Tutta una vita per la musica jazz

Ha appena compiuto ottant’anni, ma lo spirito è quello di un ragazzino capace di entusiasmarsi di quei tasti bianchi e neri e che ha ancora voglia di sperimentare fra i cinque righi del pentagramma. Franco d’Andrea, leggenda della musica internazionale, è un’enciclopedia vivente del jazz, e fra un ricordo e un nuovo stimolo promette che tornerà presto a suonare nella “sua” Merano.

Maestro, ottant’anni suonati…
Beh, non sono esattamente ottanta suonati, perché quando ero ragazzino facevo anche qualcos’altro (ride, ndr.). È un’età strana, che viene vissuta in maniera diversa a seconda di come si percepisce, di come si ha la fortuna di sentirla, perché in fondo bisogna avere un po’ di fortuna per arrivare a questa età in maniera decente. Io mi sento bene, sono fortunato!

Come li ha festeggiati?
Una giornata meravigliosa, mi hanno fatto tutti delle grandi feste, seppure a distanza; ho ricevuto tantissimi messaggi e email: alla fine della giornata ero davvero stanco, perché ho voluto rispondere a tutti, a un certo punto pensavo che il mio cellulare non tenesse più.

…e come regalo ha ricevuto un libro.
È stata una bellissima sorpresa, hanno deciso di farlo uscire in concomitanza con il periodo del mio compleanno. È un libro fatto davvero bene: io non l’avevo mai visto, neanche l’anteprima. Flavio Caprera ha fatto un ottimo lavoro, ha realizzato una biografia dettagliata e addirittura aggiornatissima, tanto che che arriva a parlare anche dei miei progetti più recenti.

Recentemente ha ricevuto il “Premio alla carriera”. Cosa ne pensa?
Nella mia vita ho ricevuto moltissimi premi, e quello alla carriera è il coronamento, mettiamola così; mi ha fatto piacere, è chiaro, ma io in realtà non ci tengo molto a questi riconoscimenti. Ricordo che quando ho vinto il primo premio nel 1982 non me l’aspettavo, mi ero anche chiesto il motivo per cui qualcuno aveva deciso di prendersi la briga di conferirmi quel riconoscimento. In generale i premi non mi hanno mai appassionato molto, perché mi sembra quasi di essere in gara: essere il primo, il migliore non mi attira particolarmente, non sono mai stato un “rampante”. E ogni volta che ne ho ricevuto uno è stata una sorpresa.

Qual è il musicista che ricorda con più piacere, in tutti questi anni di carriera?
È difficile da dire, perché sono davvero tanti, penso di aver condiviso la mia musica con almeno 300 star internazionali. Ma credo che il musicista che ricordo con più piacere credo sia Gato Barbieri; abbiamo iniziato a suonare quando si era appena trasferito in Italia dall’Argentina, molto prima del suo grande successo determinato dalla colonna sonora di “Ultimo tango a Parigi”. Suonava da paura, era una cosa pazzesca quello che riusciva a far uscire da quel sax, era perfettamente in linea con quello che faceva Coltrane, ma nessuno in Italia si sognava di suonare in quel modo: era un marziano.

Ci racconta un aneddoto particolare di quei tempi, degli anni d’oro del jazz?
Potrei ricordare un momento molto particolare, che non mi vede come protagonista: era il 1963, a Bologna, ero stato ingaggiato come bassista, perché suonavo anche il basso, per un festival dove Miles Davis presentava il suo nuovo gruppo. Ricorderò per sempre questo momento: durante l’esecuzione di “Walking”, Tony Williams, che aveva 17 anni, aveva fatto un assolo di batteria; Miles voltava le spalle al pubblico, come sempre, e guardava con occhi sgranati questo ragazzino come se fosse un fenomeno: aveva gli occhi di chi era stupito di quello che stava sentendo. Ero a cinque metri di distanza, e ricordo quegli occhi come fosse oggi.

Ha qualche rimpianto?
Direi proprio di no, anche se per un periodo ho riflettuto molto su un episodio che avrebbe potuto cambiare la mia vita. Il primo ingaggio di livello internazionale mi arrivò da Jonny Griffin, che all’epoca era sulla cresta dell’onda, un sassofonista che aveva suonato con Thelonius Monk, giusto per intenderci. Dopo quella serata mi mandò una lettera in cui mi proponeva di andare a suonare con lui per l’inaugurazione di un importantissimo jazz club. Solo che proprio in quel periodo stavo preparando il mio matrimonio con Marta: così, a malincuore dal punto di vista musicale ma convinto della mia decisione, gli risposi che non avrei potuto raggiungerlo. Poi scoprii che anche dal punto di vista della mia formazione la scelta di non andare si risultò vincente, perché in quel periodo stavo iniziando a mettere un piede nel mondo dell’avanguardia, e Griffin non faceva parte di questa mia strada.

C’è quindi una data che separa il Franco d’Andrea “standard” da quello che conosciamo oggi?
Io divido la mia vita in due parti, prima e dopo i quarant’anni. Fino agli anni 80 ho fatto un lungo apprendistato, un periodo di formazione dove dal punto di vista musicale non sapevo ancora chi fossi davvero; sono sempre stato curioso ed avevo fatto molte esperienze, anche contraddittorie. Questo mi è servito per trovare la mia via, quella dopo i quarant’anni, quando ho iniziato a fare musica mia.

Ma la curiosità non l’ha mai abbandonata…
Direi proprio di no, mi piace sperimentare, sempre. Come quando poco tempo fa ho avviato un progetto con Dj Rocca: divertentissimo.

