Nei giardini di Bolzano l’amore per il paesaggio

“Entra nel giardino silente ed ammira”. Così scriveva nel 1860, Stefan Georg a proposito dello spazio verde, allora presente, fra via della Rena e viale della Stazione. Degli spazi pubblici e privati verdi e delle passeggiate presenti a Bolzano fra l’Ottocento e il Novecento ne abbiamo parlato a più riprese.
Ora ci vogliamo occupare del presente, di come i giardini abbiano contribuito nella storia cittadina a far evolvere l’amore per il verde, la natura e il paesaggio circostante.
I giardini privati bolzanini erano frutto di una elaborata interazione fra uomo e natura, tra natura e cultura.
Venivano piantati alberi ed essenze, che avevano magari colpito in maniera particolare il proprietario del giardino durante qualche viaggio. Ed egli in questo modo voleva ricreare in quell’angolo di terra i richiami, gli odori e i colori di luoghi, magari lontani. Un giardino come spazio architettonico artificiale, da ammirare e da fare ammirare, quindi.
Con l’evoluzione dei parchi pubblici nel corso dell’Ottocento e il tracciamento delle prime passeggiate – come la “Wasserpromenade”(Passeggiata Lungotalvera S.Antonio) e poi di tutte le altre – cambia per sempre il punto di vista di osservazione del paesaggio.
Per la conformazione stessa della passeggiata, cambiano i punti di osservazione della natura circostante e vengono create piazzole, luoghi di sosta, belvederi.
Il paesaggio diventa preponderante, grazie alla visuale sullo Sciliar, il Rosengarten, le colline di S.Maddalena, il Colle, il Virgolo, la Mendola.
Scriveva il filosofo Emerson: “Nessuno possiede il paesaggio. C’è una proprietà, all’orizzonte, che nessun altra persona può possedere, se non quella il cui sguardo è capace di integrare tutte le parti, vale a dire il poeta”.
Iniziano così ad essere colte tutte le differenze presenti del paesaggio. Esso non è frutto di una pianificazione completa, spesso è casuale e non progettato, se non declinato nelle singole esigenze agricole e di sfruttamento del territorio. I giardini e coloro che li hanno plasmati hanno prodotto risultati estetici di notevole bellezza, ma hanno anche creato una nuova sensibilità ed un modo di intendere il paesaggio stesso.
E questo al di là di: “questa siepe, che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”. Come si legge ne “L’infinito”, di Giacomo Leopardi.

Autore: Flavio Schimenti

C’era una volta… piazza Gries

C’era una volta… piazza Gries. Tale affermazione sembrerà un po’ azzardata o pretestuosa. In realtà non è così lontana dalla realtà. Oggi la piazza ci appare solo come arteria di transito. Questo anche se i tratti iniziali dell’antico insediamento municipale agricolo, autonomo da Bolzano (fino al 1925), sono di fatto ancora tutti presenti.
Il complesso abbaziale, gli edifici storici sorti difronte ad esso, il municipio, la casa della Zecca ecc. Manca invece la caratteristica qualificante del luogo: la piazza. il problema sta nella conformazione attuale della stessa, che oggi ci appare estesa ed articolata. La zona su cui si trova la casa della Zecca, con il piccolo giardino e la Galleria Telser, fa ancora parte di Corso Libertà. La vera e propria piazza Gries inizia dal negozio “Lichtstudio” e si conclude con l’ex ristorante da “Abramo”, oggi da “Piero”. La “piazza” risulta ridotta e delimitata ulteriormente, al centro, da fioriere spartitraffico per incanalare gli automezzi nei vari sensi di marcia.
L’origine della situazione attuale è per lo più di natura storica. Nel 1935, quando Marcello Piacentini presentò in Comune il progetto del piano regolatore di Bolzano, tracciando il Corso IX Maggio (Corso Libertà) da ponte Talvera fino al centro di Gries, ne stravolse per sempre la sua conformazione originaria. A Gries da Bolzano si arrivava da via Venosta (oggi via A. Diaz) e la strada proseguiva per Merano dall’attuale via Vittorio Veneto in direzione San Maurizio e verso via Fago. Lì sorgevano i maggiori alberghi e residenze dell’alta borghesia e della nobiltà dell’impero Austro-ungarico. Quando arrivò il tram che collegava Gries a Bolzano (29.09.1908), esso ricalcava esattamente il vecchio tracciato storico. Lo spazio difronte alla chiesa fino agli anni ‘30 del Novecento era usato per mercati e fiere agricole, questo almeno fino alla costruzione del foro Boario di via Vittorio Veneto, oggi demolito. Negli anni ‘60 si propose di far confluire via Duca d’Aosta direttamente in piazza Gries. L’ingegnere Armando Ronca si oppose e propose invece la costruzione della galleria Telser con il relativo teatro comunale, evitando così un ulteriore stravolgimento del nucleo originario.
Oggi si tratterebbe di risanare le vecchie ferite e di proporre un concorso internazionale di idee per poter nuovamente valorizzare e recuperare la piazza nel suo peculiare valore ambientale, storico, artistico ed urbanistico.

