I giovani produttori di igienizzante dell’Istituto Tecnico Galileo Galilei

Una delle tre targhe per azioni collettive conferite dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella insieme ai 28 Attestati d’onore di “Alfiere della Repubblica” è stata assegnata all’Istituto Tecnico Galileo Galilei di Bolzano. Destinatari di questa onorificenza i “giovani produttori di gel igienizzante per una scuola più sicura”. Fin dai primi giorni di emergenza sanitaria, infatti, i docenti Raffaele Fiorini, Elisa Maccagnan e Marina Masciovecchio e la tecnica di laboratorio Gaia Gottardi si sono adoperati per coinvolgere gli studenti nella produzione di un gel igienizzante a base di alcool etilico che rispettasse la formula omologata dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

“Nelle settimane dopo la diffusione dei primi contagi, i disinfettanti non si trovavano – racconta la professoressa Elisa Maccagnan – e noi, grazie a una formula usata soprattutto dai medici che operano nei Paesi in via di sviluppo, abbiamo potuto produrlo in autonomia a scuola.” Al Galilei, durante le ore di chimica e biologia le figure di riferimento sono tre: due insegnanti, uno impegnato nella teoria e l’altro nella pratica, e un tecnico di laboratorio. L’idea di coinvolgere i ragazzi è stata del professor Raffaele Fiorini, che si occupa della parte pratica delle lezioni. Così, quelle che nel frattempo sono diventate due quarte e due quinte dell’indirizzo chimico si sono trovate impegnate in questa nuova attività, che si è affiancata a quella già in uso di campionare la carica batterica presente sulle superfici, un esercizio utile all’acquisizione di alcune competenze fondamentali. Dal momento che una delle buone pratiche per limitare la diffusione del contagio è proprio l’attenta pulizia delle superfici, questa attività è stata svolta più di frequente, anche allo scopo di verificare l’efficacia della disinfezione.
La voce di quello che docenti e alunni stavano facendo al Galilei si è diffusa rapidamente, e in poco tempo altri istituti si sono rivolti alla scuola chiedendo di essere riforniti di gel igienizzante, in quei giorni ancora difficile da reperire sul mercato. Lo stesso ha fatto il Comando dei Vigili del Fuoco.
Purtroppo, il lockdown della scorsa primavera ha bloccato il progetto. A settembre, però, con la ripresa delle lezioni, gli insegnanti hanno proposto ai ragazzi di fare informazione nell’istituto. “Divisi in gruppetti, gli alunni che avevano partecipato al progetto sono andati nelle classi condividendo con i loro compagni ciò che avevano imparato: come si produce un gel igienizzante, come si disinfettano le superfici, eccetera. Per una questione di spazi, infatti, siamo costretti a ruotare tra le diverse aule e, da settembre, ogni volta che gli alunni ne lasciano una hanno l’incarico di pulire le superfici”, spiega Maccagnan.
I ragazzi hanno accolto con entusiasmo le proposte dei docenti e le responsabilità che comportavano. “La cosa migliore – continua la professoressa – è stata farli sentire parte attiva nel reagire alla situazione che ci trovavamo ad affrontare. Quando hanno saputo della targa che ci è stata conferita, la loro reazione è stata commovente: si sono chiesti se riusciranno a incontrare il Presidente Sergio Mattarella”. Queste, invece, le parole di ringraziamento di Raffaele Fiorini in un post pubblicato su Facebook: “Per noi il premio è stato un’enorme sorpresa e ne siamo tutti orgogliosi. Ringrazio la Dirigente che ci ha supportato e tutti i colleghi e personale ATA che continuamente contribuiscono al buon funzionamento della nostra scuola. Un pensiero speciale va a Michele che, sempre in prima linea, vive e vivrà nei nostri cuori”.

Autore: Alex Piovan

“A 26 anni ho aperto la mia associazione”

Anna Moser è nata a Bolzano nel 1993 e da allora abita a Laives. La sua passione più grande sono gli animali. “Più che una casa abbiamo sempre avuto uno zoo”, racconta. Diplomata tecnica di laboratorio chimico e biologico, nel 2015 sceglie un’altra strada e apre un negozio di toelettatura per animali domestici. A 20 anni scopre la Pole dance e inizia a praticarla come allieva a livello amatoriale, fino a ottenere il diploma da istruttrice. Nel 2020 apre la sua associazione sportiva, dove tiene corsi di pole dance, flessibilità ed exotic dance. Oggi studia per diventare Personal trainer.

La cosa che mi piace di più di me.
Il lato sensibile, che prende a cuore le situazioni che lo meritano.

La volta che sono stata più felice.
Quando ho realizzato il mio sogno di prendere un cavallo.