Quando tornerà a Merano?
Se tutto va per il meglio e usciremo da questa situazione, ho in programma una tournée che dovrebbe partire il 10 e finire il 22 di luglio con il trombettista Dave Douglas, la giovane bassista romana Federica Michisanta ed il newyorchese Dan Weiss alla batteria. Con loro passeremo tre giorni a Merano, terremo un concerto, delle masterclass e anche una prova aperta a tutti gli allievi. Speriamo che per quei giorni la pandemia sia solo un brutto ricordo.

La biografia

Con oltre 160 dischi incisi in Italia e all’estero e almeno 20 premi Top Jazz vinti nella sua lunga carriera,Franco D’Andrea è ormai considerato uno dei migliori pianisti contemporanei e rappresenta l’eccellenza che il jazz italiano ha saputo partorire negli ultimi 50 anni. Per i suoi 80 anni è uscita la biografia “Franco D’Andrea. Un ritratto”, a cura del giornalista Flavio Caprera, pubblicata dalla casa editrice Edt e impreziosita dalla prefazione di Enrico Rava.
Nato a Merano nel 1941, D’Andrea incomincia a suonare il piano da autodidatta a 17 anni, avendo suonato in precedenza tromba e sax soprano. Dopo una parentesi bolognese nei primi anni ‘60, che lo vede anche al fianco di Lucio Dalla in quartetto jazz, è alla Rai di Roma nel 1963 che comincia la sua attività professionale, insieme a Nunzio Rotondo. Incide il primo disco con Gato Barbieri nel 1964, con il quale collabora due anni, quindi fonda insieme a Franco Tonani e Bruno Tommaso il “Modern Art Trio” nel 1969, per poi entrare nel 1972 nel gruppo progressive jazz “Perigeo”. Da lì in poi, una lunghissima carriera come pianista, arrangiatore e leader di numerosi progetti, elaborando uno stile personale e molto originale che attinge alle fonti più disparate, dal serialismo al jazz-rock, dalla world music a quella contemporanea.


Un’unicità la sua, testimoniata da più di duecento brani composti, autorevoli riconoscimenti accademici, tra cui il Prix du Musicien Européen 2010” de l’Academie du Jazz de France, centinaia di collaborazioni con musicisti di tutto il mondo (Johnny Griffin, Dexter Gordon, Steve Lacy, Enrico Rava, Lee Konitz, Phil Woods, Han Bennink, Dave Douglas e Dave Liebman), masterclass tenute in diverse scuole e accademie. Fino, ovviamente, alle tante formazioni che ha saputo incendiare con il suo sconfinato talento. Con i suoi dischi, i suoi concerti e la sua attività didattica, Franco D’Andrea ha tracciato un percorso tutto personale nel jazz, portando avanti una ricerca profonda nell’ambito della musica afroamericana, dando vita a progetti ambiziosi che vanno dal “solo” a formazioni più allargate come l’ottetto e “Eleven”, sempre mantenendo una cifra estetica e poetica estremamente originale.

Autore: Luca Masiello

Attività motoria e pandemia

Durante i 12 mesi caratterizzati dalle varie ondate di Covid19 i bolzanini più sportivi e amanti della natura e delle camminate si sono ingegnati per riuscire a mantenersi attivi. Ma non sono pochi anche i residenti che hanno addirittura riscoperto l’importanza dell’attività motoria proprio durante le restrizioni più rigide.

Da marzo 2020 a marzo 2021. Al di là dei lutti che purtroppo hanno colpito molte famiglie e alle difficoltà di vario tipo, economiche e non solo, questo periodo resterà nella memoria di tutti noi anche per i “lockdown del movimento”. Per 12 mesi i nostri spostamenti e il nostro stesso movimento quotidiano sono stati fortemente limitati. Di questo hanno sofferto non solo gli sportivi di professione e gli amatori, ma anche tutti coloro – e sono la maggioranza dei bolzanini – che amano muoversi nel nostro bel territorio. Camminando, pedalando, scalando, giocando e svolgendo in definitiva ogni tipo di attività che implichi un movimento organizzato, individuale o di gruppo.
Ognuno ha cercato di ingegnarsi per riuscire a far sopravvivere in questo modo la propria passione, cercando di esercitare il corpo attraverso il movimento preferito o individuando dei surrogati, il più possibile vicini all’originale.
Ma sono stati anche tanti i residenti nel capoluogo, normalmente meno attivi, che proprio in quest’anno hanno riscoperto l’importanza di “mettersi in moto”, specie quando questo è stato reso praticamente impossibile.
Abbiamo quindi colto l’occasione per riflettere sull’importanza dell’attività motoria per la salute e per raccogliere una serie di testimonianze da parte di operatori del settore e/o semplici cittadini.

Copyright: Valentina Gentili (COOLtour)

LA PAROLA DEL MEDICO
Nella scorsa primavera avevamo già fatto ricorso alle considerazioni del più noto divulgatore medico altoatesino, il prof. Giorgio Dobrilla, per cercare di orientarci nell’ambito della nuova emergenza che si era venuta a creare. Siamo dunque tornati a interpellarlo per chiedergli proprio dell’importanza dell’attività motoria per la salvaguardia della salute.