Autore: Flavio Schimenti

Fra presente e passato il complesso dell’ex Pascoli-Longon

È aperta fino al 13 novembre 2021 (ingresso libero) presso la galleria Arge Kunst di via Museo la mostra in ricordo dell’architetto Christoph Mayr Fingerle e delle sue opere. Vincitore del concorso del nuovo Polo bibliotecario di Bolzano, un grande plastico in scala 1:50 ci mostra come avverrà la trasformazione del plesso scolastico progettato da Guido Pellizzari nel 1934, secondo il progetto vincitore. Non vogliamo entrare nel merito delle scelte progettuali e nemmeno sulle lentezze giuridiche annesse all’esecuzione del nuovo progetto ideato dallo scomparso architetto. Vogliamo, invece, prendere in considerazione un’altro fattore. Lo stato attuale della struttura è sotto gli occhi di tutti. Il Comune di Bolzano ha recentemente stanziato 100 mila euro per mantenere integra la sua architettura dagli scempi dei “graffittari”, dai danneggiamenti eseguiti da terzi e per provvedere ad un’ordinaria manutenzione. Sono molto lontani nel ricordo gli echi dei bambini che un tempo giocavano nel cortile, oppure in attesa, con ogni stagione climatica, che suonasse la campanella per poter entrare in classe. Ad un’attenta osservazione, a parte i danni esterni e qualche infiltrazione d’acqua, gli infissi sono ancora in buono stato e le normative anticendio sembrerebbero ancora reggere all’usura del tempo.Gli adiacenti plessi scolastici vicini, come l’Itcat Delai, IIS Galilei ed altri istituti, sono in carenza di aule, ora che gli studenti sono tutti di nuovo in presenza. Perché non fare allora dell’ex Pascoli una scuola di “rotazione”, finché non venga sbloccato il suo utilizzo finale ?
Ciò è già successo in altre strutture scolastiche bolzanine. Da un lato si impedirebbe che un capolavoro dell’architettura razionalista andasse completamente in rovina, e dall’altro si darebbe respiro ad alcune strutture scolastiche che sono in sofferenza. Il blocco del Pascoli, in realtà è costituito da due distinte strutture, con accessi ed utilizzi differenti sin dall’ origine. Quello prospiciente l’attuale Corso della Libertà era destinato alla Scuola di avviamento al lavoro, voluta con la riforma del 1928 e del 1932, dove vi trovavano collocazione gli studenti che, terminate le elementari, continuavano la formazione verso il mondo del lavoro. Abolita con l’istituzione della scuola media, vi trovò quindi posto la scuola Magistrale. Il secondo blocco, quello delle Longon, è stato da sempre utilizzato per la scuola primaria. Nel progetto di Fingerle quest’ultimo verrebbe interamente demolito. Intanto la grande struttura giace silente in attesa…