La volta che sono stata più infelice.
Quando credevo di aver perso tutto e di non riuscire più ad andare avanti. Per fortuna ho incontrato le persone giuste sul mio cammino.

Da bambina sognavo di diventare…
Un’insegnante di danza classica.

La persona che ammiro di più.
Ammiro le persone che hanno il coraggio di cambiare.

Un libro da portare su un’isola deserta.
“Il conte di Montecristo”, se poi non dovesse piacere, le tante pagine garantiscono un falò duraturo.

L’ultima volta che ho perso la calma…
Praticamente tutti i giorni, il self-control non è il mio forte, ma ci sto lavorando.

Il capriccio che non mi sono mai tolta.
Una vacanza con le amiche.

La mia occupazione preferita.
La Pole Dance, ma si gioca il primo posto con “mangiare dolci sul divano”.

Il posto in cui vorrei vivere.
Una località al caldo, vicino al mare.

Non sopporto…
Le ingiustizie e i prepotenti.

La mia paura più grande.
Perdere qualcuno che amo, al secondo posto la malattia.

Dico bugie solo…
Quando penso che la verità faccia troppo male, ma me ne pento tutte le volte.

Il giocattolo che ho amato di più.
I peluche.

L’oggetto a cui sono più legata.
Le foto, ma quelle “alla vecchia maniera” stampate e incollate sugli album.

Dove mi vedo tra dieci anni.
Il “dove” non è importante, spero però di essere felice e di avere una famiglia tutta mia. Spero ci sia tanto amore nel mio futuro.

Mi sono sentita orgogliosa di me stessa quando…
Ho aperto la mia associazione sportiva, la mia seconda attività, a 26 anni.

Foto principale: Roberto Rotulo

“Io, comandate dei vigili del fuoco”

Da diversi anni fa parte del corpo dei Vigili del fuoco volontari di Salorno e nel 2019 ne è diventato il comandante. Christopher Nardin, classe 1987, ci spiega questa sua grande passione alla quale dedica tanto tempo e dedizione.

Raccontaci un po’ di te, quando e come nasce la tua passione per i Vigili del fuoco?
Questa mia passione e voglia di essere un membro attivo nel corpo dei Vigili del fuoco è nata, si può dire, per una questione di coincidenze. Nel 2002 fu fondato il gruppo giovanile all’interno del corpo di Salorno e il compito di istruttore venne affidato al padre di un mio caro amico che mi chiese se volevo provare a partecipare. Da quel momento è nata questa passione che fino ad oggi spinge me, ma anche tutti i membri del corpo, a dedicare tempo e impegno a ciò in cui crediamo. L’interesse nasce sicuramente anche dal fatto che come Vigili del fuoco possiamo sperimentare e provare cose che normalmente non si possono fare: nuotare e navigare nell’Adige, arrampicarsi e fare discese in corda da edifici, provare a spegnere dell’olio bollente con l’acqua (attenzione: da non fare!) e tante, tante altre esperienze… come guidare un camion grande, pesante e rosso.

Quale è stata l’esperienza più bella che hai vissuto come Vigile del fuoco?
È difficile scegliere un’unica esperienza bella. Ci sono stati tanti, veramente tantissimi momenti indimenticabili ed ognuno di essi è stato diverso ed unico: incontrare bambini che con occhi spalancati ci ammirano e salutano, il sorriso e la gratitudine delle persone dopo un intervento, nonostante abbiamo perso tanto o praticamente tutto, ma anche l’emozione di provare nuovi automezzi.

Per i bambini siete un mito. Hai un consiglio da dare ai più piccoli che sognano di intraprendere questo percorso?
Per tutte le bambine e i bambini che hanno voglia di avvicinarsi a questa grande famiglia, consiglio vivamente di iscriversi al gruppo giovanile. In questo modo iniziano già da subito a sviluppare il senso di responsabilità ed imparano a conoscere i compiti del corpo dei Vigli del fuoco. Una volta raggiunti i 17 anni si decide insieme al responsabile del gruppo giovanile e al comandante il passaggio al gruppo degli attivi. Vorrei aggiungere che proprio per i futuri allievi organizziamo regolarmente serate informative durante le quali i giovani interessati, insieme ai propri genitori, possono venire a visitare la caserma, ricevere informazioni sul gruppo ed eventualmente iscriversi. A breve si svolgerà nuovamente una serata di questo tipo e le informazioni in merito verranno pubblicate sui nostri profili Instagram e Facebook.

