Risarcimento del danno e prescrizione

Se, in seguito a un incidente, intendiamo agire per il risarcimento del danno subito, è bene tenere sempre presente il termine di prescrizione, ossia il termine ultimo entro cui la nostra richiesta deve essere avanzata; pena l’estinzione del nostro diritto al risarcimento.
L’art. 2947 del codice civile prevede una prescrizione quinquennale per il diritto al risarcimento del danno, decorrente dal giorno in cui il fatto, presupposto del danno, si è verificato e una prescrizione biennale, se il danno è prodotto dalla circolazione di veicoli di ogni specie; ma prevede anche una prescrizione più lunga, se il fatto è considerato dalla legge come reato. Uno stesso fatto, è evidente, può costituire il presupposto per un risarcimento in sede civile, ma anche rappresentare un reato punito in sede penale.
La regola generale, quindi, postula una prescrizione di massimo cinque o due anni; il termine può essere, però, “allungato” nell’ipotesi in cui il fatto costituisca reato. Naturalmente, questo accade solo allorché per l’illecito penale sia stabilita una prescrizione più lunga, in caso contrario trova applicazione il termine di prescrizione del diritto al risarcimento. Fondamentale è sottolineare che la prescrizione più favorevole si applica indipendentemente dalla promozione dell’azione penale, giacché il maggior termine prescrizionale è correlato all’astratta previsione dell’illecito come reato, non già alla condanna penale (così si è espressa la Corte di Cassazione nella sentenza n. 3865/2004).
Inoltre, sempre la Cassazione ha ritenuto che il citato disposto dell’art. 2947 del codice civile debba trovare applicazione nei confronti di chiunque abbia subito un danno patrimoniale dal fatto considerato come reato dalla legge, e non solo della persona direttamente offesa dal reato; si sostanzia, pertanto, in un allungamento del termine prescrizionale che va a beneficio di tutti i soggetti che, direttamente o indirettamente, da quell’episodio/reato abbiano subito un danno.

Autore: Avvocato Dott. Massimo Mira

Il risveglio #2

Aforisma: Vorrei fare con te quello che la primavera fa con i ciliegi. (Pablo Neruda)

La primavera è l’ispirazione, la luce benevola che ci prende per mano e ci accompagna, la manna miracolosa che sprigiona nuove prospettive e armonizza il nostro animo verso sponde sicure. Dopo il freddo inverno percepiamo il tepore del clima che cambia, talvolta con giornate soleggiate che vanno aldilà della primavera; alberi, fiori, semi e piante sono le risorse, come mattoncini imperfetti di memoria storica, dai quali imbastire e costruire le nostre piccole gioie di gemme e di pensieri positivi, come malta naturale per tenerli insieme. Il giardino che ognuno coltiva è sì fatto di certezze e di insegnamenti di nonni e genitori, ma soprattutto anche di nuovi tentativi e di velleità; di tepori e di relax, ma anche di colpi di coda invernali; di capricci dal cielo che disegnano cadenti virghe nevose sulle cime e subito dopo di squarci giganti di blu porpora come i petali dell’Hepatica nobilis o erba trinità, vera maglia rosa a tappezzare i fondovalle; di sorrisi e di ghiribizzi dei millennial, di nubi polverose inquietarsi – qua e là – come rampolli della generazione Z, tutti costretti ancora a casa; dei primi afidi e delle colonne regolari di formiche inseguite sui muri con lo sguardo; di giallo di forsizie e di narcisi, di frastuoni e dispetti del vento e nuvole levigate, mentre il sole cala già sui riflessi dei navigli; di voglia di mare increspato dal maestrale; di pulizia dei locali e del cambio degli armadi, di letti sfatti lasciati lì a respirare e di orchidee sui davanzali; di aria buona a corroborare, di api solitarie a bottinare; dei primi piatti freddi e di profumo di pane che invade gli ambienti e di beige paglierino dei nocciòli coi loro amenti; di lillà delle magnolie e dei primi tuoni e dei primi lampi e, nel tempo che avanza, delle prime spine sottopelle che non sono mai abbastanza; di legni e di pioli, che se potessimo farci una scala, forse, poi, visiteremmo anche le stelle per quei volti che abbiamo perso o mai incontrato; del bianco candido degli alissi non abbiam parlato, un paradiso in terra per osmie e coccinelle; di propositi e di ferme intenzioni che solo la primavera è capace di risvegliare: la nostra opera d’arte chiusa in un cassetto come un desiderio abbozzato, un freno tirato, un treno troppo lanciato, un bancale rialzato che è sempre lì che ci aspetta, con un pugno di terra in mano; e che dire delle rose, un campionario di colori come la sequenza che fa l’arcobaleno. Da lontano si odon rintoccare la campane con interi filari di meli ricoperti di ghiaccio, al quale basta un raggio per tornare acqua che scorre verso il mare. Con facelie, lunarie, cosmee e papaveri non s’è dopotutto così poveri. Toh, guarda! Ora anche i cavoli s’affaccian dal terreno per capire di che pasta siamo fatti per davvero.