Autore: Flavio Schimenti

L’antico fienile dell’Abbazia Muri-Gries

La notizia è di questi giorni: l’antico fienile di via Fago, appartenente alla vicina Abbazia di Muri-Gries, probabilmente verrà demolito. Manca il vincolo di tutela da parte della Soprintendenza ai Beni culturali della provincia di Bolzano e, malgrado esista un progetto per farne un centro culturale di quartiere appoggiato dal Comune e da diversi cittadini, incombe un altro progetto nell’ottica della sua completa demolizione. Lo scopo è quello di realizzare sull’area un complesso edilizio immobiliare.
Da secoli l’immensa costruzione domina, dietro il complesso conventuale di Gries, la storica via Fago. L’edificio si presenta in realtà articolato in più corpi aggregati ad esso. Il corpo principale è costituito da un blocco di forma rettangolare, al quale si accede da un grande portone centrale, lievemente inclinato su una rampa d’accesso. L’ invito ad esso è costituito da un apparecchiatura in blocchi lapidei, simili agli altri muri di cinta del complesso conventuale. La copertura è con il tetto “alla slava”, tipico degli edifici a partire dal 1600.
Nelle antiche rappresentazioni della città l’edificio è raffigurato di piccole dimensioni, come in quella di Merian del 1645, mentre in un’altra del 1767 ci appare nelle forme attuali. Il fienile è impostato su due livelli. La parte sottostante è destinata al ricovero degli animali, mentre quella superiore all’accatastamento delle balle da fieno. Sui lati superiori compaiono finestre con griglie in laterizio ornamentale, per dare aria al magazzino del sottotetto.
Il Fienile ha una architettura di tipo “colto”, differenziandosi per forma e sostanza rispetto agli altri fienili ancora presenti a Gries ed alle tipologie rurali in uso nella piana bolzanina.
Un’altorilievo, posto a metà del fabbricato sul lato destro, fa ancora bella mostra di sé, con i monogrammi araldici dell’Abbazia di Muri-Gries. Alcuni decenni fa, un noto architetto bolzanino, aveva presentato un progetto per farne la sede del nuovo teatro cittadino, mantenendo integra la struttura. Tutto ciò, quando quello di Gries era diventato insufficiente e il nuovo teatro di Zanuso in piazza Verdi doveva essere ancora costruito.
La demolizione dell’antico fienile porterà per sempre via, ancora una volta, un pezzo della storia della città e priverà i suoi abitanti di uno spazio comune, utile da vivere.

