Bergoglio, dopo 12 anni di pontificato, e a Roma si sono svolti i suoi funerali.
A Paolo Valente, meranese e vicedirettore di Caritas Italiana, abbiamo chiesto come sono stati vissuti questi delicati giorni di passaggio per la chiesa cattolica.

Nella vita della chiesa cattolica la scomparsa del vescovo di Roma e l’elezione del suo successore rappresentano sempre una chiave di volta, non solo per il miliardo e 400 milioni di fedeli ma per tutto il mondo, in generale. Papa Francesco come sappiamo ha fortemente caratterizzato il suo pontificato attraverso una grande attenzione ai poveri, gli ultimi e i dimenticati, che sono il focus operativo della Caritas Internationalis, una confederazione cattolica che raggruppa 162 membri affiliati, distribuiti in diversi paesi del mondo. Vicedirettore di Caritas Italiana, da qualche tempo, è Paolo Valente, meranese, che abbiamo interpellato per farci raccontare questi giorni.
Nell’intervista mi rivolgo a Paolo Valente dandogli del tu, come si usa tra colleghi giornalisti.


L’INTERVISTA
Paolo, ci racconti i momenti in cui hai saputo della morte di papa Francesco e come la cosa è stata vissuta in Caritas?
Era chiaro che Francesco non stesse bene. Ma tutti eravamo convinti che fosse sulla via della ripresa. L’ho saputo mentre, il Lunedì dell’Angelo, stavo viaggiando in treno da Merano a Roma. È stato un colpo, sul piano emotivo. Poi, dal momento che la comunicazione di Caritas Italiana fa capo a me, ho subito coordinato le azioni previste in queste situazioni. Non è un caso che subito molti colleghi giornalisti hanno cercato proprio la Caritas per un primo commento: la testimonianza della carità è stata una dimensione centrale in tutta la vita di papa Francesco. Caritas Italiana vive questo evento con dolore e speranza. Come ha detto il nostro direttore: “Il seme che ha piantato in questi anni continuerà a germogliare”.

Bergoglio ha avuto occasione di dire che la Caritas è “la carezza della Chiesa al suo popolo”…
Lo ha detto poco dopo la sua elezione nel 2013: “La Caritas è la carezza della Chiesa al suo popolo, la carezza della Chiesa madre ai suoi figli; la sua tenerezza e la sua vicinanza”. La Caritas infatti non è in primo luogo un’organizzazione umanitaria, ma è un organismo pastorale. Cioè ha il compito di ricordare ai cristiani e alla comunità cristiana che senza l’amore per il prossimo, soprattutto per gli ultimi, la Chiesa non è Chiesa. E che ognuno è chiamato a fare la sua parte. La Caritas è espressione (concreta, non solo a parole) di una comunità consapevole del fatto che solo l’amore salva.

“A San Pietro i ‘primi’ lo hanno congedato, a Santa Maria Maggiore gli ‘ultimi’ lo hanno accolto”


Il tuo ruolo di vicedirettore di Caritas italiana senz’altro ti ha dato la possibilità di incontrare personalmente papa Francesco. Qual è il tuo ricordo personale di questa persona speciale?
Se nel 2014 ho accolto la proposta di assumere la responsabilità di direttore della Caritas diocesana di Bolzano-Bressanone è perché papa Francesco ha avuto da subito, per la Chiesa universale, parole chiare che mi convincevano. Parole e gesti, come quel suo primo viaggio a Lampedusa. In questi anni l’ho incontrato tre volte, con i colleghi, e ogni volta ci sono stati interventi da parte sua che hanno poi segnato il cammino successivo. Ad esempio a Caritas Italiana ha consegnato le “tre vie”. La via degli ultimi, quella del Vangelo, quella della creatività. Le sue parole sono anche all’origine di progetti profetici, come quello dei corridoi umanitari, che vede impegnate in Italia molte comunità diocesane.

Secondo te quali sono stati i maggiori pregi del pontificato di papa Francesco?
Potrei cavarmela citandolo: “Chi sono io per giudicare…”. Vorrei però dire che Francesco è un vescovo e un papa che non ha usato il Vangelo come pretesto per altre cose, ma ha lavorato a ricondurre tutti noi alla sostanza del Vangelo stesso. Vangelo significa “buona notizia” e questa buona notizia è che Dio è amore. In questo c’è una bella continuità tra Benedetto e Francesco. Stili e carismi diversi, ma stesso contenuto. Francesco, di suo, ha sicuramente avuto la forza dei segni.

La morte del papa è un evento che ogni volta rivoluziona la vita della chiesa e dei suoi organismi. Voi come Caritas Italiana come siete state coinvolti nella preparazione e gestione dei funerali di Bergoglio?
Fin dall’elezione Francesco ha voluto sottolineare il suo ruolo di vescovo di Roma. Per questo è stata coinvolta la Caritas diocesana di Roma, in particolare per il momento finale, la tumulazione della salma nella basilica di S. Maria Maggiore. Lì una quarantina di persone in situazione di povertà, alcuni ospiti proprio della Caritas, hanno accolto la bara con una rosa bianca. A San Pietro i “primi” lo hanno congedato, a S. Maria Maggiore gli “ultimi” lo hanno accolto.

A tuo avviso qual è stata la peculiarità di papa Francesco rispetto ai suoi predecessori?
Credo che lo abbiano caratterizzato almeno due aspetti legati alla sua biografia. Il fatto di essere un gesuita e la provenienza dall’America Latina. La Chiesa latino-americana ha vissuto tempi di grande vivacità, oggi forse un po’ meno. E i gesuiti da sempre hanno avuto la capacità di tradurre il Vangelo nel linguaggio e nelle culture delle persone a cui veniva annunciato. Un terzo aspetto: come discendente di migranti, ha avuto, per chi è costretto a lasciare la propria terra, un’attenzione e una tenerezza del tutto particolari. Credo che, rispetto ad altri, lo ricorderemo molto per i suoi gesti e per le sue parole-chiave. Un po’ come Gesù, del resto.

Dopo i funerali di Francesco ora si apre un periodo cruciale che nel giro di pochi giorni porterà all’elezione del nuovo vescovo di Roma. In merito quali sono gli auspici tuoi personali e della Caritas Italiana?
Sono stato al funerale, sabato scorso. C’era presente il mondo, e non mi riferisco a quegli alcuni “grandi” i quali avranno avuto di che riflettere ascoltando l’omelia dell’anziano ma vigoroso cardinale Re. Voglio dire che oggi più che mai abbiamo bisogno di istanze, non solo religiose, capaci di guardare il mondo a 360 gradi, capaci di lungimiranza e di visioni che riescano a risollevarci da una crisi che non è solo climatica, sociale, economica, ma soprattutto etica, umana, di senso. Serve luce nel buio.

A tuo avviso quali sono le principali sfide per la chiesa cattolica che guarda al futuro?
Credo che la sfida principale sia quella di organizzare diocesi e parrocchie in modo tale che le comunità possano essere vive, protagoniste, giovani, coraggiose. Capaci di leggere insieme il Vangelo e di tradurlo nella vita personale, familiare, del quartiere. Una Chiesa, direbbe Francesco, che non ceda alla logica della paura che chiude, che sia invece orientata a iniziare processi, anziché a occupare spazi. Che non sia autoreferenziale ma orientata al bene comune. Pronta a mettere a frutto i doni preziosi di cui dispone – ad esempio le donne (non nel senso delle “quote rosa” ma della pari dignità integrale), i giovani, quelli che bussano e tanti altri – perché il mondo riconosce e accoglie il vero Bene – come a Emmaus – solo nell’atto dello spezzare il pane (cioè: si diventa credibili non nell’esibizione, ma nella condivisione dei doni).

Autore: Luca Sticcotti

Unità, differenza e umiltà: la comunità buddhista di Merano

Merano multiculturale, Merano multireligiosa. Non è una novità, ma forse non tutti sanno che, tra le tante anime spirituali della città sul Passirio, c’è anche una comunità buddhista. Il centro Mandala Deua Ling è nato a Merano quasi trent’anni fa, frutto della ricerca spirituale di Massimo Burchiellaro ed Ester Meloni. Da venticinque anni ha sede stabile in Vicolo Steinach 9, dove continua a offrire un punto di riferimento per chi è interessato al buddhismo tibetano.

La guida spirituale del centro è Lama Paljin Tulku Rinpoce (nome laico: Arnaldo Graglia), che propone regolarmente insegnamenti. Oltre a questi, il centro organizza seminari e incontri settimanali di meditazione, aperti a tutte le persone curiose o in cammino. Ne abbiamo parlato con Ester Meloni, attuale presidente del centro di Merano.

Ester, qual è stato il suo primo incontro con il buddhismo? Cosa l’ha portata a seguirne il cammino fino ad aderire alla comunità di Merano?
Come la maggior parte di voi, provengo da una famiglia cattolica e fino all’età di 16 anni ho sempre frequentato la chiesa con regolarità, ma con il tempo e crescendo, non riuscivo più a trovare delle risposte soddisfacenti per la mia mente. Verso i vent’anni, visitando il Nepal e l’India, mi sono avvicinata alla filosofia buddhista e dopo aver letto e studiato ho scelto di praticare questo sentiero spirituale come terreno di pratica. Ho notato che il buddhismo responsabilizza l’individuo e attraverso la sua consapevolezza gli permette di raggiungere uno stato mentale equilibrato. Sono responsabile di me, compio le mie azioni, incontro le conseguenze. Nel 1997, assieme a Massimo Burchiellaro, abbiamo conosciuto a Milano il maestro Lama Paljin Tulku Rinpoce, che tuttora è la nostra guida spirituale e nel 2000 abbiamo inaugurato il primo centro buddhista a Merano.

Come si riunisce oggi la vostra comunità? Cosa succede concretamente in un incontro al centro Mandala Deua Ling?
Ogni martedì ci riuniamo per la meditazione, che è aperta a tutti, praticanti e non, e mensilmente organizziamo incontri e seminari con maestri qualificati. Per noi sono anche molto importanti gli incontri interreligiosi, infatti, il nostro centro collabora da anni con le iniziative del Giardino delle Religioni di Bolzano.

Quante persone fanno parte, oggi, della comunità o vi ruotano intorno?
Il nostro gruppo si compone di circa 15 persone e se ne aggiungono diverse altre interessate alla filosofia e pratica buddhista durante i seminari e gli incontri di meditazione.

La pace è un tema centrale nel pensiero buddhista. Come viene vissuto e coltivato, nella pratica quotidiana, all’interno della vostra comunità?
Una delle tante pratiche fondamentali del buddhismo è la riflessione sulla preziosa nascita umana e il comportamento etico. Cercare in tutti i modi di non ferire con parole, azioni e pensieri gli altri è una nostra pratica quotidiana. Se questo pensiero entra nelle nostre vite e nei nostri cuori sicuramente genererà un cambiamento in noi e negli altri.

Viviamo in un tempo accelerato, dove tutto corre. Che valore ha la lentezza nella sua esperienza?
Tutti noi siamo presi da mille cose: lavoro, famiglia, imprevisti, problemi e ci destabilizzano e di conseguenza, soffriamo. Questa è la nostra vita e sembra che non ci sia più alcun posto per la lentezza, che viene mostrata come una caratteristica negativa da evitare. Eppure senza lentezza non possiamo coltivare una dote che tra tante antiche culture associano da sempre alle persone in pace con se stesse: la pazienza. Uno degli effetti della pazienza è farci riconoscere i nostri valori e le nostre qualità interiori e trovare in noi la fiducia e la forza per realizzarli. La pazienza è un percorso di apprendimento che permette di affrontare le difficoltà in modo calmo ed equilibrato e pone le basi per una vita felice.

“Ogni martedì ci riuniamo per la meditazione, che è aperta a tutti, e mensilmente organizziamo incontri e seminari con maestri qualificati. Per noi sono anche molto importanti gli incontri interreligiosi”

Oggi si parla spesso di giovani in cerca di senso. Secondo lei c’è ancora spazio per un cammino interiore tra le nuove generazioni? Qual è la relazione con la spiritualità? C’è?
Molti giovani sembrano evitare le religioni. Molti hanno fame di appagamento spirituale, ma l’approccio alla spiritualità è forse difficoltoso. Spetta a noi adulti, trovare il modo migliore per comunicare con i giovani “ricercatori” che intendono avvicinarsi agli insegnamenti, soprattutto in relazione ad aspetti peculiari dell’età evolutiva come: la difficoltà di gestire le emozioni, lo stress, la loro motivazione ad affermare nel mondo la non violenza e il rispetto per l’ambiente.


Quanto è importante, per voi, il dialogo interreligioso e la collaborazione con altre realtà spirituali del territorio, come accadrà ad esempio nei prossimi “Passi di Pace” il 15 maggio?
L’importanza del dialogo interreligioso per noi dei centri di Milano, Merano e Biella è fondamentale e si basa su tre parole: unità, differenza e umiltà. Unita, perché siamo parte di un grande tutto e nonostante gli insegnamenti siano molteplici, la spiritualità umana è una ed è un cammino che condividiamo con i nostri fratelli e sorelle. La seconda parola è differenza. Ogni tradizione ci offre una visione unica che illumina le altre e solo attraverso il dialogo possiamo apprezzare e possedere una simile ricchezza. Infine la terza è umiltà, che è la prima di tutte le virtù, perché significa ammettere di fronte alla luce dello spirito la nostra infinitesima misura. Richiede perciò un coraggio spirituale e un’apertura fuori del comune, perché occorre affermare che nessuna religione ha il monopolio della verità.

C’è un insegnamento che l’accompagna e che vorrebbe condividere?
Vorrei condividere con voi un messaggio del nostro Maestro, Lama Paljin Tulku Rinpoce, che ci ha trasmesso come parola d’ordine per il 2025. “Mai come ora è necessario sviluppare la compassione impegnandoci ad amare e aiutare il prossimo, facendo prevalere il discernimento e coltivando i comportamenti salutari. Possa il mio cuore essere tempio di pace”.

I Passi di Pace

I Passi di Pace sono un incontro interreligioso promosso a Merano. L’iniziativa nasce con l’intento di favorire il dialogo tra fedi diverse e promuovere una cultura della pace, del rispetto e della convivenza. Si tratta di una camminata attraverso la città, durante la quale i partecipanti si fermano nei principali luoghi di culto per condividere momenti di meditazione, preghiera, letture e testimonianze. L’iniziativa è aperta a tutte e tutti. La prossima edizione sarà mercoledì 15 maggio alle ore 19 nella Chiesa di Santo Spirito a Merano.

Autore: Marco Valente

Quando Francesco indicò Josef come testimone e modello

Ricordiamo papa Francesco per molte cose ma c’è un aspetto, direttamente legato all’Alto Adige, che molti hanno dimenticato. Si tratta del riconoscimento da parte sua che Josef Mayr-Nusser è stato un martire e, di conseguenza, è da ritenersi “beato”. Testimone della fede. Martire ovvero testimone della coscienza.

Il decreto della Congregazione delle Cause dei Santi che riconosceva Mayr-Nusser come martire, cioè come testimone, e che il suo martirio era avvenuto “in odio alla fede” giunse l’8 luglio 2016.
Forse non è un caso che la Lettera apostolica di papa Francesco che lo dichiara beato porti la data del 13 marzo 2017. Francesco fu eletto proprio il 13 marzo, quattro anni prima. E Josef Mayr-Nusser diede la sua testimonianza – che lo condusse al martirio – il 4 ottobre del 1944, nella ricorrenza di san Francesco di Assisi, il santo di cui il pontefice aveva assunto il nome.
“Concediamo – scriveva il papa – che il venerabile Servo di Dio Josef Mayr-Nusser, fedele laico, padre di famiglia e martire, il quale, fedele alle promesse battesimali, riconobbe come unico Signore Gesù Cristo, di cui fu testimone sino ad offrire la propria vita, d’ora in poi sia chiamato beato”.
Dopo decenni di damnatio memoriae (salvo il piccolo ma tenace gruppo dei suoi amici) il 24 febbraio 2006 (anniversario della sua morte nel treno che lo stava portando al lager di Dachau) il vescovo Wilhelm Egger aprì la causa diocesana di beatificazione, che si concluse il 19 marzo 2007, festa di san Giuseppe, onomastico di Josef.
A rilanciare convintamente il messaggio di Pepi Nusser fu il vescovo Karl Golser, che il 27 dicembre del 2009 (nel giorno della nascita del futuro beato), inaugurò l’anno diocesano dedicato a Josef Mayr-Nusser.
Durante il sinodo diocesano (2013-2015) fu proposto (ma invano) di nominare Mayr-Nusser simbolicamente il 260° delegato (i delegati diocesano erano 259).
Il 19 marzo 2017 (ancora una volta a San Giuseppe, festa dei papà), il giorno dopo la cerimonia di beatificazione, papa Francesco disse all’Angelus queste parole: “Ieri, a Bolzano, è stato proclamato beato Josef Mayr-Nusser, padre di famiglia ed esponente dell’Azione Cattolica, morto martire perché si rifiutò di aderire al nazismo per fedeltà al Vangelo. Per la sua grande levatura morale e spirituale egli costituisce un modello per i fedeli laici, specialmente per i papà, che oggi ricordiamo con grande affetto”.

Autore: Paolo Bill Valente

Giochiamo a fare i negozianti

Calarsi nei panni di chi sta dietro al bancone del negozio della propria città in maniera giocosa. Si chiama “SeiLeiferser”, ed è un progetto nato dall’Unione commercio con i commercianti di Laives, per creare un ponte tra mondo del lavoro e giovani, affinché comprendano l’importanza del commercio di vicinato.

Quante volte da bambini abbiamo giocato con fratelli e amici ai negozianti? Con tanto di soldi di carta, cassa e prodotti, magari presi in prestito dalla cucina di casa. Si entrava inconsapevolmente in una realtà che per ogni comunità è essenziale – quella del commercio di vicinato o di quartiere. In ogni caso, quella di un rapporto diretto tra cliente e commerciante che – al giorno d’oggi e con la diffusione a macchia d’olio dell’e-commerce – va via via sparendo.
È importante che i nostri giovani – anche in previsione della loro entrata nel mondo del lavoro – tocchino con mano il tipo di competenze che sta dietro alla gestione di una attività commerciale, sia che si tratti di un negozio di abbigliamento, che di un ristorante o di una banca.
È proprio per le valenze sociali che si celano dietro al rapporto tra clienti e commercianti che la scuola secondaria di primo grado in lingua italiana e quella in lingua tedesca di Laives hanno scelto di aderire con entusiasmo al progetto dell’Unione Commercio “SeiLeiferser”, progetto che ha incassato per le stesse motivazioni anche il sostegno diretto di Comune e Provincia e che – nel mese di maggio – va a concludere questo primo ciclo, che si è aperto mesi fa con la prima tappa importante: la consegna alle scuole, alla presenza delle autorità e della rappresentanza scolastica, del gioco di società “SeiLeiferser”, in cui gli studenti di entrambi gli istituti si sono cimentati per calarsi appunto nei panni dei commercianti.

Una gita virtuale alla scoperta delle botteghe
Ma non si tratta di commercianti qualsiasi, come hanno spiegato Raffaella Defant e Paola Galvan, membri del gruppo di Laives dell’Unione Commercio e referenti del progetto. All’interno del gioco sono entrati proprio i commercianti di Laives che hanno scelto di aderire al progetto. E in questo modo i ragazzi si sono potuti calare in una realtà a loro vicina, concreta, conosciuta, potendo “spostarsi” virtualmente in bicicletta tra le attività e identificandosi nelle persone che ogni giorno contribuiscono a creare rete e vita all’interno del tessuto cittadino.
Il gioco quindi, con il suo colorato tabellone, è il cuore di questo progetto, volto a creare un ponte tra giovani e mondo del lavoro, affinché i ragazzi comprendano l’importanza del commercio di vicinato, per incentivare le risorse locali invogliando i giovani a investire nel territorio – oggi come consumatori e forse, domani, dall’altra parte, come lavoratori del settore.

“I ragazzi si sono potuti calare in una realtà a loro vicina, concreta, conosciuta; hanno potuto spostarsi tra le attività e identificarsi nelle persone che ogni giorno contribuiscono a creare rete e vita all’interno del tessuto cittadino”

I laboratori con i centri giovanili
Ma non è finita qui: il progetto ha previsto un secondo passo, quello dei laboratori per i ragazzi presso gli esercizi stessi. Qui sono entrati in gioco anche i Centri Giovani del territorio: le attività che ne hanno avuto la possibilità, hanno ospitato gli studenti all’interno delle stesse, per permettere loro di entrare in contatto diretto con il mondo del lavoro.
Dell’iscrizione e dell’accompagnamento dei ragazzi presso le sedi delle attività se n’è occupato il Centro Giovani Fly. Le attività che non hanno avuto la possibilità di ospitare i ragazzi presso le proprie sedi, si sono quindi appoggiate ai Centri Giovani Fly e Don Bosco e – infine – chi non ha potuto neppure appoggiarsi ai centri per motivi legati al tipo di attività o alla logistica ad esempio, hanno contribuito con interventi all’interno delle scuole legati a tematiche come il cibo sano, il volontariato e altri temi di valenza sociale.

La collaborazione delle associazioni
Infine – e i risultati si avranno verso la fine del mese di maggio – era possibile partecipare a un concorso, le cui modalità sono state diffuse nelle scuole insieme alle istruzioni del gioco: i ragazzi hanno ricevuto un tema da sviluppare secondo differenti modalità, come ad esempio il video.
I vincitori saliranno sul podio in gruppo: sono previsti 6 podi – 3 per la scuola italiana e 3 per quella tedesca – con premi messi in palio dalle associazioni del territorio Coro Monti Pallidi, Lasecondaluna e ArcoClub.
In questo modo il progetto è riuscito a mettere insieme le componenti essenziali del tessuto di una comunità: commercianti, associazioni sportive, associazioni culturali e cittadinanza. Il progetto “SeiLeiferser” ha riscosso così tanto successo che è già stata richiesta un replica per il 2026, che prevederà anche alcune novità e l’adesione di altre attività non presenti per questa edizione, oltre a una pagina Facebook che seguirà il progetto.

Autrice: Raffaella Trimarchi

Le crespelle ripiene

Ingredienti:

Besciamella
1 l Latte
100 g Burro
100 g Farina 00
1 pizzico Sale
1 pizzico Noce moscata

Crèpes
6 Uova medie (o 5 grandi)
500 ml Latte
300 g Farina
10 g Burro (per il padellino)

12 crespelle
500 ml besciamella
600 g macinato misto (vitello e suino)
50 g Triplo concentrato di pomodoro
1 Cipolle
1 Carote
1 costa Sedano
1 bustina Vino bianco
100 g Parmigiano grattugiato
200 g Mozzarella
300 ml Passata di pomodoro
q.b. Latte, sale e pepe e noce moscata

Preparazione

Preparate le crèpes mettendo la farina in una ciotola, fate la fontana e versateci il latte poco alla volta mescolando con una frusta a mano o una forchetta. In questo modo eviterete la formazione di grumi fastidiosi. Mescolate dunque fino a quando avrete aggiunto tutto il latte ottenendo una pastella cremosa e fluida senza grumi. Aggiungete infine le uova leggermente battute, incorporatele perfettamente al composto di latte e farina. Se volete potrete velocizzare la preparazione con l’aiuto di un minipimer ad immersione o a delle fruste elettriche. Utilizzate una padella di circa 20/22 cm di diametro. Riscaldate la padella sul fuoco e ungetela bene solo la prima volta. Versate un mestolo scarso sul fondo della padella e roteate per far aderire tutta la pastella delle crespelle su tutta la base. Dopo circa un minuto provate a sollevare un lembo della crespella con una paletta sottile, quindi rigiratela per terminare la cottura anche dall’altro lato. Le crespelle devono solo asciugare e non colorirsi troppo.
Preparate anche la besciamella: iniziate riscaldando il latte, salate quanto basta, quindi portatelo quasi ad ebollizione e toglietelo dal fuoco. In una pentola capiente sciogliete il burro, versatevi la farina e mescolate in modo da far incorporare tutta la farina che intanto avrà cominciato a sfrigolare. Versate poi il latte poco alla volta e man mano mescolate con un cucchiaio di legno. Aggiungete una bella spolverata di noce moscata e sempre mescolando fate addensare, basteranno pochi minuti, copritela con la pellicola a contatto e fatela raffreddare.
Preparate quindi il ragù: tritate finemente cipolla, carota e sedano e fateli soffriggere in un tegame capiente con qualche cucchiaio di olio extravergine d’oliva. Unite la polpa di carne macinata (vitello e maiale), fate rosolare per qualche minuto. Salate e pepate. Bagnate col vino e fate sfumare a fiamma vivace. Scaldate un bicchiere abbondante di acqua circa 300 ml e scioglietevi il concentrato di pomodoro. Unitelo alla carne rosolata, poi fate cuocere per circa un’ora, mescolando di tanto in tanto. Dovrete ottenere un sugo ristretto.
Fate intiepidire il ragù, quindi mettetelo in una ciotola e fatelo raffreddare. Tenete da parte un paio di mestoli di ragù e aggiungete all’intero ragù quindi la besciamella, il formaggio grattugiato e la mozzarella tagliata finemente. Amalgamate bene il tutto.
Rifilate le crespelle ottenendo dei quadrati di circa 12 cm, quindi mettete al centro due cucchiai di ripieno, infine arrotolate formando il cannellone.
Aggiungete la passata di pomodoro e un po’ di latte al ragù tenuto da parte.
Preparate una teglia da forno di circa 25×25 centimetri, sporcate il fondo con un po’ di ragù e sistematevi i cannelloni man mano che li componete.
Coprite con il ragù e metteteci sopra un po’ di formaggio grattugiato.
Infornate in forno caldo a 180 °C in modalità statica per circa 20 minuti, infine accendete il grill per altri due minuti se volete una crosticina più evidente.
Sfornate quindi i vostri cannelloni con le crepes al ragù e lasciate riposare 5 minuti prima di servirle.

Due dame alla Landesfürstliche Burg

Nel cuore del centro storico sorge la Landesfürstliche Burg, il Castello Principesco. Il primo riferimento documentario risale all’8 gennaio 1328. La data è in calce ad un documento che accenna all’edificio con le parole “Merani in domo domini principis, quae vocatur casaba”. Non si trattava di una fortificazione ma piuttosto di un edificio di residenza annesso alle cantine contenenti le derrate alimentari del principe territoriale, soprattutto vino ma non solo.

Nella seconda metà del XV secolo Sigismondo il Danaroso, fece ampliare, fortificare, ristrutturare numerosi castelli del territorio e fra questi anche questo edificio, con lo scopo di agevolare i frequenti soggiorni del principe territoriale a Merano, visto che il maniero avito dei Conti del Tirolo era ormai in rovina.
Nel corso del XVI secolo vi dimorò Massimiliano I e vi trovò rifugio Ferdinando I che, nel 1564, per sfuggire ad una pestilenza vi si trasferì con la famiglia. Il castello riesce così a parlare di due donne molto interessanti: Bianca Maria Sforza e Philippine Welser. Di Bianca Maria nella “stanza da letto” è visibile un ritratto mentre di Philippine è visibile un baule.
Bianca Maria Sforza (Milano, 5 aprile 1472 – Innsbruck, 31 dicembre 1510) tra il 1494 e il 1510 fu la seconda moglie dell’Imperatore del Sacro Romano Impero Germanico, Massimiliano I. Bianca Maria era la secondogenita del duca di Milano, Galeazzo Maria Sforza e di Bona di Savoia.
Il suo futuro personale dipendeva dalla politica internazionale e dalle strategie matrimoniali che da essa dipendevano. Così fin dalla sua nascita fu più volte promessa a diversi dignitari. Nel 1494, a 22 anni, giunse alle nozze. Sposò il Massimiliano I, vedovo con due figli e molto più vecchio di lei e dietro una cospicua somma di denaro che la giovane portava in dote. Dal matrimonio e quindi da questa alleanza, Massimiliano I sperava di assicurarsi i territori dell’Italia settentrionale ed il finanziamento per le proprie spedizioni militari.
Le nozze anche se sfarzose e memorabili avvennero in contumacia. Massimiliano infatti non si presentò a Milano. La giovane sposa partì quindi con la sua corte alla volta del Tirolo, attraverso la Valtellina, Sondrio e Bormio e valicò lo Stelvio. Massimiliano non amò Bianca e non ebbe mai molto a che fare con lei, tanto che la giovane rimase sempre più isolata e sempre più risiedette nei castelli del Tirolo. Afflitta da una grave malattia si spense il 31 dicembre 1510 all’età di trentotto anni e fu sepolta nell’abbazia cistercense di Stams, nell’alta valle dell’Inn, ma Massimiliano non presenziò neppure ai funerali.
Fu invece una vera e propria storia d’amore quella che visse Philippine Welser (Augusta, 1527 – Innsbruck, 24 aprile 1580), la moglie morganatica di Ferdinando II d’Austria, Governatore del Tirolo. Suo padre, Franz Welser, ricco mercante di Augusta, proveniva dalla munifica famiglia patrizia dei Welser, ascritta alla nobiltà imperiale, banchieri che spesso effettuavano prestiti alla casa imperiale. Philippine era nota per la sua bellezza ma anche per il suo interesse per le scienze naturali e il commercio. Philippine e Ferdinando II si conobbero nel 1547 nella città della giovane, poiché quella era la sede della Dieta e lui vi era giunto accompagnandovi il proprio padre. L’imperatore acconsentì alle nozze morganatiche senza però possibilità alcuna di successione.
Nel 1567 Ferdinando II assunse il governo del Tirolo e la coppia si trasferì in uno dei palazzi più belli del tempo, il castello di Ambras presso Innsbruck. Nel 1572 venne offerto a Ferdinando il trono polacco ma egli rifiutò per non abbandonare la moglie. Quattro anni dopo il papa riconobbe il matrimonio. Philippine era stimata e benvoluta dal popolo tirolese per le sue donazioni e le opere di carità.
Ella inoltre, era esperta farmacista, raccoglieva e studiava piante officinali. Fu anche autrice di una Farmacopea e di un manoscritto contenente più di 200 ricette mediche, oggi conservato nella Biblioteca Nazionale di Vienna. Scrisse inoltre un libro di ricette di cucina contenente piatti tipici della cucina del tempo. Nel Castello Principesco di Merano dove riparò col marito per sfuggire alla peste, ebbe modo di mettere in pratica molte delle sue cure e rimedi naturali oltre a quelli più specificatamente per la bellezza, come i bagni nel latte per cui era famosa. Morì nel 1580.

Autrice: Rosanna Pruccoli

La Bassa Atesina: numeri, storia e identità

La consistenza numerica dei gruppi linguistici rappresenta ancora oggi uno dei pilastri su cui si regge l’autonomia altoatesina. Nel 2023, la popolazione dell’Alto Adige risulta così suddivisa: il 68,61% appartiene al gruppo linguistico tedesco (in calo di quasi un punto rispetto al 2011), il 26,98% al gruppo italiano (in leggero aumento di circa 0,8 punti), il 4,41% al gruppo ladino. A questi si aggiungono 52.647 cittadini stranieri, pari al 9,9% della popolazione totale. Solo a Bolzano gli stranieri sono 15.457, ovvero il 14,5% della popolazione cittadina. Un dato rilevante, finora poco integrato nelle dinamiche politico-istituzionali. La matematica chiede spazio, ma la politica non sembra ancora pronta.

Per fare un paragone storico, nel censimento linguistico dell’Impero austro-ungarico del 1900, nel territorio del Tirolo vennero registrati 460.840 germanofoni (compresi anche ladini germanizzati) e 368.020 italofoni e retoromani. All’epoca, Un commentatore del tempo scrisse: “Il Tirolo è dunque romanzo per quasi la metà.”
Il Tirolo settentrionale era quasi totalmente tedesco, mentre il Tirolo meridionale – cioè quello al di qua delle Alpi – mostrava una netta prevalenza romanzo-italiana, con una percentuale vicina al 60%: 229.027 Tedeschi contro 328.086 Romanzi. Quando inizia la divisione tra “romanzi” e “germani”? Fino al V secolo, il territorio era parte dell’Impero romano e popolato da cittadini di lingua latina. La loro origine poteva essere africana, gallica, illirica o siriana, ma erano romani a tutti gli effetti. Dopo il collasso dell’Impero romano d’Occidente, la situazione divenne incerta: i nuovi padroni erano popoli “barbari”, ma la base della popolazione restava latina.
Dopo la guerra gotica (535–553), molti Goti furono decimati o si dispersero. Secondo alcune ipotesi, gruppi gotici si sarebbero stabiliti nel Vicentino, nella Marca Trevigiana e nelle valli trentine, ma nella Val d’Adige mancano toponimi o tracce linguistiche che confermino una presenza gotica significativa. Il cambiamento decisivo avvenne dopo la sconfitta dei Longobardi di Desiderio nel 774 ad opera dei Franchi.
Mentre i Longobardi si erano nel frattempo romanizzati, i Bavari – già presenti nel Tirolo orientale e settentrionale sin dal VI secolo – vennero spinti verso sud dai Franchi. I Bavari (Bajuwaren), popolazione germanica cristianizzata dai missionari franchi, si erano inizialmente stabiliti in Baviera sotto la guida della dinastia degli Agilolfingi (es. Theodo I, 640–680).
Dopo l’annessione della Baviera da parte dei Franchi nel 788, molti coloni bavari si spinsero a sud, verso la Val d’Isarco e la Bassa Atesina, germanizzando progressivamente le zone comprese tra Laives e Salorno. I Bavari si insediarono in numerose località: Leifers (Laives), Branzoll (Bronzolo), Auer (Ora), Neumarkt (Egna), Tramin (Termeno), Montan (Montagna), Kurtatsch (Cortaccia), Kurtinig (Cortina sulla Strada del Vino). Questi insediamenti erano agricoli, spesso legati a donazioni vescovili o imperiali, con strutture sociali organizzate attorno alle vecchie curtes longobarde e ai nuovi centri parrocchiali di stampo franco.
Il prossimo passaggio fu quello dall’Impero Carolingio al Principato Vescovile. Nell’814 morì Carlo Magno, che passò il timone al figlio Ludovico il Pio, che ereditò anche la Bassa Atesina. Nell’ 817, con l’Ordinatio Imperii, il Tirolo e la Bassa Atesina passano a Ludovico il Germanico. Dopo il Trattato di Verdun dell’843, il territorio passa a Lotario I. Nel 952 la Bassa Atesina entra nella marca di Verona, a conferma della persistente romanità dell’area. Finalmente nel 1027 con Corrado II il Salico, Bolzano, Trento e la Val Venosta vengono affidate al vescovo Udalrico di Trento e nasce il nucleo del principato vescovile di Trento, con confini e identità più stabili.
In conclusione possiamo dire, che la Bassa Atesina come la conosciamo oggi è frutto di una lunga stratificazione etnica e linguistica: Romani e romanzi come base originaria, Longobardi che si integrarono nella popolazione latina, Bavari che, sostenuti dai Franchi, imposero elementi di lingua e cultura germanica, con un lento ma costante processo di germanizzazione, specialmente a nord di Salorno. Il risultato è un territorio misto, culturalmente complesso, in cui numeri e storia si intrecciano, e dove il presente multilingue ha radici profonde nel passato.

Autore: Reinhard Christanell