È così pericolosa “la vita” del Vigile del fuoco?
Questa è una domanda difficile a cui rispondere. Ogni situazione a cui si è esposti può essere pericolosa se non si ha alle spalle un addestramento adatto per riuscire ad anticipare eventuali situazioni di rischio. Sarebbe tuttavia una bugia sostenere di poter azzerare ogni tipo di pericolo, proprio perché le varie emergenze sono tutte diverse tra di loro. La regola più importante è chiaramente quella di tutelare la propria sicurezza, la propria salute e i compagni con cui si svolge l’intervento. Per ridurre al minimo i rischi e le situazioni pericolose è indispensabile avere una corretta formazione, saper utilizzare in modo congruo l’attrezzatura specifica e all’avanguardia ma soprattutto addestrarsi. Quando si inizia la “carriera” del Vigile del fuoco bisogna essere consapevoli dei rischi ai quali si va incontro e avere un grande senso di responsabilità verso sé stessi ed il prossimo.

Christopher Nardin

Nel gruppo dei Vigili del fuoco di Salorno troviamo anche una componente femminile?
Ormai da diversi anni nel nostro gruppo possiamo vantare anche la presenza di alcune donne in qualità di membri attivi. Naturalmente non ci sono distinzioni tra vigili e vigilesse, se non per l’utilizzo del bagno e delle docce che sono separati. Per tutto il resto siamo un gruppo e un’unica squadra, ognuno con dei compiti ben precisi. Insieme frequentiamo i corsi obbligatori, siamo soggetti a formazione continua, e condividiamo l’uso dell’attrezzatura necessaria. Ciò che ci permette di essere all’avanguardia è anche la valorizzazione delle caratteristiche di ogni volontaria e volontario, che deve essere ben consapevole del proprio ruolo e delle proprie mansioni.

Quest’anno ricorrono i 40 anni dall’alluvione del 1981 avvenuta a Salorno, durante la quale i Vigili del fuoco locali hanno avuto un ruolo importante nel soccorrere la popolazione e non solo. Avete in programma qualche iniziativa per ricordare quel drammatico evento?
Ci sono sicuramente pochi corpi in provincia che, come noi, hanno vissuto un evento così drammatico in prima persona. Negli ultimi anni, purtroppo, abbiamo avuto alcune situazioni di pericolo dovute alla piena dell’Adige e la generazione più anziana del nostro corpo, sapeva bene quali scenari sarebbero potuti accadere. Se pensiamo che l’età media del corpo dei Vigili del fuoco di Salorno è di 37 anni, capiamo che diversi membri attivi non hanno vissuto personalmente l’alluvione del 1981, ma è fondamentale ricordarla e tramandarne la storia a loro come a tutta la comunità. Abbiamo quindi deciso di organizzare una mostra aperta al pubblico, con tutte le nostre foto storiche per far capire la drammaticità di quell’evento e l’importanza degli interventi da attuare durante la piena dell’Adige per evitarne una rottura o una fuoriuscita d’acqua. I dettagli della mostra saranno comunicati tramite manifesti in paese e sui nostri profili social.

La voce di Maht Hilda in “Over The Hill”

“Over The Hill” è il nuovo singolo della cantautrice Matilda Cunietti, in arte Maht Hilda, che in poco tempo ha già raggiunto quasi 8.000 visualizzazioni su YouTube. L’inedito elettro-pop evidenzia le doti canore della giovane artista creando uno scenario sognante, quasi fiabesco. L’amore per la musica accompagna Matilda fin da quando era bambina, un amore che l’ha portata a studiare sette anni di conservatorio e in seguito, dopo aver completato gli studi classici a Merano, a proseguire con l’università di musica contemporanea a Londra, laureandosi l’estate scorsa in “Music, performance and production”.

Matilda, come è nata “Over The Hill”?
La canzone l’ho scritta due anni fa. Tutto è partito da un esame dell’università per il quale dovevo presentare una canzone con un video. Il risultato finale mi è piaciuto molto e perciò ho deciso di pubblicarlo.

Che cosa racconti nel tuo brano?
Mi sono sempre piaciute molto le fiabe e per questo motivo volevo che la canzone avesse un immaginario fantasy, sognante, quasi fiabesco. Il brano racconta il senso di appartenenza che una persona può avere rispetto ad un luogo o ad un’altra persona: la libertà di sentirsi a proprio agio e di poter essere se stessi. La protagonista è una ragazza vestita di bianco, che in cima ad una collina, scrutando l’orizzonte, sogna l’amore e l’uomo della sua vita che faccia ritorno da lei.

