Quando la cronaca ispira un legal thriller

L’inchiostro è ancora fresco sulle pagine di “Solo tredici chilometri”, legal thriller edito da Alpha Beta di Merano e scritto a quattro mani da Mauro De Pascalis e Giovanni Accardo, ma è già boom di vendite. Il romanzo ricostruisce una controversa vicenda giudiziaria – l’omicio di una ragazza di 19 anni –  ambientata in un Alto Adige che dietro ameni paesaggi nasconde atmosfere cupe e inquietanti, un misterioso omicidio realmente accaduto e che aveva visto il neoscrittore De Pascalis affrontare indagini e processi.

// Di Luca Masiello

Avvocato De Pascalis, perché questo libro?
Questo libro andava fatto innanzitutto per rendere omaggio a due persone che il caso ha avvicinato in una vicenda tragica che ha rischiato di travolgere non una, ma ben due vite: una ragazza di 19 anni e un giovane accusato del suo omicidio. è una storia che appartiene a chi l’aveva vissuta, ma siccome in molti mi avevano chiesto di raccontarla nel corso di questi anni ho deciso che andava scritta. 

Come è nata la sinergia con Giovanni Accardo? 
Ci eravamo trovati in un bar lungo il Talvera; con noi c’era anche Walter Zambaldi, il direttore del Teatro Stabile, che da tempo mi spronava a scrivere, tanto che gli ho riservato un personaggio nel libro, l’insegnante di teatro del carcere. Giovanni Accardo si è dimostrato subito molto entusiasta di ciò che avevo scritto, e mi aveva proposto di correggere il mio testo. Poi si è talmente affezionato al personaggio e alla storia che abbiamo deciso insieme che era corretto che lui diventasse un coautore: il mio scritto descriveva i fatti in ordine cronologico, mancava di una vis letteraria, e lui ha messo a disposizione tutto il suo talento. 

Passiamo alla cronaca: questa vicenda giudiziaria l’ha personalmente segnata. Come è cambiata la sua vita dopo il processo?
È vero, tuto questo mi ha sicuramente segnato sia dal punto di vita professionale che umano. Perché mi sono reso conto dell’importanza del ruolo della difesa e del giusto processo. In questa triste vicenda tutti hanno agito all’interno delle regole ed è stato affascinante scoprire come il meccanismo processuale, se utilizzato bene, è virtuoso e garantisce l’accostamento della verità reale alla verità processuale. Ho scoperto che non ci si deve mai innamorare di una propria tesi, né a livello accusatorio né a livello difensivo, soprattutto quando si parla di femminicidi o comunque di eventi così tragici come la morte di una persona. 

Giovanni Accardo

Tutto ciò quanto ha cambiato la sua vita professionale?
Non ha rappresentato una svolta epocale: io forse non ho avuto né la voglia né la costanza di capitalizzarla, e comunque non l’avevo ritenuto opportuno. Ho semplicemente lasciato che la mia professione seguisse i sui binari. In cuor mio ho sempre pensato fosse necessario raccontare questa storia, proprio perché attribuisce ai ruoli della difesa e dell’accusa una giusta collocazione, e può avere anche una valenza formativa e didattica proprio in un periodo storico in cui i processi a volte vengono fatti con i plastici o con le urla in televisione. Questo libro forse scansiona bene il tempo necessario per analizzare una visione così complessa come quella che realmente avvenuta, e dimostra che non è sempre vero che il trascorrere del tempo sia una negazione della giustizia. Bisogna infatti sempre contemperare le esigenze del processo a quelle del raccoglimento dei dati che servono poi, all’interno del dibattimento, per stabilire se uno è colpevole o innocente.  

Avete creato un personaggio al quale il lettore riesce ad affezionarsi. C’è la possibilità che De Vitis torni in un altro libro?
È ancora troppo presto per pensare al futuro, ma non lo posso negare: l’idea mi stuzzica parecchio. Anche perché i primi commenti sono decisamente positivi: addirittura Massimo Carlotto, un maestro del noir italiano, ha mostrato il suo apprezzamento in merito, un fatto che mi ha onorato.

Quanto Mauro De Pascalis c’è nell’avvocato Marco De Vitis?
Forse la domanda giusta è: quanto De Vitis c’è in De Pascalis (ride, ndr)! Diciamo che a volte le due figure si sovrappongono…

La trama

Martin Scherer ha ventisei anni, vive a San Candido, in provincia di Bolzano, e fa diversi lavori: il cameriere a Jesolo in estate, il muratore, il dipendente in un noleggio sci. Johanna Pichler di anni ne ha invece diciannove, abita a Sillian, in Austria, a “solo tredici chilometri” dal confine italiano: è disoccupata e conduce una vita molto sregolata. Una sera i due s’incontrano in un bar e trascorrono parte della notte insieme, ma pochi giorni dopo Johanna viene trovata morta in Veneto, con segni di strangolamento, i pantaloni abbassati e del nastro adesivo a chiudere bocca e narici. Cos’è successo? Chi l’ha uccisa e poi trasportata a San Stino di Livenza per gettarla in un fosso? Johanna ha addosso una felpa di Martin, che viene subito interrogato e arrestato, ma che si dichiara innocente. A cercare la verità, tra mille dubbi e domande, sarà l’avvocato De Vitis, alla sua prima esperienza in un procedimento penale, che diventerà un vero e proprio apprendistato giuridico e umano. “Solo tredici chilometri” è scritto a quattro mani da un narratore siciliano, naturalizzato bolzanino (Accardo vive nel capoluogo altoatesino da oltre 25 anni), e da un avvocato dell’Alto Adige attivo come penalista nel Foro di Bolzano da diversi anni. Un lavoro che trova la sua principale originalità nell’incontro tra letteratura e cronaca giudiziaria; la narrazione entra nei meandri di un processo per omicidio, negli atti giudiziari, nelle dinamiche dentro e fuori dall’aula di un tribunale, nelle indagini di una procura, nelle strategie difensive, nelle responsabilità dei giudici. Un racconto quasi in presa diretta e ricco di colpi di scena, che mette in scena tutto il fascino e la complessità dell’arte forense, riservando una sorpresa finale.