Autore: Donatello Vallotta

Terzo settore: luogo di libera iniziativa e partecipazione

Lo chiamiamo “Terzo settore” perché si pone tra lo Stato (il settore pubblico, che comprende anche altri enti come Regioni, Province e Comuni) e il mercato. Ha in comune con lo Stato l’orizzonte del bene comune e col mercato la libera iniziativa privata. Il suo ruolo e la sua indipendenza sono ancorati alla Costituzione.

La Provincia sta tenendo una serie di incontri per arrivare alla stesura di un nuovo “piano sociale”. L’ultimo in ordine di tempo ha messo al centro proprio il Terzo settore con i suoi molti protagonisti.
Ciò che caratterizza questo mondo, assai variegato e complesso, è la presenza di numerose forme organizzative stabili (associazioni, cooperative, fondazioni e altro), l’essere espressione di iniziativa privata e perciò l’indipendenza dalle pubbliche istituzioni, l’assenza di scopo di lucro, la volontarietà in base alla quale le persone si associano e operano.
Come sanno molto bene i rappresentanti politici e i funzionari pubblici, il Terzo settore non è una semplice appendice di Stato e mercato. Non è nemmeno la longa manus delle istituzioni. È “terzo” in quanto opera in modo indipendente negli ambiti in cui gli enti pubblici e il mercato non sono strutturalmente in grado di dare risposte efficaci ai bisogni dei cittadini.
Le organizzazioni del Terzo settore appartengono alle “formazioni sociali” ove si svolge la personalità dei cittadini, i quali sono chiamati all’“adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” (art. 2 della Costituzione) e a contribuire al “pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (art. 3).
Per questo “Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà” (art. 118).