Autore: Flavio Schimenti

La Scuola di Arti e Mestieri nel convento dei Domenicani

Nel 1785 fu soppresso il convento di San Domenico per ordine dell’ imperatore Giuseppe II e nel 1794 una parte di esso viene destinato ad ospedale. Dal 1803/20 il complesso architettonico viene trasformato in caserma. Fra il 1876/77 subisce altre trasformazioni, e rimane in attesa di altre destinazioni d’uso. Nel 1883 si inizia a pensare a una scuola per “Arti e mestieri” da realizzare in città, alla maniera analoga a ciò che era avvenuto a Vienna con la “Secessione” a partire dal 1867 con l’opera di Gustav Klimt, Josef Hoffman, Josef Maria Olbrich ed altri. Nel 1884, la scuola trova inizialmente i propri spazi in vicolo Vintola, un paio di aule, magazzini e laboratori divenuti ben presto insufficienti. Vi avranno sede da subito laboratori per il legno e l’intaglio. Altre aule e altri spazi troveranno collocazione provvisoria, in via Francescani. La Camera di commercio di Bolzano, vedendo in tale scuola delle enormi potenzialità economiche e culturali per la città, inizia a stanziare fondi per la costruzione di una nuova sede ed ad aiutare le famiglie degli studenti in difficoltà economica. Nel 1902 è pronto il progetto per trasferire in toto la scuola, con spazi adeguati nell’ex convento dei Domenicani. Nel 1903 la nuova scuola è pronta. Il corpo docente è notevolmente qualificato, insegnanti provenienti da Vienna e da altre città dell’Impero, insieme ad insegnanti locali, si succedono nell’insegnamento.
Dalla scuola d’ arte e mestieri escono elementi di arredo, sculture, oggetti della vita comune, col nuovo gusto dell’epoca, con elementi di altissimo rilievo. I suoi studenti e la scuola vengono premiati nelle più importanti esposizioni internazionali. Vengono tenuti contatti frequenti con i diversi artisti locali e vicini alle tendenze artistiche del Jugendstil. Giovanni Segantini, August Rodin ed altri verranno inviati spesse volte a Bolzano. Il banco di prova della scuola di Arti e mestieri sarà l’odierna scuola Dante di via Cassa di Risparmio, dove gli studenti ed i loro insegnanti progetteranno e realizzeranno dalle sculture alle maniglie e tutti gli elementi di arredo. Seguiranno gli interessanti arredi realizzati per il ristorante “Il torchio”, il “Voegele” ed altri. Da tale grande laboratorio creativo che era la Fachschule, usciranno, fra l’altro, artisti che svolgeranno un ruolo incisivo nella storia artistica della città, quali Ignazio Gabloner. Una mostra tutt’ora in corso al palazzo Mercantile di Bolzano ci mostra in sintesi le opere prodotte dal 1884/21.
Abolita la scuola, una parte di essa venne assorbita dall’Istituto Tecnico Industriale, ma con tutt’altre caratteristiche.

Autore: Flavio Schimenti

La storia di Bolzano, città dipinta, ieri, oggi e domani

Se, recentemente, la città di Trento è stata definita come “città dipinta” grazie ai suoi magnifici palazzi pregni di affreschi nelle facciate e per il suo centro storico, lo stesso per molti versi lo si può dire anche per la città di Bolzano. La differenza, sostanziale, consiste nelle differenti vicende storiche che hanno coinvolto i due capoluoghi.
L’iniziativa del principe-vescovo di Trento aveva incentivato i ricchi signori della città, a dipingere le facciate dei principali edifici cittadini per diverse ragioni e Bolzano non poteva che fare altrettanto. Ma purtroppo le tragiche vicende che si sono succedute nelle due città e le diverse scelte drastiche hanno portato all’attuale stato di fatto. In sintesi: nel centro storico bolzanino i palazzi dipinti si contano sul palmo di una mano, al contrario di Trento.
Ma cosa ha inciso nella sostanza per determinare questi due percorsi così diversi?
In effetti si tratta di un argomento molto attuale, a mutare l’ordine delle cose sono state le epidemie, o come si dice attualmente le pandemie, dei secoli passati.
A Bolzano, come noto, si sono succedute le pesti del 1347, quella del 1478 ed altre gravi pandemie. Dei bei palazzi dipinti di Bolzano dunque se ne salvarono solo alcuni. Il rimedio adottato per “sanare” tutto fu infatti la calce, cosicché a Bolzano nei dipinti o nelle rappresentazioni del centro storico a partire dal XVII sec. troviamo per lo più facciate di un irrimediabile “bianco”. In pratica si salvarono solo: il palazzo Troilo di via Argentieri, l’edificio al nr. 43 di via dr. Streiter e qualche palazzo dei Portici (tra i quali l’antico Municipio) e di via Bottai.
Nel seicentesco palazzo Troilo appartenente alla nota famiglia di commercianti di origine roveretana possiamo ammirare una composizione geometrica a lombi composti a scacchiera di colore bianco e rosso, mentre intorno alle finestre compaiono cornici che mimano elementi scultorei.
Nell’ edificio di via dr. Streiter invece le immagini sono molto più complesse in un gioco di chiari e scuri, con due cavalieri si fronteggiano in un richiamo allegorico e simbolico che rimanda la lotta fra “il bene ed il male”, fra le “virtù” e la “perdizione”.
Solo a partire dall’800 a Bolzano si tornò alla pratica di dipingere le facciate e le opere principali si vennero realizzate dai pittori cittadini della famiglia Stolz.
Bella mostra ne sono: il palazzo Amonn di piazza Municipio, l’edificio della farmacia “alla Madonna” e tanti altri.
Nel nostro secolo si è tornati a dipingere le facciate, valorizzando soprattutto le periferie, per opera di tanti artisti. Per tale motivo oggi possiamo dire che anche Bolzano è una “città dipinta”.