La recensione

Ricordo benissimo quel novembre di ormai oltre vent’anni fa. Ricordo anche tutte le fasi processuali, le foto dei rilievi e il video dell’autopsia di quella povera ragazza strappata alla vita. Non avevo ancora compiuto trent’anni, e ricordo anche quell’avvocato che ne aveva solo un paio in più di me; scrivevo di cronaca giudiziaria, e quello era il mio primo grande caso. È con questo approccio mentale che mi sono avvicinato a “Solo tredici chilometri”: sapendo che non mi sarei potuto abbandonare in quella piacevole foresta del patto letterario. Ma Giovanni Accardo e Mauro De Pascalis sono riusciti a creare un’opera che riesce a restare fedele alla realtà dei fatti, avvolgendola però in un’aura di fantasia capace di intrappolare il lettore con colpi di scena, emozioni inaspettate e tanto italiano scritto bene. 
Innanzitutto i personaggi: ognuno di essi riesce ad essere identificato immediatamente, e ad ognuno di loro – nel bene o nel male – ci si riesce ad affezionare. Il protagonista, l’avvocato De Vitis, è un professionista che sbaglia, inciampa, si risolleva, affonda colpi che vengono parati ma non si dà per vinto. È con la caparbietà che combatte la sua inesperienza e la sua vulnerabilità; in lui si sente ancora l’odore delle aule universitarie, le risate di quella gioventù pre-laurea che spesso si scontrano con la pesante toga nera che indossa in Corte d’Assise, e che cozza a sua volta con una dedizione al caso che puzza di dipendenza. Martin, l’indagato: imperscrutabile, silenzioso, resta in carcere per dimostrare quell’innocenza della quale sembra l’unico ad essere convinto; un carattere che non si differenzia moltissimo da parenti, amici e antagonisti che vivono nel suo stesso paese, quella San Candido ancora periferia estrema, non contaminata da quel luccichìo che da lì a pochi anni una serie televisiva le avrebbe imposto. Un paesino alpino come tanti altri, ma che da un giorno all’altro vede il suo cielo oscurarsi di tinte scure, “noir”, a dimostrazione che (mi si passi la citazione deandreiana), i fiori del male sbocciano anche dove il panorama è più bello.

Mauro De Pascalis in aula


La storia si snoda in maniera semplice, nonostante il caso non lo sia per niente. Ma i due autori riescono a spiegare in maniera elementare anche i cavilli giudiziari più intricati, accompagnando per mano il lettore nel mondo della giurisprudenza senza fargli incontrare nessun ostacolo. “Solo tredici chilometri” è un libro amaro. Entra nelle vite di tanti personaggi, e in ognuno di essi trova dei punti di forza ma soprattutto le loro tante debolezze, non escludendo nessuno. Ogni pagina sprona il lettore a sfogliarne un’altra giocando sulla suspense e la curiosità. Una curiosità che dal punto di vista della narrazione viene soddisfatta, ma che lascia il lettore con un punto interrogativo; e l’impressione è che la risposta non si possa trovare fra quelle pagine, ma che maceri nella mente di chi le ha sfogliate.

In foto principale: Mauro De Pascalis

Donna: voce del verbo creare

“Women in Art – Che spettacolo di donne” è un festival dedicato all’8 marzo e nato dall’ufficio Pari Opportunità del Comune di Merano. Ogni anno in l’occasione della Festa della Donna viene organizzata una manifestazione che prevede la scelta di un settore artistico per far spazio e valorizzare le artiste del nostro territorio. Negli anni precedenti gli scenari sono stati il teatro, la musica, la letteratura, il cabaret. Ma per questa quinta edizione a causa dell’impossibilità dovuta all’emergenza sanitaria di organizzare eventi, il Comune ha scelto le arti figurative in tutte le sue forme: grafica digitale, disegno, pittura e fotografia. 

// Di Chiara Caobelli

Dopo una “call” di artiste meranesi o che abbiano un collegamento con la città sul Passirio, 14 di loro hanno accolto l’invito partecipando con entusiasmo. Le opere sono presenti sugli espositori trifacciali collocati in vari angoli della città, i quali solitamente hanno la funzione di pubblicizzare tutti gli eventi culturali e le manifestazioni organizzate mensilmente. Il titolo scelto per il 2021 è stato “Women Power Future”, tre parole che vogliono celebrare l’empowerment femminile e la forza delle donne. A raccontare l’iniziativa e a descrivere le loro opere ci sono le artiste Federica Gaioni, Jùlia Ventura Bruguera e Anna Ferigo. 