Giorgio Dobrilla


Dobrilla ha scelto di partire da lontano, ricordandoci che “gli animali, uomo compreso, di per sé sono fatti per muoversi”. In ogni caso, ribadisce il prof. Dobrilla, “il movimento è utile prima di tutto perché è naturale, come il mangiare o andare di corpo”. Mentre dal punto di vista scientifico muoversi “significa anche liberare delle tossine che sono presenti nei nostri muscoli”. Va però tenuta presente una cosa fondamentale: l’attività motoria deve essere ragionevole. Il nostro interlocutore ci tiene a ricordare che “ad essere importante non è lo sforzo saltuario” e che il movimento “deve essere anche correlato con il peso del corpo”. Insomma: se uno pesa 120 chili e un altro ne pesa 35 è chiaro che il movimento per questi due individui ha significati ed effetti molto differenti. Da qui il consiglio del medico: “l’attività motoria deve essere svolta continuativamente e con intensità, ed è senz’altro meglio non insistere troppo sulla fatica”. Si deve anche tenere conto dell’età, naturalmente, ma di per sé l’attività motoria non è preclusa neppure a coloro che per un motivo o per l’altro sono costretti a restare in casa. “Ci si può muovere anche a casa, io ad esempio ho un corridoio lungo 10 metri e so che se lo percorro per 10 volte ho camminato per 100 metri”, osserva Dobrilla, invitando comunque a esercitare il buon senso. E coloro che stanno sempre seduti nello svolgimento della loro propria attività quotidiana ad alzarsi almeno ogni ora, per sgranchirsi un po’ e muoversi.
Il professore ricorda che il movimento ha anche effetti psicologici molto positivi, specie in un periodo come questo, in grado di provocare ansie e paure.
“Il movimento mette in moto tutto un complesso metabolico e ormonale che dà importanti benefici, promuovendo anche l’equilibrio psichico. Il movimento con le gambe apre vasi che normalmente sono stretti, consentendo di aumentare il flusso della circolazione sanguigna”.
Insomma: per la salute, l’attività motoria è un toccasana, anche se le modalità in cui essa si esplica vanno relazionate in maniera stretta all’età, alle condizioni e allo stato di salute dell’individuo.

ALPINISMO E SCI
La pandemia ha comportato forti limitazioni anche per quanto riguarda tutte le discipline che si svolgono in montagna, dalle semplici camminiate all’alpinismo, dallo sci della domenica alla pratica agonistica sulle piste o allo sci alpinismo. Ne è testimone Ermanno Filippi, istruttore di alpinismo e appassionato scialpinista.
“A pesare oggi è quasi più l’idea della mancanza di libertà piuttosto che le effettive limitazioni”, ricorda Filippi osservando criticamente il protrarsi da oltre un anno della “cosiddetta situazione eccezionale di emergenza”. Secondo Filippi i più danneggiati dalle limitazioni al movimento sono stati e sono i giovani e i bambini. “Si parla tanto di scuola, ma anche bloccare tutte le squadrette attività in tutte le discipline sportive di bambini e ragazzi per oltre un anno ha comportato molti riflessi negativi”, osserva Filippi ricordando che “molti piccoli non hanno potuto trovarsi neppure per dare un calcio a un pallone”. In realtà però Filippi ora vede un po’ di luce in fondo al tunnel: “è stata durissima in particolare nella prima fase della pandemia quando ci hanno semplicemente chiusi tutti in casa, anche se in realtà c’erano regioni con contagi elevatissimi e altre con pochissimi casi, ma negli ultimi mesi è stato di molto aggiustato il tiro sulla base dei famosi ‘colori’, circoscrivendo in qualche modo il problema.
Filippi considera comprensibile la chiusura degli impianti da sci, perché “con l’arrivo dei turisti la cosa poteva avere senz’altro una certa incidenza con il contagio”, anche se in realtà grandi incrementi non sono stati registrati in altre realtà dove la chiusura non c’è stata o è stata molto minore come Svizzera ed Austria. La stessa cosa secondo Filippi vale in qualche modo pure per l’attività degli alpinisti, anche se lì naturalmente “i numeri sono altri e neppure lontanamente paragonabili”.

Ermanno Filippi


“Tra gli alpinisti il contagio secondo me è da escludere, il problema è legato magari al fatto che ci si rechi sul posto insieme con l’auto”, ricorda Filippi puntando il dito soprattutto sulla frequentazione delle baite che, dobbiamo ricordarlo, in Alto Adige sono rimaste aperte grazie a un’ordinanza del governatore Kompatscher.
Ermanno Filippi coglie l’occasione anche per denunciare quello che a suo avviso è il vero problema che oggi devono affrontare gli escursionisti.
“Nell’alpinismo così come in altri settori esiste un’emergenza legata alla attuale tendenza della giurisprudenza nuova esigenza emersa di dover spesso identificare responsabili esterni in caso di incidenti verificatisi durante le attività svolte. Questo produce gravi conseguenze, come chiusure e divieti, mentre i proprietari dei terreni dove si trovano i tracciati o i sindaci continueranno a sentirsi insicuri fino a quando verrà predisposto un nuovo quadro normativo che consenta agli escursionisti appassionati dell’outdoor di prendersi in toto le loro responsabilità. Filippi ricorda come questo valga non solo in alta montagna ma anche nelle palestre di roccia del fondovalle che si trovano su proprietà private, attrezzate a loro spese nel corso degli anni dagli escursionisti arrampicatori stessi. “Spesso i proprietari non sanno nemmeno dell’esistenza di percorsi chiodatiattrezzati. La stessa cosa vale per valanghe causate dagli sci alpinisti. Gli amministratori locali non possono essere ritenuti responsabili per questi eventi.”

PALESTRE
Come dicevamo, la pandemia ha fortemente ridotto anche i vari percorsi di avviamento alle varie discipline sportive, che vengono messi a disposizione dei più piccoli.
La chiusura prolungata ha anche di fatto chiuso tutte le palestre, impedendo ai bolzanini di svolgere le diverse attività che vi vengono ospitate. Tra queste vi è anche il settore del fitness, particolarmente colpito in questi mesi, come testimonia Manuel Buratti di Gravity Gym.
“Noi come Gravity abbiamo un’app attraverso la quale i nostri clienti possono usufruire di schede personalizzate per l’allenamento domestico, il consiglio comunque è di fare l’attività sportiva consentita e di mangiare sano, siamo tutti provati dalla situazione che stiamo vivendo e prendersi cura di sé è molto importante in questo momento”, osserva Buratti.