Nel ritornello canti in prima persona, chiedendoti quale sia la vera “home”, casa. A cosa ti riferisci?
È un argomento che mi sta parecchio a cuore: avendo vissuto tre anni a Londra, lontano dalla mia famiglia, ho riflettuto molto sul vero significato di casa, il luogo in cui esprimere a pieno se stessi, senza paure o pregiudizi.
Spesso quando mi chiedono da dove vengo non so cosa rispondere: mio papà è dell’Uruguay, mia mamma di Milano, città in cui sono nata anche io. Successivamente mi sono trasferita a Merano, ho frequentato la scuola tedesca e in seguito il liceo italiano. Infine, ho concluso la mia formazione a Londra. Per questo motivo penso di avere un ricco bagaglio culturale, che spesso però mi confonde, non riuscendo a trovare un vero posto nel mondo che mi rappresenti: mi piace dunque, definirmi “etnicamente confusa”.

Ad accompagnare la canzone, un video ambientato in un bosco di montagna, che appare magico e incantato, arricchito dalla presenza del ballerino Ernesto Cunietti, tuo fratello. Qual è il messaggio che volevi trasmettere con questo video?
Il video è stato realizzato da Fabio Rubini, che non appena gli ho spiegato l’atmosfera che volevo ricreare è stato bravissimo, cogliendo in pieno ciò volevo raggiungere.
Io interpreto la ragazza sognatrice che vuole incontrare il suo “principe azzurro”, mentre mio fratello è la rappresentazione della crescita: per quanto spesso possa essere armoniosa, come i movimenti nella danza, a volte può rivelarsi anche paurosa, aprendoti gli occhi su una realtà che non è bella quanto vorresti. Per questo motivo nel video c’è l’opposizione tra quella figura oscura, misteriosa di cui avere timore e un’immagine più fiabesca, sognatrice.

Come si conclude?
Il sogno della ragazza verrà distrutto e non incontrerà più il suo amore. Ad aprirle gli occhi entra in gioco proprio il ballerino, che con un gesto artistico le sporcherà il viso con una sostanza nera. Tutto ciò rappresenta la crescita con la quale prima o poi tutti si ritrovano a fare i conti, la quale ti toglie quel velo davanti agli occhi, privandoti della tua tenera innocenza.


Quali sono i prossimi progetti che “bollono in pentola”?
Ci sono alcune novità: sto lavorando ad altri pezzi in collaborazione con un producer di Roma. Spero presto di poterlo di nuovo raggiungere per riuscire a registrare le voci in studio e poi di creare un vero e proprio progetto: musica e video.

Qual è il tuo sogno?
Attualmente sto facendo l’insegnate d’inglese all’asilo. Il mio sogno però è quello di diventare un’artista professionista: amo comporre e scrivere musica, chissà se un giorno potrà diventare il mio mestiere.

Autrice: Chiara Caobelli

YoUnited: nata per far incontrare i cittadini

Recentemente, noi di COOLtour abbiamo avuto il piacere di parlare con alcuni dei ragazzi che partecipano al progetto YoUnited per scoprirlo meglio e conoscere questa giovane realtà. YoUnited è un’associazione di promozione sociale che opera nel comune di Laives, ed è composta principalmente da ragazzi tra i 18 e i 25 anni. Si occupa di portare all’interno della città, o meglio per le strade della città, occasioni d’incontro, eventi, spettacoli e mostre.

Gli eventi organizzati spaziano infatti tra il divertimento, la cultura e il sostegno sociale, ma il vero obiettivo del progetto è trovare dei modi per far incontrare i cittadini e creare delle situazioni in cui i questi possano condividere esperienze e dialogare, in modo da rafforzare il senso di comunità.
Per chi si prefigge di voler far incontrare le persone, un periodo come questo sicuramente non è semplice, ma ogni limite fornisce una possibilità di migliorarsi e reinventarsi; le attività di YoUnited infatti continuano, tra mostre online, incontri sul web e progetti vari.
Una di queste iniziative è la spesa SOSpesa, grazie a cui i cittadini di Laives possono lasciare alimenti e altri prodotti a qualcuno che verrà dopo di loro: i ragazzi ci hanno tenuto a sottolineare come questo progetto stia consentendo loro di incontrare da un lato tante persone bisognose, ma dall’altro – soprattutto – tantissime persone generose. In periodo pre-Covid, l’associazione organizzava, in collaborazione con il DDT (Duo Danz Theatre), spettacoli di cabaret aperti a tutta la cittadinanza. Tra le proposte rese possibili dal lavoro dell’associazione, anche diverse mostre fotografiche all’interno del municipio, organizzate in questo spazio affinché fossero viste non solo da esperti o da persone interessate, ma anche da semplici passanti con la voglia di osservare una vetrina.
Il progetto non punta solo a creare contenuti per la città, ma vuole anche collaborare a progetti già esistenti, come succede durante il Carnevale di Laives, quando aiutano con la preparazione e contribuiscono attivamente ad animare le strade e le vie della città.
Ciò che però più colpisce di questo progetto è la piena libertà di pensiero e apertura delle persone che vi partecipano. L’esempio più lampante è infatti il Wunderbar, ovvero un laboratorio-bar completamente analcolico dove ciò che conta è la degustazione e il piacere del bere piuttosto che il vizio. Colpisce perché potrebbe sembrare una critica nei confronti delle bevande alcoliche, ma la stessa YoUnited organizza allo stesso tempo eventi di degustazione di vini. Come possono concordare le due cose? Wunderbar non vuole essere un sostituto degli esercizi commerciali esistenti, ma semplicemente fornire un’alternativa: un’alternativa, per l’appunto, che possa raggiungere più persone possibile e mostrare che esistono diverse vie per incontrarsi per dialogare e per condividere esperienze e storie, ma anche passioni e voglia di creare nuove attività sul territorio.
Per questa ragione, l’associazione YoUnited è sempre alla ricerca di nuovi collaboratori e di nuovi giovani (o ex giovani) volenterosi di creare eventi, progetti e occasioni per stare insieme. I ragazzi del progetto non nascondono infatti il loro sogno nel cassetto: espandere il progetto all’intera provincia attraverso nuovi progetti e reti di collaborazione.