Autore: Flavio Schimenti

La prima stazione di Bolzano Gries Dodiciville

Nel 1859 l’architetto civico Sebastian Altmann realizzò la stazione ferroviaria di Bolzano-Gries-Dodiciville.
Il territorio bolzanino all’epoca era ancora diviso in tre Comuni. Bolzano contava 7388 abitanti, Dodiciville 2221 e Gries 1769. La linea ferroviaria Bolzano-Verona era stata inaugurata in quello stesso anno e la città, divisa in tre frazioni , si proiettava verso il nuovo secolo con tutta la forza motrice della locomotiva. Altmann edificò il complesso edilizio della stazione ferroviaria sul terreno comunale di Dodiciville, in quella che è la collocazione della stazione di Bolzano. Sorta in aperta campagna, lontana dal centro storico, la stazione verrà collegata solo l’anno successivo con il viale della Stazione in direzione del Duomo.
Il blocco edilizio principale – con la hall, la biglietteria ed i servizi per i viaggiatori – era costituito da un manufatto di forma trapezoidale, con tre frontoni, metaforicamente rivolti nelle tre direzioni della città (Dodiciville, Bolzano, Gries).
Un’agile pensilina in ferro battuto, ingentilita da lampioni pensili, accoglieva i viaggiatori del primo binario. Caduto l’impero Austro-ungarico, il 24 maggio del 1928, la prima stazione subì un’opera di completo “restyling”. Di per sè l’architetto Angiolo Mazzoni, incaricato della sua trasformazione, non modificò di molto l’impronta originaria di Sebastian Altmann, confermando in toto il blocco edilizio precedente, ma applicando alle superfici un nuovo linguaggio architettonico.

Il primo binario ad inizio ‘900


Il prospetto principale, quello rivolto verso il centro storico, venne arricchito da otto semicolonne di ordine gigante. Un’imponente trabeazione superiore con fregio e cornice rimarcò quindi le cinque porte d’accesso principale della stazione, mentre ai due lati opposti del prospetto vennero collocate due composizioni scultoree, opere di Franz Ehrenhofer. La prima figura, allegorica , rappresentava “la trazione a vapore”, mentre la seconda faceva riferimento alla “trazione elettrica”.
Le figure sono volutamente fortemente caratterizzate. Il gesto è tutto rivolto nell’azione fisica di muovere e fare azionare i meccanismi e gli ingranaggi delle due forme di energia.
Sul lato rivolto a nord venne collocata una torre di forma quadrangolare e, sotto di essa, una composizione scultorea realizzata sempre da Ehrenhofer raffigurante simbolicamente i quattro maggiori fiumi che attraversano l’Alto Adige.
Personaggi illustri o poco conosciuti, vicende storiche tragiche e felici vedranno poi il loro succedersi, nel corso del tempo, in quello che è stato e resta uno dei più importanti manufatti architettonici della nostra città.