L’opera di Anna Ferigo

Quando la bellezza è nascosta
L’emancipazione, la forza e il futuro delle donne sono i temi centrali che vuole promuovere questo progetto. Alla domanda: “In che modo l’arte può far sentire la voce delle donne?”, Anna Ferigo, fotografa professionista, risponde: “Ci sono infiniti modi per esprimere i pensieri e le idee, e l’arte è uno di questi: l’importante è darne la possibilità”. L’artista, infatti, ha presentato l’opera “Bellezza nascosta”, che rappresenta ciò che non sempre è visibile, immediato, tutto ciò che non traspare e che rimane nell’ombra: quello che non si ha il coraggio o la forza di mostrare. 

Anna Ferigo

Una lunga scala verso la speranza
Anche Federica Gaioni, graphic designer meranese, ha accolto l’iniziativa volentieri e apprezza molto che il Comune dia spazio al mondo femminile cittadino. Federica Gaioni condivide le parole della collega Ferigo e trova che l’arte sia un potente mezzo di comunicazione in quanto linguaggio universale, capace di trasmettere importanti messaggi e forti emozioni che rimangono impressi nel cuore e nella mente. Per rispecchiare il titolo “Women Power Future”, l’artista ha realizzato un disegno digitale utilizzando l’iPad. “Volevo che la mia opera trasmettesse un senso di speranza verso il futuro, perciò ho rappresentato una figura femminile che si arrampica su una scala per simboleggiare la possibilità e la voglia di “salire sempre più in alto”, investendo sulle proprie capacità e qualità” – spiega Federica che poi aggiunge: “Ho cercato un approccio personale verso questa tematica così attuale. La scala rappresentata nel disegno è la mia: gli oggetti che fungono da pioli sono quelli che mi hanno aiutato, e tuttora mi aiutano, a sentirmi ‘empowered’ a modo mio, partendo dai pastelli che usavo da bambina fino ai pennelli e ai colori ad olio… ma la scala non si ferma qui! Le mani rappresentano le persone che mi stanno affiancando e supportando in questo percorso, mani sia maschili che femminili”.

Julia Ventura Bruguera

Una folla di donne: tutte uniche
“Sono molto felice di essere stata chiamata per partecipare al progetto. Con Merano ho un legame molto stretto perché è stata la prima città estera in cui sono andata a vivere e nella quale ho avuto l’opportunità di creare tanti legami emotivi, oltre che a collaborare a diversi progetti artistici cittadini” – spiega Jùlia Ventura Bruguera, artista spagnola e studentessa presso l’Accademia delle Belle Arti di Bologna. 

Federica Gaioni

L’arte per Jùlia Ventura Bruguera è sempre stata fondamentale in quanto capace di raggiungere chiunque. “Dare spazio alla creatività di artiste per celebrare l’8 marzo, vuol dire offrire l’opportunità di far sentire la voce di noi donne attraverso ciò che più amiamo fare” – spiega l’artista. Attraverso la sua opera, realizzata interamente in tecnica digitale, Jùlia ha voluto esprimere la speranza in un futuro in cui i pregiudizi verranno messi da parte e in cui le donne potranno essere ciò che veramente desiderano. Occupandosi di illustrazione per l’infanzia, l’artista trova estremamente importante dare un tocco di ironia nelle sue opere. “Quello che provo a fare con i miei disegni è rivolgermi alle nuove generazioni cercando di sviluppare in loro uno sguardo critico, ma sempre pieno di speranza verso il futuro. Nel mio elaborato, infatti, ho disegnato donne diverse con colori, vestiti, corpi e capelli differenti. L’intento è quello di rappresentare una moltitudine di donne che si mostrano per quello che sono, senza la necessità di sentirsi incasellate nell’immaginario tipico femminile che la società ha imposto. Donne di culture diverse felici di non venire criticate o giudicate per via del loro modo di essere”. 

Malgrado i vincoli imposti dal Coronavirus, l’arte riesce comunque a riempire le strade meranesi e a dar merito alle artiste della città. “Riuscire a celebrare l’8 marzo nonostante una pandemia mondiale significa non dimenticarsi dell’importanza di trasmettere i diritti e ricordare le lotte realizzate dalle donne nel passato e nel presente, adattandosi ad ogni inconveniente” – ci tiene a precisare la giovane Jùlia Ventura Bruguera.  
I trifacciali sono situati in centro nelle principali piazze, ma anche sotto i portici, lungo il corso e le passeggiate, ed anche nei vari quartieri. Anche se il lockdown non ci permette di passeggiare tranquillamente per il centro, nessuno ci può impedire che durante il tragitto per il lavoro o quando si esce per fare la spesa, ci si possa fermare un attimo per godersi un po’ di arte fatta in casa. 

In foto principale: Il trifacciale di Federica Gaioni

Fact-checking e coronavirus

Durante la pandemia, il proliferare di fake news in rete ha messo a dura prova la tenuta sociale. Di questo problema e della “bulimia informativa” abbiamo parlato con il responsabile dell’autorità provinciale di garanzia sulla qualità dell’informazione Roland Turk e con con lo psicologo esperto di dipendenze da internet Cesare Guerreschi.

// Di Luca Sticcotti

Recentemente la pubblicazione e la successiva circolazione nei social di un video a opera di medici e farmacisti altoatesini che mettono in discussione l’utilità dei vaccini contro il coronavirus ha suscitato un grande dibattito. è tornato dunque in primo piano il tema della qualità dell’informazione e del disorientamento causato dalla sovrabbondanza di notizie “non certificate” che circolano in rete, soprattutto nei social network e nella messaggistica privata. Si tratta di un tema complesso, anche perché tocca principi intangibili nel nostro ordinamento democratico come la libertà di informarsi e di esprimere opinioni. La qualità dell’informazione come garanzia per i cittadini e la capacità degli stessi restano comunque tutt’oggi dei veri e propri fari a cui aggrapparsi, come risulta chiaro nelle due interviste che vi proponiamo.