Vita da Runner

C’è una bella differenza tra chiudere all’interno del Comune i residenti di una città di 100mila abitanti e quelli di un paese di mille. A Bolzano è ovvio che alle fine tutti si riversano sul Talvera, magari additandosi vicendevolmente per l’assenza di mascherine e per gli assembramenti. Ne sanno qualcosa anche le centinaia, se non migliaia, di cittadini che con cadenza quasi giornaliera sono soliti mettersi le scarpe da ginnastica per andare a correre, con lo scopo star bene e sentirsi in forma. Come la bolzanina Martina Chiarani. “All’inizio, non essendo una che vive per la corsa, me ne sono stata a casa e mi sono fatta un po’ di aerobica seguendo dei tutorial. Poi ho cominciato a uscire da sola in orari in cui sapevo che c’era poca gente in giro, sempre con lo scaldacollo da tirare su quando incontravo qualcuno. Le restrizioni non le ho vissute come una grande ingiustizia perché tutti noi eravamo chiamati a fare dei sacrifici. Per quanto riguarda la caccia al runner come ‘untore’ che c’è stata, soprattutto nel primo periodo, io l’ho vissuta come assolutamente immotivata. Le persone erano molto nervose perché limitate nella loro libertà. Ognuno si sfoga come può: c’è chi lo fa andando a correre e chi imprecando contro quelli che corrono. Pur di uscire di casa molti hanno scoperto la corsa proprio in questo periodo. Sono molto contenta, va bene così!”

Martina Chiarani

Copyright della foto principale: Valentina Gentili (COOLtour)

Autore: Luca Sticcotti

“La cultura è stata molto colpita: è importante che si riparta da lì”

Per rinforzare il contatto con il territorio e le storie dei suoi cittadini compiremo un viaggio di approfondimento tra le diverse realtà locali della Bassa Atesina. La prima tappa è Salorno. Il sindaco Roland Lazzeri racconta come il paese sta affrontando la sfida pandemica, tra ostacoli e nuove iniziative.

Come state affrontando questo periodo di emergenza sanitaria?
All’inizio è stata, come per tutti, una situazione completamente nuova. Mentre cercavamo di capire come muoverci abbiamo impegnato le nostre risorse per informare la popolazione. Tramite la nostra radio parrocchiale abbiamo quindi trasmesso quotidianamente le novità sullo sviluppo della pandemia, soprattutto per le persone più anziane. Un impegno non indifferente: durante i primi mesi siamo andati in trasmissione per 70 giorni. Passato il primo lockdown, l’arrivo della primavera è stato un bel momento per tutti, pur sapendo che in autunno c’era il pericolo che arrivasse la seconda ondata. E così è stato, quindi si è tornati a restrizioni e a nuovi regolamenti. Nel frattempo, comunque, ci siamo adeguati.

Come hanno reagito i cittadini?
Nei momenti in cui abbiamo avuto bisogno di associazioni, o anche di privati – per esempio per distribuire informazioni per la popolazione in tempi ristretti – c’è sempre stato aiuto. C’è stata una buona collaborazione e, sinceramente, non avrebbe potuto essere diversamente, conoscendo un po’ i miei compaesani. Come comunità, e io per primo, abbiamo sempre cercato – rispettando tutte le direttive anti-Covid – di lasciare spazio e supportare le piccole iniziative dei cittadini, che sono importanti e servono, soprattutto in questi periodi, a segnalare che noi ci siamo e che appena sarà possibile saremo pronti a tornare.

Il Comune non si è mai fermato. Quali sono state le iniziative portate avanti?
Tutto ciò che non poteva essere rimandato lo abbiamo fatto online. Ci siamo attrezzati subito, acquistando tutta la tecnologia necessaria per le videoconferenze. Questo ci ha permesso di proseguire l’attività amministrativa e anche di mantenere il contatto con la popolazione. Infatti, abbiamo tenuto i consigli comunali in live streaming. Ad esempio, abbiamo trasmesso in diretta la decisone su un progetto molto importante, ovvero la costruzione di un nuovo centro culturale per Salorno. È bello coinvolgere la popolazione in questi casi: abbiamo presentato i dieci progetti arrivati in fase finale al concorso del bando di progettazione, e successivamente anche il progetto vincitore. Le persone hanno potuto seguirci da casa e c’è stata una buona affluenza virtuale. Abbiamo cercato di sfruttare tutte le possibilità tecniche che ci sono.

Il sindaco Roland Lazzeri

Cosa c’è in programma per quest’anno, oltre alla speranza di recuperare le attività dell’anno passato?
L’anno scorso avevamo programmato delle iniziative che in gran parte non abbiamo potuto portare avanti. Quest’anno avremmo un programma abbastanza ricco, a partire dalla fine maggio, per cui è prevista l’inaugurazione ufficiale della stazione, ma non sappiamo se riusciamo a farla. È stata anche programmata l’iniziativa nell’ambito di Città Slow: Salorno è l’unico paese in Alto Adige a fare parte di questa rete internazionale delle città del buon vivere. Ci sono poi delle manifestazioni collegate alla viticoltura, attività principale nella nostra zona, e le immancabili feste campestri durante l’estate, organizzate ciascuna da un’associazione diversa. Ci sono tante idee, ma ancora non si sa se e cosa si potrà fare.

Con che umore si riparte?
L’umore, lo sappiamo tutti, è basso. Siamo arrivati a un punto in cui siamo stufi e speriamo che venga finalmente la primavera, il caldo, la possibilità di potersi muovere e di riconquistare la libertà, che abbiamo capito tutti essere un bene importante. È importante sottolineare che bisogna chiedere ancora un po’ di pazienza. È un momento difficile per tutti e chi fa politica farebbe molto volentieri a meno di queste situazioni. Però chiaramente servono delle regole che, purtroppo, non sempre vengono recepite nella maniera giusta. Occorre capire il malumore, ma anche mettersi nei panni di chi gestisce queste situazioni complesse. Speriamo con la vaccinazione e con la primavera di risolvere almeno i problemi più gravi.