Autore: Flavio Schimenti

Quando i cittadini andavano in vacanza al fresco di Soprabolzano

Estate, periodo di ferie per molti. Ma nei secoli precedenti dove andavano i bolzanini in vacanza ? Tenuto comunque conto che il concetto di vacanza è relativamente recente, a Bolzano si “fuggiva dalla città” sin dal ‘600. E il periodo di ferie canonico andava dal 29 giugno (santi Pietro e Paolo) fino al 12 settembre.
Nel capoluogo, già allora, durante la bella stagione le temperature erano elevate e forse anche allora immondizia ed “interminabili lavori stradali” facevano fuggire nobili e ricchi commercianti della città . Essi cominciarono a costruire le loro residenze estive in altura. Luogo privilegiato prescelto era Soprabolzano, a pochi chilometri dall’“urbe”, ricco di boschi e di aria salubre e fresca. Tale “vacantia”, denominata in tedesco “Sommerfrische” (estate al fresco) caratterizzò la vita dei bolzanini benestanti, come gli antichi romani, nella costruzione di ville suburbane. Nel giro di pochi decenni quasi tutte le famiglie di un certo rilievo realizzarono una propria villa con giardino sul Renon, costruendo anche una chiesa per i villeggianti (Santa Maria Assunta), e un edificio per il tiro al bersaglio. Gli edifici si concentravano quasi tutti in prossimità della chiesa in modo da ricreare una piccola Bolzano sull’altipiano. Le famiglie, così, potevano prevalentemente dedicarsi all’“otium” (passeggiate, letture, caccia…).

Franz von Gumer ritratto da Martin Knoller


Fra le ville più note e prestigiose citiamo quella del banchiere e sindaco di Bolzano Gumer. Realizzata a metà del settecento, presenta una “stanza della caccia” di forma ottagonale, interamente dipinta da uno dei più famosi pittori operanti in quel periodo, Martin Knoller (autore di tutto il ciclo pittorico della chiesa abbaziale di Gries), insieme al più prestigioso e raffinato pittore, Carl Henrici (palazzo Menz), autore di un pergolato dipinto trompe – l’oeil lungo i corridoi. Ogni villa, quasi in concorrenza con l’altra, chiamò a dipingere le volte delle stanze i più importanti pittori del periodo presenti a Bolzano. Troviamo così concentrate a pochi metri una dall’altra opere, oltre a quelle già citate, di Ulrich Glantschnigg (Palazzo mercantile), Christoph Schgachnes e tanti altri. La chiesa per i villeggianti bolzanini eretta nel 1668 alla fine del Settecento venne ampliata, in quanto era diventata insufficiente per i numerosi cittadini presenti a Soprabolzano. Le spese di ampliamento furono interamente a carico del nobile Josef Felix von Eberschlager e le pale d’altare affidate a Cristoforo Unterpergher. Nel corso degli inizi del Novecento altre ville vennero realizzate; fra queste la particolarissima villa Staffler progettata dall’architetto M. Amonn. Ecco quindi spiegato il legame antico tra la città di Bolzano e l’amena contrada alpina, ricca di boschi e di prati fioriti, oltre che di pace e serenità.