Autore: Daniel Valentini (COOLtour)

Centro storico: un unico grande cantiere

Da febbraio il centro storico è interessato da cantieri stradali di rifacimento della pavimentazione in cubetti in porfido. Il disagio maggiore lo registra chi abita vicino a via Talvera, prima per un semaforo che imponeva il traffico alternato nel tratto a doppio senso di circolazione, e poi per la perdita temporanea dei preziosissimi posti auto riservati ai residenti.
Gli altri due cantieri degli ultimi due mesi hanno riguardato e in parte ancora riguardano la zona pedonale: via Grappoli e via Leonardo Da Vinci, dove soprattutto quest’ultima è quella che dai lavori subirà una evidente trasformazione, considerato che siamo da sempre abituati a vederci parcheggiate moltissime biciclette. Abbiamo contattato uno dei responsabili del cantiere, il geom. Alberto Frascati, che ci informa che uno degli obiettivi dei lavori è quello di uniformare il tratto pedonale della via alle altre vie, tipo via Goethe e via della Mostra, in cui in passato era stato tolto lo scalino del marciapiede, portando strada e marciapiede allo stesso livello. Ma per via Leonardo da Vinci l’estetica non è la motivazione principale dell’avvio dei lavori, il problema grosso è dato dallo smaltimento delle acque piovane. Negli ultimi tempi abbiamo visto come le piogge intense siano diventate sempre più frequenti, l’acqua piovana si concentra in pochi eventi importanti durante l’anno, e ciò impone la predisposizione di adeguate vie per il deflusso delle acque prevedendo per esempio anche tubi interrati di maggiori dimensioni. Tutto questo anche per scongiurare quanto successo la scorsa estate in Corso Libertà: una parte di portico interamente sott’acqua, nuova ciclabile impraticabile, con acqua che fuoriusciva dai tombini, incapaci di smaltire la pioggia.


Però in città c’è chi mormora che i lavori in via Leonardo da Vinci vengano fatti soprattutto per liberarla dal parcheggio selvaggio delle biciclette. Tra Università, negozi e uffici, sono molti i bolzanini che scelgono via Leonardo Da Vinci – lato portico – per lasciare le proprie biciclette, e non è difficile comprendere che c’é chi questa cosa non la veda di buon occhio. E quindi la domanda viene quasi spontanea: che fine faranno i posteggi per le bici? Capiamo presto quanto questo quesito sia spinoso e quanto sia difficile trovare qualcuno disposto a prendere posizione in merito, tenuto conto che la scelta può essere impopolare. Per questo motivo abbiamo contattato l’Assessore alla Mobilità del Comune, l’arch. Stefano Fattor: “Via Leonardo Da Vinci è un cantiere dei Lavori Pubblici, lo sta seguendo il vicesindaco Walcher. Io posso anticipare che nelle previsioni spariscono una serie di rastrelliere per biciclette, in particolare quelle davanti al portico. Ci sarà sicuramente un periodo di disagio perché spariscono parecchi posti per le biciclette. Tuttavia posso dirle che l’Ing. Moroder, direttore dell’ufficio mobilità, e io stiamo per presentate al sindaco e al vicesindaco la nostra proposta di soluzione del problema, molto innovativa, molto visionaria per Bolzano. Per correttezza istituzionale non posso anticipare nulla (il giornale ha chiuso prima dell’incontro con Sindaco e Vicesindaco, ndr), posso però dirLe che rispetto al numero di bici che ci sono adesso, puntiamo ad avere almeno 150 – forse 200 – posti bici in più. Con questa operazione dovrebbero anche scomparire definitivamente tutte le biciclette che vengono regolarmente legate ai ciliegi della Piazza dell’Università”. è una anticipazione che incuriosisce, ma noi non possiamo che prendere atto di questa volontà di trovare una soluzione all’annoso problema del posteggio delle biciclette soprattutto a ridosso della zona pedonale e in zona stazione. Vi terremo aggiornati da queste pagine.