IL CENTRO CULTURALE
Significativa la scelta di ripartire dalla cultura, costruendo un nuovo Centro culturale.
È il grande piano dei prossimi anni. Stiamo progettando un paese all’interno del paese: un centro culturale dove troveranno posto la biblioteca comunale, una nuova sala polifunzionale, la scuola di musica, alcune aule per la scuola elementare e un museo su Salorno e i suoi dintorni. Questa pandemia ci soffoca tutti, e la cultura, così come il turismo, è stato un settore particolarmente colpito. È importante ripartire da lì.

Fonte immagine principale: https://www.comune.salorno.bz.it/it

Autrice: Ana Andros (COOLtour)

“Il mio incubo fra le quattro mura”

Marzo è il mese dedicato alle donne, e fioccano ovunque le iniziative per celebrare l’evento. Ma la violenza sulle donne non ha una scadenza, agisce costantemente nella quotidianità di molte, prende forme sempre nuove e sottili e sconvolge la vita delle vittime. Potrebbe toccare a noi, ad una nostra vicina di casa, ad un’amica: la violenza non deve essere mai tollerata in nessuna forma. L’amara testimonianza di una signora meranese – della quale tuteliamo l’identità per non esporla ad ulteriori rischi e vittima dell’ex marito che non si è mai rassegnato alla separazione – lo dimostra purtoppo a chiare lettere.

Se guarda al suo recente passato che cosa prova?
Paura, rabbia, frustrazione, rassegnazione, avvilimento, umiliazione. All’inizio non te ne accorgi nemmeno, non hai la capacità di capire che cosa stia accadendo attorno a te e dentro di te. Le prime riflessioni che ho fatto su me stessa è che io sono la causa del mio stesso male. Io sono il problema, io sono quella sbagliata e che lui ha ragione ad essere arrabbiato e insoddisfatto.

Quando è cominciato questo suo incubo?
Tutto è iniziato moltissimi anni fa con l’inizio del mio matrimonio, quando il mio neomarito mi insultava per farmi sentire inadeguata come donna. Le sue parole rimbombano ancora oggi nella mia testa: “Dove pensi di andare, chi ti credi di essere, ma chi ti vuole, non sai fare niente!”. Questo meccanismo costante, ripetitivo, ciclico diventa diabolico e si trasforma in un boomerang: arrivi a pensare che sei una persona sbagliata, brutta, terribile, anche se il mondo esterno ti manda segnali diversi. Ho tante amiche che mi vogliono bene, al lavoro non ho mai avuto problemi, ho una socialità che restituisce di me un’immagine diversa da quello che lui racconta di me. E allora perché tutto questo? Ancora oggi cucinare determinate pietanze mi mette ansia perché collego quell’episodio a momenti terribili, in cui lui mi diceva che non ero nemmeno in grado di cucinare.

Quando comincia a comprendere che tutto quello che stava vivendo non è normale?
Non subito, sono passati tanti anni di umiliazioni. Poi ogni volta che cercavo di staccarmi da lui, riprendevano le sviolinate amorose e io ho sempre rimandato la mia decisione di lasciarlo definitivamente.
Successivamente ho cominciato un percorso psicologico e di terapia e sono diventata consapevole del fatto che quella che stavo subendo era una vera e propria violenza psicologica e che il mio matrimonio, il mio legame, era divenuto tossico. Mi sono fatta coraggio e l’ho lasciato, con tutte le conseguenze di quell’azione.

Cioè, che cosa intende?
Lui non ha mai voluto accettare la separazione e ha cominciato a perseguitarmi: messaggi, telefonate in cui mi minacciava di morte, appostamenti sotto casa, al lavoro, mi spiava sui social o mi faceva spiare. Poi si pentiva e mi chiedeva scusa dicendo che non l’avrebbe fatto mai più, che aveva capito di aver sbagliato.
Un giorno, invece, non ricevendo alcuna risposta da parte mia, mi ha scritto: ti rovinerò l’esistenza, non sarai mai più felice. Un incubo.

Cosa è successo dopo?
Anni di convocazioni in tribunale, lettere di avvocati e denunce per stalking. In tribunale è depositato un fascicolo di più di 100 pagine fronte-retro di insulti e di messaggi minacciosi. Non riesco a leggere quelle parole senza provare ancora oggi paura e rabbia.

Si è sentita tutelata dalla legge e dalle istituzioni?
Non del tutto. Quello che ho subìto e quello che subiscono tante donne nella mia stessa situazione non si può generalizzare; ci sono dinamiche, sfaccettature e risvolti così diversi che la legge non riesce ad intervenire sempre in modo efficace e puntuale su ogni singolo caso.
Quello che mi fa davvero tanto arrabbiare, però, è che per essere dichiarata vittima di violenza devi essere zitta, inerme, passiva, impaurita. Se al contrario ti ribelli, rispondi, ti opponi alle minacce e alle offese, allora la tua posizione agli occhi del giudice cambia, il tuo racconto è meno credibile. E questo è inaccettabile.

Come vede il suo futuro?
“Finchè morte non ci separi”: lui non smetterà di tormentarmi, non accetterà mai la fine del nostro matrimonio. Ci devo convivere, è come combattere contro un tumore che a volte torna…

Questa esperienza cosa le ha tolto di più?
Il valore del tempo. La mia mente si è persa tra quei messaggi e ha dimenticato il valore del tempo: il tempo per me, la libertà di scegliere come trascorrere le mie giornate, invece di passare ore dietro la tendina di una finestra per vedere se mi stesse spiando. Il tempo per gli amici, per le risate, il tempo per sognare. Lui ha occupato il mio tempo per più di vent’anni.