In foto principale: La chiesa di Santa Maria Assunta sul Renon

Autore: Flavio Schimenti

La fontana delle naiadi in Piazza del Tribunale

Continuiamo la visita alle nostre fontane cittadine. Questa volta parliamo di una fontana molto conosciuta ed amata dai bolzanini, quella delle Naiadi. Posta nel 1960 in piazza del Tribunale, dopo che erano stati ultimati i lavori di sistemazione del palazzo di Giustizia (1952), ha una storia singolare e complessa.
Il manufatto bronzeo, collocato al centro di essa e realizzato dall’artista trentino Eraldo Fozzer, non era destinato ad essere collocato a Bolzano ed in quel luogo. Lo scultore Fozzer, lo aveva concepito per la città di Trento, ma il capoluogo trentino in piena epoca degasperiana rifiutò platealmente l’opera, donandola alla città di Bolzano. Il rifiuto era dovuto al fatto che le due figure femminili, nude, potevano offendere la “ pudica “ opinione pubblica trentina. Bolzano accettò di buon grado il dono fatto da Trento, poiché da un lato andava a completare il ciclo delle fontane pubbliche con il tema della simbologia dell’acqua (le fontane del Nettuno, dell’Adige e delle Rane), dall’altro andava a completare con un manufatto di prestigio una piazza al quale mancava un punto focale. L’amministrazione bolzanina fece realizzare una vasca di forma perfettamente circolare nella quale collocare le due sculture. Essa venne posta perfettamente al centro della piazza dove potesse dialogare con le forme concave e convesse del palazzo di Giustizia e quello degli uffici Finanziari.
Ma, chi sono queste Naidi che vengono rappresentate? Le due sculture, belle ed espressive nel loro gesto di nuotare all’unisono, rappresentano le ninfe delle acque. Creature immortali nella mitologia greca e figlie di Zeus, presiedevano tutte le acque dolci. Si distinguevano in ninfe dei fiumi (Potamidi), delle sorgenti (Pegee), delle fontane (Crenee) e poi delle paludi e dei laghi. Tali figure mitologiche possedevano facoltà guaritrici e profetiche. Erano esseri benevoli, ma anche temuti, nel mondo classico. I contadini le rispettavano e portavano loro dei doni. L’imperatore Nerone dopo essersi immerso alla fonte del fiume Marcia, fu colto da febbre, malore e paralisi… La ninfa naide Aretusa, venerata a Siracusa, aveva la facoltà di immergersi attraverso le correnti sotterranee nel Peloponneso per riaffiorare in Sicilia.
Dopo i lavori di ristrutturazione della piazza, la fontana è stata sposata nella sua collocazione attuale, decentrata, perdendo parte del suo fascino iniziale. Ma, la sera, quando la fontana è illuminata, le due Naidi sembra ancora che nuotino, ridano e ci proteggano con i loro giochi d’acqua.

Autore: Flavio Schimenti

La fontana delle rane in piazza Stazione a Bolzano

Per molti decenni a chi arrivava in treno alla stazione di Bolzano, attraversando la hall della biglietteria e scendendo la scalinata, la prima immagine della città che si palesava era la “fontana delle rane”.
Progettata e realizzata nel 1930 dallo scultore Ignaz Gabloner, la fontana andò a completare lo spazio urbano del parco della Stazione.
La fontana è costituita da elementi in marmo, bronzo e tessere marmoree, contraddistinguendosi rispetto alle altre fontane cittadine ma costituendone anche una sorta di continuità, dal punto di vista simbolico ed iconografico. Il basamento della vasca realizzato interamente in marmo è di forma polilobata; sulle superfici esterne compaiono festoni stilizzati, simili a quelli posti alla base dei pilastri di accesso al ponte Talvera, con lo stemma della città di Bolzano. Un pilastro centrale di forma ottagonale, posto al centro della vasca, sorregge un ampio catino marmoreo svasato, al cui centro sono poste nove anfore in bronzo, con l’aggiunta di una sulla sommità. Le anfore sono di tipo italico, su modello di quelle del primo secolo d.C. che, per inciso, erano quelle che contenevano e trasportavano il vino. Prospetticamente ed in lontananza dalla fontana si può infatti osservare la collina di S.Maria Maddalena con i suoi vigneti, mentre dall’anfora posta al centro scaturisce un forte getto d’ acqua in verticale, con forte impatto scenografico. Alla base della struttura polilobata, tre per ogni parte, compaiono dodici rane, dalle quali scaturisce un getto d’acqua che raggiunge la vasca superiore centrale. Le rane bronzee stilizzate, dalle forme quasi geometriche, rappresentano il principio fondatore dell’acqua. Caro alla divinità egizia Heket, protettrice della vita, l’anfibio nasce e cresce nell’elemento liquido, ma non ne è vincolato. Simbolo portafortuna per gli egizi, per gli altri popoli la rana è metafora del passaggio delle prove della vita, dalle quali si esce rafforzati. Il numero tre e i suoi multipli sono puramente metaforici, come avviene anche nella fontana del Nettuno di piazza delle Erbe. Tre infatti sono i corsi d’acqua che attraversano la piana bolzanina: l’Isarco, il Talvera e l’Adige, e dunque tre rane per parte gettano l’acqua nel catino centrale. Il manufatto – danneggiato durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale – venne riposto in essere nel 1955.

Autore: Flavio Schimenti