INTERVISTA CON ROLAND TURK

Roland Turk

Fake News in Alto Adige. Quali le osservazioni del Comitato provinciale delle Comunicazioni?
Quella che stiamo vivendo è una situazione eccezionale, un tempo di crisi che purtroppo presenta straordinarie conseguenze anche per la divulgazione di fake news. Fin dall’inizio c’è stata una grande incertezza da parte degli scienziati nell’inquadrare il fenomeno e questo ha determinato un terreno fertile per la nascita delle “teorie” più strane. Mi domando quali motivi ci siano alla base. Di solito si dice che le fake news nascono per motivi economici e in questo hanno il loro peso anche i comportamenti dei media online, che vogliono avere tanti “clic”. Ma ci possono anche essere motivi politici, come abbiamo visto anche nell’esempio delle elezioni negli Stati Uniti. Nel caso della pandemia le fake news a mio avviso sono state veicolate anche dalla grande preoccupazione manifestata dalle persone. 

Insomma, l’ansia e la paura hanno sostenuto in questa fase la forte diffusione di ideologie e credenze già precedentemente esistenti, attraverso la forte penetrazione dei social network, che oggi si affermano sempre di più come i veri mass media. 
Sì, poi le fake news si muovono con i loro consueti meccanismi. Di solito hanno contenuti eclatanti, che saltano subito all’occhio. Oppure si basano su facili semplificazioni plausibili e smascherarle è anche molto difficile, perché spesso non sono false al 100%. Spesso succede che di queste notizie siano false solo le conclusioni e non le premesse. In realtà i problemi principali relativi alle fake news è che non si riescono a bloccare e la loro caratteristica di diffondersi più rapidamente delle notizie vere, garantendo di informare in merito a “quello che altri non dicono”.  
È un po’ il meccanismo che si attiva quando ci si trova a un tavolo tra amici. Ognuno racconta le proprie storie, anche fantasiose, ma  è raro che qualcuno chieda “senti, ma chi te l’ha raccontata questa cosa?”. Proprio qui sta la prima questione fondamentale  per smascherare le fake news. Occorre chiedersi: qual è la fonte? La notizia si trova anche su altri media? è oggettivamente credibile? Insomma: bisogna ragionare un attimo prima di prendere una notizia per buona e magari divulgarla a propria volta. 

Oggi si ha spesso la sensazione che quella tra i media tradizionali e Google e i social network per il monopolio dell’informazione sia ormai una battaglia persa. È così? 
Questo rapporto andrebbe regolato. Ma purtroppo nei vari stati le autorità di garanzia per le comunicazioni da tempo si ritrovano a essere privi degli strumenti necessari per intervenire su questo piano.

Non abbiamo gli anticorpi per poter reagire e garantire la correttezza e la qualità dell’informazione in rete?
Bisognerebbe responsabilizzare i social network in merito ai contenuti che vi vengono veicolati. Finora non era stato possibile farlo, ma forse recentemente qualche piccolo passo in questa direzione è stato compiuto. Certo non facilita il fatto che le legislazioni vigenti in merito sono nazionali, mentre i social sono realtà internazionali. Noi come Corecom a livello locale possimo fare molto poco. Qualche intervento lo possiamo mettere in atto solo sui siti locali d’informazione, soprattutto se viene pubblicata qualche bufala o se tra i commenti online trova spazio qualcosa di intollerabile dal punto di vista legale. Sui social, invece, come autorità garante non possiamo fare nulla, purtroppo. 

Un altro argine alle fake news potrebbe essere rappresentato in futuro da vere e proprie scelte editoriali da parte delle testate giornalistiche in merito al cosiddetto fact-cheching, riservando risorse giornalistiche proprio alla confutazione più o meno in tempo reale delle fake news. 
Purtroppo questo è molto difficile da realizzare in un momento in cui il mondo del giornalismo è in grande crisi e non ha le risorse umane, oltre che finanziarie, che sarebbero necessarie in questo senso. Spesso i giornalisti non hanno il tempo per fare le loro ricerche per verificare a fondo le notizie che si apprestano a pubblicare e questo vale anche per il lavoro che prelude al fact-checking. Lo stesso problema naturalmente rende molto difficile anche la moderazione dei commenti ai post nei social che vengono pubblicati dai singoli media. 

Certo, ma per i media tradizionali questo vuol dire privarsi di un’indispensabile autodifesa, in una vera e propria lotta per la sopravvivenza. 
Purtroppo si ha spesso la sensazione che il giornalismo di qualità non sia più finanziabile. Gli introiti pubblicitari calano e non sappiamo fino a che punto lo stato andrà avanti con i suoi sostegni all’editoria. Dobbiamo avere fiducia nel nuovo giornalismo online e nel suo coraggio. 

E forse dobbiamo sviluppare tutti, anche e soprattutto i lettori e utenti, una responsabilità nei confronti delle fake news, per poter continuare a disporre anche nel futuro di un’informazione di qualità. Nell’interesse di tutti.
È proprio così.