IL PARERE DELL’ESPERTA

Sigrid Pisanu è una delle responsabili del Centro Antiviolenza – Casa delle donne di Merano e una delle consigliere della rete nazionale D.i.Re (Donne in rete contro la violenza). Da anni mette a disposizione la sua esperienza a favore della tutela dei diritti delle donne e con la sua associazione promuove progetti tematici nelle scuole.

Sigrid Pisanu

Quando parliamo di violenza all’interno delle relazioni pensiamo automaticamente a forme di aggressione fisica o sessuale. Cosa sappiamo invece della violenza psicologica?
Per violenza psicologica intendiamo tutte le forme agite da chi maltratta come l’umiliazione, la svalutazione della persona, i gesti per mettere in discussione la vittima come donna e come madre, le parole usate come armi per responsabilizzare la donna sull’agito dell’uomo. Le parole sono pesanti: “non vali nulla, non sei capace, dove pensi di andare, vuoi fare la patente, cucini sempre male, non sai tenere i bambini, non sei una buona madre,fai schifo, ti vesti male, guardati come sei messa…”. Poi ci sono le azioni di tipo sociale come l’isolamento della vittima per ridurre la socialità della donna con la famiglia e con gli amici, per poter esercitare meglio il controllo sulla vittima.

Quando la violenza psicologica entra nel vocabolario comune e come si manifesta?
Le prime battaglie sono state quelle contro la violenza sessuale prima e fisica dopo perché evidenti e riconoscibili. La violenza psicologica è riconosciuta dagli esperti, ma socialmente meno percepita; in questo caso il legislatore è stato più veloce e lungimirante rispetto ai cambiamenti sociali ed ha introdotto reati e pene specifiche per questa nuova forma di violenza. La violenza psicologica è più difficile e complessa perché non è dimostrabile: è sempre la parola della donna ad esplicitarla e oggi sappiamo che una dichiarazione non basta. C’è un sottofondo di pregiudizio duro a morire. Se ciò che racconta la donna è dimostrato allora diventa reale, altrimenti il suo racconto si sminuisce. Le donne si rivolgono ai centri antiviolenza per raccontare le loro storie, ma fuori non vengono prese abbastanza sul serio. Si gioca con le aggravanti a carico delle donne (“forse tu c’hai messo del tuo, hai provocato, sei una rompiscatole, hai risposto alle provocazioni”). Se non diamo valore a quello che raccontano le donne senza l’etichetta della vittima incapace di reagire, sarà difficile scardinare questo paradigma culturale.Qualsiasi forma di violenza va condannata.

Come giudica oggi le nuove generazioni? Saranno in grado di affrontare con maggiore consapevolezza il tema della violenza di genere?

In generale credo che oggi il tema della violenza di genere per le nuove generazioni non sia un tabù rispetto a quella delle mamme. Le tecnologie e i social media nel bene e nel male sono riusciti a dare maggior risalto ai racconti delle donne. Ci sono poi molte donne blogger che usano i canali social per rivendicare il ruolo della donna nella famiglia e nella società.

Quali sono i prossimi passi? Cosa c’è ancora da fare?
Dobbiamo lavorare sulla parte maschile e sull’educazione. Esistono luoghi dove recarsi per chiedere aiuto e farsi accompagnare in un percorso riabilitativo. Bisogna capire che certi agiti come sminuire, sopraffare e umiliare sono di fatto violenza. E che l’isolamento e il controllo sono anch’essi forme di violenza. Se impareremo, tutte e tutti, a riconoscere certe dinamiche, ci accorgeremo che c’è un’enorme differenza tra il conflitto e la violenza.

Autrice: Francesca Morrone

“A 26 anni ho aperto la mia associazione”

Anna Moser è nata a Bolzano nel 1993 e da allora abita a Laives. La sua passione più grande sono gli animali. “Più che una casa abbiamo sempre avuto uno zoo”, racconta. Diplomata tecnica di laboratorio chimico e biologico, nel 2015 sceglie un’altra strada e apre un negozio di toelettatura per animali domestici. A 20 anni scopre la Pole dance e inizia a praticarla come allieva a livello amatoriale, fino a ottenere il diploma da istruttrice. Nel 2020 apre la sua associazione sportiva, dove tiene corsi di pole dance, flessibilità ed exotic dance. Oggi studia per diventare Personal trainer.

La cosa che mi piace di più di me.
Il lato sensibile, che prende a cuore le situazioni che lo meritano.

La volta che sono stata più felice.
Quando ho realizzato il mio sogno di prendere un cavallo.

La volta che sono stata più infelice.
Quando credevo di aver perso tutto e di non riuscire più ad andare avanti. Per fortuna ho incontrato le persone giuste sul mio cammino.

Da bambina sognavo di diventare…
Un’insegnante di danza classica.

La persona che ammiro di più.
Ammiro le persone che hanno il coraggio di cambiare.

Un libro da portare su un’isola deserta.
“Il conte di Montecristo”, se poi non dovesse piacere, le tante pagine garantiscono un falò duraturo.

L’ultima volta che ho perso la calma…
Praticamente tutti i giorni, il self-control non è il mio forte, ma ci sto lavorando.

Il capriccio che non mi sono mai tolta.
Una vacanza con le amiche.

La mia occupazione preferita.
La Pole Dance, ma si gioca il primo posto con “mangiare dolci sul divano”.

Il posto in cui vorrei vivere.
Una località al caldo, vicino al mare.

Non sopporto…
Le ingiustizie e i prepotenti.

La mia paura più grande.
Perdere qualcuno che amo, al secondo posto la malattia.

Dico bugie solo…
Quando penso che la verità faccia troppo male, ma me ne pento tutte le volte.

Il giocattolo che ho amato di più.
I peluche.

L’oggetto a cui sono più legata.
Le foto, ma quelle “alla vecchia maniera” stampate e incollate sugli album.