Autore: Till Antonio Mola

Un’idea musicale per… ricominciare

È passato quasi un anno dal suo ultimo concerto live ma, nonostante questo, la musica dentro di lui non ha mai smesso di risuonare. Nasce a Bolzano, gira il nord d’Italia andando ad abitare prima a Milano e poi a Padova. Jacopo Schiesaro – in arte ‘Fanchi’ – cresce ascoltando De André e Fabri Fibra, scrive canzoni fin da quando era bambino e, con il tempo, perfeziona sempre più la sua passione arrivando a unire la metrica del genere ‘rap’ alle dimensioni ‘pop’. Sta collaborando con ‘Revubs Dischi’ per l’uscita, ormai vicina, di suoi nuovi pezzi.
In queste settimane, accogliendo un’esigenza dei cantanti bolzanini più giovani, concretizzerà un’idea per permettere ai musicisti di ricominciare a esprimersi, direttamente nella propria città, attraverso un vero e proprio evento musicale. La difficoltà di suonare e fare serate musicali dal vivo nei quartieri della nostra città non è determinata solo dall’emergenza del virus, bensì – come avverte Fanchi – “è un problema presente da prima dell’arrivo delle norme restrittive anticontagio. Suonare a Bolzano non è facile, i concerti vengono spesso visti come elementi di disturbo, e non come qualcosa di necessario per la vita dei cittadini”.

Il 10 aprile: una data da tenere in mente
“Da giovane desideravo trovare uno spazio per poter fare musica, da qui si è sviluppata in me l’idea di ritagliare dei momenti per dare voce ai giovani d’oggi che desiderano lo stesso. Ultimamente si parla spesso degli effetti negativi del lockdown sugli adolescenti – continua Fanchi – allora mi sono detto: quale momento migliore per realizzare il mio desiderio, se non ora che se ne sente la necessità?” L’evento di musica dal vivo, disponibile online al pubblico sabato 10 aprile dalle ore 15 alle 22, nasce da un’idea originale di Fanchi, ma diventa subito un progetto condiviso. L’iniziativa è sostenuta dall’Ufficio Giovani del Comune di Bolzano, organizzata da Aaron Damian di BeYoung insieme ad Alessandro Tacchetti del Movimento Universitario Altoatesino.

Solo musiche originali
Il concerto, che vedrà come protagonisti diversi gruppi musicali e cantanti solisti, verrà svolto interamente nel rispetto delle regole anti-Covid19. “Grazie al palco di Beat Studios, spazio creato appositamente per rendere possibili i concerti live da trasmettere a distanza, potremmo fare musica in totale sicurezza. L’esibizione sarà senza pubblico in studio per evitare assembramenti, ma grazie a questo evento manterremo la musica bolzanina viva rendendo partecipi gli ascoltatori da casa”, ha sottolineato Fanchi.
Come per altre manifestazioni musicali, anche per questa i cantautori sono stati scelti singolarmente e tutte le canzoni che verranno proposte sono originali. “In questo periodo i giovani cantanti stanno ottenendo dello spazio nel panorama musicale nazionale, noi vogliamo creare le circostanze per far sì che questo avvenga anche a livello locale”. Per rendere possibile un incontro tra le diverse generazioni, gli organizzatori hanno voluto invitare anche alcuni cantanti adulti. “Non è stato facile selezionare gli artisti, volevamo trovare un giusto equilibrio tra gli adolescenti e i più grandi. Con questa iniziativa desideriamo dare la possibilità ai giovani cantautori che non hanno mai portato la propria musica fuori dalle mura di casa, di esprimersi pubblicamente”, ha concluso Fanchi.
L’evento, proprio per il suo valore sociale, è destinato a replicarsi nei prossimi anni davanti a un pubblico entusiasta di ascoltare nuove proposte.

Autore: Andrea Dalla Serra

Appiano, terra di castelli e vini

Terra di castelli e vini, si definisce il comune di Appiano. E non a torto: i primi raggiungono l’incredibile numero di 180, mentre i secondi interessano un’area coltivata unica in Alto Adige. Alle due caratteristiche se ne può aggiungere una terza: la memoria. Ogni passo equivale a un’immersione storica che abbraccia un arco temporale di oltre 10000 anni. Il passato ha lasciato tracce indelebili in tutte e nove le “frazioni”: da San Michele a Cornaiano, da San Paolo a Monticolo, da Frangarto a Riva di Sotto, da Missiano alle solitarie Gaido e Predonico.
A differenza delle località “retiche” dell’Alto Adige, la cui denominazione rimane avvolta nel mistero, Appiano appartiene al novero di comuni dal nome abbastanza comprensibile. Si tratta dei cosiddetti “prediali” romani, derivati dal nome proprio del dominus del luogo. È dunque ipotizzabile che Appiano fosse il feudo di un veterano di nome Appius o Appianus. La prima citazione del nome risale tuttavia al 590, quando Paolo Diacono nella sua “Storia dei Longobardi” parla di Appianum come di un castello longobardo distrutto dai Franchi.
Siamo, dunque, in presenza di una zona agricola e naturale particolarmente seducente. E non da oggi, dato che dopo i Romani (non è certo un caso se la battaglia finale tra Druso e i “ribelli” retici ebbe luogo proprio negli acquitrini ai piedi di Castel Firmiano: ultimo baluardo a difesa di un luogo privilegiato e ambito), anche in epoca medievale Appiano rappresentò il centro di potere di un territorio comprensivo del Burgraviato, della vicina Bolzano e della Bassa Atesina, porta verso il sud lombardo-veneto. I potenti conti governavano per conto del Vescovo di Trento e, in epoca successiva, anche dei conti del Tirolo.
Oggi, come detto, Appiano è il nome di un insieme di località disseminate dalle pendici della Mendola ai boschi di Monticolo e dalla piana di Bolzano, sulla cui strada si possono ammirare le grandiose colline moreniche dell’ultima era glaciale, alle porte di Caldaro, comune che invece ha esercitato un lungo dominio religioso.Gli abitanti sono circa 15000 e la crescita degli ultimi decenni è stata vertiginosa. Al pari di Laives, altro centro che ha sofferto il lungo blocco edilizio bolzanino, ha subito una massiccia immigrazione “forzata”. Il centro del comune è San Michele, un borgo rinnovato ma nel contempo capace di conservare le peculiarità del paesino di un tempo. Certo molti sono gli edifici nuovi o ristrutturati, la stessa piazza principale ha subito un consistente restyling. Ma rimangono, tutt’attorno, anche i vecchi edifici, il convento dei Cappuccini, le locande storiche, il municipio e, poco distante, la chiesa parrocchiale.
Torniamo, con la memoria, al punto di partenza: il passaggio a livello di Ponte Adige. Qui si può imboccare la suggestiva ciclabile che “circumnaviga” il Monte di Mezzo sul vecchio tracciato della indimenticata “vacca” di Caldaro, il trenino che faceva la spola tra Bolzano e il centro più remoto dell’Oltradige. Dopo Frangarto e Riva di Sotto, che ci collegano alla via dei castelli – dove spiccano i gioielli di Hocheppan, Boymont e Korb – incontriamo il bivio per due paesi da sempre orgogliosamente “indipendenti”: San Paolo, il cui campanile svetta imponente sulla vallata, e Cornaiano, il paese vinicolo dalle incantevoli vie e cantine di stampo medievale. Raggiunto San Michele, che si apre verso gli estesi boschi di Monticolo con i due stupendi laghi e le solitarie alture un tempo abitate da misteriosi personaggi (chiamati uomini selvaggi), percorriamo la strada che da Monte conduce alle due località più lontane e incantate del comune: Gaido e Predonico, entrambe meravigliosamente incastonate nel paesaggio montano ai piedi del candido Macaion. Guardando lontano oltre le case del fondovalle nulla si percepisce del rumore del traffico e, per fortuna, ancor meno dell’aggressione dell’edilizia alla natura anche qui sempre in agguato.

Copyright della foto principale: David Kruk

Autore: Reinhard Christanell

Laives al Trento Art Festival

Il Trento Art Festival è un festival d’arte contemporanea completamente digitale a cui l’Associazione culturale lasecondaluna di Laives ha deciso di partecipare con le opere dell’artista Elisabetta Vazzoler.

Nato quest’anno in risposta alla crisi delle mostre tradizionali, il Trento Art Festival è il primo festival italiano digitale di arte contemporanea. Le opere sono esposte su una superficie virtuale di 20.000 mq, divise in sezioni differenti. Una di queste è “Focus”, dedicata agli espositori di una nazione, ogni anno diversa, che intraprendono un gemellaggio con il Festival; quest’anno si è trattato della Grecia. Per partecipare, ogni ente – galleria, fondazione, associazione, collettivo di artisti – invia una candidatura con la proposta per un progetto espositivo. Le candidature sono poi valutate dal comitato del Festival, che seleziona quelle che faranno parte della Main Section. Gli enti selezionati hanno diritto ad allestire il progetto in uno spazio virtuale messo a disposizione dagli organizzatori sulla piattaforma Kunstmatrix. Il progetto presentato dall’associazione lasecondaluna si intitola “Interno”, ed è stato curato da Nicolò Faccenda, Stefania Rossi e Amanda Filippi. Si tratta di un progetto originale creato appositamente per il Festival e si compone di nove opere dell’artista altoatesina Elisabetta Vazzoler. Originaria di Treviso, vive e lavora a Bolzano, si dedica all’insegnamento e partecipa a diverse mostre locali e nazionali. Le opere che compongono “Interno” rappresentano ambienti domestici e intimi, nei quali è collocato lo spettatore stesso. “La selezione del nostro progetto da parte della giuria è stata un po’ inaspettata. È la prima volta che l’associazione prova a candidarsi a questo tipo di eventi e non avevamo grandi aspettative, ma siamo molto felici di aver avuto l’occasione di presentare il progetto al pubblico. Gli altri espositori selezionati per la Main Section provengono da tutta Italia, e vedere apparire Laives tra Milano, Bologna, Torino, Roma è stato veramente emozionante”, rivela Filippi. Una sezione parallela al Trento Art Festival è rappresentata dal Trento Art Prize. Molti Festival d’arte contemporanea, infatti, affiancano alla parte espositiva dedicata agli enti un concorso dedicato ai singoli artisti. L’associazione ha attivato il progetto “La seconda luna for artists” per dare supporto agli emergenti del territorio, affiancandoli nella creazione di portfolio e testi critici e mettendo a disposizione spazi di lavoro, ma anche aiutandoli nella candidatura ai bandi e segnalando loro occasioni di visibilità. È stata così segnalata la possibilità di candidarsi al Trento Art Prize. Tra questi, Jonas Stecher – Silandro, classe 1984 – ha deciso di partecipare. Artista autodidatta che l’associazione ha avuto il piacere di esporre in una mostra personale di grande successo nella Galleria Civica di Vadena nel 2019, è stato selezionato tra i 10 finalisti per il Trento Art Prize e ha ricevuto la menzione speciale della giuria.

Nell’immagine principale: I like toad’s, Jonas Stecher, 2009, olio e acrilico su tela, 70x120cm

Autrice: Ana Andros (COOLtour)

Una persona speciale

Negli ultimi giorni è stato dato l’ultimo saluto a una persona preziosa che ci mancherà. Si tratta della pedagogista Franca Berti che personalmente ho avuto occasione di intervistare in diverse occasioni, apprezzandone equilibrio, competenza e sensibilità. Per 40 anni Franca Berti ha svolto un ruolo chiave nella società altoatesina, sicuramente non apprezzato a sufficienza. In sostanza ha sovrinteso a tutte le attività educative e formative che nella casa circondariale di Bolzano hanno lo scopo di riaffermare, giorno per giorno, la funzione rieducativa della pena che – lo ricordiamo – trova riconoscimento nel 3° comma dell’articolo 27 della nostra Costituzione, che recita così: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.
Si tratta del “solito” buonismo? No, tutt’altro: è puro opportunismo. Sociale.
Questo concetto ce l’ha spiegato molto bene proprio Franca Berti, da noi intervistata nel numero del 13 febbraio 2020 del nostro QuiBolzano. Il carcere così come è concepito oggi in Italia ha una recidiva altissima e quello di Bolzano (una struttura in realtà dedicata ai soli reati minori) anche dal punto di vista strutturale non può che provocare ulteriori danni, come ben sappiamo.
Questo è dunque il senso delle attività formative che le persone come Franca Berti si sforzano di portare avanti, spesso lottando contro i mulini a vento della pena malintesa come punizione esemplare, con un retrogusto di vendetta sociale. In carcere anni fa ci sono stato anch’io come commissario esterno dell’esame di maturità di un detenuto privatista, e ho percepito quanta speranza – per tutti – è contenuta in operazioni di questo genere. Prima della sua prematura scomparsa, Franca Berti è stata anche a lungo consigliera comunale, unanimamente apprezzata per la sua moderazione e la sua propensione al dialogo, nonostante la naturale intransigenza sui suoi principi democratici. E la pedagogista ha saputo essere anche una donna forte ma al contempo dolce in contesti governati da uomini. Testimoniando un’umanità che resterà davvero nel cuore di tutti coloro che hanno avuto la fortuna di incontrarla.

Autore: Luca Sticcotti – Direttore del giornale