Aforisma: Vorrei fare con te quello che la primavera fa con i ciliegi. (Pablo Neruda)
La primavera è l’ispirazione, la luce benevola che ci prende per mano e ci accompagna, la manna miracolosa che sprigiona nuove prospettive e armonizza il nostro animo verso sponde sicure. Dopo il freddo inverno percepiamo il tepore del clima che cambia, talvolta con giornate soleggiate che vanno aldilà della primavera; alberi, fiori, semi e piante sono le risorse, come mattoncini imperfetti di memoria storica, dai quali imbastire e costruire le nostre piccole gioie di gemme e di pensieri positivi, come malta naturale per tenerli insieme. Il giardino che ognuno coltiva è sì fatto di certezze e di insegnamenti di nonni e genitori, ma soprattutto anche di nuovi tentativi e di velleità; di tepori e di relax, ma anche di colpi di coda invernali; di capricci dal cielo che disegnano cadenti virghe nevose sulle cime e subito dopo di squarci giganti di blu porpora come i petali dell’Hepatica nobilis o erba trinità, vera maglia rosa a tappezzare i fondovalle; di sorrisi e di ghiribizzi dei millennial, di nubi polverose inquietarsi – qua e là – come rampolli della generazione Z, tutti costretti ancora a casa; dei primi afidi e delle colonne regolari di formiche inseguite sui muri con lo sguardo; di giallo di forsizie e di narcisi, di frastuoni e dispetti del vento e nuvole levigate, mentre il sole cala già sui riflessi dei navigli; di voglia di mare increspato dal maestrale; di pulizia dei locali e del cambio degli armadi, di letti sfatti lasciati lì a respirare e di orchidee sui davanzali; di aria buona a corroborare, di api solitarie a bottinare; dei primi piatti freddi e di profumo di pane che invade gli ambienti e di beige paglierino dei nocciòli coi loro amenti; di lillà delle magnolie e dei primi tuoni e dei primi lampi e, nel tempo che avanza, delle prime spine sottopelle che non sono mai abbastanza; di legni e di pioli, che se potessimo farci una scala, forse, poi, visiteremmo anche le stelle per quei volti che abbiamo perso o mai incontrato; del bianco candido degli alissi non abbiam parlato, un paradiso in terra per osmie e coccinelle; di propositi e di ferme intenzioni che solo la primavera è capace di risvegliare: la nostra opera d’arte chiusa in un cassetto come un desiderio abbozzato, un freno tirato, un treno troppo lanciato, un bancale rialzato che è sempre lì che ci aspetta, con un pugno di terra in mano; e che dire delle rose, un campionario di colori come la sequenza che fa l’arcobaleno. Da lontano si odon rintoccare la campane con interi filari di meli ricoperti di ghiaccio, al quale basta un raggio per tornare acqua che scorre verso il mare. Con facelie, lunarie, cosmee e papaveri non s’è dopotutto così poveri. Toh, guarda! Ora anche i cavoli s’affaccian dal terreno per capire di che pasta siamo fatti per davvero.
Autore: Donatello Vallotta