Autore: Paolo Bill Valente

Laives, da quartiere a città

È singolare come vecchi abitanti e nuovi arrivati che guardino vecchie fotografie spesso esprimano lo stesso commento di stupore: non la riconosco più. In effetti, il paese è non solo “lievitato” nelle sue dimensioni ma anche profondamente cambiato nell’aspetto. La crescita demografica costante, inizialmente favorita dal blocco edilizio di Bolzano, che ha visto la popolazione raddoppiare nell’ultimo mezzo secolo, ha portato Laives sulla soglia ormai vicinissima dei 20000 abitanti.
Questo dato dimostra come questa città moderna, ben inserita nel contesto provinciale, ormai non abbia quasi più nulla in comune con il “modesto” paesino del dopoguerra, e ancora meno con il comune rurale asburgico del XVIII e XIX secolo che, in certo senso, forma ancora la base della nostra memoria individuale e collettiva.
Le statistiche di allora ci raccontano di un paesino circoscritto ad un centinaio di case soprattutto agricole, per la maggior parte concentrate attorno alla chiesa; le altre erano sparse nelle campagne e sulle coste delle montagne. Probabile che queste fossero anche le “grandezze” del luogo quando Longobardi (di cui rimangono pochi toponimi come il “Mane” – da arimanni – di San Giacomo) e Bavari si contendevano, metro per metro, il confine che qui tagliava in due l’alta valle dell’Adige. Prima ancora, e prima dei Romani che vi rimasero per mezzo millennio, Laives era già un luogo importante sulla sponda sinistra dell’Adige – e soprattutto dell’Isarco, che scorreva più vicino al Montelargo e diede nome agli abitanti dell’intera vallata fino al passo del Brennero, gli Isarci. Gli scavi in zona Galizia e Reif documentano un insediamento duraturo e ben organizzato attorno ad un’area sacra dedicata al culto dei morti e degli dei.
Dall’anno 1000 in poi – con l’attribuzione della contea di Bolzano al Vescovo di Trento, Laives entra nell’orbita di una città in rapida ascesa: Bolzano. La frenetica attività mercantile imprime al luogo il suo nuovo carattere “espansivo”. Laives, distante due ore di cammino, ha chiaramente tutta la convenienza a rimanere agganciata a questo carro che offre sostentamento alle famiglie e i servizi indispensabili. E saranno otto secoli in perfetta simbiosi, civile e religiosa, senza nessuna rivendicazione “separatista” da parte dei laivesotti. I mercati bolzanini portavano merci e uomini, molti dei quali dovevano per forza transitare da Laives. Era anche cresciuta l’importanza del porto tra Bronzolo e Vadena, punto di partenza e approdo delle merci lombardo-venete e d’Oltralpe. Questa attività basata principalmente sui trasporti ha consentito ai contadini laivesotti, perché questo erano e questo rimasero – di sfamare le proprie famiglie e di rimanere sulle proprie terre.

Copyright foto principale: Gianni Beordo

Autore: Reinhard Christanell

La genesi delle passeggiate di Bolzano #2

Nella primavera del 1908 vengono inaugurate le passeggiate di Sant’Osvaldo. Esse sono concepite come naturale prolungamento delle passeggiate Lungo Talvera di Bolzano, le “Wassermauerpromenade”. Articolate lungo le pendici fra Monte Tondo e il borgo di Santa Maddalena, si svolgono per una lunghezza di 2,5 chilometri e il loro accesso è garantito oltre che dalle passeggiate del Talvera anche da via Beato Arrigo, da via Sant’Osvaldo e da Santa Maddalena di Sotto. Si caratterizzano per i tratti serpentinati immersi in mezzo a verdi cipressi, piante ornamentali, vigneti e bosco ceduo. A circa metà del percorso sono presenti due torri piramidali formate da conglomerati di porfido e considerati monumento geologico naturale. Il primo luglio 1909 l’architetto di Monaco Carl Ritter von Mueller muore a Villa Girasole all’età di 88 anni. Innamorato di Gries, lascia in eredità all’Azienda di Cura e di Soggiorno di Bolzano-Gries, oltre alla propria villa, una cospicua somma per permettere il proseguimento delle passeggiate del Guncina verso la parte a levante di esse. Oltre alle passeggiate, grazie a tale eredità verranno costruiti il Lido di Bolzano e il Palazzo del Turismo. Solo nel 1937 fu possibile mettere mano al proseguimento delle passeggiate e un piccolo monumento che porta al quadrivio di Peter Ploner lo ricorda. Il percorso ha il pregio di avere una bella visuale sulla città, sulle Dolomiti, la valle dell’Adige fino alla bastionata della Mendola.
Dall’altra parte del Talvera a Gries, diventato uno dei luoghi di cura più importanti dell’Impero, nel 1892 vengono realizzate le passeggiate del Guncina. Intitolate a Enrico d’Asburgo-Lorena (“Erzherzog-Heinrich-Promenade”), partono dall’antica parrocchiale di Gries e si inerpicano per 2,4 chilometri sui pendii soleggiati del Guncina, dove si possono ammirare magnolie, fichi d’India, cipressi, cedri e agavi. Per intervento di un’altra mecenate, Minna Ottilie Wendlandt-Scholvien di Amburgo, vennero realizzate anche le passeggiate d’Inverno, che collegavano l’albergo Austria con quelle del Guncina. E – per favorire ulteriormente l’accesso degli ospiti all’albergo – il 12 agosto del 1912 venne inaugurata anche la funicolare del Guncina, la quale superava un dislivello di 186 metri e poteva portare 20 persone. La funicolare cessò la propria attività nel 1963.
Le passeggiate di Bolzano racchiudono una storia con radici antiche, che di fatto ha dato lo stimolo all’attuale reticolo di spazi verdi e di luoghi da visitare e vivere.