Arginiamo lo stress, usiamo meglio la rete e difendiamoci dalla bulimia informativa

Cesare Guerreschi

Dott. Guerreschi, il fenomeno delle dipendenze da internet non è nato con il Covid-19, ma è indubbio che con la pandemia certi meccanismi psicologici e sociali abbiano ricevuto una forte accelerazione. Quali sono i principali pericoli a cui siamo andati e andiamo tuttora incontro?
Esistono ancora pochi studi riguardo gli effetti psicologici da Coronavirus, ma quelli esistenti confermano le ipotesi avanzate dagli studiosi: la pandemia ha aumentato i livelli di stress, ansia, sintomi depressivi, insonnia, rabbia e paura. Le paure non sono rivolte solo al contagio, ma anche al timore di perdere la propria posizione lavorativa. Sembra che gli effetti psicologici della pandemia siano simili a quelli di un disturbo da stress post traumatico. 

La prolungata limitazione delle proprie libertà, inoltre, ha generato la cosiddetta pandemic fatigue, intesa come un insieme di demotivazione e fatica nel seguire i comportamenti protettivi per fronteggiare l’emergenza sanitaria, unita a demotivazione, sfiducia e percezione non realistica del pericolo.
L’ultimo anno ha generato una grande domanda di informazione in merito alla malattia da coronavirus, la sua gestione e le sue possibili cure. La cittadinanza come si è orientata? Quale effetto ha prodotto in merito la sovrabbondanza di notizie e la diffusione di fake news?

Da tempo si parla di “medicina google”, ma in realtà la recente diffusione incontrollata di informazioni “non certificate” ha provocato in molte persone un vero e proprio rifiuto della medicina tradizionale. è un processo in qualche modo reversibile?
Internet è il mezzo più potente che abbiamo a disposizione. La semplicità di utilizzo e la quantità di informazioni che può fornirci in pochissimo tempo ci fanno erroneamente credere di trovare risposta a una qualsiasi nostra domanda. Ed è anche vero, ma la differenza sta qui: se mi rivolgo al mio medico, sono certo di rivolgermi a un professionista che ha fatto un determinato percorso di studi ed è specializzato per potermi aiutare. Cercando in internet non sempre ho la certezza che la fonte sia affidabile. 
Le fake news sono costruite ad hoc per attirare l’attenzione, per essere attraenti: si pongono come certezze in una situazione incerta. Non sono totalmente false, quindi possono risultare credibili e fanno leva su una serie di meccanismi cognitivi in cui è facile cadere.
Il meccanismo diventa reversibile attraverso un’educazione all’utilizzo della rete; questo tipo di educazione deve essere preventiva e promossa già dalla giovane età, non appena si fornisce ai ragazzi la possibilità di navigare in internet. Il fact-checking è un’attività che deve essere insegnata.

Quali consigli possiamo dare ai lettori che sentono il bisogno di “difendersi” da un’informazione che oggi come oggi parla 24 ore su 24 di coronavirus? 
Questo fenomeno viene anche detto Information overload, ed è una sorta di bulimia informativa: da una parte assistiamo alla perenne diffusione, da parte di giornali e notiziari, di informazioni e notizie riguardanti la pandemia da Coronavirus, dall’altra noi fruitori ne siamo alla costante ricerca, per incrementare il nostro senso di controllo su ciò che sta accadendo. L’effetto in realtà è opposto e incrementa le sensazioni di ansia.
L’indicazione più semplice, ma sicuramente anche la più utile, è quella di limitare il tempo in cui ci si dedica all’ascolto dei notiziari, alla lettura dei giornali, per dedicarsi ad altre attività, come la lettura di un libro o dell’esercizio fisico.

La geografia spiegata ai bambini

Giada Peterle – geografa culturale e fumettista bolzanina che oggi vive a Padova, dove insegna “Geografia Letteraria” e “Comunicazione Creativa e Landscape Storytelling” all’Università – ha da poco pubblicato il suo secondo fumetto: “La geografia spiegata ai bambini. Le avventure spaziali di Alex e il Signor Globo”, edito da BeccoGiallo (2020). Il libro racconta le avventure di Alex, una bambina che, grazie alla fantasia, impara a conoscere il mondo, come le grandi geografe che hanno scritto la storia della disciplina. 

// Di Alex Piovan

“Alla fine conserveremo solo ciò che ameremo, ameremo solo ciò che capiremo e capiremo solo ciò che ci avranno insegnato”. È una frase dell’ingegnere forestale senegalese Baba Dioum, messa in esergo al libro “Il tempo e l’acqua” dello scrittore islandese Andri Snær Magnason. Parlando con Giada Peterle, ci si chiede se possa funzionare anche al contrario: se si riesca cioè a insegnare solo ciò che si fa capire e a fare capire solo ciò che si fa amare. È quello che succede ad Alex, la bambina protagonista di “La geografia spiegata ai bambini”, grazie al suo compagno di avventura, il Signor Globo. È lui, infatti, a contraddire le sue aspettative e convinzioni e a spiegarle come stanno davvero le cose; ed è proprio quando il Signor Globo inizia ad avere molto caldo che Alex decide di andare a esplorare il ghiacciaio della Marmolada, che la dirà di avere la febbre e di rischiare di sciogliersi. Non è una storia nuova. Nell’agosto del 2019, per esempio, è stato commemorato l’Okjökull, il primo ghiacciaio islandese scomparso a causa del riscaldamento globale. In quell’occasione fu presentata una targa, “Lettera al futuro”, sulla quale si legge che nei prossimi duecento anni “tutti i nostri principali ghiacciai faranno la stessa fine”. La vicinanza emotiva di Alex nei confronti di un amico che si rivela presto un Globo ormai sofferente si traduce in impegno, e decide di voler fare la sua parte coinvolgendo i compagni di classe nella visita al Museo di geografia. La speranza? Che i bambini, geografi del futuro, amino, capiscano, conservino.