Dove mi vedo tra dieci anni.
Il “dove” non è importante, spero però di essere felice e di avere una famiglia tutta mia. Spero ci sia tanto amore nel mio futuro.

Mi sono sentita orgogliosa di me stessa quando…
Ho aperto la mia associazione sportiva, la mia seconda attività, a 26 anni.

Foto principale: Roberto Rotulo

YoUnited: nata per far incontrare i cittadini

Recentemente, noi di COOLtour abbiamo avuto il piacere di parlare con alcuni dei ragazzi che partecipano al progetto YoUnited per scoprirlo meglio e conoscere questa giovane realtà. YoUnited è un’associazione di promozione sociale che opera nel comune di Laives, ed è composta principalmente da ragazzi tra i 18 e i 25 anni. Si occupa di portare all’interno della città, o meglio per le strade della città, occasioni d’incontro, eventi, spettacoli e mostre.

Gli eventi organizzati spaziano infatti tra il divertimento, la cultura e il sostegno sociale, ma il vero obiettivo del progetto è trovare dei modi per far incontrare i cittadini e creare delle situazioni in cui i questi possano condividere esperienze e dialogare, in modo da rafforzare il senso di comunità.
Per chi si prefigge di voler far incontrare le persone, un periodo come questo sicuramente non è semplice, ma ogni limite fornisce una possibilità di migliorarsi e reinventarsi; le attività di YoUnited infatti continuano, tra mostre online, incontri sul web e progetti vari.
Una di queste iniziative è la spesa SOSpesa, grazie a cui i cittadini di Laives possono lasciare alimenti e altri prodotti a qualcuno che verrà dopo di loro: i ragazzi ci hanno tenuto a sottolineare come questo progetto stia consentendo loro di incontrare da un lato tante persone bisognose, ma dall’altro – soprattutto – tantissime persone generose. In periodo pre-Covid, l’associazione organizzava, in collaborazione con il DDT (Duo Danz Theatre), spettacoli di cabaret aperti a tutta la cittadinanza. Tra le proposte rese possibili dal lavoro dell’associazione, anche diverse mostre fotografiche all’interno del municipio, organizzate in questo spazio affinché fossero viste non solo da esperti o da persone interessate, ma anche da semplici passanti con la voglia di osservare una vetrina.
Il progetto non punta solo a creare contenuti per la città, ma vuole anche collaborare a progetti già esistenti, come succede durante il Carnevale di Laives, quando aiutano con la preparazione e contribuiscono attivamente ad animare le strade e le vie della città.
Ciò che però più colpisce di questo progetto è la piena libertà di pensiero e apertura delle persone che vi partecipano. L’esempio più lampante è infatti il Wunderbar, ovvero un laboratorio-bar completamente analcolico dove ciò che conta è la degustazione e il piacere del bere piuttosto che il vizio. Colpisce perché potrebbe sembrare una critica nei confronti delle bevande alcoliche, ma la stessa YoUnited organizza allo stesso tempo eventi di degustazione di vini. Come possono concordare le due cose? Wunderbar non vuole essere un sostituto degli esercizi commerciali esistenti, ma semplicemente fornire un’alternativa: un’alternativa, per l’appunto, che possa raggiungere più persone possibile e mostrare che esistono diverse vie per incontrarsi per dialogare e per condividere esperienze e storie, ma anche passioni e voglia di creare nuove attività sul territorio.
Per questa ragione, l’associazione YoUnited è sempre alla ricerca di nuovi collaboratori e di nuovi giovani (o ex giovani) volenterosi di creare eventi, progetti e occasioni per stare insieme. I ragazzi del progetto non nascondono infatti il loro sogno nel cassetto: espandere il progetto all’intera provincia attraverso nuovi progetti e reti di collaborazione.

Autore: Daniel Valentini (COOLtour)

Laives al Trento Art Festival

Il Trento Art Festival è un festival d’arte contemporanea completamente digitale a cui l’Associazione culturale lasecondaluna di Laives ha deciso di partecipare con le opere dell’artista Elisabetta Vazzoler.

Nato quest’anno in risposta alla crisi delle mostre tradizionali, il Trento Art Festival è il primo festival italiano digitale di arte contemporanea. Le opere sono esposte su una superficie virtuale di 20.000 mq, divise in sezioni differenti. Una di queste è “Focus”, dedicata agli espositori di una nazione, ogni anno diversa, che intraprendono un gemellaggio con il Festival; quest’anno si è trattato della Grecia. Per partecipare, ogni ente – galleria, fondazione, associazione, collettivo di artisti – invia una candidatura con la proposta per un progetto espositivo. Le candidature sono poi valutate dal comitato del Festival, che seleziona quelle che faranno parte della Main Section. Gli enti selezionati hanno diritto ad allestire il progetto in uno spazio virtuale messo a disposizione dagli organizzatori sulla piattaforma Kunstmatrix. Il progetto presentato dall’associazione lasecondaluna si intitola “Interno”, ed è stato curato da Nicolò Faccenda, Stefania Rossi e Amanda Filippi. Si tratta di un progetto originale creato appositamente per il Festival e si compone di nove opere dell’artista altoatesina Elisabetta Vazzoler. Originaria di Treviso, vive e lavora a Bolzano, si dedica all’insegnamento e partecipa a diverse mostre locali e nazionali. Le opere che compongono “Interno” rappresentano ambienti domestici e intimi, nei quali è collocato lo spettatore stesso. “La selezione del nostro progetto da parte della giuria è stata un po’ inaspettata. È la prima volta che l’associazione prova a candidarsi a questo tipo di eventi e non avevamo grandi aspettative, ma siamo molto felici di aver avuto l’occasione di presentare il progetto al pubblico. Gli altri espositori selezionati per la Main Section provengono da tutta Italia, e vedere apparire Laives tra Milano, Bologna, Torino, Roma è stato veramente emozionante”, rivela Filippi. Una sezione parallela al Trento Art Festival è rappresentata dal Trento Art Prize. Molti Festival d’arte contemporanea, infatti, affiancano alla parte espositiva dedicata agli enti un concorso dedicato ai singoli artisti. L’associazione ha attivato il progetto “La seconda luna for artists” per dare supporto agli emergenti del territorio, affiancandoli nella creazione di portfolio e testi critici e mettendo a disposizione spazi di lavoro, ma anche aiutandoli nella candidatura ai bandi e segnalando loro occasioni di visibilità. È stata così segnalata la possibilità di candidarsi al Trento Art Prize. Tra questi, Jonas Stecher – Silandro, classe 1984 – ha deciso di partecipare. Artista autodidatta che l’associazione ha avuto il piacere di esporre in una mostra personale di grande successo nella Galleria Civica di Vadena nel 2019, è stato selezionato tra i 10 finalisti per il Trento Art Prize e ha ricevuto la menzione speciale della giuria.