Autore: Flavio Schimenti

L’Eurotel, un prototipo per la rivoluzione del turismo

Quanti passano oggi fra via Garibaldi e viale delle Terme e osservano quell’inconsueto edificio scuotono la testa, borbottano qualcosa, e lo definiscono “l’ ecomostro di Merano” o peggio “il luogo per eccellenza di degrado e di abbandono”.
Eppure una volta non era così.
Fra il 1958 ed il 1959 si rivoluzionò, infatti e per sempre, il modo di concepire il turismo in città ed in tutta Europa.
Merano venne scelta per il lancio di una nuova esperienza turistica, architettonica e di investimento: l’Eurotel di Merano, fu il prototipo di una catena di alberghi che si svilupperanno, con le stesse modalità in tutto il continente europeo (arrivando a ben 41 di queste strutture). Il luogo scelto era decisamente propizio: prospiciente al fiume Passirio, al Kurhaus ed al viale delle Terme.


La “firma” è di Armando Ronca, il progettista che rivoluzionò l’ architettura moderna in Alto Adige fra gli anni Trenta e Sessanta; è lui che decide di incurvare in maniera clamorosa il grande blocco edilizio. L’espediente è semplice e allo stesso tempo rivoluzionario: permettere che ogni singola stanza dell’albergo possa godere sempre dei raggi della luce solare. I moduli abitativi, inoltre, sono ripresi dalla “Unité d’habitation” di Le Corbusier.
L’edificio ultramoderno, contrassegnato di ogni comfort dell’epoca, era lungo 74 metri, con 148 camere, ben 228 posti. Era completamente autonomo: ogni stanza poteva avere oltre ai posti letto una propria cucina, un piccolo salotto, un passavivande collegato al sottostante ristorante ed un moderno sistema di telefonia.
Al piano sottostante si trovano negozi e sarebbe stato previsto anche un cinema, che però non venne mai realizzato. Gli spazi sono tutti moderni, funzionali e ispirati ai canoni dell’architettura razionalista.
La formula dell’ Eurotel era molto semplice: chi acquistava una unità immobiliare a Merano la poteva scambiare con una analoga e con le stesse caratteristiche in qualsiasi altra parte del Continente europeo. Così facendo si potevano fare le vacanze, in posti diversi e con un buon investimento finanziario. Le cronache dell’epoca narrano che in Germania più della metà delle unità immobiliari erano già state vendute ancora in fase di costruzione dell’edificio.
“L’Eurotel è un modo spontaneo per unire i popoli. Quando persone di culture differenti si conoscono nell’ambito familiare, i pregiudizi spariscono. Lasciate che tutti possano godere in armonia le bellezze della natura: il mondo sarà migliore”, spiegava un depliant dell’epoca.
L’Eurotel di Merano è un pezzo della storia della città e del turismo moderno europeo, e sarebbe da preservare e valorizzare, e sicuramente non da abbandonare al proprio attuale destino.