In viaggio nelle periferie
Non è la prima volta che Giada Peterle lavora con il fumetto per raccontare la ricerca accademica. Il suo primo libro, “Quartieri. Viaggio al centro delle periferie italiane”, curato con Adriano Cancellieri, raccoglie i racconti di cinque periferie di grandi città italiane. Dal paesaggio urbano e le forme con cui lo si abita, in “La geografia spiegata ai bambini” lo sguardo di Peterle si sposta su una materia che i più piccoli incontrano di solito stereotipata, e spesso anche impolverata, sui banchi di scuola. 
“Da subito mi è sembrato importante – spiega l’autrice – non lavorare da sola, ma dialogare con chi si occupa di comunicare e insegnare la geografia ai bambini”. Per farlo, Peterle ha coinvolto l’AIIG (Associazione Italiana Insegnanti di Geografia) e il Museo di Geografia dell’Università di Padova, da sempre attento – anche grazie al suo ricco patrimonio – all’organizzazione di attività didattiche e di laboratori educativi per i bambini. “Dialogare con gli insegnanti è stato importante non solo perché sono coloro che trasmettono la geografia ai bambini, ma anche perché immaginavo questo libro anche come un possibile strumento didattico da usare in classe”, aggiunge Peterle. “Infatti, il libro, è già un laboratorio di formazione per insegnanti che sto sperimentando, per ora, nelle scuole del Veneto”.
Il libro, infatti, si inserisce nella collana “Critical Kids” di BeccoGiallo, composta da brevi albi illustrati che si occupano di mediare, attraverso un linguaggio accessibile, argomenti piuttosto complessi, aiutando i più piccoli ad affrontare temi come il razzismo, la mafia e la Shoah, e ne inaugura una possibile linea dedicata alle discipline.  

Ciò che conta è la voglia di esplorare
All’inizio della storia eccola lì, Alex, inchiodata alla scrivania, intenta a stilare liste di nomi di fiumi, di laghi e di città: non ama né la geografia, né i compiti che deve finire. Eppure è così che inizia l’avventura immaginaria che la porta a trasformare gli spazi quotidiani, come il salotto di casa e ciò che vede dalla finestra della sua stanza, nei luoghi di un viaggio in cui toccherà una serie di temi legati alla storia della geografia e alla contemporaneità, dalle mappe ai confini, dal significato della parola “luogo” al cambiamento climatico. Il nome di Alex richiama quello di Alexander Von Humboldt, il “padre” della geografia moderna, ma è anche il tentativo di pensare a una protagonista diversa dal solito, spiega Giada Peterle: “Mi piaceva l’idea di non definire fin da subito la sua identità, e Alex è un nome che mi ha aiutata in questo: non importa chi sia il protagonista, quale sia il colore della sua pelle o a quale latitudine viva, ciò che conta è la sua voglia di esplorare. Spiegare la geografia ai bambini, per me, significa passare loro il testimone per la costruzione del futuro di questa disciplina, che immagino fatto non soltanto di padri, ma anche di madri. Lo dico perché la storia della geografia è una storia anche di voci femminili, ma molto spesso non lo si ricorda”. 

L’AUTRICE

Giada Peterle è una geografa culturale e fumettista italiana, docente all’Università di Padova. Laureata in Filologia Moderna, ha conseguito il dottorato di ricerca in Geografia. Nelle sue ricerche si occupa di rappresentazioni arrative dello spazio, esplorando il modo in cui la letteratura, il fumetto e i linguaggi artistici siano in grado di modificare il modo in cui abitiamo, interpretiamo e costruiamo lo spazio. Ha curato insieme ad Adriano Cancellieri
l’antologia a fumetti “Quartieri. Viaggio al centro delle periferie italiane” (BeccoGiallo, 2019). È autrice della onografia internazionale “Comics as a research practice: drawing narrative geographies beyond the frame”, dedicata al fumetto come pratica di ricerca geografica, che sarà pubblicata nella primavera del 2021 da Routledge.
È appena uscito per BeccoGiallo il suo ultimo fumetto, “Lines” dedicato alla storia del trasporto urbano nella città finlandese di Turku (la traduzione italiana è stata pubblicata dalla rivista di graphic journalism Stormi: www.stormi.info). Il suo sito è www.narrativegeographies.com.

Un sostegno vicendevole

Per due mesi l’opinione pubblica altoatesina è rimasta doppiamente in apnea. Da una parte lo sforzo era tutto proteso nel tentativo di raggiungere la superficie per poter di nuovo respirare, dopo un anno di pandemia. Ma appena la superficie si riusciva a sfiorare, anche solo per breve tempo, subito il terribile peso della vicenda Neumair Perselli era in grado ci riportarci sotto, in profondità. 
Non è stato facile, per nessuno, ma alla fine la confessione del figlio della coppia è giunta per molti come una sorta di liberazione, dopo settimane di angoscia, indagini, ricerche e interesse mediatico alle stelle. Tutto finito? Macché: in brevissimo tempo i possibili sviluppi giudiziari alla luce del nuovo quadro sono riusciti addirittura a rinvigorire l’interesse da parte di molti in merito al dramma di una famiglia che in realtà fin dal primo giorno aveva  chiesto pace e rispetto, per riuscire a gestire al meglio il proprio dolore privato. 
La giustizia seguirà il suo corso, come è giusto che sia, per quanto riguarda il reo confesso, e la magistratura – ne siamo certi – svolgerà il suo compito con la prevista e necessaria serietà e severità.
Noi tutti dal canto nostro dovremmo invece riuscire a ricollocare questa vicenda nel suo alveo, evitando di farci prendere la mano,  come purtroppo spesso è avvenuto nei giorni scorsi, dando spesso adito a condanne mediatiche e a esternazioni d’odio nei confronti di un reo confesso che da tempo siamo abituati a chiamare per nome, quasi come fosse paradossalmente uno di famiglia, ormai.
La famiglia Neumair Perselli vive accanto a noi e continuerà a farlo anche nel prossimo futuro. Ricevendo il sostegno della fitta rete di amicizie e conoscenze su cui deve poter contare, oggi ancor di più. Ma in realtà attraverso questa questa esperienza di “vicinanza” potremo, in modo indiretto, crescere anche noi un po’, tutti insieme, ricostruendo e rafforzando il nostro tessuto sociale. 
Tutto ciò ci farà senz’altro meglio che lasciarci andare a inutili invettive nei confronti del responsabile di tutto questo dolore.

Autore: Luca Sticcotti – Direttore del giornale

Superbonus e spese condominiali

Ipotizziamo di vivere in un condominio e di aver effettuato lavori che beneficiano del cosiddetto superbonus 110; ipotizziamo, poi, che all’interno del nostro condominio vi siano condòmini non in regola con il pagamento delle loro quote di spese condominiali. In questi casi, vi sono ripercussioni per il condominio? Come deve comportarsi l’amministratore rispetto alla quota del condòmino che non paga?
La questione è stata posta all’attenzione dell’Agenzia delle Entrate, la quale ha fornito definitiva risposta nella circolare n. 30/E. 
Facciamo un passo indietro: la detrazione del 110%, il così detto superbonus, matura completamente quando sono eseguiti i lavori e quando è stato effettuato il relativo pagamento. Maturato il diritto alla detrazione, è possibile per il condòmino provvedere alla cessione del credito, ossia al trasferimento a terzi del credito corrispondente alla detrazione non ancora goduta (in sostanza, il condòmino spende euro 10.000, matura una detrazione di euro 11.000, che può essere ceduta a terzi).
La questione sottoposta all’attenzione dell’Agenzia delle Entrate è relativa alla possibilità, per un condòmino moroso, ossia che non paga le sue quote di spese condominiali relative ai lavori oggetto di superbonus, di cedere il credito d’imposta corrispondente alle detrazioni a lui spettanti. 
L’Agenzia delle Entrate parte dal seguente presupposto: l’amministratore di condominio deve comunicare all’Agenzia delle Entrate le cessioni dei crediti corrispondenti alle detrazioni esclusivamente per un ammontare proporzionato al rapporto tra quanto versato da ciascun condòmino entro il 31 dicembre dell’anno di riferimento della spesa e quanto dovuto dal condòmino stesso. 
Il credito che può essere ceduto deve corrispondere a una detrazione maturata; pertanto, non può esservi credito senza pagamento da parte del condòmino all’amministratore, in quanto la detrazione del 110% corrisponde alla somma versata dal condòmino all’amministratore medesimo.
Data questa premessa, la conclusione dell’Agenzia delle Entrate sul punto è stata la seguente: nel caso di condòmino moroso, l’amministratore non dovrà comunicare nessun dato riferito allo stesso, con la conseguenza che il condòmino, non avendo versato le quote condominiali, non avrà diritto ad alcuna detrazione.

Autore: Avv.to Dott. Massimo Mira

Noi o gli algoritmi?

Iniziamo la nostra miniserie di incontri con gli “algorimi”, che abbiamo introdotto nello scorso numero del giornale, tornando all’esempio dei trasferimenti dei docenti anche molto lontanato da casa. Il Tar del Lazio si è pronunciato sull’evento, accaduto ormai 5 anni fa, dicendo che “l’algoritmo impazzito fu contro la Costituzione” (Repubblica, 17/09/2019). Cerchiamo quindi innanzitutto di capire cosa sia effettivamente un algoritmo. 
L’etimologia della parola ci arriva dal nome del matematico arabo al-Khwarizmi, vissuto nell’VIII secolo d.C. A lui si deve la definizione di metodi per risolvere equazioni, descritti con sequenze di istruzioni semplici che, se eseguite alla lettera passo per passo, prendono in ingresso un’equazione e producono in uscita la soluzione. Questa idea di una “chiara sequenza di istruzioni per trasformare un input in un output” è alla base del concetto stesso di algoritmo così come lo intendiamo ancora oggi, e mostra un chiaro collegamento tra matematica e informatica: se abbiamo una chiara sequenza di istruzioni, possiamo “codificarla” in un opportuno linguaggio di programmazione e farla così eseguire al calcolatore.


Se un algoritmo non è quindi altro che un “procedimento sistematico di calcolo, oggi per lo più destinato a essere eseguito da un automa esecutore quale un computer” (treccani.it), come è possibile anche solo pensare che un algoritmo possa impazzire? La risposta è semplice: gli algoritmi non impazziscono. L’algoritmo di allocazione dei docenti ai posti disponibili è “impazzito” perché, in effetti, non è stato definito correttamente, ed è stato applicato su dati dei docenti incompleti o addirittura incorretti. Ovviamente un algoritmo definito impropriamente e chiamato a produrre un risultato su dati sbagliati non può che dare risultati insoddisfacenti. Portiamo quindi a casa un primo, chiaro messaggio: invece di parlare della “pazzia degli algoritmi”, dovremmo forse concentrarci sula “(in)competenza delle persone”.

Autore: Marco Montali

C’è libertà d’opinione. Ma l’odio non è un’opinione.

Se già in tempi “normali” la diffusione di notizie false rappresenta una malattia grave del sistema dell’informazione, figuriamoci in tempo di pandemia. In presenza di uno stato emergenziale in cui ne va della vita delle persone, la creazione di fake news, spesso condite di odio telematico, è semplicemente intollerabile.

Su questo tema ha preso posizione il presidente della Provincia Arno Kompatscher. “Le voci e le fake news, quando si tratta di Coronavirus, non fanno altro che generare incertezza e paura”, ha detto. “Chi in questi giorni si mette a navigare su internet o utilizza i social media non può non imbattersi in ogni genere di notizie false riguardanti l’emergenza Coronavirus”. Ma “voci, fake news e teorie complottiste causano grande incertezza nei cittadini e non danno alcun aiuto a superare questa importante sfida nel miglior modo possibile”. Il Presidente fa appello a informarsi attraverso fonti attendibili. La diffusione di notizie false (o di mezze verità) ferisce in primo luogo chi opera nei mass media, che ne escono screditati, tanto più che non di rado le fake news vengono rilanciate dagli organi di informazione tradizionali, anche pubblici.
È vero – art. 21 della Costituzione – che “tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. È la libertà di opinione. Ma anche qui l’onestà intellettuale è d’obbligo. Le notizie false e l’odio telematico (hate speech) non sono opinioni. Il più delle volte sono reati.
Anche su questo interviene Kompatscher. “L’odio nei social network può ancora essere gestito e tollerato?”. “Molte persone sono arrivate alla conclusione che avere a che fare con gli ‘haters’ sia dannoso, nonché una perdita di tempo, e hanno per questo cancellato i loro profili social. Personalmente, non voglio fare a meno di questi canali di informazione. Questo è uno dei motivi per cui trovo sia importante e mio compito sottolineare che l’odio non è un’opinione”.

Autore: Paolo Bill Valente

Conosci la JoyEnJoy?

Un contest online per tenere sintonizzati e sempre attenti i propri followers, questa l’ultima iniziativa della JoyEnJoy che ha lanciato una sfida sui social per coinvolgere i propri fedeli seguaci, premiando coloro che meglio conoscono le attività proposte dall’associazione nel corso degli anni. Dieci domande, una al giorno, postate alle dodici in punto sul profilo facebook, hanno messo alla prova i diversi partecipanti che si sono sfidati alla ricerca della risposta corretta. I quesiti riguardavano le tante iniziative organizzate dall’associazione, nata nel 2014 con l’obiettivo di realizzare eventi per divertirsi e far divertire. Cinque i suoi fondatori ma molti di più i membri attivi che collaborano in maniera del tutto volontaria alla realizzazione di ogni manifestazione. Feste, spettacoli, sfilate e musical hanno caratterizzato l’attività della JoyEnJoy che ha sempre saputo stupire il proprio pubblico. 
L’associazione, che include al suo interno membri di diverse generazioni e di entrambi i gruppi linguistici, punta sull’intrattenimento a 360 gradi valorizzando il talento di ognuno. Tante le ore trascorse a lezione di canto, ballo o recitazione svolte online in questo periodo di pandemia, con l’obiettivo di perfezionarsi nelle varie discipline per crescere sempre più dal punto di vista artistico e migliorare l’affiatamento del gruppo. Partita con una festa pasquale, diventata poi una piccola tradizione per Salorno, l’associazione ha lavorato con molta dedizione, professionalità ed impegno, facendosi conoscere anche al di fuori dei confini locali. Tra gli spettacoli più importanti, i tre musical “Il Re Leone”, “Mamma Mia” e “C’era una volta un sogno”, un medley di diverse storie Disney, approdato anche al teatro Cristallo di Bolzano. L’associazione ha inoltre organizzato progetti teatrali per ragazzi delle scuole medie ed elementari così da avvicinare e far conoscere il mondo della recitazione e dell’intrattenimento anche ai più giovani, sottolineandone l’aspetto formativo. 
L’ultima iniziativa intitolata “Decenni X caso” è stata realizzata la scorsa estate e ha visto la JoyEnJoy fare un salto nel passato attraversando i decenni con la musica. I protagonisti a bordo di un piccolo furgoncino si sono esibiti in due serate all’aperto prima a Salorno e poi a Egna. Con tutti gli eventi proposti dall’associazione non è stato facile rispondere correttamente a tutte e dieci le domande del contest per aggiudicarsi il titolo di “Realfollower” e vincere una chiavetta Usb targata JoyEnJoy. 
Sono riuscite nell’impresa Adelinda Palella e Sofia Nicolodi. “Da quando la JoyEnJoy è nata abbiamo sempre avuto l’obiettivo di offrire dei momenti di intrattenimento e di svago che potessero arrivare a più persone possibili, senza distinzioni.” si legge sul profilo Facebook dell’associazione, “Quando abbiamo premiato queste due super followers, appartenenti a due generazioni diverse, è stato davvero gratificante. Speriamo di riuscire sempre ad avvicinare e unire persone diverse perché questa è la vera ricchezza.”

In foto principale: in alto, Adelina Palella premiata da Sibille Bazzanella; in basso, Sofia Nicolodi premiata da Alice Caldani

Autore: Erica Nardin