Nell’immagine principale: I like toad’s, Jonas Stecher, 2009, olio e acrilico su tela, 70x120cm

Autrice: Ana Andros (COOLtour)

L’anima delle feste di compleanno

Ismail Zubiu è nato a Debar, in Macedonia e vive a Merano dal 2007. Classe 2004, frequenta l’istituto professionale “G. Marconi” ad indirizzo operatore servizi d’impresa. Nel tempo libero realizza creazioni e decorazioni per feste e compleanni, ed è così talentuoso che è già diventato un nome in città.

La cosa che più mi piace di me.
La mia creatività.

Il mio principale difetto.
Sono permaloso.

La volta in cui sono stato più felice.
lo sono ogni volta che la mia mamma sta bene.

La persona che ammiro.
La mia mamma.

La mia occupazione preferita.
Realizzare decorazioni per feste e compleanni.

Il paese dove vorrei vivere.
In America.

Il mio piatto preferito.
La pizza Margherita.

Non sopporto…
Le persone false.

Per un giorno vorrei essere…
Invisibile.

La mia paura maggiore.
Le cimici.

Nel mio frigo non manca mai…
L’insalata.

Se fossi un animale sarei…
Un’aquila.

Mi sono sentito orgoglioso quando…
Ho scoperto di essere chi sono.

Il mio motto.
Vivi e lascia vivere.

Il capriccio che non mi sono mai tolto.
Riuscire ad andare finalmente in vacanza.

Il giocattolo che ho amato di più.
La mia tigre di peluche.

I miei artisti preferiti (musicisti, pittori, scrittori…)
La musica pop del mio paese.

Il dono di natura che vorrei avere.
Un naso più sottile.

La qualità che preferisco in una donna…
La sincerità.

…e in un uomo.
La sincerità.

Dico bugie solo…
Per non ferire.

Dove mi vedo fra dieci anni.
In un altro paese.

Il colore che preferisco.
Il nero.

L’ultima volta che ho perso la calma.
Questa mattina.

Da bambino sognavo…
Di diventare un maestro di inglese.

Un sogno nel cassetto ancora da realizzare.
Prendere l’aereo.

Studio per diventare…
Sto studiando per diventare commercialista.

Autrice: Francesca Morrone

All’aria aperta per muoversi

La primavera è arrivata, anche se accompagnata da un fastidioso vento freddo. Intanto i bolzanini non si sono persi d’animo e hanno continuato a frequentare i tanti spazi verdi, luogo elettivo (e obbligato) per l’attività motoria di cui parliamo anche nella storia di copertina di questo numero. Le foto sono di Valentina Gentili di COOLtour.

Sempre in piscina

Francesca Cretella è nata Bolzano il 25 settembre 1971 e si è diplomata al liceo scientifico “Torricelli”.
Da 30 anni è istruttrice di nuoto, aquafitness e assistente bagnanti, nonché istruttrice in palestra. Da 6 anni si occupa anche di tonificazione. Lavora per la Uisp, unione italiana sport per tutti, sia in piscina che in palestra.

La cosa che mi piace di più di me stessa.
I capelli ricci.

Il mio principale difetto.
La poca fiducia in me stessa.

La volta in cui sono stata più felice.
Quando è nata la mia prima nipote.

La volta in cui sono stata più infelice.
Quando sono morti i miei genitori.

Da bambina sognavo di diventare…
Una contadina.

L’errore che non rifarei.
Frequentare il Liceo Scientifico.

Un libro da portare sull’isola deserta.
Il Piccolo Principe.

L’ultima volta che ho pianto.
L’altro giorno ho sentito un amico che non sentivo più da due anni.

La mia occupazione preferita.
Nuotare.

Il paese dove vorrei vivere.
Nessuno, sto bene qui.

Il fiore che amo.
Il girasole.

Il mio piatto preferito.
Pizza e patatine fritte.

Il mio musicista preferito.
Ligabue.

Del mio aspetto non mi piace…
Il naso.

Non sopporto…
L’arroganza e la falsità.

La qualità che preferisco in un uomo.
La sincerità.

La qualità che preferisco in una donna.
La forza.

Dico bugie solo…
… se è necessario.

La mia paura maggiore.
Di non “sopravvivere” a questo periodo Covid.

Il giocattolo che ho amato di più.
Le macchinine.

Mi sono sentita orgogliosa di me stessa quando…
Lo sono ogni volta che vedo nuotare qualcuno a cui ho insegnato.

Il mio motto.
Barcollo, ma non mollo.

Dove mi vedo tra dieci anni.
Sempre in piscina.

Nel mio frigorifero non manca mai…

La birra.

Se fossi un animale sarei…
Un delfino.

L’ultima volta che ho pregato…
Stanotte, per cercare di riaddormentarmi.