Da Villa Cembran a San Siro

Il gruppo Eurotel fu fondato nel 1956 da Gennaro Vanzo (1914 – 1998) a Bolzano, con l’intento di combinare il principio dell’albergo con quello del condominio. Il primo Eurotel è stato aperto a Merano nel 1959 ed è stato sviluppato in stretta collaborazione con l’architetto Armando Ronca, che era anche responsabile della standardizzazione delle unità abitative. Dopo questo prototipo, altri 35 Eurotel sono stati costruiti entro la metà degli anni ‘80 in tutta Europa (e in Repubblica Dominicana) con un totale di circa 5.700 camere. Oggi, circa due terzi degli Eurotel originali continuano come alberghi tradizionali, mentre un terzo sono stati convertiti in condomini. All’architeto Armando Ronca si devono altre grandi opere: oltre all’Eurotel a Merano progettò Villa Cembran (1935), a Bolzano il Palazzo del Turismo che dal 1947 divene Cinema Corso, poi demolito nel 1988. Progettò anche l’Istituto Rainerum, il complesso residenziale Ina-Casa (1964), la Chiesa Pio X di via Resia (1970) e inoltre l’estensione dello stadio di San Siro a Milano (1955).

Autore: Flavio Schimenti

Una targa e un albero per Malinowski

Dalla Melanesia a Bolzano! Un bel viaggio, chi l’ha fatto? Ne sappiamo qualcosa dalla stele che dal 23 gennaio 2017 si trova davanti al Palazzo Altmann, l’antico municipio di Gries. Ciò per ricordare che Bronislaw Kasper Malinowski, l’antropologo polacco, naturalizzato britannico, tra il 1923 e il 1933 passò con la moglie Elsie Masson e le tre figlie dei periodi a Gries di Bolzano, soggiornando nelle strutture Katharinahof e Villa Marienheim; acquistò anche casa a Soprabolzano, che, di proprietà degli eredi, lo ricorda ancora. Nato a Cracovia il 7 aprile 1884, Malinowski fu pioniere nel campo della ricerca etnografica, studiando in particolare gli usi e i costumi delle popolazioni della Melanesia. Fu uno dei principali esponenti del funzionalismo, quella corrente, nata in Gran Bretagna, che chiarisce la funzione di cultura collegandola ai bisogni dell’uomo. In Gran Bretagna Malinowski studiò (conseguendo il dottorato in antropologia nel 1922) e insegnò (nella stessa London School of Economics, che divenne uno dei maggiori centri europei per gli studi antropologici). Fu Malinowski a introdurre la “ricerca sul campo”, convinto che si può conoscere solo attraverso l’esperienza diretta. La meta del suo primo viaggio, nel 1914, fu Papua. Ma fu specialmente con il contatto diretto con i Trobriandesi (isole Trobiand, Melanesia), partecipando a usi, costumi, tradizioni della loro cultura, che poté introdurre quella che venne definita “l’osservazione partecipante”. Malinowski, considerato padre dell’etnografia fu, oltre che negli arcipelaghi del Pacifico, in Africa e in Messico. Poté così raccogliere ampio materiale per i suoi studi, che pubblicò in diverse opere. Trasferitosi negli Stati Uniti con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, insegnò all’Università Yale. Morì a New Haven il 16 maggio 1942. Oltre alla stele, il Comune di Bolzano ha dedicato a Malinowski l’albero numero 71 della Collina dei Saggi, nel Parco Firmian.

Autore: Leone Sticcotti

La musica da soggiorno di Gabriele Muscolino

Il 26 febbraio scorso, per l’etichetta Visage (una piccola label creata da Riccardo Tesi e Claudio Carboni) è stato dato alle stampe il primo disco da solista di Gabriele Muscolino, raffinato e colto cantautore bolzanino che, dopo essersi fatto le ossa dapprima in rockettare band giovanili e poi nel circuito del folk irlandese, è stato per diversi anni il frontman dei Nachtcafè, una delle belle realtà musicali scaturite da questa terra di confine.

Il nuovo disco, che s’intitola semplicemente col nome del suo autore, è un riuscito insieme di suoni mai eccessivi abbinati a testi mai scontati, che ha il pregio di non ricalcare le pur notevoli intuizioni sonore sperimentate col gruppo.
“Nei Nachtcafè – ci racconta Gabriele – io ero sì l’autore dei brani, ma il prodotto finale era il risultato di un lavoro di gruppo: da Francesco Brazzo, Matteo Facchin, Georg Mahlfertheiner ho mutuato davvero tanto, a livello di arrangiare. In particolare, da Georg ho imparato a saper togliere qualcosa, arrangiare meno per dare qualcosa di più, lasciare dei vuoti per mettere in risalto singoli dettagli. Meno si fa, più si è al servizio della canzone”.
Fatto tesoro di questi punti fermi, Muscolino, armato del suo bouzouki, ha allestito un gruppo davvero ridotto all’osso e, in due sessioni (febbraio e luglio scorsi) ha convocato, in uno studio allestito per l’occasione nel maso che ospita il museo delle api di Costalovara, i suoi pard musicali: innanzitutto Angelika Pedron, che è riuscita a creare parti vocali mai uguali e sempre indovinate con cui affiancare la voce dell’autore, la fisarmonica di Matteo Facchin (ma in alcuni brani lo strumento è suonato dall’amico irlandese Martin Tourish, del gruppo Altan) e gli archi suonati da Lorenzo Barzon e Luca Pasqual.
“Si tratta di una sorta di concept album a livello sonoro – spiega Muscolino – costruito sul filo conduttore del suono più che sui contenuti dei testi, il bouzouki irlandese ha delle risonanze molto lunghe che si sposano bene col violino e col violoncello creando un bel mélange. Poi negli ultimi anni ho avuto modo di ascoltare molto Nick Drake, scoprendo che anche lui usava arrangiamenti così minimali, proprio con questi strumenti ad arco. È un po’ una canzone d’autore cameristica, con la scelta precisa di non usare percussioni, anche se in un primo tempo ci avevamo provato.


Uno dei titoli del disco avrebbe potuto essere Musica dal soggiorno di casa, poi mi sono detto: chissà se ne farò altri di dischi da solo, e così ho optato per intitolarlo semplicemente col mio nome”. Il finale del brano Gli esploratori, una delle dieci tracce che compongono il disco, oltre a reggersi da sé è eloquente in questo senso, tutto strumentale con solo violino e violoncello a reggerne le sorti. Il brano, uno dei più immediati del disco, è anche quello nato più di getto a livello testuale, mentre per le altre composizioni Gabriele Muscolino ha lavorato più a lungo, prendendo spunti dai suoi taccuini di appunti, limando e aggiustando. Una procedura che richiede tempo. La sua è infatti una scrittura erudita, ricca di dotte citazioni, mai messe lì per sfoggio di cultura, ma piuttosto per stimolare l’ascoltatore: ecco così che nelle sue canzoni troviamo citazioni di Dante, Calvino, Guccini, idee brillanti come quella di Magnolia nera in cui il corpo femminile viene immaginato come una carta geografica da esplorare, e che dire della storia d’altri tempi della menzionata Gli esploratori che partono alla volta del favoloso Catai di marcopoliana memoria, fino all’arrangiamento italo-swing di Il migliore, che rimanda al vecchio Trio Lescano e a Paolo Conte. “Per quanto riguarda l’etichetta – conclude Muscolino – la Visage è piccola ma molto attenta alla cura e alla promozione dei prodotti, che vanno dalla musica tradizionale, al jazz, al cantautorato. Innanzitutto puntando sul disco in formato fisico e non sulle piattaforme d’ascolto o download che garantiscono magari visualizzazioni non reali, nel senso che un brano può avere diecimila visualizzazioni su youtube, ma quanti poi lo ascoltano dall’inizio alla fine, e quanti lo abbandonano invece dopo pochi secondi? La Visage lavora sul reale, pubblica il singolo online e punta su una distribuzione del CD mirata mettendo il marketing al servizio di un progetto culturale”.
Se ci saranno miglioramenti per quanto riguarda le restrizioni anti COVID 19 riguardanti gli spettacoli, per giovedì 8 aprile è prevista una presentazione del disco al Carambolage, nel caso le restrizioni fossero prorogate, la serata sarà posticipata a data da stabilire.

Autore: Paolo Crazy